GABRIELE D'ANNUNZIO

(_La città morta_--Fratelli Treves editori. Milano, 1898.)

Poichè le rappresentazioni di essa in Italia sono ritardate, si dice,

fino a giugno, tentiamo di darcene intanto una rappresentazione

ideale.

Abbiamo il volume sotto gli occhi. L'immaginazione è assai più

compiacente della realtà. Un'attrice, un attore hanno sempre qualcosa

di più e qualcosa di meno nell'aspetto, nella voce, nel gesto con cui

dovrebbero far vivere sul palcoscenico un personaggio. Particolari che

sembrano insignificanti attenuano grandemente il godimento estetico in

teatro, quando non gli nuocciono a dirittura. Tentiamo dunque di darci

della tragedia dannunziana una rappresentazione ideale, cioè conforme

all'idea voluta attuare dal poeta.

Fino a pochi mesi fa dovevamo contentarci di conoscere le intenzioni

di lui per mezzo delle interviste dei suoi ammiratori ed amici.

Intorno alle intenzioni di chi si accinge a fare un'opera d'arte è

imprudente discutere. Bisogna dire soltanto:--Va bene; mettetele in

atto; ne ragioneremo poi.

Non già che non si possano talvolta discutere le intenzioni, quando,

per esempio, sono evidentemente assurde. Ma siccome dal detto al

fatto, secondo il proverbio, corre gran tratto, così mi par meglio

rassegnarsi ad attendere. Le intenzioni, lungo il cammino, inciampano

in difficoltà di esecuzione che ne modificano le crudezze, ne

infrenano gli eccessi. Quel che di raramente buono c'è in esse, si

trasfonde intero nell'opera d'arte; il po' di strambo, di cattivo che

non vien potuto eliminare non risulta poi tale da danneggiarla

fortemente.

Infondere nell'anemico organismo della drammatica moderna tutta la

maestà, tutta l'idealità ieratica della tragedia greca, fino a

sconvolgere i mezzi materiali di cui si serve il teatro attuale, e le

abitudini del pubblico a un certo modo di rappresentazione; far

sorgere in Albano, in vista del lago, fra gli ulivi, un teatro di

foggia antica dove i capolavori della musa tragica greca e i

capolavori della musa tragica contemporanea, o, più modestamente, i

lavori, i tentativi di essa si alternerebbero davanti a un pubblico

capace di intenderne le bellezze e di apprezzarne le arditezze, non

erano, secondo me, intenzioni così strane, così assolutamente

impossibili da permettere di condannarle anticipatamente.

Le riproduzioni dei drammi di Eschilo e di Sofocle, avrebbero potuto

riuscire cosa assai diversa dalle recitazioni scolastiche fatte ogni

anno dagli studenti inglesi e tedeschi al cospetto di professori e di

dotti, pei quali non hanno misteri le più riposte meraviglie del testo

originale. Un pubblico speciale avrebbe potuto, per qualche ora, darsi

il gusto di rivivere un'altra vita intellettuale, e ottenere

direttamente quelle grandiose impressioni che formarono la delizia del

popolo più artistico che mai sia stato al mondo.

In quanto ai lavori nuovi, imitazioni, derivazioni dagli antichi

esemplari, perchè diffidarne prima di averli sott'occhio? Ferve negli

scrittori e nel pubblico l'ansiosa ricerca di qualcosa di meglio, di

più elevato, di più raro che non somministrino le commedie e le

_pochades_ da le quali sono a stento alimentate le fiacche

rappresentazioni dei nostri teatri. Parecchi tentativi hanno avuto la

fortuna di vincere gli ostacoli di un'educazione estetica molto

scarsa, e quelli, anche più ardui, delle vecchie abitudini. Buon

numero di convenzioni teatrali, che già s'imponevano come dommi, sono

state eliminate; concetti che sembravano repugnanti alla forma

drammatica sono apparsi sul palco scenico, dando vita a personaggi, a

caratteri, a passioni, a catastrofi che hanno allargato i confini,

dentro cui si era aggirata finora questa forma d'arte.

Perchè altri tentativi non avrebbero potuto farsi, cavando fuori

nuove conseguenze da vecchie promesse, facendo germogliare semi

rimasti addormentati, operando innesti fecondi, procurando anche

ibridismi che trasporterebbero nel dominio dell'arte scenica i

miracoli ottenuti dalla istancabile pazienza dei floricultori?

--Anche il _simbolismo_?

A _priori_, io non oso dire di no. Tutto sta nel modo e nella misura.

