_Amministrazione del gonfaloniere Soderini a Firenze. — Concilio
di Pisa; alleanza di Ferdinando il Cattolico con Giulio II e coi
Veneziani. — La loro armata combinata s'innoltra verso Bologna.
— Gastone di Foix la costringe a retrocedere, e ricupera Brescia
che si era ribellata._
1511 = 1512.
La maggior parte degli stati italiani erano scomparsi dalla scena del
mondo, e quelli che tuttavia conservavano un'ombra d'indipendenza,
cercavano salvezza nella propria nullità, mentre tutti i gravissimi
interessi della patria si decidevano, bensì in mezzo a loro, ma senza di
loro, da quelle potenze la di cui superiorità era tale che sarebbe stato
affatto impossibile il volervi far testa. Alle porte dell'Italia il duca
di Savoja ed il marchese di Monferrato non lasciavano di chiamarsi
sovrani; ma il re di Francia, diventato duca di Milano ed in pari tempo
doge di Genova, li circondava da ogni banda colle sue province; egli
faceva continuamente passare per i loro stati le sue armate, si valeva
dei loro arsenali, dei loro magazzini, delle stesse loro fortezze, e non
credeva omai più necessario di chiedere il loro assenso, o di cercare la
loro alleanza ed in tempo di queste guerre, che li ruinavano, questi
principi non facevano mai sentire la loro esistenza. Vero è che l'uno e
l'altro paese avevano in tale epoca sovrani senza talenti e senza
carattere. Guglielmo IX, figlio e successore di Bonifacio V, regnava nel
Monferrato. Era salito sul trono nel 1493, in età di soli sette anni, e
ne' primi tempi aveva avuta per tutrice sua madre Maria, affatto ligia
alla Francia; morta questa, la tutela del giovanetto marchese era
passata nelle mani di Costantino Cominate, di lui parente. Quando
Guglielmo giunse alla maggiorità, obbligò Costantino ad abbandonare il
Monferrato, ed allora quest'uomo intrigante ed accorto si attaccò a
Massimiliano ed ebbe una parte attivissima nelle negoziazioni
dell'imperatore e del papa. Il giovane marchese per lo contrario non
uscì dall'oscurità in cui era stato tenuto fino dall'infanzia: aveva il
31 agosto del 1508 sposata Anna, figlia di Renato, duca d'Alençon, dalla
quale ebbe un figlio che gli successe nel 1518, e la figliuola che portò
in appresso l'eredità del Monferrato alla casa Gonzaga. Dopo la morte di
questa prima moglie, Guglielmo IX sposò Maria, figlia di Gastone IV,
conte di Foix. Egli aveva scelta l'una e l'altra sposa tra le signore
francesi, come s'egli avesse effettivamente sentito, che, dacchè i
possedimenti della Francia lo circondavano da ogni banda, egli più non
era un sovrano indipendente, ma soltanto un principe francese.
Nello stesso tempo, e dopo il 1504, Carlo III era succeduto nelle
signorie della Savoja e del Piemonte a suo fratello, Filiberto II figlio
di Filippo, lungo tempo conosciuto sotto il nome di conte di Bresse.
Quando era salito sul trono, aveva trovata la maggior parte de' suoi
stati obbligati per gli appannaggi di tre vedove duchesse; onde gli
restavano scarsissime entrate e poca autorità. Egli non oltrepassava i
diciotto anni, era di carattere debole e tutte le altre sue facoltà non
uscivano dall'ordinario. Non era sperabile, che da sè ricuperasse
quell'importanza, che gli avvenimenti anteriori al suo regno avevano
tolti alla di lui corona. Quindi, finchè potè vivere ignorato ed ozioso
nella dipendenza della Francia, preferì alla gloria militare questa
tranquilla oscurità. Ma gli avvenimenti della guerra lo chiamarono suo
malgrado a figurare tra i sovrani; e fu costretto a scegliere tra due
potentati nemici, che trasportarono ne' suoi stati il teatro delle loro
battaglie. La sua indecisione fu causa che allora perdesse tutti i suoi
stati; ma le sue lunghe calamità non cominciarono che dopo i tempi in
cui propriamente perì l'indipendenza d'Italia[134].
[134] _Guichenon Hist. généal. de la maison de Savoje, t. II, p.
196-230._
Il duca di Ferrara ed il marchese di Mantova, dopo avere con imprudente
ambizione preso parte nella lega di Cambrai, avevano perduto, il primo
la libertà, l'altro la metà de' suoi stati. Per altro Gian Francesco
Gonzaga era riuscito in mezzo al turbine a rientrare nella mal
abbandonata neutralità. Per lo contrario Alfonso d'Este sosteneva il più
grande sforzo della guerra; pareva che la sorte dell'Italia dipendesse
interamente da quella de' suoi stati, tanto era l'accanimento con cui lo
trattavano il papa ed i Veneziani. I regni di Napoli e di Sicilia più
non appartenevano agl'Italiani; tutti i principi, tutte le repubbliche,
che così lungamente avevano conservata l'indipendenza nello stato della
Chiesa, erano state spogliate della loro sovranità da Alessandro VI o da
Giulio II; quelli che tuttavia conservavano qualche autorità erano scesi
al rango di feudatarj ubbidienti e timorosi innanzi al loro abituale
signore: ed il duca d'Urbino, generale e nipote del papa, che solo tra
tutti sembrava essere stato fin allora risparmiato, era incorso per la
morte del cardinale di Pavia in una sentenza di deposizione, che
veramente non ebbe mai esecuzione, anzi venne rivocata dopo cinque
mesi[135].
[135] _Raynaldi Ann. eccles. 1511, § 61, p. 104._
In tutta l'Italia omai non restavano altri stati indipendenti, oltre
Venezia, la Chiesa, e quelli che abbiamo or ora ricordati, che le tre
repubbliche di Toscana, Firenze, Siena e Lucca, tutte tre neutrali e
spettatrici inquiete d'una guerra cui erano attaccati i destini della
loro contrada; tutte tre si stavano immobili e bramose di far
dimenticare colla presente nullità l'attività passata, onde non fossero
istigate ad associarsi a qualcuna delle potenze belligeranti. Da lungo
tempo Lucca e Siena avevano per la debolezza loro adottato questo
sistema. Era più nuovo per Firenze, la quale erasi tanto lungamente
risguardata come il centro di tutte le negoziazioni d'Italia: ma senza
molti anni di riposo non poteva questa repubblica rifarsi dallo
spossamento in cui l'avevano gettata la guerra accesa da Carlo VIII, e
la ribellione di Pisa. Il gonfaloniere, Pietro Soderini, il 22 dicembre
1510, rendendo conto della sua amministrazione al gran consiglio,
assoggettò all'esame de' suoi concittadini gli stati delle esazioni e
delle spese di otto anni, che ammontavano a 908,300 fiorini d'oro, ossia
a 10,899,600 franchi; e sebbene questa somma, avuto riguardo al valore
del danaro in quell'epoca, fosse ragguardevole, dimostra una grandissima
diminuzione delle ricchezze della repubblica, ove si paragoni a ciò che
Firenze poteva spendere, senza grave incomodo nelle guerre coi signori
della Scala, o co' Visconti[136].
[136] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 290. — Ist. di Gio. Cambi, t.
XXI, p. 242._
All'indomani dello stesso giorno, in cui il gonfaloniere aveva dato
all'Italia il nuovo esempio di chiamare il pubblico ad esaminare la sua
contabilità, si scoprì in Firenze una congiura contro di lui tramata per
assassinarlo. Si era questa formata in Bologna alla corte del papa, e
l'implacabile odio di Giulio II contro chiunque ardiva opporsi alle sue
volontà, le aveva dato cominciamento. Non poteva Giulio perdonare al
Soderini la sua parzialità verso la Francia: gli è vero che lo vedeva
mantenere la sua repubblica nella neutralità, ma lo aveva però sospetto
a cagione delle segrete offerte di Lodovico XII e temeva che la
repubblica fosse inclinata a dichiararsi contro di lui in una critica
circostanza. Il Soderini lo aveva particolarmente offeso accordando
salvacondotto ed asilo in Firenze a cinque cardinali che attraversavano
la Toscana. Questi prelati eransi spaventati a cagione della morte d'uno
de' loro colleghi in Ancona, ed avevano ricusato di raggiugnere il papa
a Bologna. Sdegnavasi Giulio II, o di essere sospettato autore della
morte del cardinale, o di vedere sottratti alla sua vendetta coloro
ch'egli voleva perdere. I cinque cardinali di santa Croce, Cosenza,
Bayeux, san Malò e Sanseverino, che, partendo da Firenze presero la
strada di Milano, si posero subito nel clero alla testa della fazione
contraria a Giulio II, ed abbracciarono tutti gl'interessi della
Francia[137].
[137] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 290. — Ist. di Gio. Cambi, t.
XXI, p. 241._
Giulio II, confondendo nella sua collera il Soderini con Lodovico XII e
coi cardinali ribelli alla sua autorità, pensò di spogliarlo d'ogni
potere e di cambiare il governo di Firenze. Prinzivalle della Stufa,
cittadino fiorentino, dell'età di venticinque anni, figlio di uno
zelante partigiano dei Medici, trovavasi in allora a Bologna: egli era
abbastanza destro e coraggioso per eseguire le più difficili imprese, e
si offrì spontaneamente a servire la collera del papa uccidendo il
gonfaloniere. Marc'Antonio Colonna promise di trovargli dieci uomini
scelti per assecondarlo, e Prinzivalle partì alla volta di Firenze onde
associare al suo attentato alcuni nobili fiorentini. Parlò dapprima a
Filippo Strozzi, che aveva sposata una sorella dei Medici, e ch'egli
perciò credeva affezionatissimo a quella famiglia; ma lo Strozzi rispose
di avere dichiarato ai suoi cognati che tosto rimanderebbe loro la
sorella, qualora gli facessero parlare di politica; non volle pure
promettere di tenere segreta la confidenza che gli era stata fatta; e
Prinzivalle, dopo avere cercato invano d'intimorirlo, fuggì subito a
Siena, onde salvarsi dalle indagini de' decemviri, ai quali lo Strozzi
lo aveva denunciato. Fu in sua vece tratto in giudizio suo padre, Luigi
della Stufa, e rilegato per cinque anni nel vicariato di Certaldo,
sebbene non fosse altrimenti provata la sua complicità[138].
