E la memoria del povero Caldesi fu rinverdita affettuosament

DA UN CARTEGGIO INEDITO DI GIOSUÈ CARDUCCI

[Illustrazione: ULTIMA FOTOGRAFIA DEL POETA A LIZZANO ESEGUITA

IL 24 DI OTTOBRE DEL 1906 DALLA CONTESSINA MARIANNA ZANELLI

QUARANTINI.]

Da un carteggio inedito

DI

Giosue Carducci

CON PREFAZIONE

DI

_ANTONIO MESSERI_

Tutto che io dico e scrivo in privato

non ha nè paura nè vergogna mai del

sole.

CARDUCCI, XII, p. 404.

DITTA ZANICHELLI LICINIO CAPPELLI

BOLOGNA ROCCA S. CASCIANO

_COEDITORI_

_Proprietà artistica e letteraria della Casa editrice L.

CAPPELLI, Rocca s. Casciano, la quale, avendo adempiuto alle

formalità che la legge prescrive, provvederà, non solo contro le

contraffazioni, ma anche contro le imitazioni. Legge 19 settembre

1882, N. 1012. Tutti i diritti di traduzione e di riproduzione,

anche parziale, sono riservati._

_Le copie non firmate si ritengono contraffatte._

Rocca s. Casciano, 1907. — Stabilimento tipografico Cappelli.

A VALFREDO CARDUCCI

PREFAZIONE

GIOSUE CARDUCCI E LA ROMAGNA

Tra le moltissime lettere che Giosue Carducci scrisse alla signora

contessa Silvia Baroni Semitecolo Pasolini, parve opportuno scegliere

oggi le diciotto che vedono la luce, non pure perchè esse lumeggiano

l'anima del Poeta e gli ultimi anni della vita di Lui, sì anche perchè

ve n'ha alcuna la quale rende solenne giustizia a chi la ricevette, e

vuol riaffermato, in conspetto de' contemporanei e de' posteri, l'alto

pensiero di libertà e d'idealità insieme, onde il Carducci rifulse e

rifulgerà nei secoli. Questa pubblicazione, adunque, è un affettuoso

e puro omaggio alla memoria sacra del Poeta e dell'Amico, ed in parte

anche un doveroso adempimento della sua volontà.

Un'inesatta, se non del tutto erronea, credenza si diffuse tra 'l

pubblico dopo che il Carducci fu colpito dal malore che lentamente

lo condusse al sepolcro, ed in ispecie dopo che ebbe lasciato

l'insegnamento; e ciò è che ben presto Egli fosse divenuto, come in

quella del corpo, così nella vita dello spirito, l'ombra di sè stesso.

Eppure la sua mente, se anche andò a poco a poco facendosi più lenta

a rendere i concetti e a dar forma adeguata alle immagini, si mantenne

lucidissima e viva fino all'ultimo: e queste lettere, che giungono alla

vigilia della sua morte, meravigliosamente lo attestano.

«Questa maledizione di dover dettare, o non poter scrivere se non

lentamente col lapis, mi dispera e toglie energia alle mie lettere» —

scriveva Egli al Chiarini il 24 decembre del 1901; ma bisogna dire che,

non ostante l'imperfetto corrisponder degli organi di trasmissione,

per mezzo della parola scritta o parlata, alla vita del pensiero, Egli

avesse ancora un'immensa forza ed una grande efficacia a vincer gli

ostacoli crudeli della natura.

Mentre, avvicinandosi il verno della sua vita e dopo la folgore che gli

diè il colpo fatale, la musa del Poeta tace o rimprovera a sè stessa i

tumulti dello spirito che impedirono a Lui di godere il mondo e le sue

gioie, il fiore della poesia gli sboccia ancora quasi inconsciamente

fra le dita, quand'Egli scrive all'amica buona e soave; e i messaggi

e le notizie e i sospiri di dolore e di rimpianto ch'Ei le manda, sono

altrettante piccole squisite opere d'arte, nelle quali non sai se più

ammirare la delicata fragranza del sentimento, o la ancor ricca vena

dell'inspirazione, o lo stile sempre incisivo e gagliardo. L'anima

di Lui si versa intera, in una quasi tenerezza di accoramento, entro

queste lettere, le quali discuoprono il lato men noto, forse, del

suo cuore, che fu di leone e di fanciullo insieme. Il ribelle, che

da bambino avea combattuto a sassate le battaglie con i coetanei,

immaginando rivoluzioni e repubbliche; che nelle prime lotte della sua

vita letteraria aveva armeggiato insieme co 'l Chiarini, co 'l Gargani,

co 'l Targioni, contro i romantici ed i filologi vocabolaristi,

scagliando in faccia a loro le scapigliate insolenze della _Giunta alla

derrata_; che, fatto maturo, aveva colpiti malvagi e pusilli, papi

e tiranni, con la sferza de' terribili giambi ed epodi; quel ribelle

ebbe poi non di rado, passati gli scoppi irrefrenabili dell'ira, un

senso d'equanimità, di giustizia serena, di benigno rispetto per la

sincera fede altrui, che dal fondo dell'anima buona saliva a calmarne

la superficie tempestosa e sconvolta. Dicono che gli epistolari degli

uomini grandi nuocciano talora, più che giovare, alla lor fama; ma

non questo è il caso. Dappoichè mai la semplicità e la modestia,

sotto il velo d'una natural ritrosìa, ebbero nell'intimità forme ed

espressioni più schiette e più vere; mai, come in Lui, la grandezza

parve nascondersi, e la fierezza ceder benigna alla bontà profonda e

indulgente del cuore; mai, infine, lo sdegno delle basse cose e delle

mentite apparenze ebbe un grido più ribelle, nè voce più soave ebbe la

pietà degli errori che non guastano l'anima.

È da aggiungere che queste lettere risvegliano molte e care e preziose

memorie su 'l Carducci in Romagna, e su le consuetudini ed amicizie

che qui ebbe forti e radicate, sopra tutto con la famiglia dei conti

Pasolini-Zanelli: periodo, questo, non breve e molto importante della

vita di Lui, che, siccome un meraviglioso tramonto, va còlto e meditato

ed inteso nelle mille sfumature dei suoi colori.

Eppure articolisti e biografi (compreso il più autorevole, ciò è

Giuseppe Chiarini) ne tacquero, o quasi; onde non parrà inutile nè

sarà discaro ai lettori che l'affetto e la devozione mia per il Poeta,

rafforzati specialmente negli ultimi anni, mi spingano a far un po'

più nota questa parte di vita del Carducci, rimasta quasi oscura: ciò

che io considero, non pure onore altissimo, ma compimento di un dolce

dovere.

