V.

Probabilmente, nella lirica Felice Cavallotti non lascerà orma più

profonda che nell'arte drammatica. Il _Libro dei versi_ è quasi il suo

testamento poetico e una piccola biografia insieme, divisa in sei

parti con titoli diversi: _La mia Arte_, _Il mio Paese_, _La mia

casa_, _Sogni e sorrisi_, _Malattie_, _Ricordi scenici_. Dal volume

delle _Poesie_, dalle _Anticaglie_, dai drammi e dalle commedie, dove

il Cavallotti non ha mancato mai d'introdurre qualche personaggio che

scrive o recita versi, da riviste e giornali, fin da galanti

ventagli, egli ha scelto, secondo il consiglio del suo editore

Aliprandi--com'egli narra nella prefazione--quei componimenti _che il

cuore ripete più volentieri, quelli ai quali egli vuol più bene, non

perchè migliori degli altri, ma anche perchè, a differenza degli

altri, vi è appiccicato della sua vita_, un qualche cosa _il cui

ricordo lo fa triste ed allegro, una qualche memoria che il tempo non

ha cancellato_.

E di questa prefazione è notevole la chiusa:

«Questo libro vorrebbe essere, per ciò che rispecchia, un

libro _sui generis_: il libro cioè che il poeta, passato per

molte lotte, arrivato a un dato punto della via, quando il

crepuscolo si avanza, vorrebbe trovare vicino a sè nell'ora

dell'andarsene, e lasciare di sè e dell'opera

propria--quando il resto andasse perduto--come il più sereno

dei ricordi, al figliuolo, come lui nato ad amare, come lui

nato a lottare. E cioè vorrebbe essere come la sintesi di

tutta una produzione lirica, in rispetto unicamente al

soffio che l'animò, ai sentimenti che la destarono; un libro

vissuto, il compendio in versi della memoria di un poeta.

Ivi non saranno tutte le battaglie combattute: ma echi delle

note che squillarono in tutte; ivi non saranno tutti i sogni

sognati, ma parole e lavoro dei sogni che il poeta più amò.

Sicchè coloro che non sciuparono il tempo nel tener dietro

alla varia sua opera o nel leggere i volumi suoi possan

dire, senza errore, di conoscerlo da questo: e quando ci sia

passato fra i più, e data la molta sua suppellettile

all'oblio, gli sorrida la lusinga di vivere in taluna almeno

di queste pagine, e che a qualcuna di esse si arresti il

sorriso di labbra gentili o il pensiero di qualche anima

buona.»

Malinconiche parole che rendono pensosi e inducono a credere che un

confuso presentimento della sua prossima fine attristasse l'animo del

poeta, se si ricordano le altre parole riferite dai giornali e da lui

rivolte a un suo collega di deputazione poche ore prima dello infausto

duello: _Prepàrati a fare anche la mia commemorazione!_

Certamente in questo volume sono raccolti i versi del Cavallotti che

più volentieri si rileggono. Con bonomia tutt'ambrosiana, nell'autunno

dell'anno scorso, _in faccia agli ultimi raggi del sole che indoravano

la collina di Dagnente, fra due bicchieri di ottimo Miradolo_, il suo

editore--com'egli riferisce--gli diceva:

--Quei _versi lì_, così a naso, mi pare che sian quelli che si

capiscono di più e che girano meglio per le mani della gente. Lei ha

gridato tanto la croce contro i versi che la gente non capisce!...

E sembra che abbia voluto dirgli:

