A questa lettera il Carducci unì un articolo, ritagliato

dall'_Avvenire d'Italia_, giornale bolognese, intitolato

«_Traveggole socialiste intorno a Giosue Carducci_», nel quale

è detto che l'_Avanti_ riporta dall'_Asino_: ... «che il poeta

è ridotto quasi ad uno stato d'incoscienza, e che i preti

approfittano del suo stato per invaderne la casa in attesa di

confessarlo moribondo...». In margine a tale articolo il poeta

dettò le parole seguenti:

E dire che son per riprendere i miei lavori, perchè il Boschi è

ammirato della mia salute! G. C.

XIV.

BOLOGNA, 2 DECEMBRE 1905.

XIV.[47]

_Signora contessa molto amata_,

Già fin da ieri il Bacchi della Lega deve aver significato al signor

conte la indegnazione mia per quello che il giornale aveva scritto,

a proposito di cose mie, su Voi, etc.[48] E come Voi usate dire, la

_pitantana_[49] mi aveva colto sul serio; e chi sa che cosa avrei

scritto a quei cialtroni, degno di loro e dell'ira mia; se poi

uomini di senno, e voglio contare specialmente in questa categoria

il Bacchilega, non mi avessero persuaso che erano parole spese

inutilmente, e che nessuno badava a quel che era scritto in quel

giornale, e che quella turba di mascalzoni non vale il

«. . . . . fango che mi lorda i piedi».[50]

Vili, dire che Voi siete mossa da _uno scopo occulto di tenerezze

devote_, per un'onorificenza di Corte! Io non conosco donna superiore

a Voi nel disprezzo di simili sciocchezze. E parliamo, alla fine,

d'altro.

Grazie di quello che farete con Casalboni;[51] grazie per me e per

gli amici d'oltre i confini; specialmente per essi, che me potrebbero

lasciare da parte. Dunque sarà una bella fotografia, che farà onore al

mio ceffo; e, fuor di scherzo, all'arte cesenatica. Grazie, grazie,

grazie. Onorate Voi quella degna Cesena, che tanto mi favorisce;

onoratela e ringraziatela.

Voi mi dite, scrivetemi e consolatemi di Voi. Se per consolarVi vi può

piacere che io dal medico Boschi sia trovato sempre più valido, ciò Vi

consoli: quanto a me, io altrove cerco la mia consolazione, e Voi ben

lo sapete. A proposito: come va il vostro piede? Sempre meglio, non

è vero? Io e i vostri migliori amici sempre attendiamo che il conte

vi riconduca alle nostre parti, ma rispettiamo i sentimenti di vostra

madre, alla quale affettuosamente mi ricordo.

Addio. Lasciate la _pitantana_, vocabolo che non piace punto a

Bacchilega, nè a me. Salve et vale.

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla signora contessa_

SILVIA PASOLINI-ZANELLI

BASSANO VENETO.

XV.

BOLOGNA, 5 DECEMBRE 1905.

XV.[52]

_Signora contessa Silvia molto amata_,

Oggi spedisco a Graz il mio ritratto, da accompagnarsi a quello dei

veramente illustri e sacri:[53] ho scritto ai giovani che l'opera è di

artista _italiano_, Casalboni; che vien loro in dono da gentildonna

_italiana_, Silvia etc. Così il dono sarà più accetto e più gentile.

Questo voglio che sappiate subito tanto Voi, che l'artista.

Ahimè! che brutta giornata! involuta di tenebre e di nebbia, quale da

ormai due mesi è ridotta l'anima mia.

«Ma ci fu dunque un giorno

Su questa terra il sole?

Ci fur rose e vïole,

luce, sorriso, ardor?

«Ma ci fu dunque un giorno

la dolce giovinezza,

la gloria e la bellezza.

Fede, virtude, amor?»[54]

Pare che ci fossero; almeno io le ho cantate. Nel _tedio invernale_

presente non pare davvero che ci siano. Sbaglio: sono nell'anima

vostra.

Salve et ave.

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla contessa_

SILVIA PASOLINI-ZANELLI.

BASSANO VENETO.

XVI.

