EMILIO ZOLA

(ÉMILE ZOLA, Paris, Charpentier, 1898.)

Ironia della vita! Mentre Emilio Zola pubblicava nel _Journal_ gli

ultimi capitoli del suo romanzo, che è la glorificazione anticipata di

quel Parigi fantastico da cui l'_umanità dovrà ricevere il dono

dell'emancipazione definitiva_, il Parigi reale, preso da un accesso

di follia, insultava il coraggioso scrittore che appunto in quei

giorni si era costituito paladino della libertà e della giustizia.

Rileggendo in volume quelle pagine che uscivano quasi

contemporaneamente con le relazioni delle sedute della Corte d'Assise

pel processo del loro autore, si ha l'impressione di un senso

artistico divinatorio che meraviglia. L'anarchico Salvat sembra un

simbolo: il processo di lui una esattissima previsione di quel che

sarà il processo Zola. Ecco qui:

«Nella gran folla, un mescolarsi di abiti chiari di signore, di toghe

nere di avvocati, tra cui si distingueva appena la toga rossa dei

giudici negli stalli così bassi, che lasciavano scorgere a stento, su

le altre teste, la faccia bislunga del presidente. Molti osservavano i

giurati, tentando d'indovinarne qualcosa dai loro visi; parecchi non

levavano gli occhi d'addosso all'accusato.... Salvat si alzò in piedi;

il presidente cominciò l'interrogatorio. E apparve con tragica

nettezza, il contrasto: da una parte i giurati nell'ombra anonima,

_con l'opinione già bella e fatta sotto la pressione del pubblico

terrore, riuniti là per condannare_, dall'altra l'accusato....

«Il procuratore generale prese la parola, severissimo. Era noto per le

sue relazioni con tutti i partiti politici e per la sua destrezza

nell'essere sempre amico degli uomini al potere; d'onde il suo rapido

avanzamento nella carriera giudiziaria e i favori di cui era

costantemente colmato.... E continuò per due ore, _sdegnando la verità

e la logica, cercando soltanto di impressionare le immaginazioni,

cavando partito dal terrore che aveva invaso Parigi, incoraggiando il

giurì a fare il suo dovere condannando_ l'assassino, giacchè il

Governo era risoluto _di non indietreggiare di fronte a qualunque

minaccia...._

«Dopo una deliberazione di appena un quarto d'ora, i giurati

rientravano nella sala, con gran rumore di tacchi sui banchi di

quercia. Riappariva anche la Corte. Un crescendo di emozione agitava

la folla, quasi un vento di ansietà scuotesse tutte le teste. Molti

si erano levati in piedi, lasciandosi sfuggire qualche lieve grido. E

il capo dei giurati, grosso, con faccia rossa e tonda, dovette

attendere prima di leggere:

--Sul mio onore e su la mia coscienza, davanti a Dio e davanti agli

uomini, la risposta del Giurì è questa: Su la domanda intorno

all'assassinio, _sì, a maggioranza...._ Salvat capì subito di che si

trattava dal silenzio che seguì, _senza che si parlasse di circostanze

attenuanti_.»

I lettori del _Journal_ in quei giorni dovettero sospettare qualche

sbaglio d'impaginazione, mescolando la relazione della seduta del

processo Zola con la relazione del processo Salvat.

Nel romanzo, il Salvat, condannato a morte, si rizza bruscamente; e

mentre le guardie lo conducono via lancia con gran voce il grido: Viva

l'anarchia! Lo Zola risponde al verdetto dei suoi giurati, con un

libro, con un'opera d'arte che è anch'essa un gran grido. Viva la

giustizia!

*

* *

_Paris_ chiude la trilogia delle _Trois villes_. _Lourdes_ e _Roma_

erano le premesse; _Paris_ è la conchiusione, la conseguenza del

sillogismo. Pietro Froment, giovine prete, sentendosi venir meno nel

cuore e nell'intelletto la fede religiosa, ha cercato un rimedio al

suo male prima a _Lourdes_, nella piccola città dei miracoli, nella

piscina odierna, poi a _Roma_, nel centro di vita del grande organismo

cattolico.

