ALFONSO DAUDET

Da quasi dieci anni Alfonso Daudet sopravviveva a se stesso. I suoi

intimi affermavano che la spinite da cui era reso mezzo inerte il suo

corpo non aveva menomamente intaccato le facoltà intellettuali di lui;

ma gli ultimi libri pubblicati mostravano una stanchezza, un

affievolimento di forze che smentivano presso gli ardenti ammiratori

la pietosa bugìa. Per ciò, oggi, al dolore per la perdita dell'autore

prediletto si è mista la pietà per l'uomo che ha cessato di soffrire.

La natura e le circostanze lo avevano colmato di doni. Alla bellezza

fisica si accoppiavano in lui un'immaginazione vivacissima, una

sensibilità squisita, quasi femminile, una geniale padronanza della

forma letteraria, un felicissimo intuito dell'opportunità, una sempre

giovanile freschezza di impressioni, di slanci di buon umore, di

malizia e di birichineria. Nato poeta, le necessità della vita lo

avevano fatto smarrire tra i romanzieri; e c'era voluta una gran

forza di volontà e di ostinazione per guadagnarsi e mantenersi fra

essi il posto che ha occupato per parecchi anni.

Pochi scrittori hanno avuto, come lui, la rara facoltà di

impossessarsi delle anime, di compenetrarsi con loro, di ispirare la

profonda simpatia che mette all'unisono il cuore dello scrittore con

quello dei lettori. I suoi stessi difetti lo aiutavano in questo.

L'eccesso di colorito, la mancanza di proporzioni e di equilibrio, le

trascuratezze apparenti o volute di molte parti dei suoi lavori

avevano un incanto particolare, di bizzarra noncuranza, di imprudenza

gioconda. Si perdonava facilmente ogni cosa a colui che ci commoveva

con le sue novelline, che ci interessava e ci sbalordiva con la

magnificenza delle sue descrizioni, con la passione e coi casi dei

personaggi dei suoi romanzi. In Francia gli han perdonato fin le

sgrammaticature; e il giorno che qualcuno, nella _Vie moderne_, si

compiacque di una lunga spulciatura pedantesca dell'_Immortel_, i

lettori francesi non gli badarono, e continuarono a leggere e ad

ammirare il Daudet, sospirando forse: Ne avessimo parecchi di simili

scrittori sgrammaticati! Giacchè egli, come tutti gli artisti di

razza, si era creato una lingua tutta sua, uno stile vivo, pieno di

efficacia drammatica, che non somigliava a quello di nessun altro. Se

la grammatica non ci trovava il suo conto, peggio per lei.

Eppure quella deliziosa facilità era frutto di paziente fatica. Le

novelline di poche pagine gli costavano otto giorni di lavoro. La

lucidezza e il fremito della sua frase risultavano da una cesellatura

amorosa, paziente che voleva raggiungere a ogni costo la perfezione.

Quando si parla di lingua e di grammatica, bisognerebbe sempre

rammentarsi che il Fénelon ha detto del Molière, da lui tanto ammirato

come autor comico: _Ah, se Molière sapesse scrivere!_ E il Molière

oggi è un classico.

Alfonso Daudet ha avuto tutte le fortune, non ultima quella di non

accorgersi di morire.

Autore dell'_Immortel_, satira spietata ed eccessiva dell'Accademia

francese, esecutore testamentario del De Goncourt per l'altra

Accademia dei Dieci che dovrebbe essere il contr'altare dell'Accademia

dei Quaranta, gli era toccata ultimamente anche la consolazione di un

primo sfavorevole giudizio dei tribunali verso gli avidi eredi del

fondatore. E forse dalle sue belle labbra, convulse per gli atroci

dolori che gli rodevano le ossa, uscivano inesorabili epigrammi contro

i quaranta _immortali_ nell'istante in cui la morte è venuta a

strappargli l'estremo grido, rovesciando su la tavola, fra lo spavento

della moglie e dei figli, la leggendaria testa capelluta, grigia per

gli anni e pei patimenti.

Non ostante i suoi ultimi lavori, sembrava che per lui la posterità

fosse cominciata da un pezzo, dopo _Sapho_. I giovani, con la

ingratitudine baldanzosa che è propria della loro età, osavano già

scrivere che il Daudet ormai era un grand'uomo soltanto in provincia,

a Tarascona da lui illustrata, a Nîmes dove era nato! E il suo stile

veniva qualificato di telegrafico, rozzo impasto di interiezioni e di

balbettamenti, linguaggio da _petit nègre_, cosparso di pariginismi in

voga! Tamburinaio traviato (alludevano al Valmajour del _Numa

Roumestan_) falso parigino, era stato creduto per un momento uomo di

spirito, stilista, artista e fin romanziere! Ma tempo, tempo fa!

