GOETHE.

Qualcuno ha detto:--Davanti a una bell'opera d'arte io ammiro come un

bruto.--Probabilmente questo è il miglior modo di ammirare. Sentirsi

compenetrare dall'intimo senso della bellezza, da non aver tempo di

ragionare o di sofisticare, è anche la più alta prova del valore di

un'opera d'arte. Ma è difficile mantenere immacolata questa specie

d'innocenza battesimale del senso estetico. Lo spirito umano ha

bisogno di variare le sue impressioni; così alla sua ammirazione da

bruto segue sempre l'ammirazione che ragiona o che pretende ragionare.

C'è qualcosa del fanciullo in noi, che permane non ostante l'età; a un

certo punto, vogliamo tutti vedere com'è fatto quel giocattolo che ha

servito a divertirci, e spesso, per soddisfare questa curiosità,

distruggiamo il giocattolo, l'opera d'arte, proprio come fanno i

fanciulli.

Veramente il paragone non è esatto: l'opera d'arte rimane quella che

è; il disastro avviene nelle nostre impressioni. Gli antichi su

questo particolare erano, o sembrano, più fortunati di noi. Non

ricercavano col lumicino quali relazioni avesse l'opera d'arte col

carattere, con l'organismo, con l'atavismo dell'autore, o almeno non

si accanivano in questa ricerca come facciamo noi e non ne traevano le

conseguenze che ne tiriamo noi. Se ci fossero pervenute tutte le

scolie dei grammatici, possederemmo forse oggi indiscrezioni, notizie,

favole, intorno agli antichi autori, da farci vedere che il

pettegolezzo dei critici non è poi cosa tutta moderna. I pochi

documenti che ci rimangono autorizzano questa supposizione. Così, per

esempio, sappiamo che Orazio aveva gli occhi cisposi; che lo stomaco

di Virgilio digeriva difficilmente; che Sofocle si era così senilmente

affezionato al figlio naturale avuto da una donna di Sicione, da

provocare un processo in famiglia; ma gli occhi cisposi di Orazio, lo

stomaco debole di Virgilio, la senile affezione di Sofocle non sono

serviti, per quel che ne sappiamo, di cemento estetico-psicologico

alle odi, alle epistole, alle egloghe alla Georgica, all'Eneide, nè

all'Antigone o all'Epido a Colono.

Oggi no. Così dicendo non mi passa pel capo di voler discreditare gli

studi psicologici o psicopatici che sono, con tutte le loro

esagerazioni, gloria e onore della scienza moderna. Noto il fatto per

discuterlo un po' a proposito di un libro che chiama alla sbarra

della giustizia Volfango Goethe[6], e gli chiede conto,

rispettosamente, coi riguardi dovuti a tanta grandezza, del processo

creativo con cui sono state messe al mondo tutte le sue opere d'arte.

*

* *

In Edoardo Rod è avvenuto il fenomeno a cui accennavo in principio.

«Dieci anni fa, egli dice, ebbi l'occasione di fare nella Facoltà di

lettere di Ginevra, un corso di lezioni intorno al Goethe. Come tutti

coloro che si accostano al grand'uomo, ne sentii fortemente

l'influenza. Le mie lezioni e alcuni articoli da me pubblicati in quel

tempo furono l'espressione di un entusiasmo senza riserve di sorta

alcuna. Un viaggio a Weimar, nuove letture e nuove riflessioni

arrecarono a poco a poco sfumature e modificazioni nelle impressioni

primitive. Il Goethe è, tra gli scrittori, quello che ha preso

l'atteggiamento più schietto di faccia ai problemi della vita; è

dunque naturale che il giudizio intorno a lui si vada trasformando con

la esperienza dell'età.»

Egli ha riacquistato, in questa sua nuova condizione, quella libertà

di spirito ch'era stata sopraffatta dalla violenza delle prime

impressioni, ed ha avuto la buona idea di liberamente scrivere un

libro liberamente pensato, senza fanatismo, nè acrimonia. Per questo

il suo lavoro è riuscito interessantissimo, e sarà letto con profitto

anche da coloro che dissentono dai principî che gli servono a

sostenere la sua tesi.

Giacchè il libro ha una tesi; e forse a parecchi, arrivando all'ultima

pagina, parrà o che l'autore non sia molto convinto della bontà di

quella, o che la luce del gran sole goethiano sia riuscita ad

abbagliarlo di nuovo. E questa ultima pagina sarà giusto trascriverla

intera. Ma prima bisogna dire qual'è la tesi. L'opera d'arte del

Goethe, o quella parte della sua opera dove la creazione artistica ha

raggiunto il culmine della perfezione, è talmente legata alle

vicissitudini della sua vita, e questa vita è stata, per forza di

innato vigore e per forza di volontà, foggiata talmente da riuscire

essa stessa una grand'opera d'arte, che diventa difficilissimo il

giudicare l'opera letteraria, senza cedere alla tentazione di metterla

in riscontro con le circostanze che l'hanno prodotta.