BOLOGNA, 23 DECEMBRE 1905.

XVI.[55]

_Signora contessa Silvia molto amata_,

Voglio fare le mie confessioni; cioè vo' dir cose che, dopo morto,

tolgano ogni dubbio del come io pensassi e credessi.

Cominciamo dal principio; da Dio, o da chi è tenuto Dio.

Poco più che ragazzo cominciai un inno a Cristo, così:

«Io non so chi tu sia, nè per che modo

Venuto se' quaggiù.....»

applicando a Cristo i versi che Dante poneva in bocca ad Ugolino.[56]

Uomo fatto, rincarai con parole mie proprie quel che avevo accennato di

sbieco, segnatamente nella _Chiesa gotica_:

«O inaccessibile re degli spiriti,

tuoi templi il sole escludono.

Cruciato martire tu cruci gli uomini,

tu di tristizia l'aër contamini»;[57]

e nelle _Fonti del Clitumno_:

«. . . . . . . . . . un Galileo

di rosse chiome il Campidoglio ascese,

gittolle in braccio una sua croce e disse:

— Portala, e servi —».[58]

E certo sono cose forti e indimenticabili. Confesso che mi lasciai

trasportare dal principio romano, in me ardentissimo: e fu troppo. Ma

quasi al tempo stesso soavi cose pensai e scrissi di Cristo:

«Oh, allor che del Giordano ai freschi rivi

traea le turbe una gentil virtù etc.»[59]

Resta che ogni qual volta fui tratto a declamare contro Cristo, fu per

odio ai preti; ogni volta che di Cristo pensai libero e sciolto, fu mio

sentimento intimo. Ciò non vuol dire ch'io rinneghi quel che ho fatto:

quel che scrissi, scrissi; e la divinità di Cristo non ammetto. Ma

certo alcune espressioni son troppo; ed io, senza adorare la divinità

di Cristo, mi inchino al gran martire umano.

Questo voglio che si sappia, e lo scrivo a Voi, perchè capace di dirlo

apertamente.

Vedete che m'è venuta voglia di scrivere, oggi.

Il vostro

GIOSUE CARDUCCI.

Pensieri della vigilia di Natale, che ho sempre avuto, e da tenerne

conto.

G. C.

_Alla contessa_

SILVIA PASOLINI-ZANELLI

FAENZA.

XVII.

BOLOGNA, 27 DECEMBRE 1905.

XVII.[60]

_Signora contessa Silvia molto amata,_

Che bel passeggiare, arridendo il variato sole di primavera, su per

i colli dell'amenissimo Lizzano; o anche discendendo verso il piano!

Affacciandosi questa visione agli occhi e all'animo conturbati da

questa nebbia brumale, più triste è il tristissimo decembre. Torneremo

mai sui colli di Lizzano? O al bellissimo Bertinoro? Io per me dubito.

Mi contenterei per ora, e anche per allora, di ritrovarmi nella bella

saletta di Faenza, dove mi guardano tanti visi ch'io non conosco,

e pure amo; o nel salone, dove tante cose possono essere cantate

e suonate con musica melodia. Tacendo, nel mio silenzio mi pare di

ascoltare e d'intendere. Ahimè! Inteso bene che tutto sarebbe allegrato

e fatto vivo dall'aspetto e partecipazione della signora. Voi dareste

la vita vera a quell'ignoto ch'io medito, che io sento, e che potrei

anche rappresentare.

Questa divagazione malinconica mi fa meno uggiosa la triste nebbia.

Se Voi foste qui e parlaste, svanirebbe affatto. Ma io voglio venire a

Faenza.

Ricordatemi il nome della signora che mi mandò il salmone; l'americana

famosa che parla e scrive così bene l'italiano.[61] Bisogna che le

risponda.

Addio, addio; con l'anima profondamente contristata, in mezzo alla

gioia apparente, dalla morte di Severino Ferrari:[62] grande ferita nel

mio cuore!

Addio, cara signora ed amica dolcissima. Voi mi intendete.

Il vostro

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla signora contessa_

SILVIA PASOLINI-ZANELLI.

FAENZA.

XVIII.