[138] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 293. — Ist. di Gio. Cambi, t.
XXI, p. 243._
Intanto essendosi il 29 dicembre adunato il gran consiglio per eleggere
i gonfalonieri delle compagnie, alzossi Piero Soderini, ed informò i
suoi concittadini della congiura scopertasi contro di lui. I congiurati,
egli disse, avevano trovato difficile l'ucciderlo nel suo appartamento
nel pubblico palazzo, pericoloso l'assalirlo in pieno consiglio, e,
siccome egli non usciva giammai che colla signoria in occasione delle
pubbliche cerimonie, si erano veduti forzati ad aspettare una di queste
solennità. La scoperta della loro congiura costringerebbe bensì i nemici
a mutare i loro progetti, ma non perciò lusingavasi egli che la sua vita
venisse ad essere così posta in sicuro, essendo già per lui
apparecchiato il veleno. Egli non affettò nè un coraggio nè
un'indifferenza ai quali non era stato predisposto dalla passata sua
vita: altamente convinto del proprio pericolo, non vi si rassegnò che
con dolore, ed il suo discorso venne spesso interrotto dalle lagrime.
Pure lo confortava il testimonio della propria coscienza, di non avere
mai meritato l'odio de' suoi concittadini, nè i pugnali da cui vedevasi
circondato; e invocò sulla propria condotta il giudizio di tutti i
Fiorentini che avevano con lui seduto nella signoria. Più di trecento
cittadini erano stati priori durante gli otto anni ne' quali egli era
stato capo dello stato: gli scongiurò di dire, se giammai erasi egli
proposto altro scopo che il bene della comune loro patria, se giammai
aveva seguite private viste, o personali interessi, se aveva mai
raccomandato qualche individuo al podestà, ai tribunali, ai corpi di
mestieri, per sottrarlo al rigore delle leggi. Non volle per sè chiedere
veruna guardia, nè adoperare per la sua difesa che quella stessa dignità
di cui il popolo lo aveva rivestito; ma invitò i consiglj a prendersi
cura della difesa dello stato popolare, piuttosto che di quella della
sua persona. Egli non era già lo scopo principale degli attentati de'
nemici, bensì lo erano la libertà, l'eguaglianza, e quello stesso
consiglio per via del quale tutti i Fiorentini partecipavano
all'amministrazione della repubblica. I partigiani dell'oligarchia
miravano a chiudere il gran consiglio; e la sua morte, per la quale
avevano cospirato, altro non doveva essere che il segnale di quella più
importante rivoluzione ch'essi meditavano[139].
[139] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 292. — Gio. Cambi, p. 246._
Effettivamente il gran consiglio risguardò l'attentato contro la vita
del Soderini, come l'indizio di un progetto tendente a rovesciare lo
stato popolare; e perchè il partito vincitore aveva sempre trovato
facile di sanzionare una rivoluzione in Firenze coll'adunare un
parlamento, il consiglio volle privare i faziosi di questa dannosa
facilità, quando ancora riuscissero ne' loro criminosi progetti. Il 20
gennajo del 1511 proclamò una legge, nella quale previde il caso in cui
i cospiratori privassero la repubblica del suo gonfaloniere, de' suoi
priori, de' suoi colleghi, oppure distruggessero le borse destinate
all'estrazione della magistratura, talchè l'autorità delegata dal popolo
sembrasse sospesa; volle in tal caso, che, invece di adunare un
parlamento, che mai non delibererebbe individualmente e liberamente,
fosse al medesimo gran consiglio, o alla parte di questo consiglio che
potrebbe adunarsi, devoluto il diritto di formare il nuovo governo della
repubblica[140].
[140] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 293. — Gio. Cambi, p. 248._
Circa lo stesso tempo andava a terminare la tregua convenuta in aprile
del 1506 tra Pandolfo Petrucci ed i Sienesi; dessa era stata protratta
due anni, mentre ancora durava la guerra di Pisa, ed i Fiorentini
avevano acconsentito a non riclamare per tutto quel tempo i loro diritti
sopra Montepulciano. Ma oramai niuna ragione giustificava una simile
accondiscendenza. Lodovico XII, che bramava di valersi dei Fiorentini
contro il papa, loro prometteva potenti soccorsi, e faceva loro sperare
l'acquisto non solo di Montepulciano, ma della stessa Siena. Per
approfittare del favore del re, il gonfaloniere spedì il Macchiavelli a
Siena, incaricandolo di denunciare a questa repubblica la cessazione
della tregua, dichiarando in pari tempo, che Firenze non sarebbe mai per
rinnovarla, se non venivano restituiti Montepulciano ed il suo
territorio. Intanto il gonfaloniere mandò ai confini gli uomini d'armi
che teneva nello stato di Pisa[141].
[141] La delegazione del Macchiavelli porta la data del 2 dicembre
del 1510. _Legazioni, t. VII, p. 389. — Scip. Ammirato, l. XXVIII,
p. 294._
Come i Fiorentini si affidavano alla protezione della Francia, così i
Sienesi speravano in quella di Giulio II. Pandolfo Petrucci, che
disponeva a voglia sua di questa repubblica, nulla aveva dimenticato per
procacciarsi il favore del vecchio pontefice; aveva di fresco
riacquistato ed a lui offerto in dono il castello della Suvera,
principal luogo e residenza degli antichi conti di Ghiandaroni, nello
stato di Siena. Nello stesso tempo la balìa aveva riconosciuto in Giulio
II un discendente di quell'estinta famiglia, che portava come lui lo
stemma della quercia; ma la loro agnazione non poteva quasi provarsi con
altro, che con quella della ghianda della Rovere colle ghiande dei
Ghiandaroni. Il papa, che ardentemente desiderava di procacciare lustro
alla propria famiglia plebea ed oscura, accolse questo dono con
vivissimo piacere; d'allora in poi non ommise di comprendere Siena in
tutte le sue alleanze; accordò il cappello di cardinale ad Alfonso,
figlio di Pandolfo Petrucci, e si dichiarò il difensore di tutti
gl'interessi di quello stato[142].
[142] _Orlando Malavolti storia di Siena, p. III, l. VII, f. 115._
Non perciò poteva Giulio incoraggiare i Sienesi ad entrare in guerra pel
possedimento di Montepulciano. Quanto Lodovico XII desiderava questa
guerra per volgere tutte le forze dei Fiorentini contro la Chiesa,
altrettanto la temeva il pontefice, perchè apriva un più vasto confine
agli attacchi de' Francesi; onde avrebbe dovuto misurarsi con loro non
solo nella Romagna, ma ancora in Toscana. Mandò dunque ai Sienesi
Giovanni Vitelli e Guido Vaina, per proteggerli, con alcune compagnie
d'uomini d'armi e di cavaleggieri; ma in pari tempo si offerse mediatore
tra le due repubbliche. Fece sentire a Pandolfo l'estremo pericolo
d'introdurre i Francesi in Toscana; ottenne dai Fiorentini un perdono
senza eccezione pei ribelli di Montepulciano e la restituzione di tutti
i loro privilegj; il 3 di settembre del 1511 fece finalmente soscrivere
un trattato d'alleanza tra le due repubbliche per venticinque anni, in
forza del quale Montepulciano fu restituito con tutto il suo territorio
ai Fiorentini, che dal canto loro si obbligarono a guarentire tutti gli
altri possedimenti della repubblica di Siena, ed a mantenervi l'autorità
di Pandolfo Petrucci e de' suoi figli[143].
[143] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 294. — Orlan. Malavolti Stor.
di Siena, p. III, l. VII, f. 115. — Ist. di Gio. Cambi, p. 263. —
Jac. Nardi, l. V, p. 227. — Fr. Guicciardini, l. X, p. 539._
Non perchè avesse adottate più pacifiche disposizioni, ma tutt'al
contrario per tener dietro con minori impedimenti ai bellicosi suoi
progetti di cacciare, secondo soleva egli ripetere, i barbari
dall'Italia, erasi il papa fatto mediatore tra le due repubbliche
toscane. La vittoria de' Francesi sotto le mura di Bologna, e la totale
dispersione della sua armata, avevano lasciato il papa a discrezione del
re di Francia, il quale avrebbe potuto senza trovare ostacolo spingere
le sue armate fino a Roma, e colà dettare la pace a Giulio II. Ma
Lodovico XII, in mezzo ai suoi prosperi avvenimenti, non lasciava di
essere agitato dagli scrupoli di fare la guerra alla Chiesa. Appena ebbe
avviso della disfatta dell'armata pontificia, che ordinò a Gian Giacopo
Trivulzio di ricondurre le truppe nel Milanese; vietò ogni pubblica
dimostrazione di gioja per vittorie di cui si vergognava; e dichiarò,
che, sebbene non credesse d'aver commesso errori, era pronto, per
ottenere la pace, ad umiliarsi ed a chiedere perdono alla santa
sede[144].
[144] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 535._
Per lo contrario il papa, conoscendo la debolezza del re, non rinunciava
alle sue prime domande, e pareva che nelle sue perdite trovasse motivi
di accrescere la sua arroganza. Un vescovo Scozzese, ambasciatore del
suo re in Roma, aveva offerta la sua mediazione e riaperte le
negoziazioni abbandonate dal vescovo di Gurck. Giulio II gli comunicò le
sue pretese. Chiedeva che il duca di Ferrara rinunciasse a tutto quanto
aveva ricevuto pel suo matrimonio con Lugrezia Borgia; che pagasse alla
camera apostolica l'antico tributo; che restituisse Lugo e tutta la
Romagna Ferrarese, e ricevesse in Ferrara un visdomino pontificio,
invece del visdomino veneziano che vi avea ricevuto in addietro.
