CAPITOLO CVI.

_I Veneziani riprendono e difendono Padova; loro guerra nel

Ferrarese e loro disfatta alla Polisella. Giulio II gli assolve

dalla sentenza di scomunica. Campagna del principe d'Anhalt

nello stato di Venezia e sue crudeltà._

1509 = 1510.

Tra le angustie in cui si trovò il senato di Venezia dopo la disfatta di

Vailate, aveva presa la risoluzione di abbandonare tutti i possedimenti

di terra ferma, d'aprire tutte le sue porte ai nemici, di richiamare

tutte le guarnigioni, di sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà,

per ultimo di rinunciare tutto ad un tratto a ciò che per più secoli era

stato l'oggetto della sua politica, e di ridursi egli medesimo in più

basso stato che non avrebbe potuto farlo la contraria fortuna dopo molte

e tutte infelici battaglie. Una così strana risoluzione veniva da molti

risguardata come una singolare testimonianza della pusillanimità di così

illustre senato, da altri come quella della sua profonda politica.

Coloro che lo videro riconquistare in appresso con tanta difficoltà e

col dispendio di tanto danaro e di tanto sangue, ciò che aveva

abbandonato in un'ora sola, inclinavano ad accusarlo di vergognosa

debolezza. Altri per lo contrario, i quali osservavano, che con tale

abbandono, che aveva posto il colmo alla sua malvagia fortuna, la

repubblica aveavi ancora posto un termine; e che dopo tale epoca aveva

cominciato ad essere secondata da favorevoli circostanze, preferirono di

credere che il senato avesse prevedute tali circostanze, ed

anticipatamente calcolati tutti i vantaggi che poteva ottenere coll'atto

romoroso, col quale si assoggettava alla sorte. La signoria, che aveva

grandissimo interesse di far credere al popolo, che in verun tempo non

si era mai allontanata da quella prudenza, su di cui fondava il suo

miglior diritto al comando, si vantò in appresso d'avere colla sua

abilità dissipata la burrasca; e tutti gli storici veneziani gli

attribuirono in questa stessa occasione il merito della più profonda

antiveggenza.

Conviene non pertanto riconoscere che tutte le circostanze di questo

avvenimento annunziano un grandissimo e giustissimo terrore. Tutti i

mezzi erano in un medesimo istante venuti meno: l'armata trovavasi

totalmente disciolta; e le poche reclute che vi si conducevano con

inauditi sagrificj non compensavano le giornaliere perdite che arrecava

la diserzione. Il generale, conte di Pitigliano, non meno che il suo

collega Bartolomeo d'Alviano, allora prigioniere, erano ambidue vassalli

di Ferdinando il Cattolico. Vero è che prima della battaglia avevano

ricusato di ubbidire all'ordine di abbandonare il servigio de' nemici

del loro re[1], ma poteva temersi che non fossero inaccessibili a nuove

profferte quando fosse loro tolta ogni ragionevole speranza di buon

successo a più ostinata resistenza. Le città, spaventate dalla minaccia

del saccheggio e dalla ferocia degli oltremontani, non si mostravano

altrimenti apparecchiate a sostenere un assedio per conservarsi fedeli

alla repubblica. All'avvicinarsi di una rivoluzione, si risvegliavano le

loro antiche fazioni, ed i Guelfi ed i Ghibellini erano a vicenda

lusingati dalla speranza di essere protetti dal vincitore. I

gentiluomini veneziani, incaricati del comando delle piazze, vedevansi

esposti ad inevitabile prigionia, che avrebbe ruinate le loro famiglie

per le esorbitanti taglie che da loro esigeva il re di Francia. Tutto

pareva perduto; ogni cosa disperata; ed è perciò probabile che la

maggior parte de' senatori, scoraggiati da tanta sciagura, piegassero in

faccia ad un turbine cui credevano di non poter resistere.

[1] _Jo. Marianae de rebus Hispaniae, l. XXIX, c. XIX, p. 287._

Ma se per lo contrario i più abili politici tra i _pregadi_ avevano

calcolate le conseguenze della sommissione, i risultamenti non

ingannarono la loro aspettazione. Più d'uno stato venne distrutto dal

funesto errore dei popoli, che speravano di migliorare la loro sorte per

l'invasione degli stranieri. Il peso de' mali presenti, l'illusione di

un nuovo avvenire, persuasero spesse volte le città ad aprire le loro

porte ai pretesi liberatori. La è cosa utilissima il non lasciar

ignorare ai popoli che il nemico è sempre nemico. Se questo popolo non

manca di virtù correggerà egli medesimo i vizj del proprio governo; ove

ne manchi, li soffra pazientemente, riflettendo che non deve aspettare

la riforma dal nemico. Tosto che questi avrà occupata la città, ed avrà

in sua mano la provincia, non tarderà a far sentire quanto il suo giogo

sia più duro e più vergognoso che non quello de' suoi compatriotti. In

allora i traditori che lo avevano chiamato, e che si davano vanto d'un

amore ipocrita per il popolo, perdono ogni credito presso i loro

partigiani, e sono l'oggetto dell'orrore e del disprezzo de' loro

concittadini. Di quanti vantaggi il senato veneto potè sperare dal

subito abbandono di tutte le sue fortezze, fu questo il primo che

raccolse. Non erano ancora passate sei settimane da che le truppe

francesi e tedesche erano entrate nelle città veneziane, che i capi di

parte, che le avevano chiamate, più non ardivano sostenere lo sguardo

de' loro compatriotti.

Per lo contrario se i Veneziani avessero voluto ostinarsi in una inutile

resistenza, il delitto d'avere chiamati i nemici, che non attribuivasi

che a pochi individui, sarebbe stato quello di tutti gli abitanti. Da

Bergamo fino a Padova tutte le città sarebbersi rendute colpevoli di

ribellione per evitare gli orrori d'un assedio, e tutte sarebbersi in

conseguenza trovate costrette dalla loro ribellione a difendere i nuovi

possessori per sottrarsi alla vendetta degli antichi padroni.

Sciogliendole tutte dal giuramento di fedeltà, il senato diede loro

licenza di cedere alle circostanze senza rimorsi e senza timore

dell'avvenire. Si scaricò egli stesso di tutta l'odiosità della guerra;

ed oltre al non avere ancora loro chiesto verun doloroso sagrificio,

cercava pure di salvarle nell'istante medesimo in cui da loro si

separava; lasciando così sulle spalle de' nemici tutte le vessazioni

inseparabili dagli assedj e dalle ostili conquiste.

Questa politica otteneva pure un utile risultamento sia presso le

potenze nemiche che presso le neutrali. La coalizione di tutti contro un

solo, quand'è offensiva, è sempre imprudente ed impolitica. Giugne tosto

o tardi l'istante in cui ogni potenza sente il pericolo d'avere

rovesciato l'equilibrio degli stati. Altronde ognuna, cominciando a dare

esecuzione ai suoi progetti, vede sorgere imprevedute difficoltà ed

ostacoli, e la divisione delle spoglie del debole diventa la prima

cagione della divisione tra i forti. Finchè Venezia conservava una parte

delle province destinate ad altri dal trattato di Cambrai, si andava

dilazionando ogni discussione intorno alla nuova divisione, e la lega,

intenta solamente a vincere rimaneva sempre unita. Ma evacuando le

armate veneziane tutta la terra ferma, chiamarono gli alleati a dare

immediata esecuzione al trattato di Cambrai, e permisero che si

manifestassero tutte le gelosie ed i timori che quel trattato dovea

produrre. Frattanto il senato avea il vantaggio di avere tra le lagune

un sicuro asilo, ove la sede del governo, il tesoro, l'armata e la

flotta potevano tenersi senza sospetto, aspettando che le vessazioni dei

nemici dessero nuovi alleati alla buona causa.

Mentre Massimiliano, che nulla aveva fatto, nè attenuta veruna promessa,

proponeva di spingere ancora più in là quei successi, cui egli non aveva

contribuito, di prendere la stessa città di Venezia, di dividerla in

quattro giurisdizioni, fabbricando in ognuna una fortezza, e dandone una

in guardia ad ogni potenza alleata[2], Ferdinando il Cattolico, pago

d'avere ricuperati i suoi porti di mare, cominciava di già a desiderare

il ristabilimento della potenza veneziana; Lodovico XII, che aveva

acquistato tutto quanto eragli assegnato dal trattato di Cambrai, e che

non aspirava ad occupare altri paesi, aveva licenziata la sua

formidabile armata, e ritornava in Francia; finalmente Giulio II si

rimproverava di avere schiacciata la Custode delle porte d'Italia, e di

avere introdotti i barbari in seno a così bel paese. Le potenze neutrali

tremavano per la funesta preponderanza ottenuta dagli stati

condividenti, e quelle stesse, che per debolezza e per timore avevano

preso parte all'alleanza, facevano voti per vederla disciolta.

[2] _Jo. Marianae de Reb. Hisp., l. XXIX, c. XIX, p. 228. — Fr.

Guicciardini, l. VIII, p. 437._

Andrea Foscolo, ambasciatore della signoria a Costantinopoli, scrisse al

senato che il sultano Bajazette II gli aveva manifestato il dolore con

cui udì i disastri della repubblica, ed il suo rincrescimento che i

Veneziani non fossero a lui ricorsi, quando si videro minacciati da così

potente lega; aggiugneva d'essere apparecchiato ad assisterli con tutte

le sue forze di terra e di mare, come buono e fedele alleato e vicino.

Questa notizia giunse a Venezia quasi contemporaneamente alle prime

lettere degli ambasciatori mandati a Roma, che davano parte dell'estremo

orgoglio con cui erano stati ricevuti da Giulio II, e delle insultanti

sue inchieste. Aveva domandato che la repubblica abbandonasse a

Massimiliano tutti i suoi stati di terra ferma; che rinunciasse alla

sovranità del golfo Adriatico, ed a tutte le sue immunità

ecclesiastiche, ed umilmente confessasse d'avere peccato contro la santa

sede. Lorenzo Loredano, figlio del doge, propose alla signoria di

domandare immediatamente gli ajuti del sultano contro Giulio, certo meno

papa che carnefice de' Cristiani; ma i più savj senatori, che

conoscevano il carattere di Giulio II, pensarono che si dovesse qualche

cosa condonare alla di lui alterigia ed impetuoso temperamento, e che

quando non si rompessero con lui le negoziazioni, si ridurrebbe in breve

ad abbracciare con calore gl'interessi di quella stessa repubblica

ch'egli sembrava ancora perseguitare[3].