Per parecchi secoli, l'arte drammatica si è servita del _tipo_: poi,

per logica evoluzione, ha messo fuori l'_individuo_: prima, per

esempio, con caratteristiche generali, l'_avaro_, il _geloso_; poi, un

tal _geloso_, un tal _avaro_, Otello, il notaio Guerin. Presentare ora

personaggi, caratteri, situazioni che, sorpassando il significato

individuale, aprirebbero alla intelligenza e alla fantasia degli

spettatori orizzonti più larghi, e darebbero anche sensazioni più

profonde, più complicate di quelle che sogliono scaturire da

individui, da caratteri, da passioni, da situazioni determinate,

perchè mai, dico, dovrebbe sembrare a _priori_ impossibile?

Questo però presuppone che un artista, intraprendendo un'opera d'arte,

conosca innanzi tutto la intima essenza di quella forma e i limiti ad

essa imposti dalla sua natura; presuppone che egli sappia che

l'essenza d'una forma d'arte è superiore a qualunque potenza

d'ingegno, e che neppure il genio sconvolge o inverte le funzioni

vitali di essa, anzi le sente e le incarna più compiutamente di ogni

altro; così compiutamente talvolta, da esaurire tutte le possibilità

d'una forma e chiuderne il ciclo di evoluzione.

La tragedia con personaggi moderni non è precisamente una novità.

Invece di tragedia è stata chiamata dramma. Non è una novità il

tentativo di trasportare in un soggetto moderno il Fato degli antichi

greci. Zaccaria Werner l'ha fatto nel 1810, col suo _Ventiquattro

febbraio_, di cui ci ha dato, se non sbaglio, la traduzione e uno

studio critico il Mazzini. Questo non significa che non si possa

ritentare con altro modo, con altra misura. Del _Fato_ dei greci non

abbiamo idee esatte; filosofi ed eruditi non sono punto di accordo

intorno al vero significato di questa concezione religiosa. Pel

D'Annunzio, per esempio, l'interpretazione del _Fato_ consisterebbe

nell'influenza dell'ambiente, nella violenza che la passione esercita

su la ragione, nelle determinazioni prodotte nel cuore e nella

intelligenza dagli studi particolari a un individuo.

Siamo lontani dal _Fato_ greco, molto lontani da Edipo destinato ad

essere uccisore del padre, marito della madre e per questi involontari

delitti condannato ad errare cieco e miserabile pel mondo, fino a che

non troverà requie nel bosco delle Furie e non diventerà

genio benefico per la città di Atene. Non importa. Il pregio

dell'indeterminatezza di certi concetti consiste appunto nelle diverse

interpretazioni che essi permettono all'artista per scopi artistici.

L'essenziale è che questi scopi artistici siano raggiunti.

Dicevo dunque che fino a pochi mesi fa dovevamo contentarci di

conoscere le intenzioni di Gabriele D'Annunzio. Ora che abbiamo sotto

gli occhi l'opera bell'e compiuta, cerchiamo di renderci conto se alle

intenzioni ha corrisposto il fatto.

*

* *

Siamo avvertiti dal titolo che non dobbiamo attenderci niente di

reale, o poco assai. La città morta è Micene _ricca d'oro_,

nell'Argolide _sitibonda_, come dicono le scolie con perdonabile

pedanteria. Bisogna dimenticare che gli scavi di Micene furono fatti,

tra il '73 e il '78, dal mecklemburghese Schliemann e dalla sua

Signora, e non stupirsi se gli scavi del lavoro di fantasia danno

risultati alquanto diversi da quelli descritti dal vero scopritore

delle tombe degli Atridi. Non si tratta di una ricostruzione, ma d'una

creazione che toglie in prestito dalla realtà i particolari che gli

fanno più comodo. Il poeta ha diritto di agire così.

Le _dramatis personae_ (dire personaggi è parso una volgarità?) sono

indicate con semplici nomi, quasi per spogliarle di ogni bassa

caratteristica. Forse notare, invece di _Alessandro_, _Leonardo_,

_Anna_, _Bianca-Maria_, notare soltanto: _Un Uomo_, _Un altr'uomo_,

_Una donna_, _Una_ _Vergine_, _Una Vecchia_ sarebbe stato meglio; lo

dico senza malizia, giacchè il poeta vuol raggiungere l'idealizzazione

dei personaggi anche con questi espedienti. Nelle rappresentazioni di

Parigi ha vestito le donne con larghe tuniche greche, e gli uomini....

da biciclisti, come ci ha fatto sapere il Sarcey, se pure questa non è

stata un'irriverente grossolanità del critico francese.

Tutti i personaggi sono oppressi dall'ossessione archeologica. Per

Leonardo, la cosa è naturalissima: è invasato dall'idea di scoprire le

tombe degli Atridi. Si capisce pure che un poeta come Alessandro, che

ha voluto accompagnare l'amico nella difficile e nobile impresa, viva

con l'immaginazione nel mondo mitologico di Omero e di Sofocle.

