riconoscenza sua al Poeta che tanta nominanza aveva aggiunta alla
città, nel cui territorio è s. Donato di Polenta; e nella seduta
plenaria del 23 marzo 1898, su proposta del consigliere ing. Giacomo
Fabbri, elesse il Carducci, con unanime consenso di voti, a cittadino
onorario. Alla comunicazione ufficiale, fattagliene con lettera del
20 aprile, il Poeta rispose il 23 dello stesso mese, dicendo d'aver
ricevuta la notizia con profondo sentimento di gratitudine, mescolata
di meraviglia e di tenerezza. «Di meraviglia — spiegò — perocchè io
non reputava mai aver fatto cosa da meritare tanto; di tenerezza,
perocchè da quando lessi il nome della vostra terra leggiadra nel poema
di Dante, la mia fantasia errò spesso intorno al colle che fu seggio
di virtù e di pregio negli antichi giorni che tutto il popolo era
cavaliere».
*
* *
Ma il ciclo degli avvenimenti e delle memorie carducciane attorno a
Polenta non era ancora conchiuso. Il 21 luglio di quel medesimo anno,
verso le ore sedici, un fulmine atterrava e schiantava miseramente
il solitario cipresso cui il Carducci avea dato, co' suoi versi, il
suggello della fama; onde nacque nel pensiero di molti, e specialmente
dei Pasolini-Zanelli, la gentile idea di ripiantare un giovine cipresso
nuovo, che sostituisse l'antico. Alla quale operazione si volle
presente ed auspicante il Poeta; e questi, accogliendo volentieri
l'invito, giunse a Cesena la sera del 24 ottobre, e salì subito alla
villa di Lizzano.
La mattina seguente Egli ed i suoi ospiti, accompagnati dal marchese
Alessandro Albicini e dall'avv. Trovanelli, si condussero a Fornò
o Fornovo, tra Forlì e Forlimpopoli, ad ammirarvi uno dei più bei
monumenti quattrocenteschi che si conservino in questa regione:
la magnifica chiesa rotonda, ciò è, che edificata nel 1450 da
Pietro Bianco da Durazzo, corsaro ridottosi a penitenza, con la sua
architettura, con le porte ogivali, co'l bellissimo sepolcro del
fondatore, con gli ornati, le figure, gli affreschi, sorge qual
gentilissimo fiore dell'arte italiana tra il verde della pianura
romagnola. Tornando da quella gita, fu fatta una sosta a Forlimpopoli,
per visitarvi la Scuola Normale che v'era stata instituita sopra tutto
per l'interessamento del Carducci, e della quale era, ed è tuttavia,
direttore egregio il prof. Valfredo, fratello del Poeta. Nel cuore
di quest'ultimo rifiorivano di certo i ricordi di altre sue visite
a Forlimpopoli, avvenute nell' '87 (quando primieramente gli fu
parlato della necessità d'una scuola normale in quella cittadina dal
suo discepolo Raffaele Righi, oggi professore di storia nel Liceo di
Ravenna); nell' '89 (quando già la detta scuola era stata eretta
dal Ministero dell'istruzione, anche per le sollecitazioni di Francesco
Torraca, provveditore agli studî in Forlì); in fine nel '94, dopo il
celebre discorso di s. Marino. Gli alunni della scuola vollero ora
amorosamente stringersi attorno al visitatore illustre, acclamandolo
a lungo; e l'alunno Virgilio Benini di Meldola disse qualche parola
di commosso reverente affetto, a cui rispose il Poeta stimolando que'
futuri maestri ad educare a nobili sensi la gioventù italiana.
[Illustrazione: Il vecchio «cipresso di Francesca».]
[Illustrazione: A Lizzano.]
Nel pomeriggio del 26 ottobre, finalmente, dopo esser tornati a
Polenta, ed aver veduto, con molto compiacimento, gl'iniziati lavori
del «campanil risorto», il Carducci e i suoi ospiti, circondati d'una
schiera d'amici e di popolani (v'erano il su detto marchese Albicini,
l'avv. Trovanelli, il pittore Gianfanti), salirono il colle di Conzano,
e sentirono in cuore la letizia dell'accomandare al culto ed alla
memoria de' posteri, riparando all'ingiuria della natura, il gracile
cipressetto co'l quale incominciava un ciclo di tradizioni nuove
innestate sulle tradizioni antiche. Erano ad attenderli il proprietario
della villa lì presso, conte Stefano Rusconi, l'ing. Aristide Fantini
(i quali tutto avean provveduto per la piantagione dell'alberello), e
il prof. Valfredo Carducci con le sue gentili figliuole. Nella larga
fossa, già aperta sul culmine del poggio, fu costrutta una specie
di piccola arca, entro la quale venne murato un tubetto di ferro
contenente una pergamena con le parole: «_26 ottobre 1898. Ripiantato
l'antico cipresso dell'ode a Polenta_»; sotto le quali il poeta avea
scritto di sua mano: «_Quod bonum felix faustumque sit_». E il Carducci
stesso, con la cazzuola del muratore, gittò sulle radici del cipresso
un pugno di terra.