[3] _P. Bembi Hist. Ven., l. VIII, p. 183._

Massimiliano tenevasi sempre ai confini dell'Italia, continuando a

passare da un luogo ad un altro, senza che i suoi più favoriti

cortigiani ne sapessero mai il motivo. Credeva con tale profondo segreto

d'acquistarsi nome di grande politico, come colla incessante sua

attività quello di sommo capitano. Intanto l'armata, ch'egli avrebbe

dovuto ragunare, ancora non trovavasi in verun luogo, e le città che gli

si erano volontariamente date non avevano guarnigione bastante per tempi

di pace. Leonardo Trissino con trecento fanti tedeschi e Brunoro di

Serego con cinquanta cavalieri occupavano Padova, sebbene questa città,

vicinissima a Venezia, fosse una delle più esposte. I gentiluomini

padovani avevano quasi tutti abbracciato il partito imperiale, ed eransi

tra di loro divisi i palazzi ed i poderi che avevano i Veneziani nel

loro territorio[4]. Avevano sperato, dichiarandosi per l'imperatore, che

otterrebbero distinzioni alla sua corte, e che col di lui appoggio

otterrebbero di stabilire il sistema feudale nelle belle pianure della

Lombardia. Desideravano ardentemente di far rientrare i borghesi ed i

contadini di Padova in quello stato di abbietta sommissione, in cui

tenevano i loro vassalli e servi i gentiluomini dell'Austria e

dell'Ungheria. I Tedeschi non avevano comandato in Padova che

quarantadue giorni, e la nobiltà di quella terra aveva di già avuto il

tempo di far sentire a tutti i loro compatriotti quella arroganza che

andava crescendo in ragione che la patria era più umiliata; ma quanto

più la nobiltà rendevasi ligia all'Austria, la repubblica poteva avere

maggiore fiducia nell'attaccamento di tutti i contadini e di quasi tutti

i borghesi[5].

[4] _P. Bembi Hist. Ven., l. VIII, p. 186._

[5] _P. Bembi, l. VIII, p. 189. — Fr. Belcarii Rer. Gallic. Comm.,

l. XI, p. 323._

Per altro il doge Loredano non credeva ancora giunto l'istante di

riprendere l'offensiva; ma il senatore Molino comunicò ai senatori il

coraggio di ricominciare le battaglie. L'armata francese era licenziata,

Giulio II e Ferdinando lasciavano sperare che potrebbero staccarsi dalla

lega: il Molino giudicò quest'istante opportuno per azzuffarsi con

Massimiliano, e ritorgli colla forza ciò che gli era stato ceduto senza

resistenza. Il provveditore Andrea Gritti s'incaricò di sorprendere

Padova, ove teneva segrete intelligenze. Era cominciato il raccolto de'

secondi fieni, ed ogni mattina entravano in città carichi di questa

derrata tanti carri, che impedivano ai landsknechts, che stavano di

guardia alle porte, di vedere a qualche distanza. La mattina del 17 di

luglio Andrea Gritti fece avanzare per la porta di Coda Lunga un grosso

convoglio di carri di fieno; ma tra il quinto ed il sesto carro

trovavansi sei uomini d'armi veneziani, con sei pedoni dietro di loro.

Nell'istante in cui trovaronsi entro la porta, ognuno uccise un

landsknecht, indi suonarono il corno per chiamare i rinforzi. Il Gritti,

che li seguiva a poca distanza, occupò la porta con quattrocento uomini

d'armi, due mila cavaleggieri e tre mila fanti, prima che gli imperiali

avessero potuto apparecchiarsi alle difese. Nello stesso tempo

Cristoforo Moro, l'altro provveditore, con trecento fanti e due mila

contadini, faceva un falso attacco al portello per deviare l'attenzione

de' nemici[6].

[6] _Mém. du chev. Bayard, t. XV, ch. XXX, p. 77._

Padova era in allora, come lo è presentemente, una vastissima ma deserta

città, i di cui quartieri sono separati dalle mura, e formano

altrettante diverse città. In quelle strade senza abitatori la stessa

notizia dell'attacco non aveva potuto diffondersi, ed era presa la città

prima che la metà dei Padovani sapessero d'essere minacciati. Il

Trissino ed il Serego si ordinarono in battaglia colla loro poca truppa

in sulla piazza, sperando d'essere bentosto raggiunti dai gentiluomini,

ch'eransi mostrati così zelanti per la loro causa; ma niuno si mosse per

soccorrerli. I Tedeschi furono respinti con perdita nella fortezza, la

quale non essendo provveduta di vittovaglie dovette arrendersi dopo

poche ore. Non fu possibile di contenere i contadini, i quali

saccheggiarono i palazzi di ottanta gentiluomini i più parziali per gli

alleati, ed il quartiere degli Ebrei. La folla dei contadini del

vicinato accorreva per aver parte al saccheggio; e per lo stesso oggetto

partivano numerose barche da Venezia e rimontavano la Brenta ed il

Bacchiglione; finalmente prima di sera arrivò l'intera armata del

Pitigliano: ma i provveditori fecero bandire che cessasse il sacco sotto

pena di morte; ed in tal modo sottrassero Padova al totale esterminio.

All'indomani la fortezza capitolò, ed i suoi comandanti furono mandati

prigionieri a Venezia[7].

[7] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 439. — P. Bembi, l. VIII, p. 190.

— Anon. Padov. MS. presso Muratori Ann. d'Italia, t. X, p. 50. — P.

Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 24. — Jacopo Nardi, l. V, p. 209. —

Jo. Marianae de Reb. Hisp., l. XXIX, c. XX, p. 289. — Fr. Belcarii

Comment., l. XI, p. 324._

Il giorno in cui fu ricuperata Padova si consacrò dal senato ad una

solenne festa di rendimento di grazie: ed infatti in questo giorno potè

fissare l'epoca del risorgimento della repubblica. Tutto il territorio

di Padova seguì immediatamente la sorte della sua capitale. Vicenza, che

pure trovavasi in sul punto di sollevarsi, fu a stento contenuta da

Costantino Cominates, che v'introdusse tutte le truppe imperiali che gli

riuscì di raccogliere. Legnago colle sue fortezze aprì le porte ai

Veneziani, e diede loro un punto d'appoggio per essere a portata di

attaccare come loro meglio piacesse o Vicenza, o Verona. La torre

Marchesana, lontana otto miglia da Padova, che apriva l'ingresso del

Polesine di Rovigo, non fu salvata che dai pronti soccorsi mandati dal

cardinale d'Este[8].

[8] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 440. — P. Bembi, l. IX, p. 193._

Il vescovo di Trento, che si era incaricato della difesa di Verona, non

aveva in quella città che dugento cavalli e settecento fanti: temeva di

vedersela tolta ad ogni istante, e chiamò in suo ajuto il marchese di

Mantova. Questi, essendosi avanzato in sui confini del Veronese fino

all'isola della Scala, terra aperta in riva al Tartaro, press'a poco ad

eguale distanza tra Mantova e Verona, entrò in negoziazione con alcuni

Stradioti, che sperava di far disertare dall'armata veneziana; ma essi

lo ingannavano con un doppio trattato. Avevano avvisato Lucio Malvezzi e

Zittolo di Perugia, ch'eransi segretamente recati a Legnago con dugento

cavalli ed ottocento pedoni, e che investirono la Scala la notte del 9

agosto. Gli Stradioti, avvicinandosi, andavano ripetendo il grido di

guerra del marchese, onde non eccitare la diffidenza delle sue guardie:

altronde i contadini erano tutti per loro, e loro se ne aggiunsero

bentosto più di mille cinquecento. Boissì, luogotenente del marchese, e

nipote del cardinale d'Amboise, venne arrestato nel suo letto e fatto

prigioniere con tutti i suoi soldati; il Gonzaga fuggì in camicia fuori

da una finestra, e si nascose in un campo di miglio turco; ma, scoperto

dai contadini che ricusarono con inaudito disinteresse le prodigiose

somme loro promesse per la sua liberazione, lo consegnarono alla

signoria, che lo tenne in prigione nella torre del palazzo pubblico[9].

[9] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 442. — Anon. Padov. MS. presso

Murat. Ann. d'Italia, t. X, p. 51. — P. Bembi Hist. Ven., l. IX, p.

196. — P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 50. — Jac. Nardi Ist.

Fior., l. V, p. 210._

Erasi da principio creduto che questi due così subiti rovesci avuti

dalla lega, tratterrebbero Lodovico XII, che trovavasi tuttavia a

Milano, e non gli permetterebbero di tornare in Francia; ma questo

monarca, dopo d'avere conquistate le province altra volta milanesi, solo

oggetto della sua ambizione, cominciava ad avvedersi d'avere con un

fallace calcolo sagrificata la sicurezza del totale all'acquisto d'una

parte. La volubilità di Massimiliano gli faceva sentire quanto poco

potesse fidarsi d'un tale alleato, e malgrado la diffidenza che in

allora mantenevasi viva tra questo monarca e Ferdinando, l'avanzata età

dell'ultimo faceva prevedere vicino l'istante in cui il loro comune

nipote riunirebbe sul di lui capo le corone della Germania a quelle

della Spagna: allora quella stessa casa d'Austria, la di cui alleanza

era sì poco utile, diventerebbe una pericolosa nemica, ed il

possedimento delle province venete, che la Francia aveva poste in sua

mano, comprometterebbero il ducato di Milano.

Lodovico XII non desiderava, nè la vittoria de' Veneziani, troppo

giustamente contro di lui irritati, nè quella di Massimiliano, che

porrebbe tutta l'Italia a discrezione de' Tedeschi. L'imperatore

chiedeva ragguardevoli soccorsi d'uomini e di danaro, e non era prudente

consiglio il rifiutarli, perciocchè l'incostanza del suo carattere, e la

conosciuta disposizione delle altre potenze, rendevano possibile agli

occhi del re di Francia una alleanza di Massimiliano coi medesimi

Veneziani, colla Chiesa e con Ferdinando, per iscacciare i Francesi

d'Italia. Fra tanti dubbj e timori, accresciuti da così luminose

vittorie, Lodovico XII risolse di lasciare ai confini del Veronese la

Palisse con cinquecento lance, cui si unirono Bajardo e dugento

gentiluomini volontarj; loro ordinò di soccorrere, in caso di bisogno,

l'imperatore; ma egli tornò subito in Francia per togliersi ad ulteriori

istanze di più potenti ajuti. Sperò che l'imperatore ed i Veneziani

s'anderebbero reciprocamente consumando con una ruinosa guerra, e che

Massimiliano in circostanze d'estremo bisogno gli venderebbe Verona,

colla quale acquisterebbe la chiave dell'Italia dalla banda del

Tirolo[10].