Ai giovani è permesso di esagerare e anche di essere ingiusti. A

questi cercatori di novità sbalorditoie, a questi infatuati del

simbolo, a questi folli adoratori della preziosità della forma, uno

scrittore limpido, vivace, drammatico anche nel colore della frase

come il Daudet non può riuscire gradito. È troppo esteriore, secondo

loro, è troppo del suo tempo, e anche troppo personale. Probabilmente,

il giudizio della posterità non sarà proprio questo che essi han

pronunciato così alla spiccia nelle compiacenti colonne del _Figaro_ e

di altri giornali. Non sarà neppure un'ampia conferma, senza nessuna

obbiezione e riserba, di quello pronunziato dal pubblico, quando i

romanzi del Daudet gli mettevano sotto gli occhi creature che non lo

interessavano soltanto come creazioni di arte, ma anche perchè ne

stuzzicavano la curiosità come figure, appena velate, di personaggi

viventi o spariti da poco dalla scena del mondo.

Indagare quale potrà essere il giudizio dei posteri, e quale delle

opere del Daudet sarà capace di resistere all'edace lavoro del tempo,

mi sembra tentativo inutile oltre che irto di difficoltà.

Siamo vissuti con lui nello stesso ambiente letterario; abbiamo ancora

fresche le sue stesse convinzioni e, se così si vuole, i suoi stessi

pregiudizi estetici, da poterci astrarre da essi, e studiare l'opera

sua da un punto di vista così elevato e così imparziale che permetta

di adoprare come elementi di giudizio soltanto i più puri e i più

immutabili principî d'arte. Bisogna contentarsi di riandare tutta la

non vasta opera sua, metterne in rilievo i caratteri principali e

notare via via lo svolgersi delle qualità più personali che lo hanno

distinto tra la folla degli scrittori francesi contemporanei; bisogna

contentarsi di accennare quel che egli ha apportato di nuovo nella

forma narrativa, quel che, per caso, vi ha lasciato in germe e che

potrà fiorire a tempo opportuno, quel che anche oggi può facilmente

giudicarsi e manchevole e caduco. Questa sarà l'umile opera che

cercherò di fare alla meglio nel presente studio.

*

* *

Innanzi tutto, il Daudet dev'essere qualificato _impressionista_.

Questo miope ha una gran virtù di osservatore.

Lo sforzo per veder bene acuisce la sua attenzione, imprime più

profondamente nella sua memoria le cose vedute, e la vivace sua

fantasia meridionale non deve fare nessun conato per renderle col

magistero della parola. Certe volte l'evocazione è così intensa, che

perde la qualità di opera d'arte e, da descrizione che avrebbe dovuto

essere, riesce enumerazione e niente altro; ma questo, bisogna dirlo,

gli accade di rado.

L'osservatore è intanto anche un sensitivo, un sentimentale, un poeta.

La sua anima è piena di fantasticherie e di compassione; egli

s'intenerisce facilmente; ama meglio sorridere che sdegnarsi; perciò

mentre la sua visione delle cose esteriori è intensa e minuta, e le

impressioni del paesaggio e delle scene della natura si trasformano

agilmente dentro di lui in immagini artistiche, il suo sguardo non

penetra addentro nell'intimo spirito delle persone che non possono

riuscire simpatiche al suo cuore. Da ciò una sproporzione, un

disquilibrio nella sua opera d'arte. Il poeta guasta il romanziere.

E soltanto poeta egli arrivava a Parigi nel novembre del 1857 a

diciotto anni, portando con sè nella misera valigia la maggior parte

dei componimenti poi pubblicati sotto il titolo _Les Amoureuses_.

Un critico scrisse allora: «Alfredo de Musset, ha lasciato due penne a

disposizione di chi poteva prenderle: la penna della prosa a quella

dei versi. Ottavio Feuillet aveva già ereditato l'una; Alfonso Daudet

si è impossessato dell'altra.»

Si vede bene che i critici fanno male a indossare la veste di profeti!

Teodoro de Banville ci ha lasciato il ritratto del giovane poeta.

«Testa maravigliosamente incantevole; carnagione di un pallore caldo,

color d'ambra; sopracciglia diritte e morbide; occhi fiammeggianti,

vaghi, umidi in una e brucianti, pieni di fantasticherie, occhi che ci

vedono poco, ma belli a vedersi; labbra voluttuose, pensose, quasi

sanguinanti; barba fine, infantile; capellatura fitta, abbondante

bruna; orecchio piccolo e delicato; insieme di virile rigoglio e di

grazia femminile.»

