CAPITOLO CXIII.

_Rivoluzione e guerra d'Urbino: cospirazione de' cardinali

contro il papa: ambizione di Leon X. Sua alleanza con Carlo V

contro Francesco I. Le loro armate conquistano il Milanese;

morte di Leon X._

1517 = 1521.

Nell'istante in cui la repubblica di Venezia ricuperò, contro ogni

speranza, il possedimento di quasi tutto lo stato di terra ferma, che le

aveva fatto perdere una sola battaglia, e pel quale aveva in appresso

combattuto otto anni contro le principali potenze d'Europa, il senato

scelse due de' suoi più illustri membri, Andrea Gritti e Giorgio

Cornaro, per visitare tutte le città e le province della repubblica,

conoscere i loro bisogni, consolare la loro miseria, rassodare la loro

fedeltà, e loro promettere più felici tempi. I due deputati percorsero

tutta la terra ferma veneziana; esaminarono le fortificazioni di Salò,

di Peschiera, Bergamo, Brescia, Crema, Verona, Padova, Treviso, Rovigo,

Udine e di tutte le piazze del Friuli[471]; mentre che dal canto loro

tutte le città spedirono deputati al senato per rinnovare il loro

giuramento di fedeltà, ed offrirgli le loro felicitazioni. La

repubblica, che aveva resistito alla più formidabile lega che si fosse

mai formata dopo la caduta dell'impero romano, che aveva

contemporaneamente provati tutti i disastri nell'interno delle sue

città, nelle sue armate, nelle sue flotte, e che non aveva in fine di

così lunga ed acerba guerra perdute che alcune poco importanti città

della Romagna, ed alcuni porti che teneva in pegno nel regno di Napoli,

poteva credersi sicura della sua immortalità. Ella aveva trovati

inesauribili mezzi, e spiegata una tale costanza ed energia, che non

sarebbersi forse trovate in verun altro stato della Cristianità, ed il

senato pareva avere fondamento d'esortare i suoi sudditi a riporre ogni

loro fidanza nella fortuna di san Marco.

[471] _P. Justinian. Hist. Ven., l. XI, ap. Rayn. Ann. Eccl. 1517, §

80, p. 238._

Non pertanto la guerra della lega di Cambrai aveva essiccate molte parti

vitali della repubblica, e dopo quest'epoca più non si vide ricuperare

il primiero vigore. Aveva supplito all'enorme dispendio cui era stata

forzata di soggiacere per lo spazio d'otto anni, non solo con prestiti

che le assorbivano per molti anni tutte le pubbliche entrate, ma ancora

col vendere al migliore offerente quasi tutte le principali cariche

dello stato. Allorchè fu ristabilita la pace, i consiglj posero fine a

questa vergognosa maniera di distribuire gl'impieghi della repubblica,

ma non potevano impedire che i corpi risguardati fin allora come il

fiore della nazione non fossero stati formati a prezzo d'oro, e che

molti impieghi non venissero occupati da persone portate ai medesimi

dalle sole ricchezze[472].

[472] _P. Paruta Ist. Ven., l. IV, p. 252._

Il commercio aveva fondata la potenza veneziana, ma questo commercio

aveva sofferto in tutte le sue parti. Quasi tutte le officine delle

manifatture stabilite nel territorio veneto erano state distrutte dalla

guerra: Giulio II aveva sforzati i Veneziani a dividere coi direttori

delle sue saline di Cervia il monopolio dei sali, lungo tempo esercitato

esclusivamente dai primi in tutta l'Italia. Selim, imperatore dei

Turchi, aveva conquistato il Cairo ed Alessandria, e distrutto l'impero

dei Mamelucchi[473]. L'Egitto, ch'egli aveva occupato, era uno di que'

paesi in cui i Veneziani esercitavano il più lucrativo commercio; ed il

regime de' Turchi, più oppressivo che quello del soldano, lo fece

bentosto languire, e annullò tutti gli utili, sebbene il senato non

avesse ommesso di mandare subito un'ambasciata a Selim per felicitarlo

intorno alle sue conquiste, rinnovare con lui i trattati di commercio e

pagargli il tributo del regno di Cipro, antico feudo del soldano[474].

[473] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XVII e XVIII. — Fr.

Guicciardini, l. XIII, p. 152._

[474] _P. Paruta Stor. Ven., l. IV, p. 254. — Alfonso de Ulloa Vita

di Carlo V, l. I, f. 45 e seg._

In pari tempo la navigazione dei Portoghesi intorno al capo di Buona

Speranza dava una nuova direzione al commercio delle Indie; il quale,

invece di farsi soltanto per gli scali del mar Rosso e d'Alessandria,

paesi ne' quali i Veneziani, per l'influenza loro, s'erano procurato una

specie di monopolio, era venuto in mano de' mercanti di Lisbona, che

andavano direttamente a cercare le spezierie alle Molucche e ne

approvvigionavano tutta l'Europa. Finalmente il commercio de' Veneziani

coll'Africa e colla Spagna aveva ricevuto un funesto colpo

dall'imprudente avidità de' ministri del nuovo re Cattolico. Una flotta

veneziana faceva regolarmente ogni anno il giro del Mediterraneo per

fare tutti i cambj tra i diversi porti di questo mare. Le galere ond'era

composta, e che dicevansi _galere del traffico_, partivano da Venezia

per Siracusa in Sicilia; davano in appresso fondo a Tripoli, all'isola

di Gerbi presso alle Sirti, a Tunisi, a Tremizene, a Orano, e ad altri

porti dei regni di Fez e di Marocco: giugnevano in cadauno di questi

porti nell'epoca di fiera annuale, cui i Mori recavano la loro polvere

d'oro, per cambiarla coi metalli lavorati e colle stoffe dell'Europa.

Questa stessa polvere d'oro veniva in seguito portata dalle _galere del

traffico_ ne' porti spagnuoli d'Almeria, Malaga e Valenza, dove serviva

a comperare sete, lane e frumento. Queste mercanzie ne' tempi di

Ferdinando erano state assoggettate ad un diritto d'esportazione del

dieci per cento del loro valore, lo che aveva danneggiato l'interesse

de' produttori, senza far torto al commercio. I ministri del successore

di Ferdinando duplicarono l'imposta, e ne posero un'altra simile sopra

l'importazione delle merci recate dai Veneziani; e, credendo in tal modo

di quadruplicare le loro entrate, distrussero invece il commercio e

l'agricoltura della Spagna; ma in pari tempo fecero cessare uno de' più

ricchi traffichi de' Veneziani[475].

[475] _P. Paruta Ist. Ven., l. IV, p. 257._

In mezzo a queste difficoltà, il senato occupavasi incessantemente

intorno ai mezzi di ristabilire la passata prosperità del territorio

della repubblica, col richiamare ai campi gli agricoltori, alle officine

i dispersi operaj; col rialzare le dighe abbattute, ristaurare i canali

d'irrigamento e di navigazione, accrescere ovunque le fortificazioni che

difendevano il paese, e particolarmente quelle di Verona e di Padova, di

cui voleva formare i baluardi dello stato. Per ultimo riaprì

l'università di Padova, la quale era stata chiusa otto anni, chiamandovi

i più celebri professori, i quali vi attirarono di nuovo la folla degli

scolari[476].

[476] _Ivi, p. 252._

Le numerose armate che l'imperatore, il re di Francia e la repubblica

licenziavano nel medesimo istante, potevano in tempo di pace apportare

alle province d'Italia una nuova calamità colle ruberie delle milizie

sbandate. Pareva difficile di assoggettare tutto ad un tratto

all'autorità delle leggi uomini da lungo tempo accostumati a

disprezzarle, che lasciavansi senza mezzi di sussistenza, ed erano

persuasi d'aver essi la forza in mano. Non dobbiamo perciò maravigliarci

che il senato ed il luogotenente del re in Lombardia, favoreggiassero un

tentativo del duca d'Urbino, che li liberava da questi formidabili

avanzi delle armate, ed addensava la burrasca, che gli aveva minacciati,

sopra gli stati d'un sovrano, di cui avevano lungo tempo sperimentata

l'inimicizia e la mala fede.

Francesco Maria della Rovere si era lasciato spogliare senza fare

resistenza del ducato d'Urbino, persuaso che in tempo d'una guerra

generale, le potenze, che cercavano l'alleanza del papa, lo avrebbero

sagrificato alla sua ambizione. Appena fatta la pace, la loro gelosia

verso la corte di Roma, lungo tempo compressa, poteva rinascere, o per

lo meno non era presumibile che per cagion della santa sede volessero

ricominciare le ostilità; ed altro non domandava al rimanente

dell'Europa, che di lasciare che si misurasse colle sole sue forze

contro le sole forze della Chiesa. Quando si licenziavano le armate

adunate sotto Verona, propose loro di seguirlo in una spedizione

somigliante a quelle delle antiche compagnie di ventura. Federico di

Bozzolo, cadetto della casa di Gonzaga, che si era acquistato nome

militando per la Francia, e ch'era personalmente nemico di Lorenzo de'

Medici, offrì di porsi alla testa dell'armata. Si unirono sotto le sue

bandiere cinque mila fanti spagnuoli comandati dal capitano Maldonato,

ed ottocento cavaleggieri in gran parte albanesi. Andrea Bua, Costantino

Boccali, il brabantese Zucker e molti altri ufficiali, che si erano

acquistata celebrità nella precedente guerra, si attaccarono all'armata

del duca d'Urbino. I talenti dei capitani e lo sperimentato valore de'

soldati formavano tutta la forza del duca, poichè egli non aveva nè

danaro, nè artiglieria, nè munizioni, nè equipaggi di guerra. Pure partì

dalle vicinanze di Mantova colla sua piccola armata il 23 di gennajo del

1517, lo stesso giorno in cui Verona fu consegnata ai Francesi[477].

[477] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 126. — P. Giovio Vita di Leon

X, l. III, f. 81. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 107. — Scip.

Ammirato, l. XXIX, p. 322. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 460._

Leone X, informato dell'aggressione diretta contro suo nipote, vi

ravvisò la mano di Francesco I. Egli sapeva con quanti segreti raggiri,

con quante piccole perfidie aveva provocata la di lui collera. Ad ogni

modo volle chiedere soccorso a lui medesimo, accusando Lautrec solo, suo

luogotenente, d'avergli suscitato contro un nuovo nemico in mezzo alla

pace. Ma quando si rivolse nello stesso tempo al re di Spagna ed

all'imperatore per avere la loro assistenza, rappresentò loro

l'aggressione, ond'era minacciato, come opera dello stesso

Francesco[478]. Nello stesso tempo incaricò suo nipote Lorenzo di

adunare in Romagna tutte le truppe della repubblica fiorentina e della

Chiesa, per chiudere la strada ai nemici.

[478] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 127, 130._ — Lettera di Leon X

del 12 delle calende d'aprile, al vescovo di Tortosa. _Apud Rayn.

Ann. Eccl. an. 1517, § 82, 83, p. 239._

Ma perchè Lorenzo non conosceva l'arte militare, il papa gli aveva dati

per consiglieri Renzo Orsini di Ceri, Giulio Vitelli di Città di

Castello, e Guido Rangoni di Modena, tutti tre assai distinti ufficiali.

Altronde gli aveva particolarmente raccomandato di non si esporre alle

vicissitudini d'una battaglia, persuaso che prolungando la guerra, il

più ricco dei due rivali non poteva restare perdente. Lorenzo de' Medici

si fece prestare dai cittadini fiorentini cinquanta mila fiorini d'oro;

fece marciare alla volta della Romagna dieci mila uomini presi nella

milizia della campagna; provvide di guarnigioni le città, e lasciò

libero il passo al duca d'Urbino, che si presentò il 5 di febbrajo

innanzi alla sua capitale. Il duca sconfisse lo stesso giorno Francesco

del Monte, che voleva tenerlo lontano dalle mura della città, e nel

susseguente giorno fu ricevuto dagli abitanti con trasporti di gioja.

Questi gli professavano lo stesso attaccamento come ai tempi del duca

Borgia, e non sapevano accomodarsi all'alterigia ed al duro carattere di

Lorenzo de' Medici[479].

[479] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, Deliz. degli Eruditi Toscani, p.

108. — Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 127. — P. Giovio Vita di Leon

X, l. III, p. 81. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 322. — Fr. Belcarii,

l. XV, p. 461._

Tutto il ducato d'Urbino aveva rialzate le bandiere dell'antico loro

padrone; ma in mezzo all'insurrezione, Lorenzo de' Medici si era

accampato su due montagne poste sopra Pesaro ed in faccia ad Urbino, e

vi riceveva i rinforzi che Leon X aveva domandati ai sovrani. Il conte

di Potenza gli aveva condotte quattrocento lance dal regno di Napoli per

conto del re Carlo. Dal canto suo Francesco I faceva marciare trecento

lance francesi; e somministrando al papa questo soccorso gli chiedeva in

contraccambio la restituzione tante volte promessa di Modena e di Reggio

al duca di Ferrara[480]. Senza contare questi uomini d'armi francesi cui

il papa non permise di giugnere sul teatro della guerra, Lorenzo aveva

di già adunati mille uomini d'armi, mille cavaleggieri e quindici mila

fanti. Ma i soldati, entrando ai servigj del papa, parevano rinunciare

al loro antico punto d'onore ed al loro valore: sapendo i capitani che

nè il sovrano, nè il generale non potevano giudicare de' loro

mancamenti, essi cercavano di non recar danno a' loro avversarj, e di

tirare in lungo la guerra per prolungare i loro profitti. L'armata

pontificia si lasciò fuggire tutte le occasioni d'ottenere qualche

vantaggio contro il duca d'Urbino fino al 4 d'aprile, in cui Lorenzo de'

Medici fu ferito nella testa all'assedio del castello di Mondolfo da un

colpo d'archibugio[481].