BOLOGNA, 11 APRILE 1906.

XVIII.[63]

_Signora contessa Silvia molto amata,_

Siete tornata a Faenza, nella dolce dimora in cui vi ho sempre vista

io. Quella dimora è sacra per me; e deve essere anche per Voi. Quante

rimembranze soavi vi rifioriscono nell'anima! Se avessi lo stile

prezioso, oh quanto vi rifiorirei! Ma l'affettuoso è stile molto

più nobile del prezioso, e con questo seguito a scrivere. Invano

Voi fareste opera di chiamarmi alla preziosità. «Io sento e dico e

rappresento il vero». Oh che bel verso! «_Quidquid conabar dicere,

versus erat_». Così avveniva al fiorito Ovidio:[64] ma l'intima

eloquenza del cuore commosso non era con lui, nè era da lui. Non vorrei

fargli torto, se per lui mi sovvenissi i Marini e l'adorato D'Annunzio.

Per quanto adorato? Perchè adorato? E come adorato? Problemi a cui

sarebbe facile rispondere, se io avessi voglia di rompermi il capo

con la poesia moderna. E già! V'è poesia moderna? E ciò che porta quel

nome, lo merita? Io più che invecchio, più penso che no. E forse è una

malinconia della vecchiaia.

Pensateci e rispondetemi. EccoVi dato l'argomento a una bella lettera.

La quale, e tutto quello che viene da Voi, io aspetto con desiderio e

affetto infinito.

Intanto Vi saluto.

Vostro

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla signora contessa_

SILVIA PASOLINI-ZANELLI

FAENZA.

APPENDICE

_Quest'Appendice contiene_:

1º _Una lettera con la quale Giuseppe Torquato Gargani accompagnava nel

1856 a don Luigi Bolognini in Faenza il dono della sua_ dicerìa: «Di

Braccio Bracci e degli altri poeti odiernissimi», _stampata a spese

degli_ «amici pedanti». _Questa lettera, inedita e gentilmente a noi

comunicata dagli eredi della famiglia Bolognini, è un'eco così viva e

sincera delle prime lotte letterarie del Carducci, alle quali abbiamo

accennato nella_ «Prefazione», _che ci è parso prezzo dell'opera non

defraudarne il lettore._

2º _Una commovente e preziosa notizia sui soggiorni del Carducci a

Madesimo, nell'agosto del 1904 e del 1905, inviataci con somma cortesia

dall'illustre prof. Flaminio Pellegrini, della r. Università di Genova;

al quale ci è caro di porgere pubblicamente i più vivi ringraziamenti._

GIUSEPPE TORQUATO GARGANI A DON LUIGI BOLOGNINI, IN FAENZA.

_Mio caro Gigi,_

È troppo tempo che non ho tue nuove da te; fa' di scrivere come prima

potrai. Io sto benissimo, e sento la vita ora che sono in guerra con

tutti i poetini e prosatorucci di Firenze. Ti mando con questa una

mia dicerìa: hoc fonte derivata clades. È una canzonatura da cima

a fondo, che ha fatto rider me, scrivendola; e molti dotti davvero,

leggendola. La leggerai anche tu, e daraimene il parer tuo. La darai

a don Lanzoni[65] e al Minardi,[66] i quali carissimamente saluto.

Oh, se sentissi cosa dicon di me questi giornali infranciosati!

Credo d'aver fatto la bocca larghissima a riderne, e figurati che han

pubblicato ch'io sono impazzato e messo all'ospedale, e che settimana

per settimana daran le mie nuove alla gente. Perdio! l'è una critica da

fare i capelli bianchi. E per di più han citato minchionando due versi

per miei, i quali io non scrissi mai: bravi i birbanti b.....! A me

par d'essere altr'uomo, e son contento che la dicerìa abbia fatto quel

che doveva tare, e gongolo delle fiacche furie e dell'escandescenze

sguaiate di cotesti pigmei, i quali han fatto veder chiaro che li

ho arrivati nel vivo. Per le vie è un domandare: è quello l'autore

della dicerìa? e chi compate, chi gabba, chi guarda in cagnesco, chi

sogghigna, chi loda: ed io rido di tutti. Così è, mio caro Gigi; io

quietissimo e umilissimo omiciattolo ho messo sossopra la repubblica

letteraria in Toscana e fors'anche fuori. Gli amici, che a loro

spese hanno stampato il mio scritto, si sono riuniti in una specie

di accademia,[67] e faranno battaglia a corpo morto contro tutte le

romanticherie e tutti i capricci infranciosati, inglesati, intedescati:

son pochi, ma hanno fegato e lombi italianissimi. Era tanto che costoro

facevano i demagoghi: anche la pazienza ha un confine, e bisognava che

qualcuno salvasse l'antica fama del senno fiorentino messa in terra da

questi m.... L'abbiamo fatto noi; non benissimo, per manco di sapere;

ma con il calore di giovani amantissimi dalla maestosa letteratura

italiana: la volontà scusi la debolezza della natura. Tu scrivi e

seguita ad amare il tuo fratelluccio _impazzato_. Saluterai la gentile

signora contessa Pasolini[68] e il signor conte.[69] Se credi bene,

fa' leggere la dicerìa al conte Antonio[70] e al conte Francesco,[71]

a' quali ricorderai la mia servitù. Se conosci o a Faenza o a Forlì o

a Bologna qualche buon letterato, dillo, che glie la manderemo, perchè

desideriamo che giri. Ho veduto Ghinassi,[72] c'ora è in Livorno.

Ricordami ai buoni Farina,[73] scusandomi se non scrivo per essere

occupatissimo in lavori e battaglie. A settembre (se non mutan le

cose) vo con una signora maestro per sei anni a Montegemoli, presso a

Volterra.[74] Ti saluto e ti abbraccio.

20 luglio 1856.

G. T. GARGANI.

SU 'L CARDUCCI A MADESIMO NELL'AGOSTO DEGLI ANNI 1904 E 1905.

A Madesimo, sullo Spluga, nel mese d'agosto del 1904 e del successivo

anno 1905, ebbi l'inesprimibile conforto di ritrovarmi a lungo col

Carducci, che mi fu maestro a Bologna dal 1887 al 1890, e che, da

allora, m'onorò sempre d'affettuosa benevolenza.

L'amenissimo soggiorno, nel 1904, giovò sensibilmente alla stanca sua

fibra. Sui primi del mese, già ritemprato dalla breve permanenza, potè

riprendere persino le sue gite mattutine, lungo il sentiero alpestre

della Motta, tra il folto degli abeti, fino a un rustico sedile d'onde

tutto si domina il magnifico paesaggio.

Lassù con intensa commozione lo udii recitare a memoria passi della

_Divina Commedia_, odi di Orazio: e, notevole a dirsi, la voce del

Poeta, d'ordinario sì impedita dal male, riprendeva nella recita dei

versi la franchezza, l'intonazione indimenticabile dei giorni migliori!

In quello scorcio d'estate non solo mi dettava senza pena le sue

corrispondenze, ma rivide bozze di stampa, e con mano malferma reggeva

Egli stesso la matita, per prendere numerosi appunti leggibili quasi

solo da Lui.

L'anno appresso, purtroppo, l'infermità aveva fatto progressi

desolanti. Brevissime passeggiate, quasi sempre malinconiche e

silenziose: agli stentati colloqui alternava lunghe letture di

Virgilio, interrotte da periodi tristi di raccoglimento interiore. Ma

il suo grande spirito, posso attestarlo con piena sicurezza, era vigile

sempre, e le ricordanze si mantenevano prodigiosamente tenaci, sia che

rievocasse con una parola scultoria uomini e cose, sia che tornasse con

freschezza mirabile a citazioni erudite, o che lo spunto d'un verso gli

richiamasse poesie proprie ed altrui.

In presenza d'estranei, ormai, evitava quasi del tutto di parlare.

Invece proseguì a dettarmi non di rado lunghe lettere degne della

grande arte sua, senza una pausa, senza correzioni, senz'altra fatica

salvo quella di vincere la difficoltà vieppiù grave della pronunzia

malfida.

