A tante espressioni di reverenza e di gratitudine, una

significantissima stava per aggiungersi il 29 giugno 1905: la visita

al Carducci, in Lizzano, della regina madre. Se non che, all'ultimo

momento, tale visita fu sospesa, a causa, si disse, del gran nubifragio

che desolò, a que' giorni, i territorî di Ferrara, Forlì e Ravenna; e

che questo novello omaggio di Margherita di Savoia al genio del Vate

non potesse avvenire, a non pochi increbbe, però che sono sicuramente

fra i maggiori meriti dei sovrani della terra quelli che essi si

abbiano acquistati verso i sovrani del pensiero.

Ma è da ricordare che pochi dì innanzi al Carducci era giunto,

in Romagna, uno speciale pensiero del re d'Italia; il quale, a'

ringraziamenti del Poeta per la croce dell'ordine civile di Savoia,

conferitagli con decreto del primo di giugno 1905, volle a sua volta

rispondere col seguente dispaccio telegrafico: «_14 Giugno — Giosue

Carducci — Cesena. — Sono lieto di averle potuto dare un novello

segno della mia ammirazione, e molto ho gradito la cortese lettera

con la quale Ella ha voluto ringraziarmene. Vittorio Emanuele_». Tale

dispaccio giunse al Carducci inaspettatamente, mentr'Egli esaminava nel

palazzo Pasolini la copiosa raccolta de' documenti del risorgimento,

stati già del generale Andrea Ferrari, duce de' volontarî romani nel

'48-'49, e da lui consegnati al suo aiutante maggiore Pietro Pasolini,

che li conservò religiosamente. Il Poeta stava sfogliando quel migliaio

e mezzo di carte, nelle quali è l'itinerario delle legioni romane

dal febbraio del '48 fino a Vicenza, a Malghera, alla Repubblica

Romana, e dove spesso ricorrono i nomi del Durando, di Ugo Bassi, del

Manin, di Guglielmo Pepe, del Tommasèo; e nell'animo commosso gli si

rinnovellavano i giorni tragici ed epici della patria; quando la parola

del capo dello stato gli giunse quasi come la voce dell'Italia _libera

ed una_, attestante che non invano erano stati i sacrificî e gli

eroismi, le congiure e i patiboli.

_Libera ed una_ davvero? Ahimè! Il Poeta, cui nella gioventù e

nella virilità parve che mal fosse assicurata da' governanti e da'

procaccianti alla patria una vera libertà, ebbe poi per tutta la vita

confitta nel cuore la spina del saper non compiuto l'edificio nazionale

nostro. Fu irredentista nobilissimo e fiero; ed ai vigorosi aneliti

di Trieste e di Trento verso l'Italia, rispose sempre sospirando e

fremendo, in uno slancio di sublime amore.

Nel giugno del 1905, dovendosi inaugurare a Padova il tricolore offerto

a quel comitato della «_Dante Alighieri_» dalle donne italiane _d'oltre

confine_, fu chiesta a Lui una parola augurale. Rispose: «_Cesena, 11

giugno. Alle gentili donne italiane di qua e di là del confine, dal

sacro spirito di Dante ferma fede, magnanima costanza, diritto, pieno

e sereno adempimento di ogni loro aspirazione buona, prega l'umile

italiano Giosue Carducci_». E da Padova gli giunse, il dì dopo, questo

telegramma: «_All'umile italiano, la cui gloria rende ogni italiano

superbo, a nome delle altre donne a me compagne nella solenne cerimonia

qui ieri celebratasi, invio caldi ringraziamenti per l'alta patriottica

parola onde volle onorarci, augurando che a lungo risuoni paterno

incitamento ad egregie cose. Ada Dolfin Boldù_».

