CAPITOLO CXI.

_Leon X succede a Giulio II; spedizione di La Tremouille in

Lombardia; sua sconfitta a Novara; rotta di Bartolommeo

d'Alviano all'Olmo; la guerra si rallenta in Italia;

negoziazioni; morte di Lodovico XII._

1513 = 1515.

Le rivoluzioni che avevano agitata l'Italia negli ultimi dieci anni, e

le crudeli guerre che l'avevano insanguinata, potevano per la maggior

parte attribuirsi al violento ed impetuoso carattere di Giulio II, ed a

quell'accanimento con cui teneva dietro al compimento de' suoi progetti,

o delle sue vendette. Le sue passioni confondevansi a' suoi occhi co'

principj da lui adottati, ed egli si era fatti dei doveri conformi alla

sua ambizione. Quasi tutti i progetti da lui formati avevano un lato

nobile e generoso; abbastanza elevati erano i suoi pensieri, abbastanza

disinteressati i suoi desiderj, per giustificare la sua condotta ai

proprj occhi; e malgrado le criminose violenze con cui ne affrettò

l'esecuzione, Giulio II non era affatto indegno degli elogj che gli

furono prodigati dal cardinale Bellarmino, dall'annalista della Chiesa

Rainaldi, e dagli altri apologisti della santa sede[312].

[312] _Bellarminus de Potest. sum. Pont. in tempore, c. II, apud

Raynald. Ann. 1513, § 12, p. 134._

Giulio II, che non poteva soffrire veruna opposizione, veruna

resistenza, e che spingeva agli ultimi eccessi il dispotismo delle sue

volontà, nutriva per altro in massima, rispetto ed amore per la libertà:

voleva assicurare quella dell'Italia, non sapeva soffrire l'idea di

vedere questa contrada signoreggiata dagli stranieri, ed il suo più

ardente desiderio era quello di liberarla dal giogo de' barbari,

siccom'egli chiamava tutti gli oltremontani. Conosceva altresì il prezzo

della libertà civile: aveva tentato di restituire l'indipendenza alla

repubblica di Genova, e di salvare quella di Venezia, sebbene fosse

stato egli il primo ad adunare il turbine che l'oppresse: aveva

rispettata la libertà di Bologna e delle altre città dello stato della

Chiesa, dalle quali avea scacciati i tiranni, ed alle quali avea

cominciato a rendere un'amministrazione repubblicana sotto la protezione

della santa sede. Vero è che, scontrando in queste città qualche

opposizione, la sua collera non aveva più confini; che ravvisava

nell'opposizione una ribellione, e puniva all'istante la città rubella,

togliendole quella libertà, che le aveva data, e che egli risguardava

come il primo de' beni.

Avea concepita un'altissima stima degli Svizzeri, perchè vedeva in essi

un popolo libero, guerriero e docile alla sua voce; e siccome le loro

montagne cuoprono un'importante parte de' confini dell'Italia, aveva

concepito il progetto, degno d'un animo elevato, di costituirli custodi

della libertà italiana. Aveva contribuito alla deposizione del

gonfaloniere Piero Soderini, perchè nel bollore della sua collera non

poteva condonargli nè il suo attaccamento alla Francia, nè l'asilo dato

al concilio di Pisa; ma egli non aveva altrimenti acconsentito che i

Medici riducessero Firenze in servitù, ed altamente biasimava il

cardinale Giovanni d'essere entrato nella sua patria circondato di

picche e di alabarde, e d'avere con armi straniere fondata la tirannide

della sua casa. Dichiarava di non avere avuto mai intenzione di dar mano

allo stabilimento d'una nuova tirannide, e che anzi il voto del suo

cuore era di rovesciarle e di distruggerle ovunque si trovavano[313].

[313] _Jac. Nardi, l. VI, p. 265._

Ma sebbene Giulio II fosse riuscito ne' suoi progetti assai più

felicemente che non poteva sperarsi dai calcoli ordinarj della politica,

e sebbene il suo impetuoso carattere, confondendo i suoi avversarj e

prevenendo i loro disegni, gli fosse spesse volte tornato più utile che

non la stessa prudenza, di modo ch'egli aveva dilatati i confini della

Chiesa più che verun altro de' suoi predecessori, egli era stato non

pertanto cagione di tante disgrazie, aveva fatto versare tanto sangue, e

chiamate in Italia tante barbare nazioni, nell'istante medesimo in cui

pretendeva di combattere per liberarla, che la di lui morte venne

risguardata come una pubblica felicità; ed i cardinali, i Romani,

gl'Italiani, e tutti i popoli della Cristianità desideravano egualmente

che il suo successore non fosse a lui somigliante. Egli era vecchio, e

perciò preferivasi un giovane pontefice; era turbolento, impaziente,

collerico, e si cercò colui che l'amore per le lettere, per i piaceri,

per una vita epicurea, faceva credere d'una tempra affatto diversa da

quella di Giulio II. Egli non aveva mai sofferti nè consiglj, nè

opposizione, onde si cercò di porre il suo successore prima d'eleggerlo

sotto la tutela di tutti gli altri cardinali, e di vincolare la potenza

papale coi giuramenti e colle convenzioni. Ma questo tentativo, tante

volte rinnovato ne' conclavi, era sempre tornato vano; ed il nuovo papa

mai non ommetteva d'abolire colla sua plenipotenza il giuramento emesso

quand'era cardinale. Le convenzioni giurate dopo la morte di Giulio II

dai venticinque cardinali, adunati per eleggere il suo successore, non

ebbero un più felice risultamento, e l'annalista della Chiesa non riputò

necessaria cosa il registrarle ne' suoi annali[314].

[314] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 32. — Parisii de Grassis Diarium

curiæ Roman. apud Raynald. Ann. 1513, § 13, p. 134._

Terminati i funerali di Giulio II, i ventiquattro cardinali, che si

trovavano in Roma si chiusero il 4 di marzo in conclave. Sebbene

Giovanni de' Medici fosse immediatamente partito da Firenze, trovandosi

egli affetto da un ascesso, e costretto a viaggiare lentamente in

lettiga, non giunse a Roma che il giorno 6, e fu l'ultimo ad entrare in

conclave. Il cardinale Raffaele Riario, nipote di Sisto IV, essendo

inallora decano del sacro collegio, e nello stesso tempo il più ricco e

meglio provveduto d'ecclesiastiche dignità, da principio aveva aspirato

alla tiara. Ma le sue personali qualità e la memoria dello zio non erano

tali da ottenergli molti suffragj; egli fu bentosto escluso.

L'influenza delle famiglie principesche d'Italia aveva fatti introdurre

nel sacro collegio alcuni giovani cardinali, i quali, d'ordinario vinti

dalla deferenza loro verso il capo della propria famiglia, poca parte

aver potevano nelle decisioni del corpo cui appartenevano. Ma la

violenza e l'austerità del vecchio Giulio II aveva accresciuto

grandemente il credito della gioventù; onde per la prima volta si vide

formarsi nel conclave una fazione di giovani cardinali. Alfonso

Petrucci, figliuolo del signore di Siena, era uno de' più attivi e

zelanti di questo partito, e non tardò ad averne una mala ricompensa.

Giovanni de' Medici, che inallora non contava che trentasette anni, era

il più giovane di tutti coloro sui quali i giovani cardinali potevano

decentemente riunire i loro suffragj. Nè tale scelta ripugnava a molti

de' più attempati cardinali, i quali, in mezzo alle turbolenze ed ai

pericoli d'Italia, risguardavano come sommamente vantaggioso allo stato

della Chiesa l'avere per sovrano il capo della repubblica fiorentina, ed

il far causa comune colla Toscana.

Ma il cardinale Soderini, che meritamente godeva grandissima opinione

nel sacro collegio opponevasi con tutti i suoi amici all'esaltazione del

capo della famiglia de' suoi nemici. Perciò i partigiani del Medici si

adoperarono caldamente per riconciliare queste due famiglie. Offrirono

al cardinale Soderini, quale prezzo del suo suffragio, di richiamare da

Ragusi il gonfaloniere Soderini, di accordargli un asilo in Roma, di

riporlo nel godimento di tutti i suoi beni sequestrati in Firenze, e di

unire la sua famiglia a quella de' Medici con un matrimonio. Queste

proposizioni furono accettate e religiosamente eseguite, e l'elezione

del Medici fu assicurata nel conclave di giovedì sera, 10 marzo. Per

altro i cardinali non procedettero alla formalità de' suffragj che il

giorno 11, ed al cardinale Giovanni fu data l'incumbenza dello spoglio

dello scrutinio che lo dichiarava papa. Egli prese il nome di Leone

X[315].

[315] _Parisii Diar. Rom. ap. Rayn. Ann. 1513, § 13, 14, 15, p. 134.

— P. Giovio Vita di Leon X, l. III, p. 152. — Fr. Guicciardini, t.

II, l. XI, p. 32. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 408._

Il Medici non era ancora che diacono, e fu d'uopo ordinarlo prete prima

di coronarlo come papa; questa cerimonia si eseguì il 15 di marzo; poi

fu consacrato il 17, e coronato il 19 in san Pietro. Si dovettero

affrettare queste funzioni a motivo della settimana santa; ma Leone X

non volle rinunciare ad una più solenne coronazione, la quale richiedeva

lunghi apparecchi. Ebbe questa luogo l'11 d'aprile a san Giovanni di

Laterano, la quale chiesa viene considerata come la propria vescovile

de' papi. Il Medici aveva scelto il giorno anniversario della battaglia

di Ravenna, nella quale era stato fatto prigioniero dai Francesi, e

montò in questa cerimonia il cavallo di cui si era valso nella

battaglia[316].

[316] _Acta Sinodalia et Par. de Grassis, apud Rayn. 1513, § 20, p.

136. — Jac. Nardi, l. VI, p. 271._

Si potè conoscere in questa coronazione quanto fosse mutato lo spirito

della corte di Roma. Giulio II serbava tutte le entrate dello stato per

la guerra, ed aveva ridotti all'estrema economia tutti gli altri rami

della pubblica amministrazione; aveva proscritti nella sua corte ogni

lusso ed ogni pompa, ed anche in mezzo alla guerra non aveva lasciato di

ammassare danaro per l'esecuzione de' più vasti suoi progetti; onde

lasciò, morendo, trecento mila fiorini in danaro sonante, che il di lui

successore trovò nel tesoro, ottanta mila fiorini che i cardinali

spesero o si appropriarono durante l'interregno, oltre le pietre di

grandissimo valore, colle quali avea arricchita la mitra, detta il

_triregno_. Per lo contrario Leone X, salendo sul trono, volle

sorprendere il popolo collo splendore della sua magnificenza, e poca

cura prendendosi della guerra in cui la Chiesa trovavasi allora

impegnata, o forse supponendo inesauribili i rinvenuti tesori, consumò

cento mila fiorini nelle sole feste della sua coronazione. In questa

cerimonia fece portare il gonfalone della Chiesa dal duca Alfonso

d'Este, e parve in tal modo presagire la di lui riconciliazione colla

santa sede[317].

[317] _Jac. Nardi, l. VI, p. 272. — Fr. Guicciardini, l. XI, p. 33.

— P. Giovio Vita di Leon X, l. III, p. 156. — Id. Vita d'Alfonso, p.

