_Sommissione del duca di Ferrara al papa, e sua fuga da Roma.
Ingresso degli Spagnuoli in Toscana; sacco di Prato; deposizione
del Soderini; richiamo dei Medici al governo di Firenze.
Discordie tra i confederati della santa lega; nuove
negoziazioni; morte di Giulio II._
1512 = 1513.
Quando osserviamo atti di ferocia, ingiuste e vergognose violenze,
macchiare le rivoluzioni colle quali i popoli servi tentarono di
ricuperare la propria indipendenza, ci sentiamo spesse volte inclinati a
supporre in queste nazioni un odio profondo, inveterato, implacabile
contro i loro oppressori, a credere che l'abbiano saputo dissimulare
finchè non si era presentata loro l'opportunità di scuotere il giogo, e
che al presentarsi di favorevole occasione gli dessero libero sfogo.
Sebbene l'odio, o lo spirito di vendetta annoverare non si possano tra i
nobili sentimenti dell'uomo, una tal quale involontaria ammirazione si
attacca a tutti i vigorosi affetti; la sola loro intensità eccita una
specie di simpatia, e sonosi veduti talvolta uomini umani e filosofi
scusare, e predicare perfino, quelle vendette popolari che loro
sembravano acconce a ravvivare l'energia degli oppressi.
Per altro facevano quasi sempre soverchio onore ad una malvagia azione,
attribuendola ad un nobile motivo. La ferocia de' popoli è d'ordinario
il sintomo della viltà e della debolezza. L'odio che si manifesta con
una così violente esplosione, nasce per l'ordinario solamente
nell'istante in cui non si corre verun pericolo nel soddisfarlo. La è
una delle cattive inclinazioni della natura, un'inclinazione che si
manifesta in ogni occasione negli animali, ne' fanciulli e nel popolo
ignorante, quella d'attaccare colui che sembra incapace di difendersi. I
timidi uccelli opprimono col becco il compagno ammalato; i cani
inseguono con furore l'uomo o l'animale che fugge; i fanciulli insultano
l'idiota, lo scemo, che loro dovrebbe ispirare compassione; e la bassa
plebe oltraggia con ogni specie d'insulti lo sciagurato esposto alla
berlina, quantunque talvolta non ne conosca il delitto. Tostocchè le
viene indicata come oggetto della sua collera una setta, un partito, una
nazione, la plebe, senza esaminare i loro torti, senza neppure
intenderne il nome, s'irrita, si agita e si porta agli estremi oltraggi,
ai più sfrenati atti di ferocia, sebbene niun ragionevole motivo abbia
potuto eccitare il suo risentimento. A stento un'armata che fugge può
sottrarsi alla persecuzione di que' medesimi contadini, che prima della
battaglia facevano voti perchè fosse vittoriosa.
I Francesi erano obbligati ad evacuare l'Italia; ognuno credette d'avere
contro questi spossessati padroni i più legittimi motivi di malcontento,
perchè ognuno volle far uso di tutto il potere che momentaneamente
aveva, e perchè, esaltato dall'emozione che sempre comunica la
moltitudine, suppose essere un suo proprio sentimento l'effetto delle
grida e delle ingiurie che risuonavano alle sue orecchie. Pochi giorni
prima l'armata spagnuolo-pontificia era stata sconfitta nella battaglia
di Ravenna, ed i fuggitivi, attraversando di nuovo lo stesso stato del
papa, erano stati spogliati, maltrattati, uccisi; gl'Italiani dai loro
compatriotti, gli Spagnuoli da uomini, che ancora non avevano avuto
tempo d'essere da loro vessati. Qualunque volta i Tedeschi erano
perdenti nella Marca Trivigiana o nel Friuli, lo scatenamento de'
contadini di quelle contrade, che tanto avevano sofferto, era lo stesso
contro di loro. Venne la volta loro anche pei Francesi, quando meno se
l'aspettavano, e furono esposti come i loro rivali a tutti i furori del
popolaccio.
Le quattro straniere nazioni, che in allora guerreggiavano in Italia,
avevano tutte dato prova d'insaziabile cupidigia e di terribile ferocia.
Gli Spagnuoli, i Tedeschi, gli Svizzeri, i Francesi, non potevano per
questo rispetto vicendevolmente nulla rimproverarsi. Soltanto i Francesi
non aggiugnevano all'avidità, comune a tutti, l'avarizia degli altri.
Tutto quanto si erano fatto dare, od avevano preso, abusando della
vittoria, tutto dispensavano in appresso con mano liberale; e dopo pochi
giorni si trovavano così privi di danaro, come prima del saccheggio. Nel
seguire la vittoria, nel sacco d'una città, nel primo stabilimento de'
loro quartieri, pareva che la loro rabbia mai non potesse saziarsi di
sangue, e l'arroganza loro non risparmiava chicchessia; ma pochi giorni,
e talvolta poche ore bastavano, per istringere domestichezza cogli
abitanti presso cui si erano alloggiati: la sociabilità, che così
eminentemente li distingue, e che per essi è un bisogno e quasi un
istinto, loro faceva bentosto cercare ciò che poteva ravvicinarli ai
loro ospiti; desideravano di dissipare sulla fronte loro il mal umore
che li rattristava; cercavano di rendere qualche piccoli servigj a
coloro che avevano maltrattati; lavoravano con loro intorno alla capanna
che doveva tener luogo della casa ch'essi avevano bruciata, e bevevano
insieme con tutta la famiglia il vino che aveano rubato nelle di lei
cantine. Comunque non conoscessero la lingua de' loro ospiti, pure
discorrevano con loro e sapevano indovinare ciò che non poteano capire.
Se spesse volte davano motivo di gelosia agli amanti, ai mariti, ai
genitori, non era altrimenti colla brutalità d'inesorabili vincitori, ma
colle officiose attenzioni d'una militare galanteria.
Gli Spagnuoli, sobrj, taciturni, alteri, vendicativi, non abusavano meno
de' Francesi dell'istante della vittoria; non perchè fossero come questi
esaltati dalla frenesia delle battaglie, ma perchè rispettavano ancora
assai meno la vita degli uomini, e non erano in verun modo sensibili
all'altrui dolore. Il soldato spagnuolo quale si era mostrato il primo
giorno, tale mostravasi ancora in appresso in tutte le relazioni che
potevansi formare con lui. Egli aveva spogliato per avarizia, e
quest'avarizia non veniva mai meno, andando sempre egualmente in traccia
e di nuovi guadagni e di nuovi risparmj, sebbene talvolta lo stesso uomo
spendesse per orgoglio e per sembrare magnanimo in una clamorosa
circostanza ciò che aveva con gran pena ammassato in più anni.
Quest'orgoglio mai non gli permetteva d'ammettere un forastiere a veruna
famigliarità con lui; sempre si manteneva alla stessa distanza dalla
famiglia de' suoi ospiti, e sebbene il suo idioma si avvicinasse in modo
all'italiano da potere senza troppo studio intendere e apparare quello
degli abitanti, mai non lo adoperava che per alcune frasi di cerimonia,
cui avvezzava i suoi ospiti; egli loro insegnava i riguardi dovuti ad un
_senhor soldado_, ma non si abbassava a conversare con loro.
Gli Svizzeri ed i Tedeschi, senz'essere considerati come uno stesso
popolo, avevano tali rapporti gli uni cogli altri, che gl'Italiani non
potevano assegnare un distinto carattere a questi formidabili ospiti.
Gli Svizzeri, superbi de' loro prosperi successi negli ultimi vent'anni,
avevano un più insolente contegno. Non accostumati a riconoscere verun
superiore, più difficilmente degli altri si assoggettavano alla
disciplina; e non avendo da lungo tempo militato che come soldati
mercenarj, altro fine non vedevano nella guerra che quello di guadagnare
danaro; ed a questo fine frequentemente sagrificavano la loro fede ed il
loro onore. Altronde le due nazioni erano, a gara l'una dell'altra,
feroci rispetto ai vinti, avide ed insaziabili nel saccheggio, ed avare
per conservare ciò che avevano acquistato. Ambedue si abbandonavano allo
stesso genere d'intemperanza; ed il diritto d'ubbriacarsi loro sembrava
il più alto premio della vittoria. Affatto indifferenti pei popoli coi
quali vivevano, senza curarsi di conoscerne i costumi o le opinioni, gli
Svizzeri ed i Tedeschi, dopo le loro orgie, si abbandonavano ad un
indolente riposo: essi non tentavano nè meno di farsi intendere dai loro
ospiti, lasciandoli dubitare che potessero, come gli altri uomini,
pensare, amare, sentire.
Ravenna fu la prima città in cui i Francesi furono vittima di quell'odio
popolare che improvvisamente scoppiava contro di loro. Vero è ch'essi
l'avevano crudelmente provocata col saccheggiarla nell'istante in cui i
di lei magistrati sottoscrivevano la capitolazione. Giulio Vitelli,
vescovo di Città di Castello, che aveva comandato nella fortezza di
Ravenna, vi s'avvicinò con un corpo di truppe, quando seppe che l'aveva
abbandonata La Palisse. I Francesi offrirono ancor essi di capitolare,
ed il vescovo accordò loro un'onorevole capitolazione; ma riserbavasi
d'usare odiose rappresaglie per la violazione della precedente
capitolazione. Non curandosi della sua parola, abbandonò al popolaccio i
quattro principali ufficiali della guarnigione, e permise in onta del
suo carattere di vescovo e di luogotenente del papa, che fossero sepolti
vivi sotto i suoi occhi in una fossa colla sola testa fuori della terra,
e che si lasciassero colà perire in un lungo e crudele supplicio[259].