Di lì a pochi giorni avea luogo in Lizzano una semplice, intima,

commoventissima festa: la consegna a Giosue Carducci d'una medaglia

d'oro decretatagli da Trieste, come ricambio d'affetto a quello

intensissimo consacrato, ne' carmi del Poeta, alle terre italiane

ancora divelte dal seno della patria. Nel pomeriggio del 17 giugno

giungeva a Lizzano Giacomo Venezian, triestino e professore

nell'Università di Bologna, cui Trieste avea dato incarico di

presentare al Poeta il segno sensibile del suo omaggio; ed insieme

con lui erano il prof. Puntoni, rettore dell'Università medesima, il

sindaco di Cesena ing. Angeli, e l'avv. Trovanelli. Pochi altri intimi

di casa Pasolini, tra cui il prof. Giuseppe Morini e la contessina

Antonietta Gessi, assistettero alla cerimonia. Questa avvenne nella

veranda, e vi fu presente anche la signora Elvira Carducci, con

manifesto compiacimento. Il Venezian porse al Maestro, racchiusa in

astuccio di pelle, la medaglia d'oro, su cui è da un lato l'effigie

del Vate, e dall'altro sta Trieste, assisa su d'un rudero, mentre verso

di essa volan dal mare, in forma di gemetti e puttini, i canti di Lui.

In alto è il verso: «_Tu sol, pensando, o idëal sei vero_»; sotto è la

dedica: «_Trieste, a suggello d'antico amore_».

[Illustrazione: Giosue Carducci sulla porta della chiesa di

Polenta.]

[Illustrazione: Nei viali di Lizzano.]

Il degnissimo figlio e rappresentante della cara città disse al Poeta

poche e semplici e degne cose: voler esprimere quella medaglia il

sentimento d'antica e devota devozione e d'intenso affetto di tutti i

Triestini al Poeta nazionale; avere Trieste, da prima, avuto in animo

di promuovere la solenne coronazione del Vate in Campidoglio; ma come

parve difficile il piegare la modestia di Lui a tanta solennità, e non

volendo la città deporre la speranza di onorare sè stessa onorando il

Maestro, così aver essa cercato altra forma d'omaggio coll'effigiarne

durabilmente l'immagine in una medaglia. Aggiunse il Venezian che

i promotori della manifestazione non avean voluto mettere innanzi i

loro nomi, perchè questa apparisse, quale veramente era, spontanea ed

unanime di tutto il popolo triestino; ma egli consegnava al Maestro

un documento da cui si pareva meglio il significato e il valore

della dimostrazione, e ciò è il rescritto della imperiale e reale

polizia di Trieste col quale «_si conferma il divieto di fare in una

città austriaca pubblico appello per onorare il Poeta che ne' suoi

scritti scagliò le più violenti invettive contro la persona di S. M.

l'imperatore, e glorificò l'azione d'un Oberdank_».

[Illustrazione: La medaglia di Trieste.]

Giosue Carducci, che fino allora avea ascoltato con un fare tra

il bonario e il commosso, alle parole del rescritto divenne acceso

in volto come se una subita vampa di fuoco gli fosse salita su dal

cuore; e scattò in piedi, Egli che pur male reggevasi ormai sulle

gambe, esclamando: «No, città austriaca, no! La più italiana delle

italiane; la fedele di Roma». Ed aggiunse: «Dite a Trieste ch'io sento

profondamente con tutta l'anima mia quello che è l'anima ed il pensiero

di lei......» Nè potè continuare; che uno scoppio di pianto gli troncò

in gola le parole. Allora tutti i presenti, fortemente scossi, e

colti da un'infallibile tenerezza improvvisa, gli si fecero attorno,

e prendendogli le mani, e accarezzandolo, e confortandolo con tronche

parole, riuscirono finalmente a calmarne lo spirito. E per isvagarlo

subito, le condussero all'aperto, a fare una passeggiata pe' viali e

nel giardino, dove E' si riebbe ben presto, diventando sereno ed ilare

ed espansivo.

Ma quel che non avea potuto interamente esprimere a voce, volle dipoi

consegnare allo scritto; e da Lizzano, il 27 giugno, inviò al Venezian

la seguente lettera:

«_Caro prof. Venezian, Ciò che Ella mi recò e mi disse da parte di

Trieste, supera ogni possibilità di risposta. Sappia Trieste ch'io

sento profondamente con tutta l'anima del mio pensiero quello che

è l'anima ed il pensiero della magnanima città; ed anche quando io

non sarò più, ciò che piangendo e fremendo scrissi spirerà, credo,

a mantenere nell'Italia la fede a Trieste, la fedele di Roma. Giosue

Carducci_».