Lodovico era disposto ad accettare queste condizioni, sebbene gli
sembrassero dure; ma in questo tempo Gian Giacopo Trivulzio, dopo avere
rioccupata la Mirandola, aveva licenziata la sua armata, ad eccezione di
cinquecento lance e di mille trecento fanti tedeschi che aveva mandati a
Verona. Quando il papa ebbe di ciò avviso, trovandosi liberato dal
timore di quell'armata vittoriosa, mutò linguaggio, e mise in campo
nuove condizioni, affatto inammissibili, oltre le già proposte. Voleva
che la pace tra Massimiliano ed i Veneziani si conchiudesse nello stesso
tempo che la sua colla Francia; che Alfonso d'Este gli pagasse tutte le
spese della guerra; e che i Bentivoglio ed i Bolognesi ribellati fossero
abbandonati alla sua vendetta. Questi ultimi avevano di già cercato di
placarlo, offrendo alla camera apostolica il tributo che pagavano i loro
padri ed i loro antenati, e richiamando in palazzo, come luogotenente
del papa, il vescovo di Chiusi, prima loro prigioniere. Ma Giulio II
aveva corrisposto colle censure alla loro sommissione, ed aveva
incaricati due suoi capitani, Marc'Antonio Colonna e Ramazzotto, di
guastare senza pietà il territorio bolognese[145].
[145] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 536. — P. Bembi Hist. Ven. l. XI,
p. 252. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 366._
Lodovico XII aveva sperato che la domanda del concilio, fatta dal clero
di Francia, riuscirebbe molesta ad un papa, la di cui elezione era stata
così poco canonica, ed il di cui guerriero carattere era cagione di
continuo scandalo. Aveva persuaso Massimiliano a concorrere alla
convocazione del concilio, e tutti e due avevano invano eccitato
Ferdinando ad unirsi a loro. Eransi in appresso rivolti al papa, per
intimargli di dare esecuzione al canone del concilio di Costanza, che
ordinava la tenuta di un concilio ecumenico ogni dieci anni: gli avevano
ricordato il suo proprio giuramento all'atto della sua consacrazione,
col quale erasi obbligato sotto pena di spergiuro e di anatema ad
adunare, prima che spirassero due anni, un concilio universale.
Finalmente lo avvisavano che il conclave da cui era stato eletto, avendo
pronunciato che i due terzi dei cardinali avevano il diritto di
convocare il concilio, se il papa non lo faceva, essi erano determinati,
dietro la sua negativa, di rivolgersi a questi[146].
[146] _Raynald. An. Eccl. 1511, § 3, p. 87. — Belcarii Comm., l.
XII, p. 365. — Fleury Hist. Eccles., l. CXXII, c. 28._
Tale domanda presentata al papa altro non era che una vana formalità: nè
l'imperatore, nè il re di Francia avevano sperato ch'egli se ne farebbe
carico; essi pensavano di convocare il concilio di propria loro
autorità, o con quella de' cardinali che avevano abbandonato Giulio e si
erano ritirati a Milano. Ma li trattenne alcun tempo la scelta della
città in cui adunarlo; Massimiliano stava per Costanza, Lodovico XII per
Lione, ed i prelati Italiani non volevano uscire d'Italia. I due
monarchi risolsero di compiacerli; e, coll'assenso de' Fiorentini,
scelsero Pisa, dove un secolo prima, quasi nelle stesse circostanze, era
stato tenuto un altro concilio. La vicinanza di Roma, la facilità di
andarvi per la via del mare, e la protezione di un governo neutrale,
parevano dover togliere al papa ogni pretesto di ricusare d'intervenirvi
co' suoi prelati.
Gli ambasciatori dell'imperatore e del re di Francia proposero, il 16
maggio, ai cardinali rifugiati a Milano di convocare a Pisa un concilio
ecumenico; questi sotto certe condizioni, tendenti ad assicurare la
libertà dell'assemblea, acconsentirono all'inchiesta, e pubblicarono le
loro lettere di convocazione pel primo di settembre. Altre ne aveva
pubblicate Massimiliano in proprio nome, nella sua qualità di avvocato e
di protettore della Chiesa, fin dal 16 di gennajo, ed altre ancora in
data del 15 febbrajo Lodovico XII, esortando i vescovi francesi e
tedeschi a recarsi a Pisa[147].
[147] _Rayn. An. Eccl. 1511, § 1, p. 86. — Labbei concilia Gener.,
t. XIII, p. 1486. — Jac. Nardi, l. V, p. 226. — P. Bembi, l. XI, p.
253. — Jo. Marianae, l. XXX, c. 1, p. 299._
Ma per quanto fossero grandi l'autorità dei due monarchi, la sommissione
del loro clero, e lo scontento generale della Chiesa, Giulio II nulla
arrischiava in questa contesa; ed egli lo vedeva; infatti opponeva
l'ardire e l'impeto del suo carattere ai risguardi ed agli scrupoli de'
suoi avversarj, che colle loro medesime apologie, col mostrare avido
desiderio di entrare in negoziazioni, sembravano confessare di non
essere assistiti dalla giustizia. Giulio II, per togliere loro qualunque
pretesto, convocò egli stesso con una bolla del 18 luglio un concilio in
san Giovanni di Laterano pel 19 aprile del 1512. Pubblicò nello stesso
tempo un monitorio contro i cardinali ribelli, per privarli del
cardinalato e di tutti i loro beneficj ecclesiastici, qualora entro
sessanta giorni non si presentassero a lui per giustificarsi[148].
[148] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 538. — Rayn. An. Eccl. § 9, p. 89.
— Jac. Nardi, l. V, p. 226. — P. Giovio vita di Alfonso, p. 66._
Gli apparecchj per due concilj vennero tutt'ad un tratto sospesi a
cagione della malattia del papa, il quale, essendosi trovato male il 17
di agosto, fu dopo quattro giorni ridotto all'estremo. Cadde in un
deliquio che durò più ore; tutti coloro che lo assistevano lo tennero
per morto; se ne sparse la voce in città; vennero ovunque spediti
corrieri per portarne la notizia; ed i cardinali assenti da Roma, senza
eccettuare quelli che avevano convocato il concilio di Pisa, si
affrettarono di porsi in cammino per ritornarvi. Frattanto Giulio II,
rinvenuto dalla sua letargia, volle ordinare gli affari di sua famiglia,
che poteva da un secondo attacco simile essere improvvisamente privata
del suo capo. All'indomani adunò un concistoro, nel quale accordò al
duca d'Urbino, suo nipote, la grazia per l'omicidio del cardinale di
Pavia, rimettendolo nel godimento di tutti i feudi ricevuti dalla
Chiesa. Nello stesso tempo pubblicò una bolla intorno all'elezione del
nuovo papa, per prevenire o punire colle più severe pene una simonia
simile a quella di cui egli stesso erasi renduto colpevole, quando aveva
ottenuta la tiara[149].
[149] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 543. — Par. de Grassis Diar. ap.
Rayn. § 34, p. 98. — P. Bembi Hist. Ven., l. XII, p. 261. — Fr.
Belcarii, l. XIII, p. 370._
In pochi giorni Giulio si trovò sano come per lo innanzi, sebbene
continuasse a non curarsi de' consigli de' medici, ed a tenere un regime
di vita direttamente opposto a quello ch'essi gli prescrivevano. Colle
forze andò pure ricuperando il suo ardore guerriero, e sempre più si
confermò nel favorito suo progetto _di cacciare i barbari d'Italia_. Le
lagnanze e le miserie dei popoli, oppressi dagli oltremontani, avrebbero
somministrati a Giulio i più giusti motivi per quest'impresa, se le sue
forze fossero state proporzionate alla lotta in cui voleva entrare.
Frattanto la campagna di quest'anno non aveva prodotto verun'azione
clamorosa. Massimiliano, sempre consentaneo a sè medesimo, si andava
perdendo in vasti progetti che non era capace d'eseguire. Sebbene i
Veneziani fossero assai snervati, non aveva potuto approfittare della
diversione fatta dalla Francia per spingere con vigore la guerra contro
di loro. Vero è che guastava il territorio friulano, e spargeva la più
spaventosa desolazione in quelle contrade; ma, lungi dal conquistare
Treviso o Padova, cui non aveva mai voluto rinunciare, non avrebbe pure
conservata Verona, senza la guarnigione francese mandata in questa
piazza da Lodovico XII. L'imperatore erasi recato ad Inspruck, e si
proponeva ancora di marciare colla sua armata fino a Roma, per
ristabilire l'impero germanico in tutte le prerogative possedute ai
tempi di Carlo Magno o di Ottone il grande; ma le truppe dell'impero,
sulle quali egli faceva sempre fondamento, non arrivavano mai, e le
proprie non bastavano per tener testa alla repubblica di Venezia. Così
passava rapidamente da una smisurata ambizione allo scoraggiamento, e
mai non mantenevasi con costanza nell'una o nell'altra disposizione.
Talvolta dava orecchio alle proposizioni che gli venivano fatte da
Ferdinando il Cattolico, di riconciliarsi coi Veneziani e colla Chiesa,
e di attaccare di concerto i Francesi. In uno de' suoi accessi di
scoraggiamento, invitò pure i Veneziani a mandargli un inviato per
trattare con lui. Il senato fece subito partire alla volta d'Inspruck
Antonio Giustiniani, e fece fare in ogni chiesa preghiere pel felice
successo della sua missione; ma Massimiliano aveva prima del suo arrivo
mutato parere. Ridusse a soli otto giorni il salvacondotto del
Giustiniani, e rigettò tutte le proposizioni che gli recava[150]. Non
erano ignote a Lodovico XII queste di lui irrisoluzioni, e sapeva che
questo alleato, ch'egli pagava, e pel quale doveva combattere, era
sempre in procinto di passare nelle file dei suoi nemici[151].
[150] _P. Bembi Hist. Ven., l. XI, p. 255 e 259._
[151] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 540. — Fr. Belcarii Com., l. XII,
p. 366._
Dal canto suo Giulio II appena degnavasi di contare Massimiliano tra i
suoi nemici, sebbene lo avesse veduto prendere parte alla convocazione
del concilio; egli fondava le sue speranze nel re d'Arragona, in quello
d'Inghilterra e negli Svizzeri, e di già le sue negoziazioni presso
queste tre potenze prendevano il più favorevole aspetto. La constante
politica di Ferdinando il Cattolico era quella di coprire la propria
ambizione colla maschera della religione; onde dacchè il papa erasi
dichiarato alleato dei Veneziani, non avea cessato mai di dare a
Lodovico XII ipocriti consiglj intorno all'empietà di far guerra al capo
della Chiesa. Fino a tale epoca erasi egli occupato intorno alle sue
conquiste nell'Africa; il suo generale, Pietro Navarra, gli aveva
sottomesse Orano e Bugia; i re di Algeri e di Tremisene si erano
dichiarati suoi feudatarj, e pareva che un nuovo impero spagnuolo fosse
vicino a stabilirsi al di là dello stretto di Gibilterra[152]. Ma
quand'ebbe notizia della disfatta di Bologna, richiamò dall'Africa
Pietro Navarra, e lo mandò nel regno di Napoli con tre mila de' suoi
migliori fanti spagnuoli, per non lasciare questo regno in balìa di un
monarca vittorioso, che vi aveva dei diritti.