I salotti e le signore avevano fatto la fortuna delle _Amoureuses_; Il

_Figaro_ doveva rivelare lo scrittore di novelline. Parecchie di esse

erano appena una transizione dai raccontini in versi e dialogati, come

_Le roman du Chaperon Rouge_, _les Rossignols des cimetières_,

_l'Amour trompette_. Brevi come questi, poetici nella sostanza e

nella forma, quantunque non vi fosse adoprato più il verso, essi hanno

preso posto nelle _Lettres de mon moulin_, nei _Contes du lundi_,

nelle _Lettres à un absent_. Sono fantasie, ricordi, note di

impressioni fugaci, che, dopo i disastri francesi del '70, assumono

talvolta un'elevazione tragica, un'espressione di sdegno non potuto

reprimere. Rammento _L'ultima classe_, _La partita di bigliardo_. Quel

povero maestro Hamel che col cuore infranto, dà l'ultima lezione in

francese ai suoi scolari alsaziani, perchè il governo prussiano ha

ordinato che da allora in avanti si dovrà studiare soltanto il tedesco

nelle scuole; e che alla fine della lezione, preso un gessetto, scrive

a grosse lettere su la lavagna: _Viva la Francia!_ e barcollante, con

le lagrime agli occhi, dice soltanto col gesto agli scolari

sbalorditi:--È finita! Andatevene!--quella figura di vecchio maestro

di villaggio, che ancora porta l'antico tricorno, rimane

indimenticabilmente impressa nella memoria, quantunque il racconto sia

di quattro o cinque paginette.

E come fa fremere quel maresciallo che, acquartierato in un castello

del tempo di Luigi XIII--mentre i suoi soldati intirizziscono fuori,

coi piedi nel fango, morti di fame--giuoca al bigliardo con un

capitano che perde appositamente per adulare il superiore da cui

dipende il suo avanzamento! I prussiani, sopravvenuti, hanno già

attaccato gli avamposti; la fucilata incalza, incalzano anche le

bombe. Gli ufficiali francesi accorrono dal maresciallo, chiedendo

ordini; ma egli non smette di giuocare, ingessa tranquillamente la

stecca, tenta delle carambole. Che gli importa se fuori si combatte e

si muore? Quando la sua partita finisce, i reggimenti francesi sono

già sbaragliati, e attorno al castello si ode soltanto un rumore

confuso di passi simili a quello di un armento che fugge!

In questi mirabili capolavori si trovano tutte le buone qualità

dell'ingegno del Daudet, senza nessuno dei difetti che egli mostrerà

quando dal quadretto di genere passerà a dipingere i grandi quadri

della corrotta vita parigina.

Da principio sembra che nei lavori di lunga lena egli facilmente si

annoi, e cerchi volentieri l'occasione di distrarsi. E le narrazioni

complicate assumono quindi fra le sue mani un'aria di cosa scucita,

frammentaria. Si capisce da un capitolo all'altro, la disposizione del

suo spirito. Mentre è ingolfato a raccontare il crudo dramma di casa

Risler, e già trova accenti di vigore e di forza nel descrivere e gli

adulteri amori di Sidonia con Giorgio Fromont, socio di suo marito, e

tutti gli infami intrighi di essa che conducono l'onesto e buon Risler

al suicidio, egli si sente a disagio tra quei personaggi. Ah, che

sforzi in questa continua tensione di spirito! E, appena può, scappa

via, in casa dell'illustre Dolabelle che lo diverte con la sua vanità

di comico di provincia smarrito per le vie di Parigi, con le sue pose,

col suo accento teatrale, con quell'aria di sacrificato in contrasto

con la sua pinguedine e con la lucentezza della sua pelle! E come lo

accarezza, come gli sta attorno, come se lo gode lui, prima di

presentarlo ai lettori! Ogni suo gesto, ogni suo atto è stato mimato

da lui, ogni sua parola gli è venuta su le labbra con lo stesso falso

accento di lui; egli è stato Dolabelle, immaginando e scrivendo. E

quando gli fa scappar di bocca una di quelle frasi incredibili che

sono stupende trovate di artista, la gioia e la soddisfazione dello

scrittore traspariscono tra le righe, invadono anche il lettore, che

si vede davanti agli occhi, vivo e parlante, il personaggio. Come, per

esempio, quando l'illustre Dolabelle conduce dietro il convoglio

funebre di sua figlia Desiderata tutti i comici dei teatrucoli di

Parigi, e invanito per la solennità della cerimonia, additando le due

carrozze che seguono il corteo, esclama serio e impettito:

--Due vetture padronali!