Era ben degno di questa forte terra di Romagna, dove dalla gioventù

alla vecchiezza Egli ebbe vincoli così stretti d'affetto, e dove

conchiuse, può dirsi, il suo canto; era ben degno di questa terra, la

quale dette alla libertà ed alla patria il palpito dei cuori ed il fior

delle vite, che qui si esprimesse la corrispondenza d'amorosi sensi fra

Trieste e Colui che dell'Italia risorta fu la sintesi più gagliarda e

completa.

Oggi sulla facciata della solitaria e muta villa di Lizzano, ove tanta

gloria, tanti affetti e tanta fedeltà si accolsero, una lapide modesta,

muratavi e scoperta quasi di nascosto e senza pompe vane, ricorda

semplicemente:

«_Qui — tra i colli sereni — nella dolcezza della amicizia — cercò

pace e ristoro alla grande anima — Giosue Carducci — dal 1897 al 1906

— Silvia e Giuseppe Pasolini Zanelli — con memore cuore — 2 novembre

1907_».

Faenza, novembre 1907.

ANTONIO MESSERI.

QUESTE LETTERE, PER ADEMPIMENTO DI DOVERE, PER TESTIMONIANZA DI CARA

PROFONDA AMICIZIA.

I.

MADESIMO (CHIAVENNA), 18 LUGLIO 1897.

I.[1]

_Signora contessa_,

Grazie. Ricevei ieri la fotografia, bella molto.[2] Intanto dal

Ministero di grazia e giustizia furono assegnate mille lire pe'

restauri della chiesa di Polenta. Io, presso la vetta dello Spluga, a

mille seicento su 'l livello del mare, poco posso fare.

Certo, non cogliere timi, come l'ape d'Orazio, _circa nemus uvidique

Tiburis ripas_:[3] ma tra venti, rupi e torrenti, rapisco a volo

qualche strofe; e vedremo.[4]

Io sto ora molto bene e non sono più zoppo. Tant'è: io non era fatto

per la cattedra e l'accademia.

Ossequio Lei, e La prego de' miei saluti memori al conte, al figlio,[5]

all'avv. Trovanelli.[6]

Dev.mo

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla gentildonna_

CONTESSA SILVIA PASOLINI

CESENA.

II.

MADESIMO (SONDRIO), 12 SETTEMBRE 1897.

II.[7]

_Signora contessa_,

Ricevo qui le fotografie polentane in grande, molto belle. Grazie.

Credo che il 15 prossimo, alla fine, sarà pubblicata nell'_Italia_ di

Roma l'ode,[8] che sin dal giugno io aveva promesso al conte Gnoli.

Pochi giorni dopo verrà fuori l'edizione Zanichelli, con la fotografia

della chiesa, credo, e con quella del cipresso,[9] vorrei; a tutto

benefizio de' restauri.

Impossibile mi era mandarLe una trascrizione dell'ode, che alla gran

bontà di Lei piacque desiderare: inchiostro, penne, carta impossibili.

Dimani scendo a valle; lunedì sarò a Bologna: indi a Lei verrà un

saggio mio calligrafico, che, non fo per vantarmi, sarà commendevole.

Nella calligrafia (brutto vocabolo pedantesco, ma la cosa può essere

buona) è il mio vero _bello scrivere_.

Credo che Ella sarà con la madre Sua. La prego di riverirla per me. E

salutando il conte e Pierino, a Lei bacio la mano.

Dev.mo

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla n. signora_

CONTESSA SILVIA BARONI PASOLINI

(VICENZA) BASSANO.

III.

BOLOGNA, 12 GENNAIO 1898.