95. — Par. de Grassis Diar. apud Raynald. 1513, § 20, p. 136._

Tosto che Leon X si trovò seduto sul trono, rivolse le sue prime cure

alla propria famiglia, onde arricchirla coi beni della Chiesa. Era morto

appunto in quest'epoca, il 9 aprile, Cosimo de' Pazzi, arcivescovo di

Firenze. Leone diede quest'arcivescovado a suo cugino Giulio, allora

cavaliere di Rodi, e figliuolo naturale del vecchio Giuliano. In

settembre lo creò cardinale, e poco dopo legato di Bologna. Accordò in

pari tempo la porpora ad Innocenzo Cibo, figliuolo di sua sorella, a

Bernardo Bibbiena, suo segretario, ed a Lorenzo Pucci, protonotaro

apostolico e creatura de' Medici. Non permettendo i canoni di conferire

le alte dignità ecclesiastiche ai bastardi, Leone accordò una dispensa a

suo cugino, prima di nominarlo arcivescovo di Firenze; ma quando si

trattò di farlo cardinale s'appigliò all'espediente di far deporre con

giuramento al fratello della madre di lui e ad alcuni religiosi, ch'ella

era stata sposa di Giuliano[318].

[318] _Jac. Nardi, l. VI, p. 276. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p.

313._

La notizia dell'elezione di Leon X venne accolta in Firenze con

trasporti di gioja non solo dai partigiani de' Medici, ma ancora dagli

antichi repubblicani; o sia che sperassero, che i nuovi progetti che

formerebbe Leone, come capo della Chiesa, farebbero diversione al piano

che egli aveva di già formato per ridurre in servitù la sua patria, o

sia che i vantaggi del commercio ed i favori che potevano sperare dalla

corte di Roma, facessero loro dimenticare gl'interessi della libertà.

«Io ben intendo,» disse il genovese Lomellini osservando le feste de'

Fiorentini, «come voi, non avendo ancora veduto verun vostro cittadino

diventare papa, possiate rallegrarvi di questa nuova dignità; ma quando

avrete l'esperienza de' Genovesi, saprete quai tristi effetti producano

così fatte grandezze nelle città libere[319].»

[319] _Jac. Nardi, l. VI, p. 272._

Vero è che inallora Firenze aveva pochi diritti al nome di città libera.

Appunto nell'epoca in cui il cardinale de' Medici mettevasi in via per

recarsi al conclave in cui fu eletto, una lista coi nomi di diciotto in

venti giovani, conosciuti pel loro patriottismo e pel loro amore di

libertà, cadde di tasca a Pietro Paolo Boscoli, e fu portata al tribunal

criminale, detto la _magistratura degli otto_. Il tribunale credette di

ravvisarvi l'indizio d'una cospirazione per assassinare Giuliano e

Lorenzo; tanto più che il Boscoli era già tenuto di vista per alcune

imprudenti espressioni. Costui fu posto alla tortura, e così pure

Agostino Capponi ed altri molti, il più ragguardevole de' quali era

senza dubbio Niccolò Macchiavelli, stato di già spogliato nel precedente

novembre dell'impiego di segretario di stato da lui lungo tempo

occupato[320].

[320] _Filippo Nerli Comm., l. VI, p. 123. — Vita di Macchiavelli,

p. 166._

La violenza de' tormenti inflitti ai prevenuti non istrappò loro di

bocca veruna confessione di cospirazione, ma molti confessarono d'avere

sparlato del presente governo, e d'averne desiderato lo scioglimento.

Tanto bastò per condannare alla morte Boscoli e Capponi, facendo

eseguire la sentenza all'indomani della partenza del cardinale verso di

Roma. Gli altri, tra i quali contavansi Niccolò Valori, Giovanni Folchi,

Guccio Adimari, Niccolò Macchiavelli, Bonciani e Serragli, furono

relegati in diversi luoghi[321].

[321] _Jac. Nardi, l. VI, p. 268. — Gio. Cambi, t. XXII, p. 5. —

Comm. del Nerli, l. VI, p. 123. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 312._

Questi terribili rigori delle creature de' Medici diedero occasione a

Leon X di cominciare il suo regno con un atto di clemenza, facendo

liberare tutti gli accusati, richiamando tutti gli esiliati per titolo

di congiura, e stendendo questo favore a tutti i Soderini ch'erano stati

precedentemente rilegati[322]. Nello stesso tempo fece sentire ai

Fiorentini i benefici effetti della sua protezione nelle relazioni de'

loro vicini. Alcune dispute di confini nelle vicinanze di Barga erano

state cagione in luglio ed in agosto del 1513 d'ostilità tra i

Fiorentini ed i Lucchesi: Leon X si fece mediatore tra le due

repubbliche; ma con arbitramento del 12 ottobre obbligò la più debole a

restituire ai Fiorentini Pietra Santa e Mutrone, fortezze che i Lucchesi

avevano usurpate in tempo della guerra di Pisa; ed a tale condizione

fece sottoscrivere un'alleanza perpetua fra le due repubbliche[323].

[322] _Jac. Nardi, l. VI, p. 272. — Gio. Cambi, t. XXII, p. 8. —

Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 313._

[323] _Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 314. — Gio. Cambi, p. 27, 31._

Tostocchè si ebbe in Lombardia la notizia della morte di Giulio II,

Raimondo di Cardone si era avvicinato a Piacenza, poi a Parma, ed aveva

persuase queste due città a darsi al duca di Milano[324]. Sebbene queste

fossero state occupate da Giulio II senza verun diritto, Leon X non fu

appena salito sul trono pontificio, che ne riclamò la restituzione,

determinato a non volere permettere che in tempo della sua

amministrazione si smembrassero gli stati della Chiesa, o piuttosto

pensando già fin d'allora a formare con queste nuove conquiste della

santa sede uno stato per suo fratello Giuliano, o per suo nipote

Lorenzo[325]. Finchè non fu che cardinale, erasi mostrato nemico della

Francia, ed aveva con tutta la sua attività secondata la lega formata da

Giulio II contro quella corona. Perciò generalmente credevasi di vederlo

camminare sulle orme del suo predecessore; altronde le negoziazioni

cominciate, quando ancora non si prevedeva la morte di Giulio, avevano

avuto qualche risultamento prima che Leone avesse potuto decidersi.

[324] _P. Giovio Vita d'Alfonso, p. 99. — Fr. Guicciardini, t. II,

l. XI, p. 31._

[325] _Lett. di Vettori a Macchiavelli, n.º 21, p. 63_, del 12

luglio 1513.

Da un canto Ferdinando il Cattolico, il quale era troppo povero per fare

la guerra a proprie spese, era sempre inclinato a far cessare le

ostilità ai confini della Spagna, perchè non poteva farvi vivere le sue

armate a spese de' nemici. Cercava soltanto di lasciare aperta una via

alla fortuna; onde il 1.º d'aprile sottoscrisse ad Orthes, nel Bearn, la

tregua d'un anno colla Francia riguardo soltanto ai confini della

Spagna[326]. Stando al carattere che a Ferdinando attribuisce il

Macchiavelli, questo re, più astuto che accorto politico, si affidava

alla propria fortuna, e voleva compromettere i suoi alleati per far loro

sentire il bisogno che avevano di lui, aspettando intanto consiglio

dagli avvenimenti. Non pertanto la tregua da lui conchiusa era

totalmente vantaggiosa alla Francia, la quale trovavasi in libertà di

ricondurre le sue armate in Italia[327].

[326] _Lettera familiare 17 di Macchiavelli a Francesco Vettori del

mese di aprile del 1513. Opere, t. VIII, p. 47._

[327] I motivi di questa tregua vengono discussi acutamente tra il

Macchiavelli ed il Vettori, _t. VIII, p. 41 e segu. — Fr.

Guicciardini, l. XI, p. 33. — P. Giovio Vita di Leon X, l. III, p.

161. — Jo. Marianæ Hist. Hisp., l. XXX, c. 18, p. 329._

D'altra parte venne sottoscritto un trattato d'alleanza tra la Francia e

la repubblica di Venezia a Blois, il 24 marzo del 1513, da Andrea

Gritti, che di prigioniero era diventato ambasciatore. La negoziazione

tra queste due potenze risguardava le rispettive loro pretese sopra

province che più non erano possedute dalle parti contraenti, e che

trattavasi di togliere di mano ai loro nemici. I Veneziani, in

conformità de' primi articoli convenuti e del loro antico trattato colla

Francia, domandavano la Ghiara d'Adda e Cremona. I Francesi avrebbero

voluto ritenere queste province; ma all'ultimo acconsentirono a

prometterne la restituzione, però sotto la segreta condizione di

contraccambiarle poscia con Mantova, il di cui marchese fu dalla Francia

sagrificato alle convenienze del senato[328]. I Veneziani obbligavansi

ad entrare in campagna circa nella metà di maggio con ottocento uomini

d'armi, mille cinquecento cavaleggieri, e dieci mila fanti, mentre che

Lodovico XII invaderebbe nello stesso tempo la Lombardia con una potente

armata[329].

[328] _Lettera del Vettori a Macchiavelli del 21 aprile 1513, t.

VIII, p. 42._

[329] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 36. Fr. Belcarii, l. XIV,

p. 409. — Paolo Paruta della Stor. Venez., l. I, p. 19. — P. Jovii

Hist., l. XI, p. 160._ — Dopo la lacuna che lasciano i sei libri

perduti nel sacco di Roma, l'undecimo di Giovio comincia col

pontificato di Leon X.

A tale oggetto Lodovico XII fece adunare a Susa, sotto il comando di

Lodovico de la Tremouille, mille dugento uomini d'armi, ottocento

cavaleggieri, ottomila landsknecht, che aveva condotti Roberto de la

Marck, signore di Sedan, ed i suoi due figliuoli, Fleuranges e Jametz,

ed otto mila avventurieri francesi. Il re non volle dare il comando di

quest'armata al vecchio maresciallo Trivulzio, cui però diede ordine

d'accompagnarla, per timore che la di lui manifesta parzialità pei

Guelfi non ispaventasse i Ghibellini e li riducesse ad una più ostinata

difesa[330]. In pari tempo Bartolommeo d'Alviano era giunto a Venezia

dopo essere stato posto in libertà dal re, il quale l'aveva sempre

tenuto prigioniere dopo la battaglia della Ghiara d'Adda. Il senato gli

diede il comando dell'armata che si adunava a San Bonifacio nello stato

di Verona. Per ultimo una flotta francese presentavasi a Genova, ove gli

Adorni ed i Fieschi si apparecchiavano ad assecondarla. Mentre che così

imponenti forze si accostavano contemporaneamente da tre diversi lati,

il vicerè don Raimondo di Cardone sembrava risoluto di non volersi loro

opporre: erasi ritirato sulla Trebbia, chiamandovi i pochi soldati che

guardavano Tortona ed Alessandria: avea apertamente manifestata la sua

intenzione di ricondurre la sua armata nel regno di Napoli; e, datone

avviso allo stesso maresciallo Trivulzio, si era infatti di già posto in

marcia; ma, avendo tra Piacenza e Firenzuola ricevute nuove lettere da

Roma, che per quanto pare lo rassicuravano intorno alle disposizioni del

papa, egli ritornò nella sua prima posizione[331].

[330] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 36. — Mém. de Fleuranges, t. XVI,

p. 116-119. — Mém. de du Bellay, l. I, p. 4 e 15. — Hist. de la

Ligue de Cambray, vol. II, l. IV, p. 297._ — Questa spedizione non

essendo riuscita, gli storici francesi diminuiscono le forze della

loro armata.

[331] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 37. — P. Jovii Hist., l. XI, p.

161._

I soli Svizzeri attaccavano il loro amor proprio nazionale alla difesa

della Lombardia. Avevano chiesti al papa i soccorsi promessi dal suo

predecessore; ma Leon X non voleva ancora apertamente prendere parte

nella guerra, e mandò al cardinale di Sion quarantadue mila fiorini,

onde li desse agli Svizzeri come pagamento di un debito anteriore, e non

come un sussidio. Non perciò gli Svizzeri si astennero dallo scendere in

gran numero dalle loro montagne; si avanzarono fino a Tortona, ove

furono raggiunti dal duca di Milano, ed invitarono anche il Cardone ad

unirsi a loro coll'armata spagnuola. Avendo quel generale ricusato di

farlo, lo Sforza si ritirò coll'armata Svizzera a Novara, mentre che il

Trivulzio aveva occupate Alessandria ed Asti: nulla più si opponeva

all'armata francese che poteva liberamente portarsi sopra Milano, ed

infatti lo Sforza permise ai Milanesi di capitolare colla Francia.

