(G. Pipitone-Federico, _Giovanni Meli_. I tempi, la vita, le opere.
Palermo, Sandron 1898.)
Le quattrocentoventiquattro pagine di questo volume potrebbero essere
ridotte quasi a metà, levando via le lunghe citazioni, qualche volta
ripetute in diversi capitoli, di brani di componimenti del poeta
siciliano. Ma per coloro che conoscono poco o niente del Meli e che
non possono facilmente procurarsene le opere, o non sentono grande
curiosità di ricercarle sospettando insormontabili difficoltà
nell'intenderne il dialetto, il libro del signor Pipitone-Federico
riesce utilissimo.
Lo studio intorno ai tempi e alla vita del poeta è fatto ampiamente;
quello intorno alle opere, un po' farraginoso e troppo polemico.
All'ultimo, si ha, è vero, l'impressione di aver conosciuto un Meli
molto diverso da quello, diciamo così, leggendario, e infinitamente
più simpatico; ma l'apologia del poeta lascia perplessi. Il critico
insiste più del convenevole su le qualità di pensatore, di filosofo, e
per poco non dimentica che si tratta di un poeta, di un artista.
La fama del Meli varcò, lui vivente, i confini dell'isola, ed ora il
suo nome va accompagnato nel continente a quelli del Belli e del
Porta. Ma i più ne parlano per sentita dire. Gli stranieri forse lo
conoscono assai meglio di molti italiani. Le traduzioni lo rendono più
facilmente accostabile; ma le qualità di stile e di forma, che si
alterano straordinariamente nel passaggio da una lingua all'altra,
specie trattandosi di poesie dialettali, non daranno mai elementi sodi
e sicuri per un equo giudizio.
Io, come siciliano, non posso essere sospetto se non sarò pienamente
d'accordo col signor Pipitone-Federico nella grande ammirazione pel
Meli. Anni fa, nel _Fanfulla della Domenica_, osai dire che
bisognerebbe tradurre il Meli in siciliano. La espressione è forse
eccessiva, ma, anche dopo la lettura di questo volume, non esiterei di
ripeterla. Parto da un concetto della poesia dialettale che mi sembra
giusto tuttavia, nonostante quel che il signor Pipitone-Federico ha
diffusamente scritto in difesa del Meli.
E il giudizio del Finzi, che il critico riporta e che io ignoravo, mi
pare il più esatto che si sia dato intorno al poeta siciliano finora.
Dirò subito la ragione. La poesia dialettale implica naturalmente
l'idea della forma popolare. Il Porta e il Belli, due grandissimi
poeti, lo hanno istintivamente capito e messo in atto. Il Meli, no. E
quando dico forma, non intendo solamente la parola del dialetto, ma
il modo di sentire e di concepire il soggetto. Il Porta e il Belli non
hanno mai dato impronta _letteraria_ alle cose loro; e questo
costituisce il massimo loro pregio. Il Meli, invece, è raramente
popolare, anche dove più la sua natura di poeta e l'argomento lo
spingevano ad esser tale. Da ciò la meraviglia di coloro che
accostandosi, timidamente, per la prima volta, alla lettura delle sue
poesie, le trovano di più facile comprensione che non si erano
immaginati.
Certamente il vocabolario del Meli è più vario e più ricco, se si
confronta con quelli del Porta e del Belli; ma questo avviene perchè
più di metà dei vocaboli che egli adopra sono siciliani fino ad un
certo punto, o almeno non sono propriamente popolari; così le frasi,
così il giro del periodo poetico.
A un siciliano di buon gusto, il Meli fa l'effetto di uno che traduca
alla meglio per farsi intendere da coloro che capiscono soltanto il
suo dialetto. L'affermazione pare enorme; un esempio la schiarirà.
Ecco pochi versi, scelti a caso dall'_Idilliu 1º_:
Tacinu l'ocidduzzi 'ntra li rami;
Sula la cucuccinta, ch'era stata
La prima a lu sbigghiarsi, ultima ancora
Va circannu risettu pri li chiani:
Ed ora l'ali soi parpagghiannu,
Si suspenni 'ntra l'aria; ora s'abbassa,
Ripitennu la solita canzuna.
Traduciamo:
Tacciono gli augelletti in mezzo ai rami;
Sola l'allodoletta, ch'era stata
A svegliarsi la prima, ultima ancora
Va cercando ricetto per le piane;
Ed or con l'ali, a guisa di farfalla,
Si sospende nell'aria, ora si abbassa
Ripetendo la solita canzone.
