_Giulio II fa attaccare i Francesi a Genova, a Ferrara e nel
Milanese. — Dirige l'assedio della Mirandola, ed entra in questa
città per la breccia; è costretto a fuggire da Bologna; e la sua
armata viene dispersa a Casalecchio._
1510 = 1511.
La maggior parte de' papi ottiene il pontificato in un'età, che
d'ordinario ammorza le passioni, spegne un'ambizione di cui non rimane
il tempo di raccogliere i frutti, e che fa desiderare un riposo, renduto
quasi necessario dall'indebolimento degli organi. Inoltre l'educazione
avuta dagli ecclesiastici d'ordinario non è tale da sviluppare una
grande energia; e la religione, che forma la parte principale de' loro
studj, deve loro inspirare moderazione e tolleranza, piuttosto che
violenza o determinazione di tutto assoggettare alla loro volontà. Non
pertanto molti papi, da Gregorio VI fino a Sisto V, manifestarono nel
loro carattere un'ostinazione invincibile, un irritamento contro tutto
ciò che non cedeva alla loro volontà, uno sdegno contro coloro che gli
avevano offesi, sconvenienti alla loro età, alla loro educazione, al
loro ministero. E spesso quest'inflessibile carattere non si manifestò
in loro, che quand'ebbero ricevuta la tiara, e di uomini dolci e
modesti, quali erano stati fin allora creduti, diventarono dopo il loro
innalzamento implacabili vendicatori delle più leggieri offese, e
crudeli persecutori degli antichi loro amici.
Questo cambiamento del loro carattere sarebbe forse una conseguenza
della persuasione dell'infallibilità delle loro decisioni, comune ai
papi ed a tutti i loro fedeli[65]? Tale credenza viene in ajuto di
un'inclinazione di già anche troppo naturale all'uomo. Chiunque può
riconoscere la superiorità d'un altro sopra di sè medesimo per conto
delle facoltà dello spirito; ma siccome altra misura egli non ha del
giudizio che il suo proprio giudizio, non accade mai, a suo credere, che
un altro abbia il giudizio più retto di lui. Dietro il suo proprio
istinto, pargli sempre di potere rettificare il giudizio degli altri; e
sotto qualsiasi modesto nome ch'egli indichi in sè medesimo questa
facoltà, sotto quello di senso comune o di buon senso, è sempre al suo
tribunale che assoggetta tutte le umane opinioni.
[65] Anche le persone più attaccate al curialismo di Roma non
accordano l'infallibilità al papa che nelle cose risguardanti il
domma. _N. d. T._
Ammesso il principio che la consacrazione di un papa apporti seco tutti
i doni dello Spirito Santo, viene in certo modo a santificarsi in chi la
riceve quest'interno ed universale pregiudizio. Il presentimento, che
fin allora non era stato da lui risguardato che come un felice istinto,
sebbene creduto infallibile, è per lui diventato il linguaggio stesso
della divinità. Il proprio raziocinio, cambiasi a' suoi occhi in
evidenza, le sue decisioni più non vanno soggette a dubbj o ad
incertezza, e coloro che ardiscono opporsi alle volontà ch'egli esprime
di conformità a questa eterna sapienza da cui credesi inspirato, gli
sembrano ribelli, che disprezzano ad un tempo tutte le autorità divine
ed umane.
Oramai il carattere di Giulio II era dominato da questo stesso
irritamento contro tutti coloro che prontamente non accorrevano ad
assecondare i suoi disegni. Tutto ciò ch'egli aveva una volta
determinato, parevagli talmente conforme ai dettami dell'eterna
giustizia, ch'era sempre apparecchiato a punire come nemici del cielo
coloro che frapponevano qualche ostacolo all'esecuzione de' suoi
progetti. Le sue impetuose volontà eccedevano quasi sempre i confini che
avrebbero dovuto contenere l'uomo di Dio; ma egli poteva sempre rendere
testimonianza a sè medesimo, che le sue risoluzioni non erano figlie di
personali interessi, e che, formandole, non aveva ascoltata che una
certa elevazione, una certa grandezza d'animo ed ancora un certo dettame
di giustizia a lui naturale. Ne' primi tempi del suo regno aveva cercato
di ricuperare alla Chiesa il suo patrimonio scandalosamente dilapidato
dai suoi predecessori. Aveva conseguito cotale intento coi piccoli
feudatarj; ma i soli Veneziani avevano fatto argine ai suoi progetti, ed
avevano eccitato il suo risentimento. Allora aveva creduto che la gloria
della stessa Chiesa richiedesse di castigarli, e gli aveva infatti
severamente castigati; ma dopo averli ridotti ad un'umile penitenza,
voleva che gli altri imitassero il di lui esempio e gli perdonassero:
voleva che i disastri dell'Italia terminassero ad un suo cenno, come
avevano ad un suo cenno cominciato. Lo irritavano le personali viste, la
cupidigia, la crudeltà de' suoi antichi alleati; e dopo di avere
adoperato il braccio dei Barbari per castigare gl'Italiani, credevasi
dalla propria conscienza e dal patriottismo italiano obbligato a
scacciare questi stessi Barbari dall'Italia.
Ferdinando il Cattolico, che per interesse seguiva quella stessa
politica che Giulio aveva adottata in conseguenza dei suoi principj, non
dissentiva da lui; e Massimiliano, che per propria colpa aveva perdute
le conquiste che le vittorie dei Francesi avevano poste in di lui
potere, non eccitava che il suo disprezzo. Giulio altamente accusava la
di lui incapacità e la di lui instabilità, e lo contava tra i suoi
nemici senza temerlo. Di affatto diversa natura era il sentimento del
papa verso Lodovico XII, l'odiava e lo temeva, sebbene non lo stimasse.
Conosceva il debole carattere e la poca abilità di questo monarca; ma
d'altra parte non ignorava quale fosse l'irresistibile valore delle
armate francesi, il cieco attaccamento al loro governo, la virtù de'
loro ufficiali, e l'attività con cui giugnevano al loro scopo qualunque
volta i falli de' loro re non cagionavano la loro ruina. Sapeva che
Lodovico XII aveva saputo farsi amare in Francia dal suo popolo, onde
poteva disporre a posta sua di tutte le forze di così vasta monarchia;
ch'era padrone di Milano e di Genova, e che la metà del rimanente
dell'Italia cercava la sua alleanza. Conosceva dunque che per vincerlo
aveva bisogno di riunire contro di lui le forze di quasi tutta l'Europa,
e non osò attaccarlo che con una dissimulazione, che non pareva
conveniente al suo focoso carattere.
Lodovico XII, sinceramente pio, rispettava la santa sede; inoltre era
dominato dagli scrupoli di Anna, sua consorte, onde risguardava una
rottura col papa come un grande disastro. Cercava però tutti i mezzi di
soddisfare Giulio II rispetto agli affari di Ferrara, ch'egli credeva
essere il solo oggetto di controversia tra di loro. Ma in questo stesso
tempo il papa stava contro di lui preparando un triplice attacco a
Ferrara, a Genova e sui laghi di Lombardia, e negoziava per unire al suo
partito Ferdinando d'Arragona ed Enrico VIII d'Inghilterra. Siccome ben
tosto conobbe l'impossibilità di nascondere tutte queste pratiche, fece
se non altro in modo che quelle che potrebbero essere scoperte dai suoi
avversarj, si attribuissero al progetto ch'egli dissimulava meno degli
altri, dell'attacco di Ferrara.
Lodovico XII aveva fatte a Giulio II alcune proposizioni relativamente
alla protezione da lui accordata al duca di Ferrara, le quali avrebbero
dovuto piacere al pontefice, se questi non avesse portate le sue mire
molto al di là degli antichi feudi della Chiesa. Vero è che il re di
Francia aveva scelto per quest'affare un cattivo negoziatore, cioè
Alberto Pio, conte di Carpi, il quale, avendo egli stesso motivo di
temere il duca di Ferrara per la conservazione del suo piccolo feudo, fu
accusato di avere pregiudicato presso la corte pontificia quello che
aveva ordine di proteggere[66]. Non erano per anco rotte le
negoziazioni, quando il 9 agosto del 1510 Giulio II fulminò una bolla
contro Alfonso d'Este. Lo chiamava figlio d'iniquità ed allievo di
perdizione; gli rimproverava la sua ingratitudine verso la santa Chiesa,
la sua disubbidienza, le imposte estorte al popolo, le immunità
ecclesiastiche violate, il sale che faceva in Comacchio a pregiudizio
delle saline di Cervia, e in ultimo l'ambita protezione del re di
Francia. A motivo di tanti delitti lo dichiarava decaduto da tutti gli
onori, da tutte le dignità, da tutti i feudi dipendenti dalla santa
sede, scioglieva i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà, i suoi
soldati dall'ubbidienza; inoltre loro ingiungeva di prendere le armi
contro di lui per darlo in mano alla giustizia di Dio, lo scomunicava,
ed assoggettava alla stessa sentenza tutti i preti che avrebbero con lui
comunicazione[67].
[66] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 483. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
342._
[67] _Ann. Eccl. 1510, § 15, p. 76. — P. Bembi Hist. Ven., l. X, p.
233. — Jo. Marianae de reb. Hispan., l. XXIX, c. XXIII, p. 294. — P.
Giovio vita di Alfonso d'Este, p. 41. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
343._
Un mese prima di questa ostile denuncia Giulio II aveva stretta intima
alleanza con Ferdinando il Cattolico: gli aveva il 7 di luglio accordata
l'investitura del regno di Napoli, che fin allora non aveva voluto
dargli, fissandone l'annuo tributo su quello che erano soliti pagare i
re arragonesi; aveva dichiarato che annullava la clausola del trattato
di Blois, in forza della quale la riversione dell'Abruzzo e della
Campania veniva accordata alla corona di Francia, qualora Germana di
Foix, moglie di Ferdinando, morisse senza prole: in ricompensa delle
quali concessioni aveva obbligato il re d'Arragona a promettergli per
difendere la Chiesa trecento uomini d'armi, che desso re farebbe
marciare ad ogni richiesta del papa. Lusingavasi Giulio II che queste
truppe ausiliarie farebbero l'effetto di strascinare la Spagna in una
guerra colla Francia, e si compiaceva dell'animosità che risvegliava
annullando di propria autorità il trattato di Blois: imperciocchè
Lodovico XII non dava colpa di quest'atto arbitrario al solo papa, ma
accusava pure Ferdinando d'averlo impetrato, incaricando i suoi
ambasciatori di farne espressa doglianza alle Cortes d'Arragona[68].
[68] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 484. — Rayn. Ann. Eccl. 1510, §
25, p. 80. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 343. — Jo. Marianae Hist.
Hisp., l. XXIX, c. 24, p. 295. — Jac. Nardi, l. V, p. 214. — P.
Giovio vita d'Alfonso, p. 50._
Tutti gli andamenti del papa davano apertamente a conoscere la di lui
animosità contro la Francia; di già egli risguardava i cardinali
francesi come ostaggi o prigionieri alla sua corte. Il cardinale d'Auch
era uscito da Roma il giorno di san Pietro per andare alla caccia con
cani e reti, ed il papa, supponendo che volesse fuggire in Francia, lo
fece arrestare e custodire nelle prigioni di castel sant'Angelo. Pochi
giorni dopo obbligò il cardinale di Bayeux a giurare che non si
allontanerebbe dalla corte di Roma, ed a riconoscere che, facendolo,
perderebbe con questo solo atto la dignità cardinalizia[69].