A _Lourdes_ ha trovato, o gli è sembrato di trovare, la superstizione,

anzi lo sfruttamento quasi commerciale delle umane miserie fisiche; a

Roma, la religione divenuta organizzazione politica, immobilizzata nel

domma, ridotta sterile e tiranna dei corpi e delle anime. Quel

socialismo cattolico, con cui sembrava che il papa volesse vivificare

e consolidare la chiesa, gli si era rivelato un espediente

transitorio, un'abile menzogna diplomatica.

Ed era tornato a Parigi profondamente disilluso, minacciando di

scrivere un libro incendiario contro Roma, «dove avrebbe messo tutto

quel che aveva visto, tutto quel che aveva udito; un libro dove

sarebbe apparsa la Roma vera, la Roma senza carità e senz'amore, e già

agonizzante nell'orgoglio della sua porpora».

Il libro lo ha scritto il suo autore per lui, infondendo un grandioso

soffio d'arte in tutto quel che aveva _visto_; facendo sforzi

d'intuizione straordinari, ma insufficienti, per quel che aveva

_udito_: libro però dove la Roma vera (la Roma dei papi e la Roma

italiana) non è intesa o è fraintesa, perchè l'abate Froment era

venuto a cercare una Roma di sua immaginazione, e in tre soli mesi di

dimora non si è potuto accorgere del suo inganno. Nè forse se ne

sarebbe accorto in dieci, in venti anni, come la sua compaesana de

l'Ile-de-France, cameriera in casa Boccanera, che gli confessa: _Voicì

vingt-cinq ans que j'habite leur pays, et je n'ai pas encore pu my

faire à leur satanè charabia!_

L'abate Froment ricercava un'astrattezza, e si era trovato faccia a

faccia con l'incarnazione di un'idea, cioè con una realtà ricca di

tutti i pregi e di tutti i difetti derivanti dalla natura umana e

dalle condizioni sociali, ma non perciò meno elevata, meno possente,

meno divina. L'idea astratta gli sembrava perfetta perchè spoglia di

particolari, di accidenti; ed egli non sapeva riconoscere, nel gran

rigoglio della vegetazione cattolica, appunto quell'idea che n'era il

succo vitale.

Ed eccolo ora in quel Parigi, dov'egli spera di ricevere una risposta

definitiva ai dubbi della sua mente, alle angosce del suo cuore.

Partendo da Roma egli aveva esclamato: «Giustizia, sì! Ma non più

carità! La carità ha reso durevole la miseria; la giustizia forse

l'annienterà!»

E tutto il _Paris_ è un largo comento a quel grido.

Questa volta però l'autore non si trova in un mondo potuto conoscere

molto esteriormente con tutta la buona fede e la buona volontà che

egli aveva adoperato, e l'opera d'arte si giova di tale condizione;

risulta viva, quasi spigliata, e rivela qualità che finora sembravano

negate al suo autore. L'abate Pietro Froment non apparisce più un

vanesio, un orgoglioso che tenta di imporre le sue fantasticherie

umanitarie a papa Leone XIII col libercolo _La Roma nuova_. La sua

importuna personalità sparisce in mezzo al gran formicaio parigino

dove fervono tutte le attività scientifiche, socialistiche,

anarchiche, insieme col fasto della ricchezza, con le orgie del vizio,

con le disperazioni della miseria. Sì, come nel _Lourdes_ e nel

_Rome_, egli serve da filo conduttore a traverso gli avvenimenti

molteplici del Romanzo, ma non è più il protagonista o, almeno, non se

ne dà l'aria. Le lotte della sua coscienza qui ci interessano, ma

quanto quelle di suo fratello, inventore di un terribile esplodente

che dovrebbe dare alla Francia il predominio della forza su tutte le

nazioni del mondo. Il suo carattere ci diventa simpatico, ma quanto

quello di Maria, l'orfanella ricoverata in casa del fratello di lui e

già sua promessa, che poi, invece, diventerà la moglie dell'abate

quando egli avrà buttato alle ortiche la sottana.