[152] _Jo. Marianae Hist. Hispan., l. XXIX, c. 24, p. 296. — Rayn.
An. Eccl. 1510, § 30, p. 82. — P. Bizarro Sen. Pop. q. Genuens.
Hist., l. XVIII, p. 430._
Enrico VIII d'Inghilterra, cedendo alle istanze di Giulio II, aveva
acconsentito a fare di concerto con Ferdinando calde rimostranze a
Lodovico XII intorno allo scisma ch'egli andava a suscitare nella
Chiesa, gli aveva domandato pel bene della cristianità di mandare i
cardinali ed i prelati del suo regno al concilio di Laterano, e di
permettere alla Chiesa di ricuperare la sua città di Bologna. Gonfio
d'orgoglio, e fidando nelle immense ricchezze lasciategli da suo padre,
egli credevasi l'arbitro dell'Europa, e risguardava tutte le istanze
fattegli da questi monarchi, quali omaggi dovuti al suo potere ed ai
suoi talenti.
Per altro il papa riponeva negli Svizzeri le principali sue speranze; e
l'imprudenza di Lodovico XII lo aveva ancora meglio servito che le
proprie negoziazioni. Questo monarca in un movimento d'orgoglio aveva di
nuovo ricusato di riconciliarsi cogli Svizzeri e di accrescere le loro
pensioni. Aveva giurato di non lasciarsi taglieggiare da paesani, ed
aveva proibita l'esportazione delle granaglie dalla Francia e dalla
Lombardia ne' paesi Svizzeri. Aveva creduto di ridurli colla carestia a
ricevere da lui la legge, ed invece, esasperandoli, gli aveva
precipitati nell'alleanza del papa e de' Veneziani[153].
[153] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 547. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
370._
Finalmente i progetti di Giulio II cominciavano a prendere migliore
consistenza; ed i nemici, che andava suscitando alla Francia,
incoraggiati dalla loro unione, affettavano verso di lei un più
minaccioso contegno. Gli ambasciatori d'Inghilterra e d'Arragona fecero
unitamente nuove rappresentanze a Lodovico XII rispetto alla protezione
da lui accordata al concilio di Pisa ed ai Bentivoglio; il re rispose
loro di essere apparecchiato a desistere, purchè i cardinali del suo
partito fossero di nuovo rimessi dal papa nella sua grazia, ed i
Bentivoglio venissero conservati nella stessa subordinazione feudale, in
cui da circa un secolo erano stati tenuti i loro antenati; ma non
volendo gli ambasciatori ammettere queste basi di negoziazioni,
all'ultimo Lodovico XII dichiarò loro, che non poteva senza scapito
dell'onor suo abbandonare la protezione di Bologna, non altrimenti che
quella della sua propria città di Parigi[154].
[154] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 549. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
371._
Tosto che seppesi in Roma la risposta di Lodovico XII, il giorno 5 di
ottobre si pubblicò solennemente nella chiesa di santa Maria del popolo
una confederazione tra il papa, il re cattolico ed il senato di Venezia.
Dichiaravano i confederati che gli oggetti della loro alleanza erano:
l'unione della Chiesa, minacciata d'uno scisma dal conciliabolo di Pisa;
la restituzione alla santa sede di Bologna e di ogni altro feudo, che
mediatamente o immediatamente poteva appartenerle, volendo indicare con
queste parole lo stato di Ferrara; per ultimo la cacciata dall'Italia
con una potente armata di chiunque s'opporrebbe a questo doppio oggetto,
vale a dire del re di Francia. Per formare quest'armata il papa
prometteva quattrocento uomini d'armi, cinquecento cavaleggieri e sei
mila fanti; la repubblica di Venezia ottocento uomini d'armi, mille
cavaleggieri ed otto mila fanti; il re d'Arragona mille dugento uomini
d'armi, mille cavaleggieri, e dieci mila fanti spagnuoli. Ma ritenendosi
il contingente dell'ultimo come sproporzionato alle sue finanze, il papa
ed il senato si obbligavano a pagargli ciascheduno venti mila ducati al
mese, finchè durerebbe la guerra. L'armata della lega doveva essere
comandata da don Raimondo di Cardone, Catalano, vicerè di Napoli. Una
flotta, di dodici vascelli catalani e di quattordici veneziani, doveva
nello stesso tempo portare la guerra sulle coste della Francia. Tutti
quei paesi conquistati dai confederati, che in addietro avessero
appartenuto ai Veneziani, dovevano essere loro restituiti. L'imperatore
ed il re d'Inghilterra potevano, ove lo desiderassero, essere ricevuti
in quest'alleanza. Il papa aveva stipulata questa riserva a favore del
primo colla fortuita speranza di staccarlo dalla Francia; ed il
cardinale di Yorck, ambasciatore del secondo, ed uno de' negoziatori
della lega, non avendo ancora ricevute le opportune istruzioni per
sottoscrivere, aveva domandata la stessa riserva pel suo padrone[155].
[155] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 550. — Rayn. An. Eccl. 1511, § 66,
p. 105. — Jac. Nardi, l. V, p. 228. — P. Bembi Hist. Ven., l. XII,
p. 266. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 372. — Jo. Marianae de reb.
Hisp., l. XXX, c. V, p. 305._
Fatta quest'alleanza, Giulio II trattò con maggior rigore i prelati
disubbidienti. Passato il termine del monitorio, il 24 ottobre dichiarò
in concistoro decaduti dalla loro dignità, e soggetti a tutte le pene
dalla chiesa inflitte agli eretici ed agli scismatici, i cardinali di
santa Croce, di san Malò, di Cosenza, di Bayeux. Pubblicò poi un altro
monitorio contro il cardinale di Sanseverino, che aveva risparmiato fin
allora, e fulminò l'interdetto e le scomuniche contro i Fiorentini, che
avevano permessa ne' loro stati l'adunanza di un conciliabolo
scismatico[156].
[156] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 551. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
V, p. 230._
Il concilio che tanto irritava il papa, era stato convocato per il primo
giorno di settembre; ma a tale epoca non eransi presentati a Pisa che un
commissario dell'imperatore, uno del re di Francia ed un ecclesiastico,
a nome di alcuni prelati ed abati. Questi tre personaggi chiesero la
licenza de' magistrati fiorentini, i quali dichiararono di avere ordine
di non prendere parte nelle loro operazioni. In appresso i commissarj si
recarono alla chiesa cattedrale, ove fecero cantare la messa dello
Spirito Santo e le litanie per l'apertura del concilio; immediatamente
dopo la quale ceremonia tutti i preti italiani, che si trovavano a Pisa,
si ritirarono dalla città per non trovarsi avvolti nell'interdetto
fulminato dal papa contro tutti i luoghi in cui si adunerebbe il
concilio[157].
[157] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 547. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI,
p. 264. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 295. — Jac. Nardi, l. V, p.
228. — Diar. del Bonaccorsi, p. 163._
I Fiorentini avevano accordata la loro città di Pisa per la celebrazione
del concilio, persuasi che, procedendo d'accordo il re di Francia e
l'imperatore di Germania, l'assemblea de' vescovi di queste due nazioni
sarebbe abbastanza numerosa per inspirare rispetto alla Cristianità e
timore al papa. Si trovarono però assai sconcertati, quando videro che
il concilio cominciava con tre sole persone, tanto più quando seppero
che non si era posto in cammino un solo prelato tedesco, e che i
ventiquattro vescovi francesi, che per ordine del re avevano abbandonato
le loro diocesi, procedevano assai lentamente e con estrema ripugnanza.
Nè il clero italiano si pronunciava anticipatamente contro il concilio
con minor forza; di modo che vedevasi impossibile che un'assemblea
aperta con tali auspicj acquistasse giammai qualche credito. D'altra
parte le censure del papa, le minacce di confisca, la nomina del
cardinale dei Medici alle legazioni di Perugia e di Bologna, inspiravano
un altissimo terrore alla repubblica. I decemviri della libertà e della
balìa il 10 dicembre spedirono il Macchiavelli ai cardinali, che si
erano trattenuti a san Donnino, ed al re di Francia, per dissuaderli dal
tenere il concilio in Pisa, e persuaderli a trasferirlo in altra città,
se non riputavano cosa ancora più conveniente lo scioglierlo e
rappacificarsi col papa[158].
[158] _Istruzione data al Macchiavelli dai decemviri di libertà o
balìa il 10 settembre 1511. Legazioni, t. VII, p. 394-401._
Ma il Macchiavelli altro non potè ottenere dal re, che di trasferire il
concilio in un'altra città, dopo che avrebbe tenute a Pisa le prime due
o tre sessioni. I quattro cardinali non osavano avventurarsi a Pisa
senza la protezione di una guarnigione francese; ed i Fiorentini si
mostravano difficili a riceverla. All'ultimo i cardinali arrivarono a
Pisa con alcuni prelati il primo giorno di novembre. Vollero adunarsi
nella cattedrale, ma il popolo ammutinato non vi acconsentì. Recaronsi
successivamente ad alcune altre chiese, che furono loro similmente
chiuse; finalmente si stabilirono a stento nella chiesa di san Michele
per cantarvi la prima messa[159].
[159] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 266-272. — Scip. Ammirato, l.
XXVIII, p. 296-298. — Jac. Nardi, l. V, p. 288 — Fr. Belcarii, l.
