E. DE AMICIS E F. MARTINI.

Si parla molto di tutti e due in questi giorni.

Nella maturità del suo ingegno, nella pienezza della sua fama, Edmondo

De Amicis dà un nobile esempio di onestà letteraria rifiutando di

accettare l'elezione a deputato del primo collegio di Torino. La

politica gli fa paura; egli vuole restare quel che è stato finora, uno

scrittore, un artista. Non bisogna prendere alla lettera le ragioni

del rifiuto da lui addotte. Possono mancargli, sì, alcune delle

facoltà richieste dall'ufficio di deputato; ma parecchie non sarebbe

stato difficile acquistarle, e in poco tempo, a un uomo come lui. Le

hanno già acquistate persone che avevano cultura e ingegno assai meno

di lui, e che non le esercitano certamente con l'efficacia che a lui

avrebbero consentita e l'autorità del nome e la sincerità delle

convinzioni. Le lotte? Egli non le ha sfuggite. Attorno al suo nome,

al suo valor di scrittore c'è sempre stato un accanimento di lodi e

di biasimi che non lo ha mai turbato, che non lo ha fatto

indietreggiare nè deviare. Quando la sua sentimentalità, tante volte

rinfacciatagli, si è convertita a un alto ideale sociale, egli ha

coraggiosamente affrontato il giudizio dei suoi ammiratori e dei suoi

avversari. Nell'entusiasmo di neofita, avea promesso un libro intorno

ai nuovi ideali da cui era stato commosso il suo cuore e attratta la

sua mente. Non lo ha scritto? O non ha voluto pubblicarlo perchè la

sua coscienza di scrittore non n'è rimasta contenta? Io non lo so; ma

questo non significa niente, o significa una probità letteraria degna

di grandissima lode.

In ogni modo, più che altro, la sua lettera agli elettori socialisti

del 1º collegio di Torino e a quelli non socialisti che hanno votato

in favore di lui _per semplice sentimento di benevolenza_, com'egli

dice, significa che egli crede di poter servire meglio la causa del

socialismo restando scrittore e nient'altro.

Nessuno può oggi decidere se il De Amicis abbia ragione, e se il suo

convincimento sia una lusinga. Quando il libro promesso--trattato di

volgarizzazione o opera d'arte--verrà fuori, allora sarà il caso di

discutere, di vedere se egli si sia ingannato o no. Dovesse anche

risultare da questi futuri suoi lavori che egli ha preso un abbaglio,

la onestà e l'elevatezza delle sue intenzioni non ne sarà diminuita.

Scrittore ed artista, Edmondo De Amicis può essere diversamente

apprezzato. Gli eccessivi lo stimano poco come scrittore, pochissimo

come artista. I suoi _Bozzetti militari_, le sue novelle, i suoi

ultimi romanzi scolastici--osservano gli eccessivi--sono opere d'arte

fiacche o abortite; le sue descrizioni di viaggi, fantasmagorie che

corrispondono poco o niente alla realtà; il suo tentativo psicologico

degli _Amici_, un opprimente cumulo di osservazioni o non nuove o

comuni. I suoi versi... Dei versi del De Amicis gli eccessivi non

vogliono nemmeno parlare, quasi ne sentano nausea. L'editore delle

opere di lui ha una risposta trionfale: il copioso numero delle

edizioni, le traduzioni di esse in tutte le lingue europee. Nessuno

scrittore italiano contemporaneo ha ottenuto finora così splendido

successo di ristampe. _Cuore_ è arrivato, credo, al duecentesimo

migliaio.

Certamente il numero delle edizioni non è un elemento di giudizio da

trascurarsi. Libri che trovano così straordinaria folla di lettori

debbono aver qualità tali da far anche perdonare facilmente i difetti

ch'essi hanno. La semplicità, l'efficacia della forma, una leggera

nervosità di quando in quando, l'assoluta trasparenza dello stile che

rende subito assimilabile il concetto, non sono doti comuni e

spregevoli a questi lumi di luna tra noi. E quando la sincerità del

sentimento si aggiunge alla sincerità della forma, e stabilisce una

corrente di simpatia tra lo scrittore e il lettore, non è il caso di

fare i difficili, gli scontenti.

A me, per esempio, la troppa sentimentalità non piace affatto; mi

sembra un falso modo di sentire e di vedere le cose. Eppure a me è

accaduto di essere commosso e di vedermi improvvisamente inumidire gli

occhi alla lettura di qualcuna delle scene militari descritte dal De

Amicis. Sorgeva dentro di me una specie di lotta tra il raziocinio che

giudicava e il sentimento che veniva eccitato. Mi sdegnavo di essermi

lasciato quasi prendere alla sprovveduta, ma non potevo negare

l'effetto ottenuto dallo scrittore, l'effetto a cui egli mirava.