Sacramoro Visconti, ch'egli aveva lasciato in Milano con cent'uomini

d'armi, fece spiegare sulle mura le bandiere della Francia, ed

acconsentì che fosse vittovagliato il castello sempre occupato dai

Francesi[332].

[332] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 38. — Fr. Belcarii, l.

XIV, p. 410. — Mém. de Fleuranges, l. XVI, p. 120. — P. Jovii Hist.,

l. XI, p. 163._

L'entusiasmo scoppiato pochi mesi prima alla venuta dello Sforza, erasi

di già compiutamente spento. L'incapacità e la miseria del duca, e le

vessazioni degli Svizzeri avevano bentosto fatto comprendere ai popoli

quanto avessero a torto nudrite troppo lusinghiere speranze: onde le

città s'affrettavano d'alzare spontaneamente lo stendardo dell'armata

creduta più forte. Per mettere Parma e Piacenza al coperto

dell'invasione francese, il Cardone le restituì agli ufficiali del papa.

L'Alviano occupò Valeggio, Peschiera e Cremona, ed incaricò Renzo di

Ceri di entrare in Brescia, mentre Soncino e Lodi spiegavano le insegne

francesi; onde l'armata veneziana fu tosto in comunicazione colla

francese. Pure i progressi dell'Alviano non erano in Venezia veduti

senza inquietudine: si osservava che egli s'andava troppo allontanando

dalle province che più importava di difendere, tanto più che la

guarnigione tedesca di Verona aveva ricevuto alcuni rinforzi, ed

ottenuti diversi vantaggi alle spalle dell'armata veneziana[333].

[333] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 40. — P. Paruta Stor. Venez., l.

I, p. 26._

I Francesi, che così rapidamente andavano occupando le province perdute

nel precedente anno, non avevano per anco combattuto in verun luogo,

fuorchè nelle montagne di Genova. Dopo essersi seduto sul trono ducale,

Giano Fregoso aveva stretto con ardore l'assedio della Lanterna, nuova

fortezza, che nello stesso tempo signoreggiava il porto e la città di

Genova, e che i Francesi avevano sempre conservata. Un vascello, uscito

dai porti di Normandia, senza avere preso lingua in verun luogo, era

giunto in gennajo fino sotto la fortezza per vittovagliarla, e

cominciava a scaricare le munizioni che teneva a bordo, quando Emmanuele

Caballo, marinajo rinomato per la sua intrepidezza, domandò al doge una

galera, sulla quale fece montare i più risoluti volontarj; indi non si

curando delle palle di cannone che i Francesi facevano piovere sopra di

lui, andò, tostocchè fu a vista della Lanterna, a porsi tra il vascello

normanno e la fortezza; venne all'abordaggio della nave nemica, la

prese, e la condusse in trionfo nel porto[334].

[334] _Uberti Folietæ Genuens. Hist., l. XII, p. 710. — P. Bizarri

Sen. Pop. q. Genuens. Hist., l. XVIII, p. 433._

Ma quando in primavera le truppe di La Tremouille e di Trivulzio

cominciarono a dilatarsi nel Piemonte, una flotta francese presentossi

in faccia a Genova, mentre i fratelli Antoniotto e Girolamo Adorno,

aperti partigiani de' Francesi, si avvicinavano alla città con quattro

mila fanti. Il doge, per non trovarsi esposto nello stesso tempo

agl'interni ed agli esterni nemici, fece uccidere, mentre usciva di

senato, Girolamo Fieschi, il quale aveva di fresco co' suoi discorsi

dato a conoscere il suo attaccamento per la Francia. Questo assassinio,

che il doge aveva risguardato come un colpo da grande politico, fu

invece quello che lo perdette: il senato ed il popolo, risguardandolo

oramai con orrore, ricusarono di più difenderlo, ed i suoi soldati

furono nelle montagne battuti dagli Adorni. Suo fratello Zaccaria cadde

nelle mani de' Fieschi, che lo uccisero per vendicare il loro parente;

il signore di Prejan, che aveva il comando della flotta francese, non

trovò verun ostacolo per entrare in porto; Giano Fregoso ritirossi colla

sua flotta genovese alla Spezia, ed Antoniotto Adorno, riconosciuto da

Lodovico XII come suo luogotenente, fu nello stesso tempo proclamato

doge dal senato e dal popolo[335].

[335] _Uberti Folietæ, l. XII, p. 712. — P. Bizarri, l. XVIII, p.

435. — P. Jovii Hist., l. XI, p. 162._

Genova si era data ai Francesi; l'armata veneziana occupava la metà

dello stato milanese; La Tremouille e Trivulzio colle truppe francesi

occupavano l'altra, ed in tutto il ducato Massimiliano Sforza altro più

non aveva che Como e Novara. In quest'ultima città si era il duca unito

all'armata svizzera; ma tutto il mondo, vedendolo colà chiuso,

rammentava che i medesimi La Tremouille e Trivulzio avevano assediato in

Novara il padre di quel duca Sforza, che vi si difendeva adesso; ch'era

egualmente in mano degli Svizzeri, che l'avevano venduto ai Francesi, e

che molti di que' capitani e soldati, che circondavano il figlio,

avevano contribuito a tradire il padre. Queste vicine memorie

stringevano il cuore di spavento a Massimiliano, ed accrescevano fiducia

a La Tremouille; onde scriveva a Lodovico XII, che in breve farebbe

prigioniere il figlio nello stesso luogo in cui aveva fatto prigioniere

il padre[336].

[336] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 42. — Jo. Marianæ Hist. Hisp., l.

XXX, c. 20, p. 331._

Questa speranza aveva persuaso La Tremouille ad assediare Novara, invece

d'attenersi al consiglio d'Andrea Gritti, che avrebbe voluto che i

Veneziani uniti ai Francesi cacciassero, prima di null'altro

intraprendere, gli Spagnuoli di Lombardia, perciocchè inallora restando

gli Svizzeri senza cavalleria, senza artiglieria, senza equipaggi da

guerra, non potrebbero tenere lungamente la campagna[337].

[337] _Paruta Ist. Venez., l. I, p. 35._

Si cominciò l'assedio di Novara, ed il signore de la Fajette, che

comandava l'artiglieria, piantò in pieno giorno le batterie contro le

mura, ed in quattro ore vi aprì una breccia capace di ricevere

cinquant'uomini di fronte; ma per scendere dalla breccia in città,

eranvi quindici piedi d'altezza. Intanto il generale svizzero fece dire

ai Francesi che non consumassero inutilmente la loro polvere, e che, se

pensavano di dare l'assalto, attaccassero pure la porta, poichè egli la

lascerebbe aperta. Infatti gli Svizzeri si accontentarono di fare

stendere alcuni lenzuoli a guisa di tende sì dietro la porta che dietro

la breccia, onde i nemici non vedessero le evoluzioni de' loro soldati,

e ricusarono di acconsentire alle inchieste di Silvio Savelli, di

Giovanni Gonzaga, d'Alessandro Bentivoglio e di Camillo Montani,

principali capitani dell'armata dello Sforza, i quali volevano scavare

una fossa dietro la breccia e dietro la porta, oppure fiancheggiare le

mura con terrapieni[338].

[338] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 42. — P. Giovio Ist., l. XI, p.

165. — Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 126._

Massimiliano aveva presso di sè in Novara gli Svizzeri d'Uri, Schwitz ed

Underwald, i quali, sotto gli ordini de' loro landamani, erano scesi

prima degli altri in Italia senza ricevere nè soldo, nè ingaggio. Si

avvicinava un secondo corpo composto delle milizie di Glaritz, Zug,

Lucerna e Sciaffusa; ed un altro di circa cinque mila uomini, colle

milizie di Berna e di Zurigo, si avanzava sotto gli ordini del capitano

Alt-Sax dalla banda de' Grigioni alla volta di Chiavenna[339].

[339] _P. Jovii Hist., l. XI, p. 163._

I Francesi, apparecchiandosi a dare l'assalto, avevano di già fatto

stare tre giorni e tre notti i loro Landsknecht nella trincea, la quale

era finalmente abbastanza profonda per metterli al coperto

dell'artiglieria della città, quando furono avvisati dai loro

cavaleggieri che avvicinavasi il secondo corpo dell'armata svizzera, e

che desso cercherebbe d'entrare in Novara lo stesso giorno. Roberto

della Marck consigliava che si andasse ad attaccarlo in aperta campagna,

prima che giugnesse il terzo corpo, che non aveva per anco potuto

passare il Ticino; ma il Trivulzio giudicò più prudente consiglio

d'opporre la lentezza all'impeto degli Svizzeri. Bastava, egli diceva,

onde fossero forzati in breve a capitolare, d'intercettare i loro

convoglj, d'inquietarli colla cavalleria, di far loro soffrire la fame,

e di non venire a battaglia. Persuase a La Tremouille di portare il

campo francese due miglia addietro, alla Riotta, presso al fiume Mora,

in mezzo a' suoi proprj poderi, ed in un paese che egli conosceva

minutissimamente[340].

[340] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 42. — P. Jovii Hist. sui

temp., l. XI, p. 165._

I Francesi si allontanarono da Novara il 5 di giugno, alla volta del Po,

come se avessero voluto andare a Milano per la strada di Abbiategrasso.

Lodovico il Moro aveva derivato dall'Agogna un canale, chiamato la Mora,

che irrigava quella pianura in cui tutti si trovavano i vasti poderi del

Trivulzio; un piccolo bosco stendevasi lungo il canale da Novara fino

presso Trecase. I generali francesi si accamparono da principio alla

Riotta intorno ad un'abbazìa alquanto elevata; ma i Landsknecht

trovavansi su questo piccolo rialto esposti all'artiglieria della città,

ed una palla, entrata per la finestra, attraversò la camera stessa in

cui si adunava il consiglio di guerra. Perciò i generali scelsero

un'altra posizione intorno a Trecase. Il Trivulzio, per salvare questa

sua terra, aveva ottenuto che non vi entrassero le truppe. Il signore di

Sedan aveva inventata una specie di fortificazione portatile, che suo

figlio chiama: «un parco, fatto a guisa di scala, il quale era

maravigliosamente buono; dentro il parco stavano cinquecento archibugj a

miccia, e se si fosse potuto porre in assetto, forse la bisogna non

sarebbe andata come andò;» ma i Francesi in piena sicurezza non

pensarono a fortificarsi in quella prima notte[341].

[341] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 119, 129, 130. — Mém. de

messire Martin du Bellay seigneur de Langey, t. XVII, l. I, p. 17,

18. — Mém. de Louis de la Tremouille, l. XIV, ch. XIV, p. 183, 190._

Ma l'ultimo, che è lo stesso generale vinto, facendo la propria

apologia, ha spesse volte avvertitamente confuse le date e gli

avvenimenti. Le accuse de' Francesi contro il Trivulzio sembrano

affatto prive di fondamento. Il recente biografo del Trivulzio, cav.

Carlo Rosmini, dissimulò tali accuse invece di confutarle, come pare

che avrebbe potute fare, _l. XI, p. 467_.

