(_Gian Gabriele Borckman_, Dramma in 4 atti.)
Ha sessant'anni; e i capelli e la barba interamente incanutiti lo
faranno sembrare più vecchio che non sia. La catastrofe finanziaria
che lo ha buttato giù, trascinando nella rovina tanti altri che
avevano avuto fiducia in lui, lo ha reso--com'egli dice--_un Napoleone
storpiato da una palla nella sua prima battaglia_. Ma, dopo di aver
espiato la pena a cui è stato condannato, chiuso nelle stanze del
primo piano della sua casa, dove sua moglie non sale mai, dove va a
visitarlo, accompagnato dalla figlia giovanetta, soltanto un ingenuo
poeta--una delle moltissime vittime finanziarie di lui, e che pure gli
rimane fedele, ancora soggiogato dalla forza di quell'anima
indomita--Gian Gabriele Borckman, senza amici, senza famiglia, senza
niente, sogna intanto la rivincita, vive della grande illusione di
tornare ad essere più potente di prima.
--I miei nemici verranno qui, a prostrarsi ai miei piedi, a
supplicarmi di prender le redini della nuova banca, di quella banca
che essi hanno fondato e che sono incapaci di reggere!... Ed io li
riceverò ritto, con una mano appoggiata a questa scrivania... E
detterò i patti; ed essi li accetteranno, per forza, sì, per forza! Se
non fossi certo di questo, mi sarei già tirato un colpo di pistola da
un pezzo!
Egli parla così a un altro povero sognatore, a un poeta che spera
egualmente la sua rivincita in teatro. Borckman lo commisera, lo
compatisce. L'arte! Oh, si tratta di ben altro per lui! Creare dei
milioni, farli scaturire dalle miniere, dalle strade ferrate, dalle
forze idrauliche, dalle industrie, dai commerci per mare e per
terra... ecco il miracolo che egli avrebbe compiuto, se fosse stato
solo!...
Ma egli, il forte, ha avuto una debolezza: ha creduto nell'amicizia!
--C'è qualcosa al mondo peggiore dell'assassinio, del furto, del
giuramento falso: l'abuso di confidenza di un amico a danno d'un
amico!
--C'è un peccato imperdonabile--gli dirà, poco dopo, una
donna:--Quello che ha troncato la vita di amore in un essere umano!
Ed hanno ragione tutti e due.
Egli, uomo, guarda il mondo dal punto di vista della prosperità
sociale; e tutto quel che non ha stretta relazione con tale scopo gli
sembra inezia. Per colei, donna, niente dovrebbe prevalere sui
diritti del cuore!
E s'ingannano tutti e due!
Gian-Gabriele Borckman ed Ella Rentheim non sono due formole messe là
da Enrico Ibsen per dimostrare un concetto. Sono due personaggi vivi;
per ciò hanno ragione e nello stesso tempo s'ingannano.
Nella vita agiscono forze complesse. Un uomo può incarnare per qualche
tempo le aspirazioni di un popolo e guidarne i destini; ma vien l'ora
in cui il segreto della sua idea gli è tolto di mano. Altri lo metterà
in atto più vigorosamente di lui. Una donna può esercitare durante
qualche tempo una benefica influenza su la vita d'un uomo; ma arriva
pure il momento in cui questa influenza perde possa, per necessità
naturale, ed è sostituita da altre influenze più elevate o più
poderose.
Enrico Ibsen ha osservato questo terribile dramma della vita e lo ha
magistralmente rappresentato in quest'ultimo suo lavoro, mostrando
un'abilità di fattura che nelle precedenti sue opere non aveva
raggiunta.
Qualcuno vi ha visto una rinnegazione della sua _maniera_, un
regresso. Qui tutto è chiaro, evidente, vivente. Il concetto è
divenuto realtà. Nessuno dei personaggi discute; tutti sentono,
pensano, agiscono secondo il loro carattere, secondo le loro passioni,
le loro illusioni; e il dramma (stavo per dire, la tragedia con
l'antica fatalità) scaturisce violento dal cozzo dei caratteri, delle
passioni, delle illusioni, al pari che nella vita reale.
--Come! Niente simbolo?--gli è stato rimproverato.
--Ma io non sono mai stato o almeno non ho voluto mai essere un
simbolista alla vostra maniera--ha risposto il gran drammaturgo.--Noi
siamo tutti tanti simboli viventi. Obbediamo a leggi fisse, anche
quando crediamo di non assoggettarci a niente, all'infuori che alle
nostre passioni e ai nostri capricci. Rendere sensibili, visibili
queste leggi per mezzo di un'azione, di caratteri, di passioni, ecco
quel che io ho sempre inteso di fare. In questo senso soltanto sono,
forse, stato un simbolista.