*

* *

I primi ricordi del Carducci in Romagna si ricollegano, credo, al

nome di Giuseppe Torquato Gargani, il _fiorentino puro_ che «morì

d'amore e d'idealismo in Faenza il 29 marzo 1862». Di lui lasciò

il Carducci stesso imperitura memoria, ritraendolo al vivo nelle

_Risorse di s. Miniato_ (_Prose_, pp. 949-50): «.... pareva una figura

etrusca scappata via da un'urna di Volterra o di Chiusi, con tutta

la persona ad angoli, ma senza pancia, e con due occhi di fuoco: io

lo avevo conosciuto a scuola di retorica, ridondante ed esondante

di guerrazziana fierezza. Poi, andato per raccomandazione di Pietro

Thouar in Romagna, e proprio in Faenza maestro nella famiglia di certi

signori (dal '53 al '56 fu appunto il Gargani precettore, a Faenza,

del conte Pierino Laderchi), vi si era convertito a un classicismo

rigidamente strocchiano.... Ma un classico, come s'intendeva allora,

doveva essere anche moderato, molto moderato, in politica; e in

questa il Gargani aveva serbato le memorie e le tradizioni del '49:

era un romantico-guerrazziano-mazziniano arrabbiato, intransigente,

antropofago».

Nel '56, tornato a Firenze, il Gargani aveva, con enorme scandalo

della letteratura ufficiale, impersonantesi nel dittatore Fanfani,

scritta quella _dicerìa su i poeti odiernissimi_ che fu pubblicata a

spese degli _amici pedanti_, ossia del medesimo Gargani, del Carducci,

del Chiarini e di Ottaviano Targioni. Del gran putiferio che ne

nacque, e delle polemiche tra gli _amici pedanti_ e il giornale «_Il

Passatempo_», organo magno fanfaniano, narra a bastanza il Chiarini

nelle sue _Memorie della vita di Giosue Carducci_ (Firenze, Barbèra,

1907, cap. III); delle visite del Gargani, del Chiarini, del Nencioni

al Carducci, a Pietro Luperini, a Ferdinando Cristiani, allora umili

maestri nel Ginnasio di s. Miniato; delle liete baraonde rallegrate

dalle scariche di tappi saltanti; delle passeggiate notturne _tacitae

per amica silentia lunae_, a s. Miniato ed a Firenze; ricordi il

lettore la descrizione evidentissima che è nelle _Risorse di s.

Miniato_. Qui basti aggiungere che il Gargani fu di nuovo dal '56 al

'58 precettore in una casa privata, ma questa volta a Montegemoli,

presso a Volterra; che nel '59 si arruolò volontario, e istigato da

molti che poi lo rinnegarono, domandò al governo toscano la facoltà del

voto politico per le milizie, ritraendone trenta giorni di prigionia;

che, infine, nel novembre 1860 fu eletto maestro di lingua latina

nel Ginnasio di Faenza, e poi dal ministro della pubblica istruzione

nominato professore di lettere latine e greche nel Liceo della stessa

città, il 13 marzo 1861. Nel quale anno ei pubblicava per le stampe

di Pietro Conti in Faenza, in edizione di soli cento esemplari, un

libretto di versi (dieci sonetti, un idillio, due canzoni), oggi

divenuto rarissimo, e dedicato «ai dilettissimi fra gli amici prof.

Giosue Carducci, Giuseppe Chiarini, don Luigi Bolognini». Quest'ultimo

era direttore del Ginnasio; e nella casetta di lui abitava il Gargani,

dirimpetto alla chiesa ed alla piazza di s. Agostino.

Il Carducci, che intanto avea salita la cattedra di eloquenza

nell'Università di Bologna, si compiaceva di far non di rado qualche

scappata a Faenza, a trovarvi il suo Gargani; e prendeva parte talvolta

ai lieti conversari che la sera facevansi nella tipografia Conti, dove

convenivano i letterati faentini del tempo: il cav. Giovanni Ghinassi,

di bel nome come di erudito e di elegante scrittore; don Marcello

Valgimigli, bibliotecario comunale e benemerito quanto minuzioso

ricercatore ed ordinatore di patrie memorie; il dott. Saverio Regoli

ed il prof. Giuseppe Morini, insegnanti nel Ginnasio, dotti e valorosi

entrambi; don Sante Bentini, traduttore de' bucolici greci; il canonico

Filippo Lanzoni, professore di retorica, anch'egli nel Ginnasio, che

il Carducci ammirava per la sua facoltà di comporre terzine d'un cotal

sapore dantesco.

In quelle riunioni, alle dispute di filologia e d'arte s'intramezzavano

racconti festevoli, e versi, e scherzi, e cenette rallegrate dalle

mille bizzarrie e dalla mimica arguta del Gargani, originalissimo.

Ahimè! L'allegria durò poco. Abbandonato dalla fidanzata, che aveva a

Firenze (e invano il Carducci vi corse a chieder ragione per lui), il

povero Gargani se ne accorò siffattamente, che nel suo corpo debole ed

infermiccio ebbe prepotere ben presto il così detto _mal sottile_, o

sia la tisi, che da un pezzo lo minacciava. Il 19 febbraio del 1862 una

lettera da Faenza annunciava al Carducci la grave malattia dell'amico;

ed egli corse al letto del Gargani, e per quasi due settimane venne ed

andò, da Bologna a Faenza e viceversa, con l'animo sollevato volta a

volta o straziato dagli alti e bassi del terribile male. Aveva allora

il Carducci, nelle linee marcate dello scuro volto, nell'acuta mobilità

degli occhi neri, nel gesto e nel portamento, tra spavaldo e spaurito,

della persona, un qualche cosa di veramente singolare; e mi narra

l'egregio e caro collega mio cav. prof. Giuseppe Morini, il quale ebbe

l'onore d'essergli amico e d'accompagnarlo a que' giorni più volte

dalla casa del Gargani alla stazione, che talora la gente si fermava a

guardare quell'omino non troppo elegantemente vestito, e dalla grande

zazzera e dalla barbetta nera arruffata. E qualcuno si spinse perfino

a dimandar poi al Morini chi mai fosse quel curioso _ebreetto_ che era

con lui.

Il Gargani morì a ventott'anni, il 29 marzo del '62; e come tal perdita

amareggiasse il Poeta, lo dimostra un pietoso ricordo ch'Egli scrisse

dell'estinto, e pubblicò il 29 aprile, nel trigesimo della scomparsa

di lui, nel giornale fiorentino «_Le veglie letterarie_» (trovasi oggi

nella prima serie delle _Ceneri e Faville_); lo dimostrano i versi

della lirica intitolata _Congedo_, pieni di ammirazione e di rimpianto:

«O ad ogni bene accesa

anima schiva, e tu lenta languisti

da l'acre ver consunta, e non ferita;

tua gentilezza intesa

al reo mondo non fu, chè la vestisti

di sorriso e disdegno; e sei partita»;

lo dimostrano, infine, le commoventi parole onde, nelle _Risorse di s.