Così farà il Daudet più tardi nel _Nabab_, con la famiglia _Joyeuse_.

E gli parrà quasi di ritrovare un riscontro all'illustre Dolabelle in

persona del signor Joyeuse che, perduto l'impiego, per non addolorare

le figliuole, nasconde ad esse per tre lunghi mesi la sua disgrazia;

e tutte le mattine finge di andare, come era solito, al suo ufficio, e

passa la giornata errando qua e là per Parigi, fantasticando le

storielle che dovrà poi raccontare alle figlie a fine di far durare il

loro inganno.

Così praticherà, più tardi ancora, in _Numa Roumestan_.

Ma, a proposito di questo romanzo, bisogna aprire una parentesi.

Fra il gran tumulto della vita parigina, Alfonso Daudet ha

continuamente la nostalgia del suo mezzogiorno. La nebbia che là

infosca il cielo, il fango che imbratta scarpe e calzoni, gli fanno

sospirare il profondo azzurro del cielo provenzale e quello più

costantemente limpido di Algeri, dove, anni prima, avea dovuto

ricercare ristoro alla sua malferma salute. Da questa doppia nostalgia

era già scaturito _Tartarin da Tarascon_, armato di tutto punto per le

sue caccie di leoni!

Tartarin sognava caccie di orsi, di leoni, di elefanti, centellinando

bicchierini di rhum in quel suo salotto parato di armi d'ogni sorta e

di ogni tempo. E dire che, da buon provenzale, avrebbe dovuto

fantasticare soltanto bei colpi ai _berretti_, quei bei colpi con cui

i suoi amici si solevano compensare, nelle partite di caccia, della

selvaggina che non trovavano!

Ma di mano in mano che la fantasia di Tartarin si eccitava e

divampava, si eccitava maggiormente e prendeva fuoco la fantasia del

suo creatore. E questa volta era proprio vero che il Dio foggiava la

sua creatura a immagine e similitudine sua! Se non che, il Dio si

divertiva dell'opera che andava facendo e della caricatura di sè

stesso che ne scaturiva fuori. Il provenzale che, credendo di

ammazzare un leone, stendeva morto dietro una siepe un povero somaro,

non era diverso dal provenzale che si compiaceva di fargli fare quella

e altre ridicole prodezze. Tutti e due mentivano, esageravano,

prendevano diletto della propria esagerazione e della propria menzogna

scaturite dal fondo di un organismo infiammato dal sole della loro

cara Provenza. Rare volte una creazione artistica era riuscita così

intimamente improntata del carattere dell'autore e della razza.

Coloro che hanno avuto la fortuna di gustare la conversazione

famigliare di Alfonso Daudet dicono che par di riudirne la voce

durante la lettura dei suoi libri. Quello stile spezzato, di scorcio

scintillante di immagini, riboccante di esclamazioni, di apostrofi, di

tutte le figure che la rettorica ha enumerate e che là vengono al lor

posto spontaneamente, come ribollimento anzi spuma del pensiero

concitato, è precisamente la sua parola ordinaria un po' infrenata,

epurata, quasi inconsapevolmente adattata dall'arte. Sarà, forse

(diciamolo per compiacere gli stilisti) stile disuguale, scorretto; ma

ha il fuoco della vita, il fremito del movimento, la commozione, il

pittoresco, l'imprevisto, come secoli avanti l'aveva avuto, in

Italia, quello di Benvenuto Cellini, che non si curava anche lui della

grammatica dei pedanti e dettava, tra un cesello e l'altro, la

meravigliosa narrazione sventuratamente rimasta caso isolato nella

nostra letteratura.

E il Tartarin che scrive come ride delle famose gesta del Tartarin

eroe che gli balza vivo da ogni pagina, gesticolante, ebbro delle sue

stesse madornali fandonie, dalle quali egli si lascia illudere con

pienissima buona fede, quasi quanto gli altri a cui le sballa!

_Numa Roumestan_ è un Tartarin più elevato, ma artisticamente meno

sincero. Anche questa volta la nostalgia della Provenza ha invaso il

cervello del Daudet; ma questa volta risulta _Tartarin_ proprio lui

che racconta.

