TULLO MASSARANI

(_Diporti e Veglie_, 2ª. edizione, Milano, Hoepli 1898.

_Poesie scelte_ di Elisabetta Barrett Browning, versione libera,

Milano, Fratelli Treves 1898.)

La varia attività del senatore Tullo Massarani sembra voglia

dimostrare che gli anni non hanno nessun potere su lo spirito anche

quando il corpo è infermo. Per quanto non grave, la malattia a cui

egli accenna malinconicamente nella nobilissima epistola al Faldella

pel _Cinquantennio dello Statuto_, avrebbe dato ad altri plausibile

ragione di riposarsi.

Ma egli è così abituato a riposarsi mutando soltanto soggetto di

lavoro, che continua a fare come ha fatto prima, quando tra un severo

studio storico e l'altro, tra l'assidua frequenza alle sedute del

Senato, del Consiglio comunale e del Consiglio provinciale, ha trovato

modo di mandar fuori la traduzione del _Libro di Giada_, le popolari

_Conversazioni del Dott. Lorenzo_ i canti della _Odissea della Donna_,

illustrati da molti suoi disegni; dare a giornali e riviste gran

numero di articoli non brevi e tutti coscienziosamente meditati nella

sostanza e nella forma; e, quasi per svago, mettersi a tradurre una

scelta di poesie della poetessa inglese Elisabetta Barrett Browning,

impresa che, per le tante difficoltà che presenta, avrebbe scoraggiato

l'ardimento di un giovane.

Bisogna proprio credere che gli uomini della generazione del '48 erano

fatti di altra pasta. Dice un proverbio siciliano: _lu bon vinu finu a

la fezza: lu bon pannu, finu a la pezza_; ed è verissimo. Avevano un

grande ideale, la Patria, e questo li rende ancora vigorosi e forti

tra i disinganni e i pericoli; sentivano altamente la dignità della

libertà individuale, e questo apre il loro animo a tutte le

ragionevoli aspirazioni sociali.

Se più acconcie forme

Fia che rivesta e più discrete quella

Che pur nei cuori e nell'istoria vive

Carità di fratelli, e di rinforzo

Le sia l'oprar comune, e il mutuo aiuto

A augmento e vigor, ben venga, amico

Ogni primizia, ogni disegno, ogni arte,

Che uomo a uomo ravvicini, e il fosso,

Da Pluto re scavato in mezzo, colmi![8]

Augurio caldo e sincero, che non impedisce al Massarani di veder

chiaro nell'avvenire, di paventare che

sulle spente libertà si assida

Sovrano e universale archimandrita

Il peggior d'ogni autocrata, lo Stato.

Ma io non voglio ragionare di politica, e perciò non farò cenno di uno

dei più bei scritti dal Massarani nel volume _Diporti e veglie_,

intitolato: _L'utopia della Pace_ che finisce con un voto alla

fraternità di quella che Cicerone, da lui citato, chiama la _infinita

societas generis humani_.

In questa seconda edizione, il volume è stato arricchito di nuovi

scritti di diversa natura: _Josè Espronzeda_, _Pagine del martirologio

nazionale_, _In Calabria_, _San Marino_, _Un raro cimelio_ (che è il

libro _L'Italia_ del Tommaseo), _La seconda Mostra mondiale di Belle

Arti in Venezia_, _L'Ulisse dantesco_. E già bastavano a dargli molto

valore quelli soltanto raccoltivi prima. Dopo la varietà anzi

disparità dei soggetti che confermano la soda e riposta cultura

dell'autore; dopo quella viva fiamma di entusiasmo che investe ogni

pagina, sia che egli si trovi dinanzi alle lettere di Giordano Bruno;

alle tele di un pittore moderno, l'Induno; alle opere di Leone e

Pompeo Leoni, padre e figlio, scultori del secolo XVI; e alla

ricchezza d'arte internazionale accorsa a far mostra di sè nella

splendida città della Laguna; o sia ch'egli si fermi qua e là, a

Verona, a San Giulio sul lago d'Orta, davanti al palazzo Marino, egli

che chiama i patrii monumenti: _il primo, il più eloquente, il più

solenne e più legittimo testimonio della nostra storia e della nostra

grandezza_ (pag. 203); dopo tutto questo, impressiona maggiormente nei

diversi scritti l'aria di buon senso pratico che li rende simpatici,

l'accento fervido e persuasivo, la schiettezza e la franchezza di

certe confessioni; insomma quella bonomia cortese e gentile, che

giunge talvolta fino a far sembrare un po' troppo grave la forma

cesellata e raffinata che la riveste. E di tutti questi scritti citerò

una sola mezza pagina in conferma di quel che ho detto. A proposito

dell'_Arte nella società moderna_ egli ha il coraggio di scrivere:

«Piuttosto rozzi e poveri, che veder rovinare la patria per esserle

mancato, come dice il Macchiavelli, _una cosa sola, il provvedersi

bene dell'arme...._»

Ma il Massarani non è artista per niente, e poco appresso soggiunge:

«Io mi ricordo, per parlare ancora dei tempi andati d'aver visto ogni

giorno su per le scale degli Uffici di Firenze, la cacciatora di

frustagno dell'artigiano o del contadino, e i larghi cappelloni di

paglia delle loro donne; e d'avere udito, davanti ai capolavori della

Tribuna, fior di giudizi da quegli ingenui compaesani del capraio che

aveva nome Giotto, del pecoraio che si chiamò il Baccafuni, e del

vaccaro che fu Andrea del Castagno.

«Spesso invece, nè mai senza una giaculatoria secondo la mia

intenzione, mi rompo gli stinchi, nei vestiboli delle Pinacoteche e

dei Musei, in quello strumento di supplizio che non ha nome italiano,

e che chiamano il tornichetto. E perchè di questa guisa, tormentando

pazienza e tasche, cogli spiccioli del forestiero più spesso che non

coi fogliolini sudici del concittadino, i sopracciò vengono poi

comperando a lor volta degli spiccioli di pittura e di scoltura,

credono o dicono d'incoraggiare le arti. Povere arti, che vivacchiano

su l'ostracismo del popolo, a cui si predica educazione e si sottrae

di tutti i magisteri educativi il più gentile, il più gradevole, il

più potente sulle fibre del cervello e del cuore!»

Nel presentare al pubblico la presente raccolta, egli si augurava che,

capitando a qualcuno fra mano, quegli scritti inducessero i giovani a

pensare di cavar dalla vita un costrutto migliore; i vecchi, a

compatire chi ha tentato di allegerirne a sè il peso senza altro danno

del prossimo. Modeste parole, che faranno sorridere tutti coloro che

dalla lettura di essi saranno usciti con qualcosa di più

nell'intelletto, con qualcosa di meglio nel cuore.

*

* *

Lo studio intorno a Enrico Heine, pubblicato dal Massarani molti anni

fa, quando del lirico tedesco si conosceva in Italia poco più del

nome, non ostante il tempo e le circostanze in cui fu scritto, è

rimasto uno studio diffinitivo. Così la introduzione alle poesie

scelte della Browning, intitolata _La donna e la poetessa_, rimarrà

pure uno studio definitivo di quest'anima poetica che amò tanto

l'Italia.

Se la signora Zampini-Salazar, che ha dedicato alla Browning e al

marito di lei una serie di belle conferenze per diffonderne il culto

in Italia, gli ha messo addosso una gran voglia di conoscerli più da

vicino, il Massarani non si è arrestato alla lettura delle loro sole

opere poetiche: ha consultato i lavori biografici pubblicati dalla

signora Sutherland Orr, dall'Ingram, dalla signora Vilson, e tutta la

vasta congenie di pubblicazioni browninghiane da cui è stata inondata

l'Inghilterra; che è quanto dire ch'egli si è messo in caso di

trattare il suo soggetto con la competenza del più fanatico

browninghiano, senza il suo fanatismo si intende, e non senza quella

abituale galanteria, per cui preferirà, per esempio, la data del 1809

a quella del 1806 parlando della nascita della Browning, data che

gliela _figura più giovane_.

Così, accennando al poemetto _Gli Adoratori di Donna Giraldina_, e non

volendo tacerne i difetti, metterà il giudizio in bocca dei lettori.

«Questa storia di Donna Giraldina, temo che mi direte, è un po'

lunghetta, e non è sempre verosimile». Aggiungerà però subito: «Ma che

sia viva e forte e audace, spero che me lo vorrete concedere». Di

altre leggende dirà francamente e che mostrano troppo la intenzione

didattica o ascetica, e che sono un poco offuscate dalla maniera

ultra romantica del tempo; ma non saprà arrestarsi di soggiungere: «A

me, lo confesso, queste romanticherie tornano ancora, per amore dei

ricordi, bene accette, come quelle del Prati e del Carrer, a cui tanto

somigliano.»

Per questi sentimenti egli si trova più a contatto con l'opera da

tradurre, e potrà essere traduttore libero quanto è possibile e quanto

le diverse indoli delle due lingue richiedono.

