DIALOGHI D'ESTETA

(_Romolo Quaglino._ Dialoghi di esteta. Milano, tipografia Treves,

1899. Un vol. di 270 pag. in 16.)

Chi apre il libro, allettato dalla simbolica copertina--un vaso da

profumi, da cui sortono nuvole d'incenso dentro i vortici delle quali

s'intravedono figure in atteggiamenti ed espressioni diverse--può

credere, a prima vista, che si tratti di un volume di poesie. Tra i

grandi margini bianchi si allineano infatti righe più o meno corte che

hanno l'apparenza di versi, di strofe: ma cominciando a leggere, egli

si avvede che l'esteta ha voluto ingannarlo. Ingannarlo fino a un

certo punto: giacchè se non ci sono i versi, c'è la poesia; se non ci

sono i piedi esatti degli endecasillabi, dei settenari, c'è però un

quissimile di ritmo che non irrita l'orecchio e che anzi lo alletta

con studiate cadenze di accenti, con abili avvolgimenti di periodo da

tenere benissimo luogo di verso, senza la ibrida intenzione della

prosa poetica. Aperto a caso il libro, egli legge:

Sul roseo avorio de le carte,

bruni ed alati,

come uccelli stanchi,

dormono i sogni:

reliquie e diane

di cuori vecchi e nuovi,

pianto di avelli.

Ma se la dolcezza

di grandi occhi feminei,

sole e rugiada, cali,--

se una voce pallida,

nel silenzio odoroso d'un talamo

esile mormorio, li ravvivi;

se una mano bianca e fine,

gigli su rose,

fremendo,

con la diafana unghia

li carezzi,--

su dal sepolcro del volume

avello bianco

ove il dolore si acqueta,

vagano bruni ed alati

come uccelli all'alba,

e bisbigliano,

e l'anima del poeta

sale, per le dita, lieve

a baciar, ebbra di amore,

le inanellate gemme della Pietosa.

E il caso ha servito bene il curioso lettore. Egli allora farà come la

Pietosa--non importa se la sua mano non è rosea, e se le sue unghie

non sono diafane--sfoglierà altre pagine, cercherà altri segni pei

quali possa davvero sentire l'anima del poeta salir su ad

accarezzargli--se non _le inanellate gemme_ o la chioma, forse,

assente--il cuore o lo spirito; e vorrà cominciare daccapo.

Certamente la lettura non riesce facile. Questi dialoghi che l'esteta

intraprende con figure evocate, sogni, simboli d'idee o di

sentimenti--Ignazio di Lojola, la fede dominatrice; il Valentino,

l'astuzia e la forza; don Giovanni, l'amore l'insaziabile e insaziato;

Fausto, l'ansioso e vacuo ricercatore della scienza assoluta; Salvat,

il bruto ribelle; o con creature senza nome, pittori, poeti, vecchi,

monaci, folla; o con esseri ai quali la sua immaginazione, usando del

primitivo privilegio dei fanciulli e dei selvaggi, concede vita,

anima, volontà, parola; o col demone tentatore che è dentro di lui;

tutti questi dialoghi non potevano essere ragionamenti ordinati,

filati, discussioni pedantesche, poichè dovevano e volevano riuscire

espressione lirica di concetti e di sentimenti, poichè richiedevano

all'onda musicale di un particolar ritmo e all'immagine la loro forza

di rappresentazione, la loro forma.

L'esteta è un irrequieto. Il pensatore contrasta col rincorritore del

fantasma della bellezza. Che vuole? Che sogna? Vorrebbe un mondo più

buono, più giusto, e sopratutto più bello. E' vede un continuo,

incessante trasformarsi di tutte le forze naturali, comprese quelle

del pensiero. E se gli nomini, la storia, il passato, non rispondono

alla sua insistente interrogazione, si rivolge alla Natura, dove c'è

anche il pensiero involuto nascosto, e tenta di aver da essa una

risposta.

Ne la fede de l'immortalità

rapida corre

l'ora nemica:

ne l'orgoglio degli ordini

ancor l'insanie

appar feconda.

Che importa?

L'idea è l'inarrivabile amore

tutti soffrono per lei,

tutti sanno

che nessuno mai la stringerà

tra le braccia, vinta.

Ed egli inneggia agli _Stiliti_ che salgono su la colonna di Simeone e

tendono le braccia al cielo, immemori delle miserie terrene.

esulare dal corpo, è la gioia

almeno, l'illusione buona dell'ora:

esular, quietamente,

come un'umile cosa,

come un'anima pavida tra le anime.

Deliziosa elevazione che dura poco; il mondo si agita, vuole operare;

nell'azione è la forza; ma fra tante orgogliose forze operanti per la

vita materiale o per la gloria, l'_Esteta_ è tentato soltanto

dall'orgogliosa umiltà di fare un'opera di bellezza, _olocausto a Dio

e agli uomini_,

senza che la vanità di un nome

inutile sgorbio, la profani.

E il compenso?

Che vale la passione dell'opera

senza il premio di un bacio?

D'un bacio e dell'amore; se pure l'amore varrà a saziare o a dar pace

all'anima irrequieta, al corpo fremente.

Che vale l'amore, se non può essere trasfusione di un corpo in altro

corpo, di un'anima in altra anima? E mentre egli anela al corpo della

sua _Esteta_, il ricordo della madre lo turba, e l'amore carnale gli

sembra una profanazione, anzi quasi un incesto. E la _Esteta_ gli dice

tristamente:

--Volete che io mi allontani?

Cronache Letterarie · 第 36 / 45 题