Ricordo l'estremo saluto accorato a Giuseppe Chiarini, in una lettera

commoventissima del giorno 11 agosto 1905, pubblicata nella _Nuova

Antologia_ (1º aprile 1907, p. 390). Ricordo che si valse ancora

altra volta, come aveva già fatto nell'anno precedente, della mia

mano _discreta ed amica_ — così degnavasi di chiamarla — per mandar

novella de' suoi pensieri dolenti alla contessa Pasolini, inclita

Donna consolatrice. Ricordo.... e con un sussulto nell'anima mi veggo

d'accanto la bianca testa pensosa del Poeta, nella vasta camera tutta

luce di Villa Adele, ove Lo baciai vivo per l'ultima volta!

FLAMINIO PELLEGRINI.

INDICE

PREFAZIONE. _Giosue Carducci e la Romagna_ Pag. 1

LETTERE DI GIOSUE CARDUCCI.

LETTERA I Madesimo, 18 luglio 1897 » 79

» II Madesimo, 12 settembre 1897 » 83

» III Bologna, 12 gennaio 1898 » 87

» IV Bologna, 19 giugno 1902 » 93

» V Madesimo, 27 luglio 1902 » 97

» VI Bologna, 8 luglio 1904 » 101

» VII Madesimo, 24 agosto 1904 » 105

» VIII Madesimo, 20 luglio 1905 » 109

» IX Madesimo, 9 agosto 1905 » 113

» X Bologna, 14 ottobre 1905 » 119

» XI Bologna, 19 novembre 1905 » 123

» XII Bologna, 28 novembre 1905 » 129

» XIII Bologna, 29 novembre 1905 » 135

» XIV Bologna, 2 decembre 1905 » 139

» XV Bologna, 5 decembre 1905 » 145

» XVI Bologna, 25 decembre 1905 » 149

» XVII Bologna, 27 decembre 1905 » 155

» XVIII Bologna, 11 aprile 1906 » 161

APPENDICE.

Giuseppe Torquato Gargani a don Luigi Bolognini

in Faenza » 169

Su 'l Carducci a Madesimo nell'agosto degli anni

1904 e 1905 » 175

ERRATA-CORRIGE

A pag. 33, linea 10 — Invece di «_maggio 1907_» leggasi «maggio 1897»

_Finito di stampare il 12 decembre 1907_ dall'editore LICINIO

CAPPELLI, previo accordo con la DITTA ZANICHELLI

di Bologna, _rilevataria del diritto di pubblicazione

dell'epistolario carducciano._

NOTE:

[1] È interamente di mano del Poeta.

[2] Trattasi della fotografia della chiesa di Polenta, fatta dal

Casalboni di Cesena.

[3] Orazio, _Carmina_, lib. IV, ode seconda, 30-31.

[4] Proprio allora il Poeta stava meditando e componendo la

meravigliosa ode «_Alla chiesa di Polenta_».

[5] È il conte Pier Scipione Pasolini Zanelli, immaturamente rapito

all'affetto de' genitori e del Carducci il 28 decembre 1898.

[6] Nazzareno Trovanelli di Cesena, «buon cittadino e buon letterato

— scrive il Carducci nelle note alle _Rime e Ritmi_, _Poesie_, p.

1034 — di cui sono notevoli parecchie traduzioni dal Tennyson e dal

Longfellow».

[7] È interamente di mano del Poeta.

[8] L'ode «_Alla chiesa di Polenta_».

[9] Il _cipresso di Francesca_, che ancora non era stato colpito dal

fulmine.

[10] È interamente di mano del Poeta.

[11] È una specie di vino nero romagnolo.

[12] Don Luigi Zattini Brusaporci, allora arciprete della chiesa di

Polenta, ed oggidì di quella di Bertinoro.

[13] Sono i lavori de' secondo periodo dei restauri della storica

chiesa.

[14] È la contessa Vittoria Aganoor-Pompily.

[15] Augusto Farini di Ravenna, uomo d'ingegno molto e di molto cuore,

morto nel 1906.

