Probabilmente, nella lirica Felice Cavallotti non lascerà orma più
profonda che nell'arte drammatica. Il _Libro dei versi_ è quasi il suo
testamento poetico e una piccola biografia insieme, divisa in sei
parti con titoli diversi: _La mia Arte_, _Il mio Paese_, _La mia
casa_, _Sogni e sorrisi_, _Malattie_, _Ricordi scenici_. Dal volume
delle _Poesie_, dalle _Anticaglie_, dai drammi e dalle commedie, dove
il Cavallotti non ha mancato mai d'introdurre qualche personaggio che
scrive o recita versi, da riviste e giornali, fin da galanti
ventagli, egli ha scelto, secondo il consiglio del suo editore
Aliprandi--com'egli narra nella prefazione--quei componimenti _che il
cuore ripete più volentieri, quelli ai quali egli vuol più bene, non
perchè migliori degli altri, ma anche perchè, a differenza degli
altri, vi è appiccicato della sua vita_, un qualche cosa _il cui
ricordo lo fa triste ed allegro, una qualche memoria che il tempo non
ha cancellato_.
E di questa prefazione è notevole la chiusa:
«Questo libro vorrebbe essere, per ciò che rispecchia, un
libro _sui generis_: il libro cioè che il poeta, passato per
molte lotte, arrivato a un dato punto della via, quando il
crepuscolo si avanza, vorrebbe trovare vicino a sè nell'ora
dell'andarsene, e lasciare di sè e dell'opera
propria--quando il resto andasse perduto--come il più sereno
dei ricordi, al figliuolo, come lui nato ad amare, come lui
nato a lottare. E cioè vorrebbe essere come la sintesi di
tutta una produzione lirica, in rispetto unicamente al
soffio che l'animò, ai sentimenti che la destarono; un libro
vissuto, il compendio in versi della memoria di un poeta.
Ivi non saranno tutte le battaglie combattute: ma echi delle
note che squillarono in tutte; ivi non saranno tutti i sogni
sognati, ma parole e lavoro dei sogni che il poeta più amò.
Sicchè coloro che non sciuparono il tempo nel tener dietro
alla varia sua opera o nel leggere i volumi suoi possan
dire, senza errore, di conoscerlo da questo: e quando ci sia
passato fra i più, e data la molta sua suppellettile
all'oblio, gli sorrida la lusinga di vivere in taluna almeno
di queste pagine, e che a qualcuna di esse si arresti il
sorriso di labbra gentili o il pensiero di qualche anima
buona.»
Malinconiche parole che rendono pensosi e inducono a credere che un
confuso presentimento della sua prossima fine attristasse l'animo del
poeta, se si ricordano le altre parole riferite dai giornali e da lui
rivolte a un suo collega di deputazione poche ore prima dello infausto
duello: _Prepàrati a fare anche la mia commemorazione!_
Certamente in questo volume sono raccolti i versi del Cavallotti che
più volentieri si rileggono. Con bonomia tutt'ambrosiana, nell'autunno
dell'anno scorso, _in faccia agli ultimi raggi del sole che indoravano
la collina di Dagnente, fra due bicchieri di ottimo Miradolo_, il suo
editore--com'egli riferisce--gli diceva:
--Quei _versi lì_, così a naso, mi pare che sian quelli che si
capiscono di più e che girano meglio per le mani della gente. Lei ha
gridato tanto la croce contro i versi che la gente non capisce!...