Miniato_, Egli conchiude, con un singhiozzo, la gioconda rievocazione

de' giorni felici:

«Domani è il giorno de' morti. O amico che giaci muto e freddo nella

fossa di Romagna, a te certo non spiace ch'io rinnovelli ancora per un

poco la memoria delle nostre belle estati fiorentine!»

*

* *

Da quello mesto e gentile del dolore nacque e germogliò nel gran cuore

del giovine Poeta il fior dell'amore; ed Egli amò d'allora in poi la

Romagna, oltre che per le virtù e le magnanime energie che ebbe campo

di scuoprirvi e ammirarvi, anche perchè prima di tutto, come in questa

terra sapeva racchiuse le ossa dell'amico, così nell'anima romagnola

Egli sentiva ben consegnato il tesoro delle care memorie e dei

dolcissimi affetti.

Con gli amici di Faenza mantenne rapporti cordialissimi; ed accettò,

anzi, di far parte, qual socio onorario, di quella _Società scientifica

e letteraria_ che fu fondata a Faenza il 27 di settembre 1862,

essendone promotori Giuliano Bucci, l'ing. Luigi Biffi, il dott.

Vittorio Tartagni, il dott. Saverio Regoli ed Antonio Mazzoni, e

della quale fu poi da voti unanimi chiamato all'ufficio di presidente

il botanico illustre Ludovico Caldesi, disdegnosa e fiera anima

di romagnolo. Il 28 di maggio 1865 cotesta società scientifica e

letteraria tenne una solenne accademia pe 'l centenario dantesco,

nella sala del consiglio comunale, alla quale fu presente anche il

socio Carducci; e negli _Atti dell'anno accademico 1864-65_, pubblicati

in Faenza co' tipi di Angelo Marabini nel '67, si legge come il cav.

Ghinassi, in allora presidente, disse «alcune brevi ma eleganti parole

di proemio»; e Filippo Lanzoni tenne un discorso «inteso a dimostrare

come universale fosse il fine della Divina Comedia»; e Giuseppe Morini

trattò «della bellezza meravigliosa dello stile, perchè l'Alighieri

entra innanzi a tutti gli altri poeti»; e Saverio Regoli, ragguagliando

Dante ad Omero ed a Virgilio, «il volle addimostrare a loro superiore,

sì pel fine, sì pel subbietto, sì per la poesia altissima»; e Luigi

Brussi «tolse a far aperto come Dante avversasse il dominio temporale

de' romani pontefici. Furono lette eziandio — continuano quegli

Atti — robuste ed eleganti poesie di soci onorarî, che si piacquero

tener l'invito lor fatto dalla società a prendere parte alla festa

dantesca: e ciò è tre sonetti del cav. Carducci, un carme della signora

Teodolinda Franceschi Pignocchi, e un epigramma latino del cav. Luigi

Grisostomo Ferrucci, che insieme ai componimenti in prosa furono poscia

fatti di pubblica ragione (coi tipi del Marabini) e offerti alla

città di Ravenna, nell'occasione che festeggiava essa pure l'antico

ed immortale suo ospite». I tre sonetti del Carducci sono quelli

intitolati «_Nel sesto centenario di Dante_», che si trovano, nella

raccolta delle _Poesie_ (Zanichelli, 1902, seconda edizione), a pagine

359-361.

Qual miranda visione poetica sia in que' sonetti, ne' quali Dante,

risorto _da l'avello iscoverchiato_, rampogna fieramente l'Italia,

e la stimola a compiere la sua unità, affinchè, «_Roma libera sia da

l'adultèro_», il lettore ricorda bene; quanto cotesti versi gagliardi

ed accesi entusiasmassero gli ascoltatori in terra di Romagna,

e proprio in quell'anno che la capitale era stata trasferita da

Torino a Firenze (il che era parso una tacita rinunzia a Roma), il

lettore s'immagini. Già il Carducci avea raffreddato di molto la sua

inclinazione per la monarchia fin da quando, dopo il '60, a Lui, che

avea in cima de' suoi pensieri il compimento dell'unità nazionale, la

monarchia parve impari agli alti destini della patria, e dirimpetto

alle impazienze dei generosi sembrò peccare di forse eccessiva

prudenza. Trovatosi, adunque, naturalmente d'accordo con i così detti

partiti avanzati, il Poeta cominciava ad esser molto ammirato in

Bologna dalla gioventù romagnola, che vi affluiva per ragione di studî

o d'altro, ed era tutta, o quasi, repubblicana.

Quando, poi, nel '68 il Carducci pubblicò il volume dei _Levia Gravia_,

e nel '71, per le stampe del Barbèra, tutte le poesie da Lui fin'allora

composte, non esclusi l'_Inno a Satana_ e i due epodi per _Monti e

Tognetti_ e pe 'l _Corazzini_, «i più non si curarono de' suoi versi —

scrive il Chiarini, p. 364 — che furono esaltati dai meno, dai radicali

e dai repubblicani, specialmente di Romagna».

Così stringevansi sempre più i legami di sentimento e di pensiero tra

il forte poeta e la forte terra; della quale già avea incominciato (e

proseguì, può dirsi, per quasi tutta la vita) a studiare e ad ammirare

profondamente le tradizioni e la storia gloriosa.

Qual segretario geniale dapprima, qual presidente degnissimo ed

autorevole poi, della Deputazione su gli studi di storia patria per

le Romagne, Egli seguì ed illuminò con l'alto intelletto, per lunghi

anni, l'arduo lavoro di conservazione de' monumenti, e d'indagine

riordinamento critica delle fonti èdite ed inedite; e nelle sue

evidenti relazioni su le cose operate dalla Deputazione medesima,

sono rievocati, con parola vivificatrice dell'erudizione per sè

stessa arida, gli spiriti e le forme del passato; storia politica e

civile, e della milizia, e dell'arte, e della letteratura; epigrafia,

genealogia, biografia; scavi, inscrizioni, archivi, marmi, tombe,

chiese, ruderi delle rocche, torri, palagi; tutte, insomma, le reliquie

della veneranda antichità passano dinanzi alla mente del lettore, e

con esse i più belli e cari nomi degli studiosi di Bologna e della

Romagna: Francesco Rocchi, l'archeologo savignanese del quale il

Carducci fu amicissimo, e pianse «con vere lagrime la buona e cara

immagine paterna», ed affermò che «di storia romana sapeva quanto pochi

in Italia»; Giovanni Gozzadini, «lodato espositore e commentatore

di memorie etrusche»; Gian Marcello Valgimigli, il quale «fece

meravigliare su la fecondità artistica della ingegnosissima Faenza»;

il canonico Antonio Tarlazzi, continuatore de' _Monumenti ravennati_

del Fantuzzi; Cesare Albicini, «degno di rappresentare nell'ingegno e

l'animo i migliori tempi di Romagna»; e Luigi Tonini, illustre storico

di Rimini, e Michelangelo Gualandi, e Giovanni Casali, e Luigi ed

Enrico Frati, e Luigi Balduzzi, e Carlo Malagola, e Nerio Malvezzi, e

Corrado Ricci.

