PER UN ROMANZO

(UGO OJETTI: _Il Vecchio_, romanzo--Milano, Casa Editrice Galli,

1898.)

Un'opera d'arte bisogna accettarla qual'è, senza cercarvi l'attuazione

delle teoriche dell'autore, se queste son note.

È riuscita bella? Tanto meglio per le teoriche e per l'artista. È in

contraddizione con esse? Tanto peggio per le teoriche. L'importante è

che un'opera d'arte sia una bell'opera d'arte.

Secondo me, l'artista può mettersi in piena contraddizione col

critico, nella stessa persona. Discutere intorno ai principii estetici

è funzione molto diversa dall'adoperare l'immaginazione nel creare. E

pensavo appunto questo, leggendo i primi capitoli di _Il Vecchio_.

La lunga agonia della moglie del senatore Alessandro Zeno; il triste

via vai dei parenti, degli amici, degli indifferenti; le estreme cure

date dal marito e dal figlio al cadavere della morta; tutti i minuti

particolari, fino al ritorno dall'accompagnamento al cimitero, che

dànno vivissima la sensazione della nauseabonda realtà, mi

richiamavano alla memoria le invettive contro i così detti _realisti_,

accusati di compiacersi di descrizioni repugnanti. E il non aver

voluto evitare d'incorrere nello stesso biasimo, e l'aver anche

calcato un po' la mano su certi punti, mi sembravano begli atti di

coraggio e di sincerità artistica dell'autore.

«Fece uno sforzo supremo; premette col fazzoletto le gote fredde

(_della morta_); ma sotto la pressione troppo forte, il siero

all'improvviso pullulò dalla bocca rigida, quasi fermentando, formò

una bolla come un velo viscido tra labbro e labbro sui denti, e la

bolla scoppiando sprizzò sul volto del vecchio...»

«Ne guardò il volto curiosamente. Le labbra erano ormai esangui, del

color della prima cera, e nei due angoli insisteva quel solco rosso

che il succo gastrico vi aveva sùbito dopo la morte segnato

scorrendo.»

Un _realista_ non avrebbe potuto dirlo con maggiore evidenza.

E per ciò già credevo di trovarmi di faccia a un'opera d'arte

schietta, che non voleva essere nè realistica, nè ideologica, nè

idealistica, nè simbolistica, ma viva rappresentazione di caratteri,

di sentimenti, di impressioni; di faccia a un'opera d'arte dove le

preoccupazioni stilistiche non cercavano di sopraffare l'espressione

più diretta e più immediata del concetto; insomma di faccia a qualcosa

di fresco, di giovine, di rigoglioso, non ostante la tristezza del

soggetto; ma l'autore si era affrettato a disingannarmi.

Parecchi splendidi paesaggi; alcune belle scene ma brevi, quasi egli

se le fosse lasciate sfuggire dalla penna con rincrescimento; e, qua e

là, certi penetranti accenni di osservazione psicologica, non mi

avevano all'ultimo compensato della monotonia di quella specie di

soliloquio di quasi trecento pagine, a cui si era ridotto, dopo i

primi quattro capitoli, tutto il romanzo.

Ricordavo qualcosa di simile pel concetto, una novella del Tolstoj,

che appunto descrive il terrore della morte nella persona di un uomo

di età matura; ma non volevo fare confronti. Là tutto era

rappresentazione, azione; qui il movimento, la rappresentazione,

l'azione rimanevano esteriori al personaggio, pretesti di un continuo

maniaco rimuginamento della stessa idea. E poi, nel senatore

Alessandro Zeno non era tanto il terrore della morte, quanto l'odio

della vita degli altri quel che formava il pernio della morbosa

attività cerebrale. Attività vacua, astratta, perchè non rivelava

niente di personale, di caratteristico, tanto da apparire, di tratto

in tratto, mera esercitazione scolastica.

A un certo punto mi era sembrato che il concetto del libro doveva

forse essere la lotta tra sentimenti ed idee che stanno per tramontare

e idee e sentimenti che si levano su l'orizzonte con rosei trionfanti

splendori.

L'autore ci dice che tra il senatore e il figlio Andrea c'erano state

lunghe lotte e dolorose. Il padre, metodico lavoratore, non intendeva

il lavoro libero, di artista (Andrea studiava pittura), a cui suo

figlio si consacrava.