Questa traduzione sembra l'originale. Si capisce sùbito che il poeta
ha sforzato il dialetto, e che, scrivendo, aveva nell'orecchio un
movimento ritmico disadatto alla natura di esso.
Si noti inoltre che ho scelto un passo dove il dissidio tra la forma e
il concetto è meno apparente.
Ma questa discussione mi menerebbe troppo lontano e non potrebbe
interessare tutti i lettori; mi basta averla accennata. Interesserà
invece la figura del Meli quale risulta dalle pagine del signor
Pipitone-Federico, che ha potuto usufruire di molti documenti
recentemente pubblicati e ignorati fuori dell'isola.
Il titolo di abate che va inseparabile dal nome del Meli; molte sue
poesie, piene di facile e amabilmente stoica filosofia, hanno dato
origine alla creazione del personaggio fantastico d'un poeta gaudente,
sensuale, adulatore, parassita. Si diceva: Il poeta ha adombrato sè
stesso nella _Cicala_ da lui cantata:
_Cicaledda, tu t'assetti
Supra un ramu la matina,
Una pampina ti metti
A la testa pri curtina,
E ddà passi la jurnata
A cantari sfacinnata._
Povero abate Meli! Egli quasi prevedeva questo equivoco quando
scriveva all'arcivescovo Lopez, suo amico e protettore: «L'abate Meli
(abate però di sole spoglie, senza titolo, senza pensione) fu una
cicala che assordì col suo canto molta estensione di paese». E
soggiungeva: «Il secolo ed il paese in cui nacque e visse, e la
professione che esercitò, fecero sempre a calci con la di lui indole e
temperamento (_sic_). Vide e gustò qualche volta il piacere, la pace,
la consolazione, ma soltanto nei sogni che gli somministrarono i
soggetti delle sue poesie.»
Nato in Palermo il 3 marzo 1740, da un orefice di scarsa fortuna, fu
messo a studiare nelle scuole gesuitiche; e vi apprese il latino,
passando sette anni attorno alla grammatica del Padre Emmanuele
Alvarez, anni che egli rimpianse argutamente nel suo poemetto _La Fata
galante_. I _Reali di Francia_, i drammi del Metastasio, l'_Orlando
furioso_ dell'Ariosto svegliavano la sua fantasia; e l'istinto poetico
del giovinetto cominciò a rivelarsi in componimenti di imitazione. _La
Fata galante_, scritta a diciotto anni, è già un gran passo; è la
splendida aurora di un bellissimo giorno.
Intanto, tra un canto e l'altro di quel poemetto, tra un'ode e l'altra
di fattura rollesca o vittorelliana, tra un capitolo bernesco e
l'altro, egli studiava medicina. E appena era in caso di
esercitarla--la laurea non esisteva ancora nell'Università di
Palermo--le strettezze della famiglia lo costringevano ad accettare
il posto di medico comunale nel villaggio di Cinisi, a ventiquattro
miglia dalla capitale. Qua egli era vissuto tra gli accademici della
_Galante conversazione_, come s'intitolava una riunione di begli
ingegni e di coltissime persone, e il suo nome accademico era _Lu
stravaganti_: a Cinisi, si trovava faccia a faccia con la Natura, in
mezzo a un paesaggio incantevole, tra uomini di vita semplice e
laboriosa. Curava i suoi malati, si divertiva con la caccia al roccolo
e con la pesca, e continuava alla meglio i suoi studi di medicina e di
filosofia. La vita frugale gli permetteva di mandare quasi intero il
suo magro stipendio alla famiglia. E tra _quelle collinette, tra
quelle valli, tra quelle roccie rivestite di muschi e di edera_, egli
concepiva e scriveva la _Buscolica_, che rimarrà il suo maggior titolo
di poeta.