[Illustrazione: La chiesa di Polenta dopo i primi restauri.]

[Illustrazione: La chiesa di Polenta dopo i secondi restauri.]

Intanto, mentr'Egli approfondiva così lo sguardo e l'anima nelle remote

fortunose vicende di questa regione, sentiva conforme alla propria

l'indole degli abitatori di essa: gente semplice di costumi, un po'

rude di modi, schietta d'animo, facile agli entusiasmi e agli sdegni,

pronta all'azione; ed assisteva co 'l cuore fortemente commosso a'

sacrifici, agli eroismi, alle glorie de' romagnoli nelle giornate del

nostro riscatto, e di poi a tutte le sacrosante lotte civili ond'essi

isfolgoravano siccome assertori pertinaci ed arditi d'ogni più alto

ideale di libertà. Si legò adunque di calda amicizia con Aurelio

Saffi, che della Romagna «fu il genio buono, la mente e la norma»;

con Vincenzo Caldesi, che «cresciuto tra le insurrezioni contro il

governo dei chierici, iniziò, propugnò, onorò sempre e da per tutto la

rigenerazione, la libertà, il nome d'Italia»; con Antonio Nardozzi,

il traduttore delle Georgiche, che «della vecchia scuola romagnola

conserva le tradizioni buone, le quali congiunge e contempera alle

novità buone»; con Gaspare Finali, da cui si compiacque poi esser

detto «romagnolo di elezione e di amore, come Vincenzo Monti era stato

per nascita»; e l'anima gli vibrava d'ammirazione intensa e sincera

per Claudio Sabbatini, di Sogliano, che, morto a Monterotondo a

ventott'anni, era già un cospiratore a diciotto; per Eugenio Valzania,

il prode colonnello garibaldino, «esempio in guerra e in pace della

costante virtù romagnola»; per Pierino Turchi, «dolcezza di angelo e

bronzea tempra di carattere»; per Alfredo Baccarini, «onore di Romagna,

ed esempio insigne dell'antica indole italiana in ciò che ha di più

nobile, forza e carattere, semplicità e modestia».

Avvenne per tal modo ch'Egli in breve tempo allargasse la cerchia

delle sue consuetudini romagnole: ad Imola pubblicò, infatti, nel

1873 l'edizione delle _Nuove Poesie_, per le stampe di Paolo Galeati,

amicissimo suo; a Ravenna, nel giugno del 1872, lesse quelle che,

ampliate e rifuse più tardi divennero le _Conversazioni e divagazioni

heiniane_ (pubblicate poi nel volume X delle opere); a Lugo, nel 1876,

dopo avere accettata la candidatura politica, «non foss'altro pe'l

rischio della battaglia», fu eletto deputato, e il 19 di novembre,

dopo avvenuta l'elezione, tenne il memorabile discorso _Per la poesia e

per la libertà_, nel quale con vibrata eloquenza rivendicava al poeta

l'altissimo ufficio di educatore civile; a Cesena trovò amicizie e

conforti, de' quali assai meglio ci giova dire più innanzi; a Forlì

ebbe, oltre che il Saffi, ammiratori ed amici e discepoli affettuosi e

reverenti, tra i quali due sopra tutti piacemi ricordare: il compianto

Giuseppe Mazzatinti, buona tempra di erudito e gentile anima d'artista;

il marchese Alessandro Albicini, al quale il Carducci diè poi, in una

lettera del 5 luglio 1898, insigne attestato di stima, e del quale fu

spesso ospite caro e venerato negli ultimi anni di sua vita.

Ma Faenza fu particolarmente cara al suo cuore. Dopo l'accademia

dantesca del '65, Egli vi tornò il primo di novembre del 1869, insieme

con Aurelio Saffi, ad accompagnarvi l'amico Ferdinando Cristiani che

veniva a prender possesso della cattedra di storia nel regio Liceo;

ed alla sera, in un banchetto che all'_albergo del Cannone_ (oggidì

_Vittoria_) fu offerto a Lui, al Saffi ed al Cristiani, Egli improvvisò

quasi, rapidamente scrivendola sur un foglietto di carta, e disse con

impeto la lirica _Nostri santi e nostri morti_:

«Ai dì mesti d'autunno il prete canta

i morti in terra ed i suoi santi in ciel...».

E la commozione si rinnovò, e le grida di ammirazione e gli applausi

scoppiarono più clamorosi che mai, quando, dopo il simposio,

raccoltisi, Lui e gli amici, al _Circolo popolare_, in via del Teatro

(oggi via Pistocchi), Egli declamò intera l'ode _Dopo Aspromonte_.

Pareva — mi narra un amico che ebbe la ventura di assistervi, il

prof. Napoleone Alberghi — pareva un vulcano in eruzione: lo sguardo

lampeggiante, la voce poderosa, il gesto largo e concitato davano quasi

l'illusione che il Poeta improvvisasse; Ei non disse, ma sospirò, urlò,

ruggì le terribili strofe; sì che alla fine, quand'ebbe lanciati, come

squilli di tromba stimolante alla battaglia, gli ultimi versi

«Odio di Dei, Promèteo,

arridi ai figli tuoi,

solcàti ancor dal fulmine

pur l'avvenir siam noi»,

i più degli ascoltatori, balzati in piedi, piangevano.

Nove mesi e sette giorni dopo cotesta lieta e rumorosa riunione, ossia

il 7 agosto del 1870, moriva in Firenze Vincenzo Caldesi; moriva, egli

che nel '67 a Monterotondo avea preso parte all'«ultima guerra del

popolo italiano contro i pontefici», senza il conforto di veder Roma

liberata.

«Dormi, avvolto nel tuo mantel di gloria

dormi, Vincenzio mio;

de' subdoli e de' fiacchi oggi è l'istoria,

e dei forti l'oblio»,

cantò mestamente Giosue Carducci; ma su _la sacra tomba_ del _leon

di Romagna_ Ei non osava di gridare il nome dell'eterna città, a cui

l'eroe garibaldino avea sacrato _il nerbo de la vita_, da poi che

«.... ancor la soma

ci grava del peccato;

impronta Italia domandava Roma,

Bisanzio essi le han dato!».