--Negli altri suoi versi c'entra troppa politica, troppa

partigianeria. Nati in circostanze eccezionali, hanno tutti i difetti

delle produzioni che prendono occasione di un fatto politico

particolare, di cui, nel momento che esso avviene, non si può dare un

giudizio equo e sereno. Quando sopravvengono altri fatti che lo

commentano e lo spiegano, la spiegazione e il comento affrettati,

monchi, ingiusti ne diminuiscono il valore, specialmente se quei versi

non hanno tale eccellenza di forma da ridurli immortali. Lasciamo che

li ricerchino coloro che vorranno rintracciarvi i sentimenti e le

idee dell'uomo politico. Costoro non si arresteranno a un'epoca,

frugheranno qua e là, potranno cavarsi il gusto di trovare il poeta di

un tempo in contraddizione con quello di tempi posteriori. E avranno

torto di scandalizzarsi di certe contraddizioni tra i sentimenti e le

idee del giovane e quelli dell'uomo maturo--l'uomo tutto di un pezzo è

quasi innaturale--purchè gli entusiasmi di una volta non siano meno

sinceri degli entusiasmi di dopo. La politica è deleteria. Lo sa per

prova un altro poeta. Pochi critici riescono a mantenersi nei limiti

della discussione puramente letteraria, quando un concetto estraneo

all'arte vi si è infiltrato per dividerne gli animi, per eccitarli,

per offuscare le menti. Se occorrerà, se la forma ha avuto tanta

potenza da elevare la poesia di circostanza, anche appassionata, anche

ingiusta, anche maligna, a un'altezza sublime; se occorrerà, se sarà

il caso, quando le passioni, gli eccitamenti, gli odii, i rancori, le

invidie troppo personali non turberanno più gl'intelletti, la critica

saprà fare e farà il dover suo, guarderà soltanto l'opera d'arte e la

giudicherà unicamente come tale. Diamo per ciò tempo al tempo. Intanto

facciamo un volume che riveli l'uomo nel poeta, o meglio, il poeta

nell'uomo, se c'è; è più prudente, più pratico.--

Ecco quel che mi è parso d'intravedere in quelle parole di bonomia

tutt'ambrosiana, e che ho riferito apposta perchè anche io non voglio

ricercare il poeta lirico nei canti politici, ma circoscrivermi a

studiarlo nel _libro dei versi_.

Non già che qui siano soltanto componimenti con contenuto dove la

politica non faccia capolino e non lo invada intero con tutti i suoi

sdegni, con tutte le sue ire, con tutte le sue contraddizioni; sarebbe

quasi un miracolo, trattandosi di un uomo come il Cavallotti.

E a Giuseppe Garibaldi egli dirà:

_Altra Italia sognavi!_ un'altra meta

Accarezzavi nell'ingenua testa!

Povero vecchio! il desiderio acqueta!

Ecco l'Italia dei tuoi sogni è questa!

Non pei suoi figli, tu ne' giorni rei

Dolce speravi d'_una patria_ il vanto?

Vuota formola Italia or più non sei,

Tutto ora copri del tuo nome santo.

Guarda le nude, le tetre pareti!

Chiudono ancor le squallide _dimore_

I generosi, i matti ed i poeti...

Ma almen veglia alla porta il tricolore!

Ve' tra gli inermi, come un dì, si sbranca

Torma di sbirri per le dense strade!

Lavorano le daghe a dritta e a manca...

Ma almeno, almeno, son d'Italia _spade_!

Oh dolce orgoglio! Non più lo straniero

C'insulta nei cruenti parapiglia!

Le prepotenze son le stesse, è vero...

Ma almeno, almeno, son fatte in famiglia!

La forma non eleva l'ironia troppo volgare; e questo difetto fa

pensare che gli Dei hanno voluto bene al poeta, evitandogli il

pericolo di esser ministro e di trovarsi in circostanze che avrebbero

permesso, a qualche altro non meno volgarmente, di ripetere che anche

sotto il _governo di lui_ altri generosi, altri matti ed altri poeti,

o pretesi generosi, o pretesi matti e poeti, come si vorrà, avevano

abitato le _squallide dimore_; che altre daghe non meno sbirresche

avevano lavorato a dritta e a manca per le _dense strade_; giacchè la

politica gioca simili e peggiori tiri ai suoi adepti, e non c'è

abilità che possa evitarli.

Nella poesia _Dijon_, in morte del fratello Giuseppe, egli si lascerà

sfuggire:

Oh, la notte che all'Alpi scoscese,

Solo, in vetta, sostando fra i geli,

Lungi il guardo _oltre i limpidi cieli_

Sospingevi la Francia a cercar

Di che lauri mai fosse cortese

_Questo_ suol che a difender volavi,

E qual messe superba ignoravi

Tanto sangue dovesse inaffiar!

Non pensasti la gallica boria.

Curva ancor sotto l'asta germana,

Pei _tornati_ guerrier di Mentana

Ritrovante l'oltraggio di un dì;

E spartirsi l'ausonia vittoria

Quei che al Prusso voltarono il dorso.

E i paffuti fuggiaschi del Còrso

Scagliar fango a chi vinse e morì!