[259] _P. Bembi Hist. Ven., l. XII, p. 279. — Fr. Belcarii, l. XIII,
p. 390._
Nel tempo in cui i Francesi evacuavano la Lombardia, l'accanimento del
popolo contro di loro si manifestò con eguale crudeltà. La feccia della
plebaglia milanese trucidò tutti i soldati francesi ch'erano rimasti
nelle loro caserme o ne' loro spedali dopo la partenza de' capi; attaccò
in seguito le botteghe ed i magazzini de' mercanti francesi per
saccheggiarle, e si dice che rimasero vittima del popolo furibondo mille
cinquecento individui. Gli stessi orrori rinnovaronsi in Como subito
dopo evacuata la città. I Francesi nella loro ritirata non potevano
scostarsi dal grosso dell'armata; perciocchè tutti coloro che si
disperdevano, e che più non erano in istato di difendersi, erano uccisi
dai forsennati contadini; onde questa ritirata costò al loro esercito
più soldati che una battaglia[260].
[260] _Murat. Ann. d'It., t. X, p. 86 ad an. 1512._
Credevano gl'Italiani che tanti oltraggi dovessero restar sempre
impuniti: i Francesi altro omai non possedevano in Italia, che Brescia,
Crema e Legnago, colle fortezze di Milano, di Novara, di Cremona e della
Lanterna di Genova[261]. Altronde venivano occupati al di là dalle Alpi
da una potente invasione. Mentre che l'ammiraglio Howard guastava le
coste della Bretagna, il marchese di Dorset aveva, il 18 giugno, fatto
uno sbarco nella Guipuscoa, ed avendo raggiunto Ferdinando con sei mila
fanti inglesi, minacciava nello stesso tempo la Guienna e la Navarra.
Non era presumibile che con tali nemici in su le braccia, Lodovico XII
potesse, durante tutta la campagna, pensare alla Lombardia[262].
[261] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 4._
[262] _Rapin Thoyras, Hist. d'Anglet., t. XV, p. 45. — Rymer Acta
publica, t. XIII, p. 326. — Hume's History, chap. XXVII, t. V, p.
114._
La sorte degli alleati della Francia non era diversa da quella de'
soldati che si erano sbandati dall'armata. Il più esposto d'ogni altro
era Alfonso d'Este, duca di Ferrara. Egli era stato perseguitato da
Giulio II col più fiero accanimento; il suo stato trovavasi inondato da
barbari soldati, esauste erano le forze, e perduta la speranza d'ogni
esterno soccorso. In tale estremità egli si abbandonò all'amicizia ed
alla riconoscenza di Fabrizio Colonna. Dopo aver fatto prigioniero
questo generale nella battaglia di Ravenna, aveva costantemente ricusato
di cederlo ai Francesi; per sottrarlo alle inchieste ed alle minacce di
La Palisse l'aveva mandato a Ferrara, ed all'ultimo liberato senza
taglia. Fabrizio chiamò in favore d'Alfonso tutta la sua potente
famiglia, e persuase l'ambasciatore del re Cattolico ad intercedere per
lui presso il papa, rappresentandogli che Alfonso era figliuolo d'una
principessa d'Arragona[263]. Il marchese di Mantova interpose ancor esso
i suoi buoni ufficj a di lui favore. Tanti intercessori chiedevano
soltanto un salvacondotto pel duca di Ferrara, in forza del quale
potesse andare a Roma a gettarsi ai piedi del papa per ottenere perdono.
Fu accordato il salvacondotto, e l'ambasciatore d'Arragona con Fabrizio
e Marc'Antonio Colonna guarentirono la libertà del duca.
[263] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 1. — P. Giovio Vita
d'Alfonso, p. 90. — Jac. Nardi Hist. Flor., l. V, p. 241. — Jo.
Marianae de reb. Hisp., l. XXX, c. XIII, p. 320._
Alfonso d'Este passò a Roma, apparecchiato a sottomettersi alle
umiliazioni, nelle quali pareva omai soltanto riposta la conservazione
della sua sovranità. Vi arrivò il 4 di luglio, ed il pontefice, contento
di questo passo del duca, parve raddolcirsi verso di lui. Sospese le
censure contro di lui pronunciate, ed acconsentì che gli fosse data
l'assoluzione, non alle porte della Chiesa colla corda al collo, e dopo
essere stato battuto con bacchette dal penitenziere, ma nel concistoro
de' cardinali. Paride de Grassis, maestro delle cerimonie del papa, ne
concertò con lui preventivamente le formalità, e convenne intorno a ciò
che direbbe il duca, e che Paride scrisse in appresso nel suo giornale.
«Beatissimo e clementissimo padre, gli disse Alfonso, gettandosi a' suoi
piedi, io conosco veramente e confesso che ho peccato in molti
intollerabili modi sia contro la divina Maestà, sia contro Vostra
Santità, vicario di N. S. Gesù Cristo, e contro la santa sede
apostolica; e ciò tanto più gravemente, che io stesso ed i miei antenati
e fratelli ne avevamo ricevuti i più grandi beneficj; perciò mi trovo
pieno di pentimento e di dolore per essermi renduto colpevole
d'ingratitudine verso Vostra Santità, e per averle fatto ingiuria.» Dopo
aver pronunciate queste parole doveva piangere e sparger lagrime, poi
ripigliare così: «Per tal cagione io mi prostro supplicante ai piedi di
Vostra Beatitudine, ed abbraccio le sue ginocchia, implorando la mia
grazia per la divina misericordia, e la pietà della Santità Vostra.
Prometto che in avvenire non commetterò verun mancamento contro Vostra
Santità, e mi dichiaro apparecchiato ad espiare quelli che ho commessi,
sopportando nella mia persona, nel mio principato, nella mia fortuna,
tutte le pene che Vostra Santità vorrà infliggermi nella sua
misericordia.» Il papa, rispondendo, riepilogò in un lungo discorso
tutti i delitti d'Alfonso d'Este; gli rinfacciò di non umiliarsi anche
in allora che per forza, ma terminò coll'assolverlo[264].
[264] _Parisii de Grassis Diar. Cur. Rom., t. III, p. 879, apud
Rayn. Ann. 1512, t. XX, p. 122, § 71-76._
In appresso furono nominati da Giulio II sei cardinali per conchiudere
con Alfonso il trattato di pace; ma pochi giorni dopo costoro
dichiararono che il papa aveva determinato di far rientrare Ferrara
sotto l'immediato dominio della Chiesa. Soltanto, siccome Giulio
pretendeva che tutto il paese posto a mezzogiorno del Po appartenesse
alla santa sede, desso contava di farsi restituire la città d'Asti,
occupata dai coalizzati, e di darla ad Alfonso in compenso dell'antico
ducato. Questa proposizione fu pel duca di Ferrara un colpo di fulmine:
vi ravvisò la malizia d'Alberto Pio, conte di Carpi, suo personale
nemico, ed uno de' privati consiglieri del papa. Seppe bentosto che
Reggio aveva aperte le porte alle truppe della Chiesa, e che la
Garfagnana era stata conquistata dal duca d'Urbino: temette che Ferrara,
di cui aveva affidata la guardia al cardinale Ippolito, suo fratello,
fosse attaccata in tempo della sua assenza, e domandò il suo congedo per
tornare a casa sua. Il papa lo ricusò con isdegno; ma l'ambasciatore
d'Arragona ed i Colonna dichiararono che non soffrirebbero in verun modo
che si abusasse del loro nome per sedurre il loro raccomandato, e
violare una parola di cui si erano dichiarati essi garanti. All'indomani
Fabrizio e Marc'Antonio Colonna condussero Alfonso alla vicina porta di
san Giovanni di Laterano; e sebbene vi fosse stata posta doppia guardia,
essi la forzarono, e condussero armata mano il loro ospite al proprio
castello di Marino, di dove trovarono poi modo di farlo passare ne' suoi
stati[265].
[265] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 3. — P. Giovio Vita
d'Alfonso, p. 91. — Jac. Nardi, l. V, p. 242. — Fr. Belcarii Comm.,
l. XIII, p. 395._
La santa lega provava di già la sorte di tutte le confederazioni. I suoi
membri si erano creduti d'accordo, quando non trattavasi che di
difendersi, ma non avevano prevedute le conquiste che la fortuna poneva
nelle loro mani; i prosperi avvenimenti avevano fatto germogliare una
nuova ambizione in petto a tutti gli alleati. Il papa, prima d'ogni
altro, aveva, sotto certi rispetti, rotto il legame dell'associazione,
occupando Parma e Piacenza; egli così violava i diritti riclamati
dall'imperatore sopra tutta la Lombardia, e quelli del nuovo duca di
Milano, Massimiliano Sforza, che la lega aveva promesso di rimettere sul
trono, e quelli dei popoli, che vedevano con rincrescimento lo
sfasciamento in piccole parti del loro antico ducato. Il papa, per
giustificare l'inaudita estensione che voleva dare all'esarcato di
Ravenna, comprendendovi tutti i paesi posti a destra del Po, pretese che
la loro subordinazione alla Chiesa aveva durato fino al 1272; pure in
quest'epoca, ch'egli stesso indicò al suo maestro delle cerimonie[266],
non era in Lombardia accaduto verun fatto che cambiasse o ristringesse
il potere del papa; soltanto il vicariato dell'Impero, che la Chiesa
romana pretese d'esercitare in tempo del lungo interregno che tenne
dietro alla morte di Federico II, e che terminò nel 1273 colla elezione
di Rodolfo d'Apsburgo, lasciò forse negli archivj della Chiesa alcune
confuse memorie, che Giulio II suppose comprovanti il diritto di
sovranità[267].