[69] _Rayn. Ann. Eccl. 1510, § 18, 19, p. 178. — Fr. Guicciardini,
l. IX, p. 484. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 343._
Ma sebbene più non fosse dubbiosa l'inimicizia del papa, Lodovico XII
non sapeva prevedere il punto in cui eseguirebbe il primo attacco.
Giulio non aveva mai saputo perdonargli il crudele trattamento fatto ai
Genovesi in onta alla sua raccomandazione; era egli stesso originario
della riviera di Genova, e la sua famiglia apparteneva al partito
popolare oppresso dal re; perciò aveva accolti alla sua corte moltissimi
esiliati liguri, e cercava per mezzo delle sue corrispondenze di
ravvivare la speranza di tutti coloro che bramavano l'antica
libertà[70]. Volendo giovarsi del loro odio, pensò di dirigere contro
Genova le prime ostilità. Promise ad Ottaviano Fregoso, uno degli
emigrati che stavano presso di lui, la corona ducale che avevano portata
suo padre e suo zio; con tutti gli altri rifugiati lo mandò a bordo di
una galera pontificia, che unì per questa spedizione ad undici galere
veneziane; fece in pari tempo passare nello stato di Lucca Marc'Antonio
Colonna, ch'egli aveva persuaso a lasciare il servizio de' Fiorentini;
gli fece adunare cento uomini d'armi, settecento fanti e molti emigrati
genovesi, dando a credere che meditasse di attaccare Ferrara; poi
tutt'ad un tratto gli fece attraversare tutta la riviera di Levante per
accamparsi nella valle di Bisagno, mentre la flotta, della quale niuno
in Italia aveva avuto sentore, venne nel principio di luglio ad
ancorarsi alla foce del fiume d'Entello affatto vicina al porto di
Genova[71].
[70] _P. Bizarri Hist. Genuens., l. XVIII, p. 407._
[71] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 485. — Petri Bizarri Hist.
Genuens., l. VIII, p. 427. — Ubert. Folietae Gen. Hist., l. XII, p.
707. — Jac. Nardi Hist. Flor., l. V, p. 215. — Fr. Belcarii, l. XII,
p. 343. — Macchiavelli Legaz. in Francia, lettera 2 da Blois, del 18
luglio 1510, t. VII, p. 326._
Ma per quanto inaspettato riuscisse quest'attacco, non ebbe i prosperi
successi che si ripromettevano il papa e gli emigrati genovesi, o perchè
la vista delle bandiere veneziane risvegliasse l'antica gelosia de'
patriotti di Genova, o perchè sembrasse ai cittadini in quel punto
troppo grande la potenza francese per poterne trionfare. Le città di
Sarzana e della Spezia, attraversate dall'armata di terra, e quelle di
Sestri, Chiavari e Rapallo, occupate dalla flotta, cedettero alla forza
senza dar segno di entusiasmo per coloro che si vantavano loro
liberatori. Il figlio di Gian Luigi del Fiesco ed il nipote del
cardinale di Finale, avevano ambidue condotti in Genova sette in
ottocento fanti per difendere il governo francese ed impedire ogni
movimento; nello stesso tempo il signor Prejan entrò in porto con sei
galere provenzali, senza che Ottaviano Fregoso o Grillo Contarini, che
comandavano la flotta veneziana, potessero trattenerlo. Questi due capi
della spedizione perdettero allora ogni speranza di buon successo;
Marc'Antonio Colonna s'imbarcò a Rapallo con circa sessanta cavalieri,
ma gli altri vollero ritirarsi coll'infanteria per la strada di terra, e
furono in cammino spogliati dai contadini irritati pei loro rubamenti.
La flotta, ritirandosi, venne inseguita dalla flotta francese fino a
Monte Argentaro sulle coste della Sardegna, e rientrò senz'essersi
battuta in Cività Vecchia[72].
[72] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 486. — P. Bizarri Hist. Gen., l.
XVIII, p. 428. — P. Giovio vita d'Alfonso, p. 57. — Fr. Belcarii, l.
XII, p. 343. — Macchiavelli Legaz. alla corte di Francia, lettera 6,
da Blois del 26 di luglio 1510, t. VII, p. 339._
Intanto una più grossa armata pontificia, sotto gli ordini del nipote
del papa, Francesco Maria della Rovere, duca d'Urbino, avanzavasi per
attaccare il duca di Ferrara, e togliergli la piccola provincia della
Romagna Ferrarese cedutagli da Alessandro VI. Entrò senza incontrare
opposizione in Lugo ed in Bagnocavallo; ma mentre stringeva d'assedio la
fortezza di Lugo ebbe notizia che si avvicinava il duca Alfonso, e fuggì
disordinatamente abbandonando parte della sua artiglieria. Vero è che si
riunì di nuovo ad Imola, e riprese subito l'offensiva; e mentre tutta a
sè richiamava l'attenzione del duca di Ferrara, Gherardo e Francesco
Maria Rangoni, gentiluomini di Modena, aprirono le porte di quella città
al cardinale di Pavia, che si era avanzato da Bologna a Castelfranco.
Probabilmente sarebbe stato occupato nella stessa maniera anche Reggio,
ed invasa la metà degli stati della casa d'Este, se il signore di
Chaumont non si fosse affrettato a mandarvi dugento lance[73].
[73] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 486. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
344. — P. Giovio vita di Alfonso d'Este, p. 44. — Jac. Nardi, l. V,
p. 216._ — La notizia dell'occupazione di Modena giunse a Blois il
26 di agosto. _Macchiavelli Legaz., t. VII, p. 368._
Ma Giulio II aveva apparecchiato un terzo attacco, sul quale fondava più
che negli altri le sue speranze. Una dieta adunata a Lucerna, offesa dal
costante rifiuto di Lodovico XII di accrescere le pensioni dei cantoni,
e strascinata dall'attività e dall'animosità di Matteo Schiner, vescovo
di Sion, aveva risoluto di attaccare i Francesi in Lombardia. Il
Chaumont per difendersi contro di loro aveva posti cinquecento uomini
d'armi ad Ivrea; aveva dal debole Carlo III, duca di Savoja, ottenuta la
promessa di non lasciar passare gli Svizzeri per la valle d'Aosta;
finalmente aveva fatte ritirare tutte le barche dei laghi che sono alle
falde delle montagne, rompere tutti i ponti, riporre tutte le
vittovaglie nelle terre murate, e distruggere tutti i mulini[74].
[74] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 487. — Hist. généalog. de la
maison de Savoie, par Guichenon, t. II, p. 196._
Per lungo tempo gli Svizzeri avevano formata la sola buona fanteria
delle armate francesi; onde inspiravano grandissimo terrore agli uomini
d'armi, accostumati ad averli per loro appoggio. Ma gli Svizzeri
medesimi non avevano meno bisogno per poter tenere la campagna degli
uomini d'armi cui erano stati sempre associati, e contro i quali
portavano adesso le armi. Gli Svizzeri avevano de' buoni contestabili di
reggimento, ma non uno sperimentato generale; onde avevano posto alla
testa di quest'impresa il vescovo di Sion[75]: mancavano di ponti, di
battelli e d'artiglieria, e poca era la loro cavalleria. Quando
passarono il san Gottardo, in principio di settembre, con un corpo di
sei mila uomini, non avevano che quattrocento cavalli, metà carabinieri.
Due mila cinquecento de' loro fanti erano armati di fucile, cinquanta di
lunghi archibugi, gli altri di picche o di alabarde[76].
[75] Senza provvedimento di ponti o di navi dice _Fr. Guicciardini,
l. IX, p. 487_; lo che farebbe supporre che anche prima
dell'invenzione degli attuali pontoni le armate seco trasportassero
piccole barche per formare i ponti.
[76] _Jac. Nardi, l. V, p. 216. — Jo. Marianae de reb. Hisp., l.
XXIX, c. XXIII, p. 295._
Gli Svizzeri, essendo usciti dal loro territorio per la strada di
Bellinzona, s'impadronirono del ponte della Trezza, mal difeso contro di
loro da seicento fanti francesi; poi fecero alto a Varese, aspettandovi
un altro corpo di quattro mila uomini, che non si fece lungamente
aspettare. Chaumont, che li teneva di vista con cinquecento lance e
quattro mila pedoni, aveva determinato di non attaccarli, ma di andarli
stancheggiando con piccole scaramucce e con continui movimenti. Mancando
loro bentosto i viveri che avevano trovato a Varese, piegarono a
sinistra verso Castiglione attraverso di un paese disuguale, marciando a
grossi distaccamenti con ottanta o cento uomini di fronte, e coi
fucilieri in coda. Si avanzarono con tale ordinanza senza mai lasciarsi
avviluppare dalla cavalleria, che s'aggirava sui loro fianchi, bastando
loro il far uscire dalla linea cento o cento cinquanta soldati per
respingere la cavalleria, indi riprendere il loro luogo.
Il primo giorno l'armata svizzera si trattenne ad Appiano; il secondo
attraversava, alla volta di Cantù, il ridente paese che i Milanesi
chiamano i _Monti di Brianza_. Quand'ebbe fatto la metà del cammino,
abbandonò la prima direzione per accostarsi alle montagne; restò un
giorno nei sobborghi di Como, ed un altro a Chiasso. Tuttavia credevano
i Francesi che gli Svizzeri fossero intenzionati di attraversare l'Adda
sopra zattere, dov'esce dal lago di Lecco; ma tutt'ad un tratto essi
tornarono verso la Trezza, di dove erano venuti, e rientrarono nelle
loro montagne, o perchè sentissero l'impossibilità di penetrare senza
barche in un paese attraversato da tanti fiumi, o perchè la mancanza de'
viveri, e della cavalleria per andare a prenderne a qualche distanza,
facesse loro temere la fame, o perchè, come alcuni vogliono, ricevessero
settanta mila scudi dal re e dal signore di Chaumont per rinunciare ad
un'impresa, per fare la quale ne avevano ricevuti altrettanti dal papa.
La loro riputazione di lealtà era totalmente perduta, e più non
guerreggiavano che a prezzo d'oro; e se la massa dell'armata non era
partecipe di questi vergognosi contratti, la condotta de' condottieri
non li liberava da ogni sospetto[77].
[77] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 487. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
344._ — Il leal servitore, istorico di Bajardo, racconta una
circostanza di questa guerra, che non fa minor torto al generale
francese, di quello che la venalità detta di sopra ai generali
svizzeri. «Il gran Maestro (il signore di Chaumont) andò ad
aspettarli nel piano di Gallarate [Detto volgarmente Brughiera di
Gallarate. _N. d. T._], facendo levare lungo la strada tutti i
ferramenti de' molini e tutti i viveri. E ciò che è peggio, aveva,
secondo si diceva, fatti avvelenare tutti i vini che si trovavano in
Gallarate fin dove arrivarono gli Svizzeri, i quali ne bevettero a
sazietà, senza che alcuno di loro si trovasse male... Andarono in
detto luogo di Gallarate alcuni avventurieri francesi, i quali
vollero bevere del vino avvelenato per gli Svizzeri, e ne morirono
più di dugento. Convien dire che Dio vi mettesse la sua mano, o che
il veleno fosse rimasto nel fondo delle botti.» _Mém. du chev.
