CAPITOLO CXII.

_Francesco I assume il titolo di duca di Milano; passa le Alpi;

batte gli Svizzeri a Marignano e conquista il Milanese;

invasione di Massimiliano in Lombardia, e sua ritirata; diversi

trattati che pongono fine alle guerre prodotte dalla lega di

Cambrai._

1515 = 1517.

Alla morte di Lodovico XII, suo genero il duca d'Angoleme, primo

principe del sangue, salì sul trono di Francia sotto il nome di

Francesco I. Era egli nato il 12 settembre del 1494, e pronipote dello

stesso Lodovico, duca d'Orleans, figlio di Carlo V, di cui Lodovico XII

era nipote. Prese nello stesso tempo il titolo di duca di Milano, come

erede di Valentina Visconti, sua bisavola, e come nominato nelle

investiture accordate da Massimiliano, in conseguenza del trattato di

Cambrai[388]. L'Italia fu in qualche modo così avvisata, che il nuovo

monarca aspirava a ricuperare colla forza delle armi la sovranità ch'era

stata tolta al suo predecessore.

[388] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XII, p. 82. — P. Jovii Hist. sui

temp., l. XV, p. 290._

La Francia aveva avuta la felicità di vedere succedersi due monarchi

nati in privata fortuna, i quali portavano sul trono virtù, o talenti,

che la reale educazione non può sviluppare. Lodovico XII, che, come

principe del sangue, si era mostrato uomo debole e mediocre, si conservò

quale sempre era stato; ad ogni modo andò debitore alla sua ristretta e

spesso contraria fortuna delle abitudini di regolarità, d'economia, di

rispetto per la giustizia e di compassione per le miserie del popolo,

che gli fruttarono l'amore de' suoi sudditi. Francesco I era stato dalla

natura assai più favorito: era egli giovane di bella presenza, e di una

forza ed agilità singolari in tutti gli esercizj militari; la sua

affabilità, la gentilezza delle sue maniere e la sua generosità gli

guadagnavano il cuore di chiunque lo avvicinava. Finalmente era il primo

re francese che fosse stato liberalmente educato; amava le lettere, le

arti, la poesia, e le coltivava egli stesso non infelicemente. Sebbene

Lodovico XII, fuori di speranza d'aver figliuoli, lo risguardasse di già

come presuntivo erede della corona, e lo avesse perciò scelto per suo

genero, promettendogli Claudia di Francia, sua primogenita, la regina

Anna di Bretagna, non aveva permesso finch'ella visse che questo

matrimonio avesse effetto. L'odio che costei nudriva contro Luigia di

Savoja, madre di Francesco I, stendevasi anche sopra il di lei

figliuolo. Il matrimonio non si celebrò che in maggio del 1514[389]; e

fino a quest'epoca Francesco sostenne il peso dello sfavore, e quello

della necessità d'ubbidire.

[389] _Mém. du chev. Bayard, c. LVIII, p. 360. — Mém de Fleuranges,

t. XVI, p. 154-157. — Mém. de du Bellay, l. I, p. 28._

Le luminose qualità di Francesco I eccitavano l'attenzione dell'Italia,

che sentivasi minacciata dalle sue prime mosse, e rammentavasi che

Gastone di Foix, pervenuto alla stessa età con eguali talenti, ma con

minore potenza per farli valere, erasi di già renduto famoso con tante

vittorie. Frattanto i nemici della Francia, posti in guardia dagli

apparecchi di Lodovico XII, credettero di avere per la di lui morte

guadagnato, se non altro, una dilazione; sembrava loro affatto

inverisimile che il nuovo re volesse intraprendere una guerra straniera

ne' primi mesi del suo regno, allontanandosene prima d'avere avuto il

tempo di consolidare la propria autorità. Francesco I nulla omise che

convalidare potesse questa opinione, e sebbene portasse a quattro mila

lance il numero delle sue compagnie d'ordinanza, non annunciò

quest'armamento che come una misura di difesa[390].

[390] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 83. — P. Jovii Hist., l. XV, p.

294._

Infatti prima d'entrare in campagna, Francesco I voleva conoscere la

disposizione de' suoi vicini. Trovò ch'Enrico VIII, re d'Inghilterra,

non era meno di lui desideroso di rinnovare il trattato di alleanza

conchiuso col suo predecessore; e questo nuovo trattato fu soscritto a

Londra il 5 di aprile[391]. L'arciduca Carlo, sovrano de' Paesi Bassi,

si mostrò egualmente disposto a stipulare in Parigi, il 24 di marzo, un

trattato di alleanza in forza del quale prometteva di sposare Renata di

Francia, figliuola di Lodovico XII, e cognata di Francesco I, tostocchè

questa sarebbe nubile[392].

[391] _Rymer Acta pubblica, t. XIII, p. 473, 475, 476._

[392] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 83_. — Il trattato trovasi in

Dumont t. IV. — _Mém. du chev. Bayard, ch. LIX, p. 364. — Mém. de

Martin de Bellay, l. I, p. 43. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 436._

Ma d'altra parte Ferdinando il Cattolico non volle rinnovare la tregua

d'Orthes, se non a condizione che vi si comprendesse il Milanese, al che

Francesco non volle acconsentire. Massimiliano ricusò d'entrare in

negoziazioni; gli Svizzeri non vollero ricevere gli ambasciatori

francesi, quando non fossero apportatori della ratifica della

convenzione di Digione; il papa promise di tenersi neutrale, ma nello

stesso tempo negoziava segretamente con Massimiliano, con Ferdinando e

cogli Svizzeri, ed in luglio sottoscriveva un trattato di guarenzia per

il ducato di Milano[393]. I Veneziani dal canto loro riponevano ogni

speranza nei soccorsi della Francia; affrettavano il re a scendere in

Italia, mentre che l'assistenza loro poteva ancora essere efficace; e

rinnovarono con lui, il 27 di giugno, l'alleanza che avevano conchiusa

col di lui predecessore[394].

[393] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 85. — Fr. Belcarii, l. XV, p.

437. — P. Paruta Stor. Ven., l. III, p. 161._

[394] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 84. — Mém. de Mart. du Bellay,

l. I, p. 42. — Trovasi in trattato presso Leonard, t. IV. — P.

Paruta stor. Ven., l. III, p. 150._

Il doge di Genova, Ottaviano Fregoso, era stato ricondotto in patria

dalle armi degli Spagnuoli e del papa, onde la lega contraria alla

Francia credeva di poter contare sopra di lui; pure ella non lo

accarezzava più di quello che fatto avesse il duca di Milano medesimo, e

mentre opprimeva questi colle contribuzioni, e continuamente lo

minacciava di cedere i suoi stati ad un altro, gli offriva nello stesso

tempo la signoria di Genova, a condizione ch'egli pagasse alla lega una

grossa somma di danaro; di modo che il Fregoso non ignorava che, sotto

la protezione del papa e del re di Spagna, la sua patria veniva in certo

modo posta in vendita al migliore offerente. Accolse dunque con piacere

le segrete proposizioni di Francesco I, che chiedeva la sua alleanza.

Conchiuse un trattato col contestabile di Borbone, che non doveva essere

pubblicato che dopo che le armate francesi sarebbero entrate in Italia;

allora il Fregoso doveva aprir loro i passaggi della Liguria, secondarle

con un determinato numero di fanti, e deporre il titolo di doge, per

assumere quello di perpetuo governatore di Genova a nome del re di

Francia[395].

[395] _P. Jovii Hist. sui tem., l. XV, p. 292 e 503. — Fr.

Guicciardini, l. XII, p. 87. — P. Bizarri Hist. Gen., l. XIX, p.

445. — Uberti Folietae, l. XII, p. 717. — Fr. Belcarii, l. XV, p.

439._

Finalmente a Francesco I restava un ultimo alleato in Italia, ma di

tutti il più debole, ed era il marchese di Saluzzo, che, spogliato di

tutti i suoi stati per cagione del suo attaccamento alla Francia, altro

più non conservava che la città di Revello, che dalla sua posizione per

altro alle falde delle montagne era renduta importante[396].

[396] _Mémoir. de Bayard, ch. LIX, p. 365._

Ma Francesco primo contava meno sopra i suoi alleati che sulle proprie

forze della Francia, e sull'entusiasmo con cui questa apparecchiavasi a

secondare il suo giovane re nella prima di lui impresa. Volendo

Francesco cancellare la vergogna delle sconfitte di Novara e di

Guinegattes, ragunava la più poderosa armata che fin allora fosse stata

condotta in campagna da un re di Francia. Riunì nel Delfinato duemila

cinquecento lance francesi, il fiore di tutta la nobiltà francese; e

perchè la gelosia di questa casta teneva in Francia disarmato il terzo

stato e lontano da ogni militare esercizio; e perchè d'altra parte le

ultime guerre avevano fatta sentire la decisiva importanza

dell'infanteria, quand'essa presentava o la massa impenetrabile e

coperta di picche degli Svizzeri, o l'agilità unita alla costanza degli

Spagnuoli; Francesco I si procurò ventidue mila Landsknecht per far

testa agli Svizzeri, e dieci mila Baschi da opporsi agli Spagnuoli.

Erano i primi sotto il comando del duca di Gueldria, del capitano

Tavannes, la di cui gente, che ammontava a sei mila uomini, chiamavasi

la banda nera, del duca di Suffolck, del conte di Volff-Brandeck, e di

Michele di Openberg[397]. L'avarizia di Ferdinando, che mai non aveva

voluto pagare la taglia del suo illustre capitano Pietro Navarro, fatto

prigioniero nella battaglia di Ravenna, somministrò ai Francesi un

eccellente capo per formare l'infanteria basca. Il Navarro, stanco di

così lunga prigionia, restituì a Ferdinando tutti i feudi che aveva da

lui ricevuti, entrò al servigio della Francia, e levò parte nel Bearn e

parte nel Delfinato i dieci mila uomini, cui egli diede la forma, la

disciplina e le armi colle quali la sua fanteria spagnuola erasi lungo

tempo distinta[398].

[397] _Mém. de Fleuranges, l. XVI, p. 177. — Fr. Guicciardini, l.

XII, p. 88. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 295. — Fr.

Belcarii Comm., l. XV, p. 438._

[398] _Mém. de Mart. du Bellay, l. I, p. 47. — Anonimo Padovano

presso Murat. ad an. 1515._

Raimondo di Cardone, dopo di avere minacciato il Vicentino, e forzato a

rinculare Bartolommeo d'Alviano, che aveva dal senato ricevuto espresso

ordine di non esporsi a formale battaglia, aveva ricondotta a Verona

l'armata spagnuola. Giuliano de' Medici, che suo fratello Leon X aveva

nominato gonfaloniere della Chiesa, adunava tra Piacenza e Reggio

un'armata composta di truppe pontificie e di truppe della repubblica

fiorentina. Finalmente gli Svizzeri si affrettavano soli di prevenire i

Francesi, occupando i passi delle Alpi. Avevano stabilito il loro

quartiere generale a Susa, ove tenevano di già un'armata di oltre venti

mila uomini, la quale custodiva le aperture delle due valli d'Exiles e

della Novalese, con tutte le gole del monte Cenisio e del monte

Ginevra[399].

[399] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 88. — P. Jovii Hist. sui temp.,

l. XV, p. 294. — Paolo Paruta, l. III, p. 158. — Fr. Belcarii, l.

XV, p. 440._

D'altra parte l'armata di Francesco I occupava le spalle delle stesse

Alpi nel Delfinato, tra Grenoble e Briançon. Il passaggio del monte

Ginevra, pel quale i Francesi erano nelle precedenti guerre scesi in

Italia, veniva loro chiuso: ed il re giudicava impossibile di sforzare

gli Svizzeri in anguste gole, ove la sua cavalleria non poteva agire, e

dove il più piccolo ritardo avrebbe esposta la sua armata a perire di

fame. In tale stato di cose il maresciallo Trivulzio s'addossò il carico

di visitare le montagne, per informarsi da tutti i pastori intorno alle

strade per le quali l'armata francese potrebbe passare e prendere alle

spalle l'armata svizzera; s'attenne in ultimo a quella, che, dalle rive

della Duranza, conduce per Guillestre e per l'Argentiera alle sorgenti

della Stura, ed ai piani del marchesato di Saluzzo[400].

[400] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 89. — P. Jovii Hist., l. XV, p.