Ora questa sentimentalità, di cui lo stesso De Amicis, se non mi

inganno, ha sorriso in un suo componimento poetico, sarà un difetto

spinta tropp'oltre come spesso gli avviene, ma è una qualità preziosa

che molti debbono invidiargli.

Se egli dunque vuol rimanere scrittore e artista, cioè esercitare col

mezzo che crede più adatto alle sue facoltà un'influenza qualunque sul

pubblico che lo legge, che lo segue, che lo ammira anche con tutti i

suoi difetti, io gli batto le mani.

La politica è fatale all'arte, è troppo assorbente. Quel che essa

richiede dai suoi adepti, dai suoi cultori, ha poco o niente da

spartire coi mezzi di cui dispone l'artista. La sentimentalità, che

può essere anche un pregio in arte, è spesso in politica, più che un

difetto, una colpa. Per ciò poeti, romanzieri, drammaturghi sono

apparsi sempre spostati nell'aula parlamentare. E vi hanno fatto udire

raramente la loro voce, o non hanno prodotto nessun notevole effetto.

Al D'Annunzio, per esempio, la politica non ha ispirato finora altro

che una splendida stonatura di stile che ha dovuto far strabiliare

moltissimi dei suoi elettori, e una corrispondenza in un giornale

americano intorno ai fatti del maggio 1898, che ha mosso a riso e a

sdegno anche coloro che gli vogliono più bene.

Senza dubbio, il nostro Parlamento dev'essere onorato di veder sedere

nei suoi stalli un D'Annunzio, un Panzacchi, come il Senato un

Carducci; ma più a ornamento che ad altro. O deve rassegnarsi a veder

sparire l'artista davanti all'attività e alla giusta ambizione del

deputato. È il caso di Ferdinando Martini, governatore dell'Eritrea.

Ahimè! I giornali, che ne annunziano il felice ritorno in Italia, ci

parlano del bilancio della colonia da lui preparato, commettono

indiscrezioni intorno ai progetti di lui per assestare definitivamente

l'amministrazione civile di quei nostri possessi, ma non ci dànno

nello stesso tempo notizia di nessun nuovo libro che il Martini abbia

scritto o ideato di scrivere. La sua trasformazione è mirabile. Con

poco, il brillante articolista del _Fanfulla della domenica_ è

divenuto uno dei più affascinanti e più seri oratori. Il critico

arguto e coscienzioso si è mutato in politico ricco della stessa

finezza, dello stesso buon senso e della stessa competenza adoprata in

soggetti di arte drammatica. Il facile ed elegante narratore di

_Peccato e Penitenza_ ha adoperato ugualmente nel suo libro

_L'Affrica_ tutte le meravigliose sue qualità di statista e di

colorista rese ancora più splendide e più solide... Ma l'arte ormai lo

ha perduto. Egli, evidentemente, si allontana a malincuore della meta

a cui miravano i begli entusiasmi della sua giovinezza; di tratto in

tratto si ferma, si rivolge indietro, ma ormai... l'Affrica, la sua

Affrica, se lo è preso, e non ci renderà più il Martini di una volta.

L'Italia avrà trovato probabilmente in lui un amministratore coloniale

eccellente; ma, cercando bene, amministratori di ugual valore si

sarebbero potuti trovare o creare. Un giorno, in Parlamento, o nel

Consiglio dei ministri, Ferdinando Martini sarà una gran forza per

l'esperienza amministrativa acquistata, per la maturità dei suoi

consigli, per la bontà dei suoi progetti... Ma nessuno potrà togliermi

di capo che altri avrebbero potuto fare, più o meno bene, quel che

egli è andato a fare laggiù; ma nessuno vorrà affermare che non sia

stato un gran peccato che Ferdinando Martini, il brillante articolista

del _Fanfulla della Domenica_, il critico arguto e sensato, abbia

sacrificato alla politica meravigliosi doni letterari che tutti

dobbiamo rimpiangere.

E, mentre scrivo, mi passano davanti agli occhi, come in turbinosa

fantasmagoria, i bei giorni di Firenze, quando egli giovane, biondo,

pieno di entusiasmi per l'arte, riempiva con lo scintillìo della sua

parola il _foyer_ del teatro _Niccolini_; quando niente faceva

prevedere che all'autore di _Fede_ e dei proverbi drammatici, lavori

con cui egli faceva allora le sue prime prove di artista, dovessi io

dare il saluto di ben arrivato da Massaua con queste malinconiche

parole.

Cronache Letterarie · 第 31 / 45 题