«Il miraggio della burocrazia lo occupava, come occupa ancora tutta la

penultima generazione nostra e la parte più fiacca ed inerte ed amorfa

dell'ultima.... La non curanza del domani per la tutela promessa dallo

stato, la ricerca del minimo sforzo per conseguire, quella prestituita

mercede, attiravano tutti i deboli incapaci di lotta e i servili.»

E (non si sa se per conto proprio o per conto di Andrea) l'autore

continua a sparlare del «governo dei Vecchi, perchè, sia in buona fede

che in perfidia, essi fanno leggi e morali atte a ridurre i giovani

fiacchi e degni di morte come essi ormai sono;» delle scuole «che sono

un tradimento della vecchiaia contro la gioventù e tendono solo ad

abbassare gli ingegni giovani audaci al livello dei maestri affraliti

dagli anni e dalle desolate dottrine;» della schiavitù burocratica

«causa di decadenza altrettanto potente che l'antica schiavitù

giuridica e la medievale schiavitù monastica.»

Si capisce però che tra padre e figlio, più che lotte, erano avvenute

discussioni forse un po' animate. Il senatore «incapace di intendere

non pur l'arte del figlio (Andrea era simbolista, o almeno

ideologico, in pittura) ma anche l'antica fungosa arte accademica,

avea finito col credersi il più liberale dei padri, poichè lasciava

che Andrea a suo piacere vivesse di quel passatempo fastoso.»

Di tali discussioni, o lotte che si vogliano dire, non appare più

ombra nel libro. Dànno una rapida vampata in una conversazione tra un

giovane poeta, amico di Andrea, e lui e il senatore, e si estinguono

sùbito.

Si ragionava di un vecchio pittore, disonesto intrigante.

«Alla parola _vecchio_ Alessandro Zeno si scosse:

--Insomma il suo massimo torto è di esser vecchio?

--No, è di essere disonesto. Ma anche la vecchiaia, quando è cieca a

quel modo, è un torto che fa degno di morte e non di onori.

--Insomma, lasciando da parte l'onestà, se egli fosse stato in

giovinezza un pittore eccellente, e poi, fissatosi nella sua maniera,

non intendesse le vostre massime nuove, lo si dovrebbe segregare dal

consorzio umano?

--Se fosse onesto, egli se ne dovrebbe allontanare da sè.... Dovrebbe

lasciare il campo a noi.»

E il ragionamento dal fatto particolare, balza a un concetto generale.

Il giovane poeta parla del _Vecchio_ «del Vecchio che si rinchiude nel

passato e nega l'aurora solo perchè non potrà vedere il giorno; del

Vecchio che, vedendo le tenebre attorno all'opera sua, dice:--Il

mondo finisce. Le tenebre saranno sempre sul mondo. Il sole non

sorgerà più!--E combatte chi aspetta e canta e glorifica il sole

futuro.

«--Quel vecchio,--egli conchiude--se è così cieco deve ritirarsi, deve

deporre le armi dalle mani inette. Voi, senatore, dite che non lo

vogliamo lasciar vivere. Vivere? Ma egli deve lasciar vivere noi. Noi,

lo lasceremo tranquillamente morire.»

Ragionamento specioso, per non dire illogico. Il poeta così e non

vuole la lotta, e anche pretende che _un cieco_ faccia atto di persona

che ci vede bene; ma passi. Si deve però credere che l'autore non

abbia riferito questa conversazione per niente; ci attendiamo infatti,

da un momento a l'altro, qualche atto del vecchio senatore che

giustifichi la necessità di quella scena, di quelle parole così

severe. Il Vecchio invece non fa nulla che abbia almeno l'apparenza di

un'ostilità alla giovinezza. Lascia vivere in pace gli altri, se non

vive in pace, interiormente, lui.

Egli, che il giorno della morte di sua moglie aveva detto ad Andrea,

con ira:--Vattene, figlio mio: tu penserai a lavar me, quando anch'io

starò lì, così...... E sarà presto!--ora, vedendo Andrea lagnarsi di

divenir calvo, pensa che la vita «correva _anche per lui_, che nelle

estasi artistiche si angosciava ad arrestarla.... Non egli solo moriva

un poco ogni giorno, ma anche Andrea; e anche gli altri giovani

attorno..... tutti..... tutti! Via!... La vita correva!»

Allora egli si sforza di riafferrare, come tavola di salvezza, il

sentimento religioso, e tenta di pregare nell'umile chiesetta di

campagna dove fa celebrare, due mesi dopo la morte della moglie, un

ufficio in suffragio dell'anima di lei; ma egli esce dalla chiesa più

solo che mai, più scorato che mai.