E la memoria del povero Caldesi fu rinverdita affettuosamente più

volte, quando il Carducci, essendo Severino Ferrari professore di

lettere italiane nel regio Liceo di Faenza, e precisamente negli

anni 1886-87 e 1887-88, a Faenza ritornò, o per inspezioni al Liceo,

od anche soltanto per godersi un poco la compagnia del prediletto

discepolo. Una volta, poi, in una comitiva d'amici raunatisi a

cena all'_albergo della Corona_ (ed era presente il su detto prof.

Alberghi), ad una lunga, animatissima discussione tra il Carducci e

Severino, precedette la recitazione di non poche liriche e sonetti

carducciani, che gli altri con accortezza incominciavano, e che il

Poeta, ingenuamente abboccando all'amo, proseguiva e finiva, in uno

slancio di commosso entusiasmo.

Di tanti ricordi, di tanta compartecipazione d'affetti e di aspirazioni

tra Lui e la Romagna, Egli lasciò testimonianza solenne ed ampia in

pagine di bronzo. A Lugo, nel precitato discorso, pronunciò le seguenti

parole, che tornano di onore grandissimo a cui furon rivolte:

«Da che toccai queste terre, da che nelle fronti calme e pensose degli

uomini scampati alle prigioni ed alle galere del papa, nel dolore

rassegnato e glorioso delle vedove e degli orfani di quelli che caddero

intorno alle mura di Roma, di quelli che morirono per la mannaia dei

preti o per il piombo degli stranieri, ebbi ammirato la storia della

guerra da voi guerreggiata continua contro la peggior tirannia che

abbia mai contristato l'Italia; da che nella baldanza dei giovani, i

quali si versarono come torme di leoni in tutte le patrie battaglie,

io vidi splendere, con èmpito primitivo, tanto entusiasmo d'ogni alta

cosa, tanta ardenza di vita nuova; da allora il mio cuore fu sempre

con voi, o romagnoli..... Oltre che, nelle ricordanze della mia vita io

ritrovo un vincolo tutto intimo che a voi mi congiunge, un sentimento

che, non senza vanità forse, mi porta ad amare la Romagna come mia

patria seconda, come patria elettiva. Tra voi la mia facoltà poetica

si rafforzò e tentò un secondo e più largo volo. Quando sentii i

cuori della gioventù romagnola battere con simpatia d'assentimento a'

miei sensi; quando vidi ripercuotermisi raddoppiata la luce de' miei

fantasmi, io ripresi fiducia, e dissi trepidando a me stesso: Anch'io

son poeta».

La quale ammirazione ed il quale amore per questa terra Egli a s.

Marino, nel sublime discorso per l'inaugurazione del palagio della

repubblica, dall'alto del Titano affacciandosi alla vista delle

città famose, integrò, con una elevazione civile ed estetica insieme,

nell'amore e nell'ammirazione della gran patria italiana. «Che se —

Egli disse — Rimini co'l ponte d'Augusto, Ravenna con le urne dei figli

di Teodosio ostentano le altezze e le miserie dell'impero di Roma, la

nostra venerazione ricerca più commossa nella tomba di Dante l'altare

della vita nuova d'Italia».

*

* *

Difficile, a chi non ebbe consuetudine di affetto e di vita co 'l

Carducci, immaginare il senso profondissimo ch'Egli avea della natura,

e quanto Ei si rendesse conto del come la gran madre si pieghi a

divenire intima, e dolce, e confortatrice agli uomini che la sanno

intendere; difficile il farsi un'idea esatta del fascino singolare che

per Lui ebbe, derivato fors'anche dalla grandezza delle memorie, questa

regione romagnola che, in bello e variato alternarsi di pianure e di

colli, si distende florida e lieta

«tra il Po e 'l monte, la marina e 'l Reno».

In ciò, come in altre cose, il Vate della terza Italia si ricongiunge

al _vicin suo grande_, all'Alighieri, che della Romagna, ultimo asilo

suo, visitò i luoghi e le terre, e conobbe i castelli, le città, i

fiumi, le potenti famiglie, e cantò

«le donne e i cavalier, gli affanni e gli agi».

Chiamatovi, adunque, dalla fama delle naturali bellezze, da' ricordi

di Dante e del Boccaccio, dal desiderio di veder la città de'

Mainardi e di Guido del Duca, il cipresso di Francesca e la culla

dei Polentani, Giosue Carducci visitò nella primavera del 1887, per

la prima volta, Bertinoro, e il castello e la chiesa di s. Donato di

Polenta. Quest'ultima era, a dir vero, in istato lagrimevole: «non che

esservi — scrive Paolo Amaducci nel proemio al suo bellissimo commento

dell'ode carducciana (Zanichelli, 1899, p. 9) — non che esservi segno

alcuno di rispetto e di cura per quanto esisteva ancora di vetusto,

tutto deperiva e minacciava ruina». Eppure il Poeta, dopo essersi

condotto a' ruderi del castello «_dove l'aquila del vecchio Guido

covava_», ed esser entrato, tutto compreso di reverenza, nel tempio

ove la tradizione voleva avesser pregato Francesca e Dante, rimase

colpito e pensoso della vaghezza de' luoghi e della testimonianza delle

glorie, che nell'anima sua si fondevano in un solo sentimento; e del

tempio con trasporto d'ammirazione esclamò: Cotesto è un vero ornamento

delle colline romagnole! In un modesto banchetto, poi, che a Lui fu

offerto sul monte Cappuccini, il cav. avv. Enrico Lorenzini, in allora

sindaco di Bertinoro, con felice parola salutò il Carducci, dicendo

che Bertinoro era lieta di non aver seguito il grido di Dante, e di

non esser ancora _fuggita via_, perchè in tal modo avea potuto rendere

omaggio al Poeta della nuova Italia. Al che sembra rispondesse il

Carducci con una cara promessa: di studiare e meditare, ciò è, quel che

aveva veduto ed ammirato. Partitosene, e incalzato da nuovi studî e da

nuove cure, non vi pensò più per allora.

Nell'inverno di quello stesso anno 1887 il Poeta, di passaggio a

Faenza, fu desiderato a pranzo in casa dei Pasolini-Zanelli, e tenne

subito volentieri l'invito. V'era stato chiamato dal conte Giuseppe,

del quale si ricordava affettuosamente, per averlo esaminato nella

prova d'ammissione all'Università di Bologna, e dalla contessa Marina

Baroni Semitecolo, madre della contessa Silvia, ed ospite a que'

giorni della figlia e del genero; la quale, signora d'intelletto e

di aderenze cospicue, com'era stata ammiratrice ed amica di Aleardo

Aleardi, così era legata di antica conoscenza anche con Giosue

Carducci. In cotesta visita, in cui per la prima volta il Carducci

conobbe la contessa Silvia, per tutta la sera ospiti ed invitati,

seduti a tavola lietamente, parlarono d'arte e di letteratura, e sopra

tutto (non ostante l'ombrosa ritrosìa del Poeta) della musicalità

delle liriche carducciane. Così s'intrecciò, e si strinse ben presto,

il nodo di quell'amicizia vera, forte, affettuosissima, che fu tra i

Pasolini e il Carducci. Trasferitasi, poi, per qualche anno, dopo il

1890, la residenza dei Pasolini a Bologna, spesso il Carducci fu da

essi cordialmente ricevuto; ed intorno a Lui ed ai padroni di casa si

raccoglievano non pochi degli amici e scolari suoi più cari, Ludovico

Frati, Carlo Malagola, Severino Ferrari; una volta vi fu presente anche

Cesare Pascarella, che recitò la sua _Serenata_ e i sonetti di _Villa

Glori_, commovendo il Carducci. Il quale, per compiacere agli amici,

disse poi, con la vivacità e la forza consuete, i sonetti del _Ça ira_.