Bayard, c. XLI, p. 159._ Ma malgrado l'ingenuità del leal servitore,
che inspira confidenza, mai non deve darsi intera fede a così fatte
storielle.
Il piano di tutti questi simultanei attacchi era stato da Giulio II
assai ben concertato, ma i diversi loro capi non avevano saputo agire
nello stesso tempo. Il tentativo sopra Genova aveva preceduto quello di
Ferrara e di Modena; in appresso si fece la spedizione degli Svizzeri, e
quando questi rientravano nelle loro montagne, l'armata veneziana, sotto
gli ordini di Lucio Malvezzi, approfittò della lontananza de' Francesi
per avanzarsi. Ricuperò in pochi giorni senza combattere Este,
Monselice, Montagnana, Marostica e Bassano; rientrò in Vicenza, che i
Tedeschi nè meno tentarono di difendere, e giunsero finalmente presso
Verona, incalzando da vicino il duca di Termini, Andrea di Capoa, che si
ritirò coll'armata imperiale, da lui comandata dopo la morte del
principe di Anhalt accaduta pochi dì prima, e che ebbe l'accortezza di
non lasciarsi avviluppare[78].
[78] _P. Bembi Hist. Ven., l. X, p. 232. — P. Giovio Vita d'Alfonso
d'Este, p. 58. — Jo. Marianae de rebus Hisp., l. XXX, c. II, p.
301._
Poi ch'ebbe ragunate in Verona tutte le sparse guarnigioni, il duca di
Termini si vide alla testa di trecento lance spagnuole, di cento lance
tedesche o italiane, di quattrocento lance francesi e di quattro mila e
cinquecento pedoni. Contavansi nell'armata veneziana ottocento uomini
d'armi, tre mila cavaleggieri, quasi tutti Stradioti, e dieci mila
fanti. Furono poste in batteria le artiglierie contro le mura della
fortezza di san Felice, situata sulla sinistra riva dell'Adige, e dopo
pochi giorni avevano aperte larghe brecce e fatto tacere il fuoco degli
assediati. Di già i Veneziani si apparecchiavano all'assalto con
grandissima probabilità di buon successo, quando mille ottocento soldati
tedeschi, sostenuti da alcuni uomini d'armi francesi, fecero di mezza
notte una sortita, inchiodarono due cannoni, ruppero la fanteria
italiana ed uccisero Zittolo di Perugia, uno de' suoi migliori capitani.
Il Malvezzi, trovando all'indomani i suoi soldati scoraggiati, abbandonò
l'assedio di Verona e tornò all'antico quartiere di san Martino, lontano
cinque miglia[79].
[79] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 489. — Jac. Nardi, l. V, p. 217. —
P. Giovio Vita d'Alfonso, p. 58. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 346. —
P. Bembi, l. II, p. 238._
Dopo queste brevi spedizioni, ogni spirito d'intrapresa parve da tutti
abbandonato, fuorchè dal pontefice: il senato di Venezia fu alcun tempo
in qualche agitazione per l'imperiosa domanda fattagli dal re d'Ungheria
di tutte le terre della Dalmazia, che gli venivano accordate nel
trattato di Cambrai; ma diversi magnati si affrettarono di rassicurare
l'ambasciatore veneziano, protestando che il loro re non procederebbe
più in là dell'intimazione, fatta soltanto per compiacere a Massimiliano
ed a Lodovico XII, e che la nazione ungara non somministrerebbe danaro
per attaccare la repubblica[80]. I comandanti, francesi, tedeschi,
spagnuoli, ferraresi, guastavano il paese all'intorno delle loro
stazioni, ma non intraprendevano veruna cosa d'importanza. Soltanto
Giulio II pareva accendersi di nuovo ardore ad ogni disfatta, ed il di
lui irritamento veniva maggiormente esacerbato dalle pratiche di
Lodovico XII presso il clero di Francia.
Il re risguardava come crudeli ingiurie i non preveduti attacchi che il
pontefice avea contro di lui provocati a Genova, in Lombardia e nel
Ferrarese; aveva palesato al Macchiavelli, che trovavasi in legazione
presso di lui, l'ardente suo desiderio di vendicarsi esemplarmente;
aveva perciò voluto persuadere i Fiorentini ad entrare in guerra contro
il papa, facendo loro sperare il possedimento di Lucca o del ducato
d'Urbino. Voleva ad ogni modo levare questo ducato al nipote di Giulio
II, per fargli sentire nella propria famiglia gli amari frutti della
guerra[81]; ma nello stesso tempo voleva combattere contro il papa colle
armi spirituali, e ne' primi giorni di settembre adunò a Tours un
concilio della Chiesa Gallicana, al quale denunciò questo papa, eletto
con mezzi così poco canonici, e che col suo bellicoso temperamento
turbava in così crudele maniera tutta la Cristianità. Il concilio
francese autorizzò il re a respingere le armi del papa colle armi, ed a
portare innanzi ad un concilio ecumenico, convocato di concerto
coll'imperatore, le sue lagnanze contro il capo della Chiesa[82].
[80] _P. Bembi Hist. Ven., l. X, p. 232._
[81] _Macchiavelli Legazione alla corte di Francia, lett. 9. in data
di Blois ai 9 d'agosto del 1510, t. VII, p. 353._
[82] _Macchiavelli Legaz. lett. 18, da Tours il 10 settembre p. 386.
— Fr. Guicciardini, l. IX, p. 393. — Raynald. Ann. Eccl. 1510, § 22,
t. XX, p. 79. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 348._
Queste pratiche di Lodovico XII accrebbero a dismisura l'odio di Giulio
contro la Francia ed il suo desiderio di vendicarsene, onde ricominciò i
suoi attacchi. Da un canto rimandò in faccia a Genova la sua flotta,
unita a quella dei Veneziani, per suscitarvi a forza aperta la
rivoluzione che poc'anzi aveva invano tentato di eccitare per sorpresa:
la cosa non ebbe effetto, ed egli avrebbe ben dovuto prevederlo[83].
D'altra parte risolse di recarsi in persona fino a Bologna, per ridurre
Ferrara sotto il diretto dominio della Chiesa. Egli non aveva
abbandonato i suoi progetti coll'imperatore, con Enrico VIII e con
Ferdinando il Cattolico, che sempre lusingavasi di potere scatenare
contro la Francia, ma ripromettevasi di potere, anche senza il loro
ajuto, fare coi Veneziani la riconquista di Ferrara; dal canto loro i
Veneziani, senza spingere tant'oltre le loro speranze, credevano
vantaggioso di assecondarlo con tutte le loro forze, per tenerlo fermo
nella loro alleanza. Giulio II aveva con insolita fierezza, che ogni
giorno facevasi sempre maggiore, rigettate le proposizioni fattegli
dalla Francia per una separata pace. Lodovico XII lasciò travedere che
non rinuncierebbe alla protezione del duca di Ferrara; ma pretese subito
il pontefice che rinunciasse ancora ad ogni sovranità sopra Genova. Il
Macchiavelli fu incaricato da Robertet di persuadere la repubblica di
Firenze ad offrire la sua mediazione, ma il papa la rifiutò
disdegnosamente. Per lo stesso motivo venne ancora più maltrattato un
segretario d'ambasciata del duca di Savoja. Giulio II lo accusò di
spionaggio, lo fece gettare in prigione, e poco dopo sottomettere alla
tortura[84].
[83] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 493. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
347._
[84] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 494. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
348. — Macchiavelli Legaz. lett. di Blois del 3 agosto 1510, p. 346
e seg._
Il 22 di settembre Giulio II fece il suo solenne ingresso in Bologna con
tutta la sua corte, mentre che la sua armata si avanzava nel Ferrarese
fino al Po. Per compiacerlo i Veneziani nello stesso tempo facevano
rimontare il fiume a due loro flotte, una per la bocca delle Fornaci,
l'altra per il Po di Primaro. I soldati veneziani e pontificj guastavano
senza riguardo il territorio ferrarese, ma senza mai avvicinarsi alla
città; il papa era stato ingannato intorno alla qualità ed al numero de'
soldati ch'egli pagava; e la sua armata non aveva bastanti forze per
intraprendere un assedio di tanta importanza[85].
[85] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 395. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
349. — Jac. Nardi, l. V, p. 216. — P. Giovio Vita d'Alfonso, p. 43._
I Veneziani avevano più di un anno tenuto in prigione il duca di
Mantova; ma lo avevano di fresco rilasciato dietro le riunite istanze
del papa e dell'imperatore de' Turchi, Bajazette II. Fino dal principio
del suo regno Giovanni Francesco Gonzaga aveva cercato di guadagnarsi la
grazia del gran signore, gli aveva mandati diversi regali, ed aveva
avuta cura d'intrattenere con lui una non interrotta corrispondenza: e
Bajazette, riconoscente di questa lunga confidenza, avvalorò le sue
istanze pel marchese di Mantova con tali minacce, che non permisero al
senato di discutere l'affare[86]. Ad ogni modo i Veneziani rilasciarono
al papa il loro prigioniere, poichè per una singolare circostanza egli
aveva inallora eccitata la compassione del papa e del sultano; e Giulio
II, che aveva solennemente privato il duca di Ferrara del titolo di
gonfaloniere della Chiesa, accordò tale dignità al Gonzaga, sperando in
tal modo di vincolarlo irrevocabilmente alla sua lega coi Veneziani. Il
marchese di Mantova trovavasi in una difficilissima posizione tra la
politica e la riconoscenza. I Veneziani lo avevano ancor essi nominato
capitano generale della loro armata col soldo di cento uomini d'armi e
di mille dugento fanti; pure s'egli si attaccava alla lega, in cui
volevano strascinarlo il papa ed il senato veneto, i suoi stati erano i
più esposti agli attacchi de' Francesi. Infatti questi colsero tale
istante per invadere il Mantovano, ed il Gonzaga, che forse aveva fatto
istanza al signore di Chaumont di somministrargli questo pretesto,
abbandonò le altre dignità che gli erano state accordate, per occuparsi
della difesa de' suoi sudditi[87].
[86] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 491. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
350._
[87] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 496. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
353. — P. Bembi, l. XI, p. 243._
Intanto il pontefice era caduto gravemente infermo, e si curava contro
il parere di tutti i medici, come trattava la guerra contro il
sentimento di tutti i militari. Egli non voleva essere consigliato, le
difficoltà non lo scoraggiavano, e sempre affrettava l'attacco de'
nemici[88]. Ma la discordia tra il duca d'Urbino ed il cardinale di
Pavia, che dividevano tra di loro il comando dell'armata, rendeva questo
attacco pericolosissimo. Il duca d'Urbino, in un primo impeto di
collera, fece arrestare e condurre a Bologna il cardinale di Pavia, per
esservi giudicato come colpevole di tradimento; ma il cardinale seppe
così pienamente giustificarsi presso al papa, che ricuperò maggior
credito ed autorità che prima non aveva[89].
