_Battaglia di Ravenna; morte di Gastone di Foix, ed
indebolimento dell'armata francese; Giulio II si ostina a
ricusare la pace; dissimulazione di Massimiliano; irritamento
degli Svizzeri; questi si uniscono ai Veneziani e scacciano i
Francesi d'Italia._
1512.
Uno dei più grandi mali cagionati dalla violenza delle passioni
popolari, è quello di distruggere nel cuore umano le primitive nozioni
del giusto e dell'ingiusto, di confondere ciò che è onesto con ciò che è
turpe. Quando giudichiamo con calma la condotta de' partiti e dei loro
corifei, ci sorprende e ci affligge per l'umana natura il vedere interi
popoli applaudire a rivoltanti azioni, individui distinti per le loro
belle qualità macchiarsi senza rimorso con atti di ferocia e di perfidia
che oltraggiano l'umanità. Noi saremmo a tal vista tentati di dubitare
dell'universale potere della coscienza, primaria legge della nostra
esistenza, se non volgessimo lo sguardo alla prepotente influenza, che
gli altrui giudizj esercitano sopra di noi. L'amore del bello e del
giusto è dato ad ogni uomo; ma la conoscenza di ciò che è bello, di ciò
che è giusto non è rapida abbastanza per andare innanzi all'istruzione
che gli viene offerta dagli altri. La lentezza del suo spirito, e più di
tutto la sua infingardaggine, hanno bisogno d'essere diretti dalla
pubblica opinione; ed il più delle volte l'universale consenso ha
segnata quella linea morale, che cadauno separatamente avrebbe potuto a
stento determinare. E per tal modo la coscienza diventò quasi sempre
l'eco della voce popolare; ed anche l'uomo d'eminente intelletto, non
avendo tempo di esaminare partitamente tutte le quistioni della morale,
abbraccia per lo più il giudizio suggeritogli dagli altri, ma ch'egli
crede dovuto ad affezioni od a ripugnanze innate in un cuore onesto.
Ma quando lo spirito di parte, impadronendosi d'una società, la divide
in due, ogni parte ammette una credenza, che per coloro che la seguono,
presentasi con tutti i caratteri della pubblica opinione, e diventa in
sua vece il regolatore ed il supplimento della coscienza individuale. La
violenza dello spirito di parte si attacca quasi sempre a quistioni
morali, che vengono decise dal pregiudizio, ed intorno alle quali la
ragione rimane in sospeso. Tali sono, l'origine del potere e la sua
legittimità, i doveri de' sudditi, i diritti de' cittadini, la fedeltà
che i primi credono dovuta al loro monarca, che i secondi credono di
potere pretendere dal loro governo. L'esame di cadauna di tali
quistioni, da cui può dipendere la condotta dell'uomo d'onore, nelle più
importanti occasioni, spaventa colla sua difficoltà: ma gli uomini di
partito non si curano di esaminarle; adottano il pro o il contro con una
cieca fede, che poi risguardano come il loro sentimento morale, come la
voce della loro coscienza; accusano di mala fede coloro che hanno
abbracciato il contrario sistema, e, sentendosi appoggiati dall'assenso
de' soli uomini con cui essi parlano, disprezzano i loro avversarj, e
non vedono che colpevoli in tutti coloro che essi combattono. Il solo
filosofo conosce quanto difficile sia lo stabilire principj nelle
astratte quistioni della politica, e sotto quanti differenti aspetti
esse si presentino ai migliori ingegni: per tal modo egli abbraccia
tutte le opinioni, tutte le scuse, ed altro non vede nelle politiche
dissensioni che vincitori e vinti.
Il conte Luigi Avogaro, ed il numeroso partito da lui strascinato nella
ribellione, potevano giustificare la loro causa con tutti i nomi tra gli
uomini più sacri. Quando l'Avogaro volle ristabilire nella sua patria
quella stessa autorità della repubblica veneta, sotto la quale egli era
nato, e sotto la quale vissuto era suo padre, prendeva le armi per ciò
che gli uomini hanno convenuto di chiamare legittimo potere: nello
stesso tempo combatteva per la libertà, che l'Italia credeva di vedere
nel governo repubblicano di Venezia; combatteva per l'indipendenza
italiana contro il giogo d'una nazione straniera; finalmente combatteva
per la religione e per la Chiesa, perciocchè il papa aveva abbracciata
la difesa di Venezia, ed i suoi avversarj erano macchiati col nome di
scismatici. Pure uno degli eroi della Francia, Gastone di Foix, condannò
l'Avogaro al supplicio coi due suoi figli; cercò d'infamarlo col nome di
traditore; non credette di sagrificarlo alla politica, ma alla
giustizia, e volle egli stesso trovarsi presente ad un'esecuzione, di
cui pareva gloriarsi. Un poeta francese, risguardando l'Avogaro quale
uomo abbandonato all'infamia, non si fece scrupolo di calunniarlo con
perfide supposizioni; e quanto più ristretto è in Francia il numero
delle tragedie storiche, tanto più l'odioso carattere che Du Belloy ha
dato al conte Avogaro, ha lasciata contro di lui una gagliarda
impressione popolare[194]. Finalmente gli storici francesi, lungi dal
vergognarsi della carnificina di Brescia, sonosi compiaciuti di
esagerarne le conseguenze. Non vi scorsero che fatti gloriosi per
Lodovico XII, il padre del popolo, e per Nemours, l'idolo dell'armata;
ed hanno coperto col loro disprezzo quelli che erano stati vinti dai
loro compatriotti, senza farsi carico de' nobili sentimenti che loro
avevano poste le armi in mano.
[194] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 577. — P. Giovio Vita di Leon X,
l. II, p. 115. — Gaston et Bayard tragédie de Du Belloy, 1771._
La riputazione ed il carattere di Gastone di Foix, duca di Nemours, sono
altri esempi dell'influenza dei pregiudizj di partito. Questo principe,
nato il 10 dicembre del 1489, e che di poco era entrato nel suo
ventesimo terzo anno, ove si debba giudicare dalla sua gloria, è uno de'
più grandi uomini che producesse la Francia, ove poi si esaminino le
azioni sue, sembra uno de' più feroci capi d'esercito. Durante la
battaglia, egli eccitava continuamente i suoi soldati alla carnificina,
e poche volte dava quartiere ai nemici; verun capitano trattò con
maggiore asprezza i popoli delle città conquistate, o gli assoggettò a
più pesanti contribuzioni: nel suo campo, in cui la negligenza del
signore di Chaumont aveva permesso che s'introducesse l'indisciplina,
non era stato da altro generale rimesso l'ordine con una più costante
severità e con più inflessibile rigore: per ultimo niuno risparmiava
meno di lui la vita dei soldati, che strascinava con rapidissime marcie
a traverso ai pantani o tra le profonde nevi, e teneva le intere notti a
cielo aperto in mezzo ai ghiacci nel più rigoroso inverno.
Ma un generale, più ancora che un politico, è l'opera del suo secolo e
di quel potente pregiudizio che copre di tanta gloria le militari
fortunate imprese. È cosa ingiusta il rendere un individuo risponsabile
d'un'opinione popolare, cui forse cadauno di noi ha contribuito. Gli
applausi che i più deboli diedero in ogni occasione ai forti,
quell'entusiasmo che il più timido sesso sente per il valore, quella
corona di gloria onde i poeti cinsero la fronte de' vincitori, furono
altrettante offese fatte all'umanità. La pubblica opinione si compiacque
d'inebbriare i guerrieri per iscatenarli in appresso contro la società;
riserbò tutti i suoi allori per le loro vittorie, senza farsi da costoro
rendere conto nè dei motivi delle guerre, nè de' mezzi adoperati per
ottenere la vittoria; ella rimane sola risponsabile della formidabile
frenesia de' conquistatori. Questi non sono che ciò che li fa il mondo;
e Gastone di Foix, uno forse degli uomini che recarono maggior danno
alla umanità, in proporzione della sua breve carriera, per l'elevazione
della sua anima e per i singolari suoi talenti, era meritevole della
stima che gli fu accordata.
Gastone di Foix, che di ventidue anni aveva ottenuto l'importantissimo
comando della Lombardia, aveva date nella sua prima gioventù tali prove
di talenti militari, che pochi vecchi guerrieri pareggiarono. Circondato
da nemici, tutti egualmente pericolosi, aveva nel cuore dell'inverno
fatto testa a tutti successivamente colla stessa armata; e sempre gli
aveva sopraggiunti in una perfetta sicurezza, mentre lo supponevano in
faccia ad altre armate. Dal mese di novembre in poi aveva inquietati gli
Svizzeri scesi in Lombardia, e forzatili a rientrare nelle loro
montagne; aveva costretta l'armata del re di Spagna e del papa a levare
l'assedio di Bologna, ed a ritirarsi in Romagna; aveva battuto Gian
Paolo Baglioni coi Veneziani tra l'Adige ed il Mincio, e finalmente
aveva ripresa Brescia, distruggendovi l'armata del Gritti e
dell'Avogaro. Dopo quest'ultima vittoria Gastone pareva abbandonarsi ai
piaceri, non d'altro occupandosi che delle feste del carnovale; ma
frattanto la sua armata era in cammino, ed apparecchiavasi a nuove
intraprese; e per tirarlo da questo apparente dissipamento non
abbisognavano gli eccitamenti di Lodovico XII, che gli pervennero uno
dietro l'altro, affrettandolo di correre alla battaglia[195].