Ha avuto un colpo di sole; ha visto il Gambetta nel colmo della sua

potenza e n'è rimasto abbagliato. Infatti, nei primi capitoli del

romanzo il lettore non può far a meno di pensare al Gambetta; i nomi

cambiati non riescono a ingannarlo. Aps è Aix; Numa Roumestan è il

gran latino che ha conquistato nuovamente la Gallia. «Quella festa del

concorso nazionale nell'arena d'Aps (mi sia permesso ripetermi) sotto

il sole cocente, con quella folla in ammirazione davanti al grand'uomo

di provincia, Numa Roumestan, che distribuisce a destra e a manca

saluti alla buona, strette calorose di mano, incoraggiamenti e

promesse d'ogni sorta mentre le bande strepitano e i contadini si

slanciano a ballare la _farandole_ al suono del piffero e del tamburo

del Valmajour, primo tamburinaio della Provenza; quella festa ci

richiama alla mente altre riunioni della stessa natura, delle quali

abbiamo letto le descrizioni nei giornali, quando il latino dalle

larghe spalle e dalla parola possente andava attorno per convertire le

turbe al suo vangelo opportunista. Poi si torna indietro, assistiamo

ai primi passi del grand'uomo nella carriera politica. Quella testona

dalla nera capigliatura che gli _mangia_ metà della fronte, quella

faccia col sangue a fior di pelle, coi begli occhi dorati, di

ranocchio, quel giovane studente, insomma, che passa le serate al

caffè Malmus, nel quartiere latino, discutendo in dialetto coi focosi

compaesani, e poi quel processo di stampa del _Furet_ che rivela, più

che agli altri, a se stesso, un oratore di prima forza nel giovane

avvocato senza cause, ci ricordano anch'essi il latino dalle larghe

spalle e dalla parola possente, che sotto il secondo impero

frequentava, ancora studente, il caffè Procopio, esercitandosi con

colpi di pugni sui tavolini nella grand'arte della discussione, e che

dopo, nel 1868, già laureato e uscito dallo studio del Cremieux, nel

processo Baudin lanciava, invece della difesa del cliente Delescluze,

un terribile atto di accusa contro l'impero in via di sfasciarsi.

L'autore però, che non avea preso sul serio Tartarin, che lo aveva

accompagnato con un benevolo sorriso di compatimento e con risate

quasi di ammirazione dalla sua partenza per Algeri fino al trionfale

ritorno in Tarascona assieme col famoso cammello che ha voluto

seguirlo a ogni costo, commette lo sbaglio di accigliarsi, di

sdegnarsi a ogni atto e a ogni parola di Numa Roumestan, e ha

incaricato l'antipatica parigina, moglie di Roumestan, di far la parte

di moralista. La razza! La razza! Ed egli incolpa il Roumestan delle

cose più semplici e più innocue, quasi nessun parigino fosse mai

capace di dire una sola di quelle piccole bugie, che sono, più che

altro, espressioni di convenienze sociali!

Così Numa fa la corte alla figlia di un Consigliere della Corte

d'Appello; non l'ama, ma gli sembra conveniente sposarla. E siccome sa

che la ragazza non può soffrire i meridionali da lei stimati

grossolani, chiassosi, tenori da melodramma o negozianti di vino, il

giovane provenzale s'ingegna d'ingraziarsela; le ripete, forse

involontariamente--come nota l'autore--brani di discorsi politici da

lui recitati al caffè, nelle conferenze, e l'abbaglia con gli sprazzi

della sua fulgida eloquenza.

Delitto!

--Amate la pittura, signore?--ella gli domanda.

--Oh, signorina, se l'amo!--risponde Numa, quantunque sappia di non

capirne niente.

Delitto!

Eppure questa poca scrupolosa esagerazione meridionale monta la testa

anche al Daudet; non è compaesano di Tartarin per nulla.

--Flamme et vent du midi, vous êtes irresistibles!--egli esclama,

entusiasmato.

Quasi non fosse stata bastante l'esagerazione di lui posta per

epigrafe del libro: _Pour la seconde fois, les Latins ont conquit la

Gaule!_»

_Numa Roumestan_ ha un valore per la storia dell'ingegno artistico di

Alfonso Daudet: segna il punto di partenza della sua ultima

evoluzione. Si era smarrito, per qualche tempo, dietro gli

allettamenti del romanzo, diremo di circostanza, col _Nabab_ e _Les

Rois en exil_ e vi aveva profuso tesori di osservazioni e di

descrizioni che daranno a questi lavori il pregio di documenti storici

in avvenire; era fallito nella terza prova con L'_Evangéliste_. Ora,

col _Numa Roumestan_, pur cedendo un'ultima volta alle lusinghe di un

soggetto che lasciava trasparire qua e là personaggi viventi dietro le

figure dell'arte, sembrava si fosse, innanzi tutto, occupato della

forma, per rispondere a coloro che lo accusavano di servirsi di uno

stile troppo impennacchiato, troppo straluccicante; a coloro che gli

rimproveravano la mancanza di proporzione negli episodi, l'eccesso

evidente nella ricerca dei contrasti. E a forza di sorvegliarsi,

d'infrenarsi, egli, meridionale, compaesano di Tartarin, di quella

razza provenzale che vive all'aria aperta, inebbriata di sole, tutta

sensi, tutta esteriorità, che parla come l'uccello canta, facendo

della propria parola non un mezzo ma un fine; di quella razza che non

ha misura, che ha l'esagerazione nel midollo delle ossa, nei nervi,

nel sangue; egli, Daudet, riusciva grigio, monotono, per aver voluto

architettare il suo lavoro con regolarissime proporzioni di parti,

senza divagazioni, senza contrasti.