E annoterà: _Non è inutile per la storia il rammentare di che

gratitudine imperialisti, legittimisti, pseudo-repubblicani e

clericali rimeritassero in Francia il soccorso magnanimo del vinto di

Mentana_. Ma sùbito la politica della sua parte repubblicana gli farà

soggiungere: «_Per fortuna_... il VERO POPOLO FRANCESE... _ricorda con

ammirazione e gratitudine il nome del vincitore di Dijon_,» quasi

imperialisti, pseudo-repubblicani, legittimisti e clericali non

appartenessero al VERO POPOLO FRANCESE e non ne formassero la

maggioranza!

Sarà meglio rifuggiarsi spassionatamente nella critica letteraria e,

innanzi tutto, prender nota di una preziosa confessione del poeta:

A me polito e terso

Nel furiar de l'ore

Non concessero il verso

Le Pierie canore:

E di squisiti carmi

E d'armonia gentil

L'estro ignorò fra l'armi

Il delicato stil.

(_La lucerna di Parini_).

Infatti, proprio nel componimento che inizia il volume, nella prima

strofa, c'imbattiamo in questi versi:

Ma già già l'ombre _fasciano_ il piano,

Espero luccica ne lo zaffiro...

Il lampionaio comincia il giro

Per i _viottoli_ de la città!

(_Tramonto_).

E nell'ultima strofa:

Or tu, fanciulla, che nel tripudio

Dei cari aprili mi chiedi un canto,

Tu, se dell'arte gentile incanto

Perenne fascino rida a' tuoi dì.

Nei tardi vesperi, su questa pagina

Se un melanconico sguardo ritorni,

Del fior più bello che il crin t'adorni

Lieve una foglia _posala_ qui.

E più in là in questi altri, nella lirica _Alla Doccia perenne di

Dagnente_:

Ecco, or _fantasima somiglio bianca_

Che vada errando per la montagna...

Di qualche morto l'anima stanca

Che di _alcun_ torto forse si lagna...

Senti, Giovanni, quando in lenzuolo

Simile a questo porranmi un dì,

In qual sia trovimi lontan suolo

Di' la _mia bara_ la portin qui.

Non voglio affermare che uguale trascuratezza s'incontri in tutte le

sue liriche, ma è raro che qualcosa di trasandato, di dimesso, di

comune non dia a quasi tutte l'aria di facili improvvisazioni. I metri

troppo musicali lo affascinano, lo fanno trascorrere, gl'impediscono

di scegliere fra le tante immagini che gli si presentano davanti, di

indugiare su un aggettivo, di esitare intorno a una rima.

L'eccitazione lo spinge innanzi senza dargli tempo di voltarsi

addietro; le strofe sgorgano una appresso all'altra, lusingandogli

l'orecchio, ed egli cede volentieri alla loro malìa.

Certe volte la trovata è geniale, ma la verbosità per poco non la

sciupa; è gentile, ma fa rimpiangere che la forma non sia gentile

altrettanto. La sincerità spesso lo salva, giacchè dov'egli appare

anche più manierato si mostra pure sincero. In bocca a un altro questa

strofa oggi farebbe ridere:

Oh melodi! o fantasime

Superbe del pensiero!

Santi dell'Arte fascini.

Caste Pimplee del Vero!

Triste chi osò di adùlteri

Amplessi i vostri altar,

Di servil carme i dèlubri

Di Pindo profanar.

In bocca sua fa appena sorridere, perchè c'è sempre un dissidio tra la

sua forma e il suo concetto, quasi egli abbia gettato addosso a questo

la prima veste capitatagli sotto mano, senza badare se gli si attaglia

o no; forse, per la convinzione che il concetto, bene o male, più o

meno efficacemente, si farà intendere; e questo gli sembra

l'importante.

Infatti le naturali attitudini del suo ingegno sono ricche: l'impeto,

lo slancio, la commozione, la tenerezza, il sorriso, l'ironia, la

satira violenta si alternano, si mescolano, si confondono con vena

abbondante.

Quella monotonia che scorrendo il volume si fa vivamente sentire è più

nei mezzi ch'egli adopra, che non nella sostanza; nel verso, nel

metro, nella costruzione della strofa, e anche un po' nella concezione

generale. Si vede bene che, se egli non avesse avuto troppa fretta, se

non avesse sentito alle spalle l'urgenza di altre bisogne specialmente

politiche, l'opera sua avrebbe potuto riuscire assai ben diversa. Ma a

lui, che scorge soltanto gli eccessi di certe ricerche di stile e

giustamente le sdegna, anche il _limæ labor_ sembra, o almeno pare che

sembri, un eccesso. E perciò si fa dire dalla Musa:

Fra pergamene logore, astruse

Che andresti, misero vate, cercando?