[195] _Jo. Marianae de reb. Hisp. l. XXX, c. VIII, p. 310. — Mém. du
chev. Bayard, c. L, p. 256._
Lodovico XII vedeva finalmente addensarsi sul proprio capo tutti i
turbini che Giulio II da tanto tempo andava preparando. Aveva Ferdinando
saputo approfittare della sua influenza sul suo genero, il re
d'Inghilterra, per persuaderlo a firmare in Londra, il 17 novembre del
1511, un'alleanza il di cui oggetto manifesto era quello di far
ricuperare all'Inghilterra il possedimento della Guienna, mentre
Ferdinando contava di approfittarne per riconquistare egli stesso la
Navarra. Giovanni d'Albretto, re di Navarra, era ciecamente entrato in
tutti gli interessi della Francia: per far cosa grata a Lodovico XII
aveva riconosciuto il concilio di Pisa, e si trovava colpito dalle
scomuniche fulminate contro i fautori di Lodovico. Ferdinando non
credeva d'abbisognare di verun altro pretesto per invadere i suoi stati;
ma conveniva rendere altrove necessarj i soccorsi che avrebbe potuto
dargli la Francia. A tale oggetto Ferdinando persuadeva Enrico VIII ad
attaccare la Guienna, e gli offriva per ajutarlo a conquistarla
cinquecento uomini d'armi, mille cinquecento cavaleggieri e quattro mila
fanti[196].
[196] _Rymer Foedera et Conventiones, t. XIII, p. 311. — Rapin de
Thoyras, Hist. d'Angleterre l. XV, t. VI, p. 41._
Enrico VIII tenne per qualche tempo segreto il trattato che sottoscritto
aveva con Ferdinando; negò a Lodovico XII, che ne aveva avuto qualche
sentore, l'esistenza del medesimo; ed il 9 di dicembre ricevette da
questi l'ultimo pagamento de' sussidj, che il re di Francia aveva
promesso di dargli pel mantenimento della pace[197]. Ma in occasione
dell'apertura del parlamento, il 4 febbrajo 1512, partecipò a
quest'assemblea il suo progetto di attaccare la Francia, per isciogliere
il concilio di Pisa, e far restituire Bologna alla Chiesa. Ottenne dal
parlamento considerabili sussidj per l'esecuzione di tali progetti, che
pure sembravano affatto stranieri all'Inghilterra[198]. Una nave del
papa, la prima che spiegasse bandiera pontificia nelle acque del Tamigi,
giunse a Londra carica di vini greci e di frutta del mezzogiorno, che il
papa mandava in dono ai prelati, ai lordi ed ai membri della camera dei
comuni: questo nuovo inaudito onore sedusse non meno gl'Inglesi che il
loro re; e l'intera nazione si associò con entusiasmo ad una guerra
senza motivo[199].
[197] _Rymer, Foedera et Conv., t. XIII, p. 310._
[198] _Rapin de Thoyras, l. XV, p. 44. — Hume's History of England,
ch. XXVII, t. V, p. 112._
[199] _Fr. Guicciardini l. X, p. 578. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
383._
Lodovico XII doveva temere l'attacco degl'Inglesi su tutte le coste,
quello di Ferdinando su tutta la linea de' Pirenei, quello degli
Svizzeri sulla Borgogna o in Italia. Nella quale ultima contrada il
papa, il vicerè di Napoli ed i Veneziani, minacciavano di nuovo il suo
luogotenente, il duca di Nemours, mentre che Massimiliano, il suo solo
alleato, pel quale erasi fin allora esaurito di uomini e di danaro, non
solo non lo assecondava, ma inoltre gli faceva ad ogni istante temere di
porsi coi suoi nemici. Massimiliano gli aveva nuovamente promessa la
continuazione della sua amicizia, ma l'aveva accompagnata con tali
esorbitanti domande, con lagnanze tanto ingiuste e ridicole, che
facevano presagire una vicina rottura[200]; e siccome egli non
manifestava i suoi segreti a verun confidente, non si sa accertare se
fin d'allora avesse intenzione d'ingannare Lodovico XII, o se cedesse
senza un premeditato progetto alla sua abituale instabilità.
[200] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 579. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
383._
I medesimi Fiorentini vacillavano nell'alleanza colla Francia; i loro
soccorsi non giugnevano all'armata; il termine dell'alleanza andava a
spirare entro pochi mesi, ed essi ricusavano di rinnovarla; intanto
negoziavano con Ferdinando e con don Raimondo di Cardone, ed avevano
ottenuto dal papa l'assoluzione della scomunica contro di loro
pronunciata. Egli è vero che il duca di Ferrara ed i Bentivoglio
mantenevansi fedeli a Lodovico XII; ma la loro alleanza era piuttosto un
carico che un beneficio; incapaci di difendersi da sè medesimi, non
isperavano salvezza che dalla Francia. Ogni speranza di Lodovico XII era
riposta nell'armata di Gastone di Foix; la quale, se batteva Raimondo di
Cardone, poteva inspirare a Giulio II tanto terrore da ridurlo a
sottoscrivere la pace[201].
[201] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 580. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
384._
Quando Gastone di Foix seppe che l'armata era giunta a Finale di Modena,
si affrettò di raggiugnerla: aveva ricevuto rinforzi dalla Francia, ed
aveva a sua disposizione mille seicento lance, cinque mila fanti
tedeschi, cinque mila Guasconi ed ottomila tra Italiani e Francesi. Il
duca di Ferrara gli condusse pure cent'uomini d'armi, dugento
cavaleggieri, ed un treno d'artiglieria, il più bello che allora si
vedesse presso verun principe d'Europa. Il cardinale di Sanseverino, che
dal concilio di Pisa trasferitosi a Milano, si era fatto dare il titolo
di legato di Bologna, aveva raggiunta l'armata con militare apparato,
trovandosi felice di poter abbandonare un'assemblea che non riceveva che
mortificazioni, perciocchè i prelati non erano stati più favorevolmente
ricevuti a Milano, di quello che lo fossero stato a Pisa. Il popolo li
caricava d'ingiurie nelle strade, ed il clero, assoggettandosi
all'interdetto pronunciato dal papa, aveva sospeso i divini ufficj[202].
[202] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 560 e 581. — Fr. Belcarii, l.
XIII, p. 385. — Jac. Nardi, l. V, p. 233._
Il 26 di marzo Gastone partì da Finale di Modena per innoltrarsi nella
Romagna. Quant'egli desiderava di venire a battaglia, altrettanto
Raimondo di Cardone cercava di schivarla. Aveva questi sotto i suoi
ordini mille quattrocento uomini d'armi, mille cavaleggieri, sette mila
fanti spagnuoli, e tre mila Italiani: aspettava inoltre sei mila
Svizzeri, che il cardinale di Sion aveva promesso di condurgli a spese
comuni del papa e de' Veneziani. Frattanto Ferdinando gli avea ordinato
di non esporsi ad una battaglia, per aspettare che l'invasione
degl'Inglesi obbligasse Lodovico a richiamare dall'Italia la sua armata.
Perciò si andava Raimondo ritirando in faccia all'armata francese,
occupando sempre vantaggiose posizioni, ove non poteva essere attaccato
che con grande svantaggio[203].
[203] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 581. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
385. — Mém. du chev. Bayard, ch. L, p. 257._
Gastone tentò da principio di penetrare tra Castel Guelfo e Medicina, al
levante di Bologna, e gli Spagnuoli presero posto in distanza di quattro
miglia, sotto le mura d'Imola. Gastone andò a cercarli, avvicinandosi
fino ad un miglio dall'armata nemica; ma conoscendone la posizione quasi
inattaccabile, continuò a marciare verso Forlì. Mentre le due armate
erano vicine, gli Spagnuoli credendosi in sul punto di essere attaccati
si andavano affollando intorno al legato Giovanni dei Medici, per
ottenere l'assoluzione de' loro peccati. Avevano un così vivo desiderio
di toccare le sue vesti, che, abbandonando le loro insegne e le loro
file per affollarsi intorno a lui, eccitarono ne' loro capitani la più
viva inquietudine. Intanto, racconta Giovio, che il legato piangeva di
gioja, vedendo come questi tanto feroci Spagnuoli, dediti alla rapina ed
alle stragi, nudrivano nello stesso tempo così religiosi sentimenti. Il
Medici si recò fra di loro con una croce d'argento, pronunciò la loro
assoluzione, loro promettendo l'eterno premio, se venivano uccisi per la
difesa dell'autorità papale; ma nello stesso tempo gli scongiurò a non
uscire dalle loro file, finchè il nemico si trovava così vicino[204].
[204] _P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 117._
Ne' susseguenti giorni Nemours cercò con accorte marcie di tirare gli
Spagnuoli fuori della loro posizione; ma questi tenevano appoggiata la
loro sinistra all'Appennino, e trovavano sempre vantaggiosi
accampamenti, tenendo quest'ala per perno; mentre i Francesi, che si
avanzavano in una pianura bassa e tagliata da frequenti canali, mai non
trovavano una posizione in cui potessero con vantaggio dare
battaglia[205].