[266] _Parisii de Grassis, t. III, p. 898, apud Rayn. Ann. Eccl., t.
XX, § 70, p. 122._
[267] _Chron. Parm. t. IX, Script. Rer. Ital., p. 786. — Chron.
Placent., t. XVI, ivi p. 479._
Le pretese di Massimiliano non erano meno di quelle del papa contrarie
alle precedenti convenzioni passate tra i confederati. Questo vano
monarca, che mai non aveva misurati i suoi progetti colle sue forze, e
che, dopo la conchiusione della lega di Cambrai, mai non aveva
soddisfatti i suoi obblighi in veruna delle guerre nelle quali aveva
strascinati i suoi alleati, non voleva, mutando partito, rinunciare a
veruna delle speranze che aveva una volta concepite. Egli era entrato
nella lega de' Veneziani, ma senza rinunciare alla pretesa che questi
gli abbandonassero tutti i loro stati di terra ferma: altronde egli non
voleva restituire a Massimiliano Sforza, suo cugino, il ducato di
Milano, ch'era stato per lui conquistato. Ma gli Svizzeri, che
occupavano tutt'intero questo ducato, e Giulio II, che voleva scacciare
dall'Italia i barbari di qualunque nome, insistevano per lo
ristabilimento dello Sforza sul trono de' suoi maggiori[268].
[268] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 5. — Fr. Belcarii Comm.,
l. XIII, p. 396._
Raimondo di Cardone aveva nuovamente adunata l'armata spagnuola ai
confini del regno di Napoli, e voleva avanzarsi in Lombardia per far
vivere le sue truppe a carico di que' paesi, e per avere maggiore
influenza nella ripartizione degli stati occupati dalla santa lega.
Perciò chiedeva al papa ed ai Veneziani di pagargli i sussidj di
quaranta mila ducati al mese, che si erano obbligati di corrispondergli
finchè i Francesi fossero scacciati da tutta l'Italia, e pretendeva che
non si potessero dire scacciati finchè le loro guarnigioni occupavano
Brescia, Crema e molte altre piazze. Dall'altro canto il papa ed i
Veneziani non desideravano di tirare in quelle province una nuova
armata, o di caricarsi di così ragguardevole dispendio. Intanto gli
Svizzeri continuavano a mettere a contribuzione il ducato di Milano.
Essi avevano persuaso Carlo III, duca di Savoja, a sottoscrivere con
loro a _Bade_ nel mese di maggio un'alleanza difensiva per venticinque
anni, e ne approfittavano per istaccarlo interamente dalla Francia e dal
marchese di Saluzzo[269]. I Veneziani, senza partecipazione dei loro
alleati, fecero alcuni tentativi contro Crema e Brescia, che non ebbero
effetto. Gli alleati si accusavano a vicenda, e si lagnavano gli uni
degli altri; e l'universale diffidenza annunciava il prossimo
scioglimento di una lega cui inaspettati successi non permettevano di
conservarsi unita.
[269] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 4. — Fr. Belcarii, l.
XIII, p. 396. — Guichenon, Hist. généalog. de la maison de Savoie,
t. II, p. 196._
Soltanto in una cosa i confederati sembravano consentire, cioè
nell'abusare della superiorità delle loro forze contro la repubblica
fiorentina. Eppure questa non aveva offeso veruno di loro; non aveva
mancato a nessuno de' suoi obblighi, ed altri soccorsi non aveva dati al
re di Francia che quelli cui erasi obbligata con un trattato negoziato
di concerto con Ferdinando il Cattolico: altronde ella si era
scrupolosamente confermata, con tutte le altre potenze, ai doveri di
buon vicinato; ai soldati fuggitivi dell'armata rotta a Ravenna aveva
accordato un asilo, invano da' medesimi cercato negli stati del papa.
Vero è che la di lei politica era stata timida e vacillante. Per timore
d'attirare sopra di sè l'attenzione delle altre potenze e di
compromettersi, non erasi unita con tutte le sue forze ai Francesi; non
gli aveva nè pure abbandonati, accettando le proposizioni del re
d'Arragona, nè aveva cercato di far rispettare la sua neutralità
ponendosi in istato di difesa. Erasi conservata neutrale senza che
veruno gli sapesse buon grado della sua neutralità. Ma la sorte d'uno
stato debole il più delle volte è affatto indipendente dai suoi prudenti
o mal accorti consiglj; il risentimento di Giulio II, le pratiche dei
Medici e la cupidigia dei generali influirono assai più nella ruina di
Firenze, che la politica del Soderini.
Il papa e l'imperatore, facendo sentire alla repubblica il loro
scontento, parvero offrirle sì l'uno che l'altro una via per sottrarsi
al turbine. Il papa le mandò in luglio il suo Datario per chiederle di
deporre il Soderini, d'unirsi alla santa lega contro i Francesi, e di
richiamare tutti gli esiliati, offrendole a tale prezzo di ridonarle la
sua amicizia. Dopo tre giorni di deliberazioni, i consiglj di Firenze
ricusarono di assoggettarsi a queste condizioni[270]. D'altra parte
Matteo Lang, vescovo di Gurck, e segretario di Massimiliano, che veniva
a rappresentare il suo padrone in un congresso delle potenze della lega
convocato a Mantova, offeriva ai Fiorentini di prenderli sotto la
protezione imperiale mercè una contribuzione di quaranta mila fiorini;
ma conoscendo questi quanto potevano fare poco fondamento sulle promesse
dell'imperatore, non seppero risolversi a privarsi del loro danaro per
acquistare una così debole garanzia[271].
[270] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 303._
[271] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 6. — Jac. Nardi, l. V, p.
246. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 304._
Frattanto i Fiorentini spedirono il giureconsulto Vittore Soderini,
fratello del gonfaloniere, alla dieta di Mantova per difendere i loro
interessi, e farli comprendere nella universale pacificazione. Giuliano
de' Medici, il terzo de' figliuoli del magnifico Lorenzo, si presentò
alla stessa dieta, per domandare il ristabilimento della sua famiglia in
Firenze. Il suo esilio, e tutte le sue sventure, egli disse, erano
l'opera de' Francesi; non potevasi perciò dubitare dell'attaccamento
della casa Medici al partito dell'imperatore e della Spagna, nè per
conseguenza di quello dei democratici fiorentini ai Francesi; e se le
armate della lega abbisognavano di danaro, i Medici ne saprebbero
ragunare a Firenze assai più per compiacere i loro amici, che non poteva
offrirne il partito popolare per calmare i suoi nemici. In fatti il
danaro era il solo convincente argomento sullo spirito degli alleati.
Raimondo di Cardone trovavasene affatto sprovveduto; aveva fatto
avanzare l'armata spagnuola fino a Bologna, ma questa ricusava di andare
più in là se non era pagata. Massimiliano desiderava che entrasse in
Lombardia per contenere gli Svizzeri e spaventare i Veneziani; ed
ambidue avrebbero preferito il danaro contante de' Fiorentini alle
lontane promesse dei Medici. Si fece di nuovo sentire a Gian Vittore
Soderini, che per quaranta mila fiorini poteva salvare la repubblica; ma
invece di appigliarsi rapidamente a questo partito, egli si credette
obbligato a giustificare la sua patria, a provare che nulla doveva, e
che non aveva commesso verun fallo: si lasciò fuggire l'occasione, e la
dieta risolse di far marciare l'armata spagnuola ed il cardinale de'
Medici, legato di Toscana, sopra Firenze, per mutarne il governo[272].
[272] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 8. — Jac. Nardi, l. V, p.
247. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 142. — Comm. di Filippo
de' Nerli de' fatti civili di Firenze, l. V, p. 107._
Una mal intesa economia, ed il timore di richiamare sopra di loro
l'attenzione de' vicini, avevano impedito ai Fiorentini d'armarsi nel
momento in cui le violenti convulsioni che provava l'Italia ne faceva
loro un dovere di prudenza. Essi avevano somministrati trecento uomini
d'armi al re di Francia, parte de' quali trovavansi in allora chiusi in
Brescia, mentre gli altri, svaligiati dai Veneziani, tornavano
scoraggiati, e perciò soli dugento allora ne rimanevano loro, i di cui
capi non avevano veruna riputazione. Le milizie dell'ordinanza non
avevano nè disciplina, nè pratica di guerra, nè confidenza in sè
medesime. Si erano sollecitamente assoldate alcune migliaja di fanti
stranieri; ma perchè non si aveva avuto tempo di sceglierli, non
potevano stare a fronte di quelli de' Veneziani o del papa, meno ancora
dei Tedeschi e degli Spagnuoli[273].
[273] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI; p. 9. — Comm. del Nerli, l.
V, p. 107._
Nè le forze con cui il vicerè don Raimondo di Cardone andava ad
attaccare i Fiorentini erano molto ragguardevoli. Egli non aveva che
dugento uomini d'armi, due cannoni presi a Bologna e veruno degli
equipaggi necessarj ad un'armata. Ma il Cardone contava nella sua cinque
mila di quegli Spagnuoli che avevano così ostinatamente combattuto a
Ravenna, e dopo avere distrutta una considerabile parte della fanteria
tedesca e francese, eransi gloriosamente ritirati senza cedere alle
cariche ripetute di tutta la cavalleria vittoriosa. Nell'attraversare
gli Appennini con questa piccola armata il vicerè non trovò verun
ostacolo[274]: giunto a Barberino, lontano quindici miglia da Firenze,
mandò a dichiarare ai Fiorentini, che non era intenzione sua, nè della
lega, d'attaccare le loro proprietà, le loro leggi o la loro libertà;
che non domandava che due cose, l'allontanamento dei gonfaloniere
Soderini, ch'era sospetto a tutti i confederati, e l'accettazione de'
Medici in Firenze, non come principi, ma come semplici cittadini[275].