Astrusi ritmi, strofe confuse,

Gergo dai vivi fuggito in bando?

Odon gli stitici metri di notte

L'ombre: _te i cuori ch'odano io vo'_:

O scegli il plauso di scimmie dotte,

O scegli i baci ch'io sola do.

(_L'Addio alla Musa_).

Ma forse quand'egli rimpiange, con insolita bellezza di forma,

I bei razzi lucenti

Lanciantisi alle stelle,

In fasci aurei spioventi

E in scintillanti fior!

Per mille goccie belle

Di color mille splende

La pioggia ignea... discende

Lenta ne l'aria... e muor

nella quale felicissima immagine adombra i fervidi giovanili sogni che

Spingean superbi voli

Incontro all'avvenir:

forse egli pensa quel che sarebbe stata l'opera sua letteraria,

soggiungendo con amarezza:

Luce più lunga ed altro

Solco _ne_ l'aria scura

S'era il mio cor più scaltro

Segnato avria il cammin!

Cercando la ventura

Per altre vie gioconde,

Avria più liete sponde

Raggiunto il mio destin!

E altri rimpianti, e altri dubbi intorno alla vitalità dell'opera sua

gli sfuggono frequentissimi, assieme con accenni al riposo finale,

quando il suo cuore avrà cessato di battere e la sua mente di

lottare. E questo senso di scoraggiamento e di tristezza rende

simpatico l'uomo anche a coloro che non amavano il partigiano politico

e il polemista irruente. L'arte non è eccelsa, ma il carattere fa

impressione; e qualche volta anche la persona prende rilievo e

apparisce viva, come nella lirica _I miei discorsi alla camera_.

Egli si leva a parlare:

E sovra italiche labi e vergogne

De l'ire chiuse puntando l'arco

L'aspra parola, frenata al varco.

Tenta di arguzie vestita uscir.

Ma i _forse_, i _quasi_, i periodi corretti, i cauti motteggi gli

sembrano una triste concessione, una viltà; e la parola scatta

arroventata.

Ma inquieto l'occhio del presidente

Attento, vigile sopra _gli_ sta,

Fatto a l'orecchio la man riparo

Ansio ogni sillaba segue il vegliardo;

Or bieche lancia_gli_ rampogne il guardo,

Ora par preghi_lo_...: Per carità!

Ed egli s'infrena, s'infrena; e il Biancheri lo ringrazia sorridendo.

Ma di là a poco, una forte scampanellata:

Allora... allora... dal cor profondo

Un _non so cosa_ sal di molesto...;

E la man destra fa un certo gesto...

Come di cetra corde toccar.

Conclude in furia... finisce il fondo

De l'acqua e zucchero... poi corre via...

E infatti parrà di vederlo a tutti coloro che hanno assistito a

qualcuna delle sue sfuriate parlamentari.

E per questa schiettezza di rappresentazione che ci mostra il poeta

calmo, sorridente, in un momento di galanteria anzi di _marivaudage_,

certe sue poesie minori, riunite nella parte IV appunto sotto il

titolo di _Sogni e Sorrisi_, hanno probabilità di vita più lunga delle

altre, anche perchè più accarezzate, in grazia forse della serenità

del momento, dal lato della forma.

Oh, egli sa benissimo di essere stato un combattente, un agitato, un

inesorabile; e la sua coscienza gli fa prevedere che neppur quando

sarà morto i suoi avversari gli daranno pace! Ma egli protesta, e

invoca l'amico _Primo_... perchè difenda la sua memoria dalle bieche

_ingiurie_ che tenteranno di _sterpare i fiori dalla sua fossa_:

Tu, che da questi carmi udirai

Note a te fremere pugne dal cor,

Tu al buon Tersite dirlo potrai

Se furon tinti del suo livor.

Tu che gli sdegni vedevi e l'ire,

E il giambo uscirne, beffardo suon,

Tu al buon Tersite lo potrai dire

Se vi eran lagrime nella canzon!

(_A l'amico Primo..._)

E quantunque questi versi siano del giugno 1879, non mi è parso

inopportuno ripeterli come chiusa di questo scritto.

Cronache Letterarie · 第 17 / 45 题