[205] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 582. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
385._
Mentre i due generali spiegavano la loro cognizione militare in questi
movimenti, Gastone di Foix ricevette da Lodovico XII un corriere per
affrettarlo a venire a battaglia. Il re aveva penetrato che Massimiliano
coll'intervento del papa aveva conchiusa una tregua di dieci mesi coi
Veneziani, a condizione che questi gli pagherebbero 50,000 fiorini, e
che l'una e l'altra potenza conserverebbero ciò che possedevano. Nello
stesso tempo Girolamo Cavanilla, ambasciatore del re d'Arragona, aveva
domandata l'udienza di congedo, lo che sembrava annunciare un vicino
attacco dalla banda de' Pirenei. Lo stesso Gastone aveva ricevute
notizie tali che accrescevano la sua impazienza di combattere, ma che
teneva cautamente celate a tutti i suoi ufficiali. Il capitano de' suoi
landsknecht, Giacomo von Embs, o Empser, trovavasi da molto tempo al
servigio della Francia; era stato ben trattato dal re, e, sebbene non
parlasse l'idioma francese, aveva un onorato grado nella milizia. L'8 di
aprile, il giorno susseguente alla venuta di Bajardo al campo, Empser
ricevette un ordine dall'ambasciatore dell'imperatore Massimiliano a
Roma, diretto a tutti i Tedeschi che militavano nell'armata francese,
col quale veniva loro ingiunto a nome dell'imperatore di abbandonare
immediatamente l'armata e di ricusare di combattere contro le truppe del
papa o del re d'Arragona. Giacopo Empser, senza comunicare quest'ordine
a chicchessia, lo portò a Bajardo, chiedendogli consiglio. Bajardo lo
condusse al duca di Nemours; e tutti due persuasero il capitano Giacomo
a promettere di tenere la cosa segreta: ma un secondo corriere poteva
recare un somigliante ordine ad altri capitani tedeschi; e se questi
ubbidivano, se i loro compatriotti, che formavano il terzo dell'armata
francese, si ritiravano, quest'armata era perduta senza combattere[206].
Tali motivi consigliarono Nemours a volgersi bruscamente verso Ravenna,
persuaso che Raimondo di Cardone non acconsentirebbe che fosse presa
sotto i suoi occhi una così importante città, e accorrendo per
difenderla gli offrirebbe la bramata occasione di tentare la sorte d'una
battaglia[207].
[206] _Mém. du chev. Bayard, t. XV, ch. LII, p. 258._
[207] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 583. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
386. — P. Giovio Vita di Leone X, l. II, p. 118._
Infatti il Cardone risolse di difendere Ravenna; vi mandò Marc'Antonio
Colonna con sessanta uomini d'armi, cento cavaleggieri e seicento fanti
spagnuoli; ma per ridurre Marc'Antonio a chiudersi in quella città
convenne che il vicerè, il legato, Fabrizio Colonna e Pietro Navarro,
obbligassero la loro fede a soccorrere Ravenna, se i Francesi
l'assediavano.
I due primi fiumi che scendendo dagli Appennini mettono foce in mare e
non nel Po, il Ronco ed il Montone, passano uno a destra, l'altro a
sinistra di Forlì, a non molta distanza dalla città, e, riunendosi sotto
le mura di Ravenna, si gettano in mare tre miglia più abbasso. Il
Nemours erasi avanzato fra questi due fiumi, vi aveva preso e
saccheggiato il forte castello di Russi, indi aveva segnato il suo
accampamento innanzi a Ravenna, appoggiando l'ala destra al Ronco, e la
sinistra al Montone ed aveva aperte le sue batterie. Di già cominciavano
a mancargli le vittovaglie; i suoi saccomanni dovevano fare sette o più
miglia di strada per trovare qualche cosa da prendere in campagna, ed i
Veneziani, padroni del Po, gli toglievano ogni comunicazione con
Ferrara[208].
[208] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 584. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
386. — Mém. du chev. Bayard, ch. LII, p. 258. — Jo. Marianae de Reb.
Hisp., l. XXX, c. IX, p. 312._
Conveniva ad ogni modo uscire bentosto da così pericolosa situazione, ed
il Nemours, avendo colla sua artiglieria aperta nelle mura di Ravenna
una breccia larga trenta braccia, risolse di dare l'assalto, sebbene
detta breccia fosse alta tre braccia, e non vi si potesse giugnere che
colle scale. Per risvegliare l'emulazione tra le nazioni che servivano
insieme nella sua armata, la mattina del 9 aprile, giorno del venerdì
santo, fece marciare separatamente all'assalto i Tedeschi, gl'Italiani
ed i Francesi. Avanti ad ogni corpo marciavano a piedi dieci uomini
d'armi compiutamente armati, e scelti fra tutta la cavalleria. Gli
assalitori montarono infatti sulla breccia colla maggiore intrepidezza,
e vi si mantennero sotto il fuoco dei nemici con grandissima
ostinazione; ma l'apertura fatta nella muraglia era così angusta e di
così difficile accesso, che dava ai suoi difensori tutto il vantaggio.
Gli Spagnuoli si mantennero immobili al loro posto, ed i Francesi furono
respinti. Francesco di Beusserailhe, signore de l'Espì, comandante
dell'artiglieria, e Chatillon, furono mortalmente feriti; Federico di
Bozzolo, cadetto della casa Gonzaga, che in appresso si rendette così
famoso, fu ancor esso ferito; e rimasero sul campo di battaglia, morti
dall'una e dall'altra parte, circa mille cinquecento uomini[209].
[209] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 584._ — F. Belcario, che
d'ordinario si limita a tradurre, prende i _bracci_ per braccia
marine, e dà loro cinque piedi, _l. XIII, p. 386. — Mém. du chev.
Bayard, c. LII, p. 275. — Mémoir. de Fleuranges, t. XVI, p. 89. —
Muratori Ann. d'Italia ad an. 1512. — P. Giovio Vita d'Alfonso
d'Este, p. 79._
L'armata spagnuola stava sotto Faenza, fuori della porta che mette a
Ravenna: quand'ebbe avviso dell'intrapresa di Gastone di Foix, si avanzò
immediatamente, passò il Montone a Forlì, e dopo d'avere camminato alcun
tempo fra i due fiumi, passò di nuovo il Ronco, e si avanzò sulla sua
riva destra. Voleva Fabrizio Colonna che l'armata facesse alto in
distanza di tre miglia dal campo di Nemours, onde tenere così i Francesi
in timore. Se questi prendevano Ravenna, siccome il loro generale non
avrebbe potuto impedire che gli avventurieri si disperdessero per
saccheggiare, gli Spagnuoli sarebbero piombati sopra di loro in quel
momento di disordine, e facilmente gli avrebbero compiutamente
disfatti[210]. Se poi si restavano inattivi, la mancanza delle
vittovaglie non poteva tardare a riuscir loro molesta, ed a ridurli agli
estremi. Ma il Navarro non approvava giammai gli altrui consiglj; egli
desiderava una battaglia, nella quale dar prova della superiorità della
sua fanteria, e persuase Raimondo di Cardone ad avanzare; infatti il 10
d'aprile il Cardone presentossi tutto ad un tratto innanzi all'armata
francese sull'altra riva del Ronco, mentre che questa stava esaminando
le proposizioni che facevano, per arrendersi, gli abitanti di
Ravenna[211].
[210] _Mém. de Bayard, l. LII, p. 275. — Mém. de Fleuranges, p. 89._
[211] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 585. — Jo. Marianae de reb. Hisp.
XXX, c. IX, p. 312._
Il Nemours fece subito ritirare i cannoni dalle batterie per dirigerli
contro l'armata spagnuola; adunò nello stesso tempo un consiglio di
guerra per iscegliere tra i diversi partiti che si offrivano. Se
permettevasi agli Spagnuoli d'entrare in Ravenna, perduta era ogni
speranza di prendere quella città, e la ritirata poteva riuscire
pericolosa e vergognosa; per fermarli rendevasi necessario di passare il
Ronco sotto i loro occhi, ed attaccarli nella loro marcia; ma, anche ciò
facendo, non potevasi impedir loro di giugnere, se volevano, alla pinaja
che stendesi fino al mare, e di arrivare alle porte della città senza
venire a battaglia[212].
[212] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 585. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
387. — Jac. Nardi, l. V, p. 234. — P. Giovio Vita di Alfonso, p.
81._
L'errore o la presunzione del Cardone trasse il duca di Nemours
dall'imbarazzo in cui si trovava. Il primo, invece d'entrare in Ravenna,
come avrebbe potuto farlo, segnò il suo campo in faccia ai Francesi, tre
miglia distante dalla città, con intenzione di metterli tra due fuochi;
ed impiegò tutta la notte nel coprire con una larga e profonda fossa la
fronte della sua armata. Il Nemours, avvisato di ciò che stava facendo
il generale nemico, fece sentire al suo consiglio di guerra che non
dovevasi ritardare l'attacco de' nemici, malgrado i loro trinceramenti.
Fece perciò in tempo di notte gettare dei ponti sul Ronco e spianare gli
argini che lo contengono in tempo di piena; in appresso in sullo
spuntare del giorno, la domenica di Pasqua, 11 aprile del 1512, fece
passare il ponte alla sua fanteria tedesca, mentre il restante
dell'armata guardava il fiume. Lasciò soltanto sulla sinistra del Ronco
Ivone d'Allegre con quattrocento lance e l'infanteria della
retroguardia, per tenere in dovere la guarnigione di Ravenna; e diede a
due capitani italiani, i fratelli Scotti, mille fanti, per guardare il
ponte del Montone, e tenere aperta, in caso di sinistro successo, la
strada su cui avrebbe dovuto ritirarsi l'armata[213].
[213] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 585. — Mém. de Fleuranges, p. 91.
— Mém. de Bayard, ch. LIV, p. 285. — Jac. Nardi Hist. Fior., l. V,
p. 234._
Il Nemours dispose la sua armata in semicerchio; appoggiò al fiume
l'estremità dell'ala destra, colla quale voleva cominciare l'attacco,
rinculò il suo centro, ed avanzò di nuovo l'ala sinistra. Aveva
collocata sulla diritta l'artiglieria comandata dal duca di Ferrara, e
settecento uomini d'armi francesi; dopo di questi veniva la fanteria
tedesca; indi otto mila fanti, parte Guasconi e parte Picardi, formavano
il corpo di battaglia; per ultimo cinque mila Italiani, comandati da
Federico di Bozzolo, componevano l'ala sinistra, la quale era coperta da
tre mila arcieri o cavaleggieri. La Palisse aveva il comando d'una
retroguardia di seicento lance, collocate in riva al fiume, e con lui
trovavasi il cardinale Sanseverino, legato del concilio, che si era
coperto da capo a piedi di lucidissima armatura, ed era a motivo della
gigantesca sua statura conosciuto a molta distanza[214].