298._

Già era il 10 d'agosto, e più non si vedevano nevi nelle gole delle

montagne che si dovevano attraversare coll'artiglieria; ma verun'armata

non aveva fin allora penetrato in così alpestre valli, sconosciute

perfino dai condottieri di merci, e praticate solamente da alcuni

cacciatori di camozzi. L'intrapresa di condurvi un treno d'artiglieria,

tutti gli uomini d'armi francesi, e trenta mila pedoni, doveva dunque

sorprendere l'immaginazione. Da Grenoble l'armata erasi recata ad Embrun

per Vizille e la Mura. Colà provvedutasi di vittovaglie per cinque

giorni, penetrò nelle montagne pei villaggi di san Clemente e di

Crispino. Aveva lasciato a sinistra il monte Genievre, guadata la

Duranza, e trovata la sua prima stazione a Gilestre. Di là fu d'uopo

aprirsi col ferro una strada a traverso alla rupe di san Paolo, che

chiudeva il passaggio: questo si eseguì il secondo giorno, e l'armata

andò a passare la notte a Barcellonetta. Il terzo giorno si doveva

valicare la catena centrale delle Alpi, quella che, tra Barcellonetta e

l'Argentiera, divide le acque che scendono nel Rodano da quelle che

vanno nel Po. Qua e là dovevansi far saltare degli scogli per aprirsi la

via, o gettar ponti a traverso ai precipizj, o innalzare sull'erta delle

montagne lungo i precipizj delle gallerie di legno. Settantadue grossi

pezzi d'artiglieria dovevano passare per questa strada colla colonna

centrale dell'armata, la cavalleria pesante e gli equipaggi; ed in oltre

due mila cinquecento pontonieri e zappatori, raccolti in corpo e pagati

come la fanteria, i quali dovevano aprire le strade; ma lo zelo dei

semplici soldati era ancora più efficace; essi strascinavano

l'artiglieria invece dei cavalli, e mostravano altrettanta avvedutezza e

destrezza che coraggio per superare le inudite difficoltà che loro

opponeva la natura. La terza stazione dell'armata fu ne' villaggi di

Larchia e di Ehergia. L'armata era omai giunta nella valle della Stura;

ma la montagna di Piè di Porco gli chiudeva tuttavia il passaggio: essa

la superò il quarto giorno, ed il quinto si trovò in Lombardia nelle

pianure del marchesato di Saluzzo[401].

[401] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 298. — Mém. de

Fleuranges, p. 178. — Mém. de Louis de la Tremouille, c. XVI, p.

200. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 90. — Fr. Belcarii, l. XV, p.

441._

Mentre la colonna del centro teneva questa strada, continuamente

lottando con pericoli e con difficoltà che verun altro generale non

aveva per anco tentato di superare, altre divisioni dell'armata tenevano

le strade della Dragoniera, di Rocca Perotta e di Cuneo, senza mai

scontrarsi negli Svizzeri, che con tanto vantaggio avrebbero potuto

vietarne il passaggio.

Con una di queste divisioni La Palisse era stato incaricato di portarsi

da Briançon a Villafranca, e di là per Sestrieres alle sorgenti del Po.

Egli formava in tal modo l'ala sinistra di tutta l'armata francese, e

siccome colui che trovavasi più vicino agli Svizzeri, era altresì quegli

che più particolarmente copriva l'artiglieria. Bajardo, Humbercourt e

d'Aubignì camminavano con questa divisione. Bajardo ebbe avviso che

Prospero Colonna, capitano generale del duca di Milano, aveva il suo

quartiere a Carmagnola, alle falde di quelle stesse montagne, e seppe

inoltre che, sebbene la strada di Rocca Sparviera non avesse mai veduti

cavalli, era non pertanto praticabile. Bajardo e La Palisse risolsero di

sorprendere il generale nemico. Al Colonna riuscì in quest'occasione

dannoso il suo circospetto carattere; perchè non potè credere possibile

ciò ch'egli medesimo non avrebbe osato di tentare. Infatti egli non

aveva verun sospetto dell'avvicinamento de' Francesi; pure era partito

da Carmagnola per Pignerolo la mattina medesima del 15 agosto, giorno in

cui, attesa la sollecitudine usata, La Palisse e Bajardo avevano sperato

di sorprenderlo nella prima di queste due città: ma, avvisati della sua

partenza, gli tennero dietro di galoppo. Il Colonna, che aveva con lui

trecent'uomini d'armi, alcuni cavaleggieri, e molti cavalli di rimonta,

erasi trattenuto a Villafranca per desinare. Non volle dar fede alle sue

spie che vennero a partecipargli l'imminente arrivo de' Francesi. Il

corpo di guardia, posto all'ingresso di Villafranca, vedendo venire il

nemico volle chiudere le porte; ma due uomini d'armi francesi, che

avevano preceduta la compagnia, si precipitarono avanti con sì grande

impeto, che uno di loro riuscì a cacciare la sua lancia tra le imposte

della porta che si chiudeva, ed a tenervela finchè sopraggiunsero i suoi

camerata. Prospero Colonna, sorpreso, non potè fare veruna resistenza e

fu fatto prigioniere colla maggior parte dei suoi uomini d'armi, e più

di settecento cavalli[402].

[402] _Mém. de Mart. du Bellay, l. I, p. 50. — Mém. de Fleuranges,

p. 183. — Mém. du chev. Bayard, c. LIX, p. 368-374. — Pauli Jovii

Hist., l. XV, p. 299. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 91._

L'Italia seppe nello stesso tempo la discesa dalle Alpi di un'armata

francese tanto formidabile, e la prigionia del suo più riputato

generale. Queste notizie scoraggiarono gli alleati, e li fece più

diffidenti gli uni degli altri; onde essi volsero tutte le loro cure a

cercare separatamente i mezzi di porsi al sicuro dal comune pericolo.

Giuliano de' Medici, sorpreso da una pericolosa febbre, aveva

abbandonata l'armata, per recarsi a Firenze, lasciandone il comando a

suo nipote Lorenzo. Leon X si affrettò di far dire a quest'ultimo di non

avanzarsi contro i Francesi, di non violare la neutralità, e di cogliere

il pretesto della rivoluzione di Guido Rangoni, per trattenersi nel

Modenese all'assedio di Rubiera. Nello stesso tempo spedì il suo

confidente, Cinzio di Tivoli, a Francesco I, per iscusare i suoi primi

passi, ed intavolare qualche negoziazione; ma questo emissario fu

arrestato dagli Spagnuoli, e le carte che gli si trovarono addosso

fecero conoscere a Raimondo di Cardone, cui furono rimesse, quanto poco

fondamento doveva fare sul papa[403].

[403] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 92. — Jo. Marianae de reb.

Hisp., l. XXX, c. XXVI, p. 343. — P. Jovii Hist., l. XV, p. 300._

Il Cardone aveva concentrato in Verona tutte le forze della Spagna, e

stava colà aspettando i soccorsi della Germania, che Massimiliano

prometteva sempre e non mandava mai. Altronde egli aveva fin allora

mantenute le sue truppe senza danaro a carico del paese ch'esse

guastavano, conciossiachè non si può dire che rifacessero la guerra.

Ferdinando non mandava verun sussidio; però nell'istante in cui avrebbe

dovuto porsi in cammino, il generale non poteva dispensarsi dal pagare

ai soldati almeno una parte de' soldi arretrati. Bartolommeo d'Alviano

gli si era di nuovo avvicinato, occupando colla sua armata il Polesine

di Rovigo; e, senza voler tentare la dubbia sorte di una battaglia,

riteneva gli Spagnuoli, loro non permettendo di andare ad unirsi agli

Svizzeri[404].

[404] _P. Paruta, l. III, p. 167._

Gli stessi Svizzeri avevano con qualche perturbamento udita la notizia

del passaggio di Francesco I: eransi da principio avviati verso

Pignerolo con intenzione di liberare Prospero Colonna, ed avevano

costretto La Palisse a ripiegarsi sopra Fossano; ma quando seppero che

tutta l'armata, e lo stesso re alla testa della medesima avevano passate

le Alpi, chiesero una sospensione d'armi per ritirarsi a Vercelli, lo

che da Francesco, che ardentemente bramava di riconciliarsi con loro, fu

subito accordato. Nella loro ritirata saccheggiarono Chivasso e

Vercelli, ed infine si fermarono a Novara[405].

[405] _P. Jovii Hist., l. XV, p. 361. — Fr. Guicciardini, l. XII, p.

93. — Mém. de Fleuranges, p. 187. — Mémoir. de Martin du Bellay, l.

I, p. 53._

Dopo il cominciamento della guerra gli Svizzeri si trovavano divisi in

due fazioni; gli uni, strascinati dal cardinale di Sion, implacabile

nemico della Francia, non volevano udire ragionamenti di accordo; gli

altri, i di cui principali capi erano Alberto della Pietra e Giovanni di

Diesbach, capitani de' Bernesi, e Giorgio di Super-Sax Valesano,

desideravano di riconciliarsi con una monarchia, che risguardavano come

la naturale amica della loro nazione; e si lagnavano, che si facesse

loro versare il più puro lor sangue per una contesa affatto straniera

alla svizzera. L'ambizione di coloro che volevano signoreggiare l'Italia

ed opprimere la Francia, era sproporzionata affatto colla loro forza, e

pareva loro che la Svizzera dovesse essere egualmente perduta, sia che

la Francia cessasse di esistere, o sia che la Francia vittoriosa volesse

vendicarsi de' suoi più prossimi vicini. Il timore, che inspirava

l'armata di Francesco I, consigliava gli Svizzeri a dare orecchio alle

persuasioni di Diesbach e di Alberto, che volevano che si accettasse la

mediazione loro offerta dal duca di Savoja, e dal bastardo di lui

fratello[406].

[406] _Mém. de Fleuranges, p. 189._

Ma gli Svizzeri, che il giorno d'una battaglia si assoggettavano ad una

rigorosa disciplina, conservavano nelle loro armate, qualunque volta non

si trovavano in presenza del nemico, tutte le più focose abitudini

democratiche. I ragionamenti de' loro capi gli strascinavano a vicenda

ad estremi partiti. Gli uni, di già carichi di preda, desideravano di

trasportarla nelle loro montagne, altri domandavano la guerra, perchè

non avevano ancora nulla guadagnato; tutti si lagnavano, perchè i

quaranta mila ducati al mese, loro promessi dal papa e dal vicerè, mai

non giugnevano al campo. In un istante di mal umore saccheggiarono la

cassa del commissario pontificio, e di già si ponevano in cammino per

tornare nella Svizzera, quando arrivò il danaro. Allora si calmarono, e

si accamparono a Gallarate, ove aspettarono venti mila loro

compatriotti, che passavano le Alpi per raggiugnerli[407].

[407] _P. Jovii Hist., l. XV, p. 320._

Frattanto il bastardo di Savoja ed il signore di Lautrec avevano seguiti

gli Svizzeri a Gallarate per continuare le loro negoziazioni; e perchè

questi offrivano danaro contante, mentre che gli alleati avevano di già

fatta conoscere la loro povertà, la maggior parte dei venti commissarj

svizzeri, nominati per trattare con loro, erano disposti ad un

accomodamento. Diffatti venne all'ultimo dalle due parti firmato un

trattato, in forza del quale gli Svizzeri acconsentivano che il ducato

di Milano tornasse alla Francia, non esclusi i piccoli distretti posti

al piè delle Alpi ch'essi avevano staccati, a condizione che Francesco

Sforza sposasse una principessa del sangue reale di Francia, e ricevesse

per appannaggio il ducato di Nemours, oltre una pensione di dodici mila

franchi. Dal canto suo il re promise di pagare in diversi termini

seicento mila scudi per la capitolazione di Digione, e trecento mila pei

villaggi conquistati, che gli Svizzeri restituivano. Ritornò ai cantoni

le antiche loro pensioni, e l'alleanza rinnovatasi tra di loro doveva

durare tutto il suo regno e dieci anni dopo la sua morte[408].