Nel _Rome_ egli diffonde attorno a sè una fosca influenza che vela,

attrista ogni cosa; un senso di rancore e di dispetto, stavo per dire

di pettegolezzo, quasi egli non sappia come sfogare la stizza di

sentirsi piccino e impotente di fronte alla grandiosa mole

dell'organismo cattolico; nel _Paris_, invece, egli versa su le cose e

su gli uomini, un così largo sentimento di compassione, di carità, di

amore, da far dimenticare l'infausto banchiere Duvillard, l'adultera

ebrea convertita sua moglie, la cinica sua figlia che contende

l'amante alla mamma e se ne fa un marito, la strana e corrotta

principessa di Harth che cerca nel misticismo, nel saffismo, nel

decadentismo, e fin nell'anarchismo, sensazioni sempre nuove e sempre

più acute; e tutto il vermicaio di deputati, di giornalisti, di uomini

di affari, tra i quali appare scomposta, losca e seducente, la figura

della cocotte Silvana che fa battezzare col suo nome un ministero; da

far dimenticare, insomma, tutto il laidume della società borghese e

aristocratica parigina, al confronto di quelli entusiasti per una

generosa idea, di fronte a quelli invasati dal furore della

distruzione, lanciatori di bombe omicide, preparatori di ordegni e di

esplodenti che debbono predicare a modo loro la giustizia finale.

E questo senso di compassione e di tenerezza è tale che il lettore si

accorge troppo tardi della parzialità del giudizio, dell'artificiosità

dei mezzi di cui si è servito l'autore.

È una gran vittoria per l'artista. Ed è nello stesso tempo la parte

caduca che il preconcetto ha infiltrato nel romanzo.

Bisogna però concedere qualcosa alle ragioni dell'arte. Questo mondo

nuovo in creazione, in fermentazione (se pure è nuovo) occorreva

metterlo in riscontro con quello che esso intende rovesciare; dargli

un risalto tale da porlo in grande evidenza, e non soltanto nei

tratti principali, ma anche nelle sue gradazioni, nelle sue sfumature.

Guglielmo Froment troneggia su gli altri personaggi; carattere solido,

tutto d'un pezzo a cui il sentimento o meglio la sentimentalità

annebbia un momento l'intelletto, fino a suggerirgli l'idea di far

saltare in aria la chiesa del Cuor di Gesù quando migliaia di

pellegrini vi si affollano per una sacra funzione; ma cuor retto,

animo capace di alti sacrifici, una delle più simpatiche figure che lo

Zola ha messe al mondo.

Viene poi Maria Courturier, figlia d'un amico di Guglielmo, inventore

di genio, che aveva sciupato il suo patrimonio in fantastiche

scoperte. Guglielmo ha ricoverato in casa sua l'orfanella. Mente sana

in corpo sano, ella ha ricevuto una solida istruzione ed è rimasta

ingenua quanto bella.

È il simbolo zoliano della donna futura, di un ateismo tranquillo, con

completa noncuranza del di là. E quando l'abate Pietro le confessa i

tormenti della sua coscienza, il gran vuoto che gli ha lasciato nel

cuore la perdita della fede, la disperazione di non sapere che cosa

sostituire al Dio perduto, ella lo guarda stupefatta:

--Ma voi siete matto!--gli dice.--Disperarsi, non più credere, non più

amare, perchè l'ipotesi del divino è crollata, e appunto quando il

mondo ci si apre vastissimo davanti, con tutti i doveri della vita,

con tante creature e tante cose degne di essere amate e soccorse,

senza contare l'attività universale, dove ognuno ha un còmpito da

eseguire! Ma voi siete proprio matto!.... Tornate con noi alla scuola

della buona natura. Vivete, lavorate, amate, sperate!

Ella dice delle belle e dolci parole, ma fa anche delle belle ed umili

cose; è una buona massaia, e si capisce facilmente come, per lei,

l'abate Froment diventi l'operaio Pietro Froment.

Ma io mi occupo più del contenuto che della forma, e trattandosi di

un'opera d'arte non sta bene.