Da Conzano la comitiva si recò poi a Bertinoro, dove il Consiglio
comunale, solennemente congregato, intendeva ricevere con tutti
gli onori il suo nuovo concittadino di elezione. La piccola città,
arrampicata leggiadramente sulle alture del bellissimo colle, parea
tutta rallegrarsi di quella festa intima e gentile; le vie erano
affollate di gente, le bandiere sventolavano alle finestre ed a'
balconi, la banda suonava nella maggior piazza. Nella sala del
Consiglio, gremita di consiglieri e di pubblico, erano allestiti i
seggi pe'l Carducci e per chi l'accompagnava; sopra un tavolino da
presso era, mimato in bellissima pergamena, il diploma latino della
cittadinanza bertinorese al Poeta. Al quale il sindaco Farini presentò
il diploma con un discorso veramente bello nella sua sobrietà. «Le
parole dell'epigrafe — disse fra le altre cose il Farini — furono nella
antica lingua del Lazio dettate da un distinto vostro alunno, il prof.
cav. Paolo Amaducci, bertinorese, che nomino qui a cagione di onore, e
furono vergate nella pergamena e illustrate da fregi da un altro vostro
ammiratore, che ha l'anima d'artista, il prof. Agostino Severi della
Scuola Tecnica di Cesena. La cornice che inquadra la pergamena deve poi
riuscirvi più cara in causa di un pregio singolare. Il cipresso, che
voi cantaste nell'ode alla chiesa di Polenta, fu nel pomeriggio del 21
luglio decorso colpito ed atterrato da un fulmine. Ebbene, il legno di
questa cornice è tratto da quel ceppo! Si direbbe quasi che la natura,
per unirsi alle acclamazioni del popolo, abbia detto al cipresso: Tu,
che avesti il vanto di essere cantato dal maggior poeta, hai vissuto
abbastanza! Colpito dal sacro fuoco del cielo, muori di morte gloriosa:
spogliati, e cedi le tue spoglie per onorare il poeta che ti cantò!»
Il Carducci, profondamente commosso, rispose con una felicissima
improvvisazione; nè fu possibile a' presenti, tutti assorti
nell'ascoltare, il raccoglierne le testuali parole. Pili tardi Egli,
cedendo alle preghiere degli amici, non isdegnò di ricostruire il suo
breve discorso, che qui riportiamo dal giornale «_Il Cittadino_» del 27
novembre 1898:
_«Signor sindaco,_
_signori consiglieri, cari cittadini,_
«Io, componendo i versi su la chiesa di Polenta, obbedii a un
segreto mio genio, il quale, ovunque la terra italiana mostra le
sue bellezze, ovunque la storia italiana parla con le sue memorie,
mi comanda di accogliere quelle memorie, di rendere quelle bellezze
con la parola ornata ed alata. Voi troppo superior premio voleste
concedere a' miei versi, e tale che mi è di massimo onore e di
tenero e cordiale compiacimento. Onore e compiacimento: perchè
Voi, o signori di Bertinoro, mostraste di saper apprezzare la
poesia nel modo più degno, quando riconosceste l'opera, quale a voi
parve che fosse, del poeta, chiamandolo a far parte della città,
conferendogli la fratellanza vostra: «Tu dicesti della patria cose
non indegne, tu sii de' nostri». — Ed è grande onore appartenere
a questa città, di cui sì belle sono le memorie nella cortesia dei
Comuni, sì nobili le traccie nelle vicende della cultura italiana,
sì raro e dignitoso il riserbo.
«Con isquisitezza poi di pensieri voleste adornare il vostro
benefizio, commettendo che l'atto consigliare col quale mi
conferiste la vostra onorata cittadinanza mi fosse rappresentato
in sì solenne e parca forma latina, pensata da uno de' vostri, con
sì prezioso adornamento di arte nostra italiana, lavorato da altro
de' vostri: verace testimonianza che nella vostra terra gentile è
più che mai verde, insieme con l'idea del bene, il fiore dell'arte
e della parola. Grazie di tutto cuore vi siano rese: tanto più
profonda e cordiale è la mia gratitudine, o cittadini, quanto
voi con questo vostro benefizio faceste più saldo e più intimo il
vincolo di affetto che mi lega fin da' miei giovani anni a questa
gloriosa Romagna».