[16] Su le ragioni che indussero il Carducci a rifiutare la cattedra

dantesca, instituita nell'Università di Roma con legge 3 luglio

1887, ed in allora offertagli dal ministro Coppino, vedi il Chiarini,

_Memorie della vita di G. C._, pp. 170-4. Questa lettera ci rivela che

nel 1898 il ministro (Guido Baccelli) ripetè l'offerta inutilmente, e

conferma ciò che a dì 8 ottobre 1887 il Poeta avea scritto al Chiarini:

«Sono stanco, stanco, stanco di fare il professore........».

[17] È interamente di mano del Poeta.

[18] L'illustre scultore, prof. Francesco Ierace, autore del monumento

a Pier Scipione Pasolini Zanelli nel cimitero di Faenza, avea chiesto

al Poeta, per mezzo della signora contessa Pasolini, un'epigrafe da

porre sotto il busto di Umberto I, che dovea inaugurarsi a Pizzo di

Calabria.

[19] Cfr. _Confessioni e Battaglie_ (serie seconda), Bologna,

Zanichelli, 1902, pp. 127 e sgg., 141 e sgg.

[20] Vedi l'epigrafe per Pier Scipione Pasolini Zanelli, in _Prose_, p.

1475 (Bologna, Zanichelli, 1902).

[21] Interamente autografa, e scritta a _lapis_, tranne l'indirizzo

sulla busta, ad inchiostro e di altra mano.

[22] Di mano del dott. Alberto Bacchi della Lega, segretario

particolare ed amico affettuosamente fedele del Poeta. Le parole in

fine della lettera «_suo di cuore_» e la firma sono autografe.

[23] Invece di «_piaccia_» aveva prima dettato la parola «_torna_», poi

cancellata.

[24] D'altra mano da quella del Poeta, e forse del figlio

dell'albergatore. Le parole in fine della lettera «_La saluto di mia

mano_» e la firma sono autografe.

[25] È la signora contessa Marina Baroni Semitecolo, madre della

contessa Silvia.

[26] D'altra mano da quella del Carducci, e forse del figlio

dell'albergatore, tranne la firma, che è autografa.

[27] L'amanuense aveva scritto: «_in un affabile sorriso_»; e il Poeta

corresse di sua mano: «_un ineffabile sorriso_».

[28] La consorte del Poeta.

[29] Invece di «_soave_» avea prima dettato «_benigno_», poi cancellato.

[30] Di mano del prof. Flaminio Pellegrini, tranne la firma, che è

autografa. Vedi _Appendice_, p. 178.

[31] _Eneide_, I, 603-606.

[32] Allude ad una lettera da Lui scritta al dott. Giuseppe Geròla,

che gli avea inviata in omaggio una sua opera sugli scavi nell'isola di

Creta, dallo stesso Geròla sapientemente diretti.

[33] È la consorte del Poeta.

[34] Di mano del cav. Giulio Gnaccarini, genero del Poeta, tranne la

firma, che è autografa.

[35] Egregio medico curante del Carducci.

[36] Orazio, Carmina, libro IV, ode quinta, 6-8.

[37] Di mano del dott. Alberto Bacchi della Lega, tranne la firma, che

è autografa.

[38] Il Gandino, illustre professore di lettere latine nella r.

Università di Bologna, morì il 15 novembre 1905. Narra il Chiarini

(_Memorie della vita di G. C._) che il Carducci, arrivando a Bologna

la sera del 10 novembre 1860, «trovò ad aspettarlo all'ufficio della

diligenza Emilio Teza che, nominato professore anche lui in quella

Università dal Mamiani, lo avea preceduto di qualche giorno». E col

Teza ebbe il Poeta in Bologna stretta consuetudine, prima di farsi

amico d'altri. Ciò non contraddice punto a quanto il Carducci qui

afferma, intendendosi bene che quella del Teza era amicizia anteriore

all'andata del Poeta a Bologna; dove (dice il Chiarini, p. 179) «fece

presto la conoscenza di G. B. Gandino, di Pietro Ellero e di Enrico

Panzacchi».

[39] _Poesie_ (Bologna, Zanichelli) p. 898.

[40] Invece di «_chiama_» aveva prima dettato la parola «_canta_», poi

cancellata.