Mi limiterò a dire che _Parigi_ ha portato buona fortuna a Emilio

Zola. Mai egli è stato così semplice, così spigliato, così efficace;

mai ha mostrato meno di ora quell'impaccio, quella gravità richiesta e

quasi impostagli dal suo metodo di composizione. Ha buttato via tutta

la scoria; appena appena qua e là qualche accenno del suo simbolismo,

ma fatto con garbo, senza calcar troppo la mano.

«Il sole, vicino al tramonto, dietro un roseo velo di nuvolette,

dardeggiava Parigi, simile a un seminatore gigante che lanciasse da un

punto a l'altro dell'orizzonte colossali manate di oro.

«--Parigi sementato dal sole!--esclama Pietro.

«--Sì, è vero--dice Maria,--Parigi sementato dal sole! E con che gesto

egli butta la semente della salute e della luce fin nei più lontani

sobborghi! Cosa singolare! A ovest, i quartieri ricchi sembrano

avvolti da bruna rossastra, mentre la buona semente dorata cade su la

riva diritta e sui quartieri popolosi a est! Là, è vero, dovrà

spuntare la messe.»

E Guglielmo soggiunge con allegra espressione di voce e di gesti:

--E non tardi a spuntare su questo buon terreno del nostro Parigi,

arato da tante rivoluzioni, concimato da tanto sangue di lavoratori!

Non c'è altra terra al mondo per far germinare e fiorire le idee. Sì,

Pietro ha ragione: il sole sementa Parigi, e il mondo futuro nascerà

soltanto da lui!

E lo Zola nell'ultima pagina del romanzo riprodurrà questa immagine e

ne farà la chiusa sinfonica. Non più distinzione di quartieri, ma

tutto Parigi sementato ugualmente dai grani di oro del sole. E la

messe sembra già maturata, ondeggiante come un gran mare biondo a

perdita di vista, sul vasto terreno della riconciliazione fraterna.

Pietro Froment, non più abate; ma padre di una bella creatura, prende

in braccio il figlioletto Giovanni, e lo leva in alto quasi in offerta

all'immensa Parigi sementata dai raggi del divino sole, d'onde nascerà

la futura messe di verità e di giustizia.

Ma al poeta che spicca un così lirico volo nei secoli avvenire

divinando la missione redentrice di Parigi, Parigi non ha concesso

l'illusione di un istante. Mai con più bestiale smentita è stato

risposto, non da una città ma da tutta una nazione, al sogno

umanitario di un'anima avida di verità e di giustizia. Che importa, se

questo sogno ci ha fruttato una bella, una grandiosa e severa opera

d'arte?

In quanto all'avvenire, noi sappiamo che lo Spirito soffia dove vuole,

che nessuno può dire anticipatamente:--La redenzione verrà di là! Il

mondo attuale non ha niente che vedere col mondo avanti la

Rivoluzione; è sazio di astrattezze.--Non più carità, ma

giustizia!--Ma qualche altra nazione dà già al mondo lo spettacolo

meraviglioso della più grande tolleranza possibile, che è forse la

forma più pratica della giustizia su la terra; e l'esempio non sarà

senza influenza per le altre nazioni. E con la tolleranza, la carità

dovrà riprendere l'opera sua consolatrice, e tutte le forze dello

spirito dovranno concorrere alla grand'opera. La carità non ha fatto

bancarotta, come non l'ha fatta la scienza, come non l'ha fatta la

ragione, checchè ne pensi l'abate Froment così scandalizzato dalla

Roma papale. Il vero divino sole dello Spirito si leva su l'orizzonte

per tutti i popoli, sementa tutte le terre: e se si dovesse fare

un'ipotesi ragionevole--si badi, dico: un'ipotesi!--si dovrebbe dire

che la giustizia, invece che nel terreno dove sono spuntate le

astrattezze della libertà e dell'uguaglianza, germoglierà nel suolo

d'onde si è sparso per tutto il mondo civile l'albero immortale del

Diritto.

* * * * *

I giornali avevano annunziato il suo ritorno a Parigi nella prima

settimana di questo mese. Egli avrebbe lasciato il misterioso rifugio

per riprendere il suo posto accanto all'eroico Picquart nella immane

lotta per la verità e la giustizia, alla quale ha, da quasi un anno,

sacrificato la sua tranquillità di uomo e la sua gloria di artista.