XIII, p. 374._
I cardinali ed i prelati francesi erano giunti a Pisa protetti da una
guardia di cinquanta arcieri, comandati da Odetto di Foix, signore di
Lautrec, e da Chatillon; ma, sebbene questa guardia fosse un oggetto di
gelosia pei Fiorentini, non era però sufficiente a far rispettare i
prelati in Pisa, nè a porli in salvo da un insulto per parte di Roma. Il
clero italiano mostrava per loro una smisurata avversione, ricusando
loro tutti gli arredi delle chiese, onde non li profanassero; ed il
popolo gl'insultava per le strade con amare invettive. Essi medesimi
operavano contro la propria coscienza, per quella deferenza verso
l'autorità reale che fu così frequentemente la sola conseguenza delle
libertà riclamate dalla chiesa gallicana contro la santa sede. Essi
desideravano che loro si offrisse qualche motivo di abbandonare una
città, ove trovavansi così a disagio, ed approfittarono di un'occasione
che male si conveniva alla dignità della loro assemblea. Essendo nata
contesa il 13 di novembre tra i loro servitori ed alcuni giovani pisani
a cagione di certe prostitute, gli arcieri accorsero in ajuto dei primi,
e tutto il popolo in ajuto de' giovani pisani: Lautrec e Chatillon
furono feriti nella mischia mentre cercavano di separarli, e, sebbene
per le cure loro e degli ufficiali fiorentini si calmasse il tumulto,
all'indomani i cardinali abbandonarono Pisa, dopo avere intimata la loro
riunione a Milano[160].
[160] _Fr. Guicciardini l. X, p. 559. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI,
p. 276. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 299. — Rayn. An. Eccl. § 42,
p. 99. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 103. — Fr. Belcarii, l.
XIII, p. 374._
La fuga da Pisa de' padri del concilio ammansò alquanto Giulio II contro
il gonfaloniere Soderini, e rallentò l'esecuzione de' progetti che
formati aveva per levargli la suprema magistratura della repubblica;
tanto più che Pandolfo Petrucci gli rappresentò, che, attaccandolo a
forz'aperta, avrebbe messe a disposizione della Francia tutte le forze
dei Fiorentini, che di presente altro non chiedevano che la neutralità.
Giulio, senza portare la guerra nello stato fiorentino, lasciò che
avessero libero corso le pratiche del cardinale de' Medici, che egli
aveva ravvicinato ai confini della repubblica confidandogli le legazioni
di Perugia e di Bologna[161].
[161] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 556. — Scip. Ammirato, l. XXVIII,
p. 296. — Paolo Giovio vita di Leone X, l. II, p. 101._
Durante la sua amministrazione il gonfaloniere Soderini aveva perduti
alcuni suoi partigiani, e si erano accresciuti quelli de' Medici in
tempo del loro esilio; o fosse a motivo della naturale disposizione dei
popoli di desiderare il tempo passato, che hanno veduto colle illusioni
della gioventù, e di perdere più facilmente la memoria de' mali che
quella de' beni, sebbene sentano i primi con maggiore vivacità quando
sono presenti; o fosse perchè la prudenza del gonfaloniere accompagnata
alle volte della debolezza, eccitando l'invidia senza temperarla col
timore; o fosse finalmente perchè il cardinale de' Medici aveva ottenuto
con molta accortezza e prudenza di cancellare l'animosità eccitata da
suo fratello Piero. Egli erasi in ogni occasione mostrato in Roma il
protettore de' Fiorentini, manifestando la stessa benevolenza verso
coloro che avevano operato contro la sua famiglia, come verso quelli che
le si erano mantenuti attaccatissimi. Ascriveva la nimicizia de' primi
agli sgraziati errori di suo fratello, e voleva che la memoria loro
rimanesse spenta colla di lui morte[162].
[162] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 549. — Jac. Nardi, l. V, p. 230. —
Fr. Belcarii, l. XIII, p. 371._
Il gonfaloniere, che vedeva avvicinarsi il turbine, non voleva in verun
modo, per mettere la repubblica in istato di difesa, chiedere al popolo
nuove contribuzioni, onde non fare maggiore il malcontento di lui.
Giudicò adunque più conveniente di far portare ai soli ecclesiastici le
spese di una guerra eccitata dagli stessi ecclesiastici. Domandò al
clero fiorentino una sovvenzione di cento mila fiorini, da pagarsi in
quattro termini. Tale somma doveva poi restituirsi ai sovventori entro
l'anno, se non vi era guerra colla Chiesa, entro cinque, se la guerra
scoppiava. Si ottenne con difficoltà l'approvazione dei consiglj per
questo prestito; perciocchè in ogni famiglia trovavasi un prete, che,
per difendere le proprie entrate ed i suoi beneficj, faceva valere le
censure ecclesiastiche, e tratteneva i suffragj de' suoi parenti[163].
[163] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 268-271. — Scip. Ammirato, l.
XXVIII, p. 297. — Fr. Guicciardini, l. X, p. 552._
La stagione più propria a tenere la campagna era passata senza che
accadesse verun'azione clamorosa. Il re di Francia aveva licenziata la
sua armata dopo la battaglia di Bologna, ed altro non teneva in presenza
del nemico che un ristretto numero di uomini d'armi di guarnigione a
Verona. I Veneziani, compatendo la debolezza del vecchio Lucio Malvezzi,
avevano avuta la compiacenza di lasciarlo alla testa delle loro armate,
sebbene più non fosse in istato di condurle, perchè non avevano potuto
persuaderlo a chiedere la sua dimissione, e non volevano affliggere
negli estremi suoi giorni un uomo che in altri tempi aveva ben meritato
della repubblica. Questi morì finalmente, e gli fu dato per successore
Gian Paolo Baglioni[164]. Massimiliano si era alternativamente fatto
vedere in Inspruck, a Trento, a Bruneck. Di là aveva negoziato colla
Francia, col papa, con Venezia, e sempre minacciata l'Italia di nuova
invasione; ma, quando si credeva imminente la sua comparsa, tutt'ad un
tratto si allontanava per una partita di caccia; recavasi in un'altra
città, in un'altra provincia, ove non era aspettato, e credeva dar prove
di sottile politica, quando rendeva vani tutti i calcoli fatti dagli
altri sopra di lui[165].
[164] _P. Bembi Hist. Ven., l. XI, p. 254-257. — Fr. Belcarii, l.
XIII, p. 369._
[165] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 560._
Intanto le province veneziane e quelle del ferrarese continuavano ad
essere guaste con più furore che mai. I borghi ed i castelli venivano
presi e ripresi, taglieggiati e saccheggiati, quando potevano sottrarsi
all'incendio; le campagne erano affatto spogliate, ed i contadini,
ridotti alla disperazione, perivano nella miseria. Massimiliano, cagione
di tutti questi mali, non rinunciava ad alcuna delle sue pretese,
sebbene non fosse in istato di farle valere. Egli non voleva la pace, e
non faceva la guerra. Per lo contrario Lodovico XII voleva la pace, e
faceva la guerra per un alleato che non lo assecondava, e che
gl'inspirava una giusta diffidenza. Egli dolevasi delle inutili spese
che Massimiliano gli cagionava, e, siccome alquanto inclinava
all'avarizia, ricusava spesso di sostenere alcune spese, che, riducendo
la guerra ad una pronta conclusione, avrebbero prodotta una reale
economia. I Veneziani bramavano ardentemente la pace, ma non potevano
ottenerla dalla volubilità di Massimiliano; non meno ardentemente la
desiderava il duca di Ferrara, ma gli veniva rifiutata dall'ostinazione
del papa.
Essendo rimaste senza effetto tutte le negoziazioni per la pace, ed
essendosi pubblicata in principio d'ottobre la lega del papa con
Ferdinando, Lodovico XII ordinò al signore della Palisse di ragunare di
nuovo l'armata francese, d'assoldare la fanteria, e di attaccare la
Romagna prima che gli Spagnuoli vi fossero giunti. Proponevasi di
scendere egli stesso in Italia nella vegnente primavera con
istraordinarie forze, onde finalmente obbligare i suoi nemici a fare la
pace. Ma prima che a questi ordini fosse data esecuzione, la Lombardia
fu agitata dalla notizia che gli Svizzeri si apparecchiavano ad una
seconda invasione.
Lodovico XII non erasi limitato a ricusare agli Svizzeri l'accrescimento
di venti mila franchi alla domandata pensione; ma inoltre aveva in ogni
occasione parlato di loro con disprezzo, ed offeso il loro orgoglio
nazionale. In Lombardia aveva fatto arrestare con umilianti circostanze
un corriere de' cantoni di Schwitz e di Friburgo, secondando in tal modo
gl'intrighi del papa, che cercava di eccitare quei fieri alpigiani
promettendo loro la gloria di scacciare i Francesi dall'Italia. Gli
Svizzeri avevano fatto chiedere a Venezia cinquecento uomini di
cavalleria ed alcuni pezzi di cannone[166]; avevano pure ricevuto da
questa repubblica qualche somma di danaro, ed in principio di novembre
valicarono il san Gottardo, e si adunarono a Varese in numero di dieci
mila uomini, con un treno di sette piccoli cannoni da campagna e varj
grossi archibugj portati dai cavalli. La dieta aveva a quest'armata
accordato quello stendardo, che, spiegato nel precedente secolo a Nancì
contro il duca di Borgogna, non era più stato dopo quell'epoca portato
in guerra. Questo venerato stendardo allettava continuamente nuovi
volontarj, onde in breve l'armata si trovò forte di sedici mila uomini.
I Francesi non avevano in Lombardia che mille trecento lance e dugento
gentiluomini volontarj; inoltre parte di queste truppe servivano a
custodire Verona, Brescia e Bologna, onde Gastone di Foix per trattenere
gli Svizzeri non aveva con sè che trecento uomini d'armi e due mila
fanti[167].
[166] _P. Bembi Ist. Ven., l. XII, p. 270-271._
[167] _P. Bembi, l. XII, p. 270. — Fr. Guicciardini, l. X, p. 563. —
Mém. de cheval. Bayard, c. XLVII, p. 216. — Fr. Belcarii, l. XIII,
p. 375._
Gli Svizzeri si erano avanzati da Varese a Gallarate, e di là a Busto
senza trovare opposizione. Gastone di Foix e Gian Giacopo Trivulzio si
tenevano ai loro fianchi per molestarli, ma non osavano dar loro
battaglia; intanto Teodoro Trivulzio faceva fortificare Milano, ed i
Milanesi, sebbene detestassero il governo francese, temevano ancora più
la venuta di questi barbari montanari, ed assoldavano fanti a loro
proprie spese per custodire le mura. I generali francesi andavano bensì
spargendo di non avere verun timore, ed essere facil cosa il difendere
la città; ma si vedevano nello stesso tempo vittovagliare il castello, e
fare tali apparecchj, che svelavano la loro intenzione di ritirarvisi.