[480] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 131. — Scip. Ammirato, l. XXIX,

p. 322. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 462._

[481] _Ist. di Gio. Cambi, p. 111. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p.

327. — P. Giovio Vita di Leon X, l. III, f. 81. — Fr. Guicciardini,

l. XIII, p. 137. — Jac. Nardi, l. VI, p. 279._

Lorenzo II de' Medici, erede di tutto l'orgoglio di sua madre Alfonsina

Orsini, aveva passata la sua giovinezza nell'esilio, inteso a

procacciare nemici ai Fiorentini, od a cercare colle sue pratiche i

mezzi di ricuperare un'autorità, cui credeva d'avere ereditarj diritti.

Aveva con ciò offesi in mille modi i suoi compatriotti, ed era da loro

detestato, siccome egli in segreto li detestava. Allorchè fu ferito,

avendogli i suoi medici ordinato il silenzio ed il riposo, niuno fu

ammesso a visitarlo in Ancona, dove si era fatto trasportare; ed i

Fiorentini si persuasero bentosto che fosse morto. Accertavano che

Lorenzo era spirato nella notte del venerdì al sabbato santo; che il di

lui feretro era già stato deposto a nostra Signora di Loreto, e che lo

aveva detto un ossesso, la di cui asserzione si preferiva a quella de'

testimonj oculari[482]. I consiglj, con una segreta gioja, nominarono

tre commissarj della repubblica per dirigere l'armata durante l'assenza

del di lei capo: ma Leon X, che ravvisò in questa nomina, consentanea

agli antichi usi, il progetto di ricuperare un'autorità ch'egli si

arrogava tutta intera, vietò ai commissarj di recarsi al quartiere

generale[483].

[482] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 114. — Jac. Nardi Ist. Fior.,

l. VI, p. 279._

[483] _Ist. di Gio. Cambi, p. 111. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p.

327._

Soltanto dopo quaranta giorni, Lorenzo de' Medici, risanato dalla sua

ferita, andò a Firenze per disingannare coloro che lo credevano morto, e

per calmare un movimento che poteva farsi pericoloso. Rientrò

bruscamente in patria la domenica, 24 di maggio, ed all'indomani girò

per le strade onde tutti potessero vederlo: ma la voce della di lui

morte si era talmente accreditata, che molti cittadini andavano dicendo

non essere il principe che loro si mostrava adesso, che un corpo privo

di vita, animato da uno spirito maligno[484].

[484] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 114._

Invece dei commissarj della repubblica, Leone X spedì il cardinale di

Bibbiena ad assumere il comando dell'armata abbandonata dal nipote.

Questo favorito del papa, cui andiamo debitori del rinnovamento della

commedia, e che tra i letterati ed i cortigiani aveva grandissima

riputazione d'uomo dotato di squisito gusto, di amenità e di erudizione,

era ben lontano dall'avere la stessa riputazione presso i soldati; e la

sua campagna fu ancora più infelice che quella del suo predecessore. Una

contesa insorta nel suo campo tra i soldati spagnuoli e tedeschi, dopo

essergli costata più di cento soldati, lo costrinse a dividere in due

campi l'armata. Francesco Maria della Rovere seppe approfittarne:

sebbene da circa tre mesi non avesse più potuto pagare i suoi soldati,

persuase i Baschi ed i Tedeschi, che militavano per il papa, e che si

vergognavano d'essere subordinati al comando dei preti, di unirsi a lui;

altrettanto avevano fatto molti Spagnuoli; e si vide quasi tutta

un'armata abbandonare il sovrano, che generosamente e puntualmente la

pagava, per seguire quegli che non poteva offrirle che le eventualità

della guerra. Il cardinale di Bibbiena, sorpreso ne' suoi quartieri a

Monte imperiale, dopo avere perduta molta gente, si ritirò a

Pesaro[485].

[485] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 139. — P. Giovio Vita di Leon

X, l. IV, p. 86. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 327._

Frattanto il duca d'Urbino, avendo raddoppiata la sua armata senza

accrescere i suoi proventi, sentì la necessità di portarla a vivere in

paese nemico. La condusse perciò in Toscana per predare le vittovaglie e

gli armenti, che il popolo senza verun sospetto lasciava sparsi nelle

campagne; sforzò Giampaolo Baglioni a redimere Perugia da un attacco con

una contribuzione di dieci mila ducati; minacciò città di Castello e

Siena; e dopo avere arricchiti i suoi soldati col saccheggio, li

ricondusse rapidamente nel ducato d'Urbino, per cacciarne il cardinale

di Bibbiena, che vi era penetrato durante la di lui lontananza. Leone X

scrisse il 16 ed il 17 di maggio al Baglioni ed alla repubblica di Siena

per ringraziarli della buona condotta da loro tenuta, ed esortarli alla

costanza[486]. Di que' dì all'incirca, le genti della Chiesa trovando

più facile il vincere il duca d'Urbino colle cospirazioni che colle

armi, avevano comperati de' traditori nel di lui campo. Maldonato,

Soares e due altri capitani spagnuoli promisero di dare Francesco Maria

nelle mani del cardinale di Bibbiena o di assassinarlo. Il duca ebbe

sentore delle loro trame; e li denunciò ai loro compatriotti adunati,

che chiamò a giudici di tanta perfidia; gli Spagnuoli sdegnati li

condannarono alla morte, ed eseguirono essi medesimi tale sentenza

contro i quattro capitani che avevano tentato di tradire il principe cui

servivano[487].

[486] _Lettera ai Sienesi del 15 delle cal. di giugno, ed a G. P.

Baglioni del 16. Presso il Raynaldi § 84, 85, p. 240._

[487] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 141. — Scip. Ammirato, l. XXIX,

p. 328. — P. Giovio vita di Leon X, l. III, f. 82. — Fr. Belcarii,

l. XV, p. 464._

Non contento di avere cacciato fuori de' suoi stati il cardinale di

Bibbiena, il duca d'Urbino lo inseguì nella Marca d'Ancona; ma perchè

aveva poca artiglieria e pochissime munizioni da guerra, non vi potè

occupare veruna città. Ripassando l'Appennino, estese i suoi guasti

nello stato fiorentino tra borgo San Sepolcro ed Anghiari; ma la sua

armata non pagata si era renduta formidabile non meno agli amici che ai

nemici, e la sua situazione rendevasi ogni giorno più difficile; verun

alleato aveva voluto assumersi di proteggerlo, mentre che tutte le

grandi potenze spedivano soccorsi al papa, e che lo stesso Francesco I

mostravasi sollecito di terminare questa guerra[488]. All'ultimo

Francesco Maria perdette la speranza di potersi più lungo tempo

difendere, ed accettò la mediazione che gli offriva il signore di

Lescuns, fratello di Lautrec, inviato dal re di Francia presso il papa.

In agosto o in settembre del 1517 venne sottoscritto un trattato, in

forza del quale Leon X si obbligava di pagare all'armata del duca

d'Urbino tutti i soldi arretrati, che ammontavano a più di cento mila

ducati; lo assolveva da tutte le censure ecclesiastiche; accordava

un'intera amnistia, che poi non osservò, a coloro che si erano

dichiarati per il duca; e permetteva a Francesco Maria di far

trasportare a Mantova, ove si ritirò, la sua artiglieria e la bella

biblioteca raccolta in Urbino da suo avo, Federico di Montefeltro[489].

[488] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 147. — P. Giovio vita di Leone

X, l. IV, f. 87. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 330. — Fr. Belcarii,

l. XV, p. 466._

[489] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 150. — P. Giovio vita di Leon

X, l. IV, f. 87. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 332. — Fr. Belcarii,

l. XV, p. 467._

Non era ancora terminata la guerra d'Urbino, quando la corte di Roma

venne agitata dalla scoperta di una congiura contro il papa, ed in

appresso dal supplicio di uno de' principali dignitarj della Chiesa. Il

capo di tale congiura era quello stesso cardinale Alfonso Petrucci che

si era adoperato con tanto zelo nella nomina di Leone, e che lo aveva

poi annunciato al popolo con sì vivo trasporto di gioja, gridando:

_vivano i giovani!_ Pandolfo Petrucci, suo padre, aveva governata la

repubblica di Siena con prudente accortezza, rispettando le abitudini

de' cittadini, de' quali aveva abolite le leggi, e si era acquistata

così fama tra i più grandi politici del suo secolo. Morì Pandolfo di

sessantatre anni, il 21 maggio del 1512[490], lasciando tre figli;

Borghese, il primogenito, che non aveva più di vent'anni; Alfonso, il

secondo, ch'era stato creato cardinale nel 1509 in età di appena sedici

anni; ed il terzo, Fabio, che non era per anco giunto all'adolescenza.

Niuno di loro aveva ereditati i talenti nè la forza di carattere del

padre, sebbene il primogenito gli succedesse nell'autorità presso la

repubblica di Siena, e venisse riconosciuto capo della balìa, e

comandante della guardia[491].

[490] _Orl. Malavolti stor. di Siena, p. III, l. VII, f. 117. — P.

Giovio elogi e vite degli uomini illustri, l. V, p. 303._

[491] _Orl. Malavolti stor. di Siena, p. III, l. VII, f. 118._

In questa stessa famiglia de' signori di Siena Leon X aveva un favorito,

Raffaello Petrucci, vescovo di Grosseto, persona a lui devota e fedele,

ma illetterato, e di depravati costumi. Il papa lo aveva nominato

castellano di castel sant'Angelo; ed in appresso pensò di metterlo alla

testa del governo di Siena, affinchè questa repubblica, chiusa fra gli

stati della Chiesa e de' Fiorentini, fosse da lui dipendente non meno

che gli stati che la circondavano. Vitello Vitelli condusse a Siena il

vescovo di Grosseto con dugento cavalli e due mila fanti, e lo installò

il 10 marzo del 1515 nella signoria, mentre che Borghese Petrucci uscì

di città senza avere il coraggio di fare uno sforzo per conservare la

sua autorità. Il nuovo signore richiamò alcuni emigrati, ed in iscambio

esiliò tutti coloro che avevano avuto molta parte nell'ultimo governo;

in breve rendette la sua tirannide odiosa a tutti i Sienesi[492].

[492] _Ivi, f. 119._

Il cardinale Alfonso Petrucci non poteva perdonare a Leon X

l'ingratitudine di cui si vedeva vittima. Suo padre Pandolfo era stato

il più costante alleato dei Medici; aveva preso parte per favorirli

nelle più pericolose guerre, aveva loro dato asilo in quella stessa

patria da cui i Medici scacciavano i suoi figliuoli, confiscandone i

beni. In un inconsiderato impeto di gioventù, Alfonso si lasciava

talvolta uscire di bocca, ch'era tentato di gettarsi in concistoro sopra

Leon X con un pugnale in mano, per disfarsi di lui in mezzo al sacro

collegio. Aveva pure pensato di guadagnare il chirurgo Battista di

Vercelli, perchè avvelenasse un'ulcera che obbligava Leon X a farsi

medicare ogni giorno. Per altro questo chirurgo, invece d'essere al

servigio del papa, non trovavasi neppure in Roma, ed esercitava la sua

professione in Firenze; tutte le pratiche di Petrucci per eseguire

questo progetto, se realmente vi aveva fatto entrare il Vercelli, si

ristringevano all'avere raccomandato inutilmente questo chirurgo, per

farlo ricevere nella corte del papa[493].

[493] _Rayn. An. Eccl. 1517, § 89, p. 241._

Ma il Petrucci aveva preso in odio il soggiorno di Roma, ov'erasi

renduto sospetto co' suoi violenti discorsi. Se ne allontanò, e vi fu

richiamato. In tempo della guerra d'Urbino si pronunciò vivamente

favorevole a Francesco Maria della Rovere, e si allontanò di nuovo.

Vennero sorprese certe sue lettere dirette al suo segretario Antonio

Nino: esse esprimevano i medesimi sentimenti o i medesimi progetti di

vendetta; e Leone X le trovò sufficienti per servire di fondamento ad un

processo criminale. Bisognava con inganno assicurarsi della di lui

persona, prima di tradurlo in giudizio; ed il papa gli scrisse

un'affettuosa lettera per richiamarlo, mandandogli un salvacondotto.

Nello stesso tempo diede di propria bocca parola all'ambasciatore di

Spagna, che il Petrucci, ritornando, non si esponeva a verun pericolo.

Infatti Alfonso tornò a Roma, e presentossi al palazzo del pontefice col

suo amico il cardinale Bandinello Sauli di Genova, che aveva pure assai

contribuito all'elezione di Leon X. L'uno e l'altro, invece di essere

introdotti all'udienza del papa, furono arrestati ed immediatamente

condotti in castel sant'Angelo. L'ambasciatore di Spagna si lagnò che il

papa violasse il salvacondotto e la parola a lui data; ma rispose Leon X

che tutte queste sicurezze erano distrutte da un'accusa di lesa maestà e

di avvelenamento. Con tale risposta impegnava in certo modo anche

l'ambasciatore a trovare gli accusati colpevoli[494].

[494] _Parisii de Grassis MS. archivii Vaticani, t. IV, p. 200; ap.

Raynald. an. 1517, § 91-92, p. 242. — P. Giovio vita di Leon X, l.