[88] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 496. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
350._
[89] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 497. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
350._
Finalmente il duca d'Urbino aveva potuto far sentire al papa, che prima
di attaccare Ferrara doveva aspettare che si unissero all'armata le
truppe veneziane composte di trecento uomini d'armi, di molta cavalleria
leggiere e di quattro mila fanti, ch'eransi avanzati sul Po fino a
Ficheruolo ed erano secondati da alcune galere. Alfonso d'Este
precludeva la strada a questa truppa: attaccava separatamente con molta
attività le galere veneziane, e faceva loro sentire a quanto rischio si
esponessero, avanzandosi nel letto dei fiumi[90]. Mentre Alfonso non
permetteva alle galere di rimontare più alto verso Ferrara, il signore
di Chaumont, così consigliato dai Bentivoglio, risolse di portarsi
rapidamente sopra Bologna, e di sforzare Giulio II alla pace. Prese,
cammino facendo, Spilimbergo e Castelfranco, che non si difesero che un
giorno, ed il 12 di ottobre si accampò a Crespolano, lontano dieci
miglia da Bologna, con intenzione di presentarsi all'indomani sotto le
mura della città.
[90] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 497. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
350._
Non si trovavano allora in Bologna che pochi e mal disciplinati soldati
pontificj: vero è che il papa aspettava trecento uomini d'armi, che il
re d'Arragona doveva mandargli, e l'armata veneta trattenuta a
Ficheruolo; ma non sembrava probabile che potesse sostenersi fino
all'arrivo degli uni e degli altri, tanto più che i partigiani dei
Bentivoglio cominciavano a darsi qualche movimento, e che la massa del
popolo, dimenticando tutti i vecchi torti, si andava attaccando al loro
partito per quella cieca affezione che lega tutti gli uomini al tempo
passato. I prelati ed i cortigiani, accostumati soltanto agli agi ed
alle delicatezze di Roma, lagnavansi amaramente che il papa gli avesse
seco strascinati in così pericolosa situazione per le sostanze loro e
per la gloria della santa sede. Con caldissime istanze, che prima
d'allora Giulio II non avrebbe in verun modo tollerate, lo andavano
affrettando a provvedere alla comune sicurezza con una pronta ritirata,
o trattando con Chaumont a quelle condizioni che potesse ottenere più
sopportabili[91].
[91] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 500. — Jac. Nardi, l. V, p. 219. —
Paris de Grassis Diar. Curiae Rom., t. III, p. 597, apud Rayn. 1510,
§ 12, p. 79. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 351._
Giulio II, senza promettere di seguire i loro consiglj, chiamò gli
ambasciatori veneziani e dichiarò loro che se all'indomani prima di sera
non riceveva in Bologna un rinforzo, staccato dalle truppe ch'essi
avevano nel campo della Stellata, tratterebbe coi Francesi. Adunò in
appresso il consiglio ed i collegj di Bologna, loro dipinse con
vivissimi colori l'antica tirannide dei Bentivoglio, dalla quale gli
aveva egli sottratti; gli esortò a difendere il paterno governo della
Chiesa e la libertà di cui godevano; loro raccomandò di procurarsi
vittovaglie per sostenere un assedio, accordando per questa circostanza
esenzione di gabelle alle porte. Ma Giulio II, malgrado la debolezza
dell'età e della malattia, era il solo uomo che in quel momento di
pericolo conservasse il vigore dell'animo. Fece venire sulla pubblica
piazza tutti i Bolognesi che avevano promesso di combattere, e venne
assicurato che non v'erano meno di quindici mila pedoni e di cinque mila
cavalli. Giulio II stava in allora a letto, preso da un accesso di
febbre; tosto che udì le grida del popolaccio, balzò dal letto, si
affacciò alla finestra, diede alle truppe la benedizione nelle forme
adoperate quando marciano alla battaglia, ed, abbandonandosi ad un
trasporto di gioja, gridò ch'era di già vittorioso dell'armata
francese[92].
[92] _Parisii de Grassis Diar., apud Rayn. 1510, § 23, p. 79._
Ma intanto questa gente, che aveva salutato il papa colle sue grida, non
prendeva le armi per combattere. I cortigiani si mostravano sempre più
atterriti; gli ambasciatori dell'imperatore, del re Cattolico,
dell'Inghilterra, pressavano Giulio II ad entrare in negoziazione.
All'ultimo si lasciò vincere, e mandò a domandare a Chaumont un
salvacondotto pel conte Francesco Pico della Mirandola, che voleva
incaricare di trattare con lui. Nello stesso tempo fece partire alla
volta di Firenze i più preziosi giojelli della Chiesa, e tra questi la
mitra giojellata, che chiamasi il triregno[93].
[93] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 501._
Sapeva il Chaumont che Lodovico XII era tormentato dagli scrupoli,
combattendo contro il papa, e che quasi ad ogni patto avrebbe con lui
fatta la pace; perciò accondiscese di buon grado a trattare. Domandò
l'assoluzione di tutte le censure pronunciate contro Alfonso d'Este, i
Bentivoglio e loro aderenti; la restituzione ai Bentivoglio de' loro
beni, a condizione ch'essi starebbero per lo meno ottanta miglia lontani
da Bologna; domandò che fossero rimesse al giudizio di arbitri le
difficoltà tra il papa ed il duca di Ferrara; che fosse deposta Modena
tra le mani dell'imperatore, e finalmente sospese le ostilità per sei
mesi, nel corso de' quali ognuno conserverebbe ciò che possedeva[94].
[94] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 502. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
352._
Tali condizioni sembravano a Giulio II infinitamente dure; lagnavasi a
vicenda dell'insolenza de' Francesi e della lentezza de' Veneziani;
contro il suo costume ascoltava le istanze de' cardinali, ma non
prendeva verun partito, e lasciava passare il tempo, quando poco prima
di sera del giorno 13 d'ottobre Chiappino Vitelli entrò in Bologna con
seicento cavaleggieri veneziani, e con un corpo di cavalleria turca in
servigio della repubblica, e ritornò al papa la perduta audacia e la
consueta alterigia.
Erasi il Chaumont innoltrato fino al ponte del Reno, a tre miglia da
Bologna; aveva accettata la mediazione degli ambasciatori
dell'imperatore, del re di Spagna e del re d'Inghilterra; ma la vegnente
mattina tutto aveva mutato faccia; il papa più non voleva discendere a
verun accordo, gli amici dei Bentivoglio non avevano in Bologna fatto
alcun movimento, un secondo corpo di Stradioti doveva prima di notte
entrarvi per una porta, mentre che Fabrizio Colonna vi condurrebbe per
un'altra parte degli uomini d'armi spagnuoli e della cavalleria
leggiere; onde Chaumont poteva credersi ancor esso in pericolo.
Vergognoso e disperato d'essere stato uccellato dal vecchio pontefice,
ritirossi lentamente verso Castel Franco, poi sopra Rubiera. Giulio gli
aveva fatto sapere che non darebbe orecchio a verun trattato, se per
condizione preliminare la Francia non rinunciava alla difesa del duca di
Ferrara; ed intanto non sapeva darsi pace che i suoi generali non
avessero inseguita e distrutta l'armata francese. Tanto dispetto aggravò
in modo la di lui malattia, che il 24 di ottobre disperavasi della sua
vita[95].
[95] _Fr. Guicciardini, l. IX. p. 503. — Jac. Nardi, l. XII, p. 353.
— Parisii de Grassis Diar. Cur. Rom. ap. Rayn. 1510, § 23, p. 79._
Quando cominciava appena a riaversi scrisse una circolare a tutti i
principi cristiani. Accusò il re di Francia d'avere fatta avanzare la
sua armata contro il papa ed i suoi cardinali con una esecranda sete del
sangue del romano pontefice. Dichiarò che non darebbe orecchio a veruna
negoziazione, se prima non gli veniva consegnata Ferrara; ed affrettò
caldamente i Veneziani ad unire la loro armata alla sua per istringere
di assedio quella città[96].
[96] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 503._
Infatti l'armata pontificia si unì in Modena a quella de' Veneziani, ma
stavano ambedue aspettando il marchese di Mantova che aveva avuto il
titolo di capitano generale, e che fece loro perdere un tempo prezioso,
senza mai assumere il comando. Nello stesso tempo la flotta veneziana
venne attaccata a Bondeno dal duca di Ferrara e dal signore di
Chatillon, e fu costretta ad abbandonare con perdita il Po. Finalmente
si mosse l'armata pontificia, ed intraprese l'assedio di Sassuolo; e il
pontefice ebbe il conforto di udire, stando nella sua camera, il rumore
della propria artiglieria, ed espresse la sua gioja colla stessa
vivacità con cui pochi dì prima aveva manifestato il suo malcontento
udendo l'artiglieria de' nemici a Spilamberto. Dopo due giorni Sassuolo
capitolò; e Giulio II, rinunciando all'attacco di Ferrara, fece avanzare
l'armata contro la Mirandola. Questo castello e quello della Concordia
formavano il piccolo feudo o principato della famiglia dei Pichi, tanto
illustre nella storia delle lettere. Il conte Lodovico Pico della
Mirandola aveva sposata la figliuola del maresciallo Gian Giacopo
Trivulzio, chiamata Francesca: era costei rimasta vedova, ed erasi senza
riserva abbandonata alla direzione di suo padre, che aveva fatto della
Mirandola una piazza d'armi francese, mentre che il conte Giovan
Francesco Pico, cugino di Lodovico, il quale pretendeva l'eredità di
questo feudo, erasi interamente dedicato al papa[97].
[97] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 507. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
354. — Jac. Nardi, l. V, p. 219. — P. Giovio Vita di Alfonso d'Este,
p. 45._
Il duca di Ferrara trovavasi spossato dai lunghi sforzi che aveva dovuto
fare; omai più non aveva che poche truppe nella sua capitale, e Chaumont
non era in troppo buono stato per poterlo soccorrere; onde dovette
ascrivere a sua somma ventura che l'armata del papa si volgesse contro
la Mirandola, e non contro di lui. Si credette pure che il cardinale di
Pavia fosse stato segretamente guadagnato da lui o dalla Francia, quando
consigliò il papa ad attaccare la Mirandola. Frattanto il Chaumont mandò
Marino di Montchenu e Chantemerle, nipote del signore di Lude, con cento
fanti e due cannonieri a rinforzare la guarnigione della Mirandola, ove
la contessa Francesca e suo cugino, Alessandro Trivulzio, si
apparecchiavano a sostenere un assedio[98].
[98] _Mém. du chev. Bayard, t. XV, ch. XLII, p. 173._
L'armata pontificia era lenta in tutte le sue operazioni, e sempre
esposta ai raggiri di coloro che volevano celatamente attraversare
l'esecuzione dei disegni del papa, onde non potè avvicinarsi a Concordia
che circa nella metà di dicembre. La piazza fu presa lo stesso giorno in
cui si aprirono le batterie, la cittadella capitolò, e l'armata
pontificia passò ad assediare Mirandola.