Gli stessi giornali oggi annunziano invece che egli parte per

l'America a farvi delle conferenze, non dicono precisamente intorno a

quale soggetto, forse intorno ai tristi avvenimenti della sua patria

che destano tanta ansietà e tanto interesse dovunque.

Io non so quel che ci sia di vero in queste contraddittorie notizie, e

può darsi benissimo che Emilio Zola ci prepari qualche sorpresa che

non sarà il suo ritorno in Francia o il suo viaggio in America. Vorrei

però che questa sorpresa fosse un'opera d'arte, un romanzo.

La missione di pubblico accusatore, ch'egli si era generosamente

imposta, è ormai finita. Qualcosa di più potente che la voce di uno

scrittore, quantunque grande e famoso, la terribile eloquenza dei

fatti, ha preso il posto di lui e parla, anzi tuona alla coscienza del

popolo francese. Emilio Zola è passato in seconda linea.

Questo non diminuisce punto il valore della nobilissima parte da lui

rappresentata nel nefando intrigo che supera quanto di più putrido e

di più immondo egli è stato accusato di ammassare nei suoi romanzi.

Doveva accadere così. Egli però n'è stato ricompensato a bastanza.

Mentre la Francia soldatesca e reazionaria lo insultava, tutto il

resto del mondo civile teneva fissi gli occhi su lui, lo accompagnava

coi voti, augurandogli quel trionfo che oggi è quasi raggiunto.

In quei giorni niente faceva prevedere quel che ora è avvenuto. Su

tutti i personaggi del triste dramma grandeggiava, calma e serena, la

figura del romanziere accusatore; e non valevano a sbigottirlo i

feroci attacchi della stampa partigiana, gli urli della folla pagata o

miseramente illusa, le sentenze dei giurati terrorizzati dalle minacce

dei capi dello Stato Maggiore che, luccicanti di spalline dorate, di

decorazioni, impennacchiati e pettoruti, erano comparsi unicamente per

quello scopo davanti a loro. I pochi che lo ignoravano come

romanziere, avevano appreso ad amarlo e a riverirlo come difensore

della vittima del più indegno delitto che abbiano mai commesso il

militarismo, la politica, la intolleranza religiosa. In certi momenti,

i più gravi interessi delle nazioni erano diventati meschina cosa di

fronte alla titanica lotta da lui combattuta.

Poi sembrò vinto, disfatto. La sua scomparsa veniva giudicata una

fuga; il dubio e lo scoraggiamento cominciavano a insinuarsi fin fra

coloro che più avevano avuto fede in lui; e i suoi avversari

sogghignavano di scherno alle parole: _Sarò al mio posto, quando verrà

l'ora opportuna!_

Tutt'a un tratto il rasoio del colonnello Henry recide i primi lacci

della mostruosa matassa... e l'Accusatore sparisce dietro le sinistre

figure dei falsari venute inattesamente in pienissima luce.

*

* *

Voglio sperare che Emilio Zola non stimi questa sua grande vittoria,

questa sua sublime ora di trionfo superiore o uguale alle vittorie e

ai trionfi da lui ottenuti nel campo dell'arte. Il valore di un'azione

va anche giudicato dalle conseguenze che può produrre. E intorno a

queste, pel processo Dreyfus, non c'è da farsi illusioni di sorta

alcuna.

In meno di un lustro, Dreyfus, l'Isola del Diavolo, il colonnello

Henry e compagnia brutta saranno certamente dimenticati.

All'agitazione presente succederanno altre e non meno violente

agitazioni. La vita--che ne dica la ballata--corre più presto dei

morti. E poi, Calas e Voltaire non hanno impedito che, appena dopo un

secolo, una quasi identica situazione si riproducesse, cioè che un

innocente fosse condannato e che uno scrittore, un semplice scrittore,

non magistrato, non avvocato, sorgesse a difenderlo e riuscisse, come

ci auguriamo tutti, a salvarlo dell'atroce prigione, più fortunato del

suo predecessore che potè solamente rivendicare la memoria

dell'infelice vittima della superstizione religiosa.

