La via sotterranea.
Ma la pace perfetta goduta in quelle quattro notti dagli abitanti della
rôcca di Camia potevasi paragonare alla bonaccia di mare precurritrice
quasi sempre di spaventose procelle.
Pellegrino di Leuthen — noi lo sappiamo — non s’era punto ingannato; e
se i Nicelli riuniti in Castel Canafurone non avevano dato compimento
a’ loro feroci propositi nel tempo e nel modo deputati, lo si
doveva appunto allo averne egli istrutto Giovanni il Grosso e alle
disposizioni assunte da costui.
Per mezzo de’ loro parziali, disseminati qua e là nella valle, eglino
pure erano stati, a lor volta, messi in su l’avviso del frettoloso
accorrere che i Camia facevano dai dintorni al castello paterno e
avevano compreso come il loro divisamento di cogliere il nemico alla
sprovista e di sopraffarlo fosse interamente frustrato. — Il vecchio
Camia era avvertito: impossibile, quindi, trovarlo con le mani
alla cintola; arduo già forse il solo avvicinarsi al suo covo senza
destare l’allarme. — Due cose decisero però: l’una di aggiornare la
loro spedizione; l’altra di affidarla piuttosto all’astuzia che alla
violenza.
Come il più dei castelli medioevali anche la rôcca di Camia possedeva
una via sotterranea, che — dalle sue casematte — andava a riuscire in
un punto rimoto su l’alveo della Nure.
Destinata ad offrire uno estremo scampo quando il sostenere la piazza
fosse reso impossibile; e del suo accesso nello interno della rôcca e
del suo sfogo in riva al torrente, il segreto era gelosamente custodito
dal signore del luogo, siccome quello da cui sapeva dipendere e la sua
propria salvezza e quella de’ suoi.
Eravi tuttavia qualcun’altro che lo conosceva: l’ottuagenario Luca
Rinolfo, antico castaldo de’ Camia, il quale, allora, viveva ritirato,
con la moglie ed un unico figliuolo, nel vicino casolare della Chiappa
appiedi di monte Osèro.
Fu sopra di costui che volsero il pensiero i Nicelli e principalmente
il conte di Monte Ochino, che — se non certezza — ragioni molte
inducevano a supporre dovesse Luca non ignorare del tutto il segreto di
quella via.
Con un drappello de’ suoi tra’ più resoluti ed audaci, camuffati
da villano al pari di lui, ma con le vesti soppannate di stocchi e
pugnali, scese egli però la quarta sera dopo il convegno in Castel
Canafurone sino alle falde del monte Osèro e — a notte chiusa —
intorniò ed invase la modesta casuccia del vecchio castaldo.
Non ci tratteremo molto su i particolari di tale invasione.
Troppe scene di sangue sono destinate a cadere sotto la nostra penna,
perchè non accogliamo, con piacere, la opportunità di accennarne a pena
talune e di sopprimerne altre del tutto.
Basti al lettore, che gli sgherri del Monte Ochino colsero l’infelice
vegliardo nel più intenso del sonno lo imbavagliarono per soffocarne
le grida; lo avvolsero entro un lenzuolo per schermirlo dal freddo
pungente della notte e — gittatoselo così su le spalle più a mo’ di
cosa chè di persona — lo portarono via.
Il Monte Ochino, rimasto ultimo — mal sapendo come chetarne la
consorte che strillava a squarciagola e per tema il compromettesse col
denunziar l’accaduto — stimò del suo meglio assecurarsene il silenzio
con due stilettate che la freddarono sul colpo quindi raggiunse i suoi
cagnotti, i quali — col loro fardello umano su gli omeri — si erano
intanto ridotti presso la sponda della Nure a pochi tiri d’arco dal
castello di Camia.
Buon per costoro che il figlio delle loro vittime fosse stato costretto
ad abbandonare i vecchi ed amati suoi genitori, per chiudersi nella
rôcca insieme agli altri vassalli, e non dovesse chè due dì dopo
apprendere in parte ed in parte indovinare l’atroce colpo che gli era
toccato. — Sventura a loro se fosse stato presente! — E il Monte Ochino
lo sapeva così che s’era fatto accompagnare da dodici scherani scelti
fra’ più arrisicati; mentre — lui assente — due sarebbero stati più che
sufficenti a sbrigar la bisogna.
Arcangelo Rinolfo — meglio conosciuto per tutta la valle sotto il
nomignolo di _Terremoto_ — era, infatti, tale uomo da lottare da solo
anche contra quei dodici e da fornir loro una brutta gatta da pelare.