III.[10]

_Signora contessa_,

Meglio tardi che mai. Io sto benissimo: e col nuovo anno ho cominciato

a bere della Sua canina,[11] che va anche meglio di me. Ho scritto

oggi all'arciprete;[12] che mi mandò molte benedizioni e voci di sue

preghiere a Dio, e una damigiana di sangiovese dalle sue mani educato

presso la vetusta chiesa: bene educato da vero. Io lo assicuro che

Zanichelli, fatti i conti a giorni, gli manderà del denaro; e lo esorto

a riprendere i lavori, anche per aiuto de' poveri.[13] Intanto prego

per mezzo di Lei il signor conte a far ricerca dei disegni e progetti

presso l'Economato o al Ministero.

Alla bella poetessa[14] non anche ho scritto: dimani l'altro. Anche

da Bertinoro alto ridente il sindaco[15] mi scrisse graziose e nobili

cose. E anche a lui risponderò. Ma il tempo mi è scarso a esser

gentile. Quanto lavoro, io che pure vorrei non far nulla, e che anelo

all'ozio sì come il cervo al fonte delle acque vive! Ozio in monti e in

colli, pensando alla salute dell'anima mia.

La prego di salutare per me la signora *. _Salutala in mio nome e dalle

avviso_ (Dio mio, con la scusa di un verso del Tasso, mi trovo a dar

_del tu_ a Lei: Contessa, voglia perdonarmi) che io sono avverso al

ministro, il quale mi tornava a parlare di Roma, dove io non voglio

fare il professore; e non voglio fare il professore più.[16]

Bensì a Roma verrò su' primi di febbraio; ma non andrò in casa della

sig. *; temo di essere incorso nell'ira sua. Senta un po' Lei. Signora

contessa, La riverisco devotamente, e La prego di ricordarmi al conte e

a Pierino.

Suo

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla nobile signora_

CONTESSA SILVIA PASOLINI BARONI

_Via Venti Settembre 35_

ROMA.

IV.

BOLOGNA, 19 GIUGNO 1902.

IV.[17]

_Cara signora contessa_,

Saluti, ossequî, ricordi affettuosi.

EccoLe la lettera del Ierace.[18] Nel XII, _Confessioni e Battaglie_,

manifestai la mia recisa antipatia e inettitudine alla piccola

letteratura di _commissione e decorativa_.[19] Nè giova ricordare lo

scritto breve e doloroso per Pietro Pasolini. Lì fu una grande sventura

domestica che parlò nel cuore, un giovine nel fior dell'età che io

avevo trattato famigliarmente, che mi era veduto crescer bello e lieto

in conspetto....[20]

Non feci che esprimere quello che immaginai dover essere, senza frasi,

il sentimento de' genitori.

Qui è un monumento reale, da collocarsi in luogo storico, con

intervento di ministri, squadre etc. Non son fatto a simili scene;

ammiro e ascolto e leggo rapito; ma io non so dir _niente_.

Ella significhi meglio che io abbia detto, e faccia sentire a Ierace

quanto mi duole il dire di no. Ma!

Suo aff.mo

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla n. d. contessa_

SILVIA PASOLINI ZANELLI BARONI

FAENZA.

V.

MADESIMO, 27 LUGLIO 1902.

V.[21]

_Signora contessa_,

Grazie, Ella sa di che, e quanto effuse dal cuore Le pervengono.

Oggi compio sessantasette anni. Le bambine dello stabilimento mi hanno

presentato un magnifico mazzo di fiori alpestri. Due bambine, che a

pena sciolgono i passi, mi hanno dato dal seno delle loro madri due

mazzolini di _edelweiss_. Mi giunge dal _Giornale d'Italia_ un ricordo

di Ugo Pesci, che mi ha veramente commosso. Lo legga, signora contessa,

nel numero del ventinove giugno.

E nella rocca medicea passi Ella giorni felici, confortata dall'arte

divina, che non ha segreti per Lei.

La musica è una grande consolatrice, con le sue voci profonde, tenere

e possenti, che non si sa d'onde vengano. Forse è la rivelatrice della

grandezza arcana di questa nostra povera natura ed anima.

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla signora contessa_

SILVIA B. PASOLINI

DOVADOLA.