Se non che, in questo genere di critica con cui gli avvenimenti della

vita dell'autore vengono usufruiti per rivelare le intime ragioni del

processo artistico, si corre facilmente il pericolo di dare troppa

importanza alla realtà materiale dei fatti e di diminuire il valore

della realtà spirituale dell'opera d'arte dalla quale è stata

trasformata, fino a renderla quasi irriconoscibile, l'altra che n'è la

causa occasionale; o di non scorgere la manchevolezza dell'opera

d'arte, illusi dalla corrispondenza di essa coi fatti reali d'onde la

creazione artistica è venuta fuori.

*

* *

Il pericolo di cui parlo diventa maggiore quando un'idea di moralità

s'infiltra nel giudizio intorno alla vita, e da questo passa

inavvertitamente a influire su quello intorno all'opera d'arte.

Il libro del Rod mostra sin dai primi capitoli che la personalità del

Goethe gli è un po' antipatica; ma fa scorgere anche che quel che più

gli rende antipatico il Goethe è il _goethismo_, cioè l'adorazione

incondizionata del modo con cui l'autore del _Fausto_ adatta

spregiudicatamente sè stesso alle circostanze della vita, e queste

alla libera espansione e formazione di sè stesso. Ora il _goethismo_ è

una stupidaggine di cui il Goethe non può essere stimato responsabile.

Quel che gli si può attribuire è l'_olimpismo_, come il Rod lo chiama

dopo tanti altri, cioè l'egoismo elevato a forza di coscienza, di

riflessione, di raffinatezza fino a l'ennesima potenza; teorica

ragionata e pratica, sapiente e speciosa, aggiunge il Rod, la quale

però non lo differenzia da quella media umanità che fa dell'egoismo,

senza elevatezza ma con contegno, la regola ordinaria delle sue

azioni.

Qui mi sembra stia l'inganno. Quest'egoismo, che il Rod ben

definisce:--indifferenza verso qualunque cosa che non sia il proprio

sè; ferma risoluzione di voler ignorare gli sconvolgimenti che menano

con loro gli avvenimenti quotidiani della vita; cura continua di

allontanare dallo spirito qualunque impressione penosa, dal cuore

qualunque sentimento che potrebbe agitarlo; e decisa volontà di tirare

innanzi per la sua strada senza darsi pensiero del danno che si arreca

agli altri--quest'egoismo comune, volgare, non dà frutti; è sterile

quand'anche non riesce nocivo. Qualunque mascalzone può esserne

capace; e se non provoca la nostra indignazione, non attira affatto

l'ammirazione, pure quando, talvolta, ci trova quasi indulgenti.

All'_olimpismo_ del Goethe, invece, l'umanità intera deve qualcosa.

Esso non è servito unicamente a lui, ma a tutti; per questo l'umanità

sente il dovere non soltanto di essere indulgente ma di ammirare. Se

c'è degli imbecilli che si assumono il diritto di volerlo imitare, il

torto è tutto di costoro. Sono occorsi secoli di civiltà, circostanze

straordinariamente aggruppate per produrre il fenomeno spirituale che

ha nome Volfango Goethe; e queste circostanze non si ripeteranno più.

È puerile, è sciocco, ostinarsi a tentar di rifare artificialmente un

prodotto simile, cioè un organismo e uno spirito talmente equilibrati,

in così felice corrispondenza tra loro, da dar vita a capolavori che

faranno eternamente parte del patrimonio intellettuale dell'umanità, e

che danno e daranno ancora per un pezzo mirabile impulso alla nostra

vita interiore.

In non lontano avvenire, la posterità farà la sua scelta anche tra le

opere del Goethe. Molte ne dimenticherà, per esempio, tutti i suoi

lavori drammatici e qualche romanzo. E le belle pagine nelle quali il

Rod analizza il _Torquato Tasso_ per giustificare le parole del suo

autore: _Esso è l'osso delle mie ossa, la carne della mia carne_,

basteranno a coloro che vorranno conoscere come certe forme d'arte

possano riuscire incompatibili anche con un genio universale qual'era

quello del Goethe.