S’imagini il lettore un colosso di due metri d’altezza, con un torace
da cavallo meclemburghese, le spalle larghe e quadrate, il dorso
leggermente curvo e le braccia e le gambe con quegl’istessi muscoli
esagerati che si osservano in alcune statue del Buonarroto. — La testa
aveva piccina, i capelli biondi, occhi cilestri, i lineamenti dolci e
regolari e sarebbesi anche potuto dir bello, se un fendente buscatosi
in guerra non gli avesse mozzato il naso e parte del labro superiore
sì da renderlo orribilmente deforme. — Ad una forza eccezionale,
prodigiosa, tale da accreditare le mitologiche e bibliche leggende
dell’Ercole greco e dello israelita Sansone, accoppiava la destrezza
del ginnasta, la elasticità di membra dell’acrobata: nessuno che — al
paro di lui — fosse capace di sollevare enormi pesi, di abbattere una
giumenta di un pugno, di puntarsi alla spalla una colubrina come altri
un archibugio ordinario; ma e nessuno che lo sapesse vincere al corso e
lo eguagliasse nella rapidità con la quale s’arrampicava s’un albero, o
si lasciava scivolare giù da una fune.
Lo dicevano _Terremoto_ e, all’opera, lo era dassenno.
Sotto gli ordini di un Camia e al soldo di Spagna aveva militato più
volte in Lombardia e operato prodigi di valore. — Pei suoi signori
professava una devozione ed una reverenza che avevano del culto. Il
suo carattere somigliava a quello dei cani di Terranova: non troppa
intelligenza, ma una fedeltà a tutte prove. Ciò che non gli suggeriva
il cervello, il cuore glie lo dettava; dove non giungeva con la mente,
toccava col braccio.
Ci siamo dilungati alcun poco a ragionare di costui, appena ci accadde
di nominarlo, per la parte rilevante che deve rappresentare in questa
nostra istoria.
Torniamo adesso al suo misero padre, che inutilmente si dibatteva fra
le braccia de’ suoi rapitori.
Come costoro l’ebbero steso supino su le ghiare del torrente e toltogli
d’in su la bocca il bavaglio, il conte di Monte Ochino gli si chinò
sopra col ferro sguainato in pugno e tinto ancora del sangue della sua
vecchia compagna e:
— Suvvia — gli susurrò con voce sorda e imperiosa all’orecchio — tu sai
dove si trova lo sbocco della via sotterranea che mena alla rôcca di
Camia: o indicamelo subito, o tu se’ morto!
— Ah, è per codesto — rispose quasi tranquillamente l’antico castaldo —
che voi mi avete in cotal maniera azzannato e tratto sin qui?
— È per codesto.... parla!
— Nemmanco se mi minacciaste di tôrmi di corpo l’anima che è del buon
Dio e di darla al demonio: pensate la vita!
— Non vuoi?... bada, Rinolfo, che tu giuochi un’assai mala carta!...
hai lasciato in casa la tua donna anch’essa nelle mani de’ nostri....
parli, ed è salva, e, salvo a tua volta, torni immediatamente a
raggiungerla.... taci, ed è morta, morta con te, morta prima ancora di
te.
— Oh, la mia Annalena! — sospirò il malcapitato senza null’altro
aggiungere.
— Ti decidi! — soggiunse il Nicelli, coi denti stretti per l’impazienza.
— Lo sono.
— Ebbene?
— Penso che se io tocco gli ottant’uno al _Corpus Domine_, Annalena
ne compie settantasette a Natale... abbiam vissuto sin di troppo
amendue.... ella stessa preferirà sapermi morto e morire con me, a
trascinar meco qualche anno ancora di grama esistenza esacerbata dal
disprezzo e dall’ignominia.
Il Nicelli si rodeva pel dispetto e durava fatica a contenersi;
tuttavia, facendosi forza:
— Sia pure — continuò — ma, dopo tua moglie, c’è il tuo figliuolo....
— Arcangelo? — fece il vegliardo, fissando gli occhi spaventati sul suo
tormentatore.
— Appunto, quello smargiasso, quel cospettone, quello ammazzasette e
storpiaquattordici del tuo figliuolo.... noi lo abbiamo ridotto al
dovere... egli è laggiù, poco stante da Revigozzo, legato come un
prosciutto mani e piedi ad un albero, che aspetta la sua sentenza.
— O Vergine Santa da’ sette dolori! — si dètte a gemere il meschino.
— Se parli — insistè cinicamente il Nicelli — sciogliamo lui pure e,
prima che aggiorni, tornate a ritrovarvi uniti nella vostra capanna; se
no, tienlo per ispacciato insieme a te e alla tua vecchia.
— Oh, ma no... ma no — mormorò l’ottuagenario, cominciando a sbattere
i denti un po’ pel freddo, un po’ pel terrore — voi lo dite per
spaurirmi; ma non è vero, non può esser vero!.... il mio Arcangelo
è troppo destro, è troppo forte per lasciarsi pigliare.... e poi chi
siete voi per volerci sì male.... a noi, povera gente?
— Chi sono?.... non mi riconosci alla voce?
— No, no.... prima d’ora non l’ho mai più udita!
— Sono Giovanni Nicelli.... il conte di Monte Ochino!