[10] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 441. — Fr. Belcarii Comment.

Rer. Gallic., l. XI, p. 324._

Prima d'abbandonare la Lombardia aveva Lodovico XII conchiuso ad

Abbiategrasso un nuovo trattato d'alleanza col cardinale di Pavia,

legato di Giulio II. Il papa ed il re si obbligavano reciprocamente a

difendere gli stati l'uno dell'altro, riservandosi l'uno e l'altro la

libertà di trattare con chiunque volessero, purchè ciò non tornasse in

pregiudizio d'una delle due parti contraenti; ma il re prometteva dal

canto suo di non accettare la protezione di veruno mediato o immediato

feudatario della Chiesa, espressamente annullando qualunque protezione

di tale natura cui potesse inaddietro essersi obbligato. Distruggeva in

tal modo i solenni trattati che aveva stipulati coi duchi di Ferrara,

alleati ereditarj della casa di Francia. Il papa si riservava la nomina

ai beneficj attualmente vacanti in tutti gli stati del re; ma accordava

a Lodovico la nomina di quelli che si renderebbero in appresso

vacanti[11].

[11] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 440. — Fr. Belcarii, l. XI, p.

324._

Pareva finalmente che Massimiliano cominciasse ad arrossire dell'estrema

sua negligenza; egli risguardava la perdita di Padova come un affronto

personale, e le sue truppe, tanto tempo aspettate, arrivavano finalmente

ai confini. Rodolfo, fratello del regnante principe d'Anhalt, entrò nel

Friuli con dieci mila uomini. Dopo avere attaccato invano Montefalcone,

occupò Cadore[12], di cui uccise la guarnigione; mentre i Veneziani

s'impadronivano di Serravalle[13] e di Belluno. Dall'altro canto il duca

di Brunswick dovette abbandonare l'assedio di Udine, poi strinse

Cividale del Friuli, che Giovanni Paolo Gradenigo, provveditore di

quella provincia, valorosamente difese con cinquecento pedoni. In Istria

Cristoforo Frangipani, generale ungaro al servizio di Massimiliano, dopo

avere battuti i Veneziani presso Verme, occupò Castelnuovo e Raprucchio,

mentre che Angelo Trevisani, capitano delle galere della repubblica,

riprendeva Fiume ed attaccava Trieste. Tutte le quali province,

diventate il teatro della guerra, erano ridotte nella più spaventosa

desolazione, perciocchè la stessa città, lo stesso castello, erano in

pochi giorni presi e ripresi, ed ogni volta saccheggiati. I soldati

delle due armate erano egualmente barbari, egualmente stranieri al paese

in cui combattevano, e la loro cupidigia nella vittoria non veniva

contenuta da veruna disciplina. I Tedeschi, non contenti di tormentare i

contadini che cadevano nelle loro mani, aveano ammaestrati certi cani

per discoprire le donne ed i fanciulli appiattati ne' campi[14].

[12] Cioè il castello di Pieve di Cadore, capitale della provincia

di tal nome. N. d. T.

[13] Altro non può essere la Val di Sera di cui parla il nostro

autore. _N. d. T._

[14] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 443._

Non dubitavano i Veneziani, che quando fosse tutta unita l'armata

dell'imperatore, non attaccasse Padova; onde nulla ommisero per porla in

istato di resistere lungamente. Vi fecero entrare il conte di

Pitigliano, loro generale, con tutta la sua armata. Bernardino del

Montone, Antonio de' Pii, Lucio Malvezzi e Giovanni Greco, comandavano

la loro cavalleria, composta di seicento uomini d'arme, di mille

cinquecento cavaleggieri e di mille cinquecento Stradioti. Erano alla

testa di dodici mila fanti, i migliori dell'Italia, Dionigi Naldo,

Zittolo di Perugia, Lattanzio di Bergamo e Saccoccio di Spoleti; tutti i

quali capitani eransi acquistato gran nome nelle lunghe guerre d'Italia.

Inoltre il senato aveva mandati a Padova dieci mila fanti, schiavoni,

greci o albanesi, levati dalle galere della repubblica, che sebbene

inferiori agli Italiani chiamati _Brisighella_, erano pure capaci di

rendere importanti servigj[15].

[15] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 444-451. — Pietro Bembo, l. IX,

p. 199. — Mémoir. du chev. Bayard, t. XV, ch. XXXIII, p. 90._

I capitani veneziani avevano condotto a Padova un magnifico treno

d'artiglieria; ed avevano approfittato dei due fiumi che attraversano la

città per introdurvi tutte le munizioni necessarie in un lunghissimo

assedio. I contadini di tutta la provincia, temendo il vicino arrivo de'

Tedeschi, eransi affrettati di trasportare in Padova le messi in allora

raccolte, e vi si erano rifugiati ancor essi colle loro famiglie e colle

loro gregge: di modo che così vasta città, che d'ordinario era quasi

deserta, aveva potuto raccogliere entro le sue mura una popolazione

quasi quattro volte maggiore della consueta. Nè tanta gente erasi tenuta

oziosa, perciocchè coll'ajuto di tante braccia si aggiunsero ogni giorno

nuove fortificazioni al ricinto della città. Le fosse eransi riempiute

d'acqua fin quasi al livello del terreno, le porte furono tutte coperte

da opere avanzate, ed alle cortine, giudicate troppo lunghe, erano stati

aggiunti nuovi bastioni. Tutte queste opere esteriori erano minate, e

caricate le mine, onde poterle far saltare quando gli assediati fossero

forzati ad abbandonarle. Le mura venivano sostenute in tutta la loro

estensione da un largo terrapieno, dietro al quale erasi cavata una

seconda fossa larga sedici braccia, ed altrettanto profonda, ed

internamente difesa da casematte. Finalmente, al di dietro di questa

fossa, cingeva tutta la città un nuovo baluardo ancor esso armato

d'artiglieria. In tal modo veniva Padova difesa da una triplice linea di

fortificazioni, che presentava quasi l'immagine di quelle che costumansi

nell'età presente[16].

[16] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 451. — Fr. Belcarii, l. XI, p.

327._

Affinchè la costanza degli assediati fosse proporzionata agli immensi

apparecchj destinati a sostenere l'assedio, i Veneziani vollero dare una

luminosa prova ai Padovani ed all'armata, ch'essi associavano la

salvezza della repubblica a quella di questa città, e che perduta questa

non si riserbavano altre speranze. Le leggi e le costumanze della

repubblica escludevano i gentiluomini veneziani dal servigio delle

armate di terra, mentre gli avevano in ogni tempo incoraggiati a servire

sulle flotte. Ma in un'assemblea del senato il venerabile doge, Leonardo

Loredano, persuase i suoi compatriotti a deviare da quest'antica

costumanza, ed a permettere ai giovani gentiluomini di dar prove del

loro zelo, ovunque il loro valore potrebbe riuscire utile alla patria,

dichiarando che i suoi due figli, Luigi e Bernardo, anderebbero a

chiudersi in Padova con cento fanti da loro assoldati. Il suo esempio

eccitò una nobile emulazione, e cento sessanta nobili veneziani andarono

a rinforzare la guarnigione di Padova, tutti conducendo un numero di

militari proporzionato alla ricchezza della loro famiglia[17].

[17] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 444. — P. Bembi, l. IX, p. 199._

Finalmente Massimiliano aveva raggiunta la sua armata, e stabilito il

suo quartiere generale al ponte della Brenta, tre miglia lontano da

Padova; mentre stava colà aspettando l'artiglieria che gli doveva essere

condotta dalla Germania, aveva attaccati i castelli dei Monti Euganei:

Este e Monselice furono presi d'assalto, e Montagnana capitolò. In

appresso Massimiliano occupò Limena, dove una fortezza protegge la

divisione delle acque della Brenta, facendone scorrere una parte verso

Padova, e l'altra per Vico d'Arzere al mare. Di già i suoi zappatori

avevano atterrata porzione dell'argine che impedisce al fiume di

scorrere con tutte le sue acque pel letto naturale, quando il lavoro

venne d'ordine dell'imperatore improvvisamente interrotto, senza che mai

si potesse penetrarne il motivo; e fu lasciato in tal modo ai Padovani

il godimento delle loro acque. Massimiliano aveva inoltre tentato

d'impadronirsi del divisorio delle acque del Bacchiglione a Longara, ma

gli Stradioti, che battevano la campagna, mai non permisero a' suoi

guastatori di terminare i loro lavori[18].

[18] _P. Bembi Hist. Ven., l. IX, p. 197._

Quando giunse l'artiglieria tedesca, Massimiliano stabilì il suo campo

in faccia alla porta di santa Croce; e perchè vi si trovava troppo

esposto al fuoco degli assediati, lo trasportò avanti a quella del

Portello, che conduce a Venezia, tra la Brenta ed il Bacchiglione. Colà

pose il suo quartiere generale soltanto il giorno 15 di settembre, dopo

avere guastato tutto il paese vicino, ma dopo avere altresì dato ai

Veneziani tutto il tempo necessario per terminare i loro apparecchj di

difesa[19].

[19] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 449. — P. Bembi, l. IX, p. 198._

Trovavansi sotto gli ordini di Massimiliano, La Palisse con settecento

lance francesi, Luigi Pico della Mirandola con dugento lance di papa

Giulio II, il cardinale Ippolito d'Este con altrettante del duca di

Ferrara, il cardinale Gonzaga con un numero simile di Mantova, e

seicento uomini d'arme italiani al soldo dell'imperatore sotto diversi

condottieri. L'infanteria consisteva in diciotto mila fanti tedeschi,

ossia _landsknecht_, in sei mila Spagnuoli, in sei mila avventurieri di

varie nazioni, ed in due mila Ferraresi. Eransi condotti dalla Germania

centosei pezzi d'artiglieria montati sulle loro ruote; sei bombarde

erano così grosse, che non si erano potute collocare sui loro carri;

quando erano poste al loro luogo rimanevano immobili, e non potevano

tirare più di quattro volte al giorno. Erano giunti da Milano e da

Ferrara due altri treni d'artiglieria, ed in tutto contavansi nel campo

dell'imperatore dugento cannoni sui loro carri. Da più secoli non eransi

impiegate mai tante forze nell'attacco e nella difesa di una città.