[408] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 94. — P. Jovii Hist. sui temp.,

l. XV, p. 304. — Mém. de Fleuranges, p. 189. — Mém. de Martin du

Bellay, l. I, p. 53. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 443._

Francesco I, premuroso di fare un primo pagamento agli Svizzeri, e di

porre in tal modo il suggello alla pace, richiese a tutti i principi e

gentiluomini di prestargli ciò che avevano in danaro contante ed in

vasellame d'oro e d'argento. Ciascuno non si serbò che quanto era

necessario pel proprio mantenimento di otto giorni: ed il danaro fu

mandato a Buffalora, ove il signore di Lautrec doveva consegnarlo ai

deputati della lega. La pace sembrava talmente sicura che il duca di

Gueldria, capitano di tutti i Landsknecht, ripartì a tutta fretta per

respingere un'invasione dei Brabantesi fatta ne' suoi stati; e quando

ebbe a Lione la notizia della battaglia di Marignano, cadde per

dispiacere pericolosamente infermo[409].

[409] _Mém. de messire Martin du Bellay, l. I, p. 54._ — Partì il 10

di settembre. _Mém. de Fleuranges, p. 195._

Frattanto Rosten[410], borgomastro di Zurigo, che per l'età e per la sua

sperienza militare era stato da' cantoni nominato generale di tutte le

loro truppe in Italia, arrivò da Bellinzona al campo, ch'erasi

trasportato a Monza, con una nuova divisione di venti mila uomini. Gli

Svizzeri, che prima si sentivano più deboli, credettero allora di avere

ricuperata la superiorità. I nuovi venuti non sapevano risolversi a

tornare in patria senza combattere; portavano invidia alle ricchezze

acquistate dai loro compagni, e dichiararono che giammai i cantoni non

acconsentirebbero alla restituzione delle podesterie italiane, secondo

portava il trattato. Invano i partigiani della Francia rappresentavano

quanto vergognosa cosa sarebbe il violare una convenzione così

solennemente stipulata; la maggior parte di quella moltitudine di

Svizzeri domandava la battaglia; essi proponevano, con due subiti

attacchi, d'impadronirsi del danaro ch'era stato portato a Buffalora, e

di sorprendere il re, che colla sua armata erasi avvicinato a poche

miglia di Milano. Alberto della Pietra e Giovanni di Diesbach, non

volendo prendere parte a quest'atto di mala fede, abbandonarono il campo

per tornare in patria, e con loro si posero in cammino sei in sette mila

de' loro commilitoni. Il signore di Lautrec, prevenuto a tempo da alcune

spie de' progetti degli Svizzeri, partì precipitosamente da Buffalora, e

pose in sicuro il danaro a lui affidato[411].

[410] Il biografo di Frundsberg lo chiama Rösch, e dev'essere

seguito di preferenza pei nomi tedeschi, _II Buch, f. 23._

[411] _Mém. de Martin du Bellay, l. I, p. 54. — P. Jovii Hist., l.

XV, p. 304. — Mém. de Fleuranges, p. 191._

Intanto l'armata francese aveva omai occupata la maggior parte della

Lombardia. Aymar di Prie con quattrocento lance e cinque mila fanti

erasi avvicinato a Genova, onde sollecitare Ottaviano Fregoso a

dichiararsi per la Francia; e questi aveva subito spiegate le bandiere

francesi, e rinforzata con quattro mila fanti l'armata d'Aymar di Prie,

che occupava tutto il paese a mezzogiorno del Po[412]. Dalla banda

settentrionale di questo fiume, il re si era avanzato da Vercelli verso

Novara, che non aveva fatto che una debolissima resistenza; indi,

passato il Ticino, si trattenne a Buffalora e ad Abbiategrasso, mentre

che Pavia gli apriva le porte, e che Gian Giacopo Trivulzio si avanzava

fino a quelle di Milano: quest'ultimo veniva incontrato da una

deputazione del popolo di questa città, la quale lo supplicava di non

compromettere, prima della battaglia, la capitale della Lombardia, che

trovavasi tra le due armate, e di astenersi dall'entrarvi per umanità, e

per riconoscenza dell'attaccamento dei Milanesi verso la corona di

Francia[413].

[412] _P. Bizarri, l. XIX, p. 445. — Uberti Folietae, l. XII, p.

717._

[413] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 94._

Il cardinale di Sion trovavasi presso Raimondo di Cardone, che aveva

stabilito il suo campo al confluente dell'Adda e del Po. Quando seppe

che i suoi compatriotti avevano determinato di continuare la guerra,

sollecitò il Cardone ad unire la sua armata alla loro, e non lo potendo

ottenere, si recò egli presso gli Svizzeri a Monza, con Muzio Colonna,

Luigi di Pitigliano, quattro cento cavaleggieri ed alcuni uomini d'armi.

Gli Svizzeri non avevano altra cavalleria nella loro armata[414].

[414] _P. Jovii Hist. sui temp., l. V, p. 305. — Fr. Guicciardini,

l. XII, p. 95._

Il Cardone, dopo avere lasciate guarnigioni in Verona ed in Brescia,

andò ad unirsi a Piacenza a Lorenzo de' Medici con settecento uomini

d'armi, seicento cavaleggieri, e sei mila fanti. Dal canto suo il Medici

aveva sotto di sè settecento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri e

quattro mila fanti. Queste due armate, riunite alle spalle de' Francesi,

erano abbastanza forti per tenerli inquieti; ma intanto l'Alviano aveva

passato l'Adige, e, rimontando la sinistra del Po fino a Cremona, era

venuto ad accamparsi in faccia al vicerè, che aveva di già apparecchiato

il suo ponte di battelli sotto Piacenza. L'armata veneziana, che sotto

gli ordini dell'Alviano contava novecento uomini d'armi, mille

quattrocento cavaleggieri e nove mila fanti, teneva in dovere tutte le

forze della Spagna, del papa e de' Fiorentini, e con così maestro

movimento agevolava ai Francesi il modo di sperimentare co' soli

Svizzeri la sorte della guerra[415].

[415] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 95. — P. Jovii Hist. sui temp.,

l. XV, p. 305. — Mém. de messire Martin du Bellay, l. I, p. 55. —

Fr. Belcarii Comm., l. XV, p. 444._

Francesco I, per assicurare la sua comunicazione coll'Alviano e per

troncare assolutamente quella del campo spagnuolo cogli Svizzeri, era

venuto ad accamparsi a Marignano, posto sulla strada di Piacenza a

Milano, lontano trenta miglia dalla prima di queste due città, dieci

dalla seconda. L'Alviano occupava dieci miglia più in là di Marignano

Lodi verso Piacenza; onde il Cardone, dopo avere fatto passare il Po a

parte delle sue truppe, conoscendo l'impossibilità di avanzare, aveva

ripassato il fiume. Gli avamposti francesi stendevansi fino a tre miglia

presso Milano, a san Donato ed a santa Brigida; e gli Svizzeri, dopo

l'arrivo del cardinale di Sion nel loro campo di Monza, erano rientrati

in Milano in numero di circa trentaquattro mila uomini[416].

[416] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 97. — P. Jovii Hist., l. XV, p.

306. — Mém. de Louis de la Trémoille, c. XVI, p. 201. — Mém. du

chev. Bayard, c. LX, p. 376._

Il 13 di settembre il cardinale di Sion fece battere il tamburo per

adunare tutti gli Svizzeri sulla piazza del castello di Milano. Egli vi

si era fatto innalzare un pulpito dal quale gli arringò, eccitandoli a

combattere per la santa Chiesa; conveniva, diceva egli, sorprendere il

re, vendicarsi in una sola volta di tutte le offese ricevute, ed

aggiugnere nuovi allori a quelli che avevano di già colti a Novara.

Nello stesso tempo fece dare un falso allarme da Muzio Colonna, che

rientrò precipitosamente in città, e chiese il soccorso di tutta

l'armata, come se fosse inseguito dai Francesi. Allora quegli stessi,

che fino a tal giorno erano stati per la pace, diedero di piglio alle

loro armi col medesimo impeto degli altri, onde non abbandonare i loro

compatriotti nell'istante del pericolo[417].

[417] _P. Jovii Hist., l. XV, p. 308. — Mém. de Fleuranges, p. 190.

— Paolo Paruta ist. Ven., l. III, p. 174._

Malgrado la nuova determinazione presa dagli Svizzeri i loro negoziatori

e quelli de' Francesi trovavansi tuttavia uniti a Gallarate; ed il re

era sempre di sentimento che sarebbesi fatta la pace; quando il tredici

di settembre, tre ore dopo mezzogiorno, il maresciallo di Fleuranges,

ch'era stato mandato verso Milano per osservare il nemico, e aveva

probabilmente cagionato l'allarme da cui il cardinale di Sion seppe

tirare partito, vide sortire dalla città tutta l'armata degli Svizzeri

al suono delle terribili trombette d'Uri e d'Underwald, che tenevansi in

serbo pei giorni di battaglia. Egli corse verso il re per avvisarlo di

armarsi e chiamare i Francesi a raccolta. Bartolommeo d'Alviano

trovavasi allora in conferenza nella tenda del re, che lo prese per

mano, e gli disse: «signor Bartolommeo, io vi prego di recarvi

sollecitamente alla vostra armata, e venite colla medesima il più presto

che potrete sia di giorno o di notte, dove io sarò, giacchè voi ben

vedete qual affare ho sulle braccia[418].»

[418] _Mém. de Fleuranges, p. 193._

Il re, che non pensava di essere attaccato, non aveva presa a santa

Brigida una vantaggiosa posizione; la strada di Milano, per la quale era

ripartito il maresciallo di Fleuranges con dugento uomini d'armi, per

fare una carica contro gli Svizzeri, seguiva una retta linea ed era

fiancheggiata di fosse da ambedue le parti, di modo che la cavalleria

non poteva prendere i nemici di fianco, nè volteggiare intorno a loro.

Alcuni corpi di Landsknecht erano disposti al di là della fossa, ma non

potevano farvi che un debole servigio; altronde le lunghe negoziazioni

ch'essi avevano veduto trattarsi tra il re e gli Svizzeri, li teneva in

qualche diffidenza; temendo essi per avventura che il re gli avesse

abbandonati a quei formidabili nemici[419].

[419] _Mém. de Louis de la Trémoille, c. XVI, p. 202. — Mém. de

messire Martin du Bellay, l. I, p. 57. — Mém. de Fleuranges, p. 196.

— P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 178._

Gli Svizzeri giunsero agli avamposti francesi quando omai non rimanevano

che due ore di giorno. Essi vanzavano sulla fronte dell'armata colla

picca abbassata, non ricorrendo a veruno studiato movimento, nè

altr'arte militare adoperando che la forza del corpo e la loro

intrepidezza. Essi marciavano contro l'artiglieria senza lasciarsi

spaventare dalle scariche delle batterie, che prendevano in pieno le

loro file; dopo la caduta de' loro commilitoni serravano di nuovo le

file ed avanzavano sempre. Gli uomini d'armi si scagliarono contro di

loro, condotti dal re alla testa de' gentiluomini della sua guardia.

Scriveva egli stesso a sua madre: «Da cinquecento e da cinquecento vi fu

fatta una trentina di belle cariche; e al certo più non si dirà che gli

uomini d'armi sono lepri armate; perciocchè a non dubitarne essi fecero

l'esecuzione[420].» Però questo corpo di cavalleria, che non poteva

tenere che la retta linea della grande strada ed attaccare gli Svizzeri

di fronte, veniva trattenuto dal bosco di picche, contro le quali esso

urtava. A misura che gli squadroni piegavano, gli Svizzeri, che mai non

si erano lasciati intaccare, s'avanzavano contro di loro in buon ordine.

Alcune migliaja di Landsknecht tentarono di passare la fossa per

prendere gli Svizzeri di fianco, ma vi perirono quasi tutti[421].

[420] Lettera di Francesco I a sua madre dal campo di santa Brigida,

il venerdì 14 di settembre, in seguito alle _Mém. de Martin du

Bellay, t. XVII, p. 442-451._

[421] _Mém de Fleuranges, p. 197. — Mém. de Bayard, c. LX, p. 377._

La prima batteria che venne attaccata dagli Svizzeri non era composta

che di sette pezzi di cannone, sotto il comando di Pietro Navarro: era

coperta da una larga fossa che veniva difesa da un corpo di fanteria

basca e guascona. Fu attaccata dal battaglione svizzero della gioventù

perduta, che era un corpo di giovani soldati scelti in tutti i cantoni,

che portavano il distintivo di alcune piume bianche sul capo, ed avevano

doppio soldo. Questi perdettero nell'attacco moltissima gente, ma

all'ultimo s'impadronirono della batteria[422].