IV, f. 83. — Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 144. — P. Bizarri S. P.

que Genuens. hist., l. XIX, p. 448._

Colla processura usata in quel secolo niun uomo poteva lusingarsi di far

apparire la propria innocenza, se i giudici erano determinati di

trovarlo colpevole, poichè tutta l'informazione era tenuta in un

profondo mistero. I due cardinali vennero assoggettati ad una rigorosa

tortura. Pocointesta di Bagnacavallo, ch'era stato sotto il Petrucci

comandante della guardia di Siena, e Battista di Vercelli ch'era stato

arrestato in Firenze, furono egualmente posti alla tortura, e fu loro

estorta la confessione di un progetto d'avvelenamento. Furono arrestati

altri cardinali, siccome colpevoli d'avere uditi i violenti detti e le

minacce del Petrucci senz'averne dato avviso; cioè Raffaello Riario,

decano del sacro collegio, già cardinale da oltre quarant'anni, il più

prudente, il più circospetto de' capi della Chiesa, che tutti avanzava

in dignità, in lusso ed in ricchezze; Adriano, cardinale di Corneto, e

Francesco Soderini, cardinale di Volterra, l'uno e l'altro tra' più

ricchi prelati della Chiesa[495].

[495] _Gio. Cambi Ist. Fior., t. XXII, p. 118. — Rayn. An. Eccl.

1517, § 94, p. 242._

Quando fu terminata l'informazione del procuratore fiscale, e letta nel

sacro collegio, Petrucci e Sauli furono degradati e consegnati al

braccio secolare. Il primo fu strozzato in prigione il 21 giugno,

ventiquattr'ore dopo la sentenza. Allo stesso supplicio fu condannato

anche Bandinello Sauli, ma Leon X mutò la sentenza di morte in perpetuo

carcere: e perchè il prigioniere fece offrire una grossa somma di danaro

per avere la libertà, Leon X gli mandò il suo maestro delle cerimonie,

Paride de' Grassi, per accettare l'offerta e condurre il cardinale

penitente in concistoro, a condizione che non cercherebbe di

giustificarsi, e che per lo contrario confesserebbe tutte le colpe

ond'era stato accusato[496]. Il Sauli si assoggettò alla proposta

condizione; fu posto in libertà, ma morì poco tempo dopo, non senza

sospetto, come corse voce, che prima di rilasciarlo il papa gli avesse

fatto somministrare un lento veleno per sbarazzarsi di lui. Il cardinale

Riario, dopo essere stato degradato, fu rimesso nella pristina dignità

mercè il pagamento d'una grossa somma di danaro. I cardinali di Corneto

e di Volterra avevano, stando inginocchiati in pieno concistoro,

confessato d'aver udito le parole minacciose d'Alfonso Petrucci, e che,

attribuendole alla sua leggerezza di mente, non le avevano denunciate.

Leon X li fece porre in libertà dopo averli obbligati a pagare

venticinque mila ducati. Questa somma doveva essere divisa fra loro due,

ma le spese della guerra d'Urbino avendo sconcertate le finanze del

papa, egli pretese che tale somma doveva essere da entrambi pagata

individualmente. Allora i due cardinali fuggirono: non si seppe più

nulla d'Adriano di Corneto, che venne senza dubbio assassinato; il

Soderini si ritirò a Fondi sotto la protezione di Prospero Colonna, e vi

stette fino alla morte del papa: Vercelli, Mino e Pocointesta perirono

in mezzo ad orrendi supplicj[497].

[496] _Par. de Grassis, apud Rayn. Ann. Eccl. 1517, § 98, p. 243._

[497] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 146. — Par. de Grassis Diar.

ap. Rayn. An. Eccl. 1517, § 95, p. 242. — P. Giovio vita di Leon X,

l. IV, f. 85. — Panvino delle vite de' pontefici, in Leone X, p.

262. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 465._

Il sacro collegio era oppresso dallo spavento; non essendosi da lungo

tempo trattati i suoi membri con tanto rigore. I condannati, e non

escluso lo stesso Petrucci, non erano colpevoli che d'imprudenti parole;

e quando Leon X non faceva grazia agli antichi suoi amici, ed a coloro

che avevano contribuito alla sua elezione, gli altri non potevano

sperare un migliore trattamento; di già si sentivano ai suoi occhi

colpevoli, poichè le loro preghiere a pro de' colpevoli eransi

risguardate come un'offesa. Il quinto concilio di Laterano, che

trovavasi adunato nell'epoca dell'assunzione al pontificato di Leon X,

non poteva più mettere limiti al di lui dispotismo; desso era stato da

Leone terminato il 16 marzo del 1517, cinque anni dopo la sua

convocazione. In così lungo spazio di tempo non aveva tenute che dodici

sessioni, quasi d'altro non occupandosi che di vane formalità e di

sermoni di etichetta. Non aveva giammai riuniti più di sedici cardinali

e di novanta o cento vescovi ed abati mitrati; e niuno doveva infatti

lusingarsi di vederne di più in un'assemblea, che il papa cercava di

spogliare d'ogni autorità reale[498].

[498] _Rayn. Ann. Eccl. 1517, § 1-17, p. 226 e seg. — Fleury, Hist.

eccl., l. CXXV, c. 1-4. — Spondanus contin., Rayn. 1517, § 1-2, t.

II, p. 593._

Dopo la congiura del Petrucci non rimanevano nel sacro collegio che

dodici cardinali, e Leon X seppe approfittare del loro terrore per fare

in una sola volta una promozione di trentuno cardinali, che metteva il

loro concistoro sotto assoluta di lui dipendenza. Una nomina così

numerosa e così sproporzionata col corpo ch'essa riempiva, era

senz'esempio. I cardinali atterriti dal fresco supplicio de' loro

colleghi, sebbene si vedessero in tal modo rigettati in una impotente

minorità, non osarono di fare veruna rimostranza. La lista si chiuse il

26 di giugno, e fu pubblicata il 1.º di luglio[499]. In quest'occasione

Leon X collocò nel senato della Chiesa due figli delle sue sorelle, e

varie altre creature che non vantavano altro titolo per così sublime

dignità che il favore del pontefice: ma nello stesso tempo accordò il

cappello cardinalizio a molti gentiluomini romani, che la politica dei

suoi predecessori aveva studiosamente esclusi dal sacro collegio;

innalzò pure alla stessa dignità molti celebri letterati, che

illustrarono il nome di Leone per riconoscenza della protezione loro

accordata; per ultimo vendette questa dignità a danaro contante a tutti

gli altri, e la fece pagare perfino a coloro ch'era più inclinato a

favorire; ma il prezzo cresceva in ragione inversa del minor merito che

il candidato aveva per così alta dignità[500].

[499] _Paris de Grassis ap. Rayn. 1517, § 101, p. 244._

[500] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 146. — P. Jovii Hist. sui temp.

Epit., l. XIX, t. II, p. 3. — P. Giovio vita di Leon X, l. IV, f.

86. — Jacopo Nardi Ist. Fior., l. VI, p. 279. — Ist. di Gio. Cambi,

t. XXII, p. 124._

Nelle ultime sessioni del concilio non erasi parlato che di progetti di

lega contro i Turchi. Pareva che l'Europa si apparecchiasse ad una nuova

crociata, ed infatti la guerra sacra che predicava il papa, sembrava una

necessaria misura per difendere e salvare la Cristianità. Selim colla

conquista dell'Egitto e colle vittorie riportate sopra il Sofì di Persia

aveva quasi raddoppiata l'estensione del suo impero ed i suoi mezzi

d'attacco. Era noto il suo odio verso i cristiani, la sua passione per

nuove intraprese, la sua dissimulazione, la sua crudeltà. Le stesse

coste dell'Italia cominciavano ad essere esposte agli sbarchi de'

Turchi. Leone scriveva a Massimiliano, ch'erano venuti a saccheggiare

successivamente Recanati ed Ostia[501]. Francesco, Carlo e Massimiliano

sottoscrissero a Cambrai, l'undici marzo del 1517, un trattato

d'alleanza contro l'impero ottomano: tutto era preventivamente

convenuto; il numero delle truppe che ognuno somministrerebbe, la

maniera con cui ogni monarca eseguirebbe il proprio attacco e

l'assistenza che chiederebbero alle altre potenze. Pareva che i principi

cristiani cercassero di superarsi l'un l'altro colle più splendide

promesse per difesa della patria e dell'incivilimento. Ma il più

leggiere vicino vantaggio bastava, perchè più non si pensasse ad un

pericolo creduto lontano; e Leon X, che sembrava tanto zelante per la

lega cristiana, fu facilmente quegli che contribuì più d'ogni altro ad

impedire che si adunasse[502].

[501] _Epist. Leonis apud Rayn. 1518, § 71, p. 260._

[502] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 152. — P. Paruta Ist. Venez.,

l. IV, p. 259. — Rayn. Ann. Eccl. 1517, § 18 e seg., p. 230. — P.

Giovio vita di Leon X, t. IV, f. 88._

Mentre Francesco I rinnovava l'8 di ottobre la sua alleanza colla

repubblica di Venezia, Leon X aveva cercato di unirsi più strettamente

con questo monarca; Carlo era passato dai Paesi Bassi nella Spagna, e

sembrava che dovesse trovarvisi lungamente occupato nel ricondurre i

popoli all'ubbidienza. Massimiliano, di già vecchio, non era mai stato

un alleato in cui si potesse fare fondamento, e Leon X, sempre pensoso

della grandezza di sua famiglia, giudicò di non la potere meglio

assicurare che per mezzo dell'alleanza colla Francia. In gennajo del

1518 ottenne per suo nipote Lorenzo, duca d'Urbino, la mano di

Maddalena, figliuola di Giovanni della Tour, conte d'Alvergna e di

Boulogne, e di una sorella di Francesco di Borbone, conte di Vendome.

Con tale matrimonio univa Lorenzo alla casa di Francia, e per onorarlo

maggiormente, Francesco lo scelse per padrino d'un figlio che gli era

nato nel mese di febbrajo. Dopo il battesimo, celebrato il 25 d'aprile

con molta pompa, Francesco restituì a Lorenzo la carta sottoscritta da

Leon X, colla quale si obbligava a tornare al duca di Ferrara le città

di Modena e di Reggio. In contraccambio il papa non fu meno generoso

delle altrui proprietà verso il re. Gli concesse di disporre liberamente

delle decime che aveva levate sul clero francese per fare la guerra ai

Turchi, dando così il primo esempio di abbandonare quel progetto della

crociata per l'esecuzione del quale aveva tanto insistito[503].

[503] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 155. — Ist. di Gio. Cambi, t.

XXII, p. 131. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 333. — Mém. de Bayard c.

LXI, p. 387. — Mém. de Martin du Bellay, l. I, p. 77._

Leon X ebbe la felicità di associare il suo nome alla più splendida

epoca delle lettere e delle arti in Italia: salito sul trono

nell'istante in cui tutte le carriere erano corse nello stesso tempo da

uomini di straordinario ingegno, formati prima di lui, egli distribuì

fra di loro, colla prodigalità che adoperava in tutte le altre cose, i

tesori della Chiesa, i ricchi beneficj de' quali aveva la collazione in

tutta la cristianità, e le prodigiose somme ricavate dal commercio delle

indulgenze. I poeti, gli storici, gli artefici, arricchiti dalle di lui

beneficenze, hanno per gratitudine celebrato il di lui nome,

ascrivendogli tutto il merito de' lavori di cui, mercè le di lui

largizioni, avevano l'ozio d'occuparsi. Ma e come pontefice e come

sovrano Leon X non era propriamente degno di tante lodi. Nel precedente

anno, di fresco terminato, Martino Lutero aveva in Germania cominciato

ad alzarsi contro lo scandaloso traffico delle indulgenze, e si era

gradatamente condotto, esaminando la propria fede, a gittare i

fondamenti di quella riforma, ch'egli in appresso condusse a fine con

tanta gloria[504]. Era in allora egli stesso ben lontano dal prevedere

le conseguenze cui lo condurrebbe l'esame della dottrina della Chiesa.

La riforma non poteva essere che un'opera progressiva, e non era che

successivamente, che uno spirito religioso poteva portare la fiaccola

dell'esame intorno a tutte le credenze lungo tempo ricevute come

fondamentali. Non è maraviglia che Leon X sia morto senz'avere avuto

sospetto della rivoluzione, che durante il suo regno si era in Germania

eseguita negli spiriti, poichè in tutto il tempo abbracciato da questa

storia, ed anche molto tempo dopo, dessa non fu in Italia ben

conosciuta, e poichè l'atto energico, con cui la ragione infranse il

giogo che aveva portato, fu dalla corte di Roma confuso colle oscure

eresie, che tante volte aveva vedute nascere e morire ne' conventi. Ma

Leon X mancò di prudenza, di penetrazione e di filosofia, non

apprezzando meglio il suo secolo, lasciando temerariamente crescere in

un'età abbondante di lumi tutti gli abusi che non s'erano potuti

tollerare che in quella della più barbara ignoranza, e incoraggiando

finalmente con una improvvida cupidigia lo scandaloso traffico delle

cose sacre, onde ricompensar poscia col profitto medesimo di così

vergognoso commercio i letterati ed i filosofi che dovevano in appresso

spezzare le catene della superstizione.

[504] Come ciò accadesse, e per quali vie, e per quali non

disinteressati motivi, basterà il leggere l'eccellente opera di

Giacomo Benigno Bossuet, vescovo di Meaux, _Storia delle rivoluzioni

delle Chiese protestanti_, di cui sonosi fatte più edizioni in

lingua italiana. Con questa storia il lettore cattolico potrà

rettificare le opinioni del nostro autore, senza che io debba di

tratto in tratto prendere la difesa delle dottrine cattoliche. _N.

d. T._

Infatti Leon X, giunto alla più sublime dignità umana, da quell'istante

risguardò la sua vita come un continuo carnovale, nel quale ad altro

pensare non doveva che a godere. Egli divideva il suo tempo tra i

banchetti e la caccia; amava la compagnia de' buffoni, ch'egli si

compiaceva di tormentare e di coprire del più vile ridicolo; fomentava

la vanità di coloro che di già conosceva vanissimi; e sotto coperta

d'accordar loro nuove onorificenze, gli esponeva all'universale

dileggio. Egli non temeva di spingere fino alla pazzia con questo

crudele dileggiamento uomini di merito, o rispettabili vecchi. La

riputazione di continenza che si era acquistata, essendo cardinale, non

aveva sostenuto un più severo esame, e la sua famigliarità co' suoi

paggi dava luogo a vergognosi sospetti. La di lui liberalità, che

stendevasi su tutti coloro che lo avvicinavano, e ch'era più

proporzionata al suo buon umore ed alla riuscita della caccia che al

merito dei beneficati, altro infine non era che una disposizione

egoistica: egli voleva vedersi intorno visi ridenti, voleva raccogliere

le benedizioni di coloro che lo avvicinavano, e punto non curavasi del

modo con cui ammassava, sia colle gravose gabelle sui popoli, sia col

rendere venale tutto quanto era dalla Chiesa riputato più sacro, i

tesori che poi dissipava con tanta prodigalità[505].