[41] Di mano del dott. Alberto Bacchi della Lega, tranne la firma, che

è autografa.

[42] Allude al suo ottimo segretario, spesso partecipe delle letture e

degli studî del Poeta.

[43] «Lamartine non gli andò mai giù» — scrisse, a proposito delle

letture che il Carducci faceva nella sua prima gioventù, Enrico

Nencioni nella lettera a Ferdinando Martini, intitolata _Consule

Planco_, e pubblicata nella _Domenica Letteraria_ del 30 aprile 1882.

Sembra, però, che il Carducci si ricredesse, se qui dà del Lamartine un

così lusinghiero giudizio.

[44] È la signorina Cathie Hold, di Monaco di Baviera.

[45] Di mano del dott. Alberto Bacchi della Lega, tranne la firma, che

è autografa.

[46] È il fotografo Augusto Casalboni, autore d'una serie di

riuscitissime, e ormai ben note, fotografie del Poeta.

[47] Di mano del dott. Alberto Bacchi della Lega, tranne la firma, che

è autografa.

[48] Si riferisce alla ingiusta accusa fatta da certi giornali alla

signora contessa Silvia Baroni Pasolini: che, cioè, ella tentasse di

convertire il Poeta alla fede cattolica.

[49] Vocabolo scherzoso del dialetto veneto, in senso di _collera,

sdegno_ e simili.

[50] Monti, _Sonetto satirico_ (Padre Quirino....), verso 14.º

[51] Vedi, a questo proposito, la lettera precedente.

[52] Di mano del dott. Alberto Bacchi della Lega, tranne la firma, che

è autografa.

[53] Vedi, a questo proposito, le due lettere precedenti.

[54] _Tedio invernale_, in _Poesie_ (Bologna, Zanichelli) p. 599.

[55] Di mano del dott. Alberto Bacchi della Lega, tranne la firma, che

è autografa.

[56] «..... in quell'anno (1857) io andavo pensando o andavo dicendo

di pensare un inno a Gesù con a motto un verso e mezzo di Dante, _Io

non so chi tu sia_ etc....» (_Le risorse di s. Miniato_, in _Prose_,

Zanichelli, Bologna, 1905, pp. 947-948)

[57] _Poesie_ (Bologna, Zanichelli) p. 817.

[58] _Poesie_ (Bologna, Zanichelli), p. 804.

[59] _Per Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti_, in _Poesie_ (Bologna,

Zanichelli) p. 415.

[60] Di mano del dott. Alberto Bacchi della Lega, tranne la firma, che

è autografa.

[61] È la signorina Francesca Alexander di Boston, italiana di

sentimento, artista e scrittrice ammirabile, che dimora a Firenze.

[62] Morì nella notte tra il 23 e il 24 decembre del 1905, nella villa

Sbertoli, casa di salute a Collegigliato presso Pistoia, ove trovavasi

in cura da circa due anni.

[63] Di mano del dott. Alberto Bacchi della Lega, tranne in fine la

parola «_Vostro_» e la firma, che sono autografe.

[64] Cfr. _Tristium_, lib. IV, X, 26.

[65] È il prof, don Filippo Lanzoni, ricordato nella «Prefazione».

[66] È forse Giuseppe Minardi, distinto letterato, padre dei viventi

ing. Tommaso ed Alessandro.

[67] È la compagnia degli «_amici pedanti_», composta del Carducci, del

Chiarini, del Gargani e di Ottaviano Targioni.

[68] Pazienza Pasolini dall'Onda.

[69] Benvenuto Pasolini dall'Onda.

[70] Antonio Gessi.

[71] Francesco Zauli-Naldi.

[72] È il cav. prof. Giovanni Ghinassi, di cui si è parlato nella

Prefazione.

[73] Sono Achille Farina, maestro di disegno, e l'avv. Ludovico, suo

figlio, ora a Londra.

[74] Vi stette, invece, soltanto dal 1856 al '58.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo

senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a

pag. 181 (Errata-Corrige) sono state riportate nel testo.

End of Project Gutenberg's Da un carteggio inedito, by Giosuè Carducci

Da un carteggio inedito · 第 4 / 4 段