[214] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 586. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
387. — Jac. Nardi, l. V, p. 235. — Mém. du chev. Bayard, ch. LIV, p.
285._
Gastone di Foix non aveva preso il comando di verun corpo in
particolare, per trovarsi in libertà di andare con un certo numero di
gentiluomini, ove lo chiamasse il bisogno. «Ed il detto signore Nemours,
dice il maresciallo di Fleuranges, era solito, per amore della sua dama,
di non portare armatura dal gomito fino alla manopola, e di tenere
coperta colla sola camicia questa parte del braccio. Egli pregava tutta
la compagnia d'uomini d'armi, loro dolcemente parlando e caldamente
scongiurando, che volessero in questo giorno prendersi cura dell'onore
della Francia, del suo e del loro, e che volessero seguirlo. Soggiunse,
che vedrebbero ciò che in quel giorno farebbe per amore della sua dama;
ed all'istante partì, e fu il primo uomo d'armi che ruppe la sua lancia
contro i nemici»[215].
[215] _Mémoires du jeune adventureux maréchal de Fleuranges, t. XVI,
p. 94._
Così consigliato da Pietro Navarro, Raimondo di Cardone non aveva
attaccati i Francesi mentre passavano il fiume; ma si era afforzato nel
suo campo, coperto da un canto dal fiume Ronco, dall'altra dal fosso
ch'egli aveva fatto scavare. Questo fosso era verso il mezzo interrotto
da un'apertura di quaranta piedi di larghezza, che aveva lasciata per
poter far uscire la sua cavalleria; ma aveva collocati di dietro
dell'apertura una ventina di carri, armati di lance e carichi di grossi
archibugi, che compivano la fortificazione. All'angolo formato dal fiume
colla fossa trovavasi Fabrizio Colonna, che comandava la sinistra con
ottocento uomini d'armi, e sei mila fanti; veniva dopo di lui il corpo
di battaglia, composto di seicento lance e di quattro mila fanti, sotto
gli immediati ordini del vicerè e del marchese della Palude. Vi si
trovava pure il cardinale de' Medici; ma o sia che la sua corta vista lo
tenesse lontano da ogni esercizio militare, o che considerasse detto
esercizio come contrario ai doveri del suo stato, egli aveva conservato
in mezzo alla battaglia il pacifico abito di prelato. La retroguardia
finalmente, che formava ancora la diritta dell'armata, e che aveva
egualmente alle spalle il fiume e avanti la fossa, era composta di
quattrocento uomini d'armi e di quattro mila fanti comandati da
Carvajale. L'estremità della diritta era poi coperta da un corpo di
cavaleggieri sotto gli ordini del giovane Ferdinando d'Avalos, marchese
di Pescara, che faceva allora i primi fatti d'armi. Tutta la fronte era
guarnita d'artiglieria[216] consistente in venti pezzi, tra cannoni e
lunghe colombrine, e in circa dugento archibugi a miccia, posti sopra
carri armati di spontoni, i quali tenevano il di mezzo tra i moschetti
ed i cannoni[217].
[216] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 588. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
388. — Jac. Nardi, l. V, p. 235. — Mém de Fleuranges, p. 93. — P.
Giovio vita di Leon X, l. II, p. 121. — Ejusdem Ferdinandi Davali
Piscarii vita, l. I, p. 278._
[217] _Mémoires de Bayard, c. LIV, p. 301._
L'armata francese aveva passato il Ronco circa due miglia al di sotto
del campo di Cardone, e vedendo che gli Spagnuoli non uscivano dai loro
trinceramenti, si avviò verso di loro, conservando la sua ordinanza,
senza che la sua diritta abbandonasse la riva del fiume, e tenendo
sempre la forma d'una mezza luna. Quando si trovò a quattrocento passi
distante dal fosso, fece alto, e cominciò il cannonamento. L'infanteria
francese era quasi affatto scoperta, ed esposta ad un fuoco terribile:
ma quella degli Spagnuoli per ordine di Navarro si era buttata col
ventre per terra dietro la linea del fiume, e non soffriva quasi nulla
dall'artiglieria nemica. Il grande Fabiano, uno de' migliori capitani
della fanteria tedesca fu la prima vittima del cannone. Giacopo Empser
ed il signore di Molart si posero a sedere sotto il fuoco alla testa
della loro truppa e si fecero recare da bere, ma l'uno e l'altro furono
uccisi. Di quaranta capitani d'infanteria francesi ne rimasero sul campo
di battaglia trentotto; e questa fanteria aveva di già perduti sei mila
uomini, quando gli altri, più non potendo soffrire tanta carnificina,
vollero dare l'assalto alle batterie di Pietro Navarro. Colà fu ucciso
il signore di Maugiron sopra una carretta che voleva prendere. Dopo
avere perduti più di mila dugento uomini in quest'attacco, i Francesi
furono respinti; ma quando gli Spagnuoli vollero inseguirli, furono a
vicenda respinti da un corpo di Landsknecht e di Picardi, che non
avevano avuto parte nell'azione: indi ciascuno rientrò nel suo posto, e
continuò il cannonamento[218].
[218] _Mémoires de Fleuranges, p. 94. — Mém. de Bayard, ch. LIV, p.
302. — Jo. Marianae Hist. Hisp., l. XXX, c. IX, p. 314._
Intanto il duca di Ferrara aveva rapidamente fatta passare una parte de'
suoi cannoni dietro la linea francese dall'ala destra, ove si trovavano
prima, all'estremità dell'ala sinistra. Colà egli vedeva perfettamente
scoperto il fianco degli Spagnuoli, e questa nuova batteria colpiva
longitudinalmente tutta la loro linea. Le palle giugnevano pure fino
all'ala destra francese, e vi fecero non poco guasto. Fu detto, che,
volendo taluno per questo rispetto far sospendere il fuoco, Alfonso
gridasse a' suoi cannonieri: «coraggio amici! non importa sapere chi sia
colpito, sono tutti stranieri, e perciò tutti agl'Italiani nemici»[219].
La fanteria spagnuola, sempre appiattata per terra, non era molto
esposta ai colpi dei cannoni; ma lo erano assaissimo gli uomini d'armi,
ch'erano più alti, ed occupavano una superficie maggiore. Bentosto il
campo di battaglia si vide coperto delle sparse membra de' soldati e de'
cavalli. Pietro Navarro, che aveva egli stesso formata la fanteria
spagnuola, e che tutta riponeva in questa la sua confidenza, vedeva con
perfetta indifferenza la distruzione de' suoi uomini d'armi italiani;
pensava che i Francesi non soffrirebbero minor danno, e calcolava che
quando gli uomini d'armi delle due armate sarebbero stati egualmente
distrutti dall'artiglieria, la fanteria spagnuola, che egli aveva
conservata intatta, non mancherebbe di far presto a pezzi la fanteria
tedesca e francese[220].
[219] _P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 83_; ma egli soggiugne
che Alfonso lo assicurò di non avere mai tenuto questo discorso.
[220] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 589. — Jacopo Nardi Hist. Flor.,
l. V, p. 236. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 123._
Ma gli uomini d'armi erano sotto il comando de' più illustri personaggi
dell'armata, e di coloro che meno degli altri rassegnarsi potevano a
vedersi sagrificati alla salvezza di un corpo ch'essi disprezzavano.
Fabrizio Colonna mandò messi sopra messi al vicerè per chiedergli
licenza di uscire dai suoi trinceramenti e di caricare il nemico. Non lo
potendo ottenere, nè più oltre contenere i suoi uomini d'armi, gridò:
«Non s'aspetta a noi altri il morire vergognosamente a cagione
dell'ostinazione e della gelosia d'un malcreato _Marrano_. Non vogliamo
sagrificargli più in là l'onore della Spagna e dell'Italia. Sortiamo; e
se dobbiamo morire, si cada per lo meno vendendo a caro prezzo la nostra
vita ai Francesi.» Trasse così senz'averne ricevuto l'ordine la sua
truppa al di là della fossa, e caricò i nemici. Questo movimento
costrinse Pietro Navarro a seguirlo, il quale fece alzare la sua
fanteria spagnuola, fin allora rimasta col ventre per terra, e la
condusse con furioso impeto contra la fanteria tedesca[221].
[221] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 589. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
388. — Mém. de Bayard, c. LIV, p. 303. — P. Giovio Vita di Leon X,
l. II, p. 124._
Gli uomini d'armi di Fabrizio Colonna, anche prima della battaglia, non
erano stimati eguali ai Francesi; ma dopo la spaventosa perdita che
avevano sofferta sotto il fuoco dell'artiglieria, più non potevano
venire con questi alle mani con qualche speranza di buon successo.
Mentre si avanzavano contro l'artiglieria del duca di Ferrara, furono
assaliti di fianco da Ivone d'Allegre, che al romore dell'artiglieria
era giunto con tutta la retroguardia, e malgrado la più ostinata difesa
furono rotti, rovesciati o posti in fuga. Fabrizio, circondato da un
branco di cavalieri, si andava ancora difendendo, quando Alfonso d'Este
gli si avvicinò e gli disse: «Romano, non ti fare uccidere per la tua
ostinazione; riconosci che la battaglia è perduta, e renditi a me. — Chi
sei tu, rispose Fabrizio, tu che mostri di conoscermi? Io sono Alfonso
d'Este; da me non puoi nulla temere. — Io mi arrendo volentieri a così
generoso nemico, ma a condizione che tu non mi darai nelle mani dei
Francesi, nemici della mia famiglia.» Alfonso alzò la mano per
prometterlo, ed in quell'istante ebbe cominciamento un'amicizia, che non
molto dopo salvò il duca di Ferrara dalla prigionia[222].