Era andato in Cinisi innamorato; cinque anni dopo tornava a Palermo,
chiamatovi dal suo professore di clinica che voleva affidargli la sua
clientela durante la sua assenza per un viaggio all'estero. Il primo
amore era sfumato; e il giovane dottore, con l'aureola di poeta e in
fama di uomo di spirito e di persona gioviale, si vedeva festosamente
accolto dall'alta società palermitana, specialmente dalle belle
signore che si disputavano l'onore di aver dedicata e d'ispirare
qualcuna delle sue odi. Il titolo di poeta noceva un po' all'esercizio
della sua professione, non ostante che il Meli avesse usata la
precauzione di vestire l'abito talare, come allora facevano i medici
per poter avere tra la loro clientela le suore dei monasteri. Pare che
molte delle sue odi non siano state semplice esercizio poetico,
reminiscenze o ispirazioni del vecchio Anacreonte. Una baronessa
Martinez, bellissima e colta giovane signora, la non meno bella
marchesa Regiovanni, una signora Mantegno, che aveva sul petto un
graziosissimo neo, entrarono per qualche cosa nell'ispirazione del _Lu
gigghiu_, _Lu pettu_, _Lu neu_. Il Meli menava di fronte la scienza,
la poesia e la galanteria: ed è curiosa una sua lettera amorosa che si
conserva nella biblioteca comunale di Palermo:
«Non è più tempo di dar fede ai pregiudizii dell'infanzia ed alle fole
dei poeti che vi dipingono Amore fiero, indomito, lascivo, crudele al
par di un'arpia e d'una megera. Crediamo piuttosto alle veridiche voci
della natura. Ella non è un nome vano e senza effetto; è un principio,
un nome, una pura causa, una parte di Dio medesimo, che, occultata nel
più recondito recesso del cuore umano, ispira, agita e si palesa sotto
la mascherata (_sic_) di un istinto o sia di un sentimento vivo ed
animato...... Or questo stesso principio che vi fa amar noi in noi,
comanda di amar noi in altri. Per sovrumana metamorfosi di amore, chi
ama vive nell'oggetto amato e questo in lui. Adunque dovendo amar voi
in voi, dovrete amar voi in me, per diritto di natura, di gratitudine,
di convenienza.
«Mi direte che in questo istante non sperimentate in voi le voci del
sentimento così vive che vi spingano ad amare. Sia così; ma di grazia,
cancellate quella stima pel cagnolino, discacciate il passerino,
lasciate di apprezzare quelle gioie, quegli arredi, quelle galanterie,
insomma rivocate quell'affetto disperso in mille oggetti e riunite le
divise forze d'una potenza così nobile impiegata stoltamente in
oggetti ignobili e materiali. Ed allora sentirete destar la natura ed
esortarvi ad impiegare il ricco capitale dei vostri affetti in un
cuore come il mio, nel quale chi ve ne impiega una parte, nel momento
appresso ne avrà rese mille per quell'una.»
La galanteria non gli aveva impedito di scrivere le _Riflessioni sul
meccanismo della Natura, in rapporto alla conservazione e riparazione
degli individui_ e il discorso _Sulle attrazioni elettive adombrate
nella mitologia degli antichi_, lavori che dimostrano come sotto il
poeta ci fosse il pensatore positivo, se non originale, certamente
audace riguardo ai tempi e alla cultura del suo paese. Le _Riflessioni
sopra il meccanismo della Natura_ suscitarono quasi uno scandalo, e
l'autore ne fu intimidito e non scrisse gli altri due libri che
dovevano compire il lavoro. Non si deve però attribuire al suo merito
scientifico l'elezione a professore di chimica nell'Università di
Palermo, che egli ottenne nel 1786; si volle, con essa, dare una
rimunerazione al poeta. Il Meli in chimica era un mediocre teorico:
uomo di ingegno e di buona volontà, aiutato dal suo operatore Stefano
Chiarelli, potè per sedici anni contribuire a diffondere in Sicilia le
teoriche del Lavoisier.
Intanto, alle sventure domestiche, si aggiungevano una lunga malattia
e un furto che lo metteva sul lastrico. I ladri gli avevano svaligiato
completamente la casa, portandogli via trecento ducati di laboriosi
risparmi, biancheria, vestiti, arnesi. Senza l'aiuto dell'arcivescovo
Lopez, il Meli sarebbe morto quasi di fame. E di questa disgrazia,
scriveva poco dopo, scherzando all'arcivescovo lontano: «Intorno al
rispondere, che sarebbe il maggior incomodo, mi rimetto al laconismo
della prima lettera di Cicerone: _Si vales, bene est, ego valeo_,
potendosi risparmiare il _tua tueor_; perchè io in questo mondo non ho
nè beni, nè affari, nè pretensioni, onde alcuno potesse assumere per
me la cura: nè io medesimo ho niente da sbrigare, o da custodire,
giacchè i ladri, com'Ella sa, mi hanno di questa gran cura liberato.»