Ci fu allora chi, studiando questo strano fenomeno, si domandò: Che

vuol dire?

E rispose: «Secondo me, vuol dire che questo libro è la _forma

transitoria_ dell'evoluzione artistica del Daudet. Qui comincia a

mancare l'accento personale, la commozione intensa dello scrittore, e

i personaggi, se non si disegnano netti e spiccati, tentano di vivere

da per loro. Guardando all'ingegno di Daudet, non è ardito presagire

che nel suo prossimo romanzo potremo salutare la sua evoluzione

artistica già bella e compiuta».

Chi scrisse queste parole ebbe un senso di gran soddisfazione quando

_Sapho_ venne fuori a confermare mirabilmente il presagio.

*

* *

_Sapho_ fu una sorpresa per molti lettori del Daudet. Dietro quelle

creature, appassionate, tormentate, buone, cattive, stravaganti,

perverse, che annodano un dramma di spaventevole semplicità, non

s'intravedevano figure note, personaggi in vista.

I critici si sentivano anch'essi fuorviati, quasi ingannati. Come era

stato bello tormentare un po' l'autore, rimproverandogli di servirsi

della cronaca, dell'aneddoto contemporaneo, per dare ai suoi libri un

piccante che altrimenti non avrebbero avuto!

Com'era stato comodo fargli scontare la gloria letteraria attaccando

l'uomo, accusandolo di ingratitudine verso il conte de Morny, il

_Mora_ del _Nabab_; di calunnia contro Francesco Bravay, il _Nabab_ in

persona; di esagerazione contro il Thérion, l'Eliseo Méraut dei _Rois

en exil_; di sconvenienza verso Sarah Bernhardt sospettata di essere

l'originale della _Félicia Ruys_; di non so quale altra colpa contro

il senatore Numa Baragon che si diceva avergli servito pel _Numa

Roumestan_!

E ora, con _Sapho_, niente di tutto questo! Appena qualche sospetto

intorno al vecchio ingegnere galante Déchelette.

E quasi quasi se la prendevano con quei personaggi che vivevano

indipendenti, come nella vita reale, senza essere neppur dalla lontana

il riflesso di altre persone della società contemporanea; che amavano,

che tradivano, che si lasciarono illudere, che commettevano pazzie, e

che, pur non somigliando particolarmente a nessuno, erano come lo

specchio di tutti, perchè non rappresentavano più un caso

eccezionale, patologico ma la natura umana schietta, con le idealità,

le miserie, le falsità della passione e del vizio che rendono bella e

triste la vita, la giovinezza specialmente!

Eppure l'artista aveva adoperato con Fanny Legrand, _Sapho_, col suo

adorato Jean Gaussin, con l'ingegnere Deschalette e col marito di

Fanny Legrand, l'identico processo adoperato nel dipingere i grandi

quadri della vita parigina; cioè, aveva aguzzato gli occhi miopi

attorno a sè, aveva osservato, preso appunti, rimuginato impressioni,

fuso insieme due, tre, quattro personaggi della realtà per formarne

uno solo, eliminando alcune particolarità, accumulandone altre,

proprio come era riuscito a trarre Jansoulet dai pochi casi di

Francesco Bravay, attribuendogli una bella morte che il personaggio

reale, ridotto alla miseria, dovette spesso invidiargli; dandogli

un'ingenua nobiltà di animo che il personaggio reale non possedeva

così intera, mettendo nelle ultime parole del romanzo tutta la sua

tenerezza di poeta:

«Le sue labbra si agitarono, gli occhi dilatati, rivolti verso Géry,

ritrovarono prima di morire un'espressione dolorosa di implorazione e

di ribellione, quasi per prenderlo in testimonio di una delle più

grandi e più crudeli ingiustizie che Parigi abbia mai commesse».

È vero che nello scandalo letterario s'infiltrava un po' la politica.