Gli Svizzeri, non trattenuti nella loro marcia, si avanzarono a sole due
miglia dalle porte di Milano; ivi bruscamente piegarono sopra Monza, e,
probabilmente conoscendosi incapaci di attaccare le città, non tentarono
nemmeno di occupar questa; ma parvero intenzionati di passare l'Adda, le
di cui opposte rive venivano dai Francesi cautamente fortificate onde
impedire agli Svizzeri di unirsi all'armata veneziana. A Milano si stava
tuttavia in grandissimo timore, quando un capitano svizzero, munito di
salvacondotto, venne a nome de' suoi compatriotti ad offrire di
ritirarsi, purchè loro si pagasse un mese di soldo. Egli ripartì, per
informare gli Svizzeri di un'offerta molto inferiore alla loro domanda,
e tornò all'indomani con pretese molto più alte. Gastone di Foix
aggiunse qualche cosa all'offerta fatta nel precedente giorno, ma non
quanto bastava a soddisfare gli Svizzeri, ed il trattato fu rotto; ciò
nullameno, con sorpresa di tutta l'Italia, gli Svizzeri presero nel
susseguente giorno la via di Como, e ripatriarono[168]. Loro non era
stato pagato il danaro che avevano chiesto per l'armata; e se
l'inquietudine che loro dava Gastone di Foix, fu, come lo suppone il
Giovio, il solo motivo che li persuase a ritirarsi[169], non si sa
concepire perchè non abbiano accettata l'ultima offerta. Vero è che
altri scrivono che i capitani svizzeri furono corrotti dal danaro che
Foix loro fece celatamente pagare, e viene indicato per negoziatore di
questo vergognoso contratto un capitano d'Alt-Sax, o di Super-Sax[170].
[168] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 564. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
376._
[169] _Vita di Alfonso d'Este, p. 77. — Vita di Leon X, l. II, p.
110._
[170] _L'Anonimo Padovano, presso Muratori Annali d'Italia ad ann. —
Mémoir. de Bayard, c. XLVII, p. 217._
Per la seconda volta gli Svizzeri avevano delusa la confidenza del papa
e de' Veneziani, che gli avevano pagati; e la loro mala fede, o la loro
imperizia, andavano scemando quell'alta opinione che si erano acquistata
col loro valore nelle guerre in cui avevano combattuto appoggiati dagli
uomini d'armi francesi. Per altro la breve loro invasione faceva sentire
tutto il pericolo della situazione de' Francesi, coll'armata del papa e
di Raimondo di Cardone in faccia, quella de' Veneziani da un lato,
Genova sempre agitata dagl'intrighi del papa dall'altro, e gli Svizzeri
alle spalle. Lodovico XII spaventato mandò in Italia a Gastone di Foix
tutte le truppe di cui poteva disporre; gli ordinò di nulla risparmiare
per la leva di un nuovo corpo d'infanteria, ed eccitò i Fiorentini a
mostrarsi fedeli alleati della Francia, a mandargli non già trecento
lance, secondo l'obbligazione dei trattati, ma tutte le forze che
potevano riunire; ricordò loro che la causa per cui gli eccitava a
combattere non era meno la sua che la loro propria, poichè, conoscendo
essi l'odio di Giulio II e l'ambizione di Ferdinando, non potevano
dubitare che questi principi non abusassero della vittoria contro di
loro, sia che i Fiorentini prendessero le armi, o si mantenessero
neutrali[171].
[171] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 565. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
577._
Il gonfaloniere Soderini sentiva tutta la forza delle ragioni addotte
dal re di Francia; era persuaso del principio così spesso ripetuto dal
Macchiavelli, che il partito di mezzo è di tutti il più pernicioso; e
che, chi non si dichiara per una parte o per l'altra, scontenta sempre
entrambe le parti. Vedeva che, dopo avere offeso il papa, si
offenderebbe ancora il re di Francia, il quale non troverebbe che si
fosse per lui fatto abbastanza, mandandogli soltanto i soccorsi
stipulati dal trattato, e che ciò non pertanto sarebbe un'ostilità agli
occhi di Ferdinando d'Arragona. Ma il partito, che si opponeva al
gonfaloniere con intenzione di perderlo, s'ingrossava in tale occasione
di tutti quelli che la debolezza del loro carattere attaccava alle
misure di mezzo, e di tutti quelli che un giusto risentimento contro
Lodovico XII e la casa di Francia, per le transazioni relative alla
guerra di Pisa, rendeva diffidenti verso una famiglia che gli aveva così
lungo tempo ingannati. Perciò, malgrado tutti gli sforzi del
gonfaloniere, la repubblica si attenne strettamente all'esecuzione del
trattato conchiuso con Lodovico XII, e mandò inoltre lo storico
Francesco Guicciardini ambasciatore presso Ferdinando, onde scusarsi
d'avere dati questi soccorsi al di lui nemico[172].
[172] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 567. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
377._
In sul finire di dicembre l'armata spagnuola e pontificia cominciò ad
avanzarsi verso la Romagna. Il vicerè, don Raimondo di Cardone, si
trattenne ad Imola per aspettare il rimanente delle sue truppe e la sua
artiglieria, e intanto mandò Pietro Navarro, capitano generale della
fanteria spagnuola, ad attaccare i possedimenti del duca di Ferrara in
Romagna. Tutte le borgate e le fortezze, che il duca possedeva al
mezzodì del Po, si arresero a Navarro alla semplice intimazione di un
trombetta, tranne la bastia della Fossa Geniolo, ch'era stata attaccata
nel precedente anno, ed opportunamente da Bajardo soccorsa. Vestidello
Pagano, distinto ufficiale del duca di Ferrara, che vi comandava una
guarnigione di cento cinquanta fanti, oppose una gagliarda resistenza
agli attacchi di Pietro Navarro fino all'ultimo giorno dell'anno, in cui
la bastia fu presa d'assalto. La guarnigione fu passata a fil di spada,
e Vestidello, ferito, oppresso dalla fatica e costretto ad arrendersi,
fu in seguito ucciso a sangue freddo dai Musulmani, che formavano in
allora il grosso della fanteria spagnuola[173].
[173] _Ariosto Orl. Fur., c. III, stanza 54 e canto XLII, st. 5. —
Fr. Guicciardini, l. X, p. 568. — P. Bembi, l. XII, p. 272. — P.
Giovio vita di Alfonso, p. 71. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 377. —
Muratori Ann. d'Italia ad An. 1512._
Il possedimento della bastia di Geniolo era della più alta importanza
agli occhi del duca Alfonso per l'attacco o la difesa di Ferrara, perchè
questa fortezza signoreggiava la navigazione del Po. Perciò, quando
Alfonso seppe che il Navarro era tornato presso al vicerè, e che non vi
aveva lasciati che dugento uomini di guarnigione, venne ad attaccarla
con nove pezzi di cannone. Le muraglie della bastia erano ancora
squarciate dal sostenuto assedio, e gli Spagnuoli non avevano avuto
tempo di riparare tutte le brecce; di modo che Alfonso la prese
d'assalto lo stesso giorno; ma egli riportò una ferita nel capo, ed i
suoi soldati, per vendicar lui e lo sventurato Vestidello, uccisero il
capitano e tutta la guarnigione, senza lasciarne un solo che portasse al
papa la notizia della rotta. Tutti questi piccoli fatti ottennero
un'importanza classica nel poema dell'Ariosto: essi accadevano sotto gli
occhi del poeta, erano il principale titolo della gloria del di lui
padrone, ed egli gli illustrò coi suoi versi[174].
[174] _Ariosto Orl. Fur., cant. III, e XLII, ne' prealleg. luoghi._
Frattanto l'armata del re di Spagna e del papa erasi riunita in Imola, e
da molto tempo non erasene veduta altra più formidabile. Vi si contavano
al soldo di Ferdinando mille uomini d'armi, ottocento cavaleggieri di
quei, che gli Spagnuoli chiamavano _Ginetti_ ad esempio de' Mori, ed
otto mila fanti spagnuoli. Fabrizio Colonna militava sotto il vicerè,
col titolo di governatore generale; Prospero Colonna aveva ricusato di
servire sotto il comando di un altro. Lo stesso orgoglio aveva ritratto
il duca d'Urbino dall'accettare il comando dell'armata pontificia, la
quale doveva essere subordinata a quella di Raimondo di Cardone; il duca
di Termini, che Giulio II aveva voluto sostituirgli, era di fresco morto
a Cività Castellana; ed era perciò il cardinale legato, Giovanni de'
Medici, che comandava l'armata del papa, avendo sotto i suoi ordini
Marc'Antonio Colonna, Giovanni Vitelli, Malatesta Baglioni e Raffaello
de' Pazzi, con ottocento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri ed otto
mila fanti[175].
[175] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 568. — Jac. Nardi, l. V, p. 231. —
P. Giovio vita di Leon X, l. II, p. 105. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
378. — Jo. Marianae Hist. Hisp., l. XXX, c. VI, p. 307._
Il più ardente desiderio di Giulio II era quello di ricuperare Bologna,
e l'armata combinata cominciò la campagna coll'assedio di quella città.
Si accampò il 26 di gennajo del 1512 sul terreno coperto di nevi tra la
montagna e la gran strada che va da Bologna in Romagna, mentre che
Fabrizio Colonna venne colla vanguardia, composta di settecento uomini
d'armi, di cinquecento cavaleggieri e di sei mila fanti, ad appostarsi
sulla strada di Lombardia tra Bologna ed il ponte del Reno, occupando
nello stesso tempo a sinistra le eminenze di san Michele in Bosco, e di
santa Maria del Monte. Gli assedianti cominciarono subito a svolgere i
canali, che conducono le acque del Reno e della Savenna nelle fosse di
Bologna, ed a formare le loro spianate intorno alla città per appostarvi
le batterie[176].
[176] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 368. — Jo. Marianae de reb.