L'armata di Massimiliano ammontava dagli ottanta ai cento mila uomini, e

sebbene non fosse quasi mai pagata, il soldato, che amava la bravura e

la prodigalità dell'imperatore, che sapeva di essere da lui amato, e che

si rifaceva sopra gli sventurati abitanti della mancanza di danaro del

suo generale, non pensava ad abbandonarlo[20].

[20] _Mémoir. du chev. Bayard, par son loyal serviteur, ch. XXXII,

p. 84. — Mém. du jeune adventureux maréchal de Fleuranges, t. XVI,

p. 57. — Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 450. — Petri Bembi Hist.

Ven., l. IX, p. 198. — Jac. Nardi, l. V, p. 211._

Fin allora l'imperatore non avea dato agl'Italiani che lo spettacolo

della sua versatilità, della sua mancanza di fede e delle sue

prodigalità; ma ne' primi giorni dell'assedio di Padova, dispiegò ai

loro occhi quell'attività, quell'intelligenza militare e quel valore

personale, che rendettero ai Tedeschi tanto cara la di lui memoria. Egli

aveva il suo alloggio nel convento di sant'Elena, lontano un quarto di

miglio dalle mura; il suo campo, che occupava tre miglia d'estensione,

trovavasi in quasi tutta la sua linea sotto al fuoco della piazza; e

Massimiliano vi si esponeva continuamente. Vedevasi sempre in mezzo agli

operaj per dirigere ed affrettarne i lavori; ed infatti colla sua

attività le batterie si aprirono su tutta la linea nel termine di cinque

giorni[21].

[21] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 452. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.

V, p. 211._

Quattro giorni dopo che le batterie giuocavano, furono aperte nelle mura

diverse brecce praticabili, onde all'indomani Massimiliano ordinò in

battaglia l'esercito per dare l'assalto; ma durante la notte i Padovani

avevano potuto introdurre nuove acque nelle fosse, e l'attacco venne

giudicato impraticabile, finchè non fossero diminuite. Convenne

impiegare ventiquattr'ore per farle scolare, dopo di che Massimiliano

attaccò il bastione che cuopre la porta di Coda Lunga; ma fu respinto;

risoluto però di voler prenderlo ad ogni modo, fece avanzare da questa

banda l'artiglieria francese, che allargò notabilmente la breccia, e

dopo due altri giorni diede un secondo assalto. I fanti tedeschi e

spagnuoli, incoraggiati dall'emulazione fra le due nazioni, penetrarono

all'ultimo per la breccia dopo una furiosa zuffa, nella quale perdettero

moltissima gente, e si stabilirono sul bastione. Ma non l'ebbero i

Veneziani appena abbandonato, che diedero fuoco a tutte le mine, la di

cui esplosione fece perire la maggior parte de' vincitori, tra i quali i

più distinti compagni d'armi e soldati della scuola di Gonsalvo di

Cordova[22]. Nello stesso tempo gli imperiali costernati vennero

furiosamente attaccati da Zittolo di Perugia, e scacciati da tutte le

opere che avevano con tanto loro danno occupate[23].

[22] _Jo. Marianae de Reb. Hisp., l. XXIX, c. XX, p. 289._

[23] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 453. — P. Bembi Hist. Ven., l.

IX, p. 201. — Jac. Nardi Hist. Fior., l. V, p. 211._

Questa rotta scoraggiò tutta l'armata, ed intiepidì l'ardore di

Massimiliano. Gli assediati non tenevansi chiusi entro le mura; e gli

Stradioti, che avevano voluto mantenersi ne' sobborghi, battevano

continuamente la campagna. Vero è che non mancavano agli assedianti le

vittovaglie, perciocchè, malgrado tutta l'autorità del governo veneziano

e lo zelo dei contadini, non era stato possibile di spogliare affatto

così ricca campagna; onde i saccomanni non ebbero mai bisogno di

allontanarsi più di sei miglia dal loro quartiere per trovare munizioni

da bocca. Ma se l'assedio si fosse protratto ancora alcun tempo, le

truppe avrebbero all'ultimo provate le conseguenze della loro

indisciplina e della povertà del loro capo[24].

[24] _Mém. du chev. Bayard, ch. XXXIV, p. 94._

Prima che i Veneziani avessero chiusa la breccia per la quale erano

entrati gli Spagnuoli ed i Tedeschi, e dove tanto avevano sofferto,

Massimiliano fece proporre alla Palisse di far mettere piede a terra ai

suoi uomini d'armi per montare all'assalto coi _landsknecht_. Ma, così

consigliato da Bajardo, La Palisse rispose, che questo corpo francese

era tutto composto di gentiluomini, e che non sarebbe cosa onesta il

farli combattere in compagnia dei pedoni tedeschi, ch'erano ignobili. Se

l'imperatore, soggiunse, voleva far mettere piede a terra a' suoi

principi ed alla sua nobiltà tedesca, la nobiltà francese loro

mostrerebbe la strada della breccia. Massimiliano comunicò questa

provocante risposta ai Tedeschi, i quali risposero che non

combatterebbero che come si conveniva a gentiluomini, cioè a cavallo.

Massimiliano impazientato abbandonò il campo, allontanandosi quaranta

miglia in sulla strada della Germania, e lasciando ordine ai suoi

luogotenenti di levare l'assedio[25]. Questi ritirarono la loro

artiglieria il tre di ottobre, sedici giorni dopo l'apertura della

trincea, e portarono il quartiere generale a Limena, lungo la strada di

Treviso. Dopo pochi giorni Massimiliano li ricondusse a Vicenza, ove poi

ch'ebbe ricevuto da quel popolo solenne giuramento di fedeltà, congedò

la maggior parte del suo esercito[26].

[25] _Mém. du chev. Bayard, ch. XXXVII et XXXVIII, p. 116-127. —

Mémoir. de Fleuranges, t. XVI, p. 58._

[26] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 453. — P. Bembi, l. IX, p. 203.

— P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 24. — Fr. Belcarii, l. XI, p.

328._

Con questo inutile tentativo aveva Massimiliano perduta gran parte della

sua riputazione, e Chaumont era venuto nel Veronese per conferire con

lui. L'imperatore gli disse: che ove il re di Francia non gli desse

potenti ajuti, troverebbesi in breve esposto ancor esso a perdere le sue

conquiste; che i Veneziani di già pensavano ad attaccare Cittadella e

Bassano; che non mancherebbero di portare in appresso le loro armi

contro di Este, Monselice e Montagnana, e che il solo mezzo di tenerli a

freno era quello di attaccare Legnago colle forze riunite francesi e

tedesche. Ma il governo francese non era altrimenti disposto ad

incaricarsi solo delle spese e dei pericoli di una guerra, i di cui

vantaggi non erano suoi; e quando Massimiliano, dopo molte

irrisoluzioni, prese la strada di Trento, La Palisse ritirò le sue

truppe dal territorio veronese per rientrare nello stato di Milano[27].

[27] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 455. — Bembi Hist. Ven., l. X,

p. 205._

Le armate di questa lega, in addietro così formidabile, eransi ritirate

da tutte le bande. Omai i Veneziani, invece di temere per sè medesimi,

minacciavano coloro che avevano invase le loro province; ed inoltre la

malintelligenza cominciava ad introdursi tra i loro nemici. Lagnavasi

Massimiliano d'essere stato abbandonato dai suoi confederati,

incolpandoli de' suoi infelici successi. Il re di Francia si doleva del

papa, che, fondandosi sulla circostanza che il vescovo di Avignone era

morto nella corte di Roma, aveva conferito quel vescovado, invece di

lasciarne la nomina al re; ed il risentimento del re si spinse

tant'oltre, che furono per suo ordine confiscate tutte le entrate degli

ecclesiastici romani nel ducato di Milano[28].

[28] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 455. — Fr. Belcarii, l. XI, p.

329. — Parisii de Grassis Diar. Curiae Rom., t. III, p. 485. — Rayn.

Ann. Eccl. 1509, § 20, p. 70._

Finalmente cedette Giulio II, ma suo malgrado: altero, impetuoso e ad un

tempo diffidente, verun altro sentimento più omai non nodriva per la

corte di Francia, che la malevolenza ed il desiderio di vendicarsi:

fondavasi sul religioso rispetto dei popoli e sulle forze della Chiesa,

e non voleva essere spalleggiato da verun confederato: s'alienava nello

stesso tempo da tutti, e, se pure prendeva tuttavia qualche parte nella

guerra, era in favore dei Veneziani. Pure non gli aveva per anco

assolti; voleva preventivamente farli rinunciare alla giurisdizione del

loro _Visdomino_ in Ferrara, come cosa indecente in un feudo della

Chiesa, ed all'esclusivo diritto che si arrogavano della navigazione e

del commercio nel mare Adriatico[29].

[29] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 456._

I Fiorentini, accecati a dismisura dalla loro gelosia contro Venezia,

desideravano prosperi successi alla lega di Cambray, ed avevano mandato

ambasciatori a Massimiliano, quando era entrato in Italia, per regolare

con esso lui tutte le pretese della camera imperiale, rispetto alla

quale non avevano potuto andare d'accordo un anno prima. Massimiliano

avanti che lasciasse Verona accolse questi ambasciatori, tra i quali

trovavasi Pietro Guicciardini, padre dello storico. Le sue finanze erano

affatto esauste, urgenti i suoi bisogni, e perciò le sue domande furono

assai più moderate di quelle fatte a Macchiavelli nel 1508. Mercè il

pagamento di quaranta mila fiorini, da farsi in quattro termini avanti

la fine di febbrajo, assolse i Fiorentini da tutti i censi non pagati, e

da tutte le investiture di cui potessero andargli debitori; riconfermò i

loro privilegj su tutti i feudi imperiali ch'essi possedevano, ed

inoltre si obbligò a non turbare, nè ad attaccare giammai il loro

governo[30].