A questo nome, il disgraziato Luca Rinolfo rimase mutolo, allibito, con
gli occhi sbarrati come se avesse dinanzi la Versiera.
E non c’era a stupirne.
Quanta fama godeva suo figlio di coraggioso e di forte per tutta la
valle di Nure, altrettanta il Monte Ochino di feroce e di tristo. —
Le costui minacce, che il vecchio s’era sforzato di considerare sino
allora come un semplice spauracchio, gli apparvero in quel momento in
tutta la loro disperante realtà; dietro gli sgherri che gli facevano
corona gli parve scorgere orrendamente squarciati e sanguinanti i
cadaveri della moglie e del figlio; sentì la fredda lama del suo
carnefice penetrargli nel cuore: e lo spavento, l’angoscia lo vinsero
così che si mise a piangere e a tremare in tutta la persona, come
scosso dalla terzana.
Il Nicelli ghignò di diabolica gioia: quel pianto, quel tremito
segnavano il suo trionfo.
Raddolcendo però del proprio meglio l’aspro metallo della voce:
— Perchè accuorarti? — gli disse — la tua sorte e quella de’ tuoi non è
forse in tue mani?.... parla, e non avrai più nulla a temere nè per te,
nè per loro.
— Ma, Eccellenza — balbutì, fra singhiozzi, il misero Luca — se v’hanno
dato a credere che io vi possa giovare in cotesto, foste tratto in
errore.... io so nulla; vi assicuro, Eccellenza, che so proprio nulla!
Era un ultimo tentativo.
— Ah, ti ostini in siffatto modo? — ruggì il Nicelli con piglio
rabbioso — e facciamola dunque finita!
E, voltosi a due de’ suoi:
— A te, Bislacco da Grondone — disse loro — subito al tugurio di
costui e scannami quel suo carcame di vecchia.... e tu, Picchione
Scianchino....
— No, no.... — lo interruppe allora il vegliardo, stendendo le ignude
braccia fuor del lenzuolo — no, magnifico messere... che restino, che
restino e... dirò tutto!
— Ah, finalmente! — mormorò fra sè stesso lo scellerato e si pose in
ginocchio per non perdere nessuna delle parole di Luca.
E questi cominciò sospirando:
— Poco più in qua della rôcca, c’è il navalestro, nevvero?.... ebbene.
Eccellenza: da codesto luogo, camminando verso qui, dove siamo, contate
dodici passi incirca e vi troverete a un punto della ripa, dove sorgono
due grossi ed alti pioppi abbinati; tra l’uno e l’altro, proprio nel
froldo, c’è una sorta di sassaia, che sembra formata dal caso... ivi è
lo sbocco che voi cercate.
— Davvero?
— Quanto è vero che io soffro adesso le pene dell’inferno!
— Stà cheto — fece nel rialzarsi il conte Nicelli in tono di mal celato
sarcasmo — stà cheto che cesseranno tra breve, non appena mi consti che
non hai voluto ingannarci.
E andò a susurrare alcuni ordini all’orecchio di tre o quattro de’
suoi, i quali si allontanarono frettolosi costeggiando il torrente in
direzione della rôcca di Camia.
Mezz’ora dopo ritornarono e scambiarono a bassa voce poche parole con
lui.
Nel frattempo, il vecchio Rinolfo s’era andato congegnando in cervello
tutto uno ingenuo piano di condotta, mercè il quale si confortava
di uscirne pel rotto della cuffia, tanto nello interesse della sua
famiglia che de’ suoi padroni, e di salvare capra e cavoli a un tempo.
— Nella sua dabbenaggine, mai più supponendo che un personaggio della
levatura del conte Nicelli potesse covare un tradimento a suo danno;
e’ si vedeva già libero e restituito al suo casolare, d’onde sarebbesi
avacciato alla rôcca per istruire Giovanni il Grosso di quanto eragli
occorso e dello stremo a cui s’era visto ridotto per scampare la vita
propria e de’ suoi. — Messer Giovanni non avrebbe mancato a mettersi in
collera; ma poi, buono qual era — sbollito il primo furore — avrebbe
finito per perdonargli ed avvisare al modo più acconcio affinchè i
Nicelli non potessero trarre nessun profitto dello estorto segreto. —
In tal maniera, tranquillava la propria coscienza e seco medesimo si
rallegrava della usata scaltrezza.
Stava appunto in simili pensieri, quando gli stessi uomini del Monte
Ochino, reduci allora dalla loro breve escursione — su di un cenno di
costui — gli si accostarono e se lo tolsero nuovamente in groppa e —
siccome egli protestava e chiedeva se il riconducessero a casa, o che
intendessero fargli — per non essere importunati o compromessi da’ suoi
clamori, gli cacciarono un’altra volta il bavaglio alla bocca.
Il meschino vegliardo comprese allora, ma troppo tardi di aver fatto
assai male i suoi calcoli.