[505] _P. Giovio Vita di Leon X, l. IV, f. 91-96._

La tregua che i Veneziani avevano conchiusa con Massimiliano, e che

spirava dopo diciotto mesi, fu prolungata, in agosto del 1518,

coll'intervento della Francia per cinque anni alle medesime condizioni.

L'imperatore avrebbe inoltre di buon grado acconsentito a cambiarla in

una perpetua pace; ma vi ostò Francesco I, per timore che i Veneziani,

trovandosi senza sospetto, non allentassero i legami co' quali la

Francia li teneva sotto la sua clientela[506]. La corte di Francia

adombravasi di ogni potere che in Italia sembrasse aspirare

all'indipendenza: conservando l'alleanza de' Veneziani, cautamente

impediva che non accrescessero in Lombardia il numero de' loro

partigiani. Il maresciallo Trivulzio, che avevale renduti così segnalati

servigj, le si era fatto sospetto pel suo attaccamento ai Veneziani.

Egli era il capo del partito guelfo; e Lautrec, per mortificarlo,

colmava di onori Galeazzo Visconti capo dell'opposta fazione. Il

Trivulzio, per non trovarsi in balìa degli avvenimenti, domandò ed

ottenne la nazionalità de' cantoni svizzeri; ma con ciò non fece che

somministrare nuove armi a' suoi nemici. Accusato alla corte, risolse,

malgrado l'avanzata sua età, di passare i monti e di presentarsi a

Francesco I per giustificarsi. Il re lo accolse duramente, lo rimproverò

di godere di una non meritata riputazione, e lo costrinse a ritornare

agli Svizzeri le sue lettere di cittadinanza. Poco dopo il Trivulzio

infermò a Chartres, ove morì, ludibrio fino alla fine della sua lunga

carriera della incostanza della fortuna; al che faceva allusione

l'epitaffio scelto da lui medesimo. «Qui riposa Gian Giacopo Trivulzio,

che mai non riposò[507].»

[506] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 255. — P. Paruta Hist. Ven., l.

IV, p. 258._

[507] L'epitaffio fu inscritto sul di lui sepolcro nella chiesa di

san Nazaro in Milano: _Joannes Jacobus Trivultius Antonii filius,

qui nunquam quievit, quiescit: tace._ — _Carlo Rosmini Storia del

Trivulzio, l. XII, p. 539. — Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 157. — P.

Giovio Vita di Leon X, l. IV, f. 100. — Id. Vite degli uomini ill.

l. IV, p. 259._

Negoziazioni che dovevano decidere non solo della sorte dell'Italia, ma

di tutta l'Europa, tenevano in allora occupati tutti gli spiriti.

Massimiliano, sentendo finalmente gli effetti della vecchiaja, avrebbe

voluto assicurare a suo nipote la dignità imperiale; ma, per le

costituzioni dell'impero, non poteva farlo eleggere re de' Romani,

finchè egli medesimo non avesse ricevuto la corona d'oro dalle mani del

papa: onde pensava o di andare a cercarla a Roma, o di ottenere che Leon

X gliela mandasse in Germania per mezzo di un legato, ed intanto cercava

di guadagnare i suffragj degli elettori. Malgrado le inquietudini de'

principi dell'impero, la gelosia della Francia, e gli artificj della

corte di Roma, non avrebbe tardato ad ottenere l'intento. Ma la morte

venne a rompere inaspettatamente i suoi disegni, sorprendendolo a Lintz

il 19 gennajo del 1519, mentre occupavasi caldamente della caccia,

cercando di sbarazzarsi da una leggiere febbre con inopportuni

rimedj[508].

[508] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 169. — Par. de Grassis ap.

Rayn. An. Eccl. 1519, § 1-2, p. 277. — Fr. Belcarii, l. XVI, p. 472.

— P. Bizarri, l. XIX, p. 449. — P. Giovio vita di Leon X, l. IV, f.

88. — P. Paruta Ist. Ven., l. IV, p. 261._

La morte di Massimiliano, accaduta prima che fosse eletto un re de'

Romani, apriva la porta a tutti i candidati che potevano aspirare a

questa prima dignità del mondo cristiano. Pure non la chiesero che i due

più potenti monarchi dell'Europa, il re di Spagna ed il re di Francia.

Il primo, come arciduca d'Austria e come sovrano de' Paesi Bassi, era di

già membro dell'impero; il secondo gli era assolutamente straniero, ma,

se avesse ottenuta la corona, avrebbe compromessa quella indipendenza

della monarchia francese, cui i Francesi apprezzavano con ragione così

altamente, rendendola dipendente per meglio unirla all'impero.

Rappresentavano i ministri dei due principi, che in questo momento era

necessario alla cristianità un potente monarca, onde mettere argine alle

conquiste de' Turchi, che opprimevano l'Ungheria, e minacciavano la

Germania. Frattanto tutti i principi e tutti gli stati indipendenti

della Germania e dell'Italia tenevano una contraria opinione; vedevano

con inquietudine la corona imperiale perpetuarsi nella casa d'Austria

fin dal 1438 per via delle successive elezioni d'Alberto II, di Federico

IV, e di Massimiliano, e del lungo regno degli ultimi due. Temevano

l'assoluta sovversione delle loro libertà, quando l'erede di questi

monarchi, che di già non le avevano abbastanza rispettate, sarebbe

inoltre sovrano di tutte le Spagne, delle Indie, de' Paesi Bassi e delle

due Sicilie. L'elezione di Francesco I, per le abitudini ch'egli

porterebbe d'una assoluta monarchia in una monarchia elettiva e

limitata, non sembrava meno pericolosa per l'indipendenza di tutti i

piccoli stati: e per tal modo mentre i due monarchi facevano girare

d'una in altra corte della Germania splendide ambasciate, accompagnate

da corpi d'uomini d'armi e di convogli di danaro, onde apertamente

guadagnarsi i suffragj, tutti gli amici del loro paese e della libertà

europea facevano voti perchè questi due fossero rigettati. Vero è che

molti, capo de' quali era Leon X, fingevano di essere attaccati a

Francesco I, per impiegare il danaro ed il credito di lui contro il di

lui competitore; ma fidavansi al nazionale orgoglio de' Tedeschi, che

mai non permetterebbe ad un re di Francia di salire sul primo trono

della Germania[509].

[509] _Rayn. An. Eccl. 1518, § 156 e seguenti, p. 273; 1519, § 8, p.

278. — Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 159. — P. Giovio vita di Leon

X, l. IV, f. 89. — Jac. Nardi, l. V, p. 283. — P. Paruta, l. IV, p.

261._

Mentre Leon X cercava di tener la bilancia in bilico tra due così

potenti principi, l'ultimo legittimo erede della sua propria famiglia

moriva in Firenze. Lorenzo de' Medici, duca d'Urbino, vi aveva condotta

sua moglie Maddalena de Latour d'Alvergna; ma le aveva comunicata la

vergognosa malattia di cui era egli stesso affetto. Maddalena morì il 23

di aprile nel dare alla luce la troppo famosa Caterina de' Medici; e

cinque giorni dopo, il 28 aprile, soggiacque ancora Lorenzo alla

malattia che lo andava già da gran tempo distruggendo[510]. Altro

discendente non restava di Cosimo de' Medici, padre della patria, che

papa Leon X, Caterina, di lui pronipote, varie femmine maritate in

diverse case fiorentine, e tre bastardi; cioè, Giulio di già cardinale,

Ippolito ed Alessandro tuttavia in età fanciullesca. I discendenti di

Lorenzo de' Medici, fratello di Cosimo, che vent'anni prima avevano

rinunciato al loro nome per prendere quello di Popolani, e che nelle

rivoluzioni di Firenze si erano mostrati partigiani del popolo e della

libertà, erano in allora divisi in due rami, nel cadetto de' quali

Giovanni de' Medici, figliuolo di Caterina Sforza, cominciava a farsi

nome nelle armi. In questo stesso anno gli nasceva un figliuolo, il

giorno 11 di giugno del 1519, destinato a ridurre un giorno la sua

patria in servitù, ed a portare il primo, col nome di Cosimo, il titolo

di gran duca di Toscana[511].

[510] _Gio. Cambi, p. 144-149. — Fil. Nerli, l. VI, p. 132. — Fr.

Belcarii, l. XV, p. 468. l. XVI, p. 470._

[511] _Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 335._

Gli ambiziosi disegni di Leon X per la sua famiglia, cui aveva

sagrificata la gloria e l'indipendenza della sua patria, più avere non

potevano esecuzione; perciò alcuni cittadini ebbero il coraggio di

supplicarlo a rendere a Firenze una libertà che pregiudicare non poteva

alla grandezza di lui o della di lui casa: la sorte del cardinale

Giulio, gli dicevano essi, era stabilita nella Chiesa, mentre che i due

fanciulli, Alessandro ed Ippolito, da Leone X appena riconosciuti, non

sembravano inspirargli veruno interesse[512]. Ma Leone nel suo lungo

esilio aveva contratto l'odio della libertà: suppose che conserverebbe

la Toscana in una maggiore dipendenza dalle sue volontà sostituendo a

Lorenzo il cardinale Giulio suo cugino; perciò lo fece subito partire

alla volta di Firenze, quand'ebbe notizia della malattia del primo.

Giulio, ch'era corucciato con Lorenzo, non entrò nel palazzo Medici

finchè non fu morto suo cugino. In allora annunciò ai magistrati che non

era sua intenzione di seguire le pedate del suo predecessore; che non

era per appropriarsi in sul di lui esempio le nomine a tutti gli ufficj

lucrativi; ma che anzi si farebbe debito di rispettare la pubblica

libertà: infatti i Fiorentini, sollevati dal giogo che avevano portato,

credettero di trovare sotto il cardinale Giulio un immagine della

repubblica; e si affezionarono a questo prelato, che si trattenne fra di

loro fino al mese di ottobre, e che, ripartendo alla volta di Roma,

lasciò nel palazzo de' Medici Goro Gheri di Pistoja, vescovo di Fano, ed

il cardinale di Cortona, per governare in vece sua[513].

[512] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 162._

[513] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 152. — Filip. de' Nerli

comment. de' fatti civili di Firenze, l. VII, p. 133._

Dopo estinta la casa Medici, il ducato d'Urbino avrebbe dovuto ricadere

alla santa sede. Leon X non volle restituirlo all'antico signore,

malgrado il desiderio degli abitanti; anzi per tenerlo sottomesso ne

fece smantellare le città. Ma mentre incorporò il ducato d'Urbino

all'immediato dominio della Chiesa, accordò la fortezza di san Leo, ed

il contado di Montefeltro, che viene formato da una sessantina di

castella o villaggi murati, alla repubblica fiorentina in pagamento di

cento cinquanta mila fiorini, dovutile a saldo delle somme sovvenute

alla santa sede in occasione della guerra d'Urbino[514].

[514] _Gio. Cambi, t. XXII, p. 166. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p.

336. — Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 163. — P. Giovio vita di Leon

X, l. IV, f. 89. — Jacopo Nardi Ist. Fior., l. VI, p. 279._

Frattanto le rivalità fra i due pretendenti all'impero si erano

continuate con un aspetto di galanteria e di vicendevole rispetto.

Francesco I aveva detto agli ambasciatori di Spagna, ch'egli ed il loro

padrone dovevano risguardarsi come due innamorati che corteggiano la

stessa amante, non già come nemici[515]. Il re di Francia aveva creduto

di guadagnare i voti degli elettori, profondendo il danaro: i suoi tre

ambasciatori, l'ammiraglio Bonnivet, d'Orval e Fleuranges «avevano

sempre, dice l'ultimo, quattrocento mila scudi con loro che gli arcieri

portavano in certe loro valigie, ed avevano i detti ambasciatori con

loro quattrocento cavalli tedeschi al soldo del re, che li conducevano;

ed il fortunato (Fleuranges) aveva inoltre con lui quaranta cavalli, la

maggior parte pure tedeschi, tutti vestiti di verde, con i suoi colori

ad una manica, i quali rendettero importanti servigj[516].»

[515] _Fr. Belcarii, l. XV, p. 472._

[516] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 248._

Ma il danaro di Carlo fu più utilmente adoperato nell'adunare un'armata,

che improvvisamente si avvicinò a Francoforte sotto colore di proteggere

la libertà degli elettori. Le quattro voci di Magonza, di Colonia, di

Sassonia e del conte palatino, gli furono date dopo che l'elettore di

Sassonia ricusò l'offerta della corona; venne in seguito quella di

Boemia; e finalmente gli elettori di Brandeburgo e di Treveri furono gli

ultimi ad abbandonare gl'interessi del re di Francia; Carlo, che di que'

tempi si trovava in Ispagna, fu proclamato imperatore eletto il 28

giugno del 1519, e si fece chiamare Carlo Quinto[517].