Hispan., l. XXX, c. VII, p. 308. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 378._
Odetto di Foix, signore di Lautrec, ed Ivone d'Allegre avevano il
comando della guarnigione francese di Bologna, composta di dugento lance
francesi e di due mila fanti tedeschi. I quattro fratelli Bentivoglio
avevano dal canto loro armati tutti i loro partigiani. Pure le antiche
fortificazioni di Bologna, che non si aveva avuto tempo di appoggiare
con nuove opere, non sembravano tali da potere lungamente resistere
all'artiglieria: troppo vasto era il giro delle mura, il popolo
atterrito, e molti capi della nobiltà ai Bentivoglio sospetti[177].
[177] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 569. — Mém. de Fleuranges, t. XVI,
p. 85. — Observations sur ces mémoires, p. 343. — P. Giovio vita di
Leon X, p. 106._
Vero è che l'attacco di Bologna non presentava minori difficoltà di
quello che la difesa ne presentasse. Gli assedianti avevano avuto avviso
che Gastone di Foix era giunto a Finale, a metà strada tra la Mirandola
e Ferrara, e ad una breve giornata da Bologna; che la sua armata era di
già considerabile assai, e che andava sempre ingrossandosi con nuove
truppe. Non potevasi in tanta vicinanza lasciare l'avanguardia di
Fabrizio Colonna al di là di Bologna, mentre che il rimanente
dell'armata trovavasi dall'altro lato; conveniva dunque richiamarla
presso al quartiere generale, o andare a raggiugnerla: nel primo caso
lasciavasi la città aperta ai soccorsi che cercherebbero d'introdurvi i
Francesi; nel secondo l'intera armata sarebbe esposta a mancare di
vittovaglie. Se, come lo consigliava Pietro Navarro, si ordinava a tutti
i soldati di provvedersi di viveri per cinque giorni, s'arrischiava
ancora che Bologna resistesse più a lungo, o che l'armata, costretta a
ritirarsi, provasse, passando in allora sotto le mura della città, tutti
gl'inconvenienti ch'erano riusciti così fatali nella rotta di
Casalecchio. D. Raimondo di Cardone, incerto fra questi due partiti, non
ardiva mettere in batteria la grossa artiglieria, temendo di non avere
tempo per ritirarla, se Gastone di Foix veniva a dargli battaglia.
D'altra parte il cardinale de' Medici, che non conosceva il mestiere
della guerra, non sapendo persuadersi di tutte queste difficoltà, lo
andava caldamente eccitando a cominciare l'attacco di Bologna con una
insistenza che offendeva i militari spagnuoli[178].
[178] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 571. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
379._
Finalmente il Cardone, avvisato che Gastone di Foix aveva preso a
sottomettere Cento, la Pieve ed altri castelli bolognesi dalla parte di
Ferrara, mentre si andava ragunando la sua armata, pensò che avrebbe
tempo di stringere l'attacco di Bologna; ed aprì le sue batterie verso
porta a santo Stefano, che conduce in Toscana, avvicinandosi alla sua
vanguardia. In breve tempo fu aperta nelle mura una breccia di più di
cento braccia di lunghezza, e la torre della porta fu talmente
danneggiata, che gli assediati furono forzati ad abbandonarla. Dopo ciò
si sarebbe potuto dare l'assalto con qualche speranza di prospero
successo; ma Pietro Navarro volle che si aspettasse l'esplosione di una
mina ch'egli faceva scavare sotto la cappella del Barracano, onde
attaccare contemporaneamente la città sopra due punti. Intanto Nemours,
informato del pericolo di Bologna, vi mandò cent'ottanta lance e mille
fanti[179].
[179] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 572._
La mina apparecchiata da Pietro Navarro era terminata; egli vi appiccò
il fuoco; ma non produsse lo sperato effetto: il muro non crollò, e la
piccola cappella rimase al suo luogo. Pretesero gli assalitori d'avere
veduto nell'istante dell'esplosione la piccola cappella alzata in aria,
la città aperta, ed i soldati ordinati in battaglia entro la medesima;
ma che ricadendo nello stesso luogo in un solo blocco, dessa cappella
aveva riempita esattamente la breccia che aveva prima lasciata. Si
prestò fede avidamente a coloro che pretendevano di avere veduto questo
miracolo frammezzo ad un denso fumo in un istante di terrore e di
pericolo; non si domandò punto al capitano Brisson, banderale del
maresciallo di Fleuranges, che difendeva questa stessa cappella, in qual
modo non si fosse accorto del prodigio: ed il piccolo santuario si
trasformò in un tempio colle offerte dei devoti[180].
[180] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 573. — Mémoir. du maréchal de
Fleuranges, t. XVI, p. 85._ — La narrazione del Guicciardini fu
copiata da Paolo Giovio, _vita di Leon X, p. 108, e da Belcario, l.
XIII, p. 380._
Questo miracoloso avvenimento fu seguito da un altro, che non pare meno
incredibile. Gli assedianti, informati dei soccorsi che Nemours aveva
introdotti in Bologna, supposero ch'egli avesse rinunciato al progetto
di avvicinarsi coll'armata alla città, e diventarono più trascurati a
guardare la campagna. Frattanto Nemours aveva sentita la necessità di
respingere gli Spagnuoli prima che si avanzassero i Veneziani, onde non
avere addosso nello stesso tempo le due armate; perciò era partito da
Finale la notte del 4 al 5 di febbrajo, con mille trecento lance, sei
mila fanti tedeschi, ed ottomila tra francesi ed italiani, per entrare
in Bologna. Era stato in viaggio continuamente accompagnato da un vento
e da una neve terribili, e non aveva trovato in verun luogo, presso i
molti canali che avea dovuto attraversare, nè corpi di guardia, nè
scolte; verun contadino per la malvagità del tempo era uscito di casa
per portarne notizia al nemico, e due ore prima di notte il Nemours era
entrato in Bologna senza aver dato un colpo di lancia. Si era a bella
prima determinato ad attaccare gli Spagnuoli la mattina del susseguente
giorno, 6 di febbrajo; ma perchè non dubitava che il nemico non fosse
informato della di lui venuta, e non isperava di sorprenderlo,
facilmente si accomodò al parere di coloro che lo consigliavano di dare
un giorno di riposo alle sue truppe dopo una tanto penosa marcia. Ad
ogni modo Raimondo di Cardone non ebbe avviso della venuta del Nemours
lo stesso giorno, nè all'indomani prima del mezzodì. Quando gliene diede
avviso un cavaleggiere, fatto prigioniere dalle sue truppe, egli giudicò
subito necessario di ritirarsi. Nella notte del 6 al 7 di febbrajo fece
levare i cannoni dalle batterie, e la seguente mattina, appena fatto
giorno, si recò ad Imola, lasciando il fiore delle sue truppe in coda
dell'armata per respingere gli attacchi dei Francesi[181].
[181] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 575. — Jac. Nardi, l. V, p. 231. —
P. Bembo, l. XII, p. 275. — P. Giovio Vita di Leone X, l. II, p.
111. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 380. — Jo. Marianae de rebus Hisp.,
l. XXX, c. VII, p. 309._
Ma Nemours, mentre faceva levare l'assedio di Bologna, provava le più
vive inquietudini sul conto di Brescia. In questa città ed in tutte
quelle della Lombardia veneta il governo francese era detestato: i
contadini mantenevano il più vivo attaccamento verso la repubblica,
l'armata veneziana s'avvicinava ai confini, ed era comandata dal
provveditore Andrea Gritti, che alla politica di un senatore veneziano
aggiugneva l'attività di un generale. I timori di Nemours non tardarono
a realizzarsi; il 3 di febbrajo, due giorni prima dell'ingresso
dell'armata francese in Bologna, Andrea Gritti erasi impadronito di
Brescia, ed aveva assediata la fortezza[182].
[182] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 574._
I Francesi avevano pensato di tenere Brescia ubbidiente col rigore.
Avevano fatto decapitare il conte Giovan Maria Martinengo; avevano
mandati in Francia, come ostaggi, molti altri gentiluomini, ed in una
contesa, accaduta tra il conte Gambara ed il conte Luigi Avogaro,
avevano mostrato contro il secondo una parzialità che lo avea
determinato alla vendetta[183].
[183] _Mém. du chev. Bajard, c. XLVIII, p. 230._
L'Avogaro scrisse al consiglio dei dieci a Venezia per offrirgli la sua
assistenza e quella di un numeroso partito, onde ricondurre la sua
patria sotto l'autorità della repubblica. Egli erasi trattenuto in
Brescia per dare esecuzione alla trama che aveva formata; ma al primo
avvicinarsi d'Andrea Gritti, la moglie di uno dei congiurati, amica del
comandante della fortezza, rivelò a questi la congiura: l'Avogaro appena
ebbe tempo di sottrarsi all'arresto ordinato dal comandante. Intanto il
Gritti erasi incamminato verso Brescia con trecento uomini d'armi, mille
trecento cavaleggieri, e tre mila fanti: aveva passato l'Adige ad Alberé
presso Legnago, ed il Mincio tra Goito e Valeggio, e si era presentato
nel convenuto giorno alla porta che doveva essergli aperta dal conte
Avogaro; ma la fuga d'Avogaro e la scoperta della sua trama, resero vano
il tentativo, ed il figlio dell'Avogaro venne dai Francesi posto in
prigione[184].
[184] _P. Bembi Hist. Ven., l. XII, p. 272._
Questa stessa sventura raddoppiò l'attività del conte ed il suo
desiderio di vendicarsi. Egli si recò nella val Trompia e nella val
Sabbia, tra i fiumi Mella e Chiesa, chiamò alle armi tutti i montanari e
gli abitanti delle rive del lago di Garda, ed il giorno 3 di febbrajo
rinnovò l'attacco di concerto con Andrea Gritti. Mentre questi
richiamava l'attenzione dei Francesi ad una delle porte, una banda di
contadini passò sotto le mura attraversando la griglia che chiude il
canale del ruscello, detto Garzetta, là dove questo ruscello sbocca
fuori dalla città. Bentosto in tutte le contrade si udì gridare: san
Marco! san Marco! ed il signore di Lude, che aveva il comando della
guarnigione di Brescia, i suoi soldati e i gentiluomini attaccati al
partito francese si ripararono nella rocca; le loro case furono dal
popolo saccheggiate, come pure gli equipaggi della guarnigione; furono
uccisi molti Francesi che si trovarono sparsi per le strade, e demolito
il palazzo del conte Gambara rivale dell'Avogaro[185].