Confessioni, documenti di ogni sorta, studî, interpretazioni,

raffronti però non ci riveleranno mai il segreto con cui lo spirito

del Goethe ha prodotto quell'organismo, o, se così si vuole, il

segreto con cui quell'organismo ha prodotto quello spirito. Questa

grande divina operazione rimarrà sempre un mistero per noi, come tutte

le operazioni consimili della Natura. La necessità e la libertà hanno

operato assieme; il Goethe non è, in questo, diverso da una magnifica

quercia che s'impossessa, con le sue vaste radici, di tutti i più

eletti succhi nutritivi del terreno dove è nata, a detrimento delle

altre piante circostanti. Come noi domanderemmo invano alla Natura il

segreto della vegetazione di questa quercia gigantesca, così

domanderemo invano il segreto della vita di quell'uomo gigante. Se i

critici non se ne vogliono persuadere e non sanno rassegnarsi a tale

ignoranza, vuol dire che non hanno spirito scientifico e filosofico.

Se gli imitatori, i fanatici non sanno scegliere tra la piccola

personalità originale, che ogni individuo possiede appunto perchè è

individuo, e la copia della personalità altrui che li rende impotenti,

sterili, mediocri, peggio per loro. Mi sembra troppa degnazione

l'occuparsene. E poi, il _goethismo_ passerà, com'è passato il

_volterianismo_; resterà Volfango Goethe, o meglio resteranno i suoi

capolavori, e anche il capolavoro della sua vita, non quello scritto,

ma il vissuto, e che farà ripetere alle generazioni venture il motto

di Napoleone:--Voi siete un uomo, signor Goethe!

Ed è, infine, la conchiusione anche del libro del Rod. Libro che ha

pagine veramente magistrali di analisi arguta e pacata, e che risponde

allo scopo per cui è stato scritto, quello cioè di spingere gli

intelletti indipendenti a studiare le opere del Goethe senza

preconcetti, di gustarle senza esserne sopraffatti, di ammirarle senza

dare in stravaganze.

«All'ultimo, egli conchiude dopo tanta analisi, si è sempre costretti

a salutare in lui un uomo che si è sviluppato secondo la sua propria

legge, realizzando giorno per giorno le sue più intime virtualità, col

pieno sviluppo di quei germi nascosti che muoiono spesso infecondi

nei recessi delle anime ordinarie. E questa legge, dalla obbedienza

alla quale proviene la di lui forza, può essere espressa in termini

altrettanto chiari quanto l'idea fondamentale del suo capolavoro che

anch'esso ne dipende: Avendo amato l'azione, egli ha conformato tutta

la sua vita e adattato il suo intelletto a questo principio

dominatore. Qui consiste la sua grandezza, e forse tutt'intera. Che

cosa sia stata la sua incessante attività a traverso i molteplici

scopi, sarà dannoso per la gloria di lui ricercarlo molto da vicino.

Così, si può benissimo parlare a lungo intorno a lui, raccontarne la

vita, discuterlo, smarrirsi nelle tenebre della sua cronologia o del

suo pensiero senza mai poter giungere una di quelle sentenze che

dannano o santificano. Le stupende parole del coro degli angeli che

riassumono il suo capolavoro, riassumono egualmente, in ultima

analisi, l'insieme delle riflessioni che egli ispira. E arrivando al

termine di questo lungo studio, non possiamo far altro che ripetere

con lui arrivato al termine del suo poema:

«Colui che si sforza a un'aspirazione costante, colui può essere

salvato.»

C'è un'ode tra le poesie del Goethe che dà un'immagine schiettissima

della mirabile operazione che egli metteva in atto per trasformare la

realtà delle circostanze in una realtà spirituale superiore. Ricordate

il mito di Ganimede rapito da Giove? Niente di più materiale. Ora

leggete:

«Come tu m'inondi dei tuoi ardori, o amata primavera, nello splendore

del mattino! Ineffabili voluttà si destano nel mio cuore, invaso dal

sacro sentimento della tua eterna bellezza, o Infinito!

«Oh potessi io stringerti tra queste braccia!

«Oh, io poso sul tuo seno e languisco, e le tue erbe e i tuoi fiori

premono il mio cuore. Tu estingui l'ardente sete che mi divora, dolce

brezza del mattino! Tu mi porti il canto dell'innamorato usignuolo,

che m'invita dal nebbioso fondo della vallata. Eccomi! Eccomi! Dove io

vo? Dove?

«Lassù, lassù io aspiro! Le nuvole nuotano, discendono, si abbassano

verso l'ansioso amore.

«Venite, venite! Accoglietemi nel vostro seno, abbracciante

abbracciato! Lassù! Padre dell'universale amore!»

Tutta la vita e tutta l'opera d'arte di Volfango Goethe son

simbolizzate in quest'ode.

Cronache Letterarie · 第 19 / 45 题