E sembra che abbia voluto dirgli:
--Negli altri suoi versi c'entra troppa politica, troppa
partigianeria. Nati in circostanze eccezionali, hanno tutti i difetti
delle produzioni che prendono occasione di un fatto politico
particolare, di cui, nel momento che esso avviene, non si può dare un
giudizio equo e sereno. Quando sopravvengono altri fatti che lo
commentano e lo spiegano, la spiegazione e il comento affrettati,
monchi, ingiusti ne diminuiscono il valore, specialmente se quei versi
non hanno tale eccellenza di forma da ridurli immortali. Lasciamo che
li ricerchino coloro che vorranno rintracciarvi i sentimenti e le
idee dell'uomo politico. Costoro non si arresteranno a un'epoca,
frugheranno qua e là, potranno cavarsi il gusto di trovare il poeta di
un tempo in contraddizione con quello di tempi posteriori. E avranno
torto di scandalizzarsi di certe contraddizioni tra i sentimenti e le
idee del giovane e quelli dell'uomo maturo--l'uomo tutto di un pezzo è
quasi innaturale--purchè gli entusiasmi di una volta non siano meno
sinceri degli entusiasmi di dopo. La politica è deleteria. Lo sa per
prova un altro poeta. Pochi critici riescono a mantenersi nei limiti
della discussione puramente letteraria, quando un concetto estraneo
all'arte vi si è infiltrato per dividerne gli animi, per eccitarli,
per offuscare le menti. Se occorrerà, se la forma ha avuto tanta
potenza da elevare la poesia di circostanza, anche appassionata, anche
ingiusta, anche maligna, a un'altezza sublime; se occorrerà, se sarà
il caso, quando le passioni, gli eccitamenti, gli odii, i rancori, le
invidie troppo personali non turberanno più gl'intelletti, la critica
saprà fare e farà il dover suo, guarderà soltanto l'opera d'arte e la
giudicherà unicamente come tale. Diamo per ciò tempo al tempo. Intanto
facciamo un volume che riveli l'uomo nel poeta, o meglio, il poeta
nell'uomo, se c'è; è più prudente, più pratico.--
Ecco quel che mi è parso d'intravedere in quelle parole di bonomia
tutt'ambrosiana, e che ho riferito apposta perchè anche io non voglio
ricercare il poeta lirico nei canti politici, ma circoscrivermi a
studiarlo nel _libro dei versi_.
Non già che qui siano soltanto componimenti con contenuto dove la
politica non faccia capolino e non lo invada intero con tutti i suoi
sdegni, con tutte le sue ire, con tutte le sue contraddizioni; sarebbe
quasi un miracolo, trattandosi di un uomo come il Cavallotti.
E a Giuseppe Garibaldi egli dirà:
_Altra Italia sognavi!_ un'altra meta
Accarezzavi nell'ingenua testa!
Povero vecchio! il desiderio acqueta!
Ecco l'Italia dei tuoi sogni è questa!
Non pei suoi figli, tu ne' giorni rei
Dolce speravi d'_una patria_ il vanto?
Vuota formola Italia or più non sei,
Tutto ora copri del tuo nome santo.
Guarda le nude, le tetre pareti!
Chiudono ancor le squallide _dimore_
I generosi, i matti ed i poeti...
Ma almen veglia alla porta il tricolore!
Ve' tra gli inermi, come un dì, si sbranca
Torma di sbirri per le dense strade!
Lavorano le daghe a dritta e a manca...
Ma almeno, almeno, son d'Italia _spade_!
Oh dolce orgoglio! Non più lo straniero
C'insulta nei cruenti parapiglia!
Le prepotenze son le stesse, è vero...
Ma almeno, almeno, son fatte in famiglia!
La forma non eleva l'ironia troppo volgare; e questo difetto fa
pensare che gli Dei hanno voluto bene al poeta, evitandogli il
pericolo di esser ministro e di trovarsi in circostanze che avrebbero
permesso, a qualche altro non meno volgarmente, di ripetere che anche
sotto il _governo di lui_ altri generosi, altri matti ed altri poeti,
o pretesi generosi, o pretesi matti e poeti, come si vorrà, avevano
abitato le _squallide dimore_; che altre daghe non meno sbirresche
avevano lavorato a dritta e a manca per le _dense strade_; giacchè la
politica gioca simili e peggiori tiri ai suoi adepti, e non c'è
abilità che possa evitarli.
Nella poesia _Dijon_, in morte del fratello Giuseppe, egli si lascerà
sfuggire:
Oh, la notte che all'Alpi scoscese,
Solo, in vetta, sostando fra i geli,
Lungi il guardo _oltre i limpidi cieli_
Sospingevi la Francia a cercar
Di che lauri mai fosse cortese
_Questo_ suol che a difender volavi,
E qual messe superba ignoravi
Tanto sangue dovesse inaffiar!
Non pensasti la gallica boria.
Curva ancor sotto l'asta germana,
Pei _tornati_ guerrier di Mentana
Ritrovante l'oltraggio di un dì;
E spartirsi l'ausonia vittoria
Quei che al Prusso voltarono il dorso.
E i paffuti fuggiaschi del Còrso
Scagliar fango a chi vinse e morì!