Tutto l'offende, tutto lo irrita; vorrebbe che attorno alla sua vita

vicina a spegnersi non sorgesse nessun altro nuovo germoglio di vita;

o che le nuove cose e i nuovi uomini nascessero su dalle vecchie cose

e dai vecchi uomini e fossero grati ad essi. «Invece tutti i germogli

e tutti i giovani disprezzavano quelli da cui erano nati..... Nessuna

gratitudine, fuori del formale rispetto; ma ribellione, disprezzo,

indipendenza non ostentata ma originale e franca.»

Perchè se ne meraviglia lui che aveva sentito «un soddisfacimento

segreto e pensava che quel giovane ambizioso (suo figlio Andrea) dagli

occhi lucenti, dalle bianche mani nervose era nato da un ignobile atto

di lui, come un fiore dal fimo?»

Più di ogni altra cosa, lo cruccia la compassione. Sente dire, non

visto da sua figlia Luisa e dal marito di lei, in giardino:

«--Egli pensa sempre alla mamma, e ha il colore di un cadavere.

--È vero.

--Povero babbo, se ne andrà presto anche lui!

--Chi può impedire la morte!»

E gli sembra ch'essi lo consegnino nelle mani della morte o lo

spingano «malamente nel sepolcro sdrucciolo buio freddo profondo.»

Che vuole? Che pretende? Non lo sa. Una volta aveva pensato la gioia

dell'ultimo uomo che vedrà l'ultimo sole; e questa idea che lo

riprende, dopo che un bagliore di coscienza sincera, gli ha fatto

riconoscere che i giovani, apparentemente disprezzati, erano in

realtà, invidiati da lui affralito e senescente.

Ma l'autore è proprio sicuro che tutto quel chimerizzare intorno al

giorno finale del mondo sia del vecchio senatore, e non di lui,

romanziere, che ha voluto compiacentemente regalarglielo? È proprio

sicuro che non sia artificioso, per non dire falso, il grand'odio

attribuito al vecchio contro il pastello dove il figlio aveva tentato

di fissare i lineamenti della madre morta?

«All'improvviso si ritrasse, afferrò il vaso delle rose che era sul

pianoforte, il vaso delle rose donde il dì innanzi erano caduti petali

rossi su la tastiera logora, e lo scagliò con violenza contro il

ritratto. Si frantumò il vetro, si lacerò la carta, e il vecchio in

una furia di distruzione con le tremule mani ancora assalì l'opera del

figlio, il ritratto della morta, calpestandolo, con basse violente

parole vilipendendolo.»

Egli cerca di scusarlo, di giustificarlo, e gli mette in bocca queste

parole:

«Noi (_vecchi_) coscientemente danneggiamo il mondo. Sì, sì, solo

invidia mi respinge da Andrea, solo paura mi allontana da quel

ritratto di Nannetta (_la moglie morta_). Ecco, ecco (_Andrea_)

scoprirà la rovina compita da me quando stamane per un attimo sono

stato sincero nel fatto, ed egli finalmente mi deriderà e intenderà la

vera causa dei miei disdegni e non mi rispetterà più. Io morrò

ridicolo.»

E appicca fuoco alla stanza, per nascondere con l'incendio il delitto

del ritratto distrutto.

Io che mi ero un po' inalberato leggendo quella specie di

settecentesca visione che chiude il capitolo intitolato _Arcobaleno_,

non mi aspettavo però di veder intervenire _un sogno_ (l'autore non

può far a meno di chiamarlo: _miracoloso sogno ammonitore_) perchè

riuscisse meno ostico il mutamento finale del Vecchio. E a questo

punto non bisogna più dire il senatore Alessandro Zeno, ma soltanto il

Vecchio. Egli è divenuto una entità astratta, da personaggio vivente

che era nei primi capitoli. Si è venuto di mano in mano

assottigliando, ed ora non ha più niente delle nostre miserie umane; è

un ragionamento puro e semplice. Ci voleva quel _miracoloso sogno

ammonitore_ perchè egli, che odiava tutte le creature viventi, tutte

le cose esistenti per l'unica ragione che vivevano ed esistevano e

sarebbero vissute ed esistite dopo sparito lui; ci voleva proprio un

miracolo perchè egli che ieri si rallegrava al pensiero che creature e

cose avevano però dentro di sè, al pari di lui, il germe distruttore

della morte, oggi--con la _chiarezza del recente sogno_ in cui aveva

visto _il suo stesso cadavere_--si senta perfettamente cambiato e

possa riflettere: «La vita è il mutamento continuo della materia.