[30] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 454. — Jac. Nardi, l. V, p. 212.

— Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 289. — Diario del Bonaccorsi, p.

144. — Legazione del Macchiavelli a Mantova, missione del 10 di

novembre 1509, t. VI, p. 289._

Intanto le armate Veneziane andavano facendo rapidi progressi. Il

provveditore, Andrea Gritti, si accostò a Vicenza, e la vista delle

insegne di san Marco cagionò subito una sollevazione in quella città, di

cui gli furono aperte le porte il 26 di novembre. Il principe d'Anhalt,

che ne aveva il comando, ritirossi nella cittadella con Fracassa di

Sanseverino, ma dopo tre giorni fu costretto a capitolare[31]. Se,

invece di perdere un tempo troppo prezioso nell'assedio di questa

fortezza, il Gritti si fosse immediatamente recato sotto Verona, questa

città, che di già tumultuava, gli avrebbe pure aperte le porte. Il

vescovo di Trento, cui Massimiliano l'aveva data in guardia, ebbe tempo

di farvi entrare trecento lance francesi sotto gli ordini di Daubignì,

ed un grosso corpo d'infanteria spagnuola e tedesca. Non pertanto tutte

queste truppe appena bastavano a contenere gli abitanti, i quali,

minacciati, insultati, saccheggiati a vicenda dai soldati di tutte le

nazioni che alloggiavano nelle loro case, ardentemente desideravano il

paterno governo degli antichi padroni. L'armata veneziana, dopo un mal

diretto attacco sopra Verona, si divise in due corpi, uno de' quali

ricuperò Bassano, Feltre, Cividale e Castelnovo del Friuli, l'altro

riprese Monselice, Montagnana ed il Polesine di Rovigo[32].

[31] _Fr. Guicciardini l. VIII, p. 458. — P. Bembi, l. IX, p. 205. —

Fr. Belcarii, l. XI, p. 330. — Macchiavelli Legazione a Mantova,

lett. 1, 17 novembre 1509, t. VII, p. 293._

[32] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 458. — P. Bembi, l. IX, p. 208.

— Macchiavelli Legazione lett. 4, 22 novembre 1509, ex Verona, p.

298._

Questo corpo d'armata, teneva ordine di dare esecuzione contro la casa

d'Este ad una vendetta che sommamente stava a cuore alla repubblica. I

Veneziani non sapevano perdonare al debole loro vicino, che aveva tanto

tempo vissuto sotto la loro protezione, d'essersi approfittato dei loro

disastri per attaccarli, quando si trovavano oppressi da tutti i loro

nemici; l'insulto de' piccoli, che abusano del momentaneo trionfo de'

loro alleati, eccita assai più profondi risentimenti che le più gravi

ingiurie de' potenti. Il primo uso che far voleva il senato delle sue

forze tendeva a dimostrare che non era poi caduto in così basso stato da

non potersi far rispettare da un duca di Ferrara. Angelo Trevisani, che

aveva il comando della flotta, dopo avere incendiato Trieste proponevasi

d'attaccare Ancona, Fano o le città di Ferdinando nella Puglia; ma la

signoria lo richiamò, e malgrado la sua ripugnanza ad innoltrarsi nel

letto di un fiume, gli ordinò di andare, di concerto coll'armata di

terra, a punire il duca Alfonso nella sua stessa capitale[33].

[33] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 459. — P. Bembi Hist. Ven., l.

IX, p. 207._

La flotta veneziana entrò in Po per la foce delle Fornaci, bruciò

Corbola, e si avanzò fino a Lago Scuro, bruciando lungo le due rive da

lei percorse i palazzi, i castelli ed i villaggi. Lago Scuro è il porto

di Ferrara sul Po; non è discosto più di due miglia dalla città; ed i

cavaleggieri veneziani ch'erano venuti a porsi sotto la protezione della

flotta, partivano da Lago Scuro per portare la desolazione in tutto il

territorio ferrarese. Il gusto che aveva Alfonso, duca di Ferrara, per

le arti meccaniche, gli aveva procurata la più bella artiglieria

dell'Europa. La fonderia dei cannoni era stata il suo maggior

divertimento, l'oggetto principale del suo lusso, ed ora giovò alla sua

difesa. Egli innalzò le sue batterie a Lago Scuro, sulle rive del fiume,

e costrinse la flotta del Trevisani a ritirarsi fin sotto a Polisella,

ov'ella gettò l'ancora dietro una piccola isola[34].

[34] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 460. — P. Bembi Hist. Ven., l.

IX, p. 209. — P. Giovio vita di Alfonso da Este, p. 26._

Per porre in tale situazione i suoi vascelli in sicuro, il Trevisani

alzò due bastioni sulle due rive del fiume, e gli unì con un ponte. Il

30 dicembre Alfonso tentò di sorprendere questi trinceramenti, e fu

respinto con grave perdita. In questa zuffa fu fatto prigioniero dagli

schiavoni Ercole Cantelmo, emigrato di Napoli, e figlio del duca di

Sora; e perchè non potevano fra di loro accordarsi gli schiavoni

rispetto alla divisione di così ricca preda, uno di loro gli troncò il

capo con un colpo di sciabola. L'Ariosto invocò la compassione delle

future età per questo giovine, uno de' più distinti cortigiani del duca,

e l'amico del poeta[35].

[35] _Ariosto, Orlando Furioso, canto 36, st. 6-8. — Petri Bembi, l.

IX, p. 209. — Paolo Giovio vita di Alfonso, p. 27._

Frattanto Chaumont, non volendo lasciar perire il duca di Ferrara, venne

a Verona, e diede voce di marciare sopra Vicenza, con che sforzò

l'armata veneziana ad allontanarsi dalla flotta per difendere gli stati

della repubblica; il cardinale d'Este, approfittando della circostanza

che il Trevisani non era più padrone della campagna intorno alla

Polisella, fece di notte trasportare un grosso treno d'artiglieria in

faccia alla flotta. Le acque del fiume erano in modo cresciute per le

dirotte piogge, cadute in que' giorni, che le navi sorgevano quasi a

livello delle dighe. Il cardinal d'Este fece in queste praticare alcune

aperture, e collocarvi con grandissimo silenzio parecchi cannoni al

dissopra ed al dissotto della flotta. Il rumore delle acque, che in

allora scorrevano impetuose oltre l'usato, celarono i lavori del nemico

al Trevisani, il quale non aveva altronde preveduto che il subito

innalzamento del fiume permetterebbe di collocare l'artiglieria a fior

d'acqua. Il 22 dicembre allo spuntare del giorno fu risvegliato dal

continuo fuoco di queste batterie a lui ignote, ed alle quali le sue

navi non potevano sottrarsi nella lunghezza di tre miglia. Non avendo

sufficienti truppe da sbarco per attaccarle ed impadronirsene, perdette

il senno, ed in cambio di far tagliare la diga del fiume, per la quale

operazione, spargendosi le acque sul territorio ferrarese, sarebbersi in

modo abbassate nell'alveo del fiume, che la flotta non sarebbe stata

così esposta al fatal fuoco della batteria, egli, credendo la cosa

affatto disperata, fuggì sopra una piccola barca in principio

dell'azione. Quasi tutti gli equipaggi de' vascelli seguirono l'esempio

del loro capo, quando videro una galera bruciata e due altre colate a

fondo. Quasi due mila persone perirono sotto i colpi del nemico, o

furono sommerse; e furono dal cardinale d'Este condotte in trionfo a

Lago Scuro quindici galere, molte piccole navi, e sessanta bandiere. Il

Trevisani avrebbe dovuto pagare colla sua testa tanta imprudenza e tanta

viltà; ma così grande era il numero dei gentiluomini che avevano

prevaricato nell'ultima campagna, che formavano un partito nello stato,

e reciprocamente si difendevano, onde il Trevisani non fu punito che

coll'esilio di tre anni[36].

[36] _P. Bembi Hist. Ven., l. IX, p. 211, l. X. p. 218 — Fr.

Guicciardini, l. VIII, p. 462. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 331. — Jac.

Nardi Hist. Flor., l. V, p. 213. — Ariosto Orl. Fur., can. III, st.

57._

Per tal modo la campagna del 1509 terminava pei Veneziani con una

disfatta quasi egualmente strepitosa quanto quella che avevano avuta in

principio. Ma la distruzione della flotta alla Polisella non ebbe le

funeste conseguenze di quella dell'armata di terra a Vailate. Da niun

canto trovavansi avere addosso nemici in istato di trarne vantaggio. I

Francesi vendevano la loro protezione a Massimiliano, e si facevano

cedere il castello di Valleggio sul Mincio, che solo mancava alla loro

linea di difesa. Spedivano inoltre a Verona soldati e danaro per pagare

la truppa tedesca, a condizione però che occuperebbero le principali

fortezze di quella città; ma nemmeno con tali sussidj i generali

tedeschi erano in grado di tenere la campagna. Bajardo, che coi Francesi

era entrato in Verona, non sapeva trovare pascolo alla sua attività che

combattendo cogli stratagemmi e colle sorprese il suo antagonista Gian

Paolo Manfrone; ed intanto macchiava la sua gloria con frequenti

crudeltà, ricordate con ostentazione dal suo leale servitore, perchè non

venivano esercitate che sopra soldati ignobili, ai quali i gentiluomini

non credevano dovuta niuna compassione[37].

[37] _Mémoires de Bayard, c. XXXIX e XL, p. 127-148. — Fr.

Guicciardini, l. VIII, p. 463._

Il duca di Ferrara era ancora meno degli altri a portata di approfittare

dei suoi vantaggi: il papa, che non perdeva veruna occasione di far

sentire che questo duca era feudatario della Chiesa, e che di già

pensava a riconciliarlo coi Veneziani, da loro chiese ed ottenne, che

non spingerebbero più oltre le loro vendette contro Ferrara, e che

restituirebbero ad Alfonso la città di Comacchio presa e bruciata il 4

di settembre. Il duca si riputò felicissimo di potere a tal prezzo

sospendere le ostilità[38].