VI.

BOLOGNA, 8 LUGLIO 1904.

VI.[22]

_Cara contessa Silvia_,

Dall'antro di Zanichelli, molto migliore della sua fama, di quella cioè

che gli ha fatto Ella, Le scrivo per mandarLe i miei saluti e i miei

congedi.

Io domenica, cioè doman l'altro, parto per Madesimo; e lassù spero che

le ninfe serene delle Alpi mi avvolgeranno fra i loro grandi veli. A

Lei lascio le ninfette degli Appennini, scalze, stracciate e sudanti

ad ogni passo che muovono per la sassosa via. Se non che, a quelle

ninfuccie Ella comanda e presiede come fata bianca, e come sovrana

e partecipe della multiforme armonia; e le fa apparire e atteggiarsi

come meglio Le piaccia.[23] A settembre, quando l'aere sarà ammansato,

io tornerò a Lei prima di tutto, e poi alla bellissima e dolcemente

indimenticabile Lizzano: Lizzano sola degna di non essere ricordata

con le ninfe appenniniche, sola degna di essere ricordata con desiderio

anche di sul seno austero delle ninfe alpine.

Faccia, La prego, i miei ossequî al conte; faccia a sè stessa i miei

saluti con tutta l'effusione.

Suo di cuore

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla nobil signora_

CONTESSA SILVIA PASOLINI-ZANELLI

FAENZA.

VII.

VILLA ADELE, MADESIMO, 24 AGOSTO 1904.

VII.[24]

_Cara contessa Silvia_,

Questa mia lettera spera di raggiungerLa sulle rive della Brenta,

e incomincia dal mandare memori saluti e augurî di bene stare alla

contessa Marina,[25] la cui immagine mi sta scolpita nel cuore.

Quassù abbiamo avuto purtroppo caldo, che ora è compensato da cinque

gradi di freddo e da un vento indiavolato. Questi alti e bassi senza

misura mi fanno ricordare con molto rimpianto e con grande desiderio

Lizzano, dove il cielo, la terra, l'aria ricordano la temperatura e i

bei paesaggi dell'Ariosto, e dove sono fate e ninfe, e dee vere e vive

«che adornan sempre le felici rive», e mettono in fuga con i lieti

e onesti favellari la malinconia, se ella si attenta di avvicinarsi

all'anima.

Dunque Lizzano anche nel disordine della natura serba le notti fresche

e piene di armonia, a cui il lido marino manda il lume dei suoi fari, e

gli effluvii della sua marina?

Ahimè, bel paese è Lizzano, e richiama i cuori e le fantasie con molti

ricordi. Io spero di rivederlo ben presto, e riprendervi, giacchè la

prima signora lo concede, i segni e poteri della mia sovranità.

Alla qual signora mando i miei omaggi, e assentimenti alle ninfuccie e

agli Egipani.

La saluto di mia mano.

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla nobil donna_

CONTESSA SILVIA PASOLINI BARONI

BASSANO.

VIII.

VILLA ADELE, MADESIMO, 20 LUGLIO 1905.

VIII.[26]

_Cara contessa Silvia_,

Oggi il cielo, la terra e quasi l'anima mia sorridono un ineffabile

sorriso[27] di primavera; e vogliono che io Le scriva.

Ma che dirLe che risponda a quel che mi suona dentro? Nulla più di

quello che Ella sa.

Non però che sia sempre così; ieri, e poco prima, la tempesta era nel

cuor mio. Vedevo tutto nero; e il non poter camminare come prima mi

dava la morte nel cuore.

Oggi il mio spirito si è rialzato, e profitto del tempo benigno per

mandarLe un saluto dall'anima.

L'Elvira[28] ed io non facciamo che pensare e parlare di Lei; e il

sorriso e lo spirito soave[29] della fata bianca è il principio e il

termine d'ogni nostro pensiero.

InvitarLa a venir quassù sarebbe oggi un'illusione, perchè è

letteralmente tutto pieno; ma appena si potrà, io Le scriverò

fulmineamente; ed Ella verrà, perchè senza di Lei non vi è luogo bello,

ed Ella ha il potere, con la parola e co'l sorriso, di far più bello

l'aspetto delle cose.