[422] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 310._

La luce del giorno era da molto tempo mancata ai combattenti, ma era

stata rimpiazzata da una chiarissima luna, e la pugna continuava. Ciò

nulla meno i capì più non potevano discernere l'andamento della

battaglia, nè dirigere le cominciate operazioni, e tutti separatamente

si battevano contro coloro che accidentalmente si trovavano a fronte. I

corpi francesi erano di già separati dagli Svizzeri, ma combattevano

ancora per conservare il posto che avevano preso. Dopo quattro ore di

notturna battaglia, la stanchezza ed il non conoscere la situazione de'

nemici fecero deporre le armi a tutti. Tutti rimasero al proprio luogo,

cercando di ricuperare col sonno le perdute forze[423].

[423] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 310. — P. Jovii Hist., l. XV, p.

311. — Paolo Paruta Ist. Ven., l. III, p. 180. — Mém. du chev.

Bayard, c. LX, p. 378._

«Sopraggiunse la notte, dice Fleuranges, e gli Svizzeri cominciarono a

cacciare gli uomini d'armi da un canto e dall'altro; perciocchè più non

sapevano dove andassero, e venivano uccisi dovunque si trovavano. Nello

stesso stato erano i Landsknecht ed i fanti francesi, tutti smarriti

come gli altri. Il re si fermò presso l'artiglieria, e non aveva un uomo

a piedi presso di lui; e fece una carica con circa venticinque uomini

d'armi, i quali lo servirono maravigliosamente; e poco mancò che il re

non impazzisse, e vi giuro in su l'onor mio, che fu uno de' più valorosi

capitani della sua armata, non avendo mai voluto abbandonare la sua

artiglieria, e facendo intorno a sè ordinare il più di gente che poteva.

E gli Svizzeri furono assai vicini all'artiglieria, ma non la videro: ed

il detto re fece spegnere un fuoco ch'era vicino alla menzionata

artiglieria, perchè trovandosi gli Svizzeri vicini, non la vedessero

custodita da così poca gente. Ed il detto signore chiese da bere,

essendo molto assetato; e fuvvi un pedone che andò a prendergli

dell'acqua ch'era lorda di sangue, la quale fece tanto male al detto

signore, ch'era soverchiamente riscaldato, che lo costrinse a rigettare

tutto quello che aveva in corpo. Egli si coricò sopra un carro

dell'artiglieria per riposarsi alquanto, e sollevare il suo cavallo

ch'era malamente ferito. Aveva vicino un trombetta italiano, chiamato

Cristoforo, che lo servì assai bene, perchè gli si tenne sempre accanto,

ed il suono della sua tromba vinceva quello di tutte le altre del campo;

e perciò sapevasi ove stava il re, e la gente si andava ristringendo

verso di lui[424].»

[424] _Mémoires de Fleuranges, p. 198._

E fu in tal modo che durante la notte si ragunarono circa venti mila

Landsknecht e tutti gli uomini d'armi nel luogo ove trovavasi il re

presso l'artiglieria. I capitani francesi, approfittando del breve

intervallo tra l'una e l'altra battaglia, ritiravano le batterie che

credevano troppo avanzate, le collocavano vantaggiosamente, rifacevano

la loro linea rotta in varj punti, e combinavano gli attacchi che la

cavalleria doveva tentare ai fianchi o alle spalle per rompere la

falange degli Svizzeri[425].

[425] _Mém. de Fleuranges, p. 200. — Fr. Guicciardini, l. XII, p.

100. — P. Jovii Hist., l. XV, p. 312._

Questi dal canto loro eransi riuniti al suono de' due corni d'Uri e

d'Underwald, che si udirono suonare tutta la notte. Il cardinale di Sion

loro aveva fatte portare vittovaglie da Milano, e i loro corpi

s'intendevano ancora senza vedersi. Il prelato aveva spediti corrieri in

varie parti per annunziare, dietro l'accaduto nel primo attacco, che gli

Svizzeri erano vittoriosi e l'armata francese disfatta[426].

[426] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 100._

«Quando si fece giorno (il venerdì 14 settembre) ognuno si ritirò sotto

le proprie insegne, dice Martino di Bellay, e ricominciò la battaglia

più furiosa che la sera, di modo che io vidi uno dei principali

battaglioni de' nostri Landsknechts rinculare più di cento passi; ed uno

Svizzero, passando tutte le linee della battaglia, arrivò a toccare

colla mano un pezzo dell'artiglieria del re, ove fu ucciso; e senza la

cavalleria, che sostenne gran parte dell'urto svizzero, si era in

pericolo[427].» Ma malgrado l'intrepidezza degli Svizzeri, e

l'eccellente loro ordinanza, potevasi di già prevedere che il risultato

della battaglia non riuscirebbe loro favorevole. L'artiglieria francese

faceva orrendi guasti ne' loro battaglioni, ed ogni loro sforzo per

impadronirsene tornava vano. I replicati attacchi della cavalleria sui

loro fianchi, sebbene non li disordinassero, ne impedivano la marcia, e

loro uccidevano molta gente. «E cominciavano, dice Fleuranges, a girare

intorno al loro campo da ogni lato per vedere se potevano assalirli; ma

non vi riuscivano; cercarono di rompere una banda che si era mossa, ma

quando si videro abbassate contro le picche, passarono avanti senza

toccarla[428].»

[427] _Mém. de mess. Martin du Bellay, l. I, p. 58._

[428] _Mém. de Fleuranges, p. 201._

Mentre gli Svizzeri cominciavano già ad essere titubanti, Bartolommeo

d'Alviano, ch'era stato a Lodi a prendere la sua truppa e che aveva

camminato tutta la notte, giunse sul campo di battaglia con soli

cinquantasei cavalieri, prevenendo la sua armata, che avanzavasi più

lentamente ordinata a colonne. Ma il grido de' Veneziani _Marco! Marco!_

le loro insegne e la grande opinione che si aveva della rapidità

dell'Alviano fecero credere ai due campi che tutta la sua truppa

arrivasse con lui. Gli Svizzeri non giudicarono conveniente di

aspettarlo; strinsero nuovamente le loro file e ripiegarono verso Milano

in buona ordinanza, e con sì fiero contegno, che niun corpo dell'armata

francese di fanteria o di cavalleria, ardì molestarli. Soltanto due loro

compagnie, che si riposavano ne' granai di un villaggio, perirono tra le

fiamme, che vi accesero i cavaleggieri dell'armata veneziana[429].

[429] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 101. — P. Jovii Hist. sui temp.,

l. XV, p. 315. — P. Paruta, l. III, p. 182. — Fr. Belcarii, l. XV,

p. 446 — Mém. de Bayard, c. LX, p. 381._

Il maresciallo Trivulzio, ch'era stato presente a diciotto battaglie

campali, non le risguardava che come giuochi da fanciullo a petto di

quella terribile di santa Brigida o di Marignano, che aveva costume di

chiamare una battaglia di giganti. Si può credere che tra l'una e

l'altra armata rimanessero sul campo circa diciotto mila uomini, due

terzi de' quali Svizzeri. Ma gli storici delle due parti, per adulare la

vanità nazionale, danno intorno al risultamento della battaglia un

calcolo assai diverso. Nell'armata svizzera eranvi pochi nomi illustri;

in quella dei Francesi moltissimi, e portarono il lutto le più nobili

famiglie. Francesco fratello del duca di Borbone, Imbercourt, il conte

di Sancerre, il signore di Bussy nipote del cardinale d'Amboise,

Giovanni di Muy signore della Meilleraye, il principe Carlo di Talmont,

unico figlio di Luigi della Tremouille, il signor di Roye fratello del

maresciallo di Fleuranges, ed il giovane conte di Pitigliano, venuto

coll'Alviano dall'armata veneziana, rimasero tra i morti[430].

[430] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 101. — P. Jovii Hist., l. XV, p.

316. — P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 183. — Mém. de Louis de la

Trémoille, c. XVI, p, 205. — Mém. de Fleuranges, p. 195-203. — Mém.

du Bellay, l. I, p. 59. — Mém. du chev. Bayard, ch. LX, p. 381._

«La sera del venerdì, in cui terminò la battaglia con onore del re di

Francia, si fece allegria nel campo e parlossene in più maniere. E si

trovò che gli uni avevano fatto meglio degli altri; ma si trovò

soprattutto che il buon cavaliere (Bajardo) si era nelle due giornate

mostrato tal quale avea costume di essere in tutti i luoghi in casi

simili. Il re volle fargli molto onore, ricevendo l'ordine di cavaliere

dalle di lui mani. Ed aveva ben ragione, perchè non avrebbe saputo

prenderlo da altri migliore di Bajardo[431].» Il re, dopo fatto

cavaliere, accordò lo stesso ordine a molti altri gentiluomini, che

avevano valorosamente combattuto. «_Io ben conosco_, disse al

maresciallo di Fleuranges, _che in quante battaglie vi siete trovato,

non avete mai voluto essere cavaliere; io lo fui oggi, e vi prego a

volerlo essere ancora voi di mia mano_; ciò che il fortunato Fleuranges

gli accordò di buon cuore, ringraziandolo dell'onore che gli

compartiva[432].»

[431] _Ivi, p. 382. P. Jovii Hist., l. XV, p. 317. — Mém. de

Fleuranges, p. 194._

[432] _Mém. de Fleuranges, p. 203._

Bajardo, che aveva ricevuto dal re un così segnalato favore, aveva nella

precedente notte corso un grandissimo pericolo. «Il suo cavallo, punto

dalle picche e sbrigliato, quando si sentì senza freno si pose a

correre, ed a dispetto di tutti gli Svizzeri e delle loro ordinanze,

passando oltre, portava a dirittura il buon cavaliere in mezzo ad un

corpo di Svizzeri, se non che, entrato in un campo in cui le viti erano

tese da un albero all'altro, si dovette fermare. Il buon cavaliere ebbe

grande paura, e non senza cagione, perciocchè era senza rimedio morto,

se veniva in mano dei nemici. Non si perdette per altro di coraggio, ma

scese dolcemente da cavallo, ed in parte si disarmò, e seguendo le rive

di una fossa, a quattro gambe si incamminò verso il luogo in cui credeva

trovarsi il campo francese, ed ove udiva gridare _Francia_, Dio gli fece

la grazia che vi giugnesse sano e salvo; ed inoltre, ciò che molto gli

giovò, che si scontrasse nel gentile duca di Lorena, uno de' suoi

signori, che fu sorpreso di vederlo così a piedi. Onde il detto duca gli

fece subito allestire un gagliardo cavallo[433].»

[433] _Mém. de chev. Bayard, c. LX, p. 378._

Gli Svizzeri rientrati in Milano cercavano un pretesto per ritirarsi da

una guerra, da cui non potevano più nulla sperare. Chiesero a

Massimiliano Sforza i tre mesi di soldo che questi aveva loro promessi,

ma che evidentemente egli più non poteva pagare dopo la perdita di tutti

i suoi stati. Dietro il suo rifiuto, malgrado le istanze del cardinale

di Sion, cui non davano più tanta credenza dopo la perdita della

battaglia, si posero all'indomani in cammino per ritirarsi per la strada

di Como ne' loro paesi. Massimiliano Sforza si chiuse nel castello di

Milano con Girolamo Morone, suo principale ministro, Giovanni Gonzaga,

pochi gentiluomini milanesi, mille cinquecento Svizzeri, e cinquecento

Italiani. Suo fratello Francesco Sforza, duca di Bari, passò in Germania

col cardinale di Sion, per affrettare i soccorsi dell'imperatore. Gli

Svizzeri dal canto loro avevano, partendo, promesso, che non

tarderebbero a ritornare in maggior numero per vendicarsi della loro

sconfitta, e liberare i loro compatriotti[434].

[434] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 102. — P. Jovii Hist., l. XV, p.

316. — P. Paruta Hist. Ven., l. III, p. 183._

Però la battaglia di Marignano aveva decisa la sorte del ducato di

Milano. Tutte le città si affrettarono d'assoggettarsi a Francesco I, e

di manifestare il loro giubbilo d'essere state liberate dall'insolenza e

dalla rapacità della soldatesca svizzera. I soli castelli di Milano e di

Cremona rimasero in potere di Massimiliano Sforza, e Pietro Navarro si

obbligò col re Francesco ad impadronirsi del primo avanti che passasse

un mese[435].