Intanto il secondo corpo degli Svizzeri, condotto dal capitano Jacob

Mottino d'Altorfio, e da Graf, borgomastro di Zurigo, entrò in Novara,

il 5 di giugno, senza avere trovata opposizione. Questi due capi,

informati della ritirata di La Tremouille, e sapendo che nello stesso

tempo valicava le Alpi il signore d'Aubignì con un corpo di cavalleria,

stimarono non doversi dar tempo ai Francesi d'allontanarsi, o di trarre

in lungo la guerra. Rappresentarono ai loro compagni d'armi, che il

nemico riposava in seno ad una temeraria sicurezza, e non sospettava

ch'essi osassero d'attaccarlo prima che giugnesse il capitano Alt-Sax

col terzo corpo; che tutta volta la gloria loro sarebbe più splendida,

se ottenevano la vittoria prima dell'arrivo de' loro compatriotti. Tutti

i capitani svizzeri, vinti dalle persuasioni di coloro ch'erano venuti

di fresco, ordinarono ai loro soldati di mangiare e di riposarsi qualche

tempo, e prima che facesse giorno, il 6 giugno del 1513, marciarono

verso Riotta e Trecase[342].

[342] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 42. — P. Jovii Hist. sui

temp., l. XI, p. 167. — P. Paruta Ist. Ven., l. I, p. 37._

Gli Svizzeri, nascosti dalle tenebre della notte e dal bosco che

stendevasi tra Novara ed il campo francese, s'avanzarono, contro il loro

costume, tacitamente, divisi in tre colonne, e giunsero presso il campo

nemico senz'essere scoperti: allora si diressero impetuosamente verso

l'artiglieria, senza lasciarsi sgominare da una vigorosa carica fatta da

Roberto della Marck alla testa di trecento uomini d'armi, e senza

ributtarsi nel vedere caduti molti loro capitani e perfino intere file

di soldati sotto il fuoco dell'artiglieria nemica. Avanzando sempre

intrepidi in mezzo a tanta strage, s'impadronirono delle artiglierie, e

le volsero contro i nemici da loro posti in fuga. La fanteria tedesca,

comandata da Fleuranges e Jametz, figliuoli di Roberto della Marck, era

il principale oggetto dell'odio e della gelosia degli Svizzeri, perchè

essa aveva preso il loro luogo nelle armate francesi: questa, essendo

attaccata con maggior furore, e coraggiosamente difendendosi, fece agli

Svizzeri grandissimo danno; ma furono altresì uccisi sul campo di

battaglia più della metà dei Landsknecht. La cavalleria francese,

raffrenata dai fossi, o imbarazzata in luoghi pantanosi, non agiva che

pochissimo contro gli Svizzeri; l'artiglieria era di già conquistata, e

adoperata contro i Landsknecht, de' quali i pochi superstiti, perduta

ogni speranza di salute, dovettero arrendersi alzando le loro lance.

Fleuranges e Jametz, gravemente feriti fin dal principio della

battaglia, erano ambidue caduti in mano ai nemici. Il loro padre con una

furiosa carica de' suoi uomini d'armi sgominò il battaglione che li

calpestava, fece rialzare i suoi figliuoli, il primo de' quali non aveva

meno di quarantasei ferite, e li fece portare sul collo de' cavalli de'

suoi soldati[343].

[343] _Mém. de Fleuranges, l. XVI, p. 131, 136. — Fr. Guicciardini,

t. II, l. XI, p. 44. — P. Jovii, l. XI, p. 169. — P. Paruta, l. I,

p. 39._

Gli uomini d'armi francesi, che fino a quest'epoca erano stati

risguardati come la più valorosa soldatesca d'Europa, non avevano

sofferta altra così vergognosa sconfitta come questa nella battaglia di

Novara. La sorpresa, la perdita dell'artiglieria, la notizia divulgatasi

nel campo che una delle tre colonne svizzere era penetrata per di dietro

nel campo e che stava saccheggiando gli equipaggi, riempirono di terror

panico que' cavalieri fin allora così valorosi; non si vergognarono di

gettare le armi per non essere impediti nella fuga, e si disse che un

solo non aveva conservata la sua lancia dopo passata la Sesia. Se

Massimiliano Sforza avesse soltanto avuti dugento uomini d'armi per

inseguirli, avrebbe in quel giorno distrutta l'armata francese: ma gli

Svizzeri colla sola loro fanteria non potevano nè meno tentarlo.

Altronde si accerta, che, arrolandosi sotto le bandiere, giuravano di

non far grazia a colui che trovavano armato sul campo di battaglia e di

non seguire colui che si ritirava. L'azione non aveva durato che un'ora

e mezzo; e gli Svizzeri, dopo essersi tenuti alcune ore in buona

ordinanza, onde assicurarsi il possedimento del campo di battaglia,

condussero in trionfo in Novara ventidue pezzi d'artiglieria coi loro

cavalli d'attiraglio e tutti gli equipaggi. I Francesi perdettero circa

dieci mila uomini, la metà de' quali soltanto fu uccisa sul campo di

battaglia, e furono tutti Landsknecht. L'altra metà fu uccisa dai

contadini, e furono i fanti guasconi, che nella loro fuga, oppressi

dalla fatica e dalla fame, e disarmati, e sdrajati ne' campi o presso le

siepi, venivano trucidati senza difendersi[344].

[344] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 45. — P. Jovii Hist., l. XI, p.

171. — Epist. Leonis X ad Max. Sfortiam, apud Rayn. 1513, § 29, p.

138. — P. Giovio Vita di Leon X, l. III, p. 163. — Fr. Belcarii, l.

XIV, p. 413. — P. Paruta, l. I, p. 41._

I Francesi non osarono fermarsi in Piemonte, e ripassarono

immediatamente le montagne, malgrado le istanze d'Andrea Gritti, il

quale loro rappresentava, che quest'atto di viltà, assai più funesto che

la sconfitta, sarebbe cagione della ruina di tutti i loro amici in

Italia. Infatti tutte le città, che avevano spiegate le insegne

francesi, si affrettarono di mandare i loro atti di sommissione a

Massimiliano Sforza, redimendosi dal commesso errore con somme di

danaro, che furono distribuite tra gli Svizzeri. Don Raimondo di

Cardone, che aveva ricusato di partecipare ai pericoli della guerra, si

affrettò di raccogliere i frutti della vittoria. Staccò tre mila fanti

spagnuoli sotto gli ordini del marchese di Pescara per iscacciare, di

concerto con Ottaviano Fregoso, i Francesi e gli Adorni da Genova. Ma di

già la flotta francese, comandata da Prejean, aveva lasciata Genova; e

la flotta genovese, che poche settimane prima erasi ritirata nel golfo

della Spezia, si presentò nuovamente in faccia alla città. Gli Adorni

non vollero attirare sulla loro patria le calamità d'un assedio;

volontariamente rinunciarono alla loro autorità, ed abbandonarono la

città, seco portando i ringraziamenti del senato ed i voti del popolo;

mentre che Ottaviano Fregoso, ch'era assai più stimato dai suoi

compatriotti che non Giano Fregoso, cui egli veniva a rimpiazzare alla

testa dello stesso partito, fu eletto doge il 17 di giugno, e fece dai

Genovesi pagare ottanta mila fiorini al marchese di Pescara per le spese

della sua spedizione[345].

[345] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 45. — P. Jovii Hist. sui temp.,

p. 173. — Ejusd. Vita Ferdin. Davali Piscarii, l. I, p. 285. —

Uberti Folietae Gen. Hist., l. XII, p. 713. — P. Bizarri, l. XVIII,

p. 436._

Sacramoro Visconti, il quale aveva preso possesso di Milano a nome del

re di Francia, era uscito da quella città con settecento uomini d'armi

per raggiugnere il campo francese, ed era arrivato alle rive del Ticino,

quando udì il cannone della battaglia di Novara. Non tardò ad avere

avviso della sconfitta de' Francesi; onde, allontanandosi rapidamente,

andò a raggiugnere a Cremona Bartolomeo d'Alviano e l'armata veneziana.

Questi, che trovavasi a fronte degli Spagnuoli, udendo che il vicerè

aveva passato il Po il 13 giugno, non volle aspettare che le due armate

si riunissero contro di lui, e ritirossi subito sopra Verona colla

rapidità usata in tutte le sue operazioni; tentò, passando,

d'impadronirsi di quella città, e nello stesso giorno piantò le

batterie, aprì una breccia e diede l'assalto; ma non avendo avuto felice

riuscita, ritirò i suoi cannoni, continuò la sua marcia, e si accampò a

Tomba nel territorio di Vicenza[346].

[346] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 46. — P. Jovii Hist., l. XI, p.

172. — P. Paruta Ist. Ven., l. I, p. 44._

Intanto Raimondo di Cardone si avanzava senza incontrare opposizione

nelle province dall'Alviano abbandonate, e le trattava colla ferocia e

coll'avarizia proprie degli Spagnuoli, saccheggiando Cremona, levando

enormi contribuzioni sopra Brescia, Bergamo ed altre città, e guastando

le borgate ed i villaggi. L'Alviano, che sentiva l'impossibilità di

tenere la campagna contro tanti nemici riuniti, si chiuse in Padova, e

nello stesso tempo Gian Paolo Baglioni in Treviso, e Renzo di Ceri in

Crema; tranne queste tre città, tutto il rimanente della terra ferma

veneziana fu abbandonato al dilapidamento de' nemici[347].

[347] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 47. — P. Jovii Hist., l.

X, p. 173. — P. Paruta, l. I, p. 45 e 52._

Gli Svizzeri, che non avevano verun motivo di nimicizia contro i

Veneziani, non si curavano di attaccarli, limitandosi a stabilirsi nel

ducato di Milano, e levandovi contribuzioni grandissime; mentre che i

generali spagnuoli, facendo la guerra, quasi altr'oggetto non si

proponevano che quello di mantenere co' saccheggi i loro soldati. Tra

Ferdinando ed i Veneziani non sussistevano nè motivi di nimicizia, nè

dichiarazione di guerra; anzi il re di Spagna aveva recentemente offerta

la sua mediazione per riconciliare la repubblica coll'imperatore. Leon X

aveva ancor esso offerta la sua mediazione accompagnata dalle più

affettuose espressioni; ma nè l'uno, nè l'altro aveva ottenuto

l'intento, perchè Massimiliano non aveva voluto rinunciare a veruna

pretesa, e il senato veneto area sempre ricusato con eroica costanza

d'entrare in negoziazione, se l'imperatore non restituiva prima Verona e

Vicenza. Ma per lo meno queste amichevoli offerte non dovevano far

presumere vicine ostilità; perciò quando Raimondo di Cardone fece

avanzare la sua armata per unirla a quella dell'imperatore, e fare la

guerra in suo proprio nome, rendette visibile con tale condotta la

barbara indifferenza d'un condottiere, che ad altro non pensa che ad

arricchire i suoi soldati, senza prendersi pensiero se ciò accada con

danno de' nemici o degli amici. Ancora più amara riuscì ai Veneziani la

condotta di Leon X, il quale scelse quest'istante di contraria fortuna

per mandare i suoi uomini d'armi all'armata spagnuola, sotto gli ordini

di Troilo Savelli e di Muzio Colonna, bruttamente dimenticandosi che nel

lungo corso delle sue sciagure non aveva mai cessato d'essere beneficato

dalla repubblica, e di averle promesso riconoscenza[348].