[517] Lettera del cardinale Caietano a Leon X, scritta da

Francoforte il 29 di giugno del 1519. _Lettere de' principi, ediz.

di Ven. del 1581, t. I, f. 68. — Par. de Grassis, l. XIII, p. 264. —

Alfonso de Ulloa vita di Carlo V, l. II, f. 63. — Mém. de

Fleuranges, t. XVI, p. 263. — Fr. Belcarii, l. XVI, p. 475. —

Schmidt, Hist. des Allemands, l. VIII, c. I e II, t. VI, p. 163._

In questo stesso tempo la storia d'Italia è povera di avvenimenti. Le

province guastate in tempo della guerra cercavano col riposo e

coll'economia di rifarsi da tanti disastri. Il marchese di Mantova,

Francesco Gonzaga, che nelle guerre della fine del precedente secolo si

era acquistata grandissima riputazione, morì il 20 di febbrajo. Gli

successe Federico, il maggiore de' suoi tre figli; Ercole fu fatto

cardinale; e don Fernando, in appresso duca di Molfetta e di Guastalla,

fu uno de' più illustri capitani del secolo[518].

[518] _Muratori Ann. d'Italia ad an. 1519, p. 160._

Il duca di Ferrara, don Alfonso d'Este, in novembre dello stesso anno,

fu sorpreso da pericolosa malattia, che per alcuni giorni fece credere

disperata la sua guarigione. Suo fratello, il cardinale Ippolito,

disgustato del soggiorno di Roma, trovavasi in Ungheria nel suo

arcivescovado di Strigonia. Alfonso aveva pagati gli enormi debiti

contratti in tempo delle sue lunghe guerre; aveva inoltre adunato un

ragguardevole tesoro, ma coll'opprimere d'insopportabili imposte i suoi

sudditi. In ogni altra cosa avarissimo, spendeva senza misura nel

fortificare Ferrara, e nel fare nuove artiglierie e provvedere munizioni

da guerra. Aveva ridotta la sua capitale a città quasi inespugnabile; ma

aveva a carissimo prezzo acquistato tale vantaggio, cioè perdendo

l'amore de' suoi popoli, ruinati dalle imposte e da' suoi monopolj. Dopo

la pace aveva licenziate le sue truppe, credendo di non aver più nulla a

temere, quando nella stessa epoca in cui cadde infermo, un'inondazione

rovesciò ottanta piedi delle mura di Ferrara, e lo espose a nuovi

pericoli[519].

[519] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 165. — Fr. Belcarii, l. XVI, p.

478._

Leon X non aveva rendute ad Alfonso d'Este le due città di Modena e di

Reggio, nemmeno dopo la morte del nipote, che aveva troncati tutti i

disegni d'ingrandimento ch'egli aveva formati a pro della sua famiglia.

Lungi di essere da quest'avvenimento richiamato a più moderati

sentimenti, Leone quand'ebbe avviso della malattia d'Alfonso e della

caduta delle mura della capitale, risolse di approfittarne per privarlo

del suo ultimo asilo. A tale oggetto sovvenne dieci mila ducati ad

Alessandro Fregoso, vescovo di Ventimiglia, figlio di quel cardinale

Paolo Fregoso, il di cui bellicoso carattere aveva suscitate tante

rivoluzioni nel precedente secolo. Trovavasi costui in Bologna, perchè

suo cugino Ottaviano lo aveva esiliato da Genova. Col danaro del papa

assoldò gente nelle terre della Chiesa e della Lunigiana[520], dando

voce di voler tentare una rivoluzione in Genova, ciò che facilmente era

da tutti creduto. Quando seppe che suo cugino Ottaviano erasi posto in

guardia contro i suoi attentati, simulò di esserne afflitto, quasi

vedesse contrariati i suoi progetti, ed offrì a Federigo da Bozzolo di

ajutarlo colle sue truppe, assoldate già per un mese, in certa lite che

aveva con Gian Francesco Pico della Mirandola intorno al possedimento di

Concordia. Sotto questo pretesto avvicinossi al Po, sperando di poterlo

passare senza ostacolo, e di marciare improvvisamente sopra Ferrara. Un

agente del papa gli aveva apparecchiate alcune barche dove la Secchia

mette foce in Po; ma, sentendo avvicinarsi questa piccola armata, il

marchese di Mantova fece ritirare tutte quelle barche; scoprì i veri

disegni del vescovo di Ventimiglia, e ne diede avviso al duca di

Ferrara, il quale si pose bentosto in su le difese. Perduta ogni

speranza di sorprenderlo, Alessandro Fregoso licenziò le truppe: il duca

lo accusò al papa per averlo voluto attaccare in tempo di pace, e Leon X

non esitò ad incolpare dell'accaduto il suo agente[521].

[520] _P. Bizarri Genuens. Histor., l. XIX, p. 449._

[521] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 166. — Fr. Belcarii, l. XVI, p.

478._

Ma l'alta dignità del papato non lascia quasi mai coloro che trovansene

rivestiti esposti a soffrire i danni de' proprj mancamenti: le loro

provocazioni non sono esposte alle rappresaglie; se commettono una

perfidia, si teme di pubblicarla, e non si ardisce attaccare la loro

riputazione. Questa specie d'impunità non può a meno di non corromperli.

Quando un papa si è una volta abbandonato all'ambizione di dilatare i

suoi stati, non si lascia scoraggiare dal cattivo esito di un attentato;

anzi una perdita gli dà motivo di rinnovare i suoi sforzi. Alessandro VI

aveva cominciata la guerra contro i feudatarj della Chiesa, ed aveva

spogliati tutti quelli della Romagna, per ingrandire a loro spese suo

figliuolo. Giulio II, con una più generosa ambizione, si era volto

contro più potenti principi: aveva cacciati i Bentivoglio da Bologna,

espulsi i Veneziani dalla Romagna, e cominciata la guerra contro il duca

di Ferrara; ma non aveva spogliati del loro potere coloro che

assoggettandosi senza riserva alla Chiesa; altro realmente così non

erano che suoi vicarj, come ne avevano il titolo, e non comandavano che

in suo nome.

Giampaolo Baglione, signore di Perugia, era il più illustre di questi

ultimi. Dopo avere fatta la sua pace con Giulio II, lo aveva servito in

tutte le guerre, mostrandosi il più fedele vassallo de' pontefici. Era

stato invitato dai Veneziani a comandare le loro armate in tempo della

lega di Cambrai, e vi si era acquistato grandissimo nome di capitano

prudente, conoscitore de' luoghi e degli uomini, e dell'arte della

guerra; di modo che, malgrado molti disastri, i Veneziani non lo

privarono della loro confidenza. Dopo la pace era tornato a Perugia. Il

papa aveva da prima approvato il suo contegno, quando il duca d'Urbino

s'era avvicinato a Perugia colla sua armata: ma in appresso gli

rinfacciò una cotale segreta intelligenza col duca, persuaso che il

Baglioni non potesse vedere di buon occhio la ruina di quest'ultimo

feudatario della Chiesa, suo amico e suo vicino.

Il Baglioni teneva in Perugia un rivale della sua stessa famiglia,

chiamato Gentile: Giampaolo lo scacciò nel 1520, e fece perire alcuni di

lui partigiani, accusati di avere ordito trame a pro di Gentile. Il papa

si fece a difendere Gentile, e citò Giampaolo a presentarsi

personalmente a Roma. Giampaolo, ammalato trovandosi, o infingendosi

tale, mandò Malatesta, suo figlio, in vece sua, per giustificarsi. Leon

X lo accolse graziosamente; ma gli dichiarò di volere che comparisse

personalmente a trattare la propria causa il signore di Perugia: e per

togliergli qualunque sospetto gli mandò un salvacondotto di proprio

pugno, dando in pari tempi parola a Camillo Orsini, genero del Baglioni,

e ad altri di lui potenti amici, che non sarebbe esposto a verun

pericolo. L'Orsini, dopo avere ottenute queste assicurazioni, cercò di

persuadere il suocero ad ubbidire. Il Baglioni vi prestò fede; ed

all'indomani del suo arrivo in Roma andò in castel sant'Angelo, ove il

papa era andato ad alloggiare; ma invece di essere ammesso all'udienza,

fu arrestato dal castellano, e dai carnefici posto alla tortura. Non fu

interrogato intorno ad un solo delitto; ma gli si domandò una

confessione generale di tutti i falli commessi in vita sua. La sua vita

era ben lontana dall'essere irreprensibile; egli confessò varj atti di

crudeltà commessi per conservare la tirannide, molte scandalose

dissolutezze, e tra queste un incesto con sua sorella, ch'egli non si

era curato gran fatto di dissimulare. Dietro tali confessioni, dopo due

mesi di prigionia, fu per ordine di Leon X decapitato. La di lui moglie

ed i figliuoli si rifugiarono a Padova sotto la protezione de'

Veneziani, e Perugia venne interamente assoggettata all'autorità della

santa sede[522].

[522] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 170. — Anon. Padov. presso il

Muratori Ann. d'Italia ad ann. P. 162. — P. Giovio vita di Leone X,

l. IV, f. 90. — Onofrio Panvinio vite de' pontefici in Leone X, p.

262. — Fr. Belcarii, l. XVI, p. 430. — Sansovino Famiglie illustri

d'Italia, f. 21._

Nello stesso anno Leon X, che aveva preso al suo servigio Giovanni de'

Medici, figlio della celebre Caterina Sforza di Forlì e del suo secondo

marito, vedendo in questo giovinetto svilupparsi di già quell'ardore

marziale, e quell'impeto che gli diedero in appresso tanta riputazione,

lo incaricò di scacciare da Fermo Luigi Freducci, che comandava in

questa città. Il Freducci era tenuto in concetto di buon capitano, ma

non aveva che dugento uomini d'armi, coi quali non poteva sperare di

resistere a mille cavalli e quattro mila fanti, che contro di lui

conduceva Giovanni de' Medici. Tentò di fuggire da Fermo colle sue due

compagnie d'uomini d'armi; ma sopraggiunto dal Medici e circondato da

ogni banda, perì combattendo con più di cento suoi soldati, prima che

gli altri avessero potuto ottenere quartiere. La morte del Freducci

atterrì tutti i piccoli signori o tiranni delle Marche; gli uni

fuggirono senza venire all'esperimento dell'armi; altri passarono a Roma

per implorare la clemenza del pontefice. Leon X li fece tutti

imprigionare, indi assoggettare alla tortura per avere da loro una

confessione generale. Non eravi tra costoro chi potesse vantarsi

innocente; ed alla confessione loro teneva dietro immediatamente il

supplicio. Così Amadei, tiranno di Recanati; Zibicchio, capo di partito

a Fabbriano; Ettore Severiani, capo di partito a Benevento, furono

appiccati dopo essere stati assoggettati alla tortura, sebbene fossero

volontariamente venuti a gettarsi tra le braccia del pontefice, e non

fossero stati accusati di verun delitto[523].

[523] _P. Jovii vita Leonis X, l. IV, p. 83. — Anon. Padov. presso

il Muratori, Ann. 1520, p. 163._

Ma di tutte le sovranità dipendenti dalla santa sede, quella di Ferrara

più d'ogni altra solleticava l'ambizione di Leone: egli aveva cercato

indarno nel precedente anno d'impadronirsene per sorpresa; e nel

presente non si vergognò di adoperare più odiosi mezzi. Uberto Gambara,

protonotaro apostolico, che poi fu cardinale, venne incaricato di

sedurre Rodolfo Hello, tedesco, capitano della guardia del duca. Uberto

diede a Rodolfo due mila ducati, e gli fece più larghe promesse, tanto

che il tedesco promise di assassinare Alfonso, e di aprire la porta di

castel Tealdo, cittadella di Ferrara, alle truppe della Chiesa, le quali

arriverebbero da Modena e da Bologna. Era stato fissato il giorno

dell'esecuzione; e lo storico Guicciardini, che comandava in Modena, e

Guido Rangone, che comandava in Bologna, avevano avuto ordine di far

avanzare le truppe pontificie fino alle porte di Ferrara. Ma fino dal

principio Rodolfo Hello aveva palesate al duca le profferte fattegli, e

con di lui intelligenza aveva mostrato di entrare nella congiura. Quando

il duca ebbe in sue mani tutte le lettere del Gambara, e che gli furono

aperti tutti i disegni di Leone X, ne fece fare autentico processo cogli

interrogatorj di più complici, e lo depose unitamente alle lettere

originali del Gambara negli archivj di casa d'Este, ove furono letti dal

Muratori; poscia il duca troncò quest'affare, onde schivare, se ancora

fosse possibile, di romperla irremissibilmente con Leone X[524].

[524] _Muratori An. d'Ital. ad an. 1520, t. XIV, p. 164. — Fr.

Guicciardini, l. XIII, p. 171_, il quale sopprime nel racconto della

trama il progetto dell'assassinio, al quale forse non aveva parte.

Il Giraldi e P. Giovio ommettono quest'avvenimento, ed il signor

Roscoe si appoggia al loro silenzio per dubitarne. _Vita di Leon X,

c. XXIII._

Questo pontefice, in preda alla mollezza ed ai piaceri, passava la vita

in continue feste, occupandosi di musica, di commedie, delle ridicole

pompe de' suoi buffoni, inebbriato dalle lodi de' poeti e degli oratori,

cui prodigava le sue ricchezze, senza prendersi quasi verun pensiero

della burrasca che contro di lui andava addensando in Germania Lutero, e

senza parere desiderare una nuova guerra. Le sue prodigalità avevano in

breve dissipati in tempo di pace gl'immensi tesori ragunati da Giulio II

in mezzo a continue guerre; onde per soddisfare al suo inconsiderato

lusso era costretto d'accrescere continuamente lo scandaloso traffico

delle indulgenze, e di rendere più aperti que' disordini contro i quali

i primi riformatori osavano finalmente d'alzare la voce[525].