Talora, dal '94 al '96, la comitiva si ritrovò a pranzo al _caffè

del Pavaglione_, presenti la contessa, il compianto Vittorio Rugarli

(professore di lettere latine e greche, ed uno dei pochissimi

conoscitori e cultori, in Italia, della lingua e letteratura persiana),

il prof. Federzoni, e una giovinetta gentile e d'ingegno, anch'essa,

come il povero Rugarli, troppo presto rapita dall'inesorabile falce

della morte all'affetto ed alla estimazione dei buoni: Corinna

Formiggini. Il padrone del caffè avea, in omaggio al Carducci, fatto

dipingere a fresco, nel soffitto, un ritratto del Poeta; ed in omaggio

a Vittorio Rugarli, da presso a cotesto ritratto, i simboli e le

memorie del Firdusi: ed in quella saletta, che pur ne' suoi adornamenti

esteriori accoglieva, adunque, espressioni d'affetto e di devozione,

ebber luogo discussioni davvero memorabili di filosofia, letteratura,

arte, storia, politica, nelle quali, pur tra i motti e le arguzie della

eletta conversazione, sfolgoravano la parola vivacissima, e l'ardenza

dell'anima, e la profondità del pensiero del Maestro.

Da tali consuetudini derivò al Carducci l'occasione di ripensare alla

chiesa di Polenta; nella quale qualche cosa di nuovo era avvenuto,

dopo la visita carducciana dell' '87. Sul principio del sec. XVIII

avean commessa la barbarie di rabberciarla malamente, chiudendo le due

absidi laterali, mentre, da lungo tempo, era seppellita la cripta;

ed a' nostri giorni, poi, un superiore ecclesiastico pensava niente

meno che abbattere al suolo tutto l'edificio, per farne uno nuovo,

ad una sola navata. Come il bravo arciprete della chiesa, don Luigi

Zattini Brusaporci, invece, innamorato dell'antichità del picciol

tempio, che risale al secolo VIII (ed è ricordato in un documento

del 976), ricorresse allora alla protezione ed all'aiuto del cav.

Santarelli, ispettore de' monumenti e scavi per la provincia di Forlì;

come per gli sforzi di esso Santarelli, del prof. Raffaello Zampa,

del conte Cilleni-Nepis (che, nel 1890, in elegantissimo opuscolo,

edito dal Berdondini di Forlì ed illustrato di belle fotografie,

studiò felicemente quanto s'attiene alla storia dell'arte rispetto

alla chiesa) si riuscì a far eseguire i più urgenti restauri, che

s'iniziarono co'l 19 maggio del 1890; infine come il 24 decembre

del '92 la chiesa, dopo circa due anni da che non era più officiata,

potè riaprirsi al pubblico nella sua nuova, meglio nella sua antica

forma, in mezzo al popolo numeroso e festante; vegga il lettore nel

citato proemio dell'Amaducci, a pp. 9-10. E su 'l provvedere alle

spese occorrenti, nessuna parola più efficace di quella del Carducci

medesimo, nella sua nota all'ode famosa (_Poesie_, pp. 1033-34):

«Ricordo che nella seduta 20 decembre del consiglio provinciale (di

Forlì), venuta in discussione la spesa per la chiesa polentana,

opponendo alcuno non doversi gittare il danaro del pubblico per

conservare chiese, quando il meglio sarebbe buttar giù quelle anche

in piedi, Aurelio Saffi, il nobilissimo mazziniano, che presiedeva

l'adunanza, parlò da quell'uomo culto e savio che era, e disse fra

l'altro: Quale italiano non vorrà conservata e onorata una chiesa dove

Dante pregò? Allora tutti quei repubblicani votarono la spesa per s.

Donato di Polenta. Che fu dichiarato dal governo monumento nazionale;

e cominciarono i lavori de' restauri; e vennero in aiuto alla spesa

il Ministero dell'istruzione e quello dei culti; dei benefattori, come

dicono, privati, ricordo la contessa Silvia Baroni Pasolini, il comm.

Francesco Torraca, l'arciprete Ricci di Corsecole, i parrocchiani di

Polenta, e quel buon don Zattini, che non ha poi molto grassa prebenda.

Ristaurati furono il tetto, le navate destra e centrale, l'abside

centrale, la cripta; rimane da ristaurare l'abside a destra di chi

entra, e da ricostruire il campanile».

[Illustrazione: Lizzano — Facciata della villa.]

[Illustrazione: Lizzano — La terrazza del Carducci.]

Dopo quel primo periodo de' lavori, quattro lunghi anni passarono

prima che altra occasione si offrisse al «buon Zattini» di condurre

a compimento l'opera intrapresa; e l'occasione venne dall'amicizia e

dall'interessamento del conte Giuseppe, allora deputato di Cesena, e

della contessa Silvia Pasolini-Zanelli. I quali, risovvenendosi della

prima visita del Carducci a que' luoghi, a Lui si rivolsero per averlo

consigliere, cooperatore massimo, e chi sa? fors'anche rievocatore

geniale e potente delle glorie onde la chiesetta vetusta fu ed è

testimone ne' secoli.

Un bel giorno del maggio 1897 la contessa Silvia incontrò il Poeta

nella libreria Zanichelli, e senz'altro lo invitò a salire a Lizzano,

ov'è la villa Pasolini, presso Bertinoro, e di lì a far una gita a

Polenta, per ammirare i già fatti restauri. Il Carducci, sovraccarico

allora di lavoro per la scuola e per sè, rispose asciutto _un bel no_;

poi, grado a grado ammansandosi, sorrise e disse con la sua voce tra

burbera ed affettuosa: Chi sa, chi sa! Forse, passati gli esami....