Non cominciò il fuoco contro la Mirandola che quattro giorni dopo
l'arrivo dell'armata. L'impaziente Giulio II non sapeva accomodarsi a
tanta lentezza; altronde diffidava di tutti; accusava ora l'uno ora
l'altro de' suoi capitani, e lo stesso suo nipote, il duca d'Urbino, di
incapacità, o di perfidia. Finalmente nei primi giorni del 1511 risolse
di dare al mondo uno spettacolo non meno scandaloso che inaspettato: il
due di gennajo si fece portare in lettiga da Bologna al campo sotto
Mirandola coll'accompagnamento di tre cardinali[99]. Si alloggiò nella
piccola casa di un contadino, distante soltanto due tiri di balestra
dalle mura, ed esposta al fuoco del cannone della piazza; colà, senza
lasciarsi atterrire dalle continue nevi, indispettito dalla viltà degli
operaj che faceva adunare e che fuggivano ad ogni scarica d'artiglieria,
o perchè mancavano le vittovaglie, cominciò egli stesso a dirigere i
lavori a far mettere sotto i suoi occhi i cannoni in batteria, e ad
affrettare il fuoco. Dopo aver tenuto dietro ai suoi lavoratori
nell'eccessivo freddo di un rigorosissimo inverno con un'attività che
non sarebbesi mai aspettata da un vecchio infermo, non che da un papa,
tornò a Concordia, quando tutte le batterie furono aperte, per sentirne
l'effetto. Ma sebbene non si trovasse che poche miglia lontano dal
campo, per la sua impazienza era tuttavia troppo lontano, e tornò il
quarto dì ad alloggiarsi a canto alle sue batterie ancora più vicino
alle mura, di quel che lo fosse la prima volta. In allora, tutto
abbandonandosi all'impeto del suo carattere, rampognava quando l'uno e
quando l'altro de' suoi capitani, tranne Marc'Antonio Colonna; visitava
in seguito l'armata, castigava alcuni soldati, altri incoraggiava, e a
tutti prometteva di non capitolare, per lasciare che i soldati
saccheggiassero la piazza[100].
[99] _Par. de Grassis Diar. Cur. Rom. in MS. arcano Vaticani, ap.
Rayn. 1511, § 44, p. 100. — P. Bembi Hist. Ven., l. XI, p. 246._
[100] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 508. — Jac. Nardi, l. V, p. 220.
— Fr. Belcarii, l. XII, p. 355._
Il cavaliere Bajardo trovavasi in allora nel campo del duca di Ferrara
presso il Po: ebbe avviso che il papa, che passava quella notte nel
castello di san Felice, doveva ripartire all'indomani per tornare alla
Mirandola. Bajardo sapeva trovarsi su questa strada a due miglia da san
Felice ed a quattro dalla Mirandola due o tre case abbandonate a motivo
della guerra; andò prima di giorno ad appostarvisi con cento uomini
d'armi. «Domattina, disse al duca di Ferrara, quando il papa sloggierà
da san Felice, sono informato che non ha che i suoi cardinali, vescovi e
protonotarj, e circa cento cavalli di guardia; uscirò dalla mia
imboscata, e non mi fuggirà dalle mani.» Il progetto del cavaliere senza
paura e senza difetti fu altamente approvato, e tutto puntualmente si
eseguì a seconda de' suoi ordini. Di già i primi chierici del corteggio
del papa erano passati oltre l'imboscata, da cui uscì Bajardo per
caricarli ed inseguirli. «Ma il papa, che era partito ultimo, fu appena
pochi passi lontano da san Felice, che cominciò a cadere la più aspra ed
impetuosa neve che si fosse veduta da cent'anni in qua.» Prima che i
fuggiaschi, sottrattisi all'imboscata, fossero giunti fino al papa, il
cardinale di Pavia lo aveva di già persuaso a rientrare nel castello per
lasciar passare il cattivo tempo. «Quando il buon cavaliere giugneva a
san Felice, il papa rientrava appunto nel castello, ed, udendo le grida
de' soldati, ebbe tanto spavento che subitamente e senza che persona lo
ajutasse uscì di lettiga, ed egli stesso ajutò ad alzare il ponte; ed in
ciò mostrossi uomo di molto spirito, perchè se avesse tanto ritardato
quanto abbisogna di tempo per dire un _Pater noster_, era preso.... Il
papa, rimasto nel castello di san Felice, tremò tutto il giorno di
febbre per la paura che aveva avuta, e la notte mandò a darne avviso a
suo nipote, il duca d'Urbino, il quale venne a prenderlo con quattro
cento uomini d'armi e lo condusse all'assedio[101].»
[101] _Mém. du chev. Bayard, ch. XLIII, p. 175-180._
Alessandro, nipote del maresciallo Gian Giacopo Trivulzio, difendeva la
Mirandola. Aveva sotto il suo comando quattrocento fanti stranieri, e
mostrava tanta maggiore ostinazione e coraggio, quanto tenevasi più
sicuro di essere soccorso dal signore di Chaumont: ma questi, che
detestava il maresciallo Trivulzio, non vedeva con dispiacere che la
figlia del suo rivale perdesse l'eredità, e non curavasi di accorrere in
suo soccorso.
Una palla di cannone aveva traforata la casa in cui alloggiava il papa
ed uccisi due uomini nella sua cucina; ma quest'accidente non fece che
accrescere la collera di Giulio II. Finalmente il violento freddo
agghiacciò le fosse della Mirandola in tal modo che l'acqua che dovea
servire a difenderla aprì per lo contrario un passaggio onde giugnere
fino sulla breccia. Vide allora Alessandro Trivulzio l'impossibilità di
sostenere un assalto, e capitolò il 20 di gennajo. Pagò una
contribuzione di sei mila ducati per salvare la Mirandola dal
saccheggio; ed il papa, cedendo alle istanze di tutti i suoi cortigiani,
l'accettò. Alcuni ufficiali restarono prigionieri di guerra, mentre il
rimanente della guarnigione potè ritirarsi libera; e perchè le porte
della città, che erano state afforzate per di dietro con terrapieni, non
erano più praticabili, il vecchio pontefice non fu abbastanza paziente
per aspettare che si sgombrassero: montò per una scala sulla breccia, e
dopo aver fatto in tal maniera il suo ingresso in questa città, ne diede
il possesso al conte Giovan Francesco Pico, parente del conte Lodovico,
sebbene suo nemico[102].
[102] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 510. — Muratori Ann. d'Italia, t.
X, p. 64. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. V, p. 220. — P. Giovio Vita
d'Alfonso d'Este, p. 46. — Par. de Grassis Diar. ap. Rayn. 1511, §
46, p. 100. — Mémoir. du chev. Bayard, t. XV, ch. XLIII, p. 180. —
Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 71. — Gio. Cambi, t. XXI, p. 250. —
P. Bembi Hist. Ven. l. XI, p. 346._
Dopo la presa della Mirandola il papa ed i Veneziani tentarono di nuovo
d'impadronirsi della Bastia sul basso Po, onde impedire il trasporto dei
viveri a Ferrara; ma mentre assediavano questo castello vi furono
sorpresi dal duca Alfonso d'Este, in conseguenza di un piano datosi dal
cavaliere Bajardo, e perdettero tanta gente che più non pensarono
all'assedio di Ferrara[103].
[103] _P. Bembi, l. XI, p. 247. — Mém. du chev. Bayard, ch. XLIV, p.
181-193._
Intanto Lodovico XII, disperando omai di ridurre colle negoziazioni a
pacifici pensieri un papa, che in tutte le sue azioni annunciava tanta
violenza, ordinò al signore di Chaumont di attaccarlo vivamente e di
fargli sentire quale fosse la potenza di un re di Francia. Chaumont, che
dalla sola protezione di suo zio, il cardinale d'Amboise, riconosceva
l'alta riputazione di cui godeva, dopo la morte dello zio veniva
giudicato secondo il vero suo merito. Non gli si attribuivano nè
singolare ingegno, nè bastante perizia dell'arte della guerra, nè la
debita deferenza all'avviso di coloro che l'avevano meglio di lui
studiata, nè la necessaria attenzione pel mantenimento della disciplina,
che omai più non era osservata nel campo francese. Gli si rimproverava
un'eccessiva gelosia verso il maresciallo Gian Giacopo Trivulzio, il
quale avrebbe condotta la guerra a più felice fine, se Chaumont avesse
più frequentemente seguiti i suoi consiglj. Non è questi, a dir vero il
carattere che gli attribuisce il maresciallo di Fleuranges, che lo
chiama: «il più savio uomo dabbene in ogni stato che io mi ricordi
d'avere mai veduto, e della più grande diligenza, e del più raro
spirito.» Ma Fleuranges era nipote di Chaumont, e gli doveva in parte il
suo avanzamento[104].
[104] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 69. — P. Giovio Vita d'Alfonso
d'Este, p. 51. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gallic., l. XII, p. 356._
Il Trivulzio tornava appunto dalla corte di Francia, quando fu presa la
Mirandola; fu chiamato ad un consiglio di guerra in cui doveva essere
deciso il piano di attacco da seguirsi contro il papa. L'armata
veneziana erasi fortificata al Bondeno sul Panaro[105] presso alla sua
foce in Po. Questa posizione nello stato di Ferrara veniva renduta quasi
inattaccabile a cagione delle inondazioni e de' numerosi canali.
Proponeva il Trivulzio di non cercare di forzarla; di piegare a mezzodì,
minacciando Modena e Bologna; di sorprendere queste città se non
venivano difese, e, se l'armata veneziana abbandonava la sua forte
posizione per accorrere in difesa di quella città, di tentare di
distruggerla in una battaglia. Ma bastò agli occhi di Chaumont e de'
suoi adulatori, che questo consiglio fosse uscito di bocca al Trivulzio,
per seguirne uno contrario. Egli rappresentò, che Alfonso d'Este non
doveva lasciarsi più lungamente esposto alla desolazione del suo paese;
che se non accorrevasi prontamente in suo soccorso, Ferrara avrebbe
dovuto arrendersi; che per quanto fosse forte la posizione de' Veneziani
al Bondeno, il valore francese e la superiorità dell'artiglieria
francese avrebbero trionfato di tutto; finalmente che, avvicinandosi
agli stati di Mantova, trarrebbe il marchese Gonzaga dalla sua lunga
irrisoluzione e si unirebbe alle armate francesi, come ne aveva fatto
celatamente conoscere il desiderio[106].
[105] Per errore il testo francese dice Tanaro. _N. d. T._
[106] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 511. — Fr. Belcarii Comm., l.
XII, p. 357._
Infatti l'armata francese si pose in movimento lungo la destra riva del
Po, e giunta che fu a Sermidi in riva a questo fiume, il Chaumont si
avanzò con alcuni ufficiali fino alla Stellata per avere una conferenza
col duca Alfonso. Questi gli fece meglio conoscere lo stato del paese
fino al Bondeno, e di là fino a Finale ed a Cento, ove trovavansi
alloggiati i soldati della Chiesa e gli Spagnuoli. Erano state rotte
tutte le dighe dei fiumi, tutto il piano inondato, ed era lungo lo
stretto argine, che sostiene le acque dei canali o quelle del Panaro,
ch'era forza avvicinarsi al nemico. Questi argini erano stati in più
luoghi tagliati e guarniti di truppe e d'artiglieria. Vero è che
Alfonso, il quale sospirava di sbarazzarsi di ospiti che facevano più
compiuta la sua ruina, sforzavasi di provare colle carte degli ingegneri
che la disposizione del terreno sarebbe sempre vantaggiosa
all'artiglieria francese. Ma in un secondo consiglio di guerra, tenuto a
Sermidi, il Trivulzio dimostrò l'estrema imprudenza di avventurare
un'intera armata, in mezzo ad un paese inondato, sopra l'angusta linea
di una diga, ove il più piccolo accidente accaduto all'artiglieria o ai
carri delle munizioni poteva rompere ogni comunicazione dalla testa alla
coda della colonna, e il più piccolo ritardo farla perire per mancanza
di vittovaglie. Questo progetto, accarezzato più lungo tempo che non
conveniva, fu dunque abbandonato nell'istante in cui volevasi
eseguire[107].