[348] _P. Paruta Ist. Ven., l. I, p. 49. — Fr. Guicciardini, l. XI,

p. 49. — P. Jovii de Vita Ferdin. Davali Piscarii, l. I, p. 286._

Raimondo di Cardone andò ad unirsi all'armata imperiale a san Martino

presso Verona; e perchè non poteva attaccare i Veneziani che dicendosi

ausiliario di Massimiliano, si assoggettò in gran parte all'autorità del

cardinale di Gurck, il quale risiedeva in Verona, ed era il solo

luogotenente dell'imperatore in Italia. Questi annunciava sempre

vastissimi progetti, pei quali chiedeva frequenti sussidj a' suoi

alleati, e dissipando il danaro più sollecitamente che non l'aveva

ottenuto, trovavasi poi sempre inabilitato a mandare ad effetto ciò che

meditava. Le sue truppe mai non erano pagate; nè lo erano meglio quelle

di Ferdinando; onde le due armate dovevano vivere a carico delle

sventurate province veneziane, dove avevano portata la guerra. Il

marchese di Pescara aveva il comando della fanteria spagnuola, che

ammontava a quattro mila cinquecento uomini all'incirca; Jacopo Landau,

Giorgio di Frundsberg e Giorgio di Lichtenstein erano i capi de' pedoni

tedeschi, che erano tre mila cinquecento. La cavalleria, sotto gli

ordini di don Pedro de Castro, era composta di circa novecento

cavalieri, in gran parte truppa leggiere; e l'artiglieria consisteva in

dodici falconetti di bronzo. Tale era la forza di quest'armata, più

formidabile pel valore de' veterani ond'era principalmente composta e

per la virtù de' suoi capitani, che per il numero de' soldati[349].

[349] _P. Jovii Hist., l. XII, p. 193. — Fr. Guicciardini, l. XI, p.

51. — P. Paruta, l. I, p. 55. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 417. —

Herren Georgens von Frundsberg Kriegzsthathen, Buch I, f. 17._ Ediz.

in foglio. Francoforte, 1568.

Il cardinale di Gurck volle che Cardone attaccasse Padova. Questa città,

risguardata dai Veneziani come l'ultimo loro baluardo, era ancora la

conquista che più d'ogni altra stava a cuore a Massimiliano; ma egli

l'aveva invano tentata con una poderosa armata, e ciò che non aveva

potuto ottenere con quasi cento mila uomini, non doveva meglio riuscire

ai suoi luogotenenti con otto in nove mila. L'assedio cominciò il 28 di

luglio. L'Alviano, per difendere Padova, aveva sotto di lui una numerosa

armata; un figlio del doge e molti gentiluomini veneziani vi si erano

con lui chiusi, e la città era una delle più forti che allora contasse

l'Italia. Il Cardone, esposto in ogni lato al fuoco delle di lui

batterie non poteva adunare quanti guastatori bastavano per iscavare le

trincee e porsi al coperto; e le malattie che sogliono regnare nelle

campagne umide e pantanose cominciavano a incrudelire nella sua armata;

onde il 16 agosto si vide costretto a levare l'assedio ed a ritirarsi a

Vicenza. Ma questo svantaggio raddoppiò la crudeltà de' soldati, i quali

si dispersero in quelle già così ricche campagne, e vi distrussero tutto

quanto ancora restava dell'antica loro opulenza[350].

[350] _P. Paruta, l. I, p. 57._

Dopo avere alcun tempo continuati questi guasti, il vicerè volle poter

darsi il vanto d'avere diretta la sua artiglieria contro i palazzi di

Venezia. Condusse la sua armata fino alle rive della Laguna, vi bruciò

Mestre, Marghera e Fusina, e montò in batteria sulla riva alcuni pezzi

di cannone, le di cui palle percossero le mura del convento di san

Secondo. Questa bravata del generale spagnuolo cagionò ai Veneziani un

profondo dolore. Essi vedevano di giorno il fumo, di notte le fiamme de'

loro palazzi e de' loro villaggi, che gli Spagnuoli, i Tedeschi ed anche

i soldati del papa bruciavano con barbaro accanimento. Chiesero vendetta

all'impetuoso Bartolomeo d'Alviano, che a stento aveva acconsentito di

chiudersi entro le mura d'una città, e che vedendo i suoi soldati

animati dalla stessa sua collera, dal sentimento della loro forza e

dalla confidenza ne' loro capitani, si credette sicuro d'ottenerla[351].

[351] _P. Jovii Hist., l. XII, p. 198. — P. Paruta, l. I, p. 60. —

Fr. Guicciardini, l. XI, p. 53._

Gli Spagnuoli si erano troppo avanzati, eransi lasciati alle spalle la

Brenta ed il Bacchiglione coi loro infiniti canali, e due città, ognuna

delle quali conteneva un'armata. I contadini, scacciati dalle loro case,

spogliati de' loro averi, spesso maltrattati anche nella persona,

mostravansi apparecchiati a sagrificare le loro vite in servigio della

repubblica contro così feroci nemici. L'Alviano li chiamò a sè; fece

loro occupare le rive dei fiumi, le gole delle montagne, mettere ovunque

le loro vittovaglie in luoghi sicuri, e fortificare coi loro lavori i

varj trinceramenti che faceva occupare alla sua armata. Il Cardone, per

tirarsi dalla pericolosa situazione in cui si era posto, aveva presa la

strada tra Padova e Treviso. Giunto a Cittadella, poco lontano dalla

Brenta, aveva attaccato questo castello, ed era stato respinto. Ebbe la

stessa sorte, quando tentò poco al di sotto di passare la Brenta[352].

[352] _P. Jovii Hist., l. XII, p. 196. — Ejusd. Vita Ferd. Davali

Piscarii, l. I, p. 288. — P. Paruta, l. I, p. 64. — Fr.

Guicciardini, l. XI, p. 54._

Finalmente la sua cavalleria leggiere, rinnovando gli attacchi nello

stesso luogo, mentre che il Pescara guardava il fiume tre miglia al di

sopra, riuscì ad ingannare la vigilanza dell'Alviano. Gli Spagnuoli

erano omai giunti sull'opposta riva della Brenta, ma non erano perciò

fuori di pericolo. L'Alviano si trovò bentosto sulla loro strada per

precluder loro la ritirata sopra Vicenza. Fece occupare Montecchio,

lungo la via della Germania, da Gian Paolo Baglioni, che giugneva allora

da Treviso. Collocò dell'artiglieria in tutte le vantaggiose posizioni,

e col rimanente dell'armata andò ad occupare ad Olmo un piccolo rialto

che pareva fortificato dalla natura, e che trovavasi due sole miglia

lontano da Vicenza a cavaliere della strada di Verona[353].

[353] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 55. — P. Paruta, l. I, p. 68. —

P. Jovii Hist. sui temp., l. XII, p. 197. — Ejusd. Vita Ferdin.

Davali Piscarii, l. I, p. 289._

Erano gli Spagnuoli circondati da ogni banda; passarono la notte un

mezzo miglio lontani dai Veneziani alla portata della loro artiglieria,

e furono costretti di spegnere tutti i loro fuochi, perchè non

servissero di punto di mira ai nemici. Attaccare la posizione

dell'Alviano all'Olmo era un'intrapresa affatto disperata; essi vi

rinunciarono dopo averne conosciuti i pericoli; e la mattina del 7

d'ottobre volsero le spalle ai nemici, per prendere a traverso alle

montagne la strada di Bassano e di Trento. Di già avevano bruciata una

parte dei loro equipaggi, ed erano apparecchiati a perdere il rimanente,

e tutti i loro cavalli, riputandosi abbastanza felici, se potevano

giugnere colle loro armi in Germania. Siccome erano partiti senza

battere il tamburo e senza suonare le trombe, e che una densa nebbia li

copriva, l'Alviano tardò alquanto ad avvedersene: ma quando lo seppe, li

fece inseguire da Bernardo Antoniola, figliuolo di sua sorella, con un

corpo di cavalleria leggiere e due piccoli cannoni. Questi sgominò i

Tedeschi, che presero tutti la fuga, e non venne trattenuto che dalla

fanteria spagnuola colla quale il Pescara gli fece testa. Gli Stradioti,

sparsi in sui fianchi dell'armata, l'andavano stancheggiando nella sua

marcia; i contadini a migliaja scendevano dalle montagne, e senza

esporsi a verun rischio, ferivano i soldati coi loro archibugj: i carri

dell'equipaggio cominciavano ad intralciarsi ed a cagionare disordine

nella fanteria; anguste erano le strade, chiuse da fossi da tutti due i

lati, e la truppa che ritiravasi non aveva ancora fatte due miglia a

passo veloce, sebbene in buon ordine, che vide oltremodo cresciuto il

suo pericolo[354].

[354] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 55. — P. Paruta, l. I, p. 75. —

P. Jovii Hist. sui temp., l. XII, p. 198. — Ejusd. Vita Ferdin.

Davali Piscarii, l. I, p. 290._

L'Alviano aveva determinato di non dare battaglia, ma soltanto

d'accrescere la confusione dell'armata nemica tenendola tribolata, di

spingerla tra le montagne, in luoghi sterili, ove le mancassero

assolutamente le vittovaglie, e sforzarla in tal modo a capitolare. Ma

Andrea Loredano, provveditore veneziano, che lo accompagnava, si fece a

dire, ch'era finalmente giunto l'istante di vendicare tutte le atrocità

commesse dagli Spagnuoli nel Padovano, che una vigorosa carica poteva

tutta distruggere l'armata nemica, poichè il confine tedesco non era

tanto lontano, che colla pazienza e colla sobrietà spagnuola questa

stessa armata non potesse arrivarvi anche senza viveri. L'impetuoso

Alviano lasciavasi facilmente persuadere, quando trattavasi di

combattere. Distribuì con molta intelligenza le sue truppe, e le

condusse contro il nemico; ma nè i talenti, nè il coraggio del generale,

nè il favore delle circostanze possono bastare, quando i soldati non

vogliono esporsi a verun pericolo. I fanti romagnuoli, comandati da

Naldo di Brisighella, che dovevano cominciare l'attacco, vennero

ricevuti dalla fanteria spagnuola coll'ordinario suo vigore; onde

gettarono bentosto le loro picche, e cominciarono a fuggire. Tutto il

rimanente dell'armata seguì così vergognoso esempio: lo stesso Alviano

fu strascinato dai fuggitivi, ed andò a chiudersi in Padova: la maggior

parte aveva contato di ricoverarsi in Vicenza; ma questa città chiuse le

sue porte, ed i fuggiaschi vennero uccisi sotto le sue mura, o sulle

rive del Bacchiglione, nel quale molti si annegarono volendolo passare a

nuoto. Tutti gli equipaggi dell'armata veneziana caddero in mano degli

Spagnuoli, come pure non pochi prigionieri, tra i quali Gian Paolo

Baglioni, Giulio, figlio di Gian Paolo Manfroni, e Malatesta di

Sogliano. Si rinvennero fra gli estinti Alfonso Muto di Pisa, Antonio

de' Pii e suo figliuolo Costanzo, Carlo di Montone, Meleagro di Forlì,

Francesco Sassatello, Sacramoro Visconti ed Ermes Bentivoglio. Il

provveditore Loredano, di già fatto prigioniere, fu ucciso da coloro che

vennero a contesa per la sua cattura. La totale perdita de' Veneziani si

valutò quattrocento uomini d'armi e quattro mila fanti[355].

[355] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 56. — P. Paruta, l. I, p. 77. —

P. Jovii Hist., l. XII, p. 199. — Ejusd. Ferd. Davali Piscarii Vita,

l. I, p. 291. — Vita di Leon X, l. III, p. 171. — Jo. Marianae Hist.

Hisp., l. XXX, c. 21, p. 334. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 419. —

Georgens von Frundsberg Kriegzsthaten, B. I., f. 18._

Questa sconfitta non ebbe pei Veneziani le disastrose conseguenze che

potevano dapprima temerne; o sia perchè gli Spagnuoli, stanchi della

precedente campagna, non volessero di nuovo avventurarsi in un paese

nemico, o perchè la stagione delle piogge, che s'approssimava, rendesse

infatti pericolosa la continuazione della guerra in quelle basse terre.

Il Cardone ed il Pescara posero le loro truppe ai quartieri d'inverno in

Este ed in Montagnana fra le ridenti colline Euganee, che terminarono di

guastare. Prospero Colonna, che senza avere il primo rango nella loro

armata, gli aveva colla sua esperienza sottratti a molti pericoli, gli

abbandonò per passare nell'armata di Massimiliano Sforza, di cui ebbe il

comando; il senato veneto con una irremovibile costanza scrisse

all'Alviano di non disperare della salute della repubblica; e nello

stesso tempo gli mandò danaro per adunare una nuova armata[356].