Infatti che cosa ha egli osservato prima di scrivere il _Gian-Gabriele
Borckman_?
Ha visto un uomo assetato di potere, di ricchezza, che vuol
raggiungere un'alta cima di prosperità generale, smovendo, agitando,
guidando tante forze sparse, rimaste inefficaci e disperse prima della
sua potente iniziativa. Con lo sguardo fisso all'eccelsa mèta, egli
procede senza badare a quel che abbatte e calpesta nel suo cammino.
Opera come le grandi e cieche forze della natura. La morale, il
diritto, la legge, gli affetti, non debbono impacciarlo e impedirgli
di spingersi avanti. Egli sa di non dovere curarsi al presente, ma
occuparsi di creare l'avvenire; e sa che per creare deve distruggere.
Il vero torto di quest'uomo non consiste nel male che così fa agli
altri, ma nel non averlo fatto compiutamente, da solo. Egli ama una
donna, e la cede a un amico che l'ama ugualmente, pel motivo che
questi può essergli di valido aiuto nella sua vasta intrapresa. Il
sacrificio non gli giova. Se egli cede, non cede la donna, che ignora
il mercato. Colui crederà che il rifiuto di essa è opera segreta di
lui, e si vendicherà rovinando il preteso rivale col palesare il
segreto che ne avrebbe prodotto il gran trionfo.
Ha visto una donna, innamorata non ostante l'abbandono, che tenta di
salvare dalla rovina il figlio di colui che l'ha posposta, per
calcolo, alla sorella.... E questo giovane le sfugge, invischiato
dalle arti di una cattiva signora!
Ha visto una mamma che vorrebbe riabilitare nel figlio il nome del
padre insozzato da una condanna infamante; che tenta di educarlo in
modo da corrispondere a questo suo ideale, segregandolo fin dalla
compagnia di suo padre non volendo ch'egli, adottato dalla zia,
perdesse il nome che doveva rialzare: ha visto insomma una donna
chiusa, per questo, a qualunque altro affetto terreno... e che viene
schiacciata anche essa dalla violenza delle circostanze superiori al
suo potere.
Ha visto due altre creature affascinate da altri sogni: il poeta
Foldal, da un sogno d'arte; Frida Foldal, sua figlia, da un sogno di
ricchezza e di piaceri.
E vedendo e osservando, ha penetrato col suo acutissimo sguardo, fino
all'intimo fondo, quelle creature umane, là dove le leggi della vita
si rivelano nella loro fatale rigidità; ha veduto l'inanità degli
sforzi individuali nella lotta dell'esistenza, se le circostanze non
li favoriscono. Eppure il pensatore si è sentito invadere da profonda
e ammirativa simpatia per quelle creature dolorose, ognuna con la sua
croce, o con la sua illusione, che è tutt'una; e l'artista ha sentito
il bisogno di fissare le fuggevoli figure dalla realtà, spingendole
vive e palpitanti sul palcoscenico, perchè altri osservasse e
riflettesse come lui, perchè ognuno vi ritrovasse, per conto proprio,
qualcuno dei mille pensieri che si sono agitati nella mente di lui,
durante la gestazione creativa.
Ma questa volta egli ha voluto che le sue creature apparissero
compiutamente staccate dal suo pensiero, segnate dal suo marchio si
intende--come sarebbe stato possibile il contrario?--ma creature di
carne e di ossa, con la loro particolare fisonomia, coi loro gusti,
con la loro voce speciale, con le loro passioni, con le loro
debolezze, coi loro sogni, con le loro allucinazioni, e senza
l'impaccio di un preconcetto, di una tesi... o almeno con quel tanto
di tesi che è indispensabile sostrato di ogni opera d'arte.
Infatti egli diceva ultimamente al suo traduttore francese, conte
Prozor:
--L'importante, la cosa principale in un'opera teatrale è l'azione, la
vita. Il resto è accessorio.
--Per noi semplici mortali, non grandi artisti come lei--rispondeva il
Prozor--non sono cose accessorie le idee.
--Ma tutti scrivendo manifestano idee. Che cosa fanno dunque gli altri
autori drammatici?
La domanda manifesta l'ingenuità di un uomo di grandissimo ingegno.
Che cosa fanno?
Precisamente il contrario. Niente azione, niente vita. E così il
preteso lavoro drammatico si risolve in un noioso soliloquio
dell'autore... per bocca di parecchi personaggi.