Dove è ora? Dovunque Ella sia, il mio cuore è con Lei.

Mi ricordi a cui crede che il mio ricordare piaccia. A Lei credo prima

che a tutti.

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla n. d. contessa_

SILVIA BARONI PASOLINI

FAENZA.

IX. MADESIMO, 9 AGOSTO 1905.

IX.[30]

_Carissima contessa_,

Se mi sarà dato di finire questa mia avanti che annotti, essa Le verrà

sollecita annunziatrice di una mia gita (quarta o quinta) allo Splugen.

Il cielo era una benedizione di Dio sulla natura, e la terra un

rendimento di grazie, e l'anima mia pacata nella pacifica armonia dei

versi virgiliani.

Quanto e come soavemente mi facevano pensare quei versi, su quei monti!

Ma verso sera mutò il paesaggio e l'anima. Le basti ch'io non ho mai

chiuso un occhio la notte, e da ciò indovini lo stato dell'anima mia.

Ciò non ostante stamattina, grazie a Dio e a Virgilio, ero di nuovo

in pace con la natura e con me. Quanta pietà nelle parole dei Troiani

sbattuti dal naufragio!

«Dî tibi, si qua pios respectant numina, si quid

Usquam justitia est, et mens sibi conscia recti,

Praemia digna ferant. Quae te tam laeta tulerunt

Saecula? qui tanti talem genuere parentes?»[31]

Glieli ho scritti in latino, perchè Ella si avvezzi a leggerli e a

ripeterli latinamente. Nessuno ha scritto versi latini così belli come

Virgilio: un tempo pensavo che Orazio, ma ora no.

Io La raccomando ai versi virgiliani che La accarezzino con la loro

armonia, e Le facciano dimenticare la trista dissonanza delle cose.

E ora non ce n'entra più. È contento il Geròla della mia epistola

cretense?[32] Tanto meglio, benchè io non era competente giudice; ma mi

inspirò la pietà della gente veneta, così fida alle memorie d'Italia: e

con ciò, e con i saluti dell'Elvira[33] e con i miei saluti, La lascio

nel pensiero di Virgilio e nel mio.

GIOSUE CARDUCCI.

Ricorderò i ricordati da Lei allo Zanichelli; Ella mi ricordi

strettamente ed affettuosamente a Sua madre.

_Alla nobil signora_

LA CONTESSA SILVIA PASOLINI-ZANELLI

BASSANO VENETO.

X.

BOLOGNA, 14 OTTOBRE 1905.

X.[34]

_Molto amata contessa Silvia_,

Un gran dire della mia cera. Un miracolo: portenti. Ma intanto co'l

pretesto di rendermi la forza e l'attività d'un tempo, il dottore

Boschi[35] mi relega a due o tre giorni di letto forzato: e viene

troppo spesso a visitarmi. Io non ho cagione di lamentarmi; ma pur

troppo mi sento debole debole debole, come gli entusiasti della mia

salute pur dicono. Parliamo d'altro.

Mi è ricapitato sott'occhio un ricordo a me carissimo: un album

della città di Faenza, con le firme dei cittadini, e con inscrizioni

significantissime. Quanti nomi a me cari di uomini animosi e valenti e

di gentili donne: che belle ore mi ricordavano!

In capo a tutti mi salutò e mi parlò al cuore il nome Vostro,

nobilissima Silvia, «_Sylvia dulcis_». E mi destò la speranza di

vederVi presto.

«Instar veris enim vultus ubi tuus

affulsit populo, gratior it dies

et soles melius nitent».[36]

Addio. Ave et salve.

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla n. d. sig.ra contessa_

SILVIA PASOLINI-ZANELLI

CESENA.

XI.

BOLOGNA, 19 NOVEMBRE 1905.