[274] Il Macchiavelli era stato spedito il 20 agosto a Firenzuola
per chiudergli la strada, ma giunse troppo tardi, e non aveva quanta
gente bastava per occupare il passo dello _Stale_; più addietro le
montagne non avevano gole suscettibili di difesa. _Lettere di
Macchiavelli, di Francesco Zati, di Baldassare Carducci e di
Francesco Tosinghi del 21, 22 e 23 agosto del 1512. Legazioni, t.
VII, p. 431-438._
[275] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 10. — P. Giovio Vita di
Leon X, l. II, p. 144. — Jac. Nardi Hist. Flor., l. V, p. 248._
Il gonfaloniere in tempo della sua amministrazione aveva date frequenti
testimonianze della moderazione del suo carattere e del suo amore per la
libertà; ma non aveva egualmente fissata la stessa opinione rispetto a
quella risolutezza e fermezza di carattere, che nelle difficili
circostanze sono necessarie ai capi dello stato. Adunò il gran consiglio
per fargli parte delle domande de' nemici, e dichiarò, che lungi dal
volere che per la sua difesa si esponesse la repubblica, era
apparecchiato non solo a sagrificare la sua dignità, ma la libertà e la
vita per la salvezza della medesima: invitò soltanto i suoi concittadini
a considerare, se potrebbero contenere sotto l'autorità delle leggi i
Medici ricondotti in Firenze da un'armata straniera; e nel supposto che
ne conoscessero l'impossibilità, li supplicò a non risparmiare nè le
loro sostanze, nè il sangue de' soldati, nè quello de' cittadini, per
salvare la loro libertà, il più prezioso di tutti i beni. «Niuno di voi
si persuada, aggiunse egli, che i Medici siano adesso per governare come
avanti la loro cacciata. Allora erano essi stati allevati in mezzo di
noi, come cittadini, in privata condizione; grandissime erano le loro
ricchezze, niuno gli aveva offesi, ed essi contavano sull'universale
benevolenza. Essi associavano ai loro consiglj i principali cittadini, e
lungi dal volere far pompa della loro potenza, si sforzavano di coprirla
sotto il manto delle leggi. Ma oggi che da tanti anni vivono fuori di
Firenze, che contrassero nuove straniere costumanze, che mal conoscono
quelle della nostra patria, che d'altro non si ricordano che dell'esilio
e dei rigori contro di loro esercitati, oggi che la personale loro
ricchezza è distrutta, che sentonsi offesi da tante famiglie, che sanno
che la maggior parte, e quasi la totalità della nazione, ha in orrore la
tirannide, più non potranno fidarsi ad alcuno. La povertà ed il sospetto
li renderanno proclivi a tutto riferire a sè medesimi, a sostituire in
ogni cosa la forza e le armi alla benevolenza ed all'amore, di modo che
questa città si troverà in breve tempo ridotta alla condizione di
Bologna ne' tempi de' Bentivoglio, a quella di Siena o di Perugia. Ho
voluto richiamare tutte queste cose a coloro che danno così smisurate
lodi al governo di Lorenzo de' Medici: era ancora quella una tirannide,
ma più dolce assai di tutte le altre; ed a petto di quella che ci viene
minacciata, sarebbe un'età dell'oro. Oramai s'aspetta a voi il risolvere
con prudenza, mentre che le mie parti saranno o di rinunciare con
costanza e con gioja a questa magistratura, o se voi giudicate
altrimenti, di coraggiosamente provvedere alla conservazione ed alla
difesa della vostra patria[276].»
[276] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 11._ — Filippo de' Nerli,
presente al consiglio quando il gonfaloniere tenne questo discorso,
dice che il Guicciardini lo riferì con molta eleganza. _Comm. l. V,
p. 108._ Non si deve dunque risguardare come un'invenzione dello
storico. — _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 305._
L'inquietudine che cagionava l'avvicinamento dell'armata spagnuola, e
più ancora lo stato ostile di tutta l'Europa, disponeva tutti i
cittadini a porgere orecchio alle moderate proposizioni fatte dal
vicerè; ma quando si fecero a riflettere allo stato in cui troverebbesi
la repubblica, perdendo il suo capo appunto nell'istante medesimo in cui
la città sarebbe obbligata di ricevere entro le sue mura ambiziosi
esiliati, che ravviverebbero le pretese di tutto un partito; quando
pensarono che l'armata nemica, introdotta dai Medici nel seno della loro
patria, sarebbe sempre ai loro ordini per ischiacciare ogni libertà; che
gli stranieri desideravano il consolidamento della tirannide, affinchè
desse ai nuovi principi il diritto di levare più ampie contribuzioni, ed
in appresso di prodigar loro i tesori de' Fiorentini, tutti i Fiorentini
sentirono un'eguale avversione per le proposizioni del vicerè. Il grande
consiglio si divise in sedici sezioni, sotto la presidenza di sedici
gonfalonieri di compagnia, e dopo una lunga deliberazione tutte le
sezioni unanimamente dichiararono che acconsentirebbero al ritorno de'
Medici, purchè soltanto il gonfaloniere rimanesse alla testa dello
stato, e che non si facesse mutazione nel loro governo o nelle loro
leggi[277].
[277] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 12. — Istor. di Gio.
Cambi, t. XXI, p. 306. — Comm. di Ser Filippo de' Nerli, l. V, p.
108. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 306._
Frattanto il vicerè era giunto sotto Prato: i Fiorentini avevano posto
in quella città il condottiere Luca Savelli, che invecchiando tra le
armi non vi aveva acquistata nè esperienza, nè riputazione; egli aveva
sotto il suo comando cento uomini d'armi di quegli svaligiati in
Lombardia, e due mila fanti quasi tutti presi nell'ordinanza o milizie
di campagna. Non si aveva avuto tempo di provvedere la città di
munizioni di bocca, e di artiglieria; ma non pertanto credevasi in
istato di sostenere l'attacco degli Spagnuoli, e di fare una vigorosa
resistenza. Il Cardone giunse in faccia alla porta di Mercatale, e cercò
di sfondarla colla sua artiglieria, o di atterrare la vicina muraglia;
ma da questo lato le fortificazioni si trovavano in buono stato, e dopo
poche ore gli assalitori cessarono di far fuoco, riconoscendone
l'inutilità[278].
[278] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 13. — Jac. Nardi Ist.
Fior., l. V, p. 248. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 399. — Scip.
Ammirato, l. XXVIII, p. 306._
Il vicerè non era totalmente persuaso che fosse vantaggioso al suo re il
ristabilimento dei Medici a Firenze; onde il suo principale oggetto era
quello di atterrire i Fiorentini, per ridurli al pagamento di una
contribuzione: offrì dunque nuovamente di trattare, ma a condizione che
fossero somministrate le vittovaglie alla sua armata, finchè
continuerebbero le negoziazioni, perchè la campagna era deserta, ed i
contadini avevano trasportati i raccolti nelle terre murate. O sia che
in quest'occasione il gonfaloniere si rendesse più ardito che non
comportava l'abituale suo carattere, lusingandosi che la mancanza dei
viveri forzasse quest'armata a ritirarsi, o sia che avesse malamente
provveduto al trasporto delle vittovaglie al campo spagnuolo, il fatto
sta che gli Spagnuoli cominciarono bentosto a provare la fame, e i
soldati impazienti di soffrire ricominciarono i loro attacchi contro
Prato, ov'erano certi di trovare abbondanti viveri. Nella notte del 29
al 30 cambiarono gli alloggiamenti e vennero ad accamparsi innanzi alla
porta del Serraglio, ove aggiustarono di nuovo i loro due cannoni in
batteria. Nelle prime scariche uno si ruppe, e continuarono a battere le
mura con un solo. In poche ore vi fecero una breccia larga venti piedi,
molto alta dal suolo, ma alla quale per altro un rialto di terra attiguo
al muro ne agevolava l'ingresso. Alcuni soldati spagnuoli salirono su
quest'apertura, ed uccisero due fanti che vi stavano di guardia; ciò
bastò per atterrire tutti gli altri; e sebbene vi fosse al di là del
muro un corpo di fucilieri e di uomini armati di picche, i quali
avrebbero potuto difenderlo con estrema facilità, non appena videro gli
Spagnuoli sulla breccia, che cominciarono tutti a fuggire.
I vincitori, sorpresi da tanta viltà, entrarono in Prato da ogni banda,
e fecero bentosto sentire ai fuggitivi quanto la paura sia peggiore
consigliere che il coraggio. Appena qualche centinajo di loro sarebbero
periti sostenendo anche il più sanguinoso assalto, mentre la fuga li
diede quasi tutti in preda alla morte senza difesa. In quest'occasione
gli Spagnuoli vinsero di lunga mano in crudeltà gli oppugnatori di
Brescia e di Ravenna. La maggior parte degli storici porta a cinque mila
il numero di coloro che senza combattere, senza difendersi, senza avere
provocato, furono inumanamente uccisi: tutte le case, tutte le chiese
vennero saccheggiate con eccessivo rigore; e gli abitanti, spogliati
d'ogni cosa, furono inoltre assoggettati ad orrende torture, onde i loro
amici e parenti, mossi a compassione, si ridussero a redimerli. Soltanto
la cattedrale, dove si erano rifugiate molte donne, fu sottratta a
questi orrori da una salvaguardia che aveva per quella chiesa ottenuta
il cardinale de' Medici[279].