[356] _P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. I, p. 292. — P. Paruta, l. I,

p. 80._

Altronde dopo che i più potenti tra i sovrani che si disputavano il

possedimento dell'Italia, più non erano gl'Italiani, le principali

azioni militari più non erano ristrette al suolo d'Italia. Così ruinato

era il paese, che omai trovavansi a stento i viveri per le armate, e

riusciva ancora più difficile in sforzare le città a pagare grosse

contribuzioni. Il popolo era così calpestato, ed era stato così

barbaramente trattato, ch'egli stava sempre apparecchiato a ribellarsi;

ogni armata ben sapeva, che se aveva la sventura d'essere disfatta,

tutti i fuggiaschi verrebbero uccisi dai contadini. Perciò invece di

mandare da lontane parti soldati in Italia, e con loro munizioni, armi,

danaro e vittovaglie, le potenze rivali, le quali vedevano che la guerra

più non nudriva la guerra, cominciavano a trovare più comodo di

combattere in maggiore vicinanza della loro residenza[357].

[357] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XIII, p. 220._

In questo stesso anno i nemici della Francia l'avevano attaccata ne'

suoi proprj confini. Enrico VIII d'Inghilterra, in esecuzione del

trattato di Malines, conchiuso il 5 d'aprile col papa, coll'imperatore e

col re d'Arragona, aveva nel mese di maggio fatto passare la sua armata

a Calè, ed il 17 di giugno aveva assediata Terovane[358]. A

quest'assedio diede celebrità una nuova sciagura della Francia. Il duca

di Longueville, che comandava l'armata di Lodovico XII, volendo

introdurre soccorsi in Terovane, mandò il 16 d'agosto un corpo

d'Albanesi a gettare nelle fosse della città alcune munizioni ch'essi

avevano caricate sul collo de' loro cavalli, e nello stesso tempo aveva

fatti avanzare da un'altra banda i suoi uomini d'armi con ordine di

ritirarsi di galoppo, tostocchè vedrebbero gl'Inglesi, onde allontanarli

da Terovane. Ma questi cavalieri, che si scontrarono negl'Inglesi più

presto che non credevano, eseguirono con tanta sollecitudine l'ordine

del loro generale, che gli uni comunicando agli altri il terrore, tutta

l'armata fu posta in rotta. Il duca di Longueville, Bajardo, La Faiette

e Bussy d'Amboise, furono fatti prigionieri, sebbene non inseguiti che

da quattro in cinquecento cavalli. Questa sconfitta senza battaglia

conservò il nome di _giornata degli speroni_; cui il 22 agosto tenne

dietro la presa di Terovane, ed il 24 di settembre quella di

Tournai[359].

[358] _Rymer Acta publica, t. XIII, p. 358. — Rapin Thoyras Histoire

d'Anglet., t. XV, p. 63. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 421. — P. Jovii

Hist. sui temp., l. XI, p. 176._

[359] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 145. — Mém. de Martin du

Bellay, l. I, p. 21. — Mém. du chev. Bayard, ch. LVII, p. 339-354. —

Rapin de Thoyras Hist. d'Anglet., l. XV, p. 72. — Fr. Guicciardini,

l. XII, p. 62. — P. Jovii Hist. sui temp., t. XI, p. 176._

La repubblica di Venezia non solo riceveva danno dalle sventure della

Francia, ma risentiva ancora i contraccolpi del disastro del re di

Scozia, alleato di Lodovico XII. Questo re, chiamato Giacomo IV, mosso

da un sentimento cavalleresco, aveva voluto fare una diversione a favore

del re di Francia, che vedeva avere sulle braccia quasi tutta l'Europa;

ma nella fatale battaglia di Flowden era stato ucciso il 9 di novembre

con mille dugento Scozzesi, tredici lordi, moltissimi baroni ed otto in

dieci mila soldati[360].

[360] _Buchanani rer. Scot. Hist., l. XIII, p. 429. editio Trajecti

ad Rhenum, 1697. — Robertson's History of Scotland, B. I, p. 38. —

P. Jovii Hist. sui temp., l. XI, p. 178-186. — Fr. Guicciardini, l.

XII, p. 64. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 425._

In pari tempo quindici mila Svizzeri erano entrati in Borgogna

accompagnati da Ulrico, duca di Wirtemberga, con un corpo di cavalleria

tedesca e di nobiltà della Franca Contea. Essi avevano assediato

Digione, ove La Tremouille si era valorosamente difeso sei settimane. Ma

quando questo generale conobbe che non poteva più lungamente resistere,

e che l'acquisto di Digione aprirebbe agli Svizzeri tutte le province

interne della Francia, si fece in settembre a trattare con loro

senz'esserne autorizzato dal re. Promise che Lodovico loro pagherebbe

quattrocento mila scudi d'oro, ch'egli evacuerebbe tutte le fortezze che

ancora occupava in Italia, e rinuncierebbe a tutti i suoi diritti sul

ducato di Milano. Per l'esecuzione di tali promesse, che pure non

lusingavasi troppo di vedere ratificate dal re, La Tremouille consegnò

per ostaggi il proprio nipote, il signore di Mezieres, figlio del

cancelliere di Francia, e quattro borghesi di Digione[361].

[361] _Mém. de Louis de la Tremouille, ch. XV, p. 191-199. — Mém. de

Fleuranges, p. 139. — Mém. du chev. Bayard, ch. LVII, p. 356. — Mém.

de Martin du Bellay, t. XVII, l. I, p. 24. — P. Jovii Hist. sui

temp., l. XI, p. 187. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 63._

A tante sventure s'aggiunse ancora la burrasca che il 15 d'ottobre

sorprese la flotta francese tra Calè ed Honfleur, e fece perire molte

navi[362]; e l'incendio di Venezia, cominciato accidentalmente, il 13 di

gennajo, nelle botteghe del ponte di Rialto, e che, spinto da gagliardo

vento, si estese sulla più popolata e mercantile parte della città.

Furono consumati due mila tra case e magazzini con tutte le ricchezze

che contenevano; e la repubblica, di già spossata da cinque anni

d'infelice guerra, perdette tanto in una sola notte, quanto avrebbe

speso in tutta una campagna[363].

[362] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XI, p. 190._

[363] _Ivi, l. XII, p. 203. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 69. — P.

Paruta Hist. Ven., l. II, p. 168._

Ma quegli stessi che fin allora avevano lavorato con tanto accanimento

per la ruina della Francia, cominciavano ad essere inquieti de' troppo

prolungati successi de' suoi nemici. Il papa non ignorava che Lodovico

XII aveva più volte proposto a Massimiliano di fare sposare sua figlia

Renata ad uno de' di lui nipoti, dandole in dote il Milanese. Di già

s'avvicinava l'istante in cui Carlo, il primogenito dei nipoti di

Massimiliano, riunirebbe le due immense eredità delle case d'Austria e

di Spagna. L'unione di tanti stati, che doveva distruggere ogni

indipendenza per la santa sede e per l'Italia, richiamava a dir vero

l'attenzione degli uomini assai meno che non sarebbesi creduto; tanto è

difficile il trasportarci col pensiero a tempi assolutamente diversi da

quelli che si hanno continuamente innanzi gli occhi. Ma senza fissare i

loro sguardi sopra un avvenimento così vicino, e che loro sembrava tanto

lontano, sentivano i politici dell'Italia, che l'assoluto abbassamento

della Francia li lasciava in balìa alla rapacità degli Spagnuoli, alla

brutalità dei Tedeschi, ed alla insolenza degli Svizzeri, che, più

formidabili di tutti gli altri, si erano di già renduto vassallo il duca

di Milano, e che non tarderebbero, vendendo la loro protezione agli

altri piccoli stati d'Italia, di tutti ridurli nel medesimo stato di

dipendenza[364]. D'altra parte le rivoluzioni accadute nello stesso

tempo nell'impero ottomano inspiravano grandissimo terrore a tutta

l'Europa: Selim aveva balzato dal trono suo padre, Bajazette II, l'11

aprile del 1512, ed aveva in appresso fatti perire i suoi fratelli e

tutti i loro figli. Sapevasi che il nuovo sultano non era meno valoroso

che crudele, ch'era amato dai soldati, che desiderava la guerra e che

aspirava a conquistare l'Italia, ove i Cristiani colle loro nimicizie si

erano inabilitati a resistergli. In fatti, se le provocazioni d'Ismaele

Sofì non avessero richiamato sulla Persia il turbine che minacciava

l'Europa, è verosimile che in tale epoca l'Italia sarebbe caduta in

potere dei Turchi[365].

[364] Nelle lettere tra il Macchiavelli e Francesco Vettori, nelle

quali si pongono in disamina gli avvenimenti che prevedevano, la

successione di Carlo V, non è ricordata una sola volta come soggetto

di timore, mentre che l'ambizione e l'onnipotenza degli Svizzeri

occupano sempre questi due politici. _Macch. Lett. fam., N.º 16-39,

p. 41-142._

[365] _Alfonso de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 13 e 42. — P.

Paruta Stor. Venez., l. II, p. 85. — Macchiavelli Lett. fam. passim.

— P. Jovii Hist. sui temp., l. XIV, p. 256._

Finalmente Leone X pensò di proposito a porre l'Italia in sicuro da

tanti pericoli. La guerra di Massimiliano colla repubblica di Venezia

era il solo pretesto della continuazione delle ostilità: Leone, avendo

inutilmente cercato di riconciliare le due potenze, e non potendo

ridurre l'imperatore ad acconsentire a moderate condizioni, ottenne per

lo meno di essere dalle parti scelto per arbitro. I Veneziani

acconsentirono a rinunciare alla restituzione di Verona, purchè i

castelli di Gange e di Valeggio fossero loro lasciati, onde conservare

una comunicazione colle province situate al di là del Mincio. Dal canto

suo Massimiliano promise che si sospenderebbero le ostilità finchè

durerebbero le negoziazioni; ma i suoi ufficiali tedeschi, non

altrimenti che i generali spagnuoli, lungi dall'osservare la tregua, ne

approfittarono, abusandosi della sicurezza che questa inspirata ai

contadini, per ricominciare i loro saccheggj: il cardinale di Gurck

cercò di attraversare il negoziato, e riusciva farlo andare a

monte[366].

[366] _P. Paruta Stor. Ven., l. I, p. 139. — Fr. Guicciardini, l.

XII, p. 70._

In pari tempo Leon X si mostrò disposto a riconciliarsi colla Francia,

purchè Lodovico XII rinunciasse allo scisma ed alla protezione del

concilio di Pisa. Era questo talmente caduto in dispregio, che il

sostenerlo omai più non offriva verun vantaggio politico, mentre che

Anna di Bretagna, moglie di Lodovico XII, punto non dubitava che le

scomuniche della santa sede non dovessero produrre l'eterna sua

dannazione e quella di suo marito. Due de' cardinali che lo avevano

convocato, Bernardo Carvajale e Federico di Sanseverino, erano stati

fatti prigionieri in Toscana, mentre recavansi al conclave in cui fu

creato Leon X. Si erano questi umiliati innanzi a lui, avevano abbjurato

lo scisma, ed erano perciò stati ristabiliti nella loro dignità[367].

Pochissimi prelati trovavansi tuttavia adunati in Lione per servire alla

politica del re; ma la gran massa de' Francesi gli aveva in conto di

scismatici, ed essi stessi si credevano probabilmente colpevoli.