[435] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 102. — Mémoires de Fleuranges,

p. 206._

Il castello di Milano era abbondantemente provveduto d'ogni maniera di

vittovaglie e di munizioni da guerra; la sua guarnigione più numerosa

che non richiedevalo l'estensione del suo ricinto; e le sue mura, che

avevano di già sostenuti lunghi assedj, si giudicavano presso che

inespugnabili. Ma Pietro Navarro, che aveva il primo di tutti portata in

Italia l'arte delle mine caricate e che l'aveva perfezionata; che col

mezzo loro aveva molti anni avanti presi i tre castelli di Napoli, e che

pretendeva non potergli lungamente resistere veruna fortezza, ispirava

grandissimo terrore a tutti coloro ch'erano chiusi nel castello di

Milano. E più d'ogni altro il duca ed i suoi ufficiali civili temevano

di dovere ad ogni istante essere vittime d'una terribile esplosione.

Potevano ben essi tenersi lontani da ogni conflitto e dai pericoli

inseparabili dalla difesa d'una breccia: ma una mina nella sua

esplosione non rispettava più il sovrano del plebeo, e poteva

raggiungere il duca ne' suoi più segreti appartamenti, ed in qualunque

ora del giorno o della notte seppellirlo sotto le ruine delle mura.

Massimiliano Sforza, che non aveva nè coraggio, nè forza di carattere,

era desideroso di sottrarsi a qualunque prezzo a tanto pericolo. Egli

non aveva un solo istante goduto dell'indipendenza o della ricchezza

annessa al sovrano potere. Quando l'uno, e quando l'altro de' suoi

alleati, aveva proposto d'abbandonarlo, e di far ricadere i suoi stati o

all'imperatore, o al re di Francia. Gli Svizzeri mantenevano il suo

potere, ma per tenerlo subordinato alla loro volontà, facendolo ministro

d'insopportabili esazioni, per le quali egli si era già renduto odioso

a' suoi sudditi. Il 4 ottobre, venti giorni dopo la battaglia,

sottoscrisse una capitolazione, colla quale dava in mano del re non solo

i castelli di Milano e di Cremona, ma tutti i suoi diritti sul Milanese,

obbligandosi a passare il rimanente de' suoi giorni in Francia; mentre

che il re dal canto suo gli prometteva d'interessarsi per ottenergli un

cappello di cardinale, e d'assegnargli trenta mila scudi di rendita in

beni stabili[436]. Nell'atto che sottoscriveva il trattato, Massimiliano

gridò, che allora si sottraeva finalmente alla schiavitù degli Svizzeri,

alle estorsioni dell'imperatore, ed agl'inganni degli Spagnuoli.

[436] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 104. — Mém. de Fleuranges, p.

208. — Mém. de du Bellay, l. I, p. 63. — Observations sur ces

Mémoires, p. 451. — P. Bizarri Gen., l. XIX, p. 444. — Fr. Belcarii,

l. XV, p. 450. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 321, 322._

Francesco I non volle fare il suo solenne ingresso in Milano che dopo la

capitolazione del castello, credendo sconveniente alla dignità d'un

sovrano di Francia l'entrare in una città che non gli apparteneva tutta

intera. Queste bizzarre nozioni intorno a ciò che egli chiamava l'onore

della sua corona gli fecero più tardi commettere grandissimi mancamenti,

ch'ebbero su tutti i suoi destini una fatale influenza. In questa

circostanza il ritardo del suo ingresso in Milano era di poca

importanza, non gli togliendo il tempo d'approfittare colle armi e colle

negoziazioni degli ottenuti vantaggi.

Le negoziazioni erano attivissime: gli alleati nemici del re si andavano

vicendevolmente confortando alla costanza; ma ognuno cercava di

ritirarsi dalla difficile lotta, lasciandovi implicati i compagni. Il

papa era più d'ogni altro spaventato dalla fortuna de' Francesi;

perciocchè non solo vedeva essere esposti a così potente nemico gli

stati della Chiesa, ma anche per parte di Firenze doversi da un momento

all'altro temere una rivoluzione. I Medici erano stati ricondotti in

questa repubblica dal Cardone, a nome dell'imperatore e del re di

Spagna; onde i patriotti professavano alla Francia il più caldo

attaccamento. Per questo attaccamento avevano permesso che si tenesse il

concilio di Pisa nel loro territorio, provocando la collera di Giulio II

e di Ferdinando, locchè era stato all'ultimo cagione della loro ruina.

La politica, d'accordo colla riconoscenza, suggeriva al monarca francese

l'obbligo di ristabilire la fedele sua alleata, la repubblica

fiorentina, per servire d'avamposto al ducato di Milano: una volgare

prudenza lo ammoniva di fidarsi piuttosto a sperimentati amici che a

nemici costretti dalla forza a cercare la pace.

L'avversione de' re per le repubbliche, e l'avversione che aveva

Francesco I ad entrare in guerra colla Chiesa, gli fecero abbracciare la

contraria decisione. Il vescovo di Tricarico ed il duca di Savoja

trattavano con lui a nome di Leon X, e lo ridussero a sottoscrivere un

trattato preliminare, con cui il re guarentiva l'autorità de' Medici

sopra la repubblica fiorentina; onde il papa, omai riavutosi da quel

primo terrore che lo aveva invaso, cominciò a muovere difficoltà intorno

alla ratifica de' preliminari, perchè aveva avuto notizia degli scrupoli

del re. Intanto egli andava indagando cosa potrebbe ottenere da

Massimiliano o dagli Svizzeri per continuare la guerra, e se gli sarebbe

possibile di staccare i Veneziani dalla Francia. Quando conobbe che da

questo canto non poteva riuscire, fece finalmente il 13 ottobre

sottoscrivere in Viterbo il suo trattato d'alleanza col re. Egli

evacuava Parma e Piacenza, che dovevano di nuovo riunirsi al ducato di

Milano, mentre il re prometteva a Giuliano ed a Lorenzo de' Medici,

oltre il mantenimento dell'autorità loro sopra Firenze, onori, pensioni

e comando di truppe; obbligandosi inoltre a fare che il ducato di Milano

si provvedesse di sali alle saline di Cervia con pregiudizio di quelle

de' Veneziani[437].

[437] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 103. — Rayn. Ann. Eccl. an.

1515, § 23, p. 193. — Léonard Corps Diplomatique, t. II. — P. Jovii

Hist. sui temp., l. XV, p. 318. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 448._

Gli Svizzeri avevano adunata una dieta in Zurigo, nella quale si

declamava altamente contro la Francia, e si parlava intorno ai modi di

soccorrere il castello di Milano. Frattanto i loro soldati avevano

abbandonate le podesterie italiane, ed altro non conservavano al di qui

dei monti che le fortezze di Bellinzona e di Locarno. Raimondo di

Cardone, che trovavasi coll'armata spagnuola prima d'ogni altro esposto

agli attacchi dell'armata francese, e che non ignorava che l'Alviano era

impaziente di vendicarsi di lui, che i soldati spagnuoli avevano

eccitato contro di loro l'odio universale in tutti gli abitanti della

Lombardia, era premuroso di ricondurre la sua armata nel regno di

Napoli; egli chiese ed ottenne d'essere compreso nella negoziazione del

papa: e Francesco I acconsentì che senz'essere molestato attraversasse

colle sue truppe lo stato della Chiesa[438].

[438] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 103. — P. Jovii Hist. sui temp.,

l. XV, p. 317. — P. Paruta Hist. Ven., l. III, p. 184._

Quattro ambasciatori, i più qualificati personaggi che avesse la

repubblica di Venezia per le dignità loro e per i loro impieghi, erano

stati mandati a Milano per felicitare Francesco I intorno alla sua

vittoria, e per ricordargli le promesse fatte ai Veneziani, di far loro

ricuperare tutto ciò che degli stati della repubblica occupava

l'imperatore. La conquista dello stato di Milano non poteva risguardarsi

come terminata, finchè i Francesi non la venivano assicurando da nuove

invasioni dalla banda della Germania, rendendo Verona e Brescia ai

Veneziani, siccome dal canto dell'Italia spagnuola, scacciando i Medici

da Firenze, e forzando il papa a fare la pace. Se Francesco I avesse

saputo approfittare della sua vittoria, avrebbe potuto col solo spavento

che inspirava ottenere tutti questi vantaggi senza nuove battaglie: ma

la sua politica era troppo personale, perchè potesse comprendere quanto

il più delle volte torni in utile proprio il servire vivamente i suoi

alleati. Sebbene accogliesse gli ambasciatori veneziani con

dimostrazioni di singolare amicizia, e loro si mostrasse pieno di zelo

per gl'interessi della repubblica, tardò assai a mandar loro le sue

truppe; e queste ancora pareva che affatto avessero dimenticato il

valore e l'impeto francese[439].

[439] _P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 185._

I Veneziani, abbandonati alle proprie forze, vollero non pertanto

tentare di ricuperare le perdute città. Lo spagnuolo Hijar comandava a

Brescia, e Marc'Antonio Colonna in Verona. Quest'ultima città aveva una

numerosa guarnigione, l'altra una piccolissima; onde l'Alviano ebbe

ordine dal senato d'accostarsi a Brescia: ma Hijar, prevedendo il vicino

attacco, chiede al Colonna i soccorsi creduti necessarj; e mille fanti

partiti da Verona, girando intorno al lago di Garda, entrarono in

Brescia prima che l'armata veneziana giugnesse sotto le mura[440].

[440] _P. Paruta Ist. Ven, l. III, p. 191. — P. Jovii Hist. sui

temp., l. XV, p. 318._

Bartolommeo d'Alviano, che per la prima volta in sua vita lasciavasi

vincere da un altro in celerità, non lo fu che per sopraggiuntagli

infermità. Le fatiche sostenute nella battaglia di Marignano,

sproporzionate all'età sua ed alla debole sua costituzione, gli avevano

cagionata un'ernia: egli si fece trasportare a Ghedo, non molto distante

da Brescia, ove morì il 7 d'ottobre dopo avere sofferti acerbissimi

dolori. Quest'uomo, che dal rango di semplice soldato, passando per

tutti i gradi della milizia, era giunto ad essere supremo comandante

d'eserciti, non pareva dalla natura dotato di quelle facoltà che

abbisognano per una vita attiva. Era piccolissimo, assai curvo, e d'una

quasi deforme bruttezza. Il suo impeto, talvolta imprudente, sembrava

piuttosto una qualità conveniente ad un soldato che ad un generale; e

sebbene questo l'avesse esposto a sanguinose sconfitte, egli sapeva

compensare tale difetto colla sua celerità ed intrepidezza, e coll'arte

che aveva di guadagnarsi l'affetto e la confidenza del soldato, anche

assoggettandolo alla più rigorosa disciplina. Verun uomo seppe meglio di

lui ispirare coraggio alla fanteria italiana, e farle riacquistare la

considerazione de' Tedeschi, degli Svizzeri, degli Spagnuoli, cui non

vergognavasi di confessarsi inferiore. Morì di sessant'anni, amaramente

pianto da' suoi soldati, che, non volendosi privare della sua presenza,

lo tennero venticinque giorni alla testa dell'armata, facendogli rendere

nella sua tenda gli onori convenienti al loro generale. Essi mai non

acconsentirono che si chiedesse un salvacondotto a Marc'Antonio Colonna,

comandante di Verona, per far passare il di lui corpo a Venezia, e

vollero accompagnarlo armata mano attraverso al territorio nemico. Il

senato lo fece seppellire nella chiesa di santo Stefano, ed accordò

pensioni alla di lui vedova e figli, che lasciava poveri[441].

[441] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 318. — P. Paruta Ist.

Ven., l. III, p. 192. — Fr. Guicciardini, t. II, l. XII, p. 105. —

Mém. de Martin du Bellay, l. I, p. 66. — Fr. Belcarii Comment., l.