[38] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 463._

In principio del seguente anno 1510, i Veneziani perdettero il supremo

comandante delle loro armate, che tanto si confaceva col suo pacato e

cauto carattere alla prudenza del senato, sebbene a motivo della sua

lentezza e diffidenza potesse forse accagionarsi della disfatta di

Vailate. Niccolò Orsini, conte di Pitigliano, sfinito dalle fatiche

sostenute nella difesa di Padova, si era fatto portare a Lonigo, nel

territorio di Vicenza, ove morì di lenta febbre in sul finire di

febbrajo in età di sessantott'anni. La signoria fece trasferire il suo

cadavere a Venezia, e gl'innalzò un magnifico mausoleo con statua

equestre nella Chiesa de' santi Giovanni e Paolo[39].

[39] _Ivi. — P. Bembi, l. X, p. 216._

Frattanto i Veneziani avevano acconsentito a tutto quanto loro chiedeva

il papa: avevano rinunciato all'appello al concilio generale; promesso

di non frapporre ne' loro stati ostacoli alla giurisdizione

ecclesiastica; rinunciato al diritto di nominare un visdomino in

Ferrara, e per ultimo dato licenza a tutti i sudditi della Chiesa di

navigare e di commerciare liberamente nel mare Adriatico[40]. Avevano

mandata a Roma un'ambasciata composta di sei de' più riputati cittadini

della repubblica, ed il pontefice loro accordò il 24 febbrajo del 1510,

seconda domenica di quaresima, l'assoluzione dalle censure, senza

imporre ai loro ambasciatori altra penitenza che quella di visitare le

sette basiliche di Roma; levò inoltre dal ceremoniale d'assoluzione i

colpi di bacchetta, che il papa ed i cardinali in tempo della recita del

_Miserere_ dovevano dare agli scomunicati, colpi che in alcune fresche

circostanze eransi scambiati in dura flagellazione sulle spalle de'

penitenti spogliati di tutte le loro vesti[41].

[40] Il trattato di pace presso _Rayn. Ann. Eccl 1510, § 2-6, p. 73.

— P. Bembi, l. IX, p. 213. — Jac. Nardi, l. V, p. 213._

[41] Giornale di Paride de' Grassi, maestro delle cerimonie del

papa, presso il _Rayn. An. Eccl. 1510, § 7-10, p. 74. — Fr.

Guicciardini, l. VIII, p. 467. — P. Bembi, l. X, p. 218. — P. Giovio

vita di Alfonso, p. 32._

Gli ambasciatori di Massimiliano e di Lodovico XII eransi caldamente

adoperati per impedire questa riconciliazione de' Veneziani colla

Chiesa; ma Giulio II non si lasciava facilmente svolgere dalle sue

risoluzioni; egli aveva concepito un sommo disprezzo per Massimiliano,

che giudicava incapace di mai eseguire ciò che aveva premeditato; invece

Lodovico XII gli si era renduto estremamente sospetto; il papa non

temeva meno il di lui potere che la di lui debolezza, e condiscendenza a

tutte le volontà del cardinale d'Amboise, ch'egli risguardava sempre

come apparecchiato a contrastargli il pontificato. Perciò Giulio II si

adoperava caldamente per distruggere la grande autorità che Lodovico XII

erasi nell'ultima guerra acquistata in Italia: e cercava nello stesso

tempo di fargli muovere guerra dall'Inghilterra, di disgustarlo cogli

Svizzeri e di staccarlo dal duca di Ferrara.

Enrico VII, re d'Inghilterra, era morto il 21 aprile del 1509; e

sebbene, morendo, avesse caldamente raccomandato a suo figliuolo, Enrico

VIII, di tenersi in pace colla Francia, questi, potendo disporre di un

ragguardevole tesoro, e vedendo ricercarsi avidamente la sua alleanza da

tutte le potenze d'Europa, era montato in tanto orgoglio, che credeva di

avere in suo potere la bilancia del continente. Nelle feste di Pasqua

del 1510, Giulio II gli mandò la rosa d'oro, regalo in allora spedito

ogni anno dalla santa sede a quel sovrano di cui maggiormente apprezzava

la protezione[42]. Non pertanto, nell'istante medesimo in cui Giulio II

gli faceva queste aperture per ridurlo ad attaccare la Francia, Enrico

VIII soscriveva in Londra il 23 marzo del 1510 un nuovo trattato di pace

con Lodovico XII, non riservandosi che il diritto di potere difendere la

Chiesa quando fosse dal re di Francia attaccata[43].

[42] _Rymer Foedera et Conventiones, t. XIII, p. 275._

[43] _Ivi, p. 270. — P. Bembi, l. X, p. 221._

Miglior fine ebbero le pratiche di Giulio II cogli Svizzeri. Orgogliosi

costoro per tutte le vittorie ottenute in Italia da Carlo VIII e da

Lodovico XII, volevano che tutta la gloria ne fosse data alla loro

fanteria; si persuadevano che le armate francesi non potessero

combattere senza di loro, e pretendevano un prezzo assai maggiore alla

loro alleanza. Perciò ricusavano di rinnovare il trattato, omai giunto

al suo termine, quando la Francia non acconsentisse di accrescere di

sessanta mila franchi l'annua pensione che loro pagava, oltre molti

altri particolari stipendj agli uomini più autorevoli di ogni cantone.

Lodovico XII, irritato da tale inchiesta, dichiarò che in verun modo non

assoggetterebbe la corona di Francia all'insolenza di un'aggregazione di

contadini e di montanari. Fece una parziale convenzione coi Valesani e

coi Grigioni, e pensò di non aver bisogno de' soccorsi de' cantoni.

Dall'altro canto Giulio II si era guadagnato Matteo Schiner, che nel

1500 era stato promosso al vescovado di Sion, e che sempre erasi fatto

conoscere accanito nemico de' Francesi. Colla di lui interposizione

trattò colla confederazione: promise ad ogni cantone una pensione di

mille fiorini del Reno; li persuase ad accettare la protezione degli

stati della chiesa, facendosi accordare il privilegio di levare nella

Svizzera, e per conto della santa sede, tutti i soldati di cui potesse

avere bisogno[44].

[44] _Fr. Guicciardini l. IX, p. 469. — Josias Symler descriptio

Vallesiae et Alpium, l. II, p. 159. — Jac. Nardi, l. V, p. 215. —

Fr. Belcarii, l. XI, p. 335._

Giulio II erasi lusingato di essersi obbligato senza limiti il duca di

Ferrara, facendogli restituire la città di Comacchio, e non lasciando

che i Veneziani lo attaccassero durante l'inverno. Era questi il solo

feudatario della Chiesa cui avesse mostrato de' riguardi, e perciò se ne

riprometteva un'illimitata ubbidienza: ma estrema fu la di lui collera,

quando vide il duca di Ferrara stringere sempreppiù i legami che aveva

colla Francia, e rendere la sua politica subbordinata a quella di

Lodovico XII. Siccome il papa era tuttavia in pace con questo monarca, e

non si dipartiva dal trattato di Cambray, non poteva ascrivere a delitto

ad Alfonso un'alleanza, che a niente l'obbligava che contrario fosse ai

suoi doveri verso la santa sede. Andò perciò in traccia di altri torti:

gli fece proibire di far sale a Comacchio in pregiudizio delle saline

pontificie stabilite a Cervia. Rispose Alfonso, che quando i Veneziani

possedevano Cervia, lo avevano per forza obbligato ad una convenzione,

che gli vietava di raccogliere il sale che la natura formava sul di lui

territorio; ma che non era stretto dalla stessa obbligazione verso la

Chiesa, e che Comacchio, ove raccoglieva il sale, non era altrimenti un

feudo della santa sede, ma dell'impero. Voleva Giulio II annullare

nuovamente il contratto dotale fatto da Alessandro VI pel matrimonio di

sua figlia; chiedeva che l'annuo censo pagato da Ferrara fosse portato

dai cento fiorini ai quattro mila, e che i varj castelli di Romagna,

recati da Lucrezia Borgia in dote ad Alfonso, fossero renduti alla

Chiesa. Rispondeva il duca che il suo trattato con Alessandro VI era

della stessa natura di tutti quelli che stipulava la Chiesa; ch'era

stato sanzionato colle medesime autorità, e che, non avendolo egli

violato, non era giusto che l'altra parte contraente si sciogliesse

dalle sue obbligazioni[45].

[45] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 470. — Raynaldi, Ann. Eccl. 1510,

§ 13, p. 75._

Lodovico XII prendeva le difese del duca di Ferrara, in virtù del

trattato con cui erasi obbligato a proteggerlo pel prezzo di trenta mila

ducati. Ma questo stesso trattato era un nuovo delitto agli occhi del

papa, perchè contrario alla lega di Cambray ed alla posteriore

convenzione di Abbiate Grasso. Lodovico XII, che temeva di romperla

affatto coll'impetuoso pontefice, cercava invano espedienti per

conservare la sua influenza sul ducato di Ferrara, risguardato come

importantissimo alla sicurezza del Milanese, e per soddisfare Giulio II

riconciliandolo con Alfonso[46].

[46] _Fr. Guicciardini, l. IX, p, 472. — Fr. Belcarii, l. XI, p.

338._

Non avendo avuto effetto queste negoziazioni, Lodovico XII giudicò

conveniente di stringere più intimamente la sua alleanza con

Massimiliano, e di ricominciare la guerra contro Venezia con forze

abbastanza considerabili da intimidire il papa, e troncare tutte le di

lui pratiche. Chaumont entrò nel Polesine di Rovigo con mille

cinquecento lance, e dieci mila fanti di diverse nazioni. A questi

aggiunse Alfonso dugento uomini d'armi, cinquecento cavaleggieri, e due

mila fanti; dal canto suo il principe d'Anhalt trasse fuori da Verona

l'armata imperiale, composta di trecento lance francesi, di dugento

uomini d'armi, e di tre mila fanti tedeschi; e dopo essersi unito a

Chaumont tutta l'armata si avanzò alla volta di Vicenza[47].