Il 27 ottobre, dopo aver ammirati, nella insigne biblioteca
malatestiana di Cesena, i codici più pregevoli per antichità e per
vaghezza di miniature, e nella pinacoteca municipale i bei quadri del
Francia, del Sassoferrato, dell'Aleotti, Giosue Carducci facea ritorno
a Bologna; e lo accompagnavano la gratitudine e i voti di tanti cuori
che Egli aveva ormai a sè legati, indissolubilmente.
*
* *
Dalla fine del '98 in poi parve addensarsi sul capo glorioso del Poeta
e su quello degli amici suoi, una nube di dolori e di sciagure. Il
2 decembre di quell'anno moriva a Livorno, quasi a un tratto ed in
florida età, il prof. Carlo Bevilacqua, suo genero, lasciando la vedova
con cinque figli (ed è risaputo che il Carducci corse a prendere la
sua diletta Bice e i nipotini, e li collocò vicino a sè in Bologna,
provvedendo ad essi come meglio gli fu possibile); il 28 dello stesso
mese il conte Pierino Pasolini-Zanelli, colto da una strana improvvisa
malattia, cedea giovanissimo alla violenza del male, sì come fiore
reciso d'un colpo di su lo stelo, lasciando nello strazio e nel vuoto
d'una solitudine angosciosa i genitori, ormai orbati di tutti i figli
(e il Poeta ne fu profondamente percosso e addolorato); infine, la
mattina del 25 settembre 1899, Giosue Carducci medesimo veniva assalito
da quel male onde rimase impedito nel braccio e nella mano destra.
Ma sotto le ali gelide della sventura i cuori si raccolsero e si
strinsero insieme: e cominciò così tra il Carducci e la famiglia
Pasolini il secondo periodo della loro amicizia, che il dolore comune
avea resa più malinconicamente dolce, più tenera, più intensa che mai.
E quando, nel settembre del 1901, la pietà della madre e del padre
ebbe eretto nel cimitero di Faenza al povero Pierino quello squisito
ricordo marmoreo che uscì dallo scalpello dello scultore Ierace, Giosue
Carducci dettò per l'erma funeraria le parole dolenti: «_Ci fu mostrato
soltanto perchè la vita con lui paresse un dono benigno di Dio, e fosse
poi sconsolato deserto il vivere senza_».
Il 19 maggio del 1900 Egli e la signora Elvira, sua consorte, invitati
affettuosamente, giungevano a Lizzano; ed ivi passavano di poi circa
due mesi, in quella villa dove gli ospiti loro non osavano rimetter
piede dopo la scomparsa del figlio. Ma quasi tutti i giorni il
Poeta discendeva a Cesena, al palazzo Pasolini, per divider la vita
insieme con gli amici: e come Egli s'era assunto il còmpito pietoso
di ricondurre gl'infelicissimi genitori su 'l colle sereno dove tutto
parlava del giovinetto perduto, e di raddolcire co'l vigile cuore
l'inevitabile amarezza dei ricordi, così avvenne che un giorno Egli e
gli amici salirono a piangere insieme a Lizzano.
D'allora in poi, quasi ogni anno il Poeta fu ospite gradito, venerato,
idolatrato dei Pasolini, nella primavera e nell'autunno, un po' a
Faenza ed a Cesena, e molto a Lizzano; dove, tra le aure balsamiche e
il profumo de' fiori del dolcissimo colle, suo conforto e sua gioia,
la fibra robusta di Lui lottò vigorosamente contro i progressi lenti
ma inesorabili dell'infermità. Durante que' soggiorni, molte gite Egli
fece in carrozza od in automobile, accompagnato sempre da qualcuno de'
suoi ospiti, visitando partitamente, può dirsi, presso che tutta la
Romagna; e sia che da Faenza si spingesse tra i poggi fiorenti della
vicina Toscana, o, lungo il duplice infinito filare de' pioppi del
canal naviglio, fin verso l'Adriatico, là dove
«ondeggiante di canape è l'infido
piano che sfugge al curvo Reno e al Po»;
sia che da Lizzano risalisse più volte la conica altura di Bertinoro
e il «balcon di poggi» di Polenta; sia, infine, che si conducesse
lunghesso il corso del Savio, a visitar le allegre borgate limitrofe e
l'immensa distesa del
«. . . . . . . . dolce
pian cui sovrasta fino al mar Cesena»;
dovunque il paesaggio romagnolo fu il sorriso amoroso e gentile della
natura a Lui, che serenamente aspettava _la grande ora_. Così trovava
pace e ristoro ne' luoghi ameni che avea legati a sè con forte vincolo
di affetto e di gratitudine; il che si compiacea affermare e ripetere
di sovente Egli stesso, attribuendo graziosamente alla Romagna i versi
della _Leggenda di Teodorico_:
«. . . . . ed il bel verde paese
che da lui conquiso fu».