[279] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 14. — Jac. Nardi, l. V, p.
250. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 306. — Comment. di Filippo de'
Nerli, l. V, p. 109. — Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXX, c. XIV,
p. 321. — P. Giovio vita di Leon X, l. II, p. 144._
La notizia della presa e dell'uccisione di Prato empì Firenze di
spavento e di costernazione. Stavano adunati in città sedici mila uomini
dell'ordinanza; ma i loro compagni avevano data una tale prova di viltà,
che non potevasi riporre in loro la più leggiere speranza. La grande
maggiorità de' cittadini non desiderava un cambiamento, ma mancava
d'ogni coraggio militare; non si sentiva abbastanza forte per respingere
il nemico, e non voleva esporre la capitale alle sciagure di Prato. Il
vicerè non aveva rotta ogni negoziazione; ma essendosi sottratto al
bisogno, ed avendo trovati in Prato danari e viveri in abbondanza, aveva
ingrandite assai le sue pretese, e non chiedeva meno di cento cinquanta
mila fiorini. Tutta la città trovavasi in uno stato di terribile
fermento; la signoria era scoraggiata e lo stesso gonfaloniere, che più
non dissimulava il suo terrore, aveva offerto di abdicare[280].
[280] _Jac. Nardi, l. V, p. 252._
In questi frangenti, venticinque in trenta giovani delle più illustri e
ricche famiglie di Firenze, che da lungo tempo avevano costume di
adunarsi negli orti, diventati per essi famosi, di Bernardo Rucellai,
onde intrattenervisi intorno alle cose delle lettere e delle arti,
risolsero di procedere essi medesimi a mutare il governo; o perchè
risguardassero l'intera libertà de' loro antenati come contraria al loro
gusto per la poesia e pei godimenti del lusso, o perchè, giudicando
necessario di cedere dolcemente alla burrasca, volessero, dirigendo essi
la rivoluzione, salvare il gonfaloniere. Essi erano ben persuasi, che,
se non venivano assecondati dai loro concittadini, non troverebbero
neppure presso di loro opposizione. Erano alla loro testa Bartolommeo
Valori, che aveva sposata la nipote del Soderini, e che veniva da lui
risguardato come suo genero, Paolo Vettori, Anton Francesco degli
Albizzi, i Rucellai, Capponi, Tornabuoni e Vespucci, che quasi tutti
avevano strette relazioni colla famiglia del Soderini e co' suoi
aderenti[281].
[281] Stando alle lettere di Francesco Vettori al Macchiavelli, pare
che lo scopo principale di suo fratello Paolo, fosse di giovare al
gonfaloniere, e di salvargli la vita. _Lettere famigliari del
Macchiavelli, t. VII, lett. 16, p. 41. — Jac. Nardi, l. V, p. 253. —
Fil. de' Nerli, l. V, p. 107._
I giovani congiurati, che pochi mesi prima avevano avute segrete
corrispondenze con Giulio de' Medici, entrarono nel palazzo pubblico la
mattina del 31 agosto all'indomani della presa di Prato. Arrivarono
senza incontrare resistenza fino all'appartamento del gonfaloniere, che
non aveva presa veruna misura per difendersi, e che si abbandonava alla
sorte. Lo minacciarono di morte se non usciva subito di palazzo, e per
lo contrario promisero di salvarlo, se prestavasi ai loro desiderj.
Tutta la città erasi posta in movimento alla notizia di cotale
intrapresa; ma ne' diversi attruppamenti, che si andavano formando nelle
strade, udivansi pochissime voci accusare il gonfaloniere, e niuno eravi
che ardisse prenderne le difese. I congiurati trassero il gonfaloniere
nella casa di Paolo Vettori, posta sul lung'Arno, ove lo tennero quella
notte. Nello stesso tempo fecero adunare la signoria, i collegj, i
capitani di parte guelfa, i decemviri della libertà, gli otto della
balìa, ed i conservatori delle leggi. Domandarono a quest'assemblea di
deporre il gonfaloniere; tuttavolta di quasi settanta membri presenti,
nove soli votarono per la deposizione del Soderini. Francesco Vettori
allora prese a dire ad alta voce: «concittadini! coloro che oggi credono
salvare il gonfaloniere, votando a suo favore, rendono sicura la sua
perdita, perchè i suoi nemici lo uccideranno se non possono farlo
deporre.» Questa minaccia ottenne il desiderato effetto, ed il Soderini
fu legalmente privato della sua dignità; fu poi fatto partire di notte
per la strada di Siena alla volta di Roma, ma avendo egli udito per
istrada che il papa aveva fatti confiscare i suoi beni, piegò subito
verso Ancona di dove passò a Ragusi[282].
[282] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 15. — Istor. di Gio.
Cambi, t. XXI, p. 309. — Jac. Nardi, l. V, p. 253. — Filippo de'
Nerli, l. V, p. 109. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 307. — P.
Giovio vita di Leon X, l. II, p. 146._
Furono all'istante mandati ambasciatori al vicerè, per avvisarlo che la
repubblica si era uniformata ai voto da lui espresso, e per conoscere
quali fossero le sue intenzioni. Il Cardone prima di tutto chiese
danaro: volle ottanta mila fiorini per l'armata spagnuola, quaranta mila
per l'imperatore, venti mila per sè, e volle che Firenze per pegno del
suo attaccamento alla santa lega prendesse al suo soldo il marchese
della Palude, e lo ricevesse entro le sue mura con dugento uomini d'armi
spagnuoli. Rispetto ai Medici chiese soltanto che fossero ricevuti nella
patria loro come cittadini, ed avessero la facoltà di riacquistare i
loro beni ch'erano stati confiscati; di modo che sembrava lasciar la
speranza di conservare l'antica libertà[283].
[283] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 311. — P. Giovio vita di Leon
X, l. II, p. 147. — Jac. Nardi, l. V, p. 254. — Comment. di Filippo
de' Nerli, l. V, p. 110. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 311._
I Fiorentini e gli stessi capi della rivoluzione accolsero avidamente
questa speranza, e trovarono nel dolce e conciliante carattere di
Giuliano de' Medici molta condiscendenza per una nuova sistemazione, che
pareva soddisfare tutti i partiti. Giuliano, senz'aspettare che una
sentenza de' magistrati annullasse la sua precedente condanna, era
entrato in città il 2 di settembre, ed aveva preso alloggio nella casa
degli Albizzi, in allora i più caldi suoi partigiani, sebbene i loro
antenati fossero stati per molto tempo i rivali della sua famiglia. Una
nuova legge, fatta di suo consenso, venne presentata al gran consiglio
il 7 di settembre per modificare la democrazia senza affatto
distruggerla. Le funzioni di gonfaloniere, invece di essere perpetue,
venivano ridotte ad un anno; il gran consiglio doveva essere rimpiazzato
da una balìa, incaricata della maggior parte delle elezioni; ma questo
consiglio, di cui si ristringevano le attribuzioni, non era per altro
soppresso: finalmente Giambattista Ridolfi veniva proposto ai suffragj
de' concittadini per essere sostituito al Soderini. La legge fu
sanzionata dal gran consiglio, e di mille cinquecento suffragj, il
Ridolfi ne riunì a suo favore mille cento tre. Era prossimo parente dei
Medici; ma durante l'amministrazione del Savonarola erasi mostrato
zelante per la libertà e per lo stato popolare, ed i suoi concittadini
apprezzavano la sua prudenza e la sua fermezza[284].
[284] _Jac. Nardi, l. VI, p. 259. — Comment. di ser Filip. de'
Nerli, l. VI, p. 112._
I più zelanti partigiani de' Medici non erano soddisfatti di tanti
riguardi, avendo sperata una più compiuta rivoluzione; e finchè non era
affatto soppresso il gran consiglio, finchè un amico della libertà era
capo del governo, temevano sempre che il partito che godeva il favore
del popolo non riacquistasse la primiera autorità, tostochè si fosse
allontanata l'armata spagnuola, e forse non procedesse di nuovo
all'esilio dei Medici. Si addirizzarono al cardinale Giovanni, e gli
esposero i pericoli della soverchia condiscendenza di suo fratello
Giuliano. Lo trovarono apparecchiato a spingere più in là i suoi
vantaggi, approfittando per compiere la rivoluzione della permanenza in
Toscana dell'armata spagnuola. Fin allora il cardinale erasi trattenuto
a Prato, al quartiere generale degli spagnuoli: all'ultimo fece il suo
ingresso in Firenze il 14 di settembre; ma invece di presentarsi, nella
sua qualità di legato della Toscana, con un corteggio di preti e di
cittadini, volle avere un accompagnamento tutto militare, e lo compose
di uomini d'armi e di fanti spagnuoli e bolognesi. Andò a smontare al
palazzo de' Medici, ove ricevette le visite de' principali cittadini
dello stato; e soltanto due giorni dopo recossi al palazzo pubblico
cogli ambasciatori del papa e del vicerè, per visitare la signoria[285].
[285] _Comment. del Nerli, l. VI, p. 114. — Ist. di Gio. Cambi, t.
XXI, p. 324._
Il Ridolfi, ch'erasi sempre mostrato di un partito contrario al
Soderini, aveva licenziata l'antica guardia che faceva il servizio
presso il gonfaloniere e presso la signoria, ma non aveva avuto il tempo
di formarne un'altra, di modo che il palazzo pubblico non era difeso. Il
corteggio che aveva accompagnato il cardinale de' Medici vi entrò con
lui, e se ne impadronì senza trovare opposizione[286]. Allora i
partigiani dei Medici fecero risuonare la piazza di minacciose grida; e
Giuliano, presentandosi al consiglio degli ottanta, chiese a questo ed
alla signoria di chiamare il popolo a parlamento.