Finalmente Lodovico XII acconsentì ad abbandonarli. Con un atto firmato

a Corbia, il 26 d'ottobre, e letto nel concilio di Laterano nell'ottava

sessione, il 17 di dicembre, Lodovico rinunciò al conciliabolo di Pisa,

aderì al concilio di Laterano, e premise che sei de' prelati che avevano

seduto tra gli scismatici verrebbero similmente ad abbjurare in Roma a

nome di tutta la chiesa gallicana[368].

[367] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 48. — P. Jovii Hist. sui temp.,

l. XI, p. 190. — Par. de Grassis, t. IV, p. 47, ap. Rayn. Ann.

Eccles., § 44, t. XX, p. 142._

[368] _Fleury Hist. Eccl. Liv. CXXIII, § 128. — Ann. Eccl. Rayn.

1513, § 61, p. 147, § 85, p. 154. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XI,

p. 191. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 65. — Fr. Belcarii, l. XIV,

p. 416._

Tosto che la Francia ebbe rinunciato allo scisma, Leon X si credette

autorizzato a riprendere verso di lei il carattere di comun padre de'

Cristiani, ed a non dare più soccorso ai di lei nemici. Cercò pure in

principio del 1514 di renderle più segnalati servigj, ed in particolare

a riconciliarla cogli Svizzeri: rappresentò ai cantoni tutta

l'estensione del pericolo cui si esponevano riducendo Lodovico XII a una

separata convenzione con Massimiliano, il di cui prezzo sarebbe

l'abbandono del ducato di Milano alla casa d'Austria; quanto la lunga

nimicizia degli Austriaci renderebbe, rispetto a loro, perniciosa

l'unione dell'Italia alla Germania sotto il dominio di quella ambiziosa

casa. Dall'altro canto Leon X voleva persuadere Lodovico XII a

ratificare la convenzione di Digione, rappresentandogli che se giammai

le circostanze diventavano più favorevoli, non troverebbesi imbarazzato

a far rivivere sul ducato di Milano i diritti, cui oggi volevasi che

rinunciasse[369].

[369] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 66._

Nello stesso tempo Ferdinando aveva rinnovata per un altro anno la

tregua di Orthes tra la Francia e la Spagna; e per tal modo mancava

formalmente agl'impegni contratti con suo genero Enrico VIII; lo aveva

lusingato colla vana speranza delle conquiste da farsi in Francia, e lo

abbandonava poi quando si doveva ridurre la promessa ad effetto. Era la

terza volta dopo il cominciamento di questa guerra, che lo ingannava,

sagrificandolo alla privata sua ambizione. Enrico VIII, sdegnato di

vedersi ingannato così sfacciatamente da suo suocero, si mostrò disposto

a pacificarsi colla Francia. Era morta il 9 di gennajo del 1514 Anna di

Bretagna: Lodovico XII, rimasto vedovo, fece chiedere in matrimonio

Maria, sorella d'Enrico VIII, perchè servisse di arra ad una intera

riconciliazione tra la Francia e l'Inghilterra. La negoziazione fu

lunga; ma sospese le ostilità fino al 7 agosto del 1514; nel qual giorno

due trattati furono sottoscritti in Londra, uno per ristabilire la pace

tra la Francia e l'Inghilterra, e in questo la repubblica di Venezia fu

nominata tra gli alleati delle due corone, l'altro per regolare le

condizioni del matrimonio tra Lodovico XII e la principessa Maria[370].

[370] _Rymer Acta publica, l. XIII, p. 413. — Rapin de Thoyras,

Hist. d'Anglet., l. XV, p. 87 e seg. — Mém. de Bayard, ch. LVIII, p.

358. — Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 154, 157. — Mém. de du Bellay,

l. I, p. 27. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 429. — Fr. Guicciardini, l.

XII, p. 73. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XIV, p. 289. — P. Paruta

Hist. Ven., l. II, p. 146._

Così da ogni banda era sospesa la guerra ai confini della Francia:

imperciocchè, sebbene gli Svizzeri cercassero d'offendere questa corona

col più ingiurioso procedere, non uscivano per altro dalle loro

montagne. Lodovico XII, spossato dai rovesci del precedente anno, aveva

per questa campagna rinunciato a mandare un'armata in Italia, ancorchè

annunciasse gli apparecchi d'una nuova spedizione, per non iscoraggiare

del tutto i suoi alleati. Finalmente le fortezze, che i Francesi avevano

conservate in Italia, dopo essersi difese con eroico coraggio, furono

forzate di capitolare; quelle di Milano e di Cremona in giugno del 1514,

e la Lanterna di Genova soltanto il 26 d'agosto. Ottaviano Fregoso, doge

di Genova, per ridurre alla resa la guarnigione della Lanterna, che

aveva di già consumate le vittovaglie e le munizioni, le pagò ventidue

mila scudi di soldo arretrato: fece poscia spianare la fortezza,

affinchè nè un principe straniero, nè un altro doge, nè egli stesso,

potessero valersene per tenere la patria in ischiavitù[371].

[371] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XII, p. 201, 217. — Uberti

Folietae Gen. Hist., l. XII, p. 715. — Petri Bizarri, l. XVIII, p.

437. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 76._

La guerra omai più non facevasi che nel territorio della repubblica di

Venezia; ed anche colà l'esaurimento di tutte le potenze l'aveva ridotta

ad essere trattata con deboli armate, che mai non conducevano a fine

veruna strepitosa azione. Massimiliano, sempre egualmente incoerente,

sempre incapace di tener dietro ai suoi progetti con sufficiente

costanza per condurli a termine, o per abbandonarli quando vedeva

l'impossibilità di eseguirli, si ostinava a non fare la pace coi

Veneziani; pure egli non recavasi contro di loro personalmente, e non

mandava per questa guerra nè generali, nè soldati, nè munizioni, nè

danaro. Dopo la morte di sua moglie aveva formato il progetto

d'approfittare della prima vacanza della santa sede per farsi nominare

papa. Prometteva in tal caso di rinunciare alla corona imperiale in

favore di Carlo, suo nipote, ed impegnava Ferdinando il Cattolico a

favoreggiare questa bizzarra ambizione[372]. Nello stesso tempo i suoi

vassalli ed i suoi contadini tenevano viva la guerra ai confini dello

stato veneto. Alcuni baroni tedeschi, seguiti da alcune migliaja

d'uomini levati nelle milizie del vicinato, penetravano ora nel Friuli,

ora nella Marca Trivigiana; sorprendevano le piccole città, bruciavano i

castelli, guastavano le campagne, e tornavano bentosto ai loro focolari

dopo avere accresciuta la miseria e la disperazione degli sventurati

agricoltori, senza però in verun modo aver contribuito a terminare la

lunga lite del loro padrone[373].

[372] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 65._

[373] _Ivi, p. 69. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XII, p. 207. — P.

Paruta, l. II, p. 90 e seg._

Tra i più attivi e crudeli vassalli di Massimiliano che trattavano

questa piccola guerra, si distinse Cristoforo, figliuolo di Bernardino

Frangipane; un giorno sorprese un villaggio del territorio di Marano, i

di cui abitanti avevano dato singolari prove del loro attaccamento alla

repubblica, e fece a tutti cavare gli occhi e tagliare l'indice della

mano destra[374]. Verun altro contribuì più di costui alla desolazione

del Friuli, veruno lo invase più frequentemente, commettendovi maggiori

guasti o crudeltà. D'altra parte diede motivo ad alcuni capitani

veneziani d'acquistarsi nome combattendolo, tra i quali ricorderò

Girolamo Savorgnano, che difese contro di lui Osofo, e Giovanni Vettori,

che all'ultimo lo fece prigioniere[375].

[374] _P. Paruta, l. II, p. 91. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XII,

p. 209._

[375] _P. Paruta Ist. Ven., l. II, p. 102, 115. — Fr. Guicciardini,

l. XII, p. 71. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XII, p. 208._

Bartolommeo d'Alviano, che aveva adunata una nuova armata a Padova ed a

Treviso, colla quale faceva testa a Raimondo di Cardone ed agli

Spagnuoli, otteneva sopra di loro piccoli vantaggi; e colla sua

risoluzione, colla prontezza e sagacità delle sue misure, avvezzò

nuovamente i soldati ad affrontare il pericolo, e loro ispirò

confidenza. Condusse parte della sua armata nel Friuli, sconfisse il

Frangipane, e gli fece levare l'assedio d'Osofo, indi tornò alla sua

stazione a Padova, prima che gli Spagnuoli avessero potuto approfittare

della sua lontananza. Anzi pochi giorni dopo sorprese gli Spagnuoli ad

Este, di cui s'impadronì, e nella quale trovò i loro magazzini;

all'ultimo sorprese ancora Rovigo, ove smontò quasi tutta la loro

cavalleria, facendo loro molti prigionieri. Sebbene schivasse sempre una

generale battaglia, dietro espresso ordine del senato, ottenne poco a

poco di distruggere quell'armata, ch'era stata si lungo tempo così

formidabile[376].

[376] _P. Paruta Stor. Ven., l. II, p. 135. — Fr. Guicciardini, l.

XII, p. 79. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XII, p. 214._

Renzo di Ceri sostenevasi sempre in Crema con una guarnigione veneziana;

e non solo vi si difendeva contro tutti gli attacchi de' nemici, contro

la fame e la peste, malgrado privazioni d'ogni genere; ma faceva inoltre

delle sortite per levare contribuzioni in tutte le vicine piazze, per

sorprendere i quartieri delle truppe di Massimiliano Sforza, per

occupare la stessa città di Bergamo, che dovette in appresso evacuare

per capitolazione; ed in queste province, separate dalla capitale dalle

armate nemiche, mantenne l'onore del nome veneziano e la confidenza

nella fortuna della repubblica[377].

[377] _P. Paruta Hist. Ven., l. II, p. 137. — Fr. Guicciardini, l.

XII, p. 79. — P. Jovii Hist., l. XII, p. 203._

Fino a tale epoca non si vedeva quale vantaggioso effetto avessero

prodotto le negoziazioni che Leon X manteneva tra la repubblica di

Venezia e Massimiliano, tra il re di Francia e gli Svizzeri; veruna

delle incominciate pacificazioni eransi ridotte a fine, ed omai si

cominciava a diffidare della di lui buona fede. In fatti nelle sue

lettere confidenziali, egli affrettava tanto più Lodovico XII ad entrare

quest'anno medesimo in Italia, quanto meno lo credeva disposto a tale

intrapresa[378]; lo assicurava del suo attaccamento agli interessi della

Francia, e faceva sposare a suo fratello, Giuliano, Filiberta di Savoja,

sorella della madre di Francesco I; insisteva intorno a questo

matrimonio, conchiuso il 10 maggio del 1513, ma che non si celebrò in

Torino che in febbrajo del 1515[379]; e nello stesso tempo mandava

Pietro Bembo in legazione a Venezia per persuadere questa repubblica a

staccarsi dalla Francia ed a riconciliarsi coll'imperatore e col re di

Spagna[380].

[378] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 75._

[379] _Guichenon, Hist. généal. de la maison de Savoie, t. II, p.

179. — P. Giovio Vita di Leon X, t. III, p. 174. — Jac. Nardi, l.

VI, p. 275._

[380] _P. Paruta Stor. Ven., l. II, p. 140. — Fr. Guicciardini, l.

XII, p. 77._

Il nuovo pontefice punto non si rassomigliava al suo predecessore, nulla

avendo di quel carattere severo, irascibile, implacabile di lui. Per lo

contrario aveva co' suoi familiari maniere affatto amene e graziose; la

protezione che accordava alle arti ed alle lettere, i beneficj che a

larga mano spargeva sui dotti, sui poeti, sugli artefici venivano

celebrati in tutta l'Europa con profusione di lodi. Ma d'altra parte

Leone non aveva nè la lealtà, nè l'elevato carattere di Giulio II. Tutte

le sue negoziazioni erano associate alla falsità ed alla perfidia;

sempre parlando di pace, ovunque soffiava il fuoco della guerra; ed i

popoli d'Italia, oppressi da tante barbare armate, non valevano a

risvegliare la di lui pietà, nè influivano sulla di lui condotta. La sua

ambizione non era minore di quella di Giulio II, e non poteva vestirla

agli occhi proprj con così rispettabili titoli. Non erano più

l'indipendenza dell'Italia, o la potenza della Chiesa, che dirigevano le

azioni del pontefice, ma solamente l'aggrandimento della propria

famiglia.