Perciò la vita è dovunque, anche dove non giunge la luce, dove non

penetra l'aria. La Morte non esiste, e _tu morendo puoi negarla_.»

Ma come? Non sapeva questo il senatore Alessandro Zeno? E ci voleva un

_miracoloso sogno ammonitore_ per rivelarglielo? E doveva egli

arzigogolare tanto, per venire poi alla risoluzione di finirla con

quella sua esistenza, che infine non era cattiva?

«Nessun odio più lo accendeva, egli era calmo e solenne come un

sacerdote che compia un sacrificio comandato da Dio.... Prese, quasi a

tentoni, la piccola boccia del veleno d'oro e lasciò sopra un largo

pezzo di zucchero cader molte gocce finchè gli parve che lo zucchero

ne fosse ben saturo. Poi lo ingoiò e corse al letto.»

Poco dopo Gino, figlio di Luisa, vien mandato su a chiamare il nonno

per la cena. Chiamatolo a nome e non ricevendo risposta, il bambino,

toccata la mano del vecchio che era gelata, altro non osò.

«Quando entrò nella luce, in cospetto dei tre giovani (cioè nella

sala da pranzo illuminata, al cospetto dello zio Andrea e dei genitori

Luisa e Giorgio) disse senza timore:

--Il nonno dorme.»

Così finisce _Il Vecchio_ e faticosamente, sarebbe puerile non dirlo.

Ho cominciato a leggerlo con animo sereno. L'ho terminato col profondo

dispiacere di chi vede sciupato in malo modo molto sforzo di ingegno e

di coltura. Giacchè è evidente che l'Ojetti ha composto così il suo

romanzo in ossequio alla sua fissazione del romanzo ideologico e un

po' simbolista. Che egli volesse mettere in un romanzo idee e simboli

non era poi cosa tanto strana e insolita da dovergli sembrare anche

audace. Più o meno, via, in un romanzo ci son sempre idee divenute

personaggi con caratteri e passioni speciali, e personaggi e

sentimenti che possono, con un pochino di buona volontà, passare per

simboli. Solamente per fare un'opera d'arte, le idee non bastano, o

bastano per fare _Il Vecchio_ e non mai per ridurre _Il Vecchio_ _Un

Vecchio_, cioè il senatore Alessandro Zeno. Questo Ugo Ojetti lo sa;

ma gli è parso fosse meglio far una bravata fingendo di averlo

dimenticato; e che lo sappia lo dimostrano i primi capitoli del libro

e alcune scene, qua e là, sobrie ed efficaci nei capitoli _Il piccolo

abbandonato_, _La tentazione_ e in parecchie descrizioni notevolissime

per colorito, non ostante che, con meraviglia, nella forma semplice,

e schietta, si notino certi residui stilistici contro cui egli ha

gridato a ragione.

Ho polemizzato qualche anno fa con l'autore di _Il Vecchio_, e

parecchi, che per ragioni diverse, non gli vogliono bene, mi hanno

biasimato di aver discusso con lui, quasi mi fossi ingenuamente messo

al servizio della sua smania di far rumore in tutte le occasioni e con

tutti i mezzi.

Quantunque l'Ojetti sia stato poco garbato, anzi insolente con me, io

non mi pento di quel che ho fatto. Bisogna perdonar molto all'età; e i

giovani a me piacciono (che che egli ne pensi) specialmente quando,

assieme coi pregi, mostrano tutti i difetti della loro condizione:

l'orgoglio, l'entusiasmo, la fede cieca.

Molto orgoglio, molto entusiasmo, molta fede cieca traspariscono dalle

trecento ottantaquattro pagine di questo volume, cioè molta

giovinezza, inficiata però da inopportuna serietà, da voluta gravità

nella scelta del soggetto e dei mezzi per svolgerlo. Se è vero, come

asseriscono, che noi così detti _veristi_ o _realisti_ abbiamo uggito

il mondo dei lettori, non mette conto diventare ideologi e simbolisti

per uggirlo allo stesso modo e anche peggio!

Siano sinceramente e schiettamente giovani i giovani!

È consiglio disinteressato di un vecchio.

Cronache Letterarie · 第 35 / 45 题