Ci sono voluti degli eruditi per rammentare la bella azione del

Voltaire. Tutti coloro che hanno letto e leggono _Candide_, o la

ignoravano o non se ne rammentavano più; ed io temo che il nuovo

esempio dello Zola non varrà neppur esso a impedire che qualche altro

infelice sia vittima di altri falsarii o di miserabili di specie

diversa. Mutano le apparenze, le passioni assumono altre maschere, ma

la malvagità umana permane identica. E quando i nuovi Esterhazy, i

nuovi Henry, i nuovi Paty de Clam, i nuovi Gonse e Boisdeffre

entreranno in ballo; quando avranno ordito peggiori tranelli e più

formidabili falsità che non ne abbiano accumulato i maldestri di oggi,

troveranno sempre una folla che si lascerà ingannare, che sentirà il

bisogno di essere ingannata per sfogarsi contro qualcuno delle

sciocchezze e degli errori da lei commessi e dei quali non saprà

rassegnarsi a soffrire le conseguenze; troveranno altri interessati a

coadiuvarli, altri furbi che vorranno giovarsi delle loro birbanterie

e che li lasceranno liberamente agire con questo secondo fine. E

allora niente varrà che altri eruditi rammentino Voltaire e Calas,

Emilio Zola e il capitano Dreyfus. Non sempre i Voltaire e gli Zola

hanno la fortuna di trionfare, caso mai se ne potessero trovare a ogni

occasione; e non si trovano, ahimè!

*

* *

Se Emilio Zola non avesse fatto altro che difendere la innocenza del

capitano Dreyfus, avrebbe raccomandato il suo nome a un molto debole

sostegno.

Fortunatamente per lui e per noi, egli ha fatto ben altro.

Ed ecco perchè io sono lieto che l'illustre autore dei

_Rougon-Macquart_ sia giunto al termine della sua campagna. Ed ecco

perchè mi auguro ch'egli testimone e _magna pars_ in questi

avvenimenti dai quali sono tenuti tuttavia sospesi gli animi--perchè

non è ancora certo che le bieche ragioni di Stato non prendano il

sopravvento su le ragioni della giustizia--meglio che scrivere un

libro di storia e di polemica, come è stato detto, ritorni all'arte,

al romanzo.

La politica, oh no! non lo tenterà. Egli deve sentirne un'immensa

nausea, dopo aver potuto scrutare da vicino di che laidumi sia

impastata.

Ch'egli scriva dunque quest'altra _Debacle_ assai più terribile della

prima! Ch'egli attacchi a una gogna immortale--l'arte sola dà

l'immortalità--tutti questi farabutti che disonorano l'esercito

francese e la Francia intera! Quando le misere agitazioni presenti

saranno appena un vago ricordo per li ultimi sopravvissuti della

nostra generazione, e quando soltanto gli storici si occuperanno del

processo Dreyfus consacrando ad esso qualche breve pagina, l'opera

d'arte soltanto terrà ancora in vita, bollate da un marchio di fuoco,

le ignobili figure della seconda repubblica, che ecclisseranno i poco

scrupolosi faccendieri del secondo impero transustanziati dalla

immaginazione nei _Rougon-Macquart_.

Mai più tetra e tragica materia si è presentata all'immaginazione di

un grande artista, mai, o quasi, la realtà è stata così superiore alle

combinazioni più assurde di un'ardente fantasia! Mai il còmpito di un

artista è stato più difficile e nello stesso tempo più tentatore.

Emilio Zola ha il poderoso petto che occorre per affrontarlo.

I suoi famosi documenti umani egli non dovrà stentare per trovarli; ne

ha già troppi sotto mano.

O tranquilla palazzina di Médan, ieri violata dalla volgare persona

degli uscieri, umili strumenti di una giustizia indegna di chiamarsi

tale, quando aprirai a due battenti il tuo cancello al profugo

artista? Allora veramente entrerà assieme con Lui nelle tue vaste sale

la solenne vindice Giustizia: ed ha un nome altrettanto nobile e

santo; ella chiamasi l'ARTE.

Cronache Letterarie · 第 22 / 45 题