Aveva Leon X promesso a suo fratello Giuliano di formargli un illustre

stato, ed a tale condizione lo aveva persuaso a rinunciare a favore di

Lorenzo, figlio di Pietro de' Medici, alla direzione della repubblica

fiorentina. Aveva intenzione di formare per Giuliano una nuova sovranità

cogli stati di Parma e di Piacenza, ai quali voleva aggiugnere Modena e

Reggio, spogliandone la casa d'Este; perciocchè sebbene avesse da

principio prodigato al duca Alfonso le più lusinghiere promesse, sebbene

gli avesse, in occasione del suo coronamento, fatto tenere il gonfalone

della Chiesa, non aveva ancora rivocate le sentenze contro di lui

pronunciate dal suo predecessore. Gli aveva promessa la restituzione di

Reggio entro un determinato tempo; ma due volte era scaduto questo

termine, e due volte aveva mancato alla sua promessa. Finalmente aveva

fomentata una congiura dei Rangoni, gentiluomini modenesi, che in

settembre del 1514 avevano arrestato Vito Fürst, governatore imperiale

della loro città; e, mediante il pagamento di quaranta mila fiorini,

egli si era dall'imperatore fatto cedere il dominio di quella

città[381].

[381] _Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 315. — P. Giovio Vita di Alfonso

d'Este, p. 96. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 77._

Col mostrarsi affezionato alle case d'Austria e d'Arragona sperava Leon

X d'ottenere l'assenso loro per formare a favore di suo fratello una

sovranità cispadana, smembrandola dai ducati di Milano e di Ferrara; ma

i Veneziani gli facevano sperare l'ajuto della Francia per un progetto

di tutt'altra importanza, quello di collocare suo fratello sul trono di

Napoli, cacciandone il re d'Arragona. L'universale desiderio

degl'Italiani di scuotere il giogo de' barbari poteva in fatti

procacciare applausi a questo tentativo, e la vicendevole gelosia delle

potenze straniere, le quali non volevano lasciare ai loro rivali ciò

ch'esse erano forzate di abbandonare, poteva procurargliene l'appoggio.

I Medici portavano le loro speranze non solo a conseguire il regno di

Napoli per Giuliano, ma ancora ad avere il ducato di Milano per Lorenzo,

ed appoggiavano i loro politici calcoli alle profezie d'un monaco, di

cui mostravano una lettera, ch'esso, dicevano, aveva scritta dopo la sua

morte[382].

[382] Questa lettera sottoscritta _Frate Angelo morto_ venne

comunicata in Roma agli amici di Giuliano pochi mesi dopo l'elezione

di suo fratello, _Jac. Nardi, l. VI, p. 276_. — Intorno alla

proferta dei Veneziani può leggersi _Paol. Paruta Stor. Venez., l.

II, p. 121._

Frattanto Leon X correva rischio di trovarsi preso dalle sue capziose

negoziazioni. Lodovico XII lo affrettava a dichiararsi, e ad appoggiarlo

nella spedizione che meditava per la campagna del 1515. Gli mostrava

come i Veneziani si andavano rialzando colla loro costanza dalle

sofferte perdite, mentre Bartolomeo d'Alviano, loro generale, ricuperava

con una serie di felici sebbene piccoli avvenimenti quella riputazione

che perduta aveva in due grandi sconfitte. Gli ricordava l'alleanza

ch'egli aveva recentemente conchiusa con Enrico VIII d'Inghilterra, e

che gli assicurava per la vicina spedizione i soccorsi di quella stessa

potenza che aveva fatta mancare la precedente. Faceva riflettere al

pontefice quanto sarebbe imprudente consiglio l'affidarsi alle promesse

di Ferdinando e di Massimiliano, de' quali non era meno nota la povertà

che la mala fede. Lo invitava a mettersi in guardia contro l'ambizione

di questi due principi, che aspiravano niente meno che al dominio di

tutta l'Italia; mentre ne' tempi in cui egli medesimo ne possedeva i due

più potenti stati, egli aveva rispettata l'indipendenza di tutti gli

altri. Nello stesso tempo non aveva Lodovico XII tenuti segreti

gl'inviti fattigli da Leon X di passare in Italia, ed aveva in tal modo

renduto il pontefice sospetto agli altri di lui alleati. Pareva giunto

l'istante in cui vedrebbesi il papa forzato a dichiararsi scopertamente,

e far conoscere chi avesse voluto ingannare, o il re di Francia, o gli

Svizzeri, o Massimiliano e Ferdinando, oppure i Veneziani[383].

[383] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 80._

Ma l'inaspettata morte di Lodovico XII, accaduta il 1.º di gennajo del

1515 ritardò ancora per poco tempo una dichiarazione che sembrava

imminente. Lo sproporzionato matrimonio di questo monarca, in età di

cinquantaquattro anni, con una bellissima principessa di diciotto, venne

risguardato come cagione della sua morte. La breve malattia che

conducevalo al sepolcro aveva tutti i caratteri del rifinimento. In

tempo delle medesime feste delle nozze fatte in Abeville il 9 ottobre, e

continuate in Parigi per sei settimane con giostre e tornei, il re

trovavasi così debole, che rimase costantemente sul suo letto di riposo.

«A cagione di sua moglie, dice il leale servitore di Bajardo, aveva il

re mutata affatto la sua maniera di vivere, perciocchè invece che era

solito di pranzare alle otto ore, conveniva che pranzasse a mezzogiorno;

invece di porsi a letto secondo il suo costume alle sei ore della sera

spesso non si coricava che a mezzanotte, onde cadde infermo in sulla

fine di dicembre; dalla quale malattia non potendolo liberare veruno

umano rimedio, spirò il primo di gennajo seguente, dopo la

mezzanotte[384].»

[384] _Mém. du chev. Bayard, ch. LVIII, p. 361. — Mém. de mess.

Martin du Bellay, l. I, p. 37-39. — Mém. de Fleuranges, t. XVI, p.

163. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 82. — Fr. Belcarii, l. XIV, p.

433. — P. Jovii Hist. sui temp., l, XIV, p. 289._

Lodovico XII, che per alcuni mesi venne riconosciuto come re di Napoli,

e che regnò più di dieci anni sul ducato di Milano, dev'essere

considerato come uno de' sovrani d'Italia; ed il suo carattere non ebbe

che troppa influenza sui destini di questa contrada. Fu generalmente

accusato d'avarizia; ed infatti alienò gli Svizzeri, e per un risparmio

mal inteso e fuori di luogo fece spesso mancare i successi delle sue

armate. Pure quest'economia, sebbene eccessiva, fu quasi la sola virtù

che gli meritò l'onorato titolo di padre del popolo; perciocchè

risparmiò le imposte de' suoi sudditi più ancora che i proprj tesori.

Altronde non ravvisavasi in lui veruna di quelle qualità che si ammirano

ne' grandi uomini o ne' grandi re. Privo di forza di carattere, e di

spirito indeciso, era abitualmente condotto, ed aveva bisogno di

esserlo; ma non sapeva prendere per sue guide uomini a lui superiori. I

suoi favoriti erano quasi tutti deboli al pari di lui, la loro politica

quasi sempre male intesa, ed inoltre quasi sempre senza fede. Non meno

ambizioso che se la natura gli avesse dati i talenti d'un conquistatore,

mai non cessò di combattere pel possedimento del regno di Napoli e del

ducato di Milano, e perdette l'uno e l'altro per propria colpa, dopo

avere attirati sopra la Francia i più sanguinosi disastri[385]. Non meno

perfido, che se invecchiato fosse nello studio della politica, detta

macchiavellica, fu infedele a tutti i trattati, indegnamente tradì

l'amicizia de' suoi alleati, i Fiorentini, i Veneziani, il re di

Navarra, il duca di Ferrara, i Bentivoglio, i piccoli principi di

Romagna, ed il principe di Piombino. Fu il principale autore della lega

di Cambrai contro i Veneziani, suoi alleati; e questa perfidia

pareggiava quella cui erasi associato contro Federico, re di Napoli. Per

altro non era alla ragione di stato ch'egli sagrificava in tal guisa la

sua parola ed il suo onore; poichè ognuna di queste violazioni de'

trattati non era meno imprudente ed impolitica, che contraria alla buona

fede.

[385] Noi abbiamo un papa savio, e questo grave e rispettato (la

lettera doveva venire nelle di lui mani); un imperatore instabile e

vario; un re di Francia sdegnoso e pauroso; un re di Spagna taccagno

e avaro; un re d'Inghilterra ricco, feroce e cupido di gloria; gli

Svizzeri bestiali, vittoriosi e insolenti; noi altri d'Italia

poveri, ambiziosi e vili; per gli altri re io non li conosco. Lett.

a Fr. Vettori del 26 agosto 1513 t. VIII, p. 88.

Quando Lodovico XII si trovò personalmente alla testa delle sue armate,

ed in particolare nella prima campagna contro i Veneziani, diede non

dubbie prove di crudeltà. Ma in mezzo alle battaglie i patimenti ed i

pericoli personali spengono tutti i più delicati sentimenti; e le

atrocità commesse contro il governatore di Peschiera e di suo figliuolo,

sono una minor prova della durezza del suo cuore, che il crudele

trattamento fatto al suo rivale, Lodovico Sforza. Egli lo tenne dieci

anni in una prigione o in una gabbia di ferro; gli negò la consolazione

inutilmente invocata d'avere libri e mezzi di scrivere nella sua

solitudine, e permise che morisse disperato, senza veruna distrazione,

senza verun alleviamento di spirito[386].

[386] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XIV, p. 289._ — Lodovico XII

raccontando al Macchiavelli, allora in legazione presso di lui, la

presa di Monselice, e la carnificina della guarnigione, che fu

segnalata da orribili crudeltà, gli disse ridendo: «Io fui tenuto,

anno, un mal uomo, quando nella giornata dove io era si ammazzò

tanti uomini: adesso monsignore di Ciamonte sarà tenuto quel

medesimo.» _Macchiav. Legaz. Lett. di Blois 29 luglio 1510, t. VII,

p. 343._

Lodovico XII fece nascere lo scisma nella Chiesa. Visse lungo tempo

scomunicato, e tenne il suo regno sotto l'interdetto: ciò non pertanto

era superstizioso, e dopo di avere lungo tempo sagrificata la religione

alla politica, sagrificò l'una e l'altra alla bigotteria. La privata

dolcezza del suo carattere non merita maggiori elogj della sua condotta

pubblica. Il divorzio della prima moglie fu un insigne esempio

d'ingratitudine, di falsità, di disprezzo per ogni decenza. Non ebbe

altro motivo che l'amore da lui compito per la seconda, allora moglie di

suo cognato; e quando in età avanzata perdette anche quest'ultima,

consacrò appena qualche settimana alla di lei memoria, e chiese subito

la mano d'una terza sposa nel fiore dell'età, il di cui amore gli costò

la vita. Questa dal canto suo, per una specie di rappresaglia, non gli

recava che un cuore di già consacrato a Carlo Brandon, duca di Suffolck,

che sposò segretamente due mesi dopo la morte di Lodovico XII[387].

[387] _Rapin Thoyras Hist. d'Anglet., l. XV, p. 98. — Mém. de

Fleuranges, p. 169._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16) · 第 7 / 13 题