[222] P. Giovio, che aveva udito questo dialogo dalla bocca dell'uno
e dell'altro interlocutore. _Vita d'Alfonso d'Este, p. 83._
Il vicerè e Carvajale, dopo il primo urto della cavalleria, presero la
fuga troppo presto per l'onor loro, e mentre la vittoria potev'essere
ancora contrastata. Antonio de Leyva, che serviva tuttavia in oscura
condizione, gli scortò nella loro ritirata. Il marchese della Palude,
che aveva condotta alla carica la seconda battaglia di già assai
maltrattata dall'artiglieria, fu fatto prigioniere dopo avere perduto un
occhio; non ebbero miglior sorte i cavaleggieri, ed il loro capo, il
giovane Pescara, destinato in appresso a tanta gloria, cominciò la sua
carriera militare colle ferite e colla prigionia[223].
[223] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 590. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
389. — P. Jovii Ferdinandi Avali Pescarii Vita, l. I, p. 280._
La pugna dell'infanteria non fu così presto decisa. I fanti spagnuoli
avevano attaccati i Tedeschi: la loro armatura non era eguale. I
Landsknecht portavano una picca di sedici a diciotto piedi di lunghezza,
ed una sciabola al fianco. Il loro petto era coperto da un corsaletto di
ferro, e non avevano nè scudo, nè altra arma difensiva. Per lo contrario
gli Spagnuoli non avevano per armi offensive che la spada ed il pugnale;
ma essi portavano lo scudo, e la loro testa, le gambe, le braccia e
tutto il corpo erano difesi da un'intera armatura[224]. Al primo urto i
Tedeschi, avanzandosi colla picca abbassata, rovesciarono molti
Spagnuoli; ma questi non per ciò si sgomentarono, e spingendosi innanzi,
riuscirono all'ultimo a penetrare fra le picche. Allora i Tedeschi, in
certo modo disarmati, trovaronsi esposti a tutti i colpi; le picche,
invece di servir loro di difesa, loro impedivano di muoversi, e le loro
stesse sciabole, quando le sguainavano, richiedevano spazio e tempo per
ferire di taglio, mentre che gli Spagnuoli li ferivano di punta, e
penetravano facilmente ove mancava l'armatura. Spaventosa fu la
carnificina, ed i Tedeschi sarebbero tutti periti sotto i colpi de'
fanti spagnuoli, che spesso s'introducevano, chinandosi a terra, tra le
loro gambe e li ferivano col pugnale, se Ivone d'Allegre e subito dopo
Gastone di Foix non sopraggiugnevano in loro soccorso con tutta la
cavalleria francese, cui dalla spagnuola era stato abbandonato il campo
di battaglia[225].
[224] _Niccolò Macchiavelli dell'arte della guerra, l. II, p. 67. —
Herrn Georgens von Frundsberg, Ritters Kriegzsthaten I Buch. f. 15.
Francfort, 1568, in fol._
[225] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 590. — Mém. de Fleuranges, p. 96.
— Fr. Belcarii, l. XIII, p. 389. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II,
p. 125._
Ivone d'Allegre aveva nel precedente anno perduto Melilot, uno de' suoi
figliuoli in una scaramuccia presso Ferrara; l'altro, il signore
Viverots, fu ucciso sotto i suoi occhi nella battaglia di Ravenna,
nell'istante in cui attaccava gli Spagnuoli. D'Allegre, non volendo
sopravvivere a quest'ultima sventura, si gettò in mezzo ai nemici,
bramoso soltanto di vendetta, e non di salvare la propria vita, e cadde
traforato da mille colpi. La fanteria spagnuola si andava non pertanto
ritirando in buon ordine, lentamente e sempre combattendo, lungo la
sponda del fiume, tra le acque e l'argine. Gastone di Foix, irritato
dalla spaventosa carnificina che questa aveva fatto della sua gente, non
volle permetterle la ritirata senza cercare di avvilupparla. La caricò
in persona colla sua cavalleria, e cadde ferito da cavallo. Lautrec, che
stava al suo fianco, invano gridava al soldato spagnuolo, che lo aveva
gittato a terra: «non l'uccidete, egli è il nostro vicerè, il fratello
della vostra regina.» Lo spagnuolo gl'immerse la sua spada nel seno.
Anche Lautrec fu lasciato per morto carico di venti ferite. La
cavalleria francese, atterrita per la caduta de' suoi capi, si fermò, e
la fanteria spagnuola continuò la sua ritirata senz'essere
molestata[226].
[226] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 591. — Mém. de Bayard, ch. LIV, p.
311. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 127. — Vita d'Alfonso, p.
86._
In questo secolo, insanguinato da tante battaglie, niuna aveva ancora
uguagliato in accanimento quella di Ravenna: in niuna non avevano preso
parte all'azione tutti i corpi di così grosse armate, nè il campo di
battaglia era rimasto coperto di tanti morti. Quasi tutti gli storici ne
contano diciotto in venti mila, due terzi de' quali appartenevano
all'armata alleata; il solo Guicciardini, più moderato ne' suoi calcoli,
li porta in tutto a dieci mila[227]. Gli equipaggi, le insegne e
l'artiglieria dei vinti caddero in potere dei vincitori. Il cardinale
de' Medici, legato del pontefice, che pochi mesi dopo doveva essere
papa, fu fatto prigioniero da alcuni Stradiotti di Federico da Bozzolo,
e condotto al cardinale di Sanseverino, legato del concilio. Fabrizio
Colonna, Pietro Navarro, i marchesi della Palude, di Bitonto e di
Pescara, con moltissimi ufficiali d'importanza, contavansi tra i
prigionieri; mentre i Francesi piangevano la perdita di Gastone di Foix,
d'Ivone d'Allegre, dei capitani della fanteria guascona e tedesca,
Molard e Giacomo Empser, e di molti altri distinti ufficiali o capi
appartenenti alla più illustre loro nobiltà[228].
[227] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 592._ — Nelle Memorie di Bajardo
16,000, 4000 Francesi, _c. LV, p. 315_. — Jacopo Nardi 12,000
Spagnuoli, 4000 Francesi, _Ist. Fior., l. V, p. 237_. — Giovanni
Cambi, 14,000 Spagnuoli, 6000 Francesi, _Ist. Fior. p. 288_. —
Pietro Bizarro 18,000 in tutto, _Hist. Genuens., l. XVIII, p. 431_.
[228] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 591. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
389. — Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXX, c. IX, p. 514. — Muratori
Ann. d'Italia, t. X, p. 81. — P. Bembi Hist. Ven., l. XII, p. 278. —
P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 128._
«Ognuno seppe la morte di così virtuoso e nobile principe, il gentil
duca di Nemours, onde cominciò nel campo francese un così maraviglioso
rammarico, ch'io punto non dubito, se fossero giunti due mila uomini
freschi e dugento uomini d'armi, che non avessero tutto disfatto, tanto
per la pena, che per la fatica sostenuta in quel giorno»[229]. Infatti
la morte di Nemours era in quelle circostanze il più fatale avvenimento
che accadere potesse all'armata francese. S'egli fosse vissuto, non vi
ha dubbio, che seguendo l'ordinaria sua rapidità, e valendosi
dell'entusiasmo che inspirare sapeva ai suoi soldati, non si fosse
allontanato dal luogo in cui aveva combattuto, per indebolire la memoria
di tante perdite; e che, spingendo a Roma la sua vittoriosa armata, non
avesse colà dettata la pace al papa, indi distrutta la potenza spagnuola
a Napoli, ove non era apparecchiata veruna resistenza, e forse
conquistato quel regno per sè medesimo: perciocchè era comune opinione
che Lodovico XII gli avesse ceduti quegli stessi diritti, che in un
precedente trattato avea trasferiti alla di lui sorella, Germana di
Foix, in allora regina di Spagna[230]. Ma i Francesi, piangendo il duca
di Nemours, non erano disposti ad ubbidire a verun altro; il loro
rammarico e le numerose perdite che avevano fatto ispiravano loro quasi
tanto scoraggiamento, come se fossero stati vinti. Il cardinale di
Sanseverino contrastava a la Palisse il comando dell'armata; e non
potendo accordarsi, erano stati costretti di ricorrere al re di Francia
per chiedere nuovi ordini. Intanto l'amministratore delle finanze, che
portava il titolo di generale di Normandia, e che comandava a Milano,
non consultando che una sordida economia, aveva, secondando le
inclinazioni del re, licenziata tutta la fanteria italiana, e gran parte
della francese[231].
[229] _Mém. du chev. Bayard, ch. LIV, p. 313._
[230] _Mém. du chev. Bayard, ch. LV, p. 314. — Fr. Belcarii, l. III,
p. 590._
[231] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 595. — P. Giovio, Vita di Leon X,
l. II, p. 134. — Mémoir. de Fleuranges, p. 102. — Jac. Nardi, l. V,
p. 239._
I fuggiaschi dell'armata della lega avevano presa la strada di Cesena,
di dove in appresso si sparsero nelle vicine province. Il vicerè si
fermò solamente in Ancona, ove giunse accompagnato da pochi cavalieri.
Gli altri cadevano quasi tutti nelle mani de' contadini sollevati, e
sempre apparecchiati ad opprimere ed a spogliare i vinti. Per altro la
repubblica fiorentina protesse coloro che si erano rifugiati nel suo
territorio, mentre che il duca d'Urbino, dopo d'aver fatto per mezzo del
conte Baldassare Castiglioni, celebre autore del _Cortigiano_, la sua
pace parziale col re di Francia, inseguì egli stesso i fuggitivi[232].