[47] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 471. — P. Bembi Hist. Ven., l. X,

p. 228._

Per fare testa a quest'invasione, i Veneziani erano impazienti di dare

un successore al conte di Pitigliano. I diversi condottieri che si erano

separatamente obbligati al loro servigio, non erano subbordinati gli uni

agli altri, e tale era la vicendevole gelosia, che, dando la preferenza

ad alcuno di loro, il senato temeva di dare motivo a tutti gli altri di

ritirarsi. D'uopo era, per soddisfare al loro amor proprio, che il

generalissimo fosse principe sovrano. Questa difficoltà consigliò la

signoria a dare il comando delle sue truppe a Francesco Gonzaga, duca di

Mantova, ch'ella teneva allora in prigione. Il doge lo fece venire in

palazzo e gli comunicò quest'inaspettata disposizione, che fu ricevuta

colla più alta riconoscenza. Il doge si limitò soltanto a chiedergli un

pegno della sua più che dubbiosa fedeltà; Gonzaga offrì tosto in

ostaggio suo figlio Federico, e scrisse subito alla consorte di

consegnarlo ai Veneziani. Ma la Marchesana ed il suo consiglio erano

affatto devoti alla Francia, e, non volendo esporsi al risentimento de'

Francesi e de' Tedeschi, che da ogni banda circondavano lo stato di

Mantova, ricusarono di consegnare il figlio, e Francesco Gonzaga restò

prigioniere[48].

[48] _P. Bembi Ist. Ven., l. X, p. 223._

In allora i Veneziani cercarono un generale tra i feudatarj della

Chiesa, a ciò il papa acconsentendo. Avevano essi assoldati due Vitelli

di città di Castello, nipoti di quel Vitellozzo, che Cesare Borgia aveva

fatto perire: a Lorenzo Orsini, signore di Ceri, che ottenne poi tanta

celebrità sotto il nome di Lorenzo di Ceri, avevano dato il comando di

tutta la loro infanteria; ed all'ultimo risolsero di dare il bastone di

generalissimo a Gian Paolo Baglioni di Perugia, che, per le sue aderenze

colla repubblica fiorentina, aveva dato luogo a molti dubbj intorno alla

sua fedeltà, e che non pertanto si mostrò degno della confidenza in lui

dal senato riposta[49]. L'armata, che la repubblica gli affidava, era in

allora composta di seicento uomini d'armi, di quattro mila cavaleggieri

e Stradioti, e di otto mila fanti; e non trovandosi abbastanza forte per

resistere all'armata combinata de' Francesi e degl'imperiali, si andò

sempre ritirando, abbandonando il Vicentino ai nemici fino alla

Brentella, ove si afforzò. Era in tal luogo coperta da tre fiumi, dalla

Brenta, dalla Brentella e dal Bacchiglione, mentre che faceva custodire

Treviso e Mestre da sufficienti guarnigioni[50].

[49] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 469. — P. Bembi, l. X, p. 227._

[50] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 473. — Fr. Belcarii, l. XII, p.

339._

Gli sventurati Vicentini trovavansi esposti a tutta la ferocia de' loro

nemici. I Veneziani non avevano creduta la loro città in istato di

tenere lungamente, ove fosse assediata, e non vollero esporsi a perdere

la guarnigione che avrebbe dovuto difenderla. I Vicentini spedirono una

deputazione al principe d'Anhalt, generale di Massimiliano, per

impetrare grazia. Ma il principe, che stava in Vicenza quando si era

sollevata la città, rispose che i Vicentini erano colpevoli di

ribellione contro il loro legittimo sovrano l'imperatore; che altro

partito loro non restava che quello di porre a sua discrezione i loro

beni, l'onore e la vita, senza lusingarsi ch'egli chiedesse così

assoluta sommissione soltanto per dare maggiore risalto alla sua

magnanimità, loro perdonando; che anzi dichiarava di volerli a sua

discrezione, perchè Vicenza fosse al mondo miserando esempio del castigo

che merita la ribellione[51].

[51] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 474. — Fr. Belcarii, l. XII, p.

339._

I deputati Vicentini non riportarono ai loro compatriotti che questa

desolante risposta; ma l'insolente barbarie dei Tedeschi contribuì ad

ingannare la loro cupidigia. Fin dal principio della guerra i Vicentini

avevano dovuto affaticarsi sempre nel salvare le loro ricchezze dal

saccheggio. Non essendo la città loro lontana più di diciotto miglia da

Padova, aveva colà poste in sicuro le loro donne, i figli, ed i migliori

effetti. Il corso del Bacchiglione aveva facilitato il trasporto delle

cose loro: onde quando si avvicinarono i Tedeschi, gli uomini seco

trasportarono anche gli oggetti di minore importanza che tuttavia

restavano in Vicenza; e questa città, abbandonata dal principe d'Anhalt

al saccheggio, non satollò in verun modo la cupidigia dei suoi

soldati[52].

[52] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 477._ — Sembra che in allora,

dietro i consigli di Chaumont, siasi accontentato di una

contribuzione di 50,000 ducati per salvare le case. _P. Bembi, l. X,

p. 225. — Gio. Cambi, p. 238._

Parte de' Vicentini e degli abitanti delle vicine campagne avevano

scelto un altro luogo di rifugio. Ne' monti, alle di cui falde è posta

Vicenza, trovasi un vasto sotterraneo, chiamato la grotta di Masano o di

Longara, scavata dalla mano degli uomini per levarne le pietre che

servirono a fabbricare Vicenza e Padova. Assicurasi che si stende a

molta profondità, formando un labirinto, i di cui scompartimenti non

comunicano gli uni cogli altri che per mezzo di angusti passaggi, e che

talvolta sono pure occupati dalle acque.

Non avendo questo sotterraneo che un angusto ingresso, può facilmente

essere difeso, e nella precedente campagna aveva servito di rifugio agli

abitanti del vicinato. Vi si erano ritirati coi loro effetti sei mila

sventurati; le donne ed i fanciulli occupavano il fondo della grotta,

gli uomini ne custodivano l'ingresso. Un capitano di avventurieri

francese, chiamato l'Herisson, scoprì questo ritiro, ed invano cercò di

penetrarvi colla sua truppa; vietandoglielo l'oscurità e gli andirivieni

del luogo; ma risolse di soffocarvi tutti coloro che vi si trovavano, e

perciò riempì di fascine la parte che aveva occupata, e vi appiccò il

fuoco. Alcuni gentiluomini Vicentini, che trovavansi tra i rifugiati,

supplicarono allora i Francesi, che fosse loro permesso di redimere con

una taglia sè stessi, le loro mogli e figli, e tutti coloro che

appartenevano a nobil sangue. Ma i contadini, loro compagni

d'infortunio, gridarono che tutti dovevano assieme perire o salvarsi.

Frattanto tutta la caverna ardeva, e la sua bocca rassomigliava quella

di una fornace. Gli avventurieri aspettarono che il fuoco avesse

terminati i suoi guasti, prima di visitare il sotterraneo e di estrarne

la preda acquistata con tanta crudeltà. Tutti i miseri rifugiati erano

periti soffocati, ad eccezione di un giovinetto, che, trovandosi vicino

ad uno spiraglio, riceveva un poco d'aria. Verun corpo era stato

danneggiato dal fuoco, ma la sola loro attitudine faceva conoscere le

angosce che sofferte avevano prima di morire. Molte donne gravide

avevano partorito fra que' tormenti, ed i loro figliuoli erano morti

colle madri. Quando gli avventurieri portarono la loro preda al campo, e

raccontarono come l'avevano conquistata, eccitarono l'universale

indignazione: il cavaliere Bajardo recossi alla caverna col carnefice

dell'armata, e fece appiccare in sua presenza, in mezzo a questa scena

d'orrore, due di que' miserabili che avevano acceso il fuoco. Ma nè pure

questo castigo potè presso gl'Italiani cancellare la memoria di tanta

inumanità[53].

[53] _Mémoires du chev. Bayard, c. XL, p. 152. — Mém. de Fleuranges,

t. XVI, p. 55. — Fr. Guicciardini, l. IX, p. 477. — P. Bembi, l. X,

p. 225. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 340. — Gio. Cambi, Ist. Fior., p.

239._

Altronde la negligenza di Massimiliano nel mandare il soldo alle sue

truppe esponeva le città, in cui queste soggiornavano, alle più crudeli

vessazioni: la sola Verona, dice il Fleuranges, ch'era presente, fu

saccheggiata tre volte in una settimana dai Landsknecht, che non avevano

nè viveri, nè denaro[54]. Massimiliano sempre loro annunciava

l'imminente suo arrivo, ma omai cominciavasi a non prestar fede alle sue

parole, o alle sue promesse, ed i soldati Tedeschi, impazienti di

aspettare inutilmente, partivano senza congedo.

[54] _Mémoires de Fleuranges, t. XVI, p. 63._

Il Chaumont, gran maestro di Francia e governatore di Milano, era oramai

stanco di continuar solo una guerra, i di cui frutti non erano raccolti

dal suo padrone. Prima per altro di ritirarsi, trovò conveniente di

porre in sicuro le precedenti sue conquiste, impadronendosi della città

e del porto di Legnago, che, posto in su le due rive dell'Adige, dava ai

Veneziani grandissima facilità di portare la guerra su quello de' vicini

stati che meglio amassero di attaccare.

La guarnigione di Porto Legnago aveva avuta la precauzione d'inondare

tutto all'intorno il paese posto sulla sinistra dell'Adige; ma il

capitano Molard, entrando co' suoi avventurieri, che formavano la

vanguardia di Chaumont, nell'acqua fino al petto, sloggiò la fanteria

italiana, la pose in fuga, e la inseguì con tanta rapidità, ch'entrò

insieme alla medesima in Porto Legnago. Tentarono i fuggiaschi di

attraversare l'Adige, ma vi si annegarono quasi tutti. La guarnigione

della città, posta sulla destra del fiume, non tenne miglior contegno.

Carlo Marino, provveditore veneziano, fu il primo ad abbandonare

vilmente il suo posto, per salvarsi nella cittadella, ch'egli rese

bentosto per capitolazione, restando così prigioniere de' Francesi con

tutti i gentiluomini veneziani, mentre i soldati furono rimandati

senz'armi[55].

[55] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 479. — P. Bembi, l. X, p. 226. —

Fr. Belcarii, l. XII, p. 340. — Jac. Nardi, l. V, p. 214. — P.