[107] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 513. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
358._
Nè il Chaumont fu più felice nel persuadere il marchese di Mantova ad
uscire dalla sua neutralità. Questi seppe contenersi con molta destrezza
tra le due parti. Supplicava i Veneziani di non obbligarlo a
dichiararsi, finchè il suo paese trovavasi circondato da tante armate
nemiche, che non avrebbe potuto unirsi a loro senza abbandonare tutto il
territorio mantovano al guasto dei Francesi. Supplicava egualmente il
Chaumont a pazientare ancora poche settimane, mentre stava trattando col
papa per levargli dalle mani suo figlio che gli avea dato in ostaggio.
Così mostrandosi cogli uni e cogli altri disposto ad abbracciare la
causa loro, obbligava gli uni e gli altri a rispettare la sua
neutralità[108].
[108] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 515. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
358._
Il cardinale Ippolito d'Este pretendeva d'avere delle corrispondenze in
Modena, e faceva istanza al signore di Chaumont di attaccare quella
città per tornarla alla sua famiglia. Ma frattanto le negoziazioni del
re d'Arragona avevano provveduto alla sua difesa. Ferdinando vedeva di
mal occhio la potenza francese estendersi verso il mezzogiorno d'Italia;
e cercava con ogni mezzo di separare gl'interessi di Massimiliano da
quelli di Lodovico XII. Alfonso d'Este teneva Modena in feudo
dall'impero, e Massimiliano aveva giusti titoli di lagnarsi del papa,
perchè avesse occupata una città totalmente dipendente dall'imperatore.
Ferdinando si sforzò di persuadere a Giulio II che lasciando questa
città in deposito nelle mani del capo dell'impero, provvederebbe più
efficacemente alla sua difesa, e getterebbe semi di divisione tra
Lodovico XII e Massimiliano. Per determinare Giulio II a rinunciare alle
pretese che cominciava a formare sovra Modena, fu d'uopo che concepisse
timore dell'avvicinamento dell'armata francese; egli non cedette che
quando il pericolo si fece urgentissimo, e per sottrarvisi consegnò
Modena a Witfrust, ambasciatore di Massimiliano presso di lui[109].
[109] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 515. — P. Giovio Vita d'Alfonso
d'Este, p. 49. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 358._
Soltanto dopo di avere inutilmente tentato di sorprendere Modena, e dopo
avere provata l'impossibilità di far avanzare la sua artiglieria,
implicata ne' profondi fanghi di Carpi, il Chaumont acconsentì a
riconoscere il depositario imperiale, a condizione che questi dal canto
suo si obbligasse a tenersi neutrale nella guerra tra il suo re ed il
papa. Questa serie di cattivi successi aveva fatta perdere a Chaumont la
confidenza dell'armata e della corte; si teneva per cosa certa che
avesse lasciata prendere la Mirandola a cagione del suo odio verso il
maresciallo Trivulzio, e si fosse per incapacità lasciata fuggire di
mano l'occasione di ricuperare Modena o di liberare Ferrara. Egli stesso
si accorgeva che la sua riputazione andava declinando, e che aveva omai
perduto il favore del suo padrone; oltre a che era tormentato dai
rimorsi di dover combattere contro il papa. L'eccesso del cordoglio lo
rese infermo; un accidente che lo rovesciò da un ponte nell'acqua,
mentre trovavasi assai riscaldato, contribuì pure ad accrescere le sue
infermità; ma egli stesso si credette avvelenato e lo disse a suo nipote
Fleuranges, congedandosi da lui. Si fece portare a Coreggio, e da
quell'istante non ebbe più altro pensiere che di ottenere dal papa
l'assoluzione per avere portate le armi contro di lui. Quest'assoluzione
gli fu di fatti accordata, ma Carlo di Chaumont d'Amboise, gran maestro
di Francia, e governatore di Milano, era di già morto, l'undici febbrajo
del 1511, quando arrivò ai suoi amici[110].
[110] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 70. — Fr. Guicciardini, l. XI,
p. 516. — P. Bembi Hist. Ven., l. XI, p. 248. — Jac. Nardi, l. V, p.
221. — P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 51._
Tutti i nemici del papa non avevano la coscienza così timorata; il
cavaliere Bajardo non erasi fatto scrupolo di tendergli un'imboscata; e
se dobbiamo credere al suo leale servitore, che scrisse le sue memorie,
il duca Alfonso d'Este andò ancora più in là: egli sedusse un segretario
del papa, chiamato Agostino di Guerlo, che gli era stato mandato per
distaccarlo dall'alleanza coi Francesi, e lo persuase a promettergli di
avvelenare Giulio II; ma avendo il duca comunicato il suo progetto a
Bajardo, questi gli rispose: «Ah, monsignore, io non crederò mai che un
così gentil principe, come voi siete, acconsenta a così grande
tradimento; e quando io lo sapessi, vi giuro sull'anima mia, che prima
che fosse notte ne darei avviso al papa.» — «Poichè voi non l'approvate,
disse il duca, la cosa non si farà; ma se Dio non vi provvede voi ed io
dovremo pentircene.» Dobbiamo per altro dire per la riputazione del duca
di Ferrara, che si può spesse volte dubitare della veracità dei racconti
del servitore di Bajardo, che ha scritte queste memorie[111].
[111] _Mém. du chev. Bayard, c. XLV, p. 195-202._
Alla morte di Chaumont prese il comando dell'armata il maresciallo
Trivulzio, in aspettazione degli ordini del re; ma finchè non seppe se
gli restava o no il comando, non volle tentare un'impresa che non era
sicuro di poter condurre a termine. Accordò dunque ai suoi soldati un
riposo, di cui le altre potenze approfittarono per entrare in attive
negoziazioni.
Massimiliano, sempre dominato dal suo risentimento contro i Veneziani,
aveva fin allora continuato nella sua alleanza colla Francia, ed aveva
mostrata un'insolita costanza. Era vivamente entrato nei progetti di
Lodovico XII per la riforma della Chiesa nel capo e nelle membra, ed
aveva convocata in Augusta un'adunanza di vescovi tedeschi, onde
persuaderli a domandare un concilio: ma nella sua nazione aveva trovata
una più gagliarda opposizione che non credeva[112]. Soltanto in allora
diede orecchio al re d'Arragona che lo consigliava ad assicurarsi con un
trattato di pace di quanto possedeva in Italia, e di ciò che ancora
pretendeva, e di mettere fine a tutte le controversie che aveva col
papa, persuadendosi che i Veneziani si accomoderebbero alle volontà del
loro solo alleato.
[112] Lettera di Massimiliano alla città di Gelnhause; _ap. Lunig R.
A., t. XIII, p. 811 e seg. — Schmidt Hist. des Allem., l. VII, ch.
XXIV, t. V, p. 456._
Dietro questo consiglio Massimiliano mandò Matteo Lang, vescovo di
Gurck, suo segretario intimo, a Mantova, per tenervi un congresso; ed
invitò il papa, il re di Francia e quello di Arragona a mandarvi i loro
ambasciatori. Giulio II colse avidamente quest'apertura, credendo di
potere disporre dei Veneziani a suo piacimento; e, quando potesse
riconciliarli con Massimiliano, punto non dubitava di potere inimicare
questi colla Francia, contro la quale nudriva un odio implacabile.
Dall'altro canto Lodovico XII accolse quest'invito con estrema
diffidenza; conosceva la volubilità del suo alleato, e temeva che il
papa glielo togliesse, o coll'offrirgli il Milanese, oppure col dare al
vescovo di Gurck la dignità cardinalizia, e colmarlo de' favori della
Chiesa. Nè Lodovico temeva meno rispetto a Ferdinando, i di cui ipocriti
avvisi intorno ai pericoli di turbare la pace della Chiesa con un
concilio, di distrarre lui medesimo dalla sua santa spedizione contro
gl'infedeli dell'Africa, probabilmente celavano qualche pernicioso
progetto[113].
[113] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 517. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
359._
Malgrado questi sospetti Lodovico XII mandò il vescovo di Parigi,
prelato assai versato nel diritto, al congresso di Mantova, sia per
iscoprire gli andamenti dei nemici, sia per non essere accusato di
volere solo la guerra. Questo vescovo vi arrivò nel mese di marzo, pochi
giorni dopo il vescovo di Gurck e don Pedro d'Urrea, ambasciatore del re
d'Arragona alla corte dell'imperatore. Vi arrivò non molto tempo dopo
anche Girolamo di Vich di Valenza, ambasciatore di Ferdinando presso la
santa sede; ma a solo fine di persuadere Matteo Lang a visitare subito
Giulio II a Ravenna, onde disporlo favorevolmente a suo pro, rendendogli
nello stesso tempo un omaggio che il papa aveva diritto di ripromettersi
per parte di un vescovo incaricato di trattare con lui. Il segretario di
Massimiliano, uomo arrogante ed altero, contrastò lungo tempo rispetto
alla condiscendenza che gli si domandava, sebbene gli si facesse
travedere che sarebbe probabilmente ricompensata con alcuna delle
principali dignità della Chiesa. Finalmente partì il 26 di marzo per
incontrare il papa; e Giulio II, che voleva ad ogni costo guadagnarsi
questo favorito, lusingarne l'orgoglio e risvegliarne l'ambizione,
risolse di andargli incontro fino a Bologna; locchè eseguì dopo d'avere
nominati in pieno concistoro otto nuovi cardinali, tra i quali trovavasi
l'accanito nemico de' Francesi, Francesco Mattia Schiner, vescovo di
Sion, e dopo avere dichiarato, col consenso del sacro collegio, che
teneva il nono in petto, onde poter offrire quest'esca al vescovo di
Gurck[114].
[114] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 521. — Jac. Nardi, l. V, p. 221.
— Par. de Grassis Diar. Cur. Rom. ap. Rayn. An. Eccl. 1511, § 47, p.
100._
L'ingresso del vescovo di Gurck in Bologna, ch'ebbe luogo tre giorni
dopo l'arrivo del papa, venne celebrato colla pompa che poteva convenire
ad un sovrano. Assumeva il titolo di luogotenente dell'imperatore in
Italia, ed era seguito da molti signori e gentiluomini, che spiegavano
ne' loro equipaggi la più grande magnificenza. Nè meno magnifico era
l'accoglimento che gli veniva preparato; lo stesso ambasciatore di
Venezia alla corte pontificia si frammischiò modestamente ancor esso tra
coloro che volevano fargli onore; ma Matteo Lang protestò con estrema
insolenza che riputavasi offeso, vedendo presentarsi innanzi a lui
l'ambasciatore dei nemici del suo padrone. Il papa gli accordò una
pubblica udienza in pieno concistoro, nella quale il vescovo di Gurck
dichiarò alla presenza di tutti i cardinali, che Massimiliano lo mandava
in Italia, perchè preferiva di riacquistare ciò che gli apparteneva
piuttosto colla pace che colla guerra, ma che non tratterebbe che a
condizione di ricuperare dai Veneziani tutto ciò che gli avevano
usurpato, o del territorio dell'impero o dei dominj di casa d'Austria,
pel quale si fosse titolo[115]. Parlò colla medesima arroganza nella
privata udienza del pontefice; e maggiore insolenza dimostrò finalmente
all'indomani; perchè avendo saputo che il papa aveva delegati per
conferire con lui i tre cardinali di san Giorgio, di Reggio e de'
Medici, risguardò come cosa indegna del suo rango il trattare con
tutt'altri che col sommo pontefice, e deputò tre de' suoi gentiluomini
per conferire con loro[116].