Sembra un po' strano che le due donne, Anna e Bianca-Maria, non

leggano altro all'infuori dell'_Antigone_ durante la monotonia delle

lunghe giornate d'ozio; e che Anna, la cieca, racconti alla nutrice la

favola della ninfa _Io_; eppure reca meraviglia che il poeta abbia

ceduto un momento alle lusinghe della verosimiglianza facendo

addormentare la vecchia a quel racconto.

Sarebbe ridicolo avere un attimo di curiosità intorno alla condizione

dei personaggi. Anna è divenuta cieca dopo il matrimonio? O

Alessandro, vinto da un impulso di generosissimo affetto, l'ha sposata

proprio per quei begli occhi limpidi, ma muti alla luce? Immaginate

quel che vi pare. Tanto più che la stessa Anna sembra di scordarsi di

essere cieca quando dice, parlando di Zacinto: _Io non conosco

l'isola; ma una sera, nel mio primo viaggio la vidi di lontano e mi

pareva l'Isola dei Beati._ Queste minuzie non hanno niente che fare

con l'azione, col dramma intimo che i personaggi ci vogliono

raccontare, adoperando un linguaggio adatto all'ambiente, tra quei

tesori di arte antica che ricompaiono al sole dopo migliaia di

secoli--avori, vesti, diademi, maschere del Re dei Re, di

Clitemnestra, di Cassandra, ogni cosa di oro massiccio--tra i versi di

Omero, di Eschilo e Sofocle che suonano a ogni istante su le labbra di

tutti.

In una rappresentazione ideale noi possiamo prestare docile orecchio

ai periodi ondulanti, spiegantisi con lenta maestà, scandentisi al

pari dei greci trimetri, degli anapesti, dei tetrametri-trocaici, dei

giambici eschilei e sofoclei. È vero che dobbiamo foggiarci uno

special modo di recitazione simile a melopea, che di tratto in tratto,

si esalti fino a divenire melodia; ma nella nostra condizione è lecito

permetterci tutto.

I personaggi si sono sollevati molto in alto, in una regione dove

possono sentire e pensare a modo loro, fuori d'ogni volgarità, fuori

anche dell'umanità, ed esprimersi in conseguenza. Sono nel dramma,

cioè nella tragedia, e nello stesso tempo quasi estranei a quel che

accade dentro di loro e attorno a loro.

Anna, la cieca, sente, indovina che Bianca-Maria le toglie il cuore

del marito, eppure compatisce, perdona e pensa di eliminare l'ostacolo

all'unione dei due cuori: sè stessa.

Bianca-Maria è appena turbata dall'impuro amore che le è germogliato

nel petto.

Alessandro, il poeta, fa serenamente olocausto della moglie al suo

nuovo amore per Bianca-Maria; e quando la vergine gli domanda:--_Che

volete fare di me, della creatura che amo, che amate? Dite!_--egli

risponde:--_Lasciate che il destino si compia._

Leonardo è preso da folle passione per la sorella; e venendo a

cognizione ch'ella ama, riamata, Alessandro, pensa soltanto a

purificare per sempre quella creatura, annegandola nelle acque della

fonte Perseia. E allora si sente tutto puro anche lui!

--_Se ella ora si levasse, potrebbe camminare su l'anima mia come su

neve immacolata... S'ella rivivesse, tutti i miei pensieri per lei

sarebbero come i gigli, come gigli._

Lo stesso Alessandro, il poeta innamorato, davanti al cadavere

dell'amata non ha uno scatto; soltanto, _con gesto imperioso_, dice

all'assassino, no, al purificatore:--_Non la toccare! Non la

toccare!_--E l'altro, indietreggiando, risponde:--_Non la tocco...

Ella è tua, ella è tua!_

Anna, la cieca, finalmente, inciampando nel cadavere dell'amica, ha un

grido:--_Ah! Vedo! Vedo!_

E noi dobbiamo rimanere nell'ideale e ignorare precisamente in che

modo ella veda.

*

* *

Senza dubbio, c'è in tutto questo, nel concetto e nella forma, una

continua cura di sfuggire il comune, il volgare; ma c'è anche una non

meno continua cura di sfuggire la logica della passione e delle

circostanze. Nessun artificio teatrale è messo in opera per ottenere

qualcuno dei soliti effetti; sono però adoprati altri artifici per

raggiungere determinati effetti, e viziosi quanto quelli voluti

evitare.