Il popolo di questa regione, al quale il Carducci divenne quasi
familiare, sebbene non potesse comprendere in tutte le sue parti ed in
tutta la sua profondità l'opera carducciana, mostrò sempre di sentire
la grandezza di Lui, e subì il fascino del suo genio; e dovunque Ei
passasse, si manifestava spontanea l'affinità d'animo tra quel forte
etrusco e questi romagnoli impetuosi, i quali l'impeto del cuore sapean
contenere questa volta, per un senso di delicatezza che si esprime, non
di rado, dagli uomini semplici e rudi, entro i confini del più profondo
rispetto: onde non acclamazioni troppo rumorose, nè ostentazione di
festeggiamenti, sì bene accoglienze schiette e modeste, ed un muovergli
incontro quasi timidamente, un salutar reverente, un guardarlo fiso
ed a lungo non tanto per curiosità quanto per ammirazione commista di
tenerezza.
Il 9 giugno 1900, adunque, il Poeta fu a Montiano, ove ammirò il
castello già de' Malatesta (oggi del principe Spada); l'undici
del mese stesso si recò a Savignano, ove, ricevuto dal consiglio
direttivo dell'accademia de' Filopatridi, della quale era presidente,
osservò la ricchissima biblioteca, e d'onde fu invitato dal marchese
Giuseppe di Bagno a salire fino alla sua magnifica villa; il 9 giugno
1902 si condusse al grazioso paese di Longiano, ed ossequiato dal
sindaco dott. Luigi Turchi e dalla intera giunta comunale, visitò
il castello e la biblioteca, fermando la sua attenzione specialmente
su le opere dell'umanista Fausto da Longiano; il 28 maggio 1903 andò
da Faenza a Modigliana, e quivi, accolto con molta festa dal sindaco
Enrico Fiorentini, dagli assessori del Comune, da' buoni ed ospitali
Modiglianesi, visitò la casa di don Giovanni Verità (il prete liberale
che salvò Garibaldi), e nell'albo dei documenti del risorgimento
scrisse con mano malferma: «_Tremante di commozione e di reverenza
segna presso questi sacri documenti il suo nome l'umile italiano Giosue
Carducci_»; il primo di giugno del medesimo anno fu al Borello, presso
a Cesena; nel giugno del 1904 visitò Cervia (facendo un'escursione
nella prossima pineta) e Rimini, ove ammirò di nuovo il magnifico
tempio malatestiano, trionfo dell'arte e dell'amore, esempio insuperato
dell'Umanesimo nostro; nell'autunno del 1905 si recò a Cesenatico, e
rivide Cervia, Montiano, Carpineta; infine, nella primavera del 1906,
rivide, ahimè per l'ultima volta!, Bertinoro e la sua diletta chiesa di
s. Donato di Polenta.
Non è da credere, però, che in cotali gite consistessero le sole
occupazioni sue, nè che la villeggiatura di Lizzano fosse per Lui di
riposo continuo ed assoluto.
Talvolta, è vero, Ei si godeva i cari ozî passeggiando, fidato al
braccio di qualcuno degli ospiti o degli amici, per i vialetti freschi
del parco, o conversava co' suoi compagni nella quiete raccolta de'
luoghi, od ascoltava silenzioso le voci misteriose della natura;
anche è vero che spesso, al primo chiarore dell'alba, dalla sua camera
passava nell'ampia e ridente terrazza ivi presso (alla quale è rimasto
il nome di _terrazza del Carducci_), e contemplava a lungo, assiso sur
una poltrona, la veduta stupenda del pian di Cesena, assistendo beato
al sempre nuovo spettacolo del sorger del sole dalle acque del mare
lontano: ma attendeva eziandio al disbrigo, come oggi si dice, della
sua corrispondenza, e persisteva tenacemente nel volersi occupare di
studî.