[525] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 173. — Ann. Eccl. Rayn. 1517, §

56, an. 1518, 1519, 1520. — Fleury Hist. Eccl. Liv. CXXV, ch. 29 e

segu. — Spondanus contin. Ann. Baronii 1517, § 12, t. II, pag. 596 e

segu._

Ma una vaga inquietudine di spirito facevagli desiderare nuove scene e

nuovi argomenti d'adulazione per i suoi cortigiani; e perchè più non

aveva famiglia alla quale tramandare potesse la grandezza che voleva

acquistare, invidiava la gloria di Giulio II, che aveva illustrato il

suo pontificato colle conquiste fatte per la santa sede; egli ancora si

lasciò prendere dal chimerico progetto _di cacciare i barbari d'Italia_,

armando l'uno contro l'altro i due principi rivali; e non rifletteva che

colui ch'egli ajuterebbe a vincere, rimarrebbe più ingagliardito dalla

vittoria, che indebolito dagli sforzi sostenuti per ottenerla.

Il trattato di Noyon aveva lasciati molti semi di nuove dissensioni tra

Carlo V e Francesco I. L'ultimo non aveva ottenuta soddisfazione pel suo

alleato, il re di Navarra. Metteva in campo nuove pretese sul regno di

Napoli, prendendo argomento dall'antica costituzione de' papi, i quali,

fino dai tempi in cui avevano tolto questo regno a Manfredi per darlo

alla casa d'Angiò, avevano richiesto che non potesse essere posseduto

dal capo dell'impero. Carlo V aveva egli stesso giurato di non riunire

le due corone, e poichè doveva abdicare quella di Napoli, credeva il re

Francesco d'avere diritto di ripeterla. Carlo, dal canto suo, voleva far

rivivere le sue pretese sopra il ducato di Milano e su quello di

Borgogna. Tutti e due i re, opponendo gl'imprescrittibili diritti della

legittimità alle convenzioni ed ai trattati, si fondavano sopra una

dottrina, che, se fosse ammessa, sbandirebbe per sempre la pace e la

buona fede di frammezzo agli uomini. La naturale gelosia tra due giovani

sovrani, ambiziosi, potenti e rivali di gloria, aguzzava i loro

risentimenti, e li rendeva più fermi nelle vicendevoli loro pretese. Ma

fin allora le insurrezioni della Spagna, e la guerra della Germania tra

la lega di Svevia ed il duca di Virtemberga, avevano dato troppo di che

fare a Carlo V, perchè potesse nello stesso tempo avventurarsi a

cominciare le ostilità contro la Francia.

Erasi il re Francesco riservata la facoltà di prestare soccorsi al re di

Navarra per ricuperare i suoi stati, senza perciò rompere la pace

generale conchiusa tra le due corone. Questi soccorsi furono dalla

Francia mandati in principio del 1521[526]. Nello stesso tempo un'altra

piccola guerra si era accesa nelle Ardenne e nel ducato di Lussemburgo

tra Roberto della Marck, signore di Sedan, secondato da suo figliuolo il

maresciallo di Fleuranges, e madama di Savoja, governatrice de' Paesi

Bassi a nome di Carlo V[527]. Gli è vero che nulla ancora presagiva una

diretta guerra tra i due monarchi, e che inoltre questi non poteva

estendersi all'Italia, finchè il papa tenevasi neutrale. Gli stati della

Chiesa e quelli di Firenze, coprivano il regno di Napoli contro gli

attacchi de' Francesi, i quali dall'altro canto non avevano nulla a

temere per il Milanese, i di cui confini, dalla banda della Germania,

erano coperti dalla loro alleanza colla repubblica di Venezia e da

quella che avevano conchiusa a Lucerna cogli Svizzeri, il 5 maggio del

1521[528].

[526] _Mém. de Martin du Bellay, l. I, p. 89._

[527] _Mém. de Fleuranges, p. 285. — Mém. de Martin du Bellay, l. I,

p. 92-99._

[528] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 176. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.

VI, p. 284._

Ma la pace aveva cessato di piacere a Leon X, e le sue negoziazioni, non

meno presso Carlo V, che presso Francesco I, tendevano ad armarli l'uno

contro l'altro. Il papa pendeva tuttavia incerto a quale dei due si

unirebbe. Facendo la guerra ai Francesi poteva loro togliere Parma e

Piacenza, ch'era pentito d'avere perduto, dopo che il suo predecessore

le aveva conquistate; attaccando l'imperatore, poteva levargli alcune

province del regno di Napoli, che ugualmente gli si confacevano. Faceva

a vicenda profferte all'uno ed all'altro, mentre che Antonio Pucci,

vescovo di Pistoja, aveva per lui assoldati sei mila Svizzeri, ai quali

Lautrec aveva senza veruna difficoltà accordata licenza d'attraversare

in marzo la Lombardia, siccome a quelli che credeva destinati contro il

regno di Napoli. Leon X, che non aveva ancora deciso da qual parte si

porrebbe, gli accantonò nella Marca d'Ancona, ove gli Svizzeri,

trovandosi oziosi, disertarono quasi tutti[529].

[529] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 175. — Fr. Belcarii, l. XVI, p.

481. — Rayn. Ann. Eccl. 1521, § 76, p. 335 e segu. — Muratori Ann.

d'Italia, t. X, p. 146 ad annum._

All'ultimo i negoziatori di Leon X convennero con quelli di Francesco I

in un trattato d'alleanza, in virtù del quale il papa ed il re si

obbligavano ad attaccare di concerto il regno di Napoli. Fattane la

conquista, tutto il paese posto tra Roma ed il Garigliano doveva essere

riunito alla Chiesa; ed il rimanente doveva formare un regno pel secondo

figliuolo di Francesco I. Ma perchè questo secondo figliuolo era

inallora ancor fanciullo, tutto il regno, fino alla di lui maggiorità,

doveva essere governato da un legato pontificio. Inoltre Francesco I si

obbligava a non accordare più la sua protezione al duca di Ferrara, nè a

verun altro feudatario della Chiesa; di modo che la conquista di quel

ducato era pure uno degli utili che il papa ritrarrebbe da tale

alleanza[530].

[530] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 176. — Mém. de Mart. du Bellay,

l. I, p. 102. — P. Paruta Stor. Ven., l. IV, p. 277._

Questi preliminarj erano stati sottoscritti prima che cominciassero le

ostilità nella Navarra, che Asparoth, fratello di Lautrec, conquistò in

poco tempo. La sollevazione degli Spagnuoli contro i consiglieri

fiamminghi di Carlo V, e la violenza delle guerre civili tra i

partigiani del dispotismo e quelli della libertà, ne' due regni di

Castiglia e d'Arragona, sembravano dare ai Francesi una favorevole

occasione per portare assai più in là questi primi prosperi avvenimenti.

In tali circostanze il trattato conchiuso con Leon X venne presentato

alla ratifica del consiglio del re. Desso venne esaminato con estrema

diffidenza, perciocchè il papa aveva date tante prove della sua

nimicizia, che il consiglio non era disposto a credere, che volesse

ristabilire i Francesi a Napoli, mentre che dava a conoscere di

soffrirli a stento nel Milanese. Temevasi dai più che dopo avere tirata

la loro armata nella Campania non si unisse all'imperatore per

distruggerla, ed in appresso attaccare il ducato di Milano, rimasto

senza difensori. In tanta incertezza, Francesco I non mandava la sua

ratifica. Leon X, di già scontento di Lautrec e del vescovo di Tarbes,

ambasciatore a Roma, perchè avevano ricusata l'autorità della corte

pontificia in tutti gli affari beneficiarj del ducato di Milano, si

accostò subito all'imperatore, col quale non aveva mai lasciato di

trattare, e con lui l'8 maggio del 1521 sottoscrisse un trattato, con

cui i confederati si obbligavano a stabilire nel ducato di Milano

Francesco Sforza, secondo figlio di Lodovico il Moro; dopo avere

staccato da questo ducato Parma e Piacenza, che unitamente al ducato di

Ferrara farebbero parte degli stati della santa sede. Il papa sciolse

Carlo V dall'impedimento di possedere nello stesso tempo il regno di

Napoli e l'impero, chiedendo in compenso un feudo nel regno di Napoli

per Alessandro de' Medici, figliuolo naturale di Lorenzo già duca di

Urbino[531].

[531] La bolla del papa che scioglie Carlo V dal giuramento prestato

come re di Napoli è del 3 giugno 1521. _Rayn. Ann. Eccl., § 81, 86,

p. 336 e segu. — Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 181. — P. Paruta Stor.

Ven., l. IV, p. 279. — P. Giovio Vita di Leon X, l. IV, p. 97. —

Galeat. Capella de bello Mediol., l. I, p. 4. — Fr. Belcarii, l.

XVI, p. 483. — Jac. Nardi, l. VI, p. 286. — Mém. de Mart. du Bellay,

l. I, p. 157. — Ub. Folietae Gen. Hist., l. XII, p. 721._

Francesco Sforza, che i confederati volevano collocare sul trono di

Milano, trovavasi allora a Trento, ov'era stato raggiunto da Girolamo

Morone, ch'era stato il principale confidente e ministro di suo

fratello, e che, dopo averlo persuaso a cedere per capitolazione il

castello di Milano, si era accorto d'essere caduto in sospetto ai

Francesi, e non dover rimanere lungamente sicuro ne' loro stati. Morone,

il più intrigante, il più destro, il più scaltrito, il più doppio

degl'Italiani de' suoi tempi, manteneva segreto intelligenze con tutti i

malcontenti di Lombardia, moltiplicati a dismisura dai duri ed altieri

modi del signore di Lautrec. Aveva il Morone promesso al papa, che una

simultanea insurrezione sorprenderebbe i Francesi in tutte le città,

prima che questi potessero levare alcuna fanteria o farla venire

d'oltremonti; ed i mille uomini d'armi francesi accantonati in Lombardia

non si giudicavano sufficienti a difendere questa provincia, neppure per

pochi giorni, contro gli attacchi combinati del popolo, del papa e

dell'imperatore. L'attivissima cooperazione di questo capo di faziosi fu

probabilmente il principale motivo che persuase Leon X a domandare il

ristabilimento dello Sforza sul trono di Milano[532].

[532] _Galeat. Capella de reb. gest. pro restitutione Franc. II

Mediol. Ducis, l. I, f. 4. Edit. princeps 1533, in 4.º_ — Galeazzo

Capella era segretario di Girolamo Morone.

La lega tenevasi coperta con tutto il segreto d'una congiura; ed infatti

doveva, a guisa d'una cospirazione, scoppiare nelle province, nelle

quali l'insurrezione era disposta contemporaneamente, dalle montagne

comasche fino a Parma. Gli alleati risguardavano inoltre come cosa di

maggiore importanza l'operare una rivoluzione a Genova, onde aprire al

re di Spagna tutte le comunicazioni per mare colla Lombardia. Girolamo

Adorno doveva entrare nel porto di quella città con nove galere, mentre

che suo fratello Antoniotto giugnerebbe attraverso alle montagne fin

presso alle mura. Affinchè il loro attacco riuscisse più inaspettato,

fecero in modo d'intercettare per venti giorni tutti i corrieri che

andavano a Genova; ma quest'eccesso di precauzione riuscì loro

pernicioso. Ottaviano Fregoso, che governava la Liguria per il re,

insospettito da questo universale silenzio, si pose in guardia con più

vigilanza che mai; Girolamo Adorno non potè entrare in porto, e sbarcò

le sue truppe a Chiavari ed a Recco per unirle a quelle di suo fratello,

che s'avanzava dalla banda di Pietra Santa. Tentarono inutilmente

d'eccitare una sollevazione tra i loro partigiani; verun Genovese non

prese per loro le armi, veruna terra murata aprì loro le porte, talmente

che dovettero passare in Lombardia con circa tre mila fanti spagnuoli,

dopo d'avere rimandata la flotta a Napoli[533].

[533] _Uberti Folietae Gen. Hist. l. XII, p. 722. — Petri Bizarri,

Sen. Pop. Q. Gen. Hist., l. XIX, p. 450. — Galeat. Capella, l. I, p.

8. — Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 183._

Il signore di Lautrec si trovava inallora alla corte di Francia, ed

aveva lasciato in suo luogo, per governare la Lombardia, suo fratello,

il signore di Lescuns, che, secondo scrive il signor di Fleuranges,

«aveva lasciata la berretta rotonda, e da principio era vescovo di

Tarbes, ma si sentiva troppo gentil compagno per correre la carriera

ecclesiastica; ed io vi accerto che era tale[534].» Lescuns fu avvisato

che il Morone era subitamente partito da Trento per passare, deviando

dalle più frequentate strade, a Reggio, ove allora era governatore lo

storico Guicciardini. Seppe che moltissimi emigrati milanesi eransi

adunati nella stessa città, e supponendo che fossero intenzionati di

sorprendere Parma si recò immediatamente egli stesso a Reggio, per far

che il governatore gli desse schiarimento intorno alle intenzioni del

papa, e pretendere da lui che cacciasse gli emigrati, ai quali aveva

dato asilo contro il prescritto de' trattati e le regole di buona

vicinanza. Frattanto, per dare maggior forza alle sue istanze con un

poco di timore, e forse, avendone il destro, per sorprendere la città,

prese con sè quattrocento lance, ed ordinò a Federigo di Bozzolo di

tenergli dietro a non molta distanza con mille fanti[535].

[534] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 316._

[535] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 184. — Galeat. Capella de bello

Mediol., l. I, f. 5._

Il Guicciardini faceva buona guardia, e Reggio non temeva la visita del

signore di Lescuns. Questi domandò al governatore una conferenza, che si

tenne il 24 di giugno nel rivellino della porta che conduce a Parma.