Alcuni dì dopo, nel retrobottega dello Zanichelli, una trentina di

amici, quasi tutti letterati e professori, si raccoglievano gaiamente

attorno al Poeta, ad un pranzetto nel quale fu bevuto del vino d'una

vigna ariostèa, in onore di messer Ludovico, buon'anima. Molti eran

venuti apposta di fuori, da Modena, da Reggio, da Scandiano; tra gli

altri v'erano Vittorio Puntoni, Augusto Righi, il Rugarli, Corrado

Ricci: unica signora, festeggiatissima e, naturalmente, in capo di

tavola, la contessa Pasolini. Ed auspice l'Ariosto, la gita a Lizzano

ed a s. Donato di Polenta fu definitivamente, in cotesto pranzo,

promessa e fissata.

*

* *

La «_Villa Sylvia_», dei conti Pasolini-Zanelli, siede e biancheggia

tra 'l verde, sul colle di Lizzano, in quel di Cesena: e con la sua

facciata bassa e bislunga; co' balconi dall'ampio frontone arieggiante

un sobrio barocco, e dal terrazzino di ferriate panciute; con la

torretta dalla spiovente tettoia d'embrici rossi, che sorge in un

angolo e domina la terrazza che le si apre al fianco; di tra gli ulivi

e gli alberelli e le aiuole che la circondano, sembra farsi incontro a'

visitatori, sorridente e festosa, signorile e cortese come i padroni di

casa.

Al terreno è la veranda: le piante decorative ed i sedili rustici e i

fiori vi s'intrecciano vagamente; qualche ninfetta di creta, immobile

su 'l piedestallo, sorride ed occhieggia a' libri e a' giornali sparsi

qua e là sui tavolini, mentre il biliardo attende silenzioso, da un

canto, il secco cozzar delle palle d'avorio su la verde distesa del

suo tappeto. A sinistra è la sèrra; e attorno e da presso il parco,

ove tra' boschetti di lauro, i cipressi, i pini odoranti di resina, i

frutici spessi e intricati, si svolge il piccolo labirinto de' viottoli

ombrosi: e ne' verdi recessi qualche uccelliera tien prigione la gazza,

che stride roca e sbatte l'ale tra le inesorabili reti metalliche, o

il merlo, che piegando leggiadramente la testa a riguardare, siccome

curioso, chi passa, gira nell'orbita gialla l'occhiolino nero, lucido

ed acuto. Tutta una trama gentile di fiori vive e palpita, dietro

la villa, nel giardino, dove l'aria è impregnata di mille profumi, e

l'occhio s'allegra di mille colori, dal rosso vivace de' garofani e

de' geranii al bianco candido de' gelsomini e delle gardenie, da gli

oleandri rosacei al pallido della giunchiglia, al lilla, al violetto,

al variegato intrecciarsi di sfumature nelle viole del pensiero;

ed alla destra, da' pergolati e dalle capannuccie di caprifogli e

convolvoli si stacca un lungo viale di cipressetti nani ritondati,

dapprima, di alti pini, dipoi; il quale, rasentando per breve tratto

le rive d'un laghetto nascosto tra le fronde, discende dolcemente

pe'l declivio del colle, fino ad una rustica capanna circolare tra le

querci.

E dalla capanna affacciandosi ad una siepe bassa sì come al parapetto

d'una terrazza, ecco aprirsi alla vista uno spettacolo meraviglioso.

Una immensa distesa di campi segnati dal verde cupo de' filari de'

pioppi, e popolati d'alberi, di borgate, di ville, di casolari,

pianeggia a perdita d'occhio fino al mare sfumante lontano, nella

linea dell'orizzonte, in una nebbia azzurrognola; e il dolce piano

sembra sfuggire alle fiorenti colline che lo rinserrano in anfiteatro

largo e superbo: a sinistra Bertinoro «alto ridente» e la Massa; a

destra Roversano ed uno sprone ricurvo di alture e di poggi che per

l'Acquarola, s. Demetrio, i Cappuccini, gira «come in una ripresa

d'ultimo ed appassionato abbracciamento» fino alla rocca di Cesena;

e questa, con le mura merlate dalle quali si protendono, non più

minacciosi, i bastioni, par che protegga ancora la città adagiantesi

mollemente a' suoi piedi, fra tanto splendore di bellezza e di luce.

Da lunge, al di là di Roversano, si disegna il profilo del monte di

Carpegna e spiccano nitide su l'azzurro le tre «penne» di s. Marino.

In così fatto paradiso terrestre giunse, la sera del sabato 5 giugno

1897, accompagnato da Vittorio Rugarli, e ricevuto con esultanza dagli

amici suoi, Giosue Carducci.

La gita a Polenta era fissata per il pomeriggio della successiva

domenica; e furono della comitiva, gentilmente invitati, anche il

cav. avv. Evangelisti, sindaco di Cesena, il preside del r. Liceo

prof. Vitaliano Menghini, il prof. Valfredo Carducci, fratello del

Poeta, l'avv. Nazzareno Trovanelli, amico dei Pasolini e direttore

del giornale cesenate «_Il Cittadino_». Dal qual giornale, dove

amorosamente d'allora in poi il Trovanelli andò scrivendo articoli

e note su i soggiorni del Carducci a Cesena ed a Lizzano, noi d'ora

innanzi, co'l cortese assentimento di lui, largamente spigoleremo ed

attingeremo.

Il viaggio da Lizzano a Polenta fu fatto toccando prima Bertinoro,

dove que' magistrati del Comune, e in capo ad essi il sindaco prof.

cav. Augusto Farini, insieme con la gentile popolazione, fecero le

più oneste e liete accoglienze all'illustre visitatore e al deputato

Pasolini; il Farini, anzi, si unì agli altri, a partecipar della gita.

E le carrozze s'avviarono, or preste or lente, per la strada montana,

che svolgendosi come un nastro bianco in salite e discese e giravolte,

da un capo va a perdersi giù nella pianura, dall'altro s'insinua tra i

balzi e le piaggie d'una gentil catena di colli, tutti vestiti di vigne

e d'olivi, di boschi e di prati. «Agile e solo» si eleva sul poggio di

Conzano l'«arduo cipresso» che la leggenda popolare attraverso i secoli

ricongiunse alla nascita ed alla vita di Francesca, la figlia di Guido

da Polenta, che fu moglie infelice a Gianciotto Malatesta; e domina per

lungo tratto tutta la convalle d'intorno, riaffacciandosi insistente

a chi sale su «di colle in colle» tra i serpeggiamenti della via e lo

svariar continuo delle vedute.

A Polenta il ricordato arciprete don Zattini e molti terrazzani erano

ad attendere il Poeta su 'l piccolo piazzale dinanzi alla chiesa; dal

quale si vedono, su la vetta d'un poggio dirimpetto alla facciata del

tempio, i ruderi del castello di Polenta: qualche grosso muro diroccato

e parte d'un torrione, su' quali sono addossate alcune squallide case

coloniche. Quando tale castello sorgesse, non si sa con precisione: è

certo soltanto che fin dal 1278 era stato assalito dai Traversari, i

competitori dei Polentani in Ravenna, e che il 17 decembre del 1296 fu

assediato e preso da' Cesenati, i quali condussero prigionieri a Cesena

più di 120 di quei terrazzani.