Il padre del Meli era morto pazzo; uno dei suoi fratelli si era
rovinato per eccessivo scrupolo nei suoi doveri di procuratore; la
sorella, che poi moriva matta anche lei, era invasata da tale ardore
di carità da vendere mobili e biancheria per maritare e dotare le sue
serve e le loro figliuole; un secondo fratello, monaco domenicano,
processato dagli altri monaci come dilapidatore dei beni del convento,
ricorreva al povero abate per farsi cavare da impicci che potevano
disonorare la famiglia; e viveva alle spalle di lui, quantunque
abitasse nel convento di Santa Cita. L'abate aveva in mano certe carte
da cui risultava un credito di once quattrocento (più di tre mila
lire) in favore del fratello morto e da cui egli aveva ereditato; ma
un frate lo imbroglia, gli leva le carte di mano col pretesto di
adoperarle per un accomodamento, e sparisce e non si fa più
vedere..... Il poeta ha raccontato tutto questo in una specie di
memorietta da lui scritta, non so a che proposito, in terza persona; e
finisce malinconicamente: _«Oggi che trovasi ridotto all'osso, altro
non desidera che questo almeno possa portarlo intero sino alla
tomba»._
Nel 1806, a un tedesco suo ammiratore, traduttore di parecchie sue
poesie, e che gli chiedeva notizie per un cenno biografico, il Meli
scriveva:
«Volete che io mi lusinghi coll'idea di qualche postuma
considerazione? Vano e miserabil compenso! Non vale al certo la pena
che io vada riandando nella memoria le miserie ed amarezze di mia
vita, quelle che con tanto studio ho cercato di coprire e di palliare
a me stesso ed agli altri con le poetiche illusioni e col trasportarmi
alle antiche età del mondo, per togliermi da questa almeno col
pensiero e colla immaginazione..... Ho fatto poca fortuna nella
professione della medicina, facoltà in cui non ci ho veduto mai chiaro
ed a cui sono stato negato per natura, perchè nemico del
ciarlatanismo, del corteggiamento, e dippiù per il peccato originale
nel paese di essere appreso (_sic_) per poeta..... Conchiudo: leggete
le mie poesie e divertitevi e scordatevi della mia vita, come me ne
sono scordato io, o guardatela come me nel migliore aspetto: quello
cioè di non aver nemici (salvo che non lo sia un fratello monaco, che
non accosta mai da me) di non aver litigio, di non desiderare, di non
invidiare nessuno, e di lusingarmi di essere amato dalle persone che
mi conoscono».
Il cav. Luigi Medici, che gli voleva bene e lo ammirava e lo aiutava,
gli consigliò di chiedere al re l'abbazia di San Pancrazio allora
vacante.
--Ma io non sono prete, non ho neppure gli ordini minori!--rispondeva
il Meli.
--Si fa presto a prendere gli ordini minori--replicò l'amico.--Al
resto penserò io.
Il poeta obbedì e poi scrisse, per supplica, un sonetto con la coda
dignitoso e malinconico, che dà una gran tristezza. Ma appunto allora
la Corte borbonica, caduto Napoleone, tornava a Napoli; la supplica si
smarriva tra le carte burocratiche portate via. Venuta tardi a galla,
era rimandata al governo di Sicilia _per informazioni_; e quando la
nomina finalmente arrivava in Palermo, l'abate Meli era morto da
parecchi giorni nella più squallida miseria, maledicendo il giorno in
cui si era messo a fare il poeta: «_Or che sono adulto, anzi vecchio,
ne sto piangendo le conseguenze_--scriveva al suo amico dottor
Troysi.--_Imperciocchè mi è d'uopo appoggiar le speranze della mia
sussistenza nell'altrui patrocinio.--Maledictus homo qui confidit in
hominem!_»
A settantacinque anni posando in pieno inverno per un busto nello
studio dello scultore Villareale, si era buscata una punta, e il 20
dicembre del 1815 cessava di vivere per peripneumonia biliosa.
L'uomo fa ammirare maggiormente il poeta. E che il Meli fosse davvero
un gran poeta nessuno vorrà negarlo, non ostante il dissidio che c'è
tra la forma dialettale e il concetto in quasi tutte le sue poesie. Il
signor Pipitone-Federico non nega recisamente questo difetto, ma cerca
di scusarlo e di spiegarlo là dove è più evidente. Senza dubbio, i
tempi, le circostanze speciali della cultura siciliana hanno influito
sull'ingegno del poeta. Nato nel continente, con la padronanza della
forma del Parini, del Foscolo, del Monti, egli avrebbe raggiunto
un'altezza e un'originalità che l'impaccio di dar forma letteraria al
dialetto gli ha vietato di raggiungere. Studiare fino a qual punto gli
abbia nociuto quest'impaccio e i tempi e le circostanze, studiarlo
anche dopo quel che con ampiezza ne ha detto l'autore di questo
volume, sarebbe interessante: ma occorrerebbe più spazio che un
giornale non può concedere; e per ciò me ne astengo.