Mentre ch'essi ragionavano delle cose loro, gli emigrati milanesi,

ch'erano accorsi sulle mura, credendo, o fingendo di credere che alcuni

soldati francesi avessero voluto entrare per forza, fecero fuoco sulla

scorta del signore di Lescuns, ed uccisero Alessandro Trivulzio, uno de'

capi della fazione contraria alla loro. Vi fu allora una mischia, nella

quale lo stesso Lescuns sarebbe rimasto ucciso, se il Guicciardini non

lo avesse preso sotto la sua protezione, facendolo entrare in Reggio.

Gli uomini d'armi francesi lo supposero fatto prigioniere e si

sbandarono; ma perchè non erano inseguiti, e perchè incontrarono per

istrada Federico di Bozzolo, che veniva in loro ajuto, si riebbero

bentosto dal loro terrore, ed all'indomani il Guicciardini permise al

signore di Lescuns di raggiugnere la sua gente[536].

[536] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 185. — Galeat. Capella, l. I, f.

5. — Mém. de Mart. du Bellay, l. I, p. 161. — Fr. Belcarii, l. XVI,

p. 491. — P. Jovii Hist. epitome, l. XX, t. II, p. 6._

I progetti che il Morone aveva formati sovra Parma, e che dovevano

eseguirsi dagli emigrati adunati a Reggio, non ebbero effetto, ed ancora

più funesto fine ebbero quelli di Manfredi Palavicini sopra Como. Questo

gentiluomo, in addietro partigiano de' Francesi, ma che Lautrec aveva

disgustato, erasi associato ad un cotale Giovanni, capo di facinorosi

notissimo in quelle montagne, chiamato il matto dei Brizzi, il quale si

era obbligato di condurre a Como quattrocento soldati tedeschi ed

altrettanti italiani, mentre che i loro amici in città dovevano

atterrare un pezzo di muraglia per farli entrare. Ma Graziano delle

Guerre, che teneva il comando di Como, sebbene avesse soli dugent'uomini

sotto i suoi ordini, supplì col coraggio, colla vigilanza, coll'attività

alle deboli sue forze. Sorprese la truppa che veniva per sorprenderlo, e

la disperse; fece prigioniere il Palavicini ed il matto dei Brizzi, e li

mandò a Milano. Volendo il governo atterrire i suoi nemici, li fece

squartare, e condannò allo stesso orribile supplicio molti gentiluomini

milanesi, ch'erano stati consapevoli de' loro progetti[537].

[537] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 186. — Galeat. Capella, l. I, p.

7. — Mém. de du Bellay, l. I, p. 165. — P. Giovio Vita di Leon X, l.

IV, f. 99. — Jac. Nardi, l. VI, p. 287._

Leon X non aveva ancora confessata la sua alleanza coll'imperatore, nè i

suoi bellicosi progetti, ma mostrò d'adirarsi fieramente, quando seppe

che il signore di Lescuns aveva a mano armata violato il territorio di

Reggio. Annunciò al concistoro che i Francesi più non rispettavano i

possedimenti della Chiesa, e che, per reprimere la loro audacia,

vedevasi forzato ad allearsi coll'imperatore, onde poter cacciarli

dall'Italia. Diede il comando delle sue truppe a Federico Gonzaga,

marchese di Mantova, che, accettandolo, ritornò al re di Francia la

collana dell'ordine di san Michele, di cui era stato decorato. Francesco

Guicciardini doveva servirlo, come consigliere, col titolo di

commissario generale. Il marchese di Pescara comandava la fanteria

spagnuola; e Prospero Colonna fu posto alla testa dell'armata combinata

del papa e dell'imperatore, la quale era composta di seicento uomini

d'armi della Chiesa o di Firenze, e d'altrettanti dell'imperatore; di

quattro mila fanti spagnuoli, di sei mila italiani e di sei in otto mila

tedeschi, grigioni o svizzeri. In principio d'agosto quest'armata andò

ad accamparsi in sulla Lenza, a sole cinque miglia da Parma[538].

[538] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 187. — Galeat. Capella, l. I, f.

7. — P. Jovii Vita Alfonsi Piscarii, l. II, p. 300. — Mém. de Martin

du Bellay, l. II, p. 172. — P. Paruta, l. IV, p. 281. — Jac. Nardi,

l. VI, p. 287. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gallic., l. XVI, p. 492._

Quando il Lautrec, ch'era a Parigi, ebbe avviso della pubblicazione

della lega del papa e dell'imperatore, non tardò ad annunciare al re che

il Milanese era perduto se non si affrettava a mandarvi quattrocento

mila scudi, onde assoldare una fanteria svizzera che bastasse a

difenderlo. Lodovico XII aveva trattato il Milanese come un antico stato

ereditario, cui era affezionato; ma Francesco I non lo avea considerato

che come una ricca provincia che poteva pagare più delle altre. Gli

abitanti erano ad un tempo oppressi da ruinose contribuzioni, da

continui alloggi di soldati, dall'insolenza e dai capricci de'

comandanti, dalla crudeltà de' tribunali, che punivano con atroci

supplicj i malcontenti e le persone sospette. «Riputavasi, dice il

signor Martino di Bellay, il numero di coloro che il signore di Lautrec

aveva sbanditi da Milano, non minore di quello de' rimasti; e dicevasi

che la maggior parte di costoro erano stati esiliati per leggieri

motivi, o per usurparne le sostanze; lo che ci procurava molti nemici, i

quali in appresso si adoperarono per iscacciarci da Milano, onde riavere

i loro beni. Prima che il detto maresciallo di Foix venisse luogotenente

del re nel ducato di Milano, essendo, come detto abbiamo, tornato in

Francia il signore di Lautrec, rimase in questo frattempo luogotenente

del re nel detto ducato il signore di Telignì, siniscalco di Rouergue,

il quale colla sua saviezza e gentili maniere aveva guadagnato il cuore

de' Milanesi, onde il paese era affatto tranquillo; ma essendo tornato

il signore di Lescuns, e partitone il siniscalco, le cose cambiarono

aspetto, e così l'opinione degli abitanti[539].»

[539] _Mém. de Martin du Bellay, l. II, p. 159._

Parve che Francesco I sentisse tutta l'estensione del pericolo

rappresentatogli dal Lautrec, in un paese attaccato da una potente

armata, circondato di nemici da ogni banda, e desideroso di rivoluzione.

Il dissipamento della sua corte, e lo sfrenato gusto del monarca per i

piaceri, avevano di già estremamente disordinate le finanze, di modo

che, malgrado molte vaghe promesse, un generale poteva temere di non

ricevere a tempo i sussidj che gli venivano promessi; ma il signore di

Semblancey, soprintendente delle finanze, si obbligò per espresso ordine

del re a far trovare a Lautrec quattrocento mila scudi in Milano lo

stesso giorno in cui egli vi arriverebbe. Lautrec partì, e giunto a

Milano non trovò il danaro; onde per fare un primo pagamento agli

Svizzeri, che cominciavano a ragunarsi sotto le sue bandiere, obbligò

tutti i ricchi particolari di Lombardia con minacce e con intollerabile

rigore a mandargli tutto il denaro che loro riuscirebbe d'avere anche a

credito[540].

[540] _Galeat. Capella, l. I, f. 7. — Jac. Nardi, l. VI, p. 288. —

Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 188. — Fr. Belcarii, l. XVI, p. 496._

Grandissima era l'esperienza di Prospero Colonna nelle cose della

guerra, ma la sua tattica era lenta e timida, e la grave età sua lo

rendeva ancora più lento e diffidente. Prima d'entrare nel paese nemico

volle aspettare i sei mila fanti tedeschi che Ferdinando, fratello

dell'imperatore, aveva adunati nella Carinzia, ed i tre mila Svizzeri

assoldati dal papa. I Veneziani non poterono chiudere il passaggio a

queste truppe, ed il Colonna, poichè le ebbe ricevute nel suo campo, e

dopo d'avere perduti tredici giorni sulle rive della Lenza, venne

finalmente ad aprire le sue batterie contro Parma, dalla banda de'

sobborghi di Codiponte, sulla sinistra del fiume[541].

[541] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 189. — P. Paruta, l. IV, p. 282.

— Gal. Capella, l. I, f. 8. — Mém. de du Bellay, l. II, p. 175. —

Fr. Belcarii, l. XVI, p. 493. — P. Jovii Vita Piscarii, l. II, p.

300._

Il Lautrec aveva affidata la difesa di Parma a suo fratello, il signore

di Lescuns; gli aveva promesso d'accorrere bentosto in suo soccorso; ed

aveva inoltre fatto sapere ai Veneziani che potenti rinforzi valicavano

allora le montagne per raggiugnerlo: per altro le sue truppe si andavano

assai lentamente ragunando, e non giugneva mai il danaro che gli era

stato così solennemente promesso. Aveva con sè cinquecento lance, sette

mila Svizzeri e quattro mila fanti francesi sotto gli ordini del signore

di Saint-Valier: l'armata veneziana, comandata da Teodoro Trivulzio e

dal provveditore Andrea Gritti, era, dietro sua dimanda, venuta a

raggiugnerlo nel Cremonese con quattrocento lance e quattro mila fanti;

ma finchè non arrivavano altri sei mila Svizzeri, che tuttavia

aspettava, il Lautrec non voleva porsi in luogo ove potesse venire

obbligato a combattere[542].

[542] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 192. — Gal. Capella de bello

Mediol., l. I, f. 9. — P. Paruta Ist. Ven., l. IV, p. 283. — P.

Jovii Vita Alfonsi Piscarii, l. II, p. 301. — Ejusd. Vita Leon X, l.

IV, f. 97._

La città di Parma viene divisa dal fiume che porta lo stesso nome, che

lascia a sinistra, dalla banda di Piacenza, un quartiere, detto

Codiponte, la metà meno considerabile di quello che ha dalla banda

destra. L'un quartiere e l'altro era fortificato verso il letto del

fiume, che, spesso non avendo che un rigagnolo d'acqua in mezzo ad un

largo piano coperto di ghiaja, avrebbe senza di ciò lasciato un libero

ingresso al nemico fin nel centro della città. Soltanto il 29 agosto

Prospero Colonna aveva attaccato il sobborgo o quartiere di Codiponte,

ed in due giorni le sue batterie avevano fatto nelle mura una breccia

abbastanza larga perchè il signore di Lescuns conoscesse l'impossibilità

di più lunga difesa. Nella notte del 1 al 2 di settembre Lescuns ritirò

tutte le sue truppe sulla riva destra; onde gli abitanti, abbandonati a

loro medesimi, s'affrettarono di aprire le porte all'armata di Prospero

Colonna, esprimendo la loro gioja di poter tornare sotto l'autorità

pontificia: ma questa gioja fu di breve durata, perciocchè i soldati,

senza farsi caso delle loro buone disposizioni, li saccheggiarono con

estrema crudeltà[543].

[543] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 194. — Gal. Capella, l. I, f. 9.

— P. Jovii Vita Piscarii, l. II, p. 301. — P. Paruta, l. IV, p. 284.

— Mém. de du Bellay, l. II, p. 177._

La stessa notte successiva a tale avvenimento Prospero Colonna ebbe

avviso che il duca di Ferrara, per mostrarsi fedele all'alleanza della

Francia, aveva attaccato Finale e san Felice con cento uomini d'armi,

dugento cavaleggieri e due mila fanti, e che Lautrec era giunto fino al

Taro. Trovò pericoloso il continuare l'assedio di Parma con due armate

nemiche così vicine; e sebbene il marchese di Mantova, per non macchiare

i suoi primi fatti d'armi con un atto di debolezza, rimostrasse come il

Lautrec ed il duca di Ferrara erano fuori di stato d'attaccarlo, e

quanto fosse vergognosa cosa l'abbandonare in sui loro occhi una città

più che a metà presa; sebbene il Guicciardini e Francesco Moroni lo

andassero confortando a terminare ciò che aveva così ben cominciato,

Prospero Colonna fu inflessibile: il marchese di Pescara fu del medesimo

sentimento, dichiarando di volere conservare i suoi soldati per una

sicura vittoria; e l'armata si ritirò in riva alla Lenza, per aspettarvi

nuovi ordini da Roma e nuovi rinforzi[544].

[544] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 197. — P. Jovii Vita Piscarii,

l. II, p. 302. — Vita di Leon X, l. IV, f. 98. — Gal. Capella, l. I,

f. 9. — Mém. de Martin du Bellay, l. II, p. 178. — Anon. Padov.

presso Muratori Ann., t. X, p. 148. — Mém. de Fleuranges, ch.

dernier, p. 316, 319. — Jac. Nardi, l. VI, p. 288. — Scip. Ammirato,

l. XXIX, p. 338._

Questo avvenimento poteva avere per la lega le più funeste conseguenze.

I generali del papa erano disposti a credere che quelli dell'imperatore

non avevano abbandonata una quasi terminata conquista all'avvicinamento

di forze inferiori alle loro, che perchè invidiavano al pontefice

l'acquisto di Parma: dal canto suo il Colonna sospettava che Leon X

volesse ritirarsi dalla guerra, e lasciare di concorrere al mantenimento

dell'armata, tostocchè avrebbe ricuperate Parma e Piacenza, che gli

erano state assegnate nel trattato. L'armata della lega si tenne un mese

stazionaria, e divisa da una segreta diffidenza. Ma Leon X, più che mai

allettato dalla speranza di far nuove conquiste, aveva incaricato il

cardinale di Sion di levare per suo conto nuove genti nella Svizzera.