[286] _Comment. del Nerli, l. VI, p. 115._
Da lungo tempo queste tumultuose assemblee erano il segno di una
rivoluzione; onde, formando il gran consiglio, che comprendeva tutti i
cittadini, si aveva avuto di mira di abrogare in certo modo i
parlamenti. La signoria ed i collegj resistettero qualche tempo alle
domande dei Medici; ma finalmente dovettero cedere alla forza; e la
maggior campana suonò per adunare il popolo. I cittadini non si recarono
che in piccolo numero sulla piazza, ed i Medici ebbero l'accortezza di
farla riempire di soldati e di gente straniera, che risposero colle loro
grida a nome del popolo fiorentino. Due ore avanti notte la signoria si
presentò alla balaustrata destinata ad arringare il popolo, e colà lesse
le nuove proposizioni, delle quali i Medici chiedevano l'approvazione.
Dovevano essere abolite tutte le leggi emanate dopo il 1494; doveva per
un anno essere investita una nuova balìa di tutti i poteri appartenenti
al popolo di Firenze; e questa balìa doveva essere composta del
gonfaloniere, degli otto nuovi priori, di dodici membri scelti in
cadauno dei quattro quartieri, i di cui nomi indicati dai Medici furono
pure letti al popolo, finalmente di undici _arruoti_, ossia aggiunti, i
quali, dopo essere stata fatta la prima nomina dal segreto comitato de'
Medici, avevano per singolar favore ottenuto di venire compresi nello
stesso corpo. Questa balìa, cui si accordò il diritto di assumere nuovi
membri, doveva pure avere quello di protrarre d'anno in anno la propria
autorità; ed infatti fu lo stesso corpo, che oramai abbracciando i
poteri di tutta la repubblica, continuò le sue funzioni, senza nuova
missione, fino al 1527, quando i Medici furono per l'ultima volta
espulsi da Firenze. La stessa balìa doveva delegare sotto il nome di
_accoppiatori_ un determinato numero de' suoi membri, cui era accordata
la facoltà di eleggere oramai arbitrariamente il gonfaloniere ed i
priori. Rispetto a quello che in allora sedeva, Giambattista Ridolfi, fu
invitato il primo di novembre a dimettersi dalle proprie funzioni[287].
[287] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 324. — Commen. di ser Fil. de'
Nerli, l. VI, p. 116. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 312. — P. Giovio
vita di Leone X, l. III, p. 149. — Fr. Guicciardini, t. II, l. XI,
p. 17._
Tale fu la stretta e vergognosa oligarchia, che venne sostituita al
libero e costituzionale governo della repubblica. Il parlamento sanzionò
la rivoluzione; perchè i soli cittadini apparecchiati ad approvare ogni
cosa si recarono sulla pubblica piazza, in mezzo ai soldati che facevano
violenza alla loro patria. La nuova balìa pronunciò poche condanne, ma
abolì quasi tutte le magistrature protettrici della libertà; inoltre
licenziò il 18 settembre l'ordinanza, ossia milizia fiorentina, e fece
disarmare il popolo. Un governo stabilito dagli stranieri colla violenza
deve temere ogni forza nazionale, e per mantenersi disarmare ed avvilire
la soggetta nazione[288].
[288] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 329. — Jac. Nardi, l. VI, p.
263. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 311._
Riusciva non agevole cosa il trovare subito il danaro necessario per
soddisfare gli alleati. Il 23 di settembre la balìa fu forzata di aprire
un prestito forzato di ottanta mila fiorini, col di cui prodotto furono
pagati gli Spagnuoli[289]. Ogni membro della balìa fu in appresso
autorizzato ad indicare otto cittadini del suo quartiere tra coloro che
si credevano più affezionati ai Medici, e più contrarj ai principj
popolari. La lista di costoro, che montava a cinquecento quarantotto
cittadini, fu ridotta a dugento da uno scrutinio segreto; e questi
furono considerati come formanti la rappresentazione nazionale o il
consiglio della repubblica, che fu poi detto il consiglio degli
_arruoti_. I Medici, formando questo consiglio, ebbero particolar cura
di non lasciarvi entrare veruno degli antichi partigiani di Savonarola,
i quali eransi proposti di volere ad un tempo guarentire la libertà e
riformare la Chiesa. Di tutti i partiti che conoscevansi in Firenze
questo fu il più rigorosamente escluso da qualunque carica
governativa[290].
[289] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 330._
[290] _Comment. del Nerli, l. VI, p. 119. — Ist. di Gio. Cambi, t.
XXI, p. 351 — Jac. Nardi, l. VI, p. 262._
Il primo gonfaloniere, eletto il 2 di novembre da' venti accoppiatori
della balìa, per succedere a Giambattista Ridolfi, fu Filippo
Buondelmonti allora in età di settantatre anni. Niun membro di questa
così antica famiglia, il di cui nome ricordava le prime contese dei
Guelfi coi Ghibellini, non era stato per anco onorato del gonfalone,
perchè tutti i suoi antenati, ed egli medesimo avevano in ogni tempo
professate opinioni aristocratiche, e mostrato grande disprezzo per il
popolo. Tale elezione riuscì perciò oltremodo spiacevole agli amici
della libertà; e nella stessa signoria si fece più volte sentire al
Buondelmonti che non aveva la confidenza de' suoi concittadini[291].
[291] _Ist. di Gio. Cambi, l. XXI, p. 340._
Il risultamento di questa rivoluzione fu quello di far rientrare in
Firenze il cardinale Giovanni de' Medici e suo fratello Giuliano,
ambidue figliuoli del magnifico Lorenzo, Giulio, cavaliere di Malta, e
priore di Capoa, figliuolo naturale di Giuliano fratello del Magnifico,
e Lorenzo II, figlio di Piero, il primogenito de' tre figli del
Magnifico, il quale si era annegato nel Garigliano. Conducevano inoltre
con loro due fanciulli, Ippolito, figliuolo naturale di Giuliano II, e
Giuliano, figliuolo naturale di Lorenzo II, ne' quali si spense l'antica
stirpe de' Medici, niuno dei capi della quale aveva legittimi
figli[292].
[292] _Jac. Nard. Hist. Fior., l. VI, p. 263._
Appena i Medici si trovarono di nuovo capi del governo, che si vide
sorgere nella repubblica una classe di cortigiani, che sembravano
stranieri agli antichi costumi ed al di lei carattere. Molti dipendevano
da famiglie rendute illustri dal loro amore per la libertà: ma la
vanità, il gusto del piacere, e la speranza di ristabilire col favor di
una corte la loro cadente fortuna, loro facevano preferire il servigio
de' principi alla partecipazione della sovranità in uno stato libero.
Vantavano essi allora l'inalterabile loro fedeltà alla casa de' Medici,
e sebbene si fosse fatta la rivoluzione colle armi straniere, davano ad
intendere d'averla preparata colle loro segrete pratiche, ed agevolata
co' loro tradimenti. Dicevano d'avere essi dato in mano degli Spagnuoli
i passi dell'Appennino, Campi e Prato, e d'avere impedito che queste
città si approvigionassero. Avevano, dicevano essi, tenuta viva una
lunga corrispondenza con Giulio de' Medici, il principale agente del
cardinale suo cugino, e le loro lettere senza addirizzo e senza
sottoscrizione erano poste in un buco della muraglia del cimitero di
santa Maria Novella, ove un messo deponeva in seguito le risposte, senza
conoscere il nome, la dimora o la figura di chi manteneva la
corrispondenza. In premio di queste lunghe pratiche contro la loro
patria riclamavano da' Medici alcuni favori; ma i loro sforzi non
ottennero che d'indicarli al disprezzo de' loro concittadini e delle età
future[293].
[293] _Jac. Nardi, l. V, p, 230, l. VI, p. 264-265._
Il vicerè, don Raimondo di Cardone, era ripartito da Prato il 18 di
settembre, ed aveva raggiunto coll'armata spagnuola i Veneziana che
assediavano Brescia. Il signor d'Aubignì, che difendeva quella città, e
che aveva poca speranza di potervisi tenere lungamente, dopo aver
ricusato di arrendersi ai Veneziani, offrì di capitolare col Cardone,
per gettare in tal modo semi di malcontento tra gli alleati della santa
lega; egli ottenne onoratissime condizioni. Peschiera aprì egualmente le
porte agli Spagnuoli, Legnago al vescovo di Gurck, ministro di
Massimiliano, e la sola Crema si assoggettò ai Veneziani[294].
[294] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 18. — P. Bembi Hist. Ven.,
l. XII, p. 283-284._
Il vescovo di Gurck andò in appresso a Roma, attraversando Firenze; e
giammai ambasciatore, nè prelato alcuno, fu ricevuto nella capitale
della cristianità con tanti onori e contrassegni di rispetto[295]. Il
papa, che vedeva la lega divisa da sorde nimicizie, e vicina a
sciogliersi, voleva assicurarsi la gratitudine di questo segretario
dell'imperatore, che sembrava il solo che si fosse guadagnata la di lui
confidenza: gli accordò il cappello di cardinale, di cui lo andava
lusingando da oltre un anno, e cercò col suo mezzo di unirsi più
intimamente con Massimiliano[296].
[295] Un'elegante descrizione dell'ingresso del vescovo Langio in
Roma fu scritta in latino da Pierio Valeriano Bolzanio, e pubblicata
in Germania. _N. d. T._
[296] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 19. — Paris de Grassis Diar., t.