XV, p. 450._

Dopo la morte dell'Alviano parve che l'armata veneziana più non avesse

il coraggio di misurarsi col nemico; ed i medesimi rinforzi, che le

mandava il re di Francia, giugnendo al campo veneziano contraevano in

certo modo lo stesso spirito di timidità e d'indisciplina. Gian Giacopo

Trivulzio, che le condusse settecento lance francesi e sette mila fanti

tedeschi, ed intraprese l'assedio di Brescia, si lasciò intimidire da

difficoltà, di cui non sarebbesi preso cura se fosse stato ai servigj

del re. I Tedeschi si ammutinarono, dichiarando di non voler servire

contro le insegne imperiali che vedevano sulle mura di Verona e di

Brescia. Fu d'uopo rimandarli, e chiamare in vece loro cinquemila

Biscaini comandati da Pietro Navarro. Una sortita di mille cinquecento

soldati tedeschi e spagnuoli della guarnigione di Brescia pose in fuga

più di sei mila uomini dell'armata veneziana, togliendo loro dieci

cannoni. Le mine cominciate dal Navarro per penetrare sotto le

fortificazioni vennero sventate dagli assediati, furono uccisi i

minatori, e le gallerie distrutte. Finalmente avendo il Trivulzio

cambiato l'assedio in blocco, ridusse colla fame la guarnigione a

promettere, che, se non veniva soccorsa entro venti giorni, evacuerebbe

la città: ma prima che spirasse il prefinito termine, il barone di

Rockandolf[442] adunò otto mila Tirolesi di milizie de' paesi

confinanti, ed avanzandosi pel contado di Lodrone e Rocca d'Anfo, che

vilmente gli si arrese, vittovagliò Brescia, da cui al suo avvicinamento

erasi scostata l'armata nemica. I Veneziani non ottennero in quest'anno

verun altro vantaggio dalle vittorie de' loro alleati, che di ricuperare

Peschiera, Asola e Lonato, evacuate dal marchese di Mantova[443].

[442] Il biografo di Frundsberg lo dice Giorgio di Lichtenstein;

onde probabilmente il nome di Rockandolf, datogli da tutti

gl'Italiani, era quello della sua baronia. _Buch. II, f. 28._

[443] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XII, p. 106. — P. Jovii Hist. sui

temp., l. XV, p. 319; l. XVI, p. 324. — P. Paruta Ist. Ven., l. III,

p. 205. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 451. — Mém. de mess. Martin du

Bellay, l. I, p. 69._

Frattanto Leone X aveva chiesta a Francesco I una conferenza, desiderata

ancora da questi per meglio stringere l'alleanza tra di loro conchiusa.

I due sovrani convennero di trovarsi in Bologna, ove il papa arrivò

l'otto di dicembre, due giorni prima del re. Leon X non aveva torto di

confidare nell'influenza che gli darebbero sul giovane monarca la sua

accortezza e le sue maniere. Francesco I, negoziando in Viterbo, aveva

richiesto a favore del suo fedele alleato, il duca di Ferrara, la

restituzione di Modena e di Reggio, a condizione che gli fossero

restituiti i quaranta mila ducati pei quali la prima di queste città era

stata impegnata. Era questa la sovranità che Leon X aveva destinata a

suo nipote; e vedevasi forzato a spogliare la propria famiglia degli

stati per lei conquistati sulla destra del Po. Rinunciandovi voleva

collocare altrove Lorenzo de' Medici; e gli destinò il ducato d'Urbino,

per confiscare il quale a pregiudizio dell'attuale possessore non poteva

allegare che il di lui attaccamento verso la Francia. Leone domandò che

il duca d'Urbino fosse sagrificato al suo rancore ed alla sua ambizione;

e Francesco ebbe la debolezza d'acconsentirvi. Inoltre il papa chiese

che si abolisse la _prammatica sanzione_, che formava la guarenzia della

libertà della Chiesa gallicana; e Francesco si lasciò piegare a fissare

con lui le basi del concordato, che infatti le venne sostituito nel

susseguente mese d'agosto. In contraccambio di così umilianti cessioni e

così contrarie alla politica, Francesco ottenne il cappello di cardinale

per Adriano di Boisì, fratello del gran maestro di Francia, la promessa

d'un soccorso di cinquecento uomini d'armi, ed il soldo di tre mila

Svizzeri, per difendere lo stato di Milano qualunque volta fosse

attaccato[444].

[444] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 108. — P. Jovii Hist. sui temp.,

l. XVI, p. 325. — P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 202. — Rayn. Ann.

Eccl., § 28 e seg., p. 194. e seg. — Mémoir. de Fleuranges, p. 214.

— Mém. de du Bellay, l. I, p. 66. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 452._

Prima di recarsi a Bologna aveva Francesco I colla mediazione del duca

di Savoja conchiuso cogli Svizzeri un più importante trattato per la

difesa dello stato di Milano. Erasi obbligato a pagar loro i seicento

mila ducati convenuti nel trattato di Digione; i trecento mila promessi

a Gallarate per prezzo delle podesterie italiane, ed inoltre ad

accrescere le loro annue pensioni: questi dal canto loro promettevano di

restituire al ducato di Milano le podesterie italiane, e di servire la

casa di Francia verso e contro tutti, tranne il papa e l'imperatore, con

quel numero di truppe che il re troverebbe opportuno d'assoldare. Per

tal modo, malgrado la sanguinosa vittoria di Marignano, il re accordava

agli Svizzeri press'a poco le medesime condizioni, ch'essi avevano

domandate a Gallarate avanti la loro sconfitta; tanto era egli penetrato

dell'importanza della loro alleanza per procurare alle sue armate

quell'infanteria, che la politica sua non gli permetteva di formare tra

i suoi sudditi. Ma il trattato sottoscritto a Ginevra il 7 di novembre

non venne ratificato che da otto cantoni, avendo gli altri cinque, che

davano un altissimo valore alle podesterie italiane, ricusato di

ratificarlo. Francesco, senza aspettare l'assenso degli ultimi, mandò il

promesso danaro a tutti i cantoni che avevano approvato il trattato, e

gli affezionò così più caldamente al suo partito[445].

[445] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 109._

Aveva Francesco I concepiti più vasti progetti; pensava a rinnovare le

sue pretensioni sopra il regno di Napoli, e ne aveva parlato col papa

nella sua conferenza di Bologna. Ma Leon X gli aveva rappresentato che

Enrico VIII, re d'Inghilterra, e genero di Ferdinando il Cattolico, si

mostrava di già aombrato delle vittorie conseguite dalla Francia, che la

cupidigia, o le personali animosità del suo favorito, il cardinale di

Wolsey, potevano persuaderlo a rinnovare la guerra; ch'egli aveva il 9

d'ottobre rannodati con più stretti legami la sua alleanza con suo

suocero, il re d'Arragona[446]; e che in quest'istante opporrebbe un

valido ostacolo alla conquista di Napoli, se attaccava le coste della

Francia: che d'altra parte erasi avuto avviso che Ferdinando, di già

vecchio assai, era caduto infermo, e che probabilmente non viverebbe

ancora molto; che accadendo la di lui morte, il suo successore, Carlo,

non potrebbe sperare molto nell'alleanza dell'Inghilterra, e che allora,

angustiato dalle difficoltà che accompagnano le successioni contestate,

probabilmente cederebbe alla Francia, senza combattere, il regno di

Napoli. Il vero ed unico motivo che muoveva Leon X a dare questo

consiglio era quello d'acquistar tempo: Francesco I si lasciò facilmente

persuadere; onde, licenziata la maggior parte della sua armata per

liberarsi da una eccessiva spesa, non si riservò per la difesa del

Milanese che settecento lance, sei mila fanti tedeschi e quattro mila

baschi ossiano avventurieri francesi[447].

[446] _Acta publica, Rymer, t. XIII, p. 520. — Rapin Thoyras Hist.

d'Anglet., l. XV, p. 107. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XVI, p.

334._

[447] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 109. — Mém. de Fleuranges, p.

220. — Mém. de du Bellay, l. I, p. 67. — P. Paruta, Ist. Ven., l.

III, p. 207._

Non tardarono a verificarsi i pronostici intorno alla morte di

Ferdinando il Cattolico, il quale spirò a Madrigaleggio il 15 di gennajo

del 1516, un mese più tardi del gran capitano Gonsalvo di Cordova che

tanto aveva illustrato il di lui regno, e che non pertanto egli lasciava

da circa dieci anni languire in esilio. La scaltrezza di Ferdinando,

l'ipocrisia e la costante sua prosperità avevano ingannato il volgo, il

quale lo risguardava come il più accorto politico del suo tempo, come il

monarca che sapeva meglio calcolare tutte le vicissitudini degli

avvenimenti, e farle servire a' suoi fini[448]. I preti ed i monaci, da

lui costantemente favoriti, portarono ancora più in là i loro encomj; il

gesuita Mariana, che termina col di lui regno la storia della Spagna, lo

dice «il principe più eccellente di quanti vissero nella Spagna, pel suo

amore della giustizia, per la sua prudenza e grandezza d'animo. Ovunque

dobbiamo incontrare qualche vizio, tale è l'umana condizione; altronde

l'invidia e la malizia sono sempre apparecchiate ad attribuire ai grandi

uomini errori di cui non sono colpevoli: ma colla temperata modestia del

comando, coll'amore della religione, collo zelo per gli studj, con tutte

le qualità di giusto, dolce, benefico e veramente cristiano re,

Ferdinando si rendette lo specchio nel quale devono guardarsi tutti i

principi, il fondatore della pace, della sicurezza, della gentilezza,

della grandezza della Spagna[449].»

[448] _P. Jovii Hist. sui temp., l. VI, p. 335. — Fr. Belcarii, l.

XV, p. 453. — Fr. Guicciardini, t. II, l. XII, p. 110._

[449] _Jo. Marianae Hist. Hisp., l. XXX, c. XXVII, p. 345._

Ma quest'uomo così astuto, ingiusto, crudele, che formò la disgrazia di

tanti popoli, e che mostrossi costantemente inaccessibile alla pietà,

non ingannò già il Macchiavelli nè colla sua prosperità, nè colla sua

ipocrisia. Il segretario fiorentino, che raccolse in un corpo di

dottrina la pratica de' principi del suo tempo, e che spesso si mostrò

indulgente pei delitti loro, quando li trovò utili per istabilire o per

corroborare la potenza, altro non vide in Ferdinando che un uomo astuto

e fortunato, e non già un uomo savio e prudente; il suo amico Francesco

Vettori, svolgendo questa stessa opinione del Macchiavelli, notò in

tutte le azioni di Ferdinando dal 1494 in poi un'imprudenza non minore

della sua perfidia. Quasi sempre quando ingannava il suo cugino

Federico, i suoi alleati, i suoi generali, i suoi popoli, provocava

inutili pericoli; e tutt'al più giugneva lentamente per obbliqua via

allo scopo cui avrebbe potuto arrivare più onoratamente battendo la

strada diretta[450].

[450] Fra le lettere famigliari del Macchiavelli trovansi

curiosissime osservazioni intorno al carattere ed agl'interessi de'

principi de' suoi tempi. In una lettera dell'aprile del 1513 al

Vettori, _t. VIII, p. 46_, fa un rigorosissimo ritratto di

Ferdinando; ed a vicenda Francesco Vettori scrivendogli il 16 maggio

del 1514, _p. 116_, sviluppa le medesime idee, e passa in revista

tutti i delitti del re cattolico.

Poco tempo prima di morire Ferdinando aveva mandati cento venti mila

fiorini a Massimiliano, per porlo in istato di far argine ai Francesi in

Italia: ed Enrico VIII, ad istigazione di Francesco Sforza, che

pretendeva l'eredità del ducato di Milano dopo che suo fratello,

l'ultimo duca, aveva rinunciato a' suoi diritti, aveva pure fatto

passare all'imperatore un ragguardevole sussidio. In quest'istante

l'Europa teneva tutti gli occhi rivolti alla successione dell'arciduca

Carlo, nipote di Massimiliano, alle corone della Spagna, ed

all'opposizione che incontrar potrebbe l'arciduca dal canto de' suoi

nuovi sudditi; di già Carlo negoziava con Francesco I, e voleva essere

sicuro della di lui amicizia prima di recarsi in Castiglia, quando suo

avo invase improvvisamente l'Italia. Questi, che mai non aveva saputo

porsi in istato d'agire quando era aspettato da' suoi alleati, adunò

agevolmente una grande armata nel momento in cui tutte le altre potenze

licenziavano le loro. Non avendo avuto abbastanza di tempo per dissipare

in oggetti estranei alla guerra tutti i sussidj ricevuti dalla Spagna e

dall'Inghilterra, se ne valse per riunire sotto le sue bandiere cinque

mila Tedeschi, quindici mila Svizzeri, assoldati ne' cinque cantoni che

avevano ricusata l'alleanza della Francia, e dieci mila fanti italiani e

spagnuoli[451].