E annoterà: _Non è inutile per la storia il rammentare di che
gratitudine imperialisti, legittimisti, pseudo-repubblicani e
clericali rimeritassero in Francia il soccorso magnanimo del vinto di
Mentana_. Ma sùbito la politica della sua parte repubblicana gli farà
soggiungere: «_Per fortuna_... il VERO POPOLO FRANCESE... _ricorda con
ammirazione e gratitudine il nome del vincitore di Dijon_,» quasi
imperialisti, pseudo-repubblicani, legittimisti e clericali non
appartenessero al VERO POPOLO FRANCESE e non ne formassero la
maggioranza!
Sarà meglio rifuggiarsi spassionatamente nella critica letteraria e,
innanzi tutto, prender nota di una preziosa confessione del poeta:
A me polito e terso
Nel furiar de l'ore
Non concessero il verso
Le Pierie canore:
E di squisiti carmi
E d'armonia gentil
L'estro ignorò fra l'armi
Il delicato stil.
(_La lucerna di Parini_).
Infatti, proprio nel componimento che inizia il volume, nella prima
strofa, c'imbattiamo in questi versi:
Ma già già l'ombre _fasciano_ il piano,
Espero luccica ne lo zaffiro...
Il lampionaio comincia il giro
Per i _viottoli_ de la città!
(_Tramonto_).
E nell'ultima strofa:
Or tu, fanciulla, che nel tripudio
Dei cari aprili mi chiedi un canto,
Tu, se dell'arte gentile incanto
Perenne fascino rida a' tuoi dì.
Nei tardi vesperi, su questa pagina
Se un melanconico sguardo ritorni,
Del fior più bello che il crin t'adorni
Lieve una foglia _posala_ qui.
E più in là in questi altri, nella lirica _Alla Doccia perenne di
Dagnente_:
Ecco, or _fantasima somiglio bianca_
Che vada errando per la montagna...
Di qualche morto l'anima stanca
Che di _alcun_ torto forse si lagna...
Senti, Giovanni, quando in lenzuolo
Simile a questo porranmi un dì,
In qual sia trovimi lontan suolo
Di' la _mia bara_ la portin qui.
Non voglio affermare che uguale trascuratezza s'incontri in tutte le
sue liriche, ma è raro che qualcosa di trasandato, di dimesso, di
comune non dia a quasi tutte l'aria di facili improvvisazioni. I metri
troppo musicali lo affascinano, lo fanno trascorrere, gl'impediscono
di scegliere fra le tante immagini che gli si presentano davanti, di
indugiare su un aggettivo, di esitare intorno a una rima.
L'eccitazione lo spinge innanzi senza dargli tempo di voltarsi
addietro; le strofe sgorgano una appresso all'altra, lusingandogli
l'orecchio, ed egli cede volentieri alla loro malìa.
Certe volte la trovata è geniale, ma la verbosità per poco non la
sciupa; è gentile, ma fa rimpiangere che la forma non sia gentile
altrettanto. La sincerità spesso lo salva, giacchè dov'egli appare
anche più manierato si mostra pure sincero. In bocca a un altro questa
strofa oggi farebbe ridere:
Oh melodi! o fantasime
Superbe del pensiero!
Santi dell'Arte fascini.
Caste Pimplee del Vero!
Triste chi osò di adùlteri
Amplessi i vostri altar,
Di servil carme i dèlubri
Di Pindo profanar.
In bocca sua fa appena sorridere, perchè c'è sempre un dissidio tra la
sua forma e il suo concetto, quasi egli abbia gettato addosso a questo
la prima veste capitatagli sotto mano, senza badare se gli si attaglia
o no; forse, per la convinzione che il concetto, bene o male, più o
meno efficacemente, si farà intendere; e questo gli sembra
l'importante.
Infatti le naturali attitudini del suo ingegno sono ricche: l'impeto,
lo slancio, la commozione, la tenerezza, il sorriso, l'ironia, la
satira violenta si alternano, si mescolano, si confondono con vena
abbondante.
Quella monotonia che scorrendo il volume si fa vivamente sentire è più
nei mezzi ch'egli adopra, che non nella sostanza; nel verso, nel
metro, nella costruzione della strofa, e anche un po' nella concezione
generale. Si vede bene che, se egli non avesse avuto troppa fretta, se
non avesse sentito alle spalle l'urgenza di altre bisogne specialmente
politiche, l'opera sua avrebbe potuto riuscire assai ben diversa. Ma a
lui, che scorge soltanto gli eccessi di certe ricerche di stile e
giustamente le sdegna, anche il _limæ labor_ sembra, o almeno pare che
sembri, un eccesso. E perciò si fa dire dalla Musa:
Fra pergamene logore, astruse
Che andresti, misero vate, cercando?
