Sorpresa.
La rôcca di Camia — come il dicemmo — sorgeva su la destra riva
della Nure ed era un largo edificio quadrato a duplice giro di mura,
edificato in pietra serpentina, a listelli e cornicioni di smalagtite
d’un lucido verdegrigio scavata su le sponde dello stesso torrente. —
I quartieri gentileschi si elevavano s’un pianerottolo riserbato alle
genti di servizio ed un sotterraneo, ed avevano sovrapposte le terrazze
merlate per le scolte e le vigilie notturne e per la difesa. — La
porta maggiore aprivasi su la fronte a settentrione ed una postierla
di sussidio a levante verso la Nure, e tutte due mettevan capo, per
lunghi e bassi androni, ad un ampio cortile centrale, nel cui mezzo
la cisterna ed intorno gli appartamenti. — Nel braccio settentrionale
erano la sala d’arme, quella de’ negozi e la biblioteca, che Giovanni
il Grosso aveva arricchito di preziosissimi codici e delle migliori
opere uscite allora da’ torchi dello Swenynhein, di Giovanni e
Vindelino da Spira, di Nicolò Jenson, di Antonio Zarotto, di Giovan
Vercelli, di Vincenzo Conti, del Minuciano, del Lavagno del Gallo,
del Dolcibello e degli Aldi; a ponente trovavasi il suo quartiere
particolare, a levante, verso la Nure, quello di sua nipote Bianca;
a mezzogiorno, quello destinato a’ parenti ed agli amici che spesso
convenivano al castello. — Una scala di stile bramantesco biforcavasi
nel lato del cortile opposto a quello in cui sboccava l’andito
principale d’ingresso, e andavasi a ricongiungere s’un pianerottolo
a pesanti balaustrate che ammetteva a’ quartieri. Trammezzo le sue
due prime branche, incontravasi l’altra scendente a’ sotterranei, nel
più riposto de’ quali un pilastro mobile su la sua base mascherava
l’entratura della strada secreta, di cui ci accadde parlare nel
precedente capitolo.
Questi particolari su l’ubicazione della rôcca di Camia li abbiamo
stimati opportuni per agevolare ai lettori la intelligenza dei fatti
che siam per narrare.
Correva la quinta notte dalla visita di Pellegrino di Leuthen al
signore di Camia e — siccome il suo avviso erasi tenuto in conto di
un falso allarme — non rimanevano omai più con le genti del luogo chè
Gilberto Camia, Alfisio Malvicino, il Chinello, i due Zazzera e pochi
loro seguaci. — I medesimi vassalli del circostante territorio che — al
primo sentore di pericolo — avevano dovuto convenire al castello; erano
stati licenziati quel giorno stesso in sul cader della sera. — Tra
questi, Terremoto, il figlio dello sventurato Luca Rinolfo.
Il cielo non era nuvoloso, ma coperto di una leggera distesa di nebbia
biancastra, che ne velava le stelle e metteva per l’aria un caldo
sciroccale, afatico e soffocante. — Non spirava alito di brezza.
Tutto era immoto e silenzioso, immobilità e silenzio che avevano del
malaugurio. — Solo, di tratto in tratto, s’udiva la sentinella ripetere
il monotono suo grido di veglia e i cani della rôcca e que’ de’
dintorni risponderle co’ loro prolungati abbaiamenti.
Meno le guardie che presidiavano i terrazzi, tutti gli abitatori del
castello trovansi raccolti nelle rispettive loro stanze ed immersi nel
sonno. — Se qualcun altro vigilava, era Bianca della Staffa, la giovine
e leggiadra nipote di Giovanni il Grosso, la quale — con quello istinto
divinatorio tutto peculiare alla donna — presentiva probabilmente il
pericolo.
L’istinto feminile in ciò tanto si mantiene sempre più vergine ed
intatto: l’uomo lo attuta e lo perde a furia di temerità e di iattanza.
Dacchè aveva risaputo della visita di Pellegrino e del motivo che
lo traeva al castello, la poverina non s’era più data un momento di
pace. — E poi, due sere inanzi, affacciatasi alla finestra della sua
cameretta prima di coricarsi, l’era sembrato udire lontan lontano nel
torrente degli strani e misteriosi rumori, come un picchiar cauto di
martelli e di picche, e delle grida e dei gemiti, e tutto ciò le aveva
dato al cuore una stretta.
Come tutte le donne de’ suoi tempi, Bianca non era nè vile, nè paurosa;
ma, sino da’ suoi primi anni, la sciagura l’avea sì crudelmente
sperimentata, che le pareva qualche nuovo danno le stesse sempre
sospeso, come spada di Dàmocle, sovra la testa. — E siccome era sempre
stata colpita ne’ più soavi affetti della sua giovine esistenza, era
pe’ suoi cari non per sè che tremava.