[451] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 112. — P. Jovii Hist. sui temp.,

l. XVI, p. 336. — Mém. de mess. Martin du Bellay, l. I, p. 70. — Fr.

Belcarii Comment., l. XV, p. 454._

Abbandonando l'Italia, Francesco I aveva lasciato il governo del

Milanese al contestabile di Borbone, ed aveva altresì chiamato a Milano

il maresciallo Trivulzio, mentre Teodoro Trivulzio, suo nipote, aveva

preso il comando dell'armata veneziana, cui erasi unito Odetto di Foix,

signore di Lautrec con quasi tutte le forze francesi rimaste in

Lombardia. Teodoro e Odetto avevano ricominciato l'assedio di Brescia.

Rockandolf era tornato in Germania colla maggior parte de' soldati cui

aveva fatto prendere le armi nel precedente anno; Brescia mancava di

vittovaglie, ed i soldati trovavansi da lungo tempo senza paga, sebbene

gli abitanti fossero stati oppressi da intollerabili contribuzioni per

supplire ai bisogni della guarnigione. Hijar in una ribellione de'

soldati erasi trovato esposto a gravissimi oltraggi; e la città pareva

vicina a capitolare, quando Massimiliano entrò per la strada di Trento

in Italia col formidabile esercito che aveva ragunato[452].

[452] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XVI, p. 330. — P. Paruta Istor.

Ven., l. III, p. 212._

Teodoro Trivulzio, generale de' Veneziani, aveva sotto Brescia due mila

cinquecento cavalli e sette mila fanti; Lautrec aveva condotti allo

stesso assedio quattro mila Guasconi e cinquecento lance, ed il

contestabile di Borbone aveva tenuti in Milano ed in altre città del

ducato settecento lance e quattro mila fanti parte guasconi e parte

italiani. Quando aveva avuto avviso dell'armamento di Massimiliano,

aveva mandato ad assoldare sedici mila Svizzeri negli otto cantoni

alleati della Francia; ma prima che questi giugnessero, i generali

francesi e veneziani non si credettero abbastanza forti per tener testa

all'imperatore, onde levarono l'assedio di Brescia, e si stabilirono

lungo il Mincio per impedirgliene il passaggio[453].

[453] _P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 216. — Fr. Guicciardini, l.

XII, p. 112._

Desideravano i Veneziani che l'armata loro non si tenesse troppo lontana

dalla capitale. Non pertanto i Francesi, all'avvicinarsi del pericolo,

andavano perdendo il coraggio, onde rinunciando alla difesa del Mincio,

passarono l'Oglio, e ritiraronsi nel Cremonese, ove li raggiunse il

contestabile di Borbone col rimanente delle truppe. Il cardinale di

Sion, che a motivo dell'ardente suo odio contro i Francesi, aveva presa

grandissima parte nell'arrolamento degli Svizzeri comandati da

Massimiliano, voleva persuadere l'imperatore a marciare direttamente

sopra Milano, approfittando del terrore incusso dalla subita sua

apparizione, per terminare la guerra nella capitale. Ma il castello di

Asola posto in riva al fiume Chiesa, non lontano dalla foce di questo

fiume nell'Oglio, aveva chiuse le porte all'imperatore: e Massimiliano,

credendo compromesso l'onor suo se non lo conquistava, consumò molti

giorni nel formarne l'assedio, valorosamente sostenuto dal provveditore

veneziano Francesco Contarini; Massimiliano, dopo essere stato rispinto

innanzi a così piccolo castello, ripigliò il cammino alla volta di

Milano[454].

[454] _P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 218. — P. Jovii Hist. sui

temp., l. XVI, p. 337. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 113._

I Francesi avevano abbandonate le rive dell'Oglio, ed in appresso quelle

dell'Adda, come eransi prima ritirati da quelle del Mincio, senza

tentare di difenderle, e si erano chiusi in Milano dopo averne bruciati

i sobborghi, onde l'imperatore non potesse fissarvi i suoi

alloggiamenti. Massimiliano, quando si trovò sei miglia lontano dalla

città, intimò ai Milanesi di scacciare i Francesi e di aprirgli le porte

entro tre giorni, se non volevano essere più severamente trattati che

non lo erano stati i loro antenati da Federico Barbarossa. Estremo era

il terrore nella città, e debolissimi i mezzi di difesa. Sapevasi, a dir

vero, che gli Svizzeri del partito francese si erano posti in cammino;

ma sapevasi ancora che la dieta, vergognandosi che i suoi concittadini

andassero a battersi gli uni contro gli altri per istraniere cagioni,

aveva spedito ordine ai suoi sudditi delle due armate, di ripatriare

immediatamente; ma si temeva che quelli ai servigj della Francia

s'affrettassero d'ubbidire a quest'ordine, più assai che gli altri, cui

avevano poste le armi in mano la focosa eloquenza del cardinale di Sion

e la propria animosità. A calmare tanta inquietudine giunse

opportunamente in Milano Alberto della Pietra, capitano de' Bernesi con

dieci mila suoi compatriotti, che promisero di difendere la città[455].

[455] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XVI, p. 340. — Fr. Guicciardini,

l. XII, p. 114. — Mém. de Fleuranges, p. 222. — Fr. Belcarii, l. XV,

p. 455._

Trovavansi di già adunati nel Milanese trenta mila Svizzeri divisi tra

le due armate; e sebbene fossero gli uni condotti dal cardinale di Sion,

gli altri da' suoi più caldi nemici, Alberto della Pietra e Francesco,

figlio di Giorgio Supersax, tutti dichiararono ad una voce di non voler

combattere contro i loro compatriotti. Vedevansi conferire tra di loro,

corrispondere, concertarsi, e scuotere assolutamente l'autorità de' due

sovrani cui servivano. Unendosi tra di loro potevano in quell'istante

dettare la legge ad ambidue; onde le loro conferenze si rendevano

gagliardamente sospette alle due armate. Non avevano i Francesi

dimenticato che metà di quegli stessi uomini avevano contro di loro

combattuto nel precedente anno nella terribile battaglia di Marignano;

che l'intera nazione aveva mostrato un estremo odio contro la Francia, e

che negli ultimi anni aveva dato più volte motivo d'accusarla di mala

fede. Pure il maresciallo Trivulzio trovò modo di risvegliare più

violenti sospetti ancora nello spirito di Massimiliano, facendo cadere

tra le di lui mani due sue lettere dirette a Stapffer ed a Goldhill,

capitani svizzeri a' servigj dell'imperatore, colle quali gli eccitava a

dare senza ulteriore ritardo esecuzione alle loro promesse. Massimiliano

non ardiva di far arrestare questi ufficiali in mezzo ai loro soldati,

nè di confidare a chicchessia i suoi sospetti, quando Giacomo Stapffer,

capitano generale di quegli Svizzeri, gli chiese il soldo arretrato

dovuto alla sua truppa. Massimiliano, che, secondo il consueto, non

aveva danaro, temendo, se lo palesava, d'essere trattenuto come

ostaggio, o d'essere consegnato ai nemici, rispose che recavasi in

persona ad affrettare la trasmissione del danaro che aspettava; e presi

con lui dugento cavalli, s'avviò subito alla volta di Trento, senza

provvedere al comando della sua armata, e senza manifestare a veruno i

suoi progetti; era già lontano più di venti miglia dall'armata, quando

al campo fu palese la sua fuga[456].

[456] _Georgens von Frundsberg Kriegzsthathen, B. II, f. 24. — P.

Jovii Hist. sui temp., l. XVI, p. 341. — Fr. Guicciardini, l. XII,

p. 115. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 456. — P. Paruta Ist. Venez., l.

III, p. 221. — Mém. de Bayard, ch. LXI, p. 384. — Mém. de

Fleuranges, p. 224._

Massimiliano senza trattenersi si fece dare sedici mila ducati dai

Bergamaschi, e trenta mila ne ricevette per parte di Enrico VIII, che

mandò subito alla sua armata, la quale, per rifarsi degli arretrati,

saccheggiò Lodi, poi Sant'Angelo. Mentre ciò accadeva, gli Svizzeri del

campo francese e dell'imperiale eseguirono nello stesso tempo gli ordini

della dieta, e presero la strada del loro paese. Tre mila fanti, parte

tedeschi e parte spagnuoli, abbandonarono le bandiere imperiali per

passare sotto quelle de' Francesi, ed il rimanente di quest'armata, che

aveva prodotti in Italia così vivi timori, si disperse, arrossendo

dell'esito vergognoso della sua spedizione, e dell'instabilità del suo

capo[457].

[457] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XVI, p. 342. — P. Paruta Ist.

Ven., l. III, p. 222._

Dopo la partenza dell'imperatore, il duca di Borbone, richiamato da

Francesco I, tornò in Francia, e lasciò il comando dell'armata e del

paese al signore di Lautrec, col titolo di luogotenente generale in

Italia[458]. Questi andò bentosto a raggiugnere sotto Brescia l'armata

veneta, che ne avea ricominciato l'assedio. Sette mila Tedeschi, che si

avanzavano per soccorrerla, furono dai Veneziani trattenuti a Rocca

d'Anfo; onde non restando in Brescia che seicento fanti e quattrocento

cavalli, ed essendo loro impossibile di difendersi, il 24 maggio del

1516 la città di Brescia aprì le porte ai Veneziani[459].

[458] _Mém. de Fleuranges, p. 224. — Mém. de Martin du Bellay, l. I,

p. 72. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 116._

[459] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 116. — P. Jovii Hist. sui temp.,

l. XVIII, p. 393. — P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 227. — Mém. de

Martin du Bellay, l. I, p. 72._

Desiderava il senato che la stessa armata passasse sotto Verona, ed

eccitava il Lautrec ad intraprendere l'assedio di quella città, la

quale, quando fosse ritornata in potere de' Veneziani, avrebbe chiusa

l'Italia ai Tedeschi; ma il Lautrec mostravasi inquieto per Parma e

Piacenza, dove avea scoperto che il papa ordiva qualche trama per mezzo

di Prospero Colonna. Probabilmente altresì voleva aspettare il fine

delle negoziazioni che sapeva intavolate a Noyon tra il nuovo re

Cattolico e Francesco I, e ritirossi a Peschiera, del qual luogo le sue

truppe guastavano i territorj di Verona e di Mantova; mentre

Marc'Antonio Colonna, comandante della truppa tedesca in Verona, il 28

luglio avendo sorpresa Vicenza mal guardata dai Veneziani, l'abbandonava

al saccheggio[460].

[460] Fr. Guicciardini, l. XII, p. 120. — P. Jovii Hist. sui temp.,

l. XVIII, p. 396. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 459.

Nella stessa epoca Carlo, nipote di Massimiliano e di Ferdinando, in

appresso così celebre sotto il nome di Carlo V, desiderava di

riconciliarsi con tutti i suoi vicini, per raccogliere senz'ostacolo la

successione del secondo de' suoi avi. Antonio di Croy, signore di

Chievres, che l'aveva educato, e che prendevasi tuttavia cura della di

lui gioventù, aveva aperte in Noyon delle conferenze con Arturo di

Gouffier, signore di Boisì, gran maestro di Francia, ch'era stato il

precettore di Francesco I. Questi due plenipotenziarj, che godevano

l'intera confidenza de' padroni da loro educati, sottoscrissero, il 13

d'agosto del 1516, un trattato che servì di base alla pace d'Europa.

Soltanto due oggetti erano rimasti indecisi tra l'ultimo re Cattolico ed

il re di Francia; da un canto i riclami del re di Navarra, spogliato del

suo regno a motivo del suo attaccamento ai Francesi; dall'altro i

diritti della Francia sopra il regno di Napoli, che, secondo il

convenuto nel trattato di Blois nel 1505, dovevano ricadere alla

Francia, poichè Germana di Foix non aveva avuto figliuoli da Ferdinando.

Il trattato di Noyon non provvedeva alla pendenza della Navarra. Carlo

obbligavasi solamente di dare stato entro otto mesi alla regina

Catarina, rimasta vedova, in giugno di quest'anno, del re di Navarra; e

Francesco I riservossi il diritto di soccorrere lei ed i suoi figliuoli

di truppe e di danaro, senza mancare alla pace, se questa dopo gli otto

mesi non dichiaravasi paga di quanto le offrirebbe il re di Spagna. I

diritti delle due corone sul regno di Napoli si confusero con un

maritaggio stabilito preventivamente tra Carlo e la figlia primogenita

di Francesco I, che inallora non contava che un anno[461].