XI.[37]

_Contessa Silvia molto amata_,

Non posso far a meno di esser triste oggigiorno. È morto il mio vero

amico Giambattista Gandino. Fu il primo che conobbi in Bologna nel

1860.[38] Quanti anni, quanti dolori, e quanta fedeltà! Il latino e

l'amicizia, due immutabili passioni dell'animo suo. Dall'amicizia sua

non mi venne mai un turbamento; fu il re del latino puro: questa la sua

vita nel rispetto mio. Peccato che Voi non l'abbiate conosciuto!

Ecco la mutazione per il _Vere Novo_.[39] Mutato nel verso secondo

così: «_Sorride e chiama_»;[40] il verso sesto dica così: «_E guarda

gli occhi, candida Silvia, tuoi_». Così tutto va bene; immagine, metro

e verità.

Oggi è una giornata orribile. Il barometro si abbassa fino all'anima

e proibisce di pensare. Spero che costassù in montagna l'aria sia più

pura: qui pesa sul capo e sul cuore. Ahimè! oggi sto male. Passate i

miei saluti affettuosi alla signora Marina e al conte, e addio.

Salve et vale.

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla signora_

CONTESSA SILVIA PASOLINI-ZANELLI

BASSANO VENETO.

XII.

BOLOGNA, 28 NOVEMBRE 1905.

XII.[41]

_Signora contessa Silvia molto amata_,

Questa volta voglio parlarVi di studî. Ho comperato due libri

nuovissimi a un tratto: la _Congiura di Catilina_, e.... indovinate?...

_Elvira_, amore di Lamartine.

L'Elvira a me e al mio compartecipe[42] non fa la figura di bellezza

che rinnovò l'arte moderna: anzi!... Ma ciò non toglie che la poesia

da lei inspirata non sia la più bella poesia francese. Non mai quella

lingua, che par negata alla poesia, ebbe inspirazioni così di cuore

come _Le Lac_, che certo è la più bella poesia sentimentale moderna.

Non mai inspirò così profondamente un lamento così mesto e così sentito

come nel _Crucifix_. Tutto è finito: poesia, inspirazione e sentimento.

Ma ciò non impedisce che sia stato un movimento profondamente

sentito.[43]

La _Conjuration de Catilina_ di G. Boissier è storia romana: sempre

vera, sempre nuova e sempre bella.

E ora d'altro. Cioè del vostro piede, che deve essere affatto guarito

e padrone di sè: Voi non me ne dite abbastanza, ma io immagino che sia

così; vi sento intonata in altra guisa.

Salutatemi la Vostra piccola amica tedesca[44] e la vostra gran madre

contessa Marina, le quali mi hanno messo in testa questa leggiadra

notizia. E Voi pregate che co' miei malanni mi seguiti sempre il buon

umore che ho oggi, il quale in gran parte, anzi tutto, mi viene da Voi.

Grazie. Salve et vale.

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla signora_

CONTESSA SILVIA PASOLINI-ZANELLI

BASSANO VENETO.

XIII.

BOLOGNA, 29 NOVEMBRE 1905.

XIII.[45]

_Signora contessa Silvia molto amata_,

Una gentile e pia necessità (che tale parrà anche a Voi) m'impone una

impronta sollecitazione anche a Voi.

La società scolastica che in Graz s'intitola del mio nome, mi chiede

un mio ritratto per collocarlo in luogo di onore. Fosse una solita

domanda, e de' soliti, non risponderei. Ma qui bisogna che mi rivolga

a Voi, perchè m'impetriate dal gentile artista di Cesena[46] una

copia di quella che a me pare bellissima (e so che pare anche a Voi)

fotografia. Spesa qualunque siasi, a conto mio. Vi prego di mandar qui

per la firma necessaria. Figuratevi che devo andare in mezzo a Mazzini

e a Garibaldi: ahi, quanto e immeritato onore! Fate Voi almeno che io

figuri bene: io Vi dovrò anche questo. Non Vi dico che mi perdoniate;

troppo Vi conosco: amatemi un poco di più.

Vostro

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla signora_

CONTESSA SILVIA PASOLINI-ZANELLI

BASSANO VENETO.

Da un carteggio inedito · 第 3 / 4 段