Al vecchio nonno — di cui formava la delizia e che teneramente
indulgeva a’ suoi capricetti — erasi provata di comunicare le proprie
istesse impressioni e, con la sua dolce vocina, avea pur voluto metter
bocca nelle discussioni di famiglia, per consigliare timore e prudenza
a chi propugnava l’abbandono di ogni precauzione; ma non le si era
voluto dar retta.
— Oibò, Biancuccia — le aveva detto, tra il serio e il faceto, lo
stesso conte Giovanni — fai torto al tuo sangue!.... se la paura può
tanto sovra di te, in fede, che non sei nè dei Camia nè dei della
Staffa!... che diamine!.... s’ha a stare tutta la vita in su l’allerta
e con la miccia in su l’archibugio e la battisoffiola in corpo d’essere
soprappresi ad ogni volger di ciglia?... se veramente i Nicelli
fossero stati complottando in Castel Canafurone, come mi bestemmiò
quello _slippete slappete_ di tedesco, e nello intendimento di calarci
addosso; e’ mi pare che ce n’abbiano avuto il tempo.... e d’avanzo!
se non si sono visti sino a quest’ora, significa o che il tedesco, in
causa della lingua, ha franteso sì con la vista come con l’udito, o
che, nel frattempo, coloro hanno cambiato d’avviso.... ed, affè mia,
sto per credere che la debba essere precisamente così!.... i Nicelli
mi conoscono; sanno che, se ho acuti gli occhi della fronte, non li ho
manco quelli del comprendonio; avranno subodorato la pratica di quel
gaglioffo di mastro Pellegrino e si saranno dispersi con la coda tra
gambe come cani scottati.
— E pure nonno — aveva voluto insistere la fanciulla — io mi ho un
certo presentimento nel cuore...
— Bùbbole, bùbbole! — erasi affrettato a soggiungere l’ottimo vecchio
— o che ti paion ragioni coteste, i presentimenti?.... le sono ubbie
da lasciarsi alle crelie!... non sai tu che se le genti del contado ti
dovessero udire a spropositare come adesso fai, ti leverebbero il nome
che t’hanno affibiato di _Bella Perugina_, per rimutartelo in quello di
_Brutta Spaventaticcia_?
E lì un ridere e un darle le berte di tutti i congiunti.
Però Bianca dovette intascare le vagheggiate speranze di convertire
altrui nella sua fede; ma non per questo smise le sue molte
apprensioni: ed anco in quella notte esse lo travagliavano tanto che,
per quanto si voltasse e rivoltasse sul suo letticciuolo, non ci fu
modo che il sonno scendesse a chiuderle le palpebre. — Fors’era il
caldo eccessivo che la faceva smaniare in tal guisa; ma ella, al caldo,
nemmanco pensava; secondo una sua arcana voce del cuore, doveva essere,
invece, un funesto presagio: era lo spirito, non il corpo, che pativa
d’insonnia.
Coricata già da varie ore e vagante col pensiero in mille diverse
fantasticherie l’una dell’altra più paurosa; la stanchezza cominciava
finalmente ad intorbidarle la mente e a indurla in quel pesante
dormiveglia, che nasce dal tedio e che, il più delle volte è precursore
del sonno, quando una violenta detonazione la scosse improviso e la
fece sobbalzare seduta sul letto, con gli occhi sbarrati e fisi e le
orecchie ansiosamente tese per lo sgomento.
Un calpestio precipitoso, un vociare confuso, un tintinnìo di
spade, uno scoppio frequente d’armi da fuoco, un bagliore rossigno e
divampante, che — dalle chiuse imposte dell’uscio — giungeva sino a
lei; tenne dietro alla fragorosa detonazione.
Per quanto acuisse la propria perspicacia, Bianca nessun’altra
spiegazione sapeva trovare a quel repentino tumulto, se non lo
avverarsi de’ suoi presentimenti. — Pellegrino di Leuthen non s’era
ingannato: dovevano essere i Nicelli, i Nicelli che invadevano
notturnamente la rocca.
Ned alla sbigottita fanciulla s’appresentava partito degno di essere
prescelto: restando, un’ansia divorante, una opprimente trepidazione,
che le toglieva il respiro; uscendo, mali peggiori.
Ma il clamore cresceva; omai non poteva più restarle alcun dubio d’aver
colto nel segno con le sue induzioni: al cozzo delle armi susseguivano
urla feroci di minaccia, miste a grida strazianti e, fra queste, una
voce che l’era famigliare, quella di suo zio Gilberto, che chiedeva
pietà, misericordia. — Allora non ci resse più: balzò dal letto ed
affrettatamente si accinse a vestirsi.
La pietà la spingeva: amore vince paura.
Erano, infatti, i Nicelli.