Astrusi ritmi, strofe confuse,
Gergo dai vivi fuggito in bando?
Odon gli stitici metri di notte
L'ombre: _te i cuori ch'odano io vo'_:
O scegli il plauso di scimmie dotte,
O scegli i baci ch'io sola do.
(_L'Addio alla Musa_).
Ma forse quand'egli rimpiange, con insolita bellezza di forma,
I bei razzi lucenti
Lanciantisi alle stelle,
In fasci aurei spioventi
E in scintillanti fior!
Per mille goccie belle
Di color mille splende
La pioggia ignea... discende
Lenta ne l'aria... e muor
nella quale felicissima immagine adombra i fervidi giovanili sogni che
Spingean superbi voli
Incontro all'avvenir:
forse egli pensa quel che sarebbe stata l'opera sua letteraria,
soggiungendo con amarezza:
Luce più lunga ed altro
Solco _ne_ l'aria scura
S'era il mio cor più scaltro
Segnato avria il cammin!
Cercando la ventura
Per altre vie gioconde,
Avria più liete sponde
Raggiunto il mio destin!
E altri rimpianti, e altri dubbi intorno alla vitalità dell'opera sua
gli sfuggono frequentissimi, assieme con accenni al riposo finale,
quando il suo cuore avrà cessato di battere e la sua mente di
lottare. E questo senso di scoraggiamento e di tristezza rende
simpatico l'uomo anche a coloro che non amavano il partigiano politico
e il polemista irruente. L'arte non è eccelsa, ma il carattere fa
impressione; e qualche volta anche la persona prende rilievo e
apparisce viva, come nella lirica _I miei discorsi alla camera_.
Egli si leva a parlare:
E sovra italiche labi e vergogne
De l'ire chiuse puntando l'arco
L'aspra parola, frenata al varco.
Tenta di arguzie vestita uscir.
Ma i _forse_, i _quasi_, i periodi corretti, i cauti motteggi gli
sembrano una triste concessione, una viltà; e la parola scatta
arroventata.
Ma inquieto l'occhio del presidente
Attento, vigile sopra _gli_ sta,
Fatto a l'orecchio la man riparo
Ansio ogni sillaba segue il vegliardo;
Or bieche lancia_gli_ rampogne il guardo,
Ora par preghi_lo_...: Per carità!
Ed egli s'infrena, s'infrena; e il Biancheri lo ringrazia sorridendo.
Ma di là a poco, una forte scampanellata:
Allora... allora... dal cor profondo
Un _non so cosa_ sal di molesto...;
E la man destra fa un certo gesto...
Come di cetra corde toccar.
Conclude in furia... finisce il fondo
De l'acqua e zucchero... poi corre via...
E infatti parrà di vederlo a tutti coloro che hanno assistito a
qualcuna delle sue sfuriate parlamentari.
E per questa schiettezza di rappresentazione che ci mostra il poeta
calmo, sorridente, in un momento di galanteria anzi di _marivaudage_,
certe sue poesie minori, riunite nella parte IV appunto sotto il
titolo di _Sogni e Sorrisi_, hanno probabilità di vita più lunga delle
altre, anche perchè più accarezzate, in grazia forse della serenità
del momento, dal lato della forma.
Oh, egli sa benissimo di essere stato un combattente, un agitato, un
inesorabile; e la sua coscienza gli fa prevedere che neppur quando
sarà morto i suoi avversari gli daranno pace! Ma egli protesta, e
invoca l'amico _Primo_... perchè difenda la sua memoria dalle bieche
_ingiurie_ che tenteranno di _sterpare i fiori dalla sua fossa_:
Tu, che da questi carmi udirai
Note a te fremere pugne dal cor,
Tu al buon Tersite dirlo potrai
Se furon tinti del suo livor.
Tu che gli sdegni vedevi e l'ire,
E il giambo uscirne, beffardo suon,
Tu al buon Tersite lo potrai dire
Se vi eran lagrime nella canzon!
(_A l'amico Primo..._)
E quantunque questi versi siano del giugno 1879, non mi è parso
inopportuno ripeterli come chiusa di questo scritto.