Il Poeta, in cui era sempre pronto il pensiero, sempre vigile la
memoria (e ben se lo sa chi lo vide scattare ad un cenno, ad un
ricordo, ad una parola che lo commovesse), parlava ormai, specie negli
ultimi due anni, tronco e breve; ascoltava più che non dicesse: sì
che, pur nell'intimità dell'amicizia, alle conversazioni animatissime
d'una volta supplivano in gran parte le letture. Aveva i suoi autori
preferiti, de' quali sembrava non saziarsi mai, e co' quali ritornava
a dilettazioni antiche, rivivendo così dolcemente nel passato. Non
di rado, adunque, seduto sull'erba fresca de' prati o all'ombra delle
querci che circondano la capanna rustica in conspetto dell'Adriatico,
ascoltò la lettura, fattagli amorosamente dalla contessa Silvia o da
altri, di classici italiani e stranieri, o dettò lettere in risposta
alle moltissime che anche lassù a Lizzano, come sempre e dovunque,
gli pervenivano. Così, per esempio, nel giugno 1904 rilesse non pochi
libri, tra cui le opere minori di Dante, e rivide le bozze di stampa
di qualche suo volume delle _Opere_, e compiè lo studio su la _Canzone
delle tre donne_ dell'Alighieri, dedicato poi a Cesare Zanichelli per
le nozze di sua figlia Luisa; e nell'autunno del 1906, in quello che
pur troppo fu l'ultimo suo soggiorno nella campagna cesenate, volle
riudire alcune novelle del Boccaccio (quelle, sopra tutte, che, come
ser Ciapelletto e frate Cipolla, sono una specie di anticipazione
volterriana), e taluni drammi dello Shakespeare. Interrogato quali
d'essi drammi preferisse (tolgo queste notizie dal _Cittadino_ del 28
ottobre 1906), rispose d'aver fermata la sua ammirazione segnatamente
su 'l _Re Lear_, su 'l _Macbeth_, su 'l _Giulio Cesare_; del
_Coriolano_, poi, aggiunse d'essersi sentito così preso, da giovine,
che ne tentò la traduzione in versi, giungendo fino alla metà del
secondo atto. Volle fossero riletti anche il _Mercante di Venezia_,
la _Tempesta_, l'_Enrico VIII_, tutti nella non bella, ma a bastanza
fedele traduzione del Rusconi; il _Cymbelino_, invece, fu letto nella
versione del Càrcano, de' brutti versi del quale volle rifarsi passando
poi subito all'_Agide_ di Vittorio Alfieri.
Talvolta anche, nella più stretta e dolce familiarità, «tra stuol
d'amici intemerato e casto», Egli, così impaziente delle adulazioni
e così schivo degl'incensamenti del mondo esteriore, non isgradiva
di sentir leggere alcuna delle sue poesie o delle sue prose, che gli
facessero risuonare nell'anima l'eco di tempi, di luoghi e di battaglie
lontane. Accompagnava allora la bella armonia con i gesti del braccio e
con l'accennare dell'indice della piccola mano, a guisa di chi dirige
un'orchestra; e se i versi erano patriottici o civili, s'illuminava
quasi d'un raggio divino, e sui lineamenti del volto passavano, come
su terso specchio, i segni della commozione interna: scuoteva la
testa leonina, ravvolgeva nervosamente la mano entro l'ampia arruffata
capigliatura, lampeggiava negli occhi, mentre non di rado due grosse
lagrime gli scendevano lente giù per le gote. Così lo abbiamo visto
durante la recitazione del _Piemonte_, o del _Cadore_, o dell'epodo per
_Monti e Tognetti_, o della divina ode _Alle fonti del Clitumno_; nè
mai il sublime spettacolo si cancellerà dalla nostra mente e dal nostro
cuore!