Giovio vita di Alfonso, p. 35. — Mémoires du cheval. Bayard, c. XL,

p. 149._

Il piacere che poteva dare a Chaumont la conquista di Legnago, venne

amareggiato dalla notizia, che colà ricevette della morte di suo zio, il

cardinale d'Amboise, al di cui favore andava egli debitore della sua

rapida fortuna. Giorgio d'Amboise, che aveva esercitato il più assoluto

impero sul suo padrone, e che, dopo la coronazione di Lodovico XII,

aveva solo diretta la politica francese, era morto a Lione il 25 di

maggio del 1510. Sebbene i suoi talenti non si sollevassero oltre la

mediocrità, la di lui perdita fu universalmente compianta: egli, se non

altro, intendeva gli affari, e conosceva le potenze con cui la Francia

doveva trattare, ed i varj loro interessi; invece Lodovico XII, il

quale, dopo la morte del suo favorito, pretese di governare da sè solo,

non aveva nè conoscenza degli uomini e delle cose, nè memoria, nè

applicazione. Diventato geloso della propria autorità, più non permise

che i ministri operassero in di lui nome, senza consultarlo; e non

osando questi ricordargli ciò che poteva riuscirgli spiacevole, la

negligenza e la dimenticanza facevano andare a male i migliori progetti.

Florimondo Robertet che successe al cardinale nella direzione delle

finanze e degli affari esteri, non dissimulò egli stesso a Niccolò

Macchiavelli, che in allora trovavasi legato della repubblica fiorentina

in Francia, il danno grandissimo che la morte del suo predecessore

cagionerebbe agli affari[56].

[56] _Macchiavelli Legaz. alla corte di Francia, lettera 16 da Blois

del 2 settembre 1510, t. VII, p. 380. — Mém. de Bayard c. XL, p.

151._

Al cardinale d'Amboise devono ascriversi quel buon ordine nelle finanze

e que' riguardi pei popoli nella percezione delle imposte, che

rendettero cara la memoria di Lodovico XII, malgrado la debolezza del

suo spirito, e le sciagure del suo regno. Ma questo ministro economo e

ordinato non era altrimenti disinteressato. Lasciò un'eredità di undici

milioni di lire, equivalenti a cinquantacinque milioni della moneta

presente, acquistati in dodici anni d'un'amministrazione di cui non

rendeva verun conto. Col suo testamento dispose per trecento mila scudi

in legati; Giulio II pretese che tali somme derivassero dai beni della

Chiesa, de' quali il cardinale d'Amboise non aveva diritto di disporre,

e li riclamò per la camera apostolica. Questa bizzarra inchiesta non

fece che accrescere la malintelligenza tra la Chiesa e la Francia[57].

[57] _Hist. de la Diplomatie française, t. I, l. II, p. 293. — Fr.

Guicciardini, l. IX, p. 479. — P. Bembi Ist. Ven., l. X, p. 226._

Stando ancora a Legnago il Chaumont ricevette l'ordine di licenziare la

fanteria de' Grigioni e del Valese che teneva sotto i suoi ordini; di

lasciare cento lance e mille fanti nella terra di nuovo conquistata, e

di ricondurre il rimanente dell'armata nello stato di Milano: per altro

pochi giorni dopo ebbe un contr'ordine ottenuto dalle pressanti istanze

di Massimiliano. Il re gli ordinava di continuare ad assecondare i

Tedeschi per tutto il mese di giugno, ed infatti in sul declinare di

questo mese prese Cittadella, Marostica e Bassano, indi Scala e

Covolo[58]. Ma Lodovico XII era ad ogni modo determinato di non voler

tenere in campagna un'armata tanto ragguardevole senza proprio

vantaggio, e sperava, minacciando ogni giorno di richiamare il Chaumont,

di ridurre all'ultimo Massimiliano a cedergli Verona e la sua provincia.

Per lo contrario l'imperatore credevasi sempre vicino all'esecuzione de'

suoi progetti, e mai non rinunciava alle sue speranze, sebbene fosse

sempre incapace di ridurle ad effetto. Chiese un secondo dilazionamento

di un mese, promise che nel termine di un anno rimborserebbe i cinquanta

mila ducati, che in questo mese costerebbe al re l'armata di Chaumont;

che inoltre rimborserebbe altri cinquantamila ducati, di cui era

precedentemente debitore, e che, non facendolo, lascerebbe Verona e

tutto il suo territorio per pegno nelle mani del re di Francia[59].

[58] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 479. — P. Bembi, l. X, p. 229._

[59] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 480. — Jac. Nardi, l. V, p. 214. —

Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXIX, c. XXIII, p. 294._

Massimiliano aveva trattato con Ferdinando il Cattolico per avere la sua

cooperazione in questa campagna, nella quale riponeva le sue vaste

speranze; gli aveva a tale oggetto abbandonata senza riserva

l'amministrazione della Castiglia, eredità del comune loro nipote, ed il

cardinale d'Amboise era stato il mediatore di questo trattato così poco

conforme agl'interessi della Francia. Per ottenere che Massimiliano

desistesse dalla tutela di Carlo, Ferdinando aveva promesso tutto quanto

gli si era chiesto, con ferma intenzione di fare in appresso nascere

ostacoli all'esecuzione delle promesse. Erasi riservata l'alternativa di

spedire all'armata imperiale nel Veronese o truppe o danaro; e perchè

Massimiliano, sempre mancante di danaro, desiderò piuttosto danaro che

gente, appunto per tale ragione Ferdinando mandò i soccorsi in natura.

Il duca di Termini si pose in viaggio con quattrocento lance spagnuole

per raggiugnere l'armata; ma si avanzò così lentamente, che non arrivò

al quartier generale prima della fine di giugno[60].

[60] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 480. — P. Bembi, l. X, p. 229. —

Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXIX, c. XXIII, p, 294. — Fr.

Belcarii, l. XI, p. 337. — Mém. de Bayard, t. XV, c. XL, p. 151._

L'armata combinata cominciò poi a mancare di vittovaglie, perchè si era

condotta con tanta barbarie ed indisciplina in queste due campagne, che

aveva assolutamente spogliato d'ogni cosa questo paese de' più ricchi e

fertili del mondo; oltre di che aveva provocato contro di sè il più

implacabile odio de' contadini, e reso più tenace il loro attaccamento

per la repubblica. Erano questi affezionati con tanto entusiasmo al

governo della loro patria, che nè le minacce, nè le promesse, nè

l'aspetto del patibolo stesso potevano ridurli ad abiurare san Marco, ed

a gridare _viva l'imperatore!_ Il vescovo di Trento ne fece appiccare

molti in Verona, onde punire così nobile costanza[61]. L'assistenza de'

contadini rendeva facili e sicure le spedizioni degli Stradioti. Essi

intercettavano i convogli ed i carrettieri, e sorprendevano i corpi

staccati: in una di queste occasioni cadde nelle loro mani Soncino

Benzone di Crema, e, sebbene questo capo di parte si trovasse in allora

ai servigi del re di Francia, Andrea Gritti lo fece immediatamente

appiccare, perchè, essendo gentiluomo veneziano ed incaricato di un

comando in Crema, sua patria, aveva data per tradimento questa città ai

Francesi[62].

[61] _Macchiavelli Legazione a Mantova lettera 6, da Verona 26

novembre 1509, t. VII, p. 304._

[62] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 481._

Il castello di Monselice era uno dei principali asili degli Stradioti

per le scorrerie loro alle spalle dell'armata nemica: desso è posto

sopra una delle più elevate cime de' monti Euganei, che s'innalzano essi

medesimi in mezzo ad un piano formato e livellato dalle acque, tra

Vicenza, Padova, Rovigo e Legnago: era circondato quel castello da tre

ricinti, il più basso de' quali richiedeva per lo meno due mila uomini

per difenderlo, ed i Veneziani non ne tenevano in Monselice che sette

cento sotto gli ordini di Martino di Borgo san Sepolcro. Non pertanto

questi sortirono con estrema audacia per attaccare un corpo di

landsknecht. Ma oppressi dal numero, vivamente inseguiti, essi

soggiacquero alla fatica; vennero forzati nel primo ricinto, ed

inseguiti con tanta rapidità che non ebbero tempo di chiudersi nel

secondo; non valsero a difendersi nel terzo, sebbene le mura si

andassero ristringendo, come richiede la forma della montagna a guisa di

pane di zucchero: e la stessa torre, posta in sulla sommità del colle,

non valse a salvarli. Invano offrirono d'arrendersi; salva soltanto la

vita; i Tedeschi non vollero dar quartiere; appiccarono il fuoco alle

legne ammucchiate nel fondo della torre, e ricevettero sulla punta delle

picche quegli sciagurati che tentavano di fuggire per le feritoje. Con

eguale furore i Tedeschi distrussero tutte le case di quella grossa

borgata, una delle più ridenti dell'Italia[63].

[63] _Mém. du chev, Bayard, c. XL, p. 157. — Fr. Guicciardini, l.

IX. p. 481. — P. Bembi, l. X, p, 230. — Fr. Belcarii, l. XII, p.

342. — P. Giovio vita d'Alfonso d'Este, p. 36._

Malgrado le tante volte ripetute promesse, Massimiliano non giugneva mai

all'armata. Dopo la perdita fatta nel precedente anno sotto Padova, più

non lusingavasi di avere quella piazza, ma faceva istanza a Chaumont

d'attaccare Treviso, che credeva di poter occupare con maggior facilità.

Gli rispondeva il Chaumont: che quella città era egualmente difesa da

una forte armata; ch'egli non vedeva ingrossarsi la sua colle promesse

truppe tedesche, e senza le quali nulla poteva intraprendere; ch'era

stato di già forzato a staccare il duca Alfonso d'Este e Chatillon, per

difendere lo stato di Ferrara pel quale cominciava ad essere inquieto;

che tutta la campagna all'intorno di Treviso era guastata, onde l'armata

non vi troverebbe vittovaglie, e difficilmente vi farebbe giugnere i

convogli, perchè gli Stradioti battevano la campagna, ed erano secondati

con zelo da tutti i contadini. Ma mentre ancora duravano queste dispute

tra Chaumont e Massimiliano, il primo ebbe dal suo signore espresso

ordine di lasciare all'armata imperiale Preci con quattrocento lance e

mille cinquecento fanti spagnuoli, che teneva al suo soldo, e di

ricondurre con sollecitudine il resto dell'armata nel ducato di Milano,

dove lo rendevano necessaria inaspettati pericoli[64].

[64] _Fr. Guicciardini l. IX, p. 482. — P. Bembi Ist. Ven., l. X, p.

231. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 342._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16) · 第 2 / 13 题