A prima vista, senza avere il testo sotto gli occhi e senza conoscere

altri tentativi di traduzione, a coloro che conoscono bene lo stile e

dirò anche la maniera del Massarani, la lettura del volumetto

elegantemente stampato dai Treves fa sospettare che il traduttore

abbia interpretato con troppa larghezza la concessione di certe

libertà consentite ai traduttori di opere poetiche. Ed io sono stato

tra questi sospettatori: ma ho dovuto ricredermi. Senza dubbio, il

Massarani ha dato (e poteva fare altrimenti?) l'impronta sua

caratteristica alla forma della Browning. Il concetto della poetessa,

passando a traverso la mente del traduttore, si è qua accorciato, là

disteso; qua ha preso un'aria di persona agghindata, là di persona che

si lascia un po' andare; se però si guarda bene, dovrà convenirsi che

tra le torture del metro e delle strofe, non ha mai perduto molto e

qualche volta anzi ha guadagnato in chiarezza. Lo dimostrerò con pochi

esempi.

Questa traduzione in prosa di due quartine del VI di quei sonetti che

narrano la storia del felice amore della Barrett col Browning, io la

tolgo in prestito dal libro della signora Zampini-Salazar.

«Lasciami! Eppure io sento che resterò da oggi innanzi

sempre nell'orbita tua. Mai più sola sull'uscio della porta

della mia esistenza individuale, potrò ordinare la vita

dell'anima mia, nè alzare lo sguardo serenamente ai raggi

del sole, come prima, senza risentire tutto ciò che io

provai quando nella mia tu posasti la tua mano.»

E il Massarani:

Vanne, deh vanne. Ma nell'ombra tua

Sento che quind'innanzi io saprò sempre:

Non fora mai che l'ignorata prua

Ad altronda si volga e non s'insempre

Con quest'una che invan volle esser sua:

Arbitra io non son più delle mie tempre,

Ch'ogni pensiero, ogni voler s'indua,

E di desìo la man par che si stempre.

E dal XX sonetto, la signora Zampini-Salazar.

«Amato, mio ben amato, quando io penso che tu eri al mondo

un anno fa, mentre qui sola io sedevo, senza scorgere orma

di passi su la neve!»

E il Massarani:

Diletto mio, diletto mio, se penso

Ch'eri nel mondo ora fa proprio un anno

E ch'io, 'l piè nella neve e in cor l'affanno,

Non isperavo a' mali miei compenso!

Dai due esempi si scorge bene il processo con tutti i suoi pregi e i

suoi difetti; ma da quest'altro che riporterò si scorgerà anche con

quanta bravura il Massarani superi certe difficoltà dei metri con cui

ha voluto spesso rendere esattamente i metri originali. Prendo a caso

due strofe del poemetto _Pan è morto_, e traduco letteralmente:

«Queta, in antico, la barca andava innanzi--quando un grido

più forte del vento--salì, ingrossò, e corse verso il

sole--e il sole si nascose e si fece pallido--dal buio pesto

di dietro--soffiatogli incontro dal gran lamento:--Pan, Pan

è morto!

«E i rematori dai banchi--si ritrassero, ciascuno

abbrividendo in volto--mentre partenti influssi--spargevano

addietro un freddo attraverso il luogo--e l'ombra della

barca--vacillava lungo l'immota profondità:--Pan, Pan è

morto!»

Ed ecco con che sveltezza e con che fedeltà rende il resto il

Massarani.

Queto un naviglio un giorno

Se n'gìa, lorchè d'intorno

Voce suonar s'udì.

Salìa, salìa più forte,

Movea al Sol dal norte,

Moveva d'in fra le tenebre

Dal cupo al chiaro dì:

Il sol si fece pallido

A quel messaggio squallido,

Che «Pan--dicea--morì.

È morto Pan, è morto

È morto, è morto, è morto,»

I remator sospesero

Sul banco i remi, e intesero

Un soffio a trapassar,

Un soffio che mortale

Parea sovresso l'ale

Al fronte che n'abbrivida

Rancura apparecchiar.

Ed il naviglio intanto

Scorreva, e in suon di pianto

L'onda parea solcar.

«È morto Pan, è morto,

È morto, è morto, è morto!»

Il Massarani ha voluto darci un saggio di tutti i generi poetici

minori, tentati più o meno felicemente dalla poetessa inglese; e

coloro che non possono accostarsi al testo gliene debbono essere

grati, perchè così potranno formarsi un'idea quasi completa del

carattere di essi.

Per noi italiani è quasi un debito non ignorare almeno le cose

minori--che non sono poi le meno belle--di una inglese che fu italiana

di elezione e che ha cantato le speranze, le gioie, i dolori del

nostro risorgimento nei componimenti _Napoleone III in Italia_, _Prime

nuove da Villafranca_, _Commiato fra amanti_, e in _Poetessa e madre_;

di una inglese che, annunciando la morte di Cavour, scriveva: «Posso

appena comandare alla voce ed alla mano di nominarlo. La grand'anima,

che ha meditato e fatto l'Italia, è passata a più divina contrada. Se

lagrime di sangue avessero potuto salvarlo, egli avrebbe avuto le

mie.»

Cronache Letterarie · 第 30 / 45 题