IV.

E ripensando all'eccessiva scrupolosità delle note ai suoi tre lavori

di soggetto greco (_Nicarete_ non ho potuto vederlo, credo non sia

stato ancora pubblicato) voglio qui rammentare un tratto

caratteristico dell'uomo, l'unica volta che l'ho conosciuto da vicino,

due anni fa.

Facevo parte, col Panzacchi e lui, della commissione esaminatrice

degli scritti per la gara finale dei