La chiesa, così come si presentava a' visitatori, dopo i primi

restauri, offriva veramente largo campo all'ammirazione. L'avv.

Trovanelli, nel _Cittadino_ del 13 giugno 1897, dando conto della gita

carducciana, la descrive così:

«È di forma basilicale, a tre navate, divise da due file di cinque

colonne e terminanti con un'abside ciascuna. Al termine però della

navata centrale s'inalza il presbiterio, a cui si accede per una scala,

mentre, al di sotto, si apre una cripta di stile consimile.... Ma

l'abside della navata destra è ancora chiusa, essendo stata guasta da

tempo per costruirvi la sagrestia, e aspetta d'esser restituita alla

condizione antica. Così manca il campanile, che fu atterrato, perchè

minacciava. Le colonne della chiesa, grosse e rotonde, a strati di

mattoni e di conci, sono coronate da capitelli che formano la parte più

importante e caratteristica dello storico monumento. Sono — scrive il

cav. Santarelli — scolpiti in pietra locale, alcuni cubiformi, altri a

dadi, con faccie smussate, variamente ornate con foglie convenzionali,

disegni geometrici, intrecci bizzarri di tenie, figure grottesche di

mostri ed animali, il tutto a rilievo molto basso e rude.... Certe

figure, piuttosto di scimiotti che d'uomini, una specie d'ippogrifo,

un orribile granchio di mare fermano specialmente l'attenzione. La

semplicità e austerità dell'ossatura della chiesa contrastano con la

goffaggine degli ornati; l'una ricorda ancora che in Italia avevano

fiorito le arti; gli altri attestano un periodo di grande oscurità e

decadenza....»

Il qual contrasto fu argomento, della conversazione tra il Poeta e

i suoi compagni, e la contessa Pasolini specialmente. Que' capitelli

apparvero al Carducci ribellione alla purezza dell'arte greca, quasi

che il sentimento nuovo cristiano e mistico avesse voluto chieder

perdono a Dio della grandezza classica e pagana; il che lo trasse a

parlare della barbarie, ed a ricordare come, ne' primi secoli del

Cristianesimo, si raccogliessero sotto le ali della Chiesa tutti

i piccioli mortali, le anime semplici ed avvilite, lungi al fragor

delle armi e delle violenze, mentre a poco a poco si andava creando

lo spirito e il sentimento d'una nuova associazione: il Comune. Fu

ricordata anche l'ipotesi che Dante fosse stato al castello polentano

e avesse pregato nella piccola chiesa. Nessun documento lo attesta;

ma è certo che l'Alighieri fu ospite de' Polentani in Ravenna, e

probabilmente anche si recò a Forlì, presso Scarpetta degli Ordelaffi;

onde non è inverosimile che egli, così innamorato visitatore de' luoghi

e delle terre italiane, abbia cercato pace e ristoro alle sventure

sue anche aggirandosi sui colli di Bertinoro e Polenta, in conspetto

del mare. Il Carducci lodò i restauri (che erano stati fatti sotto la

direzione del prof. Faccioli) e riconobbe la necessità di completarli,

con l'aprir l'abside della navata destra, ricostruire il campanile,

prosciugare la cripta; aggiungendo che, a lavoro compiuto, un'epigrafe

latina avrebbe dovuto indicare succintamente quanto si fosse operato e

in qual tempo. E nell'albo de' visitatori, religiosamente conservato

d'allora in poi, scrisse le seguenti parole: «_6 giugno 1897. Giosue

Carducci rivide con grande piacere e soddisfazione l'antica chiesa di

Polenta restaurata_».

Non mancò alla piacevole gita il complemento, ormai consueto, delle

istantanee fotografiche, per opera di Pierino Pasolini-Zanelli,

giovinetto bello e lieto e di forte ingegno, unico figlio ormai rimasto

(dopo la morte di Paolo e Tiberio) alla contessa Silvia ed al conte

Giuseppe; i quali, di lì a un anno, dovevano pur troppo sentirsi

crudelmente strappare di mezzo al cuore anche cotesto ultimo figliuolo

adorato.

Su 'l tramonto, la comitiva riprese la via per Lizzano, recando seco

nell'anima i ricordi e le immagini d'un giorno pieno di pensiero e di

affetti. Scendendo da que' colli incantati, il Carducci, mentre il sole

illuminava di rossi bagliori tutto l'occidente, fu preso dalla dolce

malinconia dell'ora e dalla poesia de' luoghi, la quale evidentemente

passava e avea rispondenza nell'anima sua. A Lizzano, poi, una schietta

giocondità riprese impèro nei cuori: i gitanti furono convitati

a pranzo con signorile ed affabile cortesia, e la banda di Cesena

suonò nel giardino, e fuochi e luminarie fantastiche rallegrarono

il calar delle ombre oscure di quella dolce sera primaverile, mentre

il Carducci, divenuto quasi infantilmente lieto, accoglieva commosso

l'ammirazione un po' rozza, ma sincera ed affettuosa, di que' sonatori

e di que' popolani romagnoli.

L'eco della indimenticabile giornata si ripercosse subito ed a lungo

in Romagna e fuori, fino a Roma, donde nel luglio di quello stesso

anno il ministero dei culti mandò spontaneamente mille lire in aiuto

delle spese per nuovi ed ultimi restauri del tempio; e il 15 di

settembre usciva nell'_Italia_ di Roma, diretta dal conte Domenico

Gnoli, quella che fu il frutto più bello ed insigne della visita

carducciana: vo' dire l'_Ode alla chiesa di Polenta_. Che il 9 ottobre

uscì poi in elegantissimo opuscolo, illustrato riccamente con fototipie

della chiesa, ed èdito dalla ditta Zanichelli. Inutile qui ricordare

le discussioni lunghe e vivaci, e le molte voci d'ammirazione,

d'assentimento, di critica cui la bellissima lirica diè luogo;

basti che da essa derivò un risveglio nuovo d'amore e per il grande

Poeta e per la «chiesetta del _suo_ canto»: onde i lavori per

l'assetto definitivo di quest'ultima, invocati dal Carducci stesso

ne' suoi versi, e confortati d'aiuti pecuniarii dal governo, dalla

regina d'Italia, da amministrazioni pubbliche (tra cui la provincia di

Forlì) e da cittadini privati, furono ripresi, con la ricostruzione

del campanile, nel settembre del 1898. Resta, ancor oggi che noi

scriviamo, da aprire la terza ed ultima abside; ed è da augurare che

un ultimo atto di buona volontà compia la bella opera d'arte e soddisfi

interamente il voto dell'immortale cantore.

Da un carteggio inedito · 第 1 / 4 段