Tutti i personaggi hanno orrore di dire la parola giusta, di servirsi

dell'espressione più semplice e quindi più efficace. Nel punto in cui

l'anima loro sta per penetrare nell'intimo del _pathos_, si ritraggono

sùbito indietro, quasi abbiano paura di dire qualcosa di umano, di

vero.

«BIANCA MARIA. Le mie labbra erano pure, sono pure... Per la memoria

di mia madre, per il capo di mio fratello, io vi giuro, Anna, che

rimarranno pure, così, suggellate dalle vostre stesse mani. (_Ella

preme su la sua bocca le mani della cieca_).

«ANNA. Non giurare! Non giurare! Tu pecchi contro la vita; è come se

tu uccidessi tutte le rose della terra, per non donarle a chi le

desidera. Abbi fede! Attendi ancora un poco!»

È un momento grave, solenne, veramente tragico.... Ma Anna, a un

tratto, divaga:

«Senti l'odore dei mirti? È inebriante come vino caldo...» E in quella

divagazione lirica intorno ai mirti di Megara, alle rive di Zacinto

(nessuno dei personaggi dice mai Zante!) e intorno alle voci

misteriose delle fontane, non si sente il fremito di chi divaga a

posta, per sviare il discorso, per reprimere la commozione. La parola

non dice una cosa per farne intendere un'altra, la più importante, no;

si compiace della bella descrizione, delle dolci immagini, delle

sottili comparazioni, fa un esercizio retorico.

Così ogni volta che la situazione drammatica vorrebbe forzar la mano

al poeta.

La grande, la ieratica idealità greca? Ma tutto è umano in quella

grande idealità. Antigone che affronta consapevolmente la morte per

dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice e compire un atto

religioso che avrebbe permesso allo spirito di lui il passaggio

nell'Eliso, Antigone rimpiange la vita e le nozze. Edipo passa di

angoscia in angoscia, tentando di trovarsi innocente, e rimanendo

sempre dubbioso ed incredulo davanti alle prove più evidenti della

fatalità che lo incalza. E Filottete? Che accenti di dolore, che

imprecazioni, che suppliche nella sua misera condizione!

La grande, la ieratica idealità greca! Dove mai? Nel concetto? Il

dramma, la tragedia, giacchè così si vuole, qui risulta per via di

artifici. Quei personaggi pensano e agiscono a quel modo, perchè il

poeta ha voluto che pensassero e agissero a quel modo. Anzi, per dire

la verità, essi non c'entrano. Il poeta ha parlato per conto loro,

togliendo a ognuno di essi la propria personalità, fin nella maniera

di esprimersi. E quando ho detto: _agiscono_ ho parlato

impropriamente; essi agiscono così poco, che non potrà sembrare

esagerazione l'attenuare che non agiscono affatto.

Ora niente è più contrario all'essenza della tragedia greca, che è

tutta azione; azione breve, ristretta, circoscritta dai limiti che le

condizioni teatrali e l'indole di rappresentazione religiosa

imponevano con gli intermezzi del coro, impaccioso residuo della forma

sacra primitiva; coro che in Sofocle comincia già a trasformarsi in

personaggio.

La grande, la ieratica idealità greca! Dove mai? Nella forma? Ora

niente di più semplice, di più limpido, di più trasparente della forma

greca; cioè niente di più perfettamente compenetrato col concetto che

essa vuole esprimere. Nel caso però che si voleva fare un _pastiche_,

bisognava imitare il Goethe, scegliere un soggetto greco, e dare ad

esso quell'apparenza di bassorilievo ch'egli ha tentato di dare alla

sua _Ifigenia_.

Ma anche a proposito del Goethe, si può ripetere il motto del Taine:

_Non c'è altre tragedie greche che le greche!_

*

* *

Non sarebbe qui inopportuno discutere le intenzioni del poeta. Ma a

che prò?

Io capisco che un ingegno come quello di Gabriele D'Annunzio ha fatto

così la _Città morta_, in massima parte perchè ha voluto farla così.

Nella _Città morta_ c'è il germe di un'azione veramente drammatica, e

qua e là un accenno di organico svolgimento di essa. Questo, forse,

può significare che un'altra volta, se non vorrà fare a posta

così,--cioè rinunziare di proposito ai perfezionamenti che la forma

drammatica ha raggiunto dai greci fino a Shakespeare, e da Shakespeare

fino ad oggi--Gabriele d'Annunzio ha tanta forza da prendere

facilmente una rivincita, purchè non dimentichi che l'essenza d'una

forma d'arte è superiore a qualunque potenza d'ingegno, come l'ha

sventuratamente dimenticato scrivendo questa _Città morta_, morta

davvero come opera drammatica.

Cronache Letterarie · 第 21 / 45 题