[461] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 121. — P. Jovii Hist. sui temp.,

l. XVIII, p. 405. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 458. — Mém. de Martin du

Bellay, l. I, p. 75. — Hist. de la Diplomatie Française, t. I, l.

III, p. 319._

Il trattato di Noyon ristabiliva la pace soltanto tra la Francia e la

Spagna, e lasciava libero Francesco I di soccorrere i Veneziani contro

Massimiliano. Ma se questi voleva esservi compreso, le parti contraenti

avevano per lui stipulato, che renderebbe Verona ai Veneziani, ricevendo

invece da loro dugento mila ducati, e che conserverebbe Riva di Trento,

Roveredo e tutto ciò che aveva acquistato nel Friuli. Per non apportare

pregiudizio ai diritti e alle pretese dell'impero, non si dava a queste

condizioni che una tregua di diciotto mesi[462].

[462] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 121. — P. Paruta, l. III, p.

242. — P. Jovii Hist., l. XVIII, p. 405._

Erano stati accordati a Massimiliano due mesi per accettare il trattato

di Noyon; e perchè Francesco I prevedeva la di lui ripugnanza a

rinunciare a veruna delle passate pretese, ordinò al signore di Lautrec

d'unirsi all'armata veneziana, per cominciare l'assedio di Verona.

Infatti le due armate si presentarono sotto le mura di quella città il

20 agosto, una sulla riva destra, l'altra sulla sinistra dell'Adige; e

malgrado la valorosa resistenza di Marc'Antonio Colonna, che conservava

tuttavia sotto il suo comando ottocento cavalli, cinque mila fanti

tedeschi, e mille cinquecento spagnuoli, avanti la metà d'ottobre furono

aperte nelle mura varie breccie assai larghe. Ma il Lautrec desiderava

d'evitare ogni effusione di sangue in una guerra che non dubitava

doversi in breve terminare con un trattato di pace. Malgrado le istanze

del senato di Venezia, ricusò di procedere all'assalto; non volle

nemmeno venire a battaglia con Rockandolf, che si avvicinava con una

debole armata tedesca, e s'accontentò piuttosto di levare l'assedio, non

senza eccitare le lagnanze e i sospetti dei Veneziani. Vero è che questi

non tardarono a conoscere, che tale moderazione aveva salvata Verona per

loro vantaggio, che questa città sarebbe in breve loro renduta intatta,

mentre che, se l'avessero presa d'assalto, non avrebbero guadagnato che

ruine[463].

[463] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 122. — P. Jovii Hist. sui temp.

l. XVIII, p. 402. — P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 237. — Mém. de

Fleuranges, p. 293. — Mém. de Martin du Bellay, l. I, p. 73._

Effettivamente tutte le guerre, tutte le nimicizie eccitate dalla lega

di Cambrai sembravano tendere ad un fine comune, e l'anno 1516 fu

l'epoca delle paci più importanti. I cinque cantoni svizzeri, che nel

precedente anno non avevano voluto accedere al trattato di Ginevra,

conchiusero, il 29 novembre del 1516, d'accordo cogli altri cantoni, un

nuovo trattato colla Francia, cui fu dato il nome di _pace perpetua_,

trattato che infatti durò quanto la monarchia francese. Regolavasi in

esso la pensione che in avvenire la Francia pagherebbe ai tredici

cantoni ed ai loro alleati, si lasciava alla decisione d'un arbitramento

tutte le differenze che potessero insorgere, ed al re si accordava la

facoltà di levare tra gli Svizzeri quante truppe vorrebbe[464].

[464] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 123. — Fr. Belcarii, l. XV, p.

460. — Hist. de la Diplomatie française, t. I, l. III, p. 312._

Fu nello stesso anno che Francesco I stipulò colla corte di Roma il

trattato che porta il nome di concordato, sottoscritto il 18 d'agosto

del 1516, ed approvato dal concilio di Laterano il 19 di dicembre.

Questo trattato, che aboliva la prammatica sanzione e le più preziose

libertà della Chiesa gallicana, era stato fatto da due sovrani che

reciprocamente si rinunciavano ciò che loro non apparteneva. Il papa

accordava al re la collazione de' beneficj del regno, di spettanza de'

capitoli e delle comunità: il re cedeva al papa le annate, ossiano

l'entrate d'un anno bel beneficio ch'egli conferiva, e che spettava alle

pie fondazioni[465].

[465] _Rayn. Ann. Eccl. 1516, § 12, p. 205 ec. — Labbe Conc. Gen.,

t. XIV, p. 358-389. — Hist. de la Diplom. franc., l. III, p. 316. —

Fleury Hist. Eccl., l. CXXIV, c. 121. e segu. — Spondanus Cont. Ann.

Baron., t. II, p. 592 ad an. § 13 e segu._

Il trattato del concordato fu cagione di profondo dolore alla Chiesa

francese, e fu un oggetto di trionfo per la corte di Roma. Era la

conseguenza della politica di Francesco I, il quale voleva a qualunque

prezzo guadagnarsi il papa. Pure il re aveva potuto sperimentare anche

recentemente quanto verso di lui implacabile fosse l'odio di Leon X, e

quanto poco fondamento dovesse fare sopra i di lui trattati e sopra le

di lui promesse. In tempo della spedizione di Massimiliano, che aveva

minacciato il ducato di Milano, Leon X, invece di spedire in ajuto de'

Francesi i cinquecento uomini d'armi ed i tre mila Svizzeri promessi,

aveva anzi mandato il cardinale Bibbiena al campo imperiale per

complimentare Massimiliano, e per rendere più intima la di lui alleanza

colla santa sede. Inoltre non aveva mai cessato di confortare i

Veneziani a staccarsi dalla Francia per entrare nella lega de' di lei

nemici, di ravvivare lo sdegno degli Svizzeri, d'attraversare i Francesi

in tutte le loro negoziazioni; e lo stesso giorno in cui sottoscriveva

il concordato, 18 agosto 1516, metteva il colmo alla ruina d'uno de' più

fedeli alleati della Francia, del duca d'Urbino, dando l'investitura del

di lui ducato al proprio nipote, Lorenzo de' Medici.

Leon X più non aveva bisogno di pensare a fondar la grandezza di due

principi della sua casa: suo fratello Giuliano, che aveva sposata

Filiberta di Savoja, sorella minore di molti anni della madre di

Francesco I, e che per cagione di questo matrimonio aveva da lui

ricevuto il titolo di duca di Nemours, era morto il 17 di marzo del

1516. Giuliano, che durante il suo esilio da Firenze avea trovato asilo

alla corte del duca d'Urbino, riconoscente de' ricevuti beneficj, avea

difeso finchè era vissuto il duca contro l'ambizione di suo

fratello[466]. Ma non fu appena morto Giuliano, che Leon X pubblicò un

monitorio contro Francesco Maria della Rovere, duca d'Urbino, nel quale

lo accusava dell'assassinio del cardinale di Pavia, del quale delitto

era di già stato assolto; lo accusava d'avere negoziato con Lodovico

XII, quando ancora viveva Giulio II; d'avere attaccati i soldati

dispersi dell'armata spagnuola e pontificia dopo la sconfitta di

Ravenna; finalmente d'avere ricusato d'unirsi all'armata di Lorenzo de'

Medici contro Francesco I. Per tutte questa cagioni privava Francesco

Maria della Rovere de' suoi stati, ed incaricava Lorenzo de' Medici, e

sotto i suoi ordini Renzo di Ceri, di dare esecuzione a questa

sentenza[467].

[466] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 92. — Scip. Ammirato, l.

XXIX, p. 320. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 117._

[467] _Par. de Grassis Diarium curiæ Roman. apud Raynald. Ann. 1516,

§ 33, t. XX, p. 219._

Il ducato d'Urbino, col contado di Montefeltro e colle signorie di

Pesaro e di Sinigaglia, non dava un'entrata maggiore di venticinque mila

ducati. Con così deboli sussidj il duca, abbandonato da tutti i suoi

alleati, ed in particolare da quello pel quale erasi compromesso,

sprezzando la collera del suo abituale signore, non poteva sperare di

resistere a tutte le forze della Chiesa. Quando seppe che Lorenzo de'

Medici era giunto al confine de' suoi stati con un'armata composta di

truppe fiorentine e pontificie, fuggì a Pesaro, indi passò a Mantova,

dove precedentemente aveva mandati la consorte ed il figlio. Il 30

maggio Lorenzo de' Medici entrò in Urbino; e nel termine di quattro

giorni gli si arresero tutti i castelli di quel piccolo stato. Poca

resistenza opposero ancora le fortezze di Sinigaglia, di Pesaro, di

Majuolo di San Leo; quest'ultima, che credevasi inespugnabile, fu presa

per iscalata dopo tre mesi[468].

[468] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 117. — Fr. Belcarii, l. XV, p.

457. — Comm. di Filippo de' Nerli, l. VI, p. 130. — Jac. Nardi, l.

VI, p. 278. — Ist. di Gio. Cambi, p. 99. — P. Giovio Vita di Leon X,

l. III, f. 77, ediz. di Venez. 1557, in 12.º._

Leon X, costantemente occupandosi intorno all'ingrandimento della sua

casa, rompeva per tale cagione i vincoli della riconoscenza che doveano

legarlo a Francesco Maria della Rovere, protettore della sua famiglia in

tempo del suo lungo esilio. Egli voleva ad ogni modo procurare una

sovranità a suo nipote Lorenzo, figlio di Pietro, suo fratello maggiore,

e dell'orgogliosa Alfonsina Orsini, le di cui istanze affrettarono, per

quanto si dice, cotale decisione. Non dubitò quindi d'accordare il

ducato d'Urbino e la signoria di Pesaro a Lorenzo de' Medici, lo stesso

giorno in cui la sottoscrizione del concordato sembrava assicurare alla

sua famiglia la protezione della Francia. Ottenne che il decreto

d'investitura venisse confermato in pieno concistoro da tutti i

cardinali, ad eccezione del solo Grimani, vescovo d'Urbino, il quale per

questa sua opposizione fu forzato ad abbandonare Roma[469].

[469] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 118. — Ist. di Gio. Cambi, t.

XXII, p. 101. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. VI, p. 278. — Par. de

Grassis Diar., l. IV, p. 167 apud Raynald. Ann. Eccl. 1516, § 83, p.

129._

La pace tra Carlo e Francesco I, quella tra gli Svizzeri e la Francia, e

quella tra il papa e quest'ultima potenza avevano finalmente scossa

l'ostinazione di Massimiliano. Egli aveva conosciuto che potrebbe

difficilmente continuare solo la guerra, senza i sussidj pecuniarj

d'altra potenza, ed il 4 di dicembre aveva dato il suo assenso al

trattato di Noyon. Tuttavolta per salvare il suo amor proprio, e non

parer di cedere a' suoi nemici, acconsentì soltanto di consegnare la

città di Verona a suo nipote il re Cattolico, affinchè questi la

consegnasse ai Francesi, i quali poi dovevano darla in mano ai

Veneziani. Il vescovo di Trento, incaricato d'eseguire questa

commissione, aprì le porte di Verona al signore di Lautrec il 23 di

gennajo del 1517, e da lui ricevette a conto dei dugento mila scudi che

dovevano pagare i Veneziani, il danaro necessario per pagare il soldo

arretrato della guarnigione. Il Lautrec consegnò nello stesso istante le

chiavi della città ad Andrea Gritti ed a Giampaolo Gradenigo,

provveditori veneziani. Quattrocento uomini d'armi, il fiore

dell'armata, e due mila fanti, presero possesso della città, mentre che

i generali ed i provveditori veneziani si recarono alla cattedrale in

mezzo ad un popolo ebbro di gioja, per rendere grazie al cielo della

fine di così orribile guerra, e del ristabilimento in tutta la Venezia

della benefica autorità del senato veneziano[470].

[470] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 124. — P. Jovii Hist. sui temp.,

l. XVIII, p. 405. — Paolo Paruta Hist. Ven., l. III, p. 248. — Fr.

Belcarii, l. XV, p. 460. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 321. — H.

Georgens von Frundsberg, Ritters Kriegszthaten, B. II, f. 28._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16) · 第 8 / 13 题