III, p. 938, apud Rayn. Ann., t. XX, p. 125, an. 1512, § 90. — Ist.
di Gio. Cambi, p. 338. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 311. — Fr.
Belcarii, l. XIV, p. 401._
Si adunava in Roma un congresso delle potenze della lega per regolare i
destini dell'Italia, e terminare le controversie ch'erano di già
scoppiate in Mantova. Una generale gelosia pareva armare tutti gli
alleati gli uni contro gli altri. Lagnavasi il papa che Ferdinando
avesse promessa la sua garanzia a Firenze, Siena, Lucca e Piombino, e
richiedeva per la libertà della santa sede che il sovrano di Napoli non
si arrogasse veruna autorità sopra la Toscana. D'altra parte gli
Spagnuoli volevano estendere la loro protezione non solo su questa
contrada, ma ancora sopra Fabrizio e Marc'Antonio Colonna, i quali dopo
l'evasione del duca di Ferrara erano caduti nella disgrazia del papa. In
pari tempo essi riclamavano il sussidio di quaranta mila fiorini al
mese, loro promessi dal trattato della santa lega, e che da qualche
tempo loro non erano più pagati. Gli Svizzeri, che il papa aveva
proclamati i difensori della libertà ecclesiastica, loro mandando una
bandiera, una spada, ed un caschetto da lui benedetti, volevano che il
ducato di Milano fosse restituito a Massimiliano Sforza, che loro assai
importava d'avere vicino piuttosto che un grande potentato; e volevano
consegnargli essi medesimi le chiavi di Milano, per dare ad intendere
ch'essi soli lo avevano conquistato. L'imperatore Massimiliano
pretendeva di avere per sè medesimo il Milanese, e ricusava al cugino
l'investitura ed il titolo di duca. Lo stesso Massimiliano, d'accordo
cogli Spagnuoli, lagnavasi del pontefice, che aveva occupata Piacenza,
Parma e Reggio, in pregiudizio dei diritti dell'impero[297].
[297] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 20. — Jac. Nardi, l. VI,
p. 266._
Ma più complicate di tutte e più difficili a conciliarsi erano le
contese tra Massimiliano ed i Veneziani. Il primo, che occupava sempre
Verona, chiedeva ancora Vicenza, e non si accontentava di lasciare ai
Veneziani il possesso di Padova, Treviso, Brescia, Bergamo e Crema,
ch'egli riclamava sempre come terre dell'impero, se non mediante il
pagamento di dugento mila fiorini d'investitura ed un annuo tributo di
trenta mila. D'altra parte i Veneziani non potevano acconsentire, nè di
rinunciare all'alta signoria di cui avevano goduto per più d'un secolo,
nè di fare un così enorme sagrificio di danaro nello stato di
esaurimento in cui si trovavano le loro finanze, nè di perdere ogni
comunicazione colle province, che loro si rendevano al di là del Mincio,
ed il di cui possedimento sarebbe in conseguenza sempre stato per loro
precario[298].
[298] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 21. — P. Bembi, l. XII, p.
285. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 402._
Giulio II adoperò tutto il suo ascendente, tutta la sua attività per
conciliare così opposte pretese; offrì ai Veneziani di sovvenire loro
parte del danaro domandato dall'imperatore; gli andò vivamente esortando
a cedere per la pace dell'Europa; ma non potendo persuaderli, li
minacciò coll'abituale suo impeto di rovesciare sopra di loro tutte le
pene ecclesiastiche, se protraevasi per colpa loro la pace d'Italia, e
subito dopo conchiuse coll'imperatore, e pubblicò il 25 novembre una
nuova alleanza, cui gli ambasciatori d'Inghilterra e di Arragona
ricusarono d'intervenire. In forza di questa Massimiliano aderì al
concilio di Laterano, annullò tutti gli atti per i quali erasi unito al
concilio di Pisa, promise di non soccorrere in verun modo nè Alfonso
d'Este, nè i Bentivoglio, e di richiamare i Tedeschi che trovavansi ai
servigj del primo. Dal canto suo Giulio si obbligò ad impiegare le armi
spirituali e temporali per mettere l'imperatore eletto in possesso di
tutte le province che gli erano state date per sua parte nella lega di
Cambrai. La persecuzione di Giulio contro i Colonna, ed i contraddittorj
diritti dell'Impero e della Chiesa sopra Parma, Piacenza e Reggio,
dovevano rimanere sospesi fino alla fine della guerra[299].
[299] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 21. — Rayn. An. Eccl. 1512, § 91,
p. 125. — Fr. Belcarii l. XIV, p. 402._
Tuttavolta il papa non ruppe le sue negoziazioni colla repubblica;
sperava ancora di sottrarla a nuove ostilità, e non voleva attaccare
Ferrara avanti il ritorno della bella stagione. In questo intervallo di
pace, il cardinale di Gurck, quello di Sion, ed il vicerè di Napoli, si
recarono a Milano per dare a Massimiliano Sforza il possesso della sua
capitale: il cardinale di Sion gli consegnò le chiavi alle porte della
città, il 29 di dicembre, a nome della confederazione elvetica. I
Milanesi, dopo avere tanto sofferto, speravano di trovare sotto un
sovrano italiano e sotto il nipote del grande Francesco Sforza tutta la
felicità degli andati tempi: la memoria dello stesso Lodovico il Moro
era loro diventata cara pel contrapposto del dominio degli stranieri; e
la capitolazione della fortezza di Novara contribuì ad abbellire le
feste della inaugurazione del nuovo duca. Ai Francesi null'altro omai
restava in Italia che i castelli di Milano, Cremona, Trezzo, e la
Lanterna di Genova[300].
[300] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 22. — P. Bizzarri Gen.
Hist., l. XVIII, p. 432. — Jac. Nardi, l. VI, p. 266. — Fr.
Belcarii, l. XIV, p. 403._
Ma intanto Lodovico XII non rinunciava altrimenti al Milanese, la di cui
conquista era stato l'oggetto dell'ambizione di tutta la sua vita.
Ritirando le sue truppe dall'Italia, le aveva portate sui Pirenei,
aggiungendovi nuovi corpi di uomini d'armi francesi, e Landsknecht della
bassa Germania; e prima che terminasse l'anno aveva ricuperata ai
confini della Spagna una grande superiorità di forze a fronte del suo
avversario Ferdinando. Ma la campagna del 1512 era stata fatale al suo
fedele alleato Giovanni d'Albret, re di Navarra. I generali francesi,
che lo difendevano, avevano commessi errori sopra errori; ed egli
medesimo, prendendosi maggior cura delle cerimonie della chiesa che
degli affari dello stato, passava gran parte del tempo ascoltando messe,
sebbene fosse scomunicato come scismatico, ed una bolla pontificia lo
privasse del suo piccolo regno. Ferdinando ne riconobbe la conquista,
piuttosto che dal valore delle sue truppe e dall'abilità del suo
generale, il duca d'Alba, dagli artificj con cui ritenne a Fontarabia il
marchese di Dorset cogl'Inglesi, in modo di fare in suo favore una
potente diversione[301]. Quando finalmente il regno di Navarra fu
perduto, questo stesso rovescio lasciò la libertà a Lodovico XII di far
riprendere alla sua armata la strada della Lombardia; e nel principio
del 1513 cercò con nuove negoziazioni di sciogliere la lega che gli
aveva tolto il Milanese, e di procurarsi in Italia nuovi alleati.
[301] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 23. — Jo. Marianae de reb. Hisp.,
l. XXX, c. XI, p. 317. — Mém. du chev. Bayard, ch. LVI, p. 329-339.
— Mémoir. de Fleuranges, p. 106-116. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 404.
— Hume's history of England, ch. XXVII, t. V, p. 115._
La lega trovavasi di già talmente divisa da opposti interessi, che in
certo modo Lodovico XII era padrone di scegliere a suo piacimento i suoi
nuovi alleati. Ferdinando, che in ogni sua azione coprivasi sempre
ipocritamente col manto della religione, gli aveva mandati in Francia
due monaci per trattare con lui, proponendogli o una pace generale, o
una parziale alleanza; ma perchè la prima proposizione di Ferdinando
richiedeva che Lodovico XII abbandonasse la Navarra, questi rispose che
l'onor suo voleva che soccorresse un re che si era gettato nel pericolo
soltanto per attaccamento verso di lui[302]. Dall'altro canto la regina
Anna di Bretagna aveva fatto fare delle aperture di negoziazione al
cardinale di Gurck, che erano state accettate; e Massimiliano aveva in
cambio fatto proporre a Lodovico di unire in matrimonio il suo piccolo
nipote, l'arciduca Carlo, colla seconda figlia del re, purchè questa gli
portasse in dote i diritti della Francia sul Milanese e sui regno di
Napoli. Chiedeva inoltre che la giovane principessa si mandasse
immediatamente alla corte imperiale per essere colà educata fino
all'epoca del matrimonio, e che il re secondasse Massimiliano nel suo
progetto di ruinare affatto i Veneziani[303]. La regina Anna non volle
acconsentire alla separazione di sua figlia, ed i consiglieri di
Lodovico XII lo dissuasero dal contrarre alleanza con un imperatore, che
non era mai di buona fede nelle sue promesse, e che, quand'anche lo
fosse, e quand'anche avesse perdonate alla Francia le diciassette offese
che diceva avere da questa ricevute, si poneva sempre nell'impossibilità
di soddisfare ai suoi impegni[304].
[302] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 27. — Fr. Belcarii, l.
XIV, p. 405._
[303] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 27. — Fr. Belcarii, l.