[232] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 591. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
389. — Jac. Nardi, l. V, p. 238._
Marc'Antonio Colonna, perduta ogni speranza di poter difendere Ravenna,
dopo la rotta dell'armata che veniva per soccorrerlo, si ritirò nella
cittadella. Gli abitanti chiesero subito di capitolare; ma mentre si
trattavano le condizioni, Jacquin, capitano degli avventurieri, s'avvide
che più non eravi chi custodisse la breccia, e condusse i suoi camerata
all'assalto ed al saccheggio. Jacquin, accusato d'avere in tal modo
macchiato l'onore francese, venne appiccato per ordine del signore della
Palisse; ma il comando de' capi più non poteva contenere i soldati; e la
città fu saccheggiata con una barbarie incredibile dai soldati, resi più
feroci dalle perdite fatte nella battaglia[233]. Il quarto giorno
Marc'Antonio Colonna rese la fortezza; bentosto le città d'Imola, di
Forlì, di Cesena, di Rimini, e molte delle loro fortezze, mandarono la
loro sommissione al campo francese; ed il cardinale legato di
Sanseverino prese possesso di tutte a nome del concilio di Milano[234].
[233] _Mémoir. de Fleuranges, p. 100. — Mém. de Bayard, ch. LV, p.
316. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 390. — P. Bembi, l. XII, p. 278._
[234] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 592 — P. Giovio vita di Alfonso
d'Este, p. 88. — Jac. Nardi Hist. Fior., l. V, p. 238._
La notizia della disfatta di Ravenna era stata portata a Roma in
quarantotto ore da Ottaviano Fregoso e vi aveva sparsa la costernazione.
I cardinali, affollandosi intorno al papa, lo avevano supplicato
d'approfittare delle pacifiche disposizioni manifestate da Lodovico XII,
per salvare Roma e la Chiesa da una invasione che omai niuna umana forza
più non poteva impedire. Gli rappresentavano che lo stesso suo nipote
era d'accordo coi Francesi; che tra i baroni romani, Roberto Orsini,
Pompeo Colonna, Antonio Savelli, Pietro Margano, Renzo de Ceri, avevano
ricevuto danaro dal re per assoldar gente, e si apparecchiavano a
raggiugnere l'armata; all'ultimo che doveva risguardare come un giudizio
di Dio la sconfitta che rovesciava i suoi progetti per l'indipendenza
d'Italia. Dall'altro canto gli ambasciatori del re d'Arragona e de'
Veneziani gli andavano ricordando i mezzi che ancora gli restavano, ed i
soccorsi che doveva ripromettersi dagli Svizzeri e dal re d'Inghilterra.
Ravvivavano la sua collera contro il concilio di Pisa, ed in particolare
contro i cardinali di Sanseverino e di Carvajale: gli facevano calde
istanze perchè non tardasse a porsi colla sua corte in luogo sicuro, o
nel regno di Napoli, o nello stato di Venezia, e gli rappresentavano che
l'occupazione di Roma non sarebbe in ultimo che la disgrazia d'una
città, mentre che la pace trarrebbe seco la perdita dell'autorità
pontificia[235].
[235] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 593. — Rayn. Ann. Eccl. 1512, §
22, p. 112 — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 390. — P. Bembi, l. XII, p,
280. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 130. — Dello stesso Vita
di Alfonso da Este, p. 89._
Giulio II, abbandonandosi alternativamente al terrore o alla collera,
non prendeva verun partito, ed a tutti rispondeva quasi sempre con
ingiuriose parole. Coloro avidamente ascoltava che gli facevano
travedere qualche mezzo di resistenza; ma l'idea di abbandonare Roma, e
farsi dipendente da un'altra potenza, gli riusciva oltremodo odiosa.
Aveva fatto venire a Cività Vecchia il genovese Biascia, capitano delle
sue galere, affinchè la flotta fosse pronta a riceverlo qualunque volta
fosse costretto a fuggire; ma poco dopo lo rimandò senza manifestare
quale partito avesse preso. Acconsentì finalmente a dare orecchio alle
proposizioni di pace che erano incaricati di fargli, a nome di Lodovico
XII, i cardinali di Nantes e di Strigonia. Queste condizioni erano state
mandate prima che la corte di Francia avesse notizia della battaglia di
Ravenna; e sapendo quanto il re desiderasse la pace, i cardinali non
credettero di doverle cambiare, sebbene fossero vantaggiosissime pel
papa. Lodovico XII offriva lo scioglimento del concilio di Pisa, la
restituzione di Bologna, la cessione di Lugo e di tutti i possedimenti
di casa d'Este in Romagna, finalmente la rinuncia al diritto di far sale
in Comacchio, e non chiedeva in contraccambio che la revoca
dell'interdetto e di tutte le sentenze ecclesiastiche, e la restituzione
dei loro beni ai Bentivoglio. Il papa, dopo le reiterate preghiere de'
suoi cardinali, acconsentì di trattare su queste basi, e ne diede la
commissione al cardinale di Finale ed al vescovo di Tivoli, che
risedevano in Francia; ma non gli autorizzò a conchiudere; anzi dichiarò
agli ambasciatori d'Arragona e di Venezia, che questa apparente
condiscendenza non era che uno stratagemma per disarmare la Francia e
guadagnar tempo[236].
[236] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 594. — P. Bembi, l. XII, p. 279. —
Rayn. Ann. Eccl. 1512, § 23, p. 112. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
390._
Infatti Lodovico XII, lungi dall'invanirsi per la vittoria di Ravenna,
di fidarsi alle proteste di Massimiliano che prometteva di non
ratificare l'armistizio con Venezia, segnato senza suo ordine, o di
riposarsi sull'alleanza che i Fiorentini avevano rinnovata nel primo
terrore della vittoria de' Francesi, non manifestava che maggior ardore
per riconciliarsi col papa. Accettò la mediazione offerta dai
Fiorentini, e mandò loro il presidente del parlamento di Grenoble colla
sua accettazione delle proposizioni che gli erano state fatte[237].
[237] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 597. — Scip. Ammirato, l. XXVIII,
p. 302. — Rayn., § 24, p. 112. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 391._
Ma intanto il papa, avendo saputo da Giulio de' Medici, mandatogli dal
cardinale legato, in quale disordine si trovava l'armata francese, si
andava alquanto rassicurando. Aveva Ferdinando promesso di rimandare in
Italia il gran capitano Gonsalvo di Cordova, il di cui solo nome
rianimava le speranze di tutto il suo partito, e di già vi aveva mandato
Solis con due mila soldati spagnuoli, ed Ugone di Moncade, vicerè di
Sicilia[238]. Il duca d'Urbino aveva domandato ed ottenuto di rientrare
in grazia del papa, suo zio; gli aveva promessi dugento uomini d'armi e
quattro mila fanti, ed era stato nuovamente dichiarato generale
dell'armata pontificia[239]. I baroni romani, che avevano trattato colla
Francia, eransi di nuovo accomodati col papa, ed avevano convenuto di
tenere il danaro ricevuto, dispensandosi dalle contratte
obbligazioni[240]. Finalmente La Palisse, sulla vociferazione di una
prossima invasione degli Svizzeri, erasi ravvicinato a Milano, e non
aveva lasciato al cardinale di Sanseverino per proteggere la Romagna che
trecento lance, trecento cavaleggieri e sei mila fanti[241]. Allora il
papa, deponendo ogni pacifica disposizione, scrisse a Venezia al
cardinale di Sion, che invece di levare per lui sei mila Svizzeri, ne
levasse dodici mila, o pure che accettasse al suo servigio tutti coloro
che si fossero presentati[242].
[238] _Jo. Marianae Hist. Hisp., l. XXX, c. IX, p. 315._
[239] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 594. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
391._
[240] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 596._
[241] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 595._
[242] _P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 131._
Era giunta l'epoca annunciata per l'apertura del concilio di Laterano,
e, malgrado la guerra, molti prelati d'Italia, di Spagna, d'Inghilterra
e d'Ungheria, eransi adunati in Roma. Tre settimane dopo la battaglia di
Ravenna, il giorno 3 di maggio, Giulio II potè fare la solenne apertura
del concilio; e trovaronsi alla prima sessione ottantatre vescovi[243].
Sentendosi appoggiato dalla Chiesa adunata, volle Giulio ispirare
coraggio ai cardinali, che fin allora lo avevano consigliato alla pace.
Fece leggere in pieno concistoro le proposizioni di Lodovico XII; ma il
cardinale di Ebora, suddito del re d'Arragona, e quello di Jorck,
suddito del re d'Inghilterra, chiesero ambidue la parola, per
rappresentargli che sarebbe cosa vergognosa il trattare col comune
nemico senza tutti gli alleati. Il papa mostrò d'acquietarsi al
consiglio che si era fatto suggerire; e per dare a conoscere che aveva
rinunciato ad ogni pensiere di pace, pubblicò un monitorio contro il re
di Francia, per ordinargli, sotto tutte le pene che può pronunciare la
Chiesa, di mettere in libertà il cardinale de' Medici, da lui tenuto
prigioniere[244].