Uno de' conforti più efficaci fu a Lui, inoltre, durante la sua
permanenza presso gli amici, la musica. Ciò parrà inverosimile a chi
ricorda quel ch'Egli nel 1882 aveva scritto nella prefazione ai _Giambi
ed Epodi_ (_Opere_, IV, p. 157): «Quanto alla musica, io lascio sonare;
non me ne intendo; e più sonan forte, più mi piace: sono tedesco»; le
quali parole furono piuttosto una tal quale ostentazione bonaria di
ruvidezza esteriore, che non l'espressione esatta della sua attitudine
ad intendere l'arte divina dei suoni. Certo, mentre così diceva,
non mentiva a sè nè agli altri, da poi che la sincerità fu la norma
costante di tutta la vita sua: ma è un fatto che dovette parlare senza
conoscersi, senza, ciò è, sapere qual rispondenza alle voci misteriose
e profonde della musica avrebbe potuto avere l'anima sua, quand'ella vi
fosse stata predisposta ed educata. Al che molto gli giovò la compagnia
della contessa Silvia Pasolini, musicista e pianista veramente eletta;
onde a Lui avvenne come a tutti coloro che primieramente s'avviano
per i sentieri ignoti d'Euterpe: i quali, udendo in principio la
successione e la fusione dei suoni, non se ne sanno render conto, e
trovansi come disorientati e smarriti; ma quando vi abbiano assuefatto
l'orecchio ed educato lo spirito, sentono sorgere da' suoni forme
nuove di pensiero e di sentimento, le quali integrano, per così dire,
il linguaggio della parola, che è insufficente a significare tutte le
sfumature dell'anima. Non altrimenti — dice il Wagner — chi entra per
la prima volta nel bosco silente dalla tumultuosa città, è incapace
a percepirne i rumori; ma poi, raccogliendo l'orecchio, ne distingue
ognor più gradatamente i suoni più lievi.
[Illustrazione: Giosue Carducci ripianta il cipresso sul colle
di Conzano.]
Così il Carducci aprì l'anima alla musica, e n'ebbe dolcezza e ristoro
ineffabile; ed intese e gustò i classici e i moderni italiani e
stranieri: degl'italiani i più gloriosi, dal Pergolesi al Verdi; degli
stranieri Beethoven, Chopin e Riccardo Wagner.
A Longiano, nella gita del 9 giugno 1902, ascoltò rapito la musica
del secondo atto del _Tristano e Isotta_, suonata al pianoforte ed
accennata egregiamente con la voce dall'avv. Achille Turchi; a Faenza,
la sera del 15 novembre 1903, in una genialissima riunione artistica
in casa Pasolini, incoraggiò molto il giovine Balilla Pratella di
Lugo, di cui fu eseguita una notevole composizione per canto, piano e
violino, su l'_Ode alla chiesa di Polenta_; a Lizzano, il 21 settembre
1904, udì cantare da Alessandro Bonci la schietta romanza italiana
«_Tre giorni son che Nina_» del Pergolesi, e tanto si compiacque di
quella interpretazione patetica e gaia insieme che, sentendo fuse così
bene l'opera del maestro e quella del cantore, esclamò: «Sembra una
voce creata apposta per questa musica!». Ed in un albo, ove il Bonci
conserva le più preziose memorie, scrisse di suo pugno: «_Lizzano,
21 sett. 1904. Udita nella voce del Bonci la risorta musica del
Pergolesi_». Infine, più volte, a Faenza ed a Lizzano, ebbe l'anima
accarezzata e placata dal vibrante violino dell'illustre prof. Federigo
Sarti (che fu maestro ed amico affettuoso di Pierino Pasolini-Zanelli),
o da quello della giovanissima artista Antonietta Chialchia, allieva
del Sarti medesimo; alla quale volle, in segno di gratitudine, regalare
un suo ritratto con le parole autografe: «_Al mattino radiante il
tramonto brumoso. G. Carducci_».
*
* *
Così il Poeta trascorreva, dolcemente consolato, gli ultimi suoi
giorni; ed intanto, mentre qui in Romagna a Lui salivano, nelle forme
più semplici e pudiche, le manifestazioni d'amore di tanti popolani,
a Lui pervenivano anche i saluti, gli augurî, gli omaggi del mondo
civile. Da Terni gl'insegnanti secondarî e primarî; da Caserta gli
ufficiali di finanza; da Sarzana i commemoranti il centenario della
presenza dell'Alighieri; da Scarperia i celebranti il seicentenario
della fondazione di quel castello; da Faenza i maestri elementari e i
professori e gli studenti del Liceo-Ginnasio; da Cesena gli ammiratori
offrenti in un album artistico i ricordi della biblioteca malatestiana;
da Bologna i professori delle scuole medie adunati in solenne
congresso; persino dalla lontana Repubblica Argentina gl'Italiani ivi
residenti; da ogni terra, insomma, ed in ogni giorno in cui suonasse
un'alta parola, o si elevassero i cuori verso un'idealità pura e
gentile, giungevano al Grande Spirito che ancor vigilava, sì come al
nume tutelare della patria, invocazioni e preghiere d'assentimento e
d'incoraggiamento.