I legittimisti non gli perdonavano di essersi acconciato tacitamente

al secondo impero e poi alla repubblica; non gli perdonavano--a lui

che aveva orgogliosamente detto al Morny: Io sono legittimista! sul

punto di diventare uno dei suoi segretari di gabinetto--di essersi

tenuto in disparte, di non essersi voltato un momento a guardare verso

il castello di Frohsdorf, quando era parso che la restaurazione della

monarchia stava lì lì per avverarsi. Fingevano di aver dimenticato le

roventi parole del Daudet nelle ultime pagine del _Robert Helmont_:

«O politica, io ti odio! Ti odio perchè sei grossolana, ingiusta,

strillona e chiacchierona; perchè sei nemica dell'arte e del lavoro;

perchè tu servi di etichetta a tutte le sciocchezze, a tutte le

ambizioni, a tutte le poltronerie. Cieca e appassionata, tu dividi

cuori fatti per stare uniti; tu leghi, al contrario, esseri

assolutamente dissimili. Tu sei il gran dissolvente delle coscienze,

tu dài l'abitudine della menzogna, del sotterfugio: in grazia tua,

vediamo brave persone diventar amici di birbanti purchè siano dello

stesso partito. Ti odio sopratutto, o politica, perchè sei fin

arrivata ad uccidere nei nostri cuori il sentimento, l'idea della

patria!»

Ma la più bella risposta dell'artista era il suo capolavoro, _Sapho_.

La curiosità, l'indagine storica faranno certamente ricercare nel

lontano avvenire le smaglianti pagine del _Nabab_, del _Numa

Roumestan_, dei _Rois en exil_ e forse anche dell'_Evangéliste_; ma

tutti i cuori tormentati dall'amore, ma tutti gli illusi dal falso

miraggio della passione torneranno a rileggere le pagine di _Sapho_,

dove ritroveranno non l'incidente d'un momento, l'aneddoto d'una breve

fase storica, ma l'eterno spettacolo dell'umana debolezza, narrato

serenamente, delicatamente e senza che la delicatezza noccia

all'efficacia e alla forza.

*

* *

Io non ho neppur fatto cenno di _Petit Chose_ e di _Jack_ che son

rimasti oscurati dai loro fratelli venuti dopo. Non dirò niente

dell'opera teatrale del Daudet, che non ha importanza di sorta,

quantunque egli abbia tentato di usare pel teatro tutte le sue belle

qualità di scrittore.

Che cosa è stato apportato dal Daudet nella forma del romanzo?

Egli sopravveniva in pieno naturalismo, per esprimermi con la formula

di uso, dopo il Flaubert, dopo i De Goncourt, dopo lo Zola. Alla

impassibilità troppo ostentata del primo, alle preoccupazioni

stilistiche e di colorito dei secondi, all'epica e un po' romantica

ispirazione del terzo, unita a un problematico rigore scientifico,

egli ha recato in contributo una bella facoltà di commozione, una

giocondità alata di poeta, la sincerità alquanto chiassosa di una

brava persona indulgente.

Ha mostrato che si poteva tentar di fare lavoro di artista senza nè

troppo nascondere nè mostrar troppo che, infine, l'opera d'arte è la

natura passata attraverso l'organismo dello scrittore e da esso un po'

modificata, se non del tutto alterata; che le preoccupazioni

stilistiche non debbono soverchiare nell'opera d'arte quel che ne

costituisce la parte essenziale, cioè, la creazione del personaggio

vivente; che la rigorosa osservazione non deve implicare

l'intromissione di argomenti scientifici da produrre, con la tesi, una

deformazione dell'opera d'arte; ha mostrato che si poteva tentare

tutto questo, e il suo tentativo non è stato vano.

Fino a che punto sia riuscito, quali influenze abbia egli esercitato

nell'arte narrativa contemporanea e se egli abbia lasciato germi che

potranno germogliare a tempo opportuno può, forse, risultare dal

frettoloso schizzo che ho fatto.

E poichè intendo finire questo studio parlando dell'uomo, dirò

qualcosa dell'_Immortel_ che sembra una stonatura nella sua carriera

di scrittore.

L'artista, in un cattivo momento--chi non ne ha nella vita?--aveva

ceduto a un impeto di sdegno, che egli, con la focosa natura

meridionale, si era compiaciuto subito di ingrossare. Aveva

fatto--sembra--come il proverbiale compare della mula di cui parla un

aneddoto siciliano. Costui andando a chiedere in prestito una mula da

un suo compare, riflette per via che questi troverà mille scuse per

non fargli quel favore. Supposizione, sospetto; egli però fantastica

tanto intorno a questa idea, che finisce con scambiarla per un fatto

già avvenuto. E tiene broncio al compare; se lo incontra per via,

finge di non riconoscerlo o non risponde al saluto di lui. Fa peggio:

con amici comuni dice male dell'ingrato compare che ha avuto il

coraggio di negargli così piccolo favore. Non gliela avrebbe rovinata

quella sua mula, caso mai! E più ci pensa su, e più s'imbroncia, e più

si sdegna. Alfine il compare va a domandargli:--Compare mio,

perchè?--Per la mula. Non avete voluto prestarmela.--Non l'avete

chiesta.--È vero. Ma ho pensato che non me l'avreste prestata lo

stesso....