[243] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 596. — Scip. Ammirato, l. XXVIII,
p. 302. — Rayn. Ann. Eccl. 1512, § 28, p. 113. — Jo. Marianae de
reb. Hisp., l. XXX, c. X, p. 315. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 391._
[244] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 598. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
392._
Agli Svizzeri appoggiava Giulio II le principali sue speranze, ed aveva
trovato nel cardinale di Sion un agente presso di loro, nè meno
impetuoso, nè meno costante di lui ne' suoi odj. La contesa degli
Svizzeri colla Francia, cominciata per avarizia, era per loro diventata
un affare d'orgoglio. Non erano più le ricusate pensioni, ma il tuono
insultante del re, era il disprezzo di lui per gente di contado ed
ignobile, che loro mettevano le armi in mano. I partigiani della Francia
avevano, finchè era stato loro possibile, resistito nella dieta di
Zurigo al torrente dell'odio popolare, ed avevano prevenuta una
dichiarazione di guerra; ma non avevano potuto impedire che non si desse
licenza al papa di levare ne' cantoni dieci mila uomini; ed in appresso
il cardinale di Sion aveva facilmente potuto aumentare questa leva a suo
piacere[245].
[245] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 599. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
384._
Malgrado i riclami della Francia, la prima unione di quest'armata si
fece a Coira. I Grigioni dichiararono, che tra la loro alleanza coi
cantoni e quella colla Francia, doveva preferirsi la prima siccome la
più antica. L'esperienza degli ultimi due anni aveva provato, che gli
Svizzeri, per tenere la campagna, non potevano dispensarsi dall'avere un
corpo d'uomini d'armi e di cavaleggieri. Perciò vedevano la necessità di
unirsi ad un'armata veneziana o pontificia, prima di entrare nel
territorio nemico. La più breve strada per giugnere nello stato veneto
era quella che attraversa il vescovado di Trento, ed ottennero da
Massimiliano la licenza di toccare il suo territorio.
Si può dubitare se la condotta di Massimiliano debba attribuirsi
all'instabilità del suo carattere o alla sua perfidia; ad ogni modo i
risultamenti furono quelli della più insigne mala fede. La città di
Verona era sempre stata custodita da una guarnigione francese, qualunque
fosse stato il bisogno in cui si fosse trovato Lodovico XII di valersi
altrove delle sue truppe. Massimiliano aveva in proprio nome convocato
il concilio di Pisa, ed in appresso non erasi curato di farlo
riconoscere sia nell'impero che nei suoi stati ereditarj, lasciando a
Lodovico XII tutta l'odiosità d'avere eccitato uno scisma. In Roma il
suo ambasciatore aveva sottoscritta, il 6 d'aprile, una tregua di dieci
mesi coi Veneziani, non solo senza comprendervi il suo alleato, che in
allora trovavasi attaccato da potenti nemici, ma cercando inoltre di
levargli parte delle sue truppe. Massimiliano aveva giurato di non
ratificare questa tregua, e mercè una nuova gratificazione di dieci mila
fiorini la ratificava, ma celatamente. Nascondendo a Lodovico XII tale
transazione, ne accresceva il pericolo per la Francia. Finalmente
accordando agli Svizzeri un passaggio a traverso ai proprj stati per
attaccare i Francesi, passava, senz'esserne provocato, da un'intima
alleanza ad un aperto atto d'ostilità.
L'accortezza di Ferdinando il Cattolico, il più falso ed il più
versipelle monarca d'Europa, aveva diretta la condotta, e mutate tutte
le disposizioni di Massimiliano. Questi, anche nel tempo della sua più
intima unione colla Francia, non aveva giammai deposto l'antico suo odio
contro quella corona: altronde egli formava sempre giganteschi progetti,
che poi abbandonava prima di dar loro esecuzione. Ferdinando, per
consolarlo di non aver terminata la conquista dello stato di Venezia, e
di non avere in seguito condotta in trionfo un'armata tedesca a Roma ad
oggetto di prendervi la corona imperiale, gli propose di scacciare i
Francesi da tutta la Lombardia, di far valere sui paesi ch'essi
occupavano i diritti dell'impero, da gran tempo dimenticati, finalmente
di restituire il ducato di Milano al cugino germano di sua moglie, a
Massimiliano Sforza, figliuolo di Lodovico il Moro, che da molto tempo
erasi rifugiato alla di lui corte. In tal modo, risvegliando la di lui
ambizione e vanità, lo ridusse ad associarsi alla santa lega, cui poteva
riuscire utile[246].
[246] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 600. — Jac. Nardi, l. V, p. 239. —
P. Giovio Vita di Leon V, l. II, p. 135._
Sei mila Svizzeri al soldo del papa, ed altrettanti al soldo de'
Veneziani, dovevano adunarsi a Coira; ma sebbene il primo per avarizia,
gli altri per la povertà cui erano stati ridotti da lunga guerra, non
mandassero che lentamente il danaro necessario alle reclute, sebbene
queste due potenze non pagassero per l'arrolamento che un fiorino del
Reno per uomo, mentre i Francesi avevano sempre data un'assai maggior
somma; nondimeno tale era l'odio del popolo per questi ultimi, ed il
furore con cui gli Svizzeri prendevano parte in una guerra che
risguardavano come nazionale, che l'armata adunata in Coira si trovò
numerosa di venti mila uomini, e nella sua marcia pel vescovado di
Trento e pel Veronese soffrì senza lagnarsene il ritardo della paga, la
mancanza delle vittovaglie ed ogni genere d'incomodità[247].
[247] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 600. — P. Bembi Hist. Ven., l.
XII, p. 280. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 393._
La condizione del signore de La Palisse, che comandava l'armata
francese, era diventata estremamente difficile. Poco d'accordo col
cardinale di Sanseverino, legato del concilio, che gli contrastava
l'autorità, non lo era meglio col generale di Normandia incaricato della
civile amministrazione del ducato di Milano, il quale, risguardando la
guerra con occhio da finanziere, piuttosto che da uomo di stato, dopo la
vittoria si era affrettato di licenziare l'infanteria italiana, e che
poscia, quando diede a Federico da Bozzolo l'ordine di levare di bel
nuovo sei mila uomini, si trovò senza danaro per pagare il loro
arrolamento, e senza credito a motivo del rapido cambiamento della
fortuna. Altronde La Palisse non era che generale interinale, e non
abbastanza elevato di rango per far tacere tutte le gelosie de' suoi
subordinati, o per soddisfare pienamente al loro orgoglio; perciò non
poteva ottenere da loro l'ubbidienza mostrata a Gastone di Foix. Gli
uomini d'armi francesi davano agli altri corpi l'esempio
dell'indisciplina: stanchi di così lunga guerra, e con poca speranza di
prosperi successi, desideravano la perdita del ducato di Milano, per
potersi ritirare in Francia. Altronde le censure della Chiesa, e la
vergogna di combattere per sostenere uno scisma, facevano impressione
sullo spirito de' soldati. Erasene avuta manifesta prova quando il
cardinale de' Medici era stato condotto prigioniere a Milano; egli era
stato, sotto gli occhi del concilio nemico, ricevuto con infinito
rispetto; e siccome Giulio II gli aveva accordata l'autorità di
sciogliere dalle censure ecclesiastiche que' soldati che si fossero
obbligati a non servir più contro la Chiesa, e d'accordare ai moribondi
la sepoltura in luogo sacro, un'avida folla gli stava sempre intorno per
ottenere tali grazie, ed i generali francesi, malgrado le rimostranze
del concilio, non si opponevano alla distribuzione delle medesime[248].
[248] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 598. — P. Giovio Vita di Leon X,
l. II, p. 132._
Per formare l'armata da opporre al re d'Inghilterra Lodovico XII aveva
richiamati in Francia i dugento gentiluomini, e gli arcieri della sua
guardia, come pure dugento lance: d'altra parte aveva riclamati dai
Fiorentini i trecento uomini d'armi ch'erano obbligati a
somministrargli. Non restavano a La Palisse, che mille trecento lance
francesi, e dieci mila fanti; ma anche queste truppe trovavansi disperse
sopra una vasta estensione di paese, in Romagna, al Finale di Modena, a
Parma ed ai confini del Veronese. Ordinò a tutti d'adunarsi a Pontoglio,
per essere a portata d'osservare e di fermare gli Svizzeri; e per questo
motivo fu costretto a lasciare scoperta Bologna, per difendere la quale
i Francesi avevano fin allora fatti così grandi sagrificj[249].
[249] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 600. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
393._
Gli Svizzeri, scesi pel vescovado di Trento nel Veronese, avevano
trovato a Villafranca presso Verona Gian Paolo Baglioni, generale de'
Veneziani, con quattrocento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri, sei
mila fanti ed una buona artiglieria. Nel mentre che dopo tale unione
erano incerti se dovessero o no incamminarsi verso Ferrara, fu loro
portata una lettera del signore de La Palisse al generale di Normandia,
che loro fece conoscere l'impossibilità in cui trovavansi i Francesi di
difendere Milano, onde risolsero di volgere da quella banda le loro
armi. La Palisse si era da prima avanzato da Pontoglio a Castiglione
delle Stiviere, poi a Valeggio sul Mincio; ma disperando di conservarsi
in questa posizione, ripiegò sopra Gambara, poi sull'Oglio a Pontevico.
Intanto l'armata spagnuola e pontificia, cui erasi lasciato tutto il
tempo di potersi rifare, aveva ricuperato Rimini, Cesena, Ravenna, con
tutte le fortezze e tutte le piazze della Romagna; e già minacciava
Bologna, per difesa della quale, La Palisse, cedendo alle istanze dei
Bentivoglio, aveva fatto avanzare le trecento lance lasciate a Parma.
Sotto gl'immediati suoi ordini La Palisse non aveva a Pontevico che
mille lance francesi, e tutt'al più sei in sette mila fanti; il
rimanente trovavasi distribuito nelle piazze di Brescia, di Peschiera e
di Legnago[250].
[250] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 601. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
393. — Jac. Nardi, l. V, p. 239. — Jo. Marianae de reb. Hispan., l.