Queste arrivarono successivamente nel Modenese; e Prospero Colonna,

incoraggiato a riprendere le sue operazioni con nuova attività, passò il

Po il primo ottobre per portare la guerra nel Cremonese. Dal canto suo

il Lautrec, avendo ricevuti considerabili rinforzi, si lasciò fuggire di

mano una bella occasione di batterlo nel passaggio del fiume[545].

[545] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 201. — Georg von Frundsberg, B.

II, f. 32._

L'armata di Lautrec, ingrossata da quasi venti mila Svizzeri, superava

di forze quella ch'era venuta ad attaccarla; e sebbene la sua corte lo

lasciasse sempre senza danaro, s'egli avesse spinta la guerra ad una

pronta decisione, come tutti i suoi capitani lo consigliavano di fare,

avrebbe cavato buon servigio da' suoi Svizzeri in una battaglia; ma

sgraziatamente egli attaccava la sua vanità a non seguire mai i

suggerimenti che gli venivano dati; e per mostrare di saperne più che

tutti gli altri, credeva necessario di scostarsi sempre dalla comune

opinione. Questa caparbietà gli fece perdere un'occasione unica di

distruggere l'armata di Prospero Colonna, che si era imprudentemente

acquartierata a Rebecco, in riva all'Oglio, e sotto il cannone della

fortezza veneziana di Pontevico, posta sull'altra riva. Il Pescara,

conoscendo il pericolo della sua situazione, ed approfittando della

lentezza del generale francese, ritirò durante la notte le sue genti da

Rebecco, senza lasciar loro conoscere il pericolo in cui si erano

trovate. Il Lautrec aveva voluto differire fino all'indomani l'attacco

consigliatogli dal duca d'Urbino e da Andrea Gritti; ma all'indomani il

suo nemico erasi posto in sicuro[546].

[546] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 202. — Gal. Capella, l. I, f.

10. — P. Jovii Vita Ferdin. Davali, l. II, p. 303. — Mém. de du

Bellay, l. II, p. 179. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. VI, p. 289._

Il Lautrec aveva nella sua armata quasi venti mila Svizzeri; ed il

cardinale di Sion ne aveva condotti quasi altrettanti all'armata del

papa. La dieta elvetica vedeva con ribrezzo i suoi concittadini sul

punto di versare il sangue gli uni degli altri per una causa straniera.

Spedì loro perciò l'ordine di rientrare ne' loro focolari, minacciando

soprattutto di castigare coloro che, in disprezzo dell'alleanza di

fresco conchiusa colla Francia, eransi ridotti a servire contro di lei;

ma l'autorità de' magistrati era assai meno potente degl'intrighi di

Mattia Schiner, cardinale di Sion, e dell'accortezza del cardinale

Giulio de' Medici, che Leon X aveva spedito all'armata in qualità di

legato. Altronde l'animosità nazionale, così vivamente eccitata in tempo

delle guerre di Lodovico XII, non era stata del tutto spenta nell'ultima

pace. Gli Svizzeri dell'armata francese erano offesi dall'alterigia e

dalla diffidenza di Lautrec, erano intiepiditi dalla sua lentezza, e non

prendevano fiducia ne' suoi talenti. Lagnavansi soprattutto di non

essere pagati malgrado le promesse, che mai non si eseguivano. I

quattrocento mila scudi, così solennemente promessi al generale per la

difesa del Milanese, non erano stati mandati dalla Francia; ed una

sovranità veniva sagrificata per un intrigo di corte dalla stessa madre

del re, che aveva destinato ad altri usi questo danaro[547].

[547] _Gal. Capella de bello Mediol., l. I, f. VI. — Fr.

Guicciardini, l. XIV, p. 205. — Mém. de du Bellay, l. I, p. 181._

In breve la diserzione diminuì rapidamente il numero degli Svizzeri che

formavano il nervo principale dell'armata di Lautrec. Non si trovando

più in istato di tenere la campagna tra l'Oglio ed il Po, egli si ritirò

sull'Adda con intenzione di difenderne il passo e di coprire il

Milanese. Alzò frequenti ridotti lungo la sponda del fiume, indi pose il

suo quartiere a Cassano per tenere d'occhio tutta la linea. Prospero

Colonna, giunto in faccia a lui a Rivolta, diede a credere di voler

gettare un ponte in questo medesimo luogo, e richiamò così l'attenzione

dell'armata nemica. Il Lautrec aveva fatte levare o distruggere tutte le

barche del fiume; ma Francesco Moroni, uno degli emigrati milanesi, ne

scoprì tre nel Brembo, che si getta poco al di sopra nell'Adda. Con

queste cominciò a far passare il fiume ad alcune compagnie italiane a

Vaprio, cinque miglia al di sopra del quartiere generale di Lautrec.

Questo passaggio non poteva eseguirsi che con estrema lentezza,

adoperando le tre piccole barche, ed i fanti italiani, quantunque

rinforzati bentosto dagli Spagnuoli del Pescara, a stento potevano

sostenersi nel luogo in cui erano sbarcati sulla diritta dell'Adda,

prima contro Ugone de' Pepoli, poi contro Lescuns, dal fratello

incaricato di respingerli nel fiume. Passarono ben quattordici ore,

prima che ricevessero quanta gente bastava per non aver più nulla a

temere. Il Lautrec, a cagione della sua lentezza, si lasciò per la terza

volta fuggire l'occasione che gli era offerta di conseguire la vittoria,

e si ritirò coll'armata scoraggiata in Milano[548].

[548] _P. Jovii Vita Ferd. Dav. Piscarii, l. II, p. 306. — Fr.

Guicciardini, l. XIV, p. 207. — Gal. Capella, l. I, f. 11. — Mém. de

du Bellay, l. II, p. 182. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 340. —

Georgens von Frundsberg Kriegzsthaten, B. II, f. 32._

Le pratiche presso gli Svizzeri dei cardinali di Sion e de' Medici erano

così felicemente riuscite, che al Lautrec di venti mila Svizzeri più non

restavano che quattro mila. Pure Lautrec risolse di difendere il

circondario dei sobborghi di Milano, mentre che Prospero Colonna, invece

d'avanzarsi direttamente verso la capitale si trattenne a Marignano,

irrisoluto se passerebbe o no a prendere i quartieri d'inverno a Pavia.

Le continue piogge avevano totalmente guastate le strade, e tenevano in

dietro l'artiglieria; finalmente tre giorni dopo il passaggio dell'Adda,

il 19 di novembre, l'avanguardia dell'armata di linea si presentò verso

sera alle mura del sobborgo di Milano tra porta Romana e porta Ticinese,

che da' Veneziani, incaricati di difenderle furono vilmente abbandonate

senza nessuna resistenza. Il marchese di Pescara salì il primo con soli

ottanta fucilieri spagnuoli sul bastione di terra recentemente

innalzato, gli tenne subito dietro tutta la sua infanteria, ed

approfittando dell'avuto vantaggio, entrò in città colla stessa facilità

con cui era entrato nel sobborgo, essendogli stata aperta la porta dalla

fazione ghibellina[549].

[549] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 209. — P. Jovii vita Fer.

Davali, l. II, p. 308. — Mém. de du Bellay, l. II, p. 184. — Gal.

Capella, l. I, f. 12. — Georgens von Frundsberg, B. II, f. 32._

Il Lautrec ancora non sapeva che l'armata della lega avesse abbandonato

Marignano, credendo che le piogge cadute continuamente avessero impedito

al nemico di far avanzare le artiglierie; e passeggiava disarmato per

città in piena sicurezza mentre questa era già presa, e mentre suo

fratello Lescuns, oppresso dalle fatiche del precedente giorno, dormiva

ancora. La loro negligenza fu cagione della loro ruina; supposero senza

rimedio un avvenimento contro cui non eransi apparecchiati; invece di

contrastare il terreno, come ancora potevano fare, contro un'armata

sorpresa della propria vittoria, e divisa tra la città, il sobborgo e la

campagna, abbrividita per essere stata tutto il dì sotto una fredda

pioggia, ed inquieta di doversi alloggiare in istrada che non conosceva,

in mezzo ai nemici e ad una profonda oscurità, Lautrec e suo fratello si

ritirarono quella stessa notte a Como, di dove passarono in seguito a

Lonato nel territorio di Brescia, prendendo per quell'inverno i loro

quartieri nel territorio veneziano, ove si credevano al coperto da ogni

attacco[550].

[550] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 210. — P. Jovii Vita Piscarii,

l. II, p. 309. — Gal. Capella, l. I, f. 13. — Mém. de du Bellay, l.

II, p. 185. — P. Paruta Ist, Ven., l. IV, p. 286. — Fr. Belcarii, l.

XVI, p. 498. — P. Giovio Vita di Leon X, l. IV, f. 100. — Jac.

Nardi, l. VI, p. 289. — Gio. Gambi, t. XXII, p. 287._

La sorte del ducato di Milano sembrava un'altra volta decisa piuttosto

da una rivoluzione che da una conquista. Lodi e Pavia, e bentosto

Piacenza e Cremona si affrettarono di aprire le loro porte ai vincitori.

Cremona, a dir vero, fu ripresa dal Lautrec; ma nello stesso tempo i

Francesi avevano per di lui ordine evacuata Parma, e vi era entrato

Alessandro Vitelli, uno de' capitani pontifici. Il marchese di Pescara

aveva occupato Como per capitolazione, ed erasi obbligato inverso il

signore di Vandenesse, che ne aveva il comando, a far rispettare le

proprietà de' soldati e degli abitanti; ma l'infanteria spagnuola forzò

le guardie poste sulla breccia, e saccheggiò la città con quella ferocia

ch'era diventata un carattere nazionale, strappando di bocca ai ricchi

cittadini con inauditi tormenti la confessione delle loro ricchezze, e

lasciando che molti morissero fra le pene della tortura. Il Pescara, che

voleva ad ogni costo guadagnarsi l'affetto degli Spagnuoli, chiuse gli

occhi su tanta atrocità, ed ischivò la disfida del signore di

Vandenesse, che gli chiedeva soddisfazione di cotale mancamento di

fede[551].

[551] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 211. — P. Jovii Vita Piscarii,

l. II, p. 313. — Mém. de du Bellay, l. II, p. 187._

Ma in mezzo a queste zuffe un inaspettato avvenimento rendette dubbioso

l'esito d'una guerra cominciata con così brillanti successi. Il 24 di

novembre Leon X, trovandosi alla sua villa della Malliana, ricevette la

notizia della presa di Milano; e Castel sant'Angelo festeggiò tutto il

giorno questa vittoria col cannone. Leone mostravasi pieno di giubbilo,

e si proponeva d'adunare un concistoro, onde partecipare ai cardinali

questa fausta notizia, ed ordinare rendimenti di grazie in tutte le

chiese: ma entrato nella sua camera, cominciò dopo poche ore a sentirsi

alquanto incomodato[552]. Si fece trasportare a Roma, senza per altro

credere di trovarsi in pericolo della vita, non manifestandosi la sua

malattia che come una febbre catarrale: ma tutt'ad un trattò peggiorò, e

morì contro l'universale aspettazione il giorno 1.º di dicembre, dopo

avere regnato otto anni, otto mesi e diciannove giorni, ed essere giunto

al suo quarantasettesimo anno. Esausto affatto era il suo tesoro, ed

avrebbe in breve dovuto lottare contro insormontabili difficoltà per

continuare la guerra; ma egli conobbe i prosperi avvenimenti delle sue

armi e non le difficoltà che li dovevano seguire. In tempo della sua

malattia ricevette la notizia della presa di Piacenza, e lo stesso

giorno in cui morì quella dell'acquisto di Parma. Era questo

l'avvenimento che più caldamente desiderava: ed aveva detto al cardinale

de' Medici, che l'avrebbe volentieri comperato anche a prezzo della

propria vita[553].

[552] _Par. de Grassis Diar. Curiæ Rom., t. IV, p. 384, apud Rayn.

Ann. Eccl. 1521, § 109, p. 342._

[553] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 212. — P. Giovio Vita di Leon X,

l. IV, f. 100. — Jac. Nardi, l. VI, p. 290. — Onof. Panvino Vite de'

Pontefici in Leon X, f. 262. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 341. —

Fr. Belcarii, l. XVI, p. 499. — Mém. de du Bellay, l. II, p. 192. —

Gio. Cambi, t. XXII, p. 189. — P. Bizarri, l. XIX, p. 451. — P.

Paruta, l. IV, p. 289. — Gal. Capella, l. I, f. 14._

Questa inaspettata morte d'un papa, che aveva tanti nemici non andò

esente da sospetto di veleno. Il suo coppiere, Bernardo Malaspina nel

giorno che precedette la di lui malattia gli aveva presentato mentre

cenava un nappo di vino, dopo bevuto il quale, il papa si era a lui

rivolto pieno di sdegno, chiedendogli dove avesse preso un vino così

amaro. Essendo morto Leone la notte del primo di dicembre, lo stesso

coppiere volle all'indomani uscire da Roma in sul far del giorno con de'

cani come se andasse a caccia. Le guardie della porta di san Pietro,

maravigliandosi che un servitore del papa volesse andare a divertirsi la

stessa mattina della morte del suo padrone, lo arrestarono su questo

solo indizio; ma raccontano il Giovio, il Nardi e Paride Grassi, che il

cardinale Giulio de' Medici, tornato a Roma, lo fece porre in libertà, e

non volle permettere che si praticassero ricerche intorno all'accusa di

veleno, per timore che il nome di qualche gran principe non vi si

trovasse implicato, e si rendesse in tal modo l'implacabile nemico della

sua famiglia[554].

[554] _P. Giovio Vita di Leon X, l. IV, f. 101. — Jac. Nardi Ist.

Fior., l. VI, p. 291. — Par. de Grassis apud Rayn. Ann. Eccl. 1521,

§ 110, p. 343. — Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 212. — Gal. Capella,

l. I, f. 14._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16) · 第 9 / 13 题