Il Daudet rimase al broncio. Immaginando, forse, che l'Accademia non

avrebbe voluto saperne di lui, scrisse l'_Immortel_. La satira passò

il segno; la freccia rimase spuntata.

A furia di caricare d'obbrobrio l'accademico Astier-Réhu, l'artista

spinge il lettore a scuotersi dallo sbalordimento che gli danno tante

nefandezze e tante imbecillità, lo forza a riflettere; e allora tutto

il romanzo gli crolla davanti come un edificio di carte da giuoco, non

ostante la magìa di molti particolari, non ostante che lo stile si sia

avvantaggiato dell'eccitazione dell'autore per riuscire più vibrato,

più denso, elettrico quasi.

E forse l'_Immortel_ non era opera di malignità, nè di invidia, nè di

altro sentimento cattivo, ma una semplice birichineria, simile a

quelle che Ernesto Daudet ha raccontate nel volume _Mon frère et moi_,

quando Alfonso studiava assieme con lui nel liceo di Lione. Me lo fa

supporre la risposta da lui data a un compaesano che gli parlava

dell'indignazione suscitata fra gli accademici dall'_Immortel_:

--Eh? Un bel sasso nel pantano dei ranocchi! Gracideranno più di un

mese!

Lo divertiva l'idea di quel gracidìo di accademici.

Se non si accetta questa spiegazione, l'_Immortel_ rimane un atto

inesplicabile nella vita del Daudet, una aberrazione enorme.

Ma ora egli riposa nella pace della tomba e non gli importa più niente

di tutte le accademie di questo mondo, compresa anche quella del suo

amico De Goncourt.

Artista, ha avuto, vivente, tutta la gloria possibile.

Uomo, ha avuto nella famiglia tutta la possibile felicità. La sua

buona sorte non solamente lo aveva preservato dalla sciagura di uno di

quegli amori che gli hanno fatto scrivere, come ammonimento ai suoi

figli, _Sapho_; ma gli aveva regalato, nel fiore della giovinezza,

una compagna, un'anima di artista fina e seducente quanto lui.

Egli ha ringraziato con eloquenti parole colei che è stata fino

all'ultimo la sua regolatrice del lavoro, la discreta consigliera

delle sue ispirazioni, la serena stella della sua casa:

«Ella è così artista! Ha preso tanta parte in tutto quel che ho

scritto! Non c'è una sola delle mie pagine, ch'ella non abbia

riveduta, ritoccata, e dove ella non abbia sparso un po' della sua

bella polvere azzurra e dorata. E così modesta, così semplice, così

poca donna di lettere! Io avevo espresso, un giorno, tutto questo e la

testimonianza della sua tenera ed instancabile collaborazione in una

dedica del _Nabab_, che mia moglie non ha voluto permettermi di

pubblicare e che ho conservato soltanto in una dozzina di esemplari

regalati ad amici.»

Ella, alla sua volta, ha svelato con grazia squisita il segreto della

loro collaborazione:

«La nostra collaborazione? Un ventaglio giapponese: da un lato,

campagna, personaggi, cielo; dall'altro, ramoscelli, petali di fiori,

lievi accenni di fronde, quel po' di colore, quel po' di doratura che

rimane all'ultimo nel pennello di un pittore. E questo lavoro minuto

lo faccio io, badando che le mie cicogne volanti non guastino il

paesaggio invernale, o, la mia vegetazione, sul fondo bruno dei

lembi, il paesaggio primaverile che è dipinto dall'altra parte».

E intanto tutto è finito! Questa mirabile armonia di due cuori e di

due menti è rotta per sempre!

La folla che settimane fa si accalcava per le vie di Parigi facendo,

riverente e commossa, ala al passaggio del feretro di Alfonso Daudet,

oggi irrompe furibonda per le stesse vie, insultando chi si è

generosamente costituito cavaliere della giustizia e della libertà,

Emilio Zola. Se qualche eco dell'indegna gazzarra arrivasse laggiù, o

lassù, fino a lui, Alfonso Daudet avrebbe ragione di ripetere:

--_O politique, je te haïs!_

Cronache Letterarie · 第 18 / 45 题