[115] Il suo discorso fu conservato da Michele Coccinio e riportato
negli Annali Eccles. del Rajnaldo 1511, § 53, p. 101.
[116] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 523. — Fr. Belcarii Comm., l.
XII, p. 361. — Jac. Nard., l. V, p. 222._
Il papa era troppo orgoglioso perchè non gli sembrasse cosa dura
l'arroganza di questo subalterno; pure pazientava, sperando di riuscire
con questa negoziazione ad inimicare l'imperatore coi Francesi. Il suo
odio contro di loro andava sempre rinforzandosi, e ne diede una prova
colle scomuniche fulminate il giorno di Pasqua, leggendo la bolla _In
cœna Domini_. Sebbene le negoziazioni fossero attualmente aperte, vi
comprese, indicandoli nominativamente, Alfonso d'Este, Gian Giacopo
Trivulzio, ed i magistrati di Milano e delle altre città di Lombardia,
che ajutavano il re a percepire le imposte, di cui questo monarca faceva
uso contro la Chiesa. Fu compreso, ma implicitamente, lo stesso Lodovico
XII tra coloro che avevano posto ostacolo alla giurisdizione
ecclesiastica, ed ammesse le opinioni degli scomunicati[117].
[117] _Bulla data Bononiae, 16 Kal. maii. Ann. Eccl. Rayn. 1511, §
50, p. 101._
Stando alle proteste del vescovo di Gurck, Massimiliano non avrebbe
acconsentito di lasciare ai Veneziani Padova e Treviso, unici avanzi di
tutto il loro territorio, a meno che non pagassero dugento mila ducati
per una prima investitura di queste due città, obbligandosi in appresso
ad un annuo tributo di cinquanta mila ducati. I Veneziani, vedendosi dal
papa abbandonati, furono costretti di accondiscendere a trattare sulla
base di così esorbitanti domande, ed offrirono di pagare in varie rate a
lunghi termini i dugento mila ducati. Ottennero una diminuzione
dell'annuo censo che loro si domandava; e più non restava altro titolo
di contesa che il patriarcato d'Aquilea, che pretendevano di
conservare[118], quando il vescovo di Gurck domandò al papa una seconda
udienza per trattare egualmente intorno alle differenze del re di
Francia e del duca di Ferrara colla santa sede. Gli dichiarò che
Lodovico XII, mosso dal più ardente desiderio di fare la pace, era
apparecchiato di acconsentire al sagrificio di molti de' più cari
interessi della casa d'Este; ma Giulio II non potè soffrire di
ascoltarlo più oltre. Egli disse che non alcune concessioni, ma soltanto
un intero abbandono poteva renderlo soddisfatto; perciocchè era
determinato di esporre senza riserva la sua tiara ed anche la vita per
castigare il duca di Ferrara. Soggiunse di non comprendere come mai
Massimiliano non approfittava dell'occasione, che gli veniva offerta, di
vendicarsi colle armi e col danaro altrui delle ingiurie senza numero
ricevute dai Francesi; che tale essere doveva lo scopo di tutti i
trattati, ed il prezzo de' sagrificj ch'egli imponeva ai Veneziani per
riconciliarli all'impero.
[118] _Jac. Nardi Hist. Fior., l. V, p. 222._
Il vescovo di Gurck disputò alcun tempo intorno a queste proposizioni,
ma sentivasi che non le aveva prevedute; in breve conobbe
l'impossibilità di conciliare le pretese di Giulio II colle affatto
diverse istruzioni che aveva ricevute dal suo padrone. Allora, atterrito
dall'impeto del pontefice, dichiarò di voler partire all'istante; ed
infatti, appena terminata l'udienza, partì da Bologna il 25 d'aprile
alla volta di Modena, amaramente lagnandosi del papa, ed intimando agli
ambasciatori di Spagna di far ritirare le trecento lance che il re
Cattolico, come sovrano di Napoli, aveva fin allora tenute al servigio
della santa sede[119].
[119] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 524. — Jac. Nardi, l. V, p. 222.
— Fr. Belcarii, l. XII, p. 362. — Par. de Grassis Diar. ap. Rayn.
1511, § 57 e seg., p. 102._
Il maresciallo Gian Giacopo Trivulzio era stato raffermato nel comando
dell'armata francese in Italia, ma nello stesso tempo aveva avuto ordine
di non disturbare le conferenze per la pace. Quando furono rotte per la
partenza del vescovo di Gurck, risolse di mostrare il partito che un
vecchio capitano poteva tirare dai mezzi che fin allora erano stati
trascurati dagl'inesperti e prosontuosi luogotenenti di Lodovico XII. Si
mosse in principio di marzo con mille dugento lance e sette mila fanti,
e nel primo giorno s'impadronì di Concordia[120]. Non volle egualmente
attaccare la Mirandola, onde non mostrarsi soltanto sollecito degli
stati tolti a sua figlia; ma, diretto dalla di lui esperienza, Gastone
di Foix, duca di Nemours, arrivato all'armata nel precedente anno, fece
prigioniero a Massa di Finale Gian Paolo Manfroni, distinto capitano de'
Veneziani, che colà si trovava con trecento cavaleggieri[121].
[120] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 72._
[121] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 525. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
362. — Mémoir. de Fleuranges, p. 74._
Aveva il papa mandato a Genova Alessandro Fregoso, vescovo di
Ventimiglia, per tentare di farvi nascere una ribellione. Questo prelato
venne arrestato per la vigilanza del Trivulzio, e fu condotto a Milano,
ove confessò tutti gl'intrighi di cui era incaricato[122]. Il Trivulzio
risolse di tirarne vendetta. Dopo avere rimontato il Panaro, sempre in
vista dell'armata nemica, lo passò finalmente a guazzo tra Spilamberto e
Piumaccio, e venne ad acquartierarsi in quest'ultimo villaggio, lontano
tre sole miglia dall'armata ecclesiastica. Questa, più non si trovando
coperta dal fiume, e non volendo avventurare una battaglia, ritirossi al
ponte di Casalecchio dietro al Reno, tre miglia sotto Bologna, in un
luogo forte, e reso famoso in principio del precedente secolo da una
grande battaglia[123].
[122] _Par. de Grassis Diar. Cur. Rom. apud Rayn. Ann. Eccl. 1511, §
58, p. 103._
[123] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 526. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
363._
Giorgio di Frondsberg, che in appresso acquistossi tanta riputazione
nelle guerre d'Italia, aveva raggiunto il Trivulzio con due mila
cinquecento landsknecht, che gli conduceva da Verona[124]; il Trivulzio,
dopo avere occupato Castelfranco, venne ad appostarsi sulla grande
strada tra questa fortezza e la Samoggia, irrisoluto intorno al partito
che prenderebbe. Giudicava pericoloso l'attaccare l'armata pontificia
nella forte posizione da lei occupata, e credeva ancora meno sicuro il
tentare un colpo di mano sopra Bologna, malgrado le istanze dei
Bentivoglio, che promettevano di eccitare nello stesso tempo una
sollevazione per mezzo de' loro partigiani. Il Trivulzio accordava poca
fede alle speranze degli emigrati, di cui il Chaumont aveva di fresco
sperimentata la vanità; ma la notizia che Giulio II aveva abbandonata
Bologna, troncò tutto ad un tratto le sue irrisoluzioni.
[124] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 81._
Il coraggio de' preti, siccome quello delle donne, è d'ordinario il
risultato dell'ignoranza del pericolo; così poche volte trovasi
proporzionato alla circostanza; talvolta sorprende colla sua temerità, e
talora si smentisce, quando uno spirito più tranquillo, o meglio
istrutto non vedrebbe ragione alcuna di turbarsi. Sentendo Giulio II che
il Trivulzio si era mosso, egli partì alla volta della sua armata, onde
colla sua presenza persuadere i suoi capitani a venire a battaglia. Il
duca di Urbino vi si era fin allora sempre rifiutato, e la ritirata
degli Spagnuoli, dopo la rottura delle negoziazioni col vescovo di
Gurck, lo teneva fermo in quest'opposizione, malgrado tutte le lettere
del papa. Aveva questi intenzione d'alloggiare il primo giorno a Cento;
ma fu costretto di trattenersi alla Pieve, perchè mille fanti, che
occupavano Cento, non volevano uscirne, se non se gli pagava il loro
soldo. Irritato dalla loro ostinazione, tornò all'indomani a Bologna;
egli fu colà che nuove particolarità intorno alla marcia del Trivulzio
gli inspirarono tutto ad un tratto quella paura, che pareva non avere
fin allora conosciuta. Pensò di ritirarsi a Ravenna in sicuro dai
pericoli della guerra; ma prima di partire, chiamò presso di sè il
senato de' quaranta di Bologna. Fece sentire ai senatori ch'egli era
stato quello che gli aveva liberati da dura schiavitù, che loro aveva
accordate molte esenzioni, distribuite grazie pubbliche e private, che
loro aveva abbandonata la nomina de' loro magistrati e l'amministrazione
delle pubbliche entrate, che il legato che loro dava altro non era in
Bologna che un monumento dell'alta signoria della Chiesa, perciocchè
limitatissimo era il di lui potere, e sempre regolavasi a seconda de'
loro consiglj. Che in fatto dopo che Bologna era tornata sotto
l'autorità della santa sede, il suo commercio aveva prosperato, le
manifatture eransi fatte più attive, e molti dei suoi concittadini
avevano ottenute le più sublimi dignità della gerarchia. Che il tempo
era venuto di mostrare se sapevano apprezzare così grandi vantaggi,
difendendo la città loro con energia contro quest'improvviso attacco.
Che dal canto suo non si prenderebbe minor cura della difesa di Bologna,
di quello che farebbe della stessa Roma; che aveva dato ordine ai
Veneziani di gettare un ponte a Sermidi sul Po, e di venire a
raggiugnere la sua armata; che aveva mandato danaro agli Svizzeri per
farne scendere dieci mila in Lombardia; che dimandava soltanto ai
Bolognesi di dirgli francamente se volevano o non volevano difendere la
loro città. Il priore del senato dei quaranta riepilogò nella sua
risposta tutte le espressioni di riconoscenza, di fedeltà, di divozione,
di coraggio, che gli somministrava lo studio della rettorica; e Giulio
II partì senza muovere alcun dubbio intorno alla bella difesa che
farebbero i Bolognesi[125].
[125] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 527. — P. Giovio Vita d'Alfonso
d'Este, p. 62. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 363. — Parisii de Grassis
Diar. ap. Rayn., § 58 p. 103._
Sebbene il pontefice fosse scortato dalle trecento lance spagnuole che
tornavano nel regno di Napoli, non osò prendere la diritta strada di
Ravenna, e passò per Forlì. Giulio II confidava oltremodo nel cardinale
di Pavia, cui aveva lasciato il comando di Bologna col titolo di legato.