XXX, c. XI, p. 317._
La Palisse seppe bentosto che l'armata del Baglioni e degli Svizzeri
aveva passato il Mincio sulle terre del marchese di Mantova, il quale
non poteva ricusare il passaggio a chicchefosse. Il suo consiglio di
guerra giudicò cosa impossibile il far testa ai nemici in altra maniera,
che distribuendo l'armata nelle piazze forti, per istancheggiare
l'impeto degli Svizzeri, ed esaurire le finanze del papa e de'
Veneziani. Per tale oggetto mandò due mila fanti a Brescia con
centocinquanta lance francesi, e cento uomini d'armi fiorentini; a
Cremona cinquanta lance e mille fanti; a Bergamo cento uomini d'armi e
mille fanti, e più non gli rimasero a Pontevico che settecento lance,
due mila fanti francesi e quattro mila tedeschi. Non aveva appena fatta
questa distribuzione, che un araldo d'armi di Massimiliano venne ad
intimare a tutti i Tedeschi, che si trovavano nell'armata francese,
d'abbandonarla e d'astenersi dal combattere contro il papa. I Tedeschi,
quasi tutti Tirolesi ed immediati sudditi dell'imperatore, ubbidirono
immediatamente, contenti di separare la sorte loro da quella d'un'armata
che si andava ritirando, e che cominciava a provare le avversità. La
loro partenza lasciò La Palisse nell'impossibilità di difendere il
ducato di Milano; onde la sua armata abbandonò Pontevico con movimento
tumultuoso, per ritirarsi a Pizzighettone sull'Adda[251].
[251] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 602. — Fr. Belcarii, l. XIII, p
393. — P. Bizarri Hist. Gen., l. VIII, p. 432. — Mém. de Fleuranges,
p. 103. — Mém. du chev. Bayard, ch. LV, p. 318._
Gli Svizzeri andavano sempre avanzando; passarono l'Oglio, e giunsero il
5 di giugno avanti Cremona, che il movimento retrogrado di La Palisse
aveva lasciata scoperta. La guarnigione ritirossi subito nella
cittadella, e la città offrì di capitolare; ma i Veneziani pretendevano
che fosse loro consegnata, e gli Svizzeri volevano prenderne possesso a
nome di Massimiliano Sforza, duca di Milano: i Veneziani cedettero agli
Svizzeri, che temevano di disgustare, e fu in Cremona rialzata la
bandiera del duca di Milano; nello stesso tempo Bergamo si sollevò senza
straniero soccorso, ed aprì le sue porte ai Veneziani[252].
[252] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 602. — P. Bembi, l. XII, p. 280. —
Jac. Nardi, l. V, p. 240. — Fr. Belcarii, l. XIII. p. 394._
Avendo La Palisse richiamate le trecento lance francesi che occupavano
Bologna, passò l'Adda a Pizzighettone, e recossi in due giorni a Pavia.
Milano trovavasi allora affatto scoperto. Gian Giacopo Trivulzio, il
generale di Normandia, Antonio Maria Palavicino, Galeazzo Visconti e
tutti i Francesi partirono per salvarsi in Piemonte. Condussero con loro
il cardinale de' Medici; ma nel tempo che questi stava per passare il
Po, tra Pieve del Cairo e Bassignano, alcuni de' suoi amici sommossero i
contadini del vicinato, e levatolo di mano alle guardie che lo
custodivano, lo posero in libertà. I fuggitivi avanzi del concilio di
Pisa avevano abbandonato Milano pochi giorni prima. Quest'assemblea
dividendosi pronunciò con ridicola millanteria una sentenza di scomunica
contro Giulio II, dichiarandolo sospeso dall'amministrazione spirituale
e temporale della Chiesa[253].
[253] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 602. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
394. — Rayn. Ann. Ecc. 1512, § 59, p. 120. — Jo Marianae, l. XXX, c.
X, p. 315. — Mém. du chev. Bayard, ch. LV, p. 318. — P. Giovio Vita
di Leon X, l. II, p. 136._
Credeva La Palisse di potersi mantenere a Pavia, mentre che il Trivulzio
ed il generale di Normandia gli rappresentavano che, in un paese
apparecchiato a sollevarsi in ogni luogo, non potrebbe senza fanteria
lottare contro un'armata così formidabile quale era quella che lo
attaccava. Stavano ancora disputando, quando l'armata della lega, avendo
occupato Lodi senza trovare resistenza, si presentò sotto Pavia, e
cominciò a tirare contro il castello. I Francesi, che temevano di
vedersi preclusa ogni ritirata, evacuarono Pavia, collocando nella
retroguardia i pochi fanti tedeschi ch'erano loro rimasti; ma gli
Svizzeri entrarono in città prima che gli altri ne fossero usciti, e
scaramucciarono per tutta la lunghezza delle strade. L'armata, che si
ritirava, dopo essere uscita di Pavia per il ponte di pietra sul Ticino,
doveva ancora passare sopra un ponte di legno il ramo dello stesso
fiume, chiamato Gravellone. Nella precipitosa marcia, l'artiglieria, i
cavalli, gli equipaggi si affollarono sul ponte che si ruppe sotto il
soverchio peso, e tutta quella parte della retroguardia ch'era rimasta
sull'altra riva fu uccisa o fatta prigioniera[254].
[254] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 603. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
394. — Mém. de Fleuranges, p. 104 — Mémoir. de Bayard, ch. LV, p.
319. — Jac. Nardi, l. V, p. 240. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II,
p. 139._
Il Gravellone ed il Po impedirono che l'armata francese fosse più
inseguita dai nemici, onde continuò a ritirarsi senz'essere molestata;
ma tutti i paesi che si lasciava addietro mutavano subito governo. I
Bentivoglio erano fuggiti da Bologna, che fu subito occupata dal duca
d'Urbino colle truppe della Chiesa. Il papa, non potendo ai Bolognesi
perdonare gli oltraggi che avevano fatti alla sua statua, li privò della
nomina de' loro magistrati e di tutti i loro privilegj, condannò i
principali cittadini a grosse ammende, e stette alcun tempo incerto se
dovesse spianare la città e trasportarne gli abitanti a Cento[255].
[255] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 604._
Giulio II non aveva abbandonato il suo progetto di liberare Genova, sua
patria; ed incaricò dell'esecuzione di tale progetto Giano Fregoso, che
in allora stava al soldo de' Veneziani. Ma ricordandosi i Genovesi
troppo vivamente de' mali sofferti a cagione della loro ultima
ribellione contro la Francia, erano intenzionati di non fare verun
movimento, ed inoltre dichiararono al loro governatore, Francesco della
Rochechouart, che lo seconderebbero con tutte le loro forze. Questi per
altro sapeva troppo bene quanto per le sue vessazioni si fosse renduto
odioso, onde volersi fidare sulle loro promesse. Quando intese che Giano
Fregoso s'avvicinava, rifugiossi nella fortezza della Lanterna colla sua
guardia, e non volle uscirne, malgrado le più calde istanze de'
Genovesi. La città si tenne tre giorni senza governo fino alla venuta di
Giano Fregoso, che il 29 di giugno del 1512 fu finalmente nominato doge
per acclamazione. L'indipendenza della repubblica venne riconosciuta
dagli alleati, mediante il pagamento di dodici mila ducati fatto nelle
mani del cardinale di Sion per conto degli Svizzeri; ed il nuovo doge
Fregoso s'affrettò d'assediare le due fortezze occupate dai Francesi.
Quella del Castelletto capitolò dopo otto giorni, ma quella della
Lanterna tenne ancora molto tempo[256].
[256] _Ubertus Folieta, Genuen. Hist., l. XII, p. 708, 709. — P.
Bizarri Sen. Pop. q. Gen. Hist., l. XVIII, p. 432._
Il cardinale di Sion, il quale dal pontefice era stato nominato legato
presso l'armata alleata, prendeva possesso di tutte le città della
Lombardia a profitto della santa lega, ed il figlio di Lodovico il Moro,
Massimiliano Sforza, che era proclamato duca di Milano, e sotto il di
cui nome ottenevansi tali vittorie, vedevasi taglieggiato o tradito da
tutti i suoi pretesi alleati; sorte altrettanto giusta quanto
inevitabile d'ogni sovrano, che, per risalire sul trono, adopera armi
straniere, e vuole regnare a prezzo di tutte le sciagure del suo paese.
Gli Svizzeri opprimevano i suoi sudditi con ruinose contribuzioni;
avevano imposta a Milano una taglia di sessanta mila ducati, di quaranta
mila a Pavia, di trenta mila a Lodi, di venti mila a Parma e
d'altrettanti a Piacenza[257]. Era appena terminata la dieta di Zurigo,
che nuovi corpi di truppe svizzere avevano valicate le montagne, non per
soccorrere i loro compatriotti, che non ne abbisognavano, ma per
dividere con loro le spoglie della Lombardia. Non contenti delle
contribuzioni, occuparono la città di Locarno ed il suo territorio; i
Grigioni, Chiavenna e la Valtellina; ed il papa, con un'assai più
patente violazione de' diritti del suo alleato, riunì alla Chiesa Parma
e Piacenza coi loro territorj, sotto pretesto che queste città, che
avevano volontariamente aperte le loro porte alla sua armata, avevano
appartenuto in altri tempi all'esarcato di Ravenna, accordato da Carlo
Magno alla Chiesa; di modo che il diritto della santa sede alla loro
sovranità era di lunga mano anteriore alle pretese degl'imperatori
tedeschi ed alla fondazione del ducato di Milano[258].
[257] _P. Bembi Hist. Ven., l. XII, p. 281._ Esprime sempre le somme
in lingua classica, in lire d'oro per cento ducati.
[258] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 603. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
394. — Gio. Cambi Ist. Fior., l. XXI, p. 297. — P. Giovio Vita di
Leon X, t. II, p. 141._