[185] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 574. — Mémoires du cheval. Bayard,
c. XLVIII, p. 231. — P. Bembi Hist. Ven., l. XII, p. 273. — Fr.
Belcarii, l. XIII, p. 381._
Alla sollevazione di Brescia tenne dietro subito quella di tutti i paesi
che i Francesi avevano occupati nel territorio della repubblica. Bergamo
inalberò lo stendardo di san Marco, e la guarnigione francese si ritirò
ne' due castelli che signoreggiavano la città: Orci Vecchi, Orci Nuovi,
Pontevico, e tutti i castelli bresciani e bergamaschi aprirono le loro
porte ad Andrea Gritti. Cremona e Crema aspettavano ansiosamente che si
avvicinasse; ma i Veneziani, che festeggiarono queste conquiste con
trasporti di gioja, e all'istante nominarono governatori per tutte le
piazze che avevano ricuperate, non adoperarono un'eguale diligenza nello
spedir loro i necessarj soccorsi. Per altro ordinarono a Giovan Paolo
Baglioni di far avanzare la sua armata per secondare il Gritti, e per
attaccare la cittadella di Brescia, le di cui mura erano di già mezzo
aperte, e dove il de Lude col capitano Herigoye non avevano che poche
vittovaglie[186].
[186] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 575. — Mém. de Bayard, c. XLVIII,
p. 233. — P. Bembi, l. XII, p. 274._
All'indomani della ritirata degli Spagnuoli, Gastone di Foix ricevette a
Bologna il messo del signor de Lude, che gli partecipava la perdita di
Brescia, e gli chiedeva pronti soccorsi. Egli lasciò trecento lance e
quattro mila fanti nella città che aveva liberata, e ripartì subito col
rimanente dell'armata, che fece camminare con una sollecitudine fin
allora sconosciuta. Per tenere una linea più diritta attraversò il
Mantovano, senza chiederne licenza al sovrano, che dopo essere di già
entrato nel di lui territorio; a tre miglia d'Isola della Scala sorprese
Gian Paolo Baglioni, che non lo sospettava vicino, e che non sapeva
adoperare tanta diligenza. Gastone attaccò immediatamente coi pochi
uomini d'armi che aveva intorno il Baglioni, il quale sostenne il primo
urto assai valorosamente; ma l'armata francese andava sempre
ingrossando, ed il Baglioni fu costretto a fuggire dopo avere perduta
molta gente. Gastone dopo ciò proseguì il suo viaggio, e giunse innanzi
a Brescia il nono giorno dopo la sua partenza da Bologna[187].
[187] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 575. — Mém. de Bayard c. XLIX, p.
235-239. — Fleuranges, t. XVI, p. 87. — Jac. Nardi, l. V, p. 232. —
P. Bembo, l. XII, p. 275. — P. Giovio Vita di Leone X, l. II, p.
113. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 381._
La porta esterna ossia del soccorso del castello di Brescia era aperta
all'armata francese; la porta interna, che comunicava colla città, non
era per anco chiusa che da un terrapieno innalzato in fretta da Andrea
Gritti, ma difeso da otto mila uomini di buone truppe. Nemours fece loro
intimare la resa della piazza, loro promettendo salve le persone e gli
averi. Risposero che la città apparteneva ai Veneziani, e che speravano,
coll'ajuto di san Marco, di potergliela conservare. All'indomani, 19 di
febbrajo, giorno del giovedì grasso, i Francesi in su lo spuntare
dell'aurora scesero dal castello nella corte. «Tutta l'armata del re di
Francia, dice il leale servitore, non contava allora più di dodici mila
combattenti; ma non eravi da che dire sul poco numero, perchè era tutto
fiore di cavalleria[188].» Il capitano Bajardo, avendo domandato
d'essere il primo ad attaccare, si pose alla testa della colonna
francese colla sua compagnia di cento cinquanta uomini d'armi, che aveva
fatti smontare da cavallo; stavano a' suoi fianchi i capitani Molart e
Herigoye coi loro Baschi a piedi; venivano in appresso due mila
landsknecht del capitano Jacob, ed in ultimo circa settemila fanti
francesi sotto i capitani Bonnet, Maugiron ed il bastardo di Cleves. Il
duca di Nemours veniva in coda coi suoi uomini d'armi ch'eran pure
smontati da cavallo e con Luigi di Breze, gran siniscalco di Normandia,
coi cento gentiluomini della casa del re. Ivone d'Allegre era stato
lasciato fuori di città con trecento uomini d'armi a cavallo onde
custodire la porta di san Giovanni, la sola che i Bresciani non avessero
murata[189].
[188] _Mém. du chev. Bayard, c. L, p. 240._
[189] _Mém. de Bayard, p. 241. — Mémoires de Fleuranges, t. XVI, p.
87. — P. Bembi Hist. Veneta, l. XII, p. 275. — P. Giovio Vita di
Leon X, l. II, p. 115. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 382._
Una leggiera pioggia aveva renduto il terreno sdrucciolevole, e gli
uomini d'armi, coperti delle loro pesanti armature, colle quali non
erano accostumati a camminare a piedi, sdrucciolavano frequentemente,
tanto nello scendere dal castello, che nel salire sul bastione con cui
il Gritti aveva chiusa la città. Il duca di Nemours diede a tutti
l'esempio di levarsi le scarpe, per tenersi più fermo sul terreno, e la
cavalleria francese, avendo l'abitudine dei più duri esercizj, marciava
a piedi ignudi con passo più sicuro[190]. L'assalto fu violento;
ostinata la resistenza; finalmente Bajardo superò il primo il bastione;
ma quando l'ebbe appena oltrepassato ricevette nella parte superiore
della coscia un così fiero colpo di picca, che la picca si ruppe, ed il
ferro e parte dell'asta rimasero nella ferita. «Ben pensò, al dolore che
sentì, di essere mortalmente ferito, e voltosi al signore di Molart, gli
disse: compagno, fate avanzare le vostre genti; la città è presa; per me
altro non posso fare, perchè io sono morto.» Due de' suoi arcieri,
staccando una porta, ve lo posero sopra, e lo portarono in una delle più
appariscenti case della città, che la presenza del cavaliere salvò dal
saccheggio[191].
[190] _Mém. du chev. Bayard, c. L, p. 245._
[191] _Ivi, p. 247._
La caduta del cavaliere senza paura e senza difetti aveva inspirato ai
soldati francesi che lo seguivano un vivo desiderio di vendicarlo. I
ripari erano stati superati, ed i Veneziani inseguiti si erano ritirati
avanti al palazzo del capitano di giustizia sulla piazza del Broletto.
Subito dopo di loro vi giunsero i Francesi, e la battaglia ricominciò
con maggiore accanimento. Gli abitanti non si scoraggiavano, e facevano
piovere dalle finestre e dai tetti, pietre, tegole, travi infiammati, ed
acqua bollente sopra gli assalitori. La truppa veneziana diede sulla
piazza del Broletto una seconda battaglia non meno ostinata di quella
sostenuta sui bastioni; ma essa venne egualmente respinta, e dopo ciò
più non trovò rifugio. I vincitori l'andavano inseguendo di strada in
strada per farne un'orribile carnificina. Il Gritti e l'Avogaro
speravano tuttavia di fuggire per la porta di san Giovanni; ma appena
fecero abbassare il ponte levatojo, che Ivone d'Allegre vi si precipitò,
attaccandoli di fronte, mentre che avevano Nemours alle spalle. Ambidue
furono fatti prigionieri, e veruno de' loro soldati fu risparmiato.
L'uccisione si andò continuando, finchè durò la resistenza in qualche
lato; onde i più moderati contano sette in otto mila morti, le Memorie
di Bajardo ventidue mila, e quelle di Fleuranges quaranta mila[192].
[192] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 577. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI,
f. 281. — Jac. Nardi, l. V, p. 233_, il quale assicura che si
contarono quindici mila morti. — _Mém. de Bayard, c. L, p. 254. —
Mém. de Fleuranges, p. 88._
Il saccheggio non cominciò che quando si cessò di spargere il sangue; ma
l'avidità del soldato non fu minore della sua ferocia. Non contento di
prendere tutti i mobili delle case, e tutto ciò che aveva qualche
valore, fece prigionieri gli abitanti, e li forzò coi tormenti a
palesare in qual luogo avessero nascoste parte delle loro ricchezze.
Spesse volte, quando non potevano ridurli a manifestare il segreto, o
quando sospettavano che quegli sventurati non avessero palesata ogni
cosa, li facevano perire sotto la tortura. Tutto ciò ch'era stato
deposto nelle chiese e ne' conventi diventò preda de' soldati; le donne
più illustri, e le stesse claustrali non si sottrassero alle ultime
violenze. Bajardo difese da ogni insulto la signora che lo aveva accolto
nella sua casa, e le due di lei figlie, ma la profonda loro riconoscenza
provò quanto quest'atto di generosità fosse parso raro. Due interi
giorni vennero accordati a tutti gli orrori della militare licenza.
Finalmente Gastone di Foix fece cessare il saccheggio, ed uscire le sue
truppe dalla città; ma fece decapitare sulla pubblica piazza il conte
Avogaro, e poco dopo i di lui due figliuoli. Il sacco di Brescia fu
valutato trecento milioni di scudi, e fu osservato che inflisse egli
stesso ai vincitori la punizione delle crudeltà che l'avevano macchiato.
«Niente è così certo, dice il leal servitore di Bajardo, che la presa di
Brescia fu in Italia la ruina de' Francesi; imperciocchè avevano essi
tanto guadagnato in questa città, che la maggior parte tornarono in
Francia stanchi della guerra, e sarebbero pure stati utili nella
giornata di Ravenna siccome voi intenderete tra poco[193].»
[193] _Mém. du chev. Bayard, ch. L, p. 245-258. — Fr. Guicciardini,
l. X, p. 577. — P. Bembo l. XII, p. 276. — Anon. Padov. MS. presso
Muratori An. d'Ital. ad an. 1512. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p.
281-283. — Jac. Nardi, l. V, p. 233. — P. Giovio Vita d'Alfonso
d'Este, p. 78. — Vita di Leon X, l. II, p. 115. — Fr. Belcarii, l.
XIII, p. 382. — Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXX, c. VIII, p. 310.
— Arnoldi Ferroni, l. IV, p. 71._