Per altro questo prelato, signore di Castello del Rio, discendente
dell'antica famiglia degli Alidosi, ch'era stata sovrana d'Imola, aveva
invano domandato a Giulio II di rimettere i suoi nipoti nell'antico loro
principato, che da lungo tempo loro era stato tolto, ed i suoi nemici
pretesero, che, offeso dai rifiuti di Giulio, avesse fin d'allora
segretamente cercato tutti i mezzi di vendicarsi. Di concerto col senato
dei quaranta aveva il cardinale di Pavia fatto scelta dei venti capitani
della milizia sotto i quali tutta la gioventù di Bologna era stata
inscritta; e sia per imprudenza, o sia per infedeltà aveva acconsentito
che si prendessero quasi tutti tra i partigiani dei Bentivoglio. La
fazione, che richiamava questi antichi signori, e che si rallegrava,
vedendoli avvicinarsi nel campo del Trivulzio, erano in allora
assecondati dai ricchi proprietarj di terre che temevano che l'armata
francese guastasse le loro campagne, dai mercanti che temevano ancora
più pei loro magazzini e per le loro botteghe, in ultimo da tutti coloro
che senza avere precisamente sofferto sotto Giulio II sentivansi
umiliati dal governo de' preti. Costoro non tardarono ad avvedersi
d'essere in Bologna il partito più numeroso, e siccome per l'imprudenza
del legato trovavansi armati e padroni delle porte, questi non aveva
verun mezzo di farli ubbidire[126].
[126] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 529. — Jac. Nardi, l. V, p. 223.
— P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 64. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
364._
Quando il cardinale si avvide tutto ad un tratto della cattiva
disposizione delle milizie, volle far credere che il duca d'Urbino gli
avesse dato l'ordine di spedirle a Casalecchio: ma le milizie ricusarono
di uscire di città; volle in appresso far entrare mille uomini di
fanteria, comandati da Ramazzotto, ma gli stessi capitani delle milizie
non vollero ammetterli.
Questa doppia disubbidienza atterrì il cardinale di Pavia, il quale
sapeva di avere molti nemici e tra la nobiltà e tra il popolo; e che di
fresco aveva fatti ingiustamente perire tre o quattro distinti
cittadini. Quando fu notte, uscì travestito dal palazzo per rifugiarsi
nella fortezza, e così grandi erano il suo terrore e la sua
precipitazione, che dimenticò perfino di prendere il suo danaro ed i
suoi giojelli. Li mandò a cercare quando si vide in luogo di sicurezza,
ed appena ebbe ricevuta la sua cassetta uscì dalla fortezza per la porta
esterna, e si ritirò ad Imola con i cento cavalli che gli erano rimasti
per la sua guardia[127].
[127] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 529. — Diar. Parisii de Grassis
ap. Rayn., § 29, p. 103. — Ist. di Gio. Cambi, p. 262. — Fr.
Belcarii, l. XII, p. 364._
Quando si seppe in Bologna il 21 di maggio la fuga del legato, Lorenzo
Ariosti e Francesco Rinucci, due de' capitani della milizia, conosciuti
pel loro attaccamento ai Bentivoglio, attaccamento ch'era divenuto
maggiore per via delle persecuzioni sofferte, accorsero alle porte di
san Felice e di Lame, le atterrarono a colpi di scure, e le consegnarono
ai Bentivoglio, cui il Trivulzio aveva dato cento lance per occuparle.
Il campo del duca d'Urbino stendevasi da Casalecchio fino alla porta
chiamata Saragozza. Bentosto si ebbe avviso della fuga del legato e
della sollevazione del popolo bolognese; ed un panico terrore
s'impadronì all'istante del generale e dei soldati. Il duca d'Urbino
ordinò la ritirata, sebbene fosse già notte avanzata; le truppe si
posero in marcia con estremo precipizio, abbandonando tutte le loro
tende, i loro equipaggi, ed i loro commilitoni, che stavano di guardia
sull'opposta riva del fiume, ove non ricevettero verun ordine. I
Bolognesi osservavano dalle loro mura questo movimento dell'armata
pontificia, ed i Bentivoglio ne diedero avviso al Trivulzio. Il popolo,
sempre ardito contro coloro che fuggono, fece un'impetuosa sortita per
attaccare i soldati della Chiesa che passavano lungo le mura. Nello
stesso tempo i paesani scesero dalle montagne con ispaventose grida per
partecipare al saccheggio del campo. L'oscurità che accresce il terrore
e diminuisce il sentimento della vergogna, l'impensata rivoluzione de'
cittadini e dei contadini, il timore dell'armata francese, diedero
bentosto alla ritirata l'aspetto della fuga. Se Raffaello de' Pazzi, che
aveva il comando delle truppe lasciate sull'altra riva del Reno non
avesse al ponte di Casalecchio opposta ai Francesi una ostinata
resistenza, pochi o niun soldato del duca avrebbero potuto salvarsi.
All'ultimo la di lui posizione fu forzata, ed egli fatto prigioniere;
allora gli uomini d'armi francesi, inseguendo l'armata fuggiasca,
raggiunsero bentosto gli equipaggi e ricondussero al loro campo tante
bestie da soma cariche di bottino, che chiamarono questa disfatta,
ottenuta senza combattere, _la giornata degli asini_. Vennero in potere
dei Francesi ventisei pezzi di cannone, quindici de' quali di grosso
calibro, la bandiera del duca d'Urbino e molte altre, parte degli
equipaggi dell'armata della Chiesa, e quasi tutti quelli dell'armata
veneziana. Furono fatti prigionieri Orsino da Mugnano, Giulio Manfrone e
molti altri capitani, e fu dispersa quasi tutta l'infanteria: il solo
Ramazzotto, che con un corpo dell'armata veneziana occupava la montagna
di san Luca, riuscì, sebbene fosse assai tardi avvisato della disfatta
de' suoi compagni d'armi, a condurre a traverso alle montagne le sue
truppe fino in Romagna, senza perdere un solo uomo[128].
[128] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 530. — Jac. Nardi, l. V, p. 223.
— Mémoires du chev. Bayard, ch. XLVI, p. 208. — Mém. de Fleuranges,
t. XVI, p. 82. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 364. — P. Bembi Hist.
Ven., l. XI, p. 250._
Quando Giulio II ebbe avviso a Ravenna della presa di Bologna, ne fu
oltremodo dolente, perchè attaccava a quella conquista grandissima
importanza, risguardandola la più gloriosa impresa del suo pontificato.
La condotta del popolo bolognese lo afflisse ancora di più; egli, a dir
vero, non vi aveva sparso sangue, nè fatta violenza a veruna persona
della nobiltà o del popolo, ma furono riservati a lui solo tutti gli
oltraggi: la sua statua colossale di bronzo, lavoro di Michelangelo
Buonarotti, ch'era stata innalzata sulla facciata della chiesa di san
Petronio fu dal popolo atterrata in mezzo agli insulti ed al disprezzo,
ed i Bentivoglio la fusero per formarne un doppio cannone, col quale il
quinto giorno dopo la rivoluzione tirarono contro la fortezza[129]. Era
questa assai vasta e ben fortificata, ma nel momento del bisogno si
trovò sprovveduta di guarnigione, di vittovaglie, ed in particolare di
munizioni da guerra, di modo che il vescovo Giulio Vitelli, che ne aveva
il comando, fu costretto ad arrendersi dopo una settimana. I
Bentivoglio, i quali temevano che il re di Francia mettesse guarnigione
nella cittadella, indussero il popolo a spianarla. Il duca di Ferrara,
approfittando della ritirata dell'armata pontificia, avea ricuperato
Cento, Pieve, Cotignola, Lugo, e le altre piazze della Romagna toltegli
dal papa. Il Trivulzio avrebbe pure potuto occupare Imola; ma volle
aspettare gli ordini della corte di Francia, prima di spingere più oltre
una guerra, che ripugnava alla coscienza del re, e più ancora a quella
della regina Anna di Bretagna[130].
[129] _Mémoires de Fleuranges, t. XVI, p. 83._
[130] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 530. — Jac. Nardi, l. V, p. 224.
— Fr. Belcarii, l. XII, p. 364._
Francesco degli Alidosi, vescovo e cardinale di Pavia, e legato di
Bologna, poteva essere accusato come cagione di tanto disastro; la di
lui amministrazione aveva eccitato l'odio dei Bolognesi contro la
Chiesa, la sua imprudenza sollevata la città, e la sua viltà fatto
perdere e Bologna e l'armata che doveva difenderla. Tutti gli ufficiali,
che si erano sottratti alla disfatta di Casalecchio, rigettavano tutta
sopra di lui la vergogna del loro terrore e della loro fuga; ed il duca
di Urbino, suo antico nemico, l'accusava più scopertamente degli altri.
Dal canto suo il cardinale per giustificarsi accusava il duca d'Urbino
di tradire il papa, perchè sua moglie Eleonora Gonzaga era figliuola
d'Isabella d'Este, sorella d'Alfonso, che aveva sposato il marchese di
Mantova. Il duca, egli diceva, non cercò mai di buona fede di spogliare
lo zio della sua sposa; ed infatti lo stesso Fleuranges replica più
volte, che il duca d'Urbino era di cuore francese, e che desiderava la
pace[131].
[131] _Jo. Marianae Hist. Hisp., l. XXX, c. II, p. 302. — Jac.
Nardi, l. V, p. 224. — P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 64._
L'Alidosi si portò a Ravenna per giustificarsi, e Giulio II, che lo
amava, ed a lui ciecamente fidavasi, lo accolse con piacere, e lo invitò
a pranzare lo stesso giorno con lui. Infatti mentre tornava a palazzo,
scortato da suo cognato Guido Vaina, capitano della sua guardia, fu
incontrato dal duca d'Urbino. Questa pompa militare nel momento in cui
le disgrazie dell'armata procedevano tutte da lui, accrebbe oltremodo la
collera del duca; egli innoltrossi in mezzo ai soldati del legato, che
per rispetto gli facevano luogo, e lo pugnalò in sugli occhi di tutti.
Quando pochi istanti dopo fu dato avviso al papa di tale violenza, egli
si abbandonò a furibonde e disperate grida. Non dolevasi soltanto della
morte d'un cardinale, a lui tanto caro, ma ancora dell'offesa recata
alla dignità ecclesiastica, cui in tutto il corso del suo pontificato
aveva in ogni modo cercato di rendere più venerabile e sacra, e cui
adesso vedeva così sfacciatamente oltraggiata sotto i suoi proprj occhi,
ed inoltre dal suo proprio nipote. Lo stesso giorno, sempre oppresso dal
più angoscioso dolore, ripartì da Ravenna per tornare a Roma[132]; ma
era di poco giunto a Rimini, che per colmo di amarezza seppe che in
tutti i luoghi pubblici, a Modena, a Bologna ed in molte altre città, si
affiggevano cedole di convocazione di tutti i prelati ad un concilio
generale in Pisa per il giorno primo di settembre; e che veniva citato
egli stesso a recarvisi, affinchè la Chiesa fosse riformata nel suo capo
e nelle sue membra[133].
[132] _Par. de Grassis Diar. ap. Rayn. 1511, § 60, p. 103. — Mém. du
chev. Bayard, ch. XLV, p. 203. — Ist. di Gio. Cambi, p. 263. — Fr.
Belcarii Comm., l. XII, p. 365. — P. Bembi Hist. Ven., l. XI, p.
251._
[133] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 532. — P. Giovio Vita d'Alfonso
d'Este, p. 60. — Rayn. Ann. Eccl. 1511, § 1-7, p. 86 e seg. — Fr.
Belcarii, l. XII, p. 365._