Riconosciuta l’esattezza delle indicazioni del vecchio castaldo, e’
s’erano avacciati, sin dalla notte precedente, a disgombrare l’accesso
esterno della via sotterranea ed a cacciarvisi dentro per penetrare
nel castello; ma, toccatone il fine, avevano dato del naso contro una
muraglia, in cui non era apertura, nè apparenza alcuna di riuscita.
Dovettero allora decidersi ad aggiornare la loro impresa, per avvisare
ad altri mezzi, il meglio acconcio de’ quali giudicarono la tremenda
polvere, di cui è attribuita la invenzione al benedettino Bertoldo
Schwartz: una mina.
Impiegarono però tutto il dì successivo a praticare gli scavi necessari
appiè del muro che loro intercludeva il passaggio e — colmatili di
polvere fulminante e ristoppati all’orifizio — v’insinuarono le micce,
cui — nel cuore della notte — appiccarono il fuoco.
La detonazione, che aveva messo tanto spavento nel cuore di Bianca,
altro appunto non era stata chè lo scoppiare di quelle mine, le quali
avevano fatto saltare in rottami il pilastro che mascherava il vano
d’accesso alla via sotterranea.
Per questa, i Nicelli ed i loro dugento seguaci — con le spade fra’
denti e la pertugiana o l’archibugio, nell’una ed una face accesa
nell’altra mano — si precipitarono, come altrettante furie, entro il
castello di Camia e, per le due scale, su fino ai merli più alti e via
tra’ più riposti penetrali, trucidando proditoriamente nel sonno, o
schiacciando col numero, quanti incontravano armigeri o servi.
Per buona ventura di molti di costoro, il castaldo che tuttavia non
dormiva, comprese tosto di che si trattasse ed — abbassato il ponte
della porta principale e rialzatene la serracinesca — se la dette a
gambe prima che gl’invasori giungessero ad azzannarlo; cotalchè, per
quell’àdito aperto, non pochi poterono evadersi e scampare alla strage.
De’ primi a svegliarsi fu pure Giovanni il Grosso. — Al frastuono, alle
grida, indovinò a sua volta il pericolo che gl’incumbeva e — toltosi
subito di letto ed infilata una palandrana, con quella maggior lestezza
che gli consentivano i suoi settant’anni e la sua corpulenza, — accorse
sul pianerottolo della scala, dove si vide immediatamente affiancato da
suo genero Malvicino e da suo figlio Gilberto.
Il maggior nerbo de’ nemici, con alla testa il conte di Monte Ochino,
si gittò sovra di loro.
— Scannatemeli quanti sono — gridava ferocemente costui — tutti, tutti,
fuori del vecchio!... quello lo voglio vivo!... guai a chi gli torce un
capello!
— Scellerato! — gli rispose Giovanni il Grosso — cento contro uno....
la sorpresa e il tradimento!... ecco le gloriose gesta della tua
codarda genìa!
— Addosso! addosso! — rintostò il Monte Ochino, animando i suoi dello
esempio.
Ma Gilberto Camia slanciossi, in quel punto, a far schermo al padre
del proprio corpo e — siccome nel maneggiare una spada non conosceva
maestro, addossatosi alla balaustrata, cominciò, con un rapido e
vorticoso molinello, a farsi largo tra’ nemici, parecchi de’ quali
cacciò a terra feriti.
Taluno di questi lo prese allora di mira con l’archibugio e fece fuoco;
ma le palle deviarono dal segno: una tuttavia andò a colpirgli la spada
a mezza lama e glie la mandò in ischegge.
Vedendosi disarmato e perduto, Gilberto si curvò lesto per raccogliere
lo stocco d’uno dei caduti; ma nel contempo, il Monte Ochino, ch’erasi
avanzato di un passo, gli scagliò in faccia la torcia resinosa onde era
munito, sicchè il fuoco non solo gli arse i capelli e la barba; ma in
breve gli si appigliò alle vesti e alle vive carni.
Lo spasimo gli strappò quelle urla disperate, che avevan sì fieramente
impressionato l’animo di Bianca, e — traendolo quasi fuori di senno —
lo spinse brancolone giù per la scala, come cercasse fuggire.
Dieci stoccate lo colsero alle reni e gli troncarono, in uno, i
patimenti e la vita.
Nel tempo istesso, anche il Malvicino cadeva mortalmente ferito; mentre
Giovanni il Grosso — sopraffatto dall’onda furiosa di armati che gli
si pigiava d’intorno e costretto ad arrendersi — veniva legato mani e
piedi e portato via in groppa da due nicelleschi.
Non più uno de’ Camia che non fosse o fuggito, o prigione, o morto, od
agonizzante.
In quella, due nuovi personaggi misero il piede sul teatro di tanta
carnificina: il nostro Neruccio, che scendeva da’ terrazzi, dove aveva
compiuto il suo mestiere d’uomo d’armi assoldato; e Bianca, che usciva
dalla sua cameretta.