XIV, p. 405._
[304] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 29._
Lodovico XII non ignorava le funeste conseguenze della sua
malintelligenza cogli Svizzeri, ed ardentemente desiderava di
riconciliarsi, ma questa negoziazione presentava maggiori difficoltà che
non le altre. Sapeva essere stato sottoscritto un trattato tra gli
ambasciatori svizzeri e Massimiliano Sforza, in forza del quale la
confederazione prendeva sotto la sua protezione la casa Sforza,
permettendole di levare per la difesa del Milanese quante truppe le
piacesse; ed il duca prometteva cento cinquanta mila ducati nell'atto di
entrare in possesso de' suoi stati, e per venticinque anni quaranta mila
ducati all'anno. Lodovico caldamente desiderava di fare in modo che la
dieta non ratificasse questo trattato, lo che non era fin allora
accaduto. Soltanto per ottenere che i suoi ambasciatori potessero
presentarsi a questa dieta, cedette agli Svizzeri le fortezze di Lugano
e di Locarno: ed a tale condizione il signore de la Tremouille ebbe la
licenza di portarsi a Lucerna, ov'era adunata l'assemblea. Vi si recò
nello stesso tempo ancora Gian Giacopo Trivulzio, sotto pretesto di
trattarvi alcuni suoi particolari interessi; ma subito gli Svizzeri gli
proibirono di comunicare con la Tremouille, ed alla presenza dell'uno e
dell'altro ratificarono la convenzione conchiusa collo Sforza, e
ricusarono al re di Francia ogni leva di soldati, ed ogni altra
domanda[305].
[305] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 28. — Fr. Belcarii, l. XIV, p.
406._
Nello stesso tempo Lodovico XII avea preso a negoziare coi Veneziani col
mezzo del Trivulzio e di Andrea Gritti, che trovavasi tuttavia
prigioniere dopo la battaglia di Ghiara d'Adda, e che il re aveva fatto
venire alla sua corte. Ma sebbene queste pratiche si continuassero
segretamente, Massimiliano n'ebbe qualche sentore, e per romperle si
mostrò disposto a recedere dalle sue pretese, rinunciando alla
restituzione di Vicenza. Risposero i Veneziani al cardinale di Gurck,
che non tratterebbero, se non a condizione che fosse loro restituita
Verona, senza la quale città il loro territorio si trovava diviso in due
parti; soltanto offrirono in compenso all'imperatore d'accrescere il
tributo loro domandato. Il che non avendo potuto essi ottenere,
sottoscrissero col segretario del Trivulzio, mandato segretamente a
Venezia, un trattato d'alleanza colla Francia. Servì di base a questo
nuovo trattato quello del 1499 tra le due medesime potenze, in forza del
quale davansi ai Veneziani Cremona e la Ghiara d'Adda[306], e a Lodovico
XII tutto il restante del ducato di Milano.
[306] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 29._
Il segretario del Trivulzio, che aveva redatto questo trattato per la
Francia, aveva fatta l'espressa riserva, che terrebbesi come non
avvenuto, qualunque volta non fosse dal re ratificato entro un
determinato tempo. Perciò fin allora nulla era conchiuso, e ciascuno
tirava avanti nelle sue contraddittorie negoziazioni. Lodovico XII aveva
mandato a Massimiliano il signore d'Asparoth, fratello di Lautrec, per
continuare le negoziazioni relative alle proposizioni del matrimonio di
madama Renata di Francia. Dall'altro canto Ferdinando confortava
caldamente Massimiliano a cedere Verona ai Veneziani e ad accettare
invece dugento cinquanta mila ducati d'investitura, e cinquanta mila di
annuo censo. Gli proponeva di adoperare questo danaro per portare la
guerra in Borgogna, e prendersi larghi compensi in Francia alle
conquiste che abbandonava in Italia. Egli aveva impegnato il cardinale
di Gurck, ch'era perfettamente entrato nelle sue viste, a recarsi in
Germania per appoggiarle, e lo aveva fatto accompagnare da don Pedro di
Urrea, suo ambasciatore, e dal conte di Cariati, suo ministro presso la
repubblica di Venezia. Per dare più largo tempo a tutte queste
negoziazioni, si stipulò una tregua a tutto marzo tra i Tedeschi ed i
Veneziani[307].
[307] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 30._
Il più attivo in queste così complicate negoziazioni era però sempre
Giulio II. Stava con impazienza aspettando la buona stagione per
attaccare Ferrara, il di cui duca, abbandonato da tutti i suoi alleati,
non poteva opporgli lunga resistenza. Aveva segretamente pel prezzo di
trenta mila ducati acquistati da Massimiliano i diritti dell'impero
sopra Siena, e contava di farne un dono a suo nipote, il duca d'Urbino:
mercè un'altra somma di quaranta mila ducati Massimiliano doveva pure
consegnargli Modena in pegno. Egli minacciava i Lucchesi, ai quali
voleva togliere la Garfagnana, che avevano conquistata sopra Alfonso
d'Este in tempo delle sue calamità. Era scontento dei Medici, che
trovava più attaccati alla corte di Spagna che a lui, e meditava di
mutare nuovamente la costituzione di Firenze. Aveva tolta al cardinale
di Sion la legazione di Milano, e lo aveva richiamato a Roma, per
gastigarlo delle concussioni colle quali questo prelato erasi formata in
Lombardia un'entrata di trenta mila ducati. Apparecchiavasi a scacciare
da Perugia Giovanni Baglioni, per sostituirgli Carlo Baglioni, e a far
deporre Giano Fregoso, doge di Genova, per far eleggere in sua vece
Ottaviano Fregoso. I soli Svizzeri continuavano a parergli degni della
sua stima e dell'amor suo. Col loro soccorso egli sperava di terminare
di _cacciare i barbari d'Italia_, secondo la favorita sua espressione, e
di disfarsi un giorno degli Spagnuoli; ed il cardinale Grimani avendo
detto in sua presenza che il regno di Napoli rimaneva sempre in mano
degli stranieri, Giulio II, battendo sul suolo col suo bastone, disse,
che se il cielo gli dava vita non tarderebbe a liberare anche i
Napolitani dal giogo che gli opprimeva[308]. Finalmente nell'implacabile
sua collera contro la Francia trasferiva con una bolla al re
d'Inghilterra il titolo di Cristianissimo, privava Lodovico del regno di
Francia, e lo accordava al primo occupante[309].
[308] _Paolo Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 94._
[309] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 30. — Rayn. An. Eccl.
1512, § 97, p. 126._
Tutti questi progetti fermentavano nello stesso tempo nel capo di Giulio
II, quando una leggiere ma ostinata febbre, cui ben tosto s'aggiunse la
dissenteria, gli fece sentire che poco gli rimaneva a vivere. Chiamò
presso di sè i cardinali in concistoro, e fece loro confermare la bolla
contro la simonia, ch'egli aveva pubblicata dopo la sua prima malattia.
Fece loro dichiarare, che i cardinali scismatici sarebbero esclusi dal
conclave, al quale, e non già al concilio adunato, lasciò l'elezione del
suo successore; persuase di nuovo i cardinali a confermare il vicariato
di Pesaro a suo nipote, il duca d'Urbino, in vista che questa era la
sola grazia ch'egli accordava alla propria famiglia. Infatti non si
presentò nella storia una sola occasione di parlare di Madonna Felicia,
sua figlia, maritata a Gian Giordano Orsini. Egli mai non le aveva
accordato verun favore; ed un giorno ch'ella caldamente gli chiedeva il
cappello di cardinale per Guido di Montefalco, suo fratello per parte di
madre, glielo rifiutò aspramente, dichiarando che non erane degno.
Giulio II conservò fino all'ultimo istante la stessa fermezza, la stessa
costanza, tutto il vigore della sua anima e tutto il suo discernimento.
Ricevette i sacramenti della Chiesa, e morì dopo più giorni di patimenti
nella notte del 21 febbrajo nel 1513[310][311].
[310] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 31. — P. Giovio, Vita di Leon X,
l. III, p. 151. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 4. — Jac. Nardi,
l. VI, p. 270. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 311. — P. Bizarri, l.
XVIII, p. 433. — Rayn. Ann. Eccl. 1513, § 1-9, p. 132-133. — Fr.
Belcarii, l. XIV, p. 407._ — La storia di Venezia di Pietro Bembo
finisce alla morte di Giulio II, _l. XII, p. 286_. Dessa è uno de'
più deboli libri di questo celebre letterato. Egli sagrifica sempre
la sua imparzialità e la sua buona fede a ciò ch'egli crede l'onore
della sua patria. Le sue informazioni sono troppo inesatte, e
sebbene abbia avuto sott'occhio alcune carte dello stato, che non
avevano potuto vedere gli altri storici, il più gran numero de'
moltissimi documenti che gli sarebbero stati necessarj gli furono
sottratti dalla gelosia del governo. Finalmente anche sotto il
rapporto del merito letterario la storia del Bembo, conviene
confessarlo, non è degna del nome del suo autore. A molta eleganza e
purità di stile egli non seppe aggiugnere quell'interesse, che
alletta a leggere la storia; e non si può scorrere quella del Bembo
senza molta fatica e senza noja. Io feci uso dell'edizione del
_Thesaurus antiquitatum et historiarum Italiae del Burmanno, nel t.
V, p. I, p. 1-286._
[311] È cosa notabile che ciò che osserva il nostro autore rispetto
al merito della storia del Bembo, altri lo hanno osservato per conto
delle altre opere dello stesso autore. Il Bembo ottenne grandissimo
nome, ma separatamente esaminando tutte le sue opere, sempre si
crede che lo debba a tutt'altra scrittura che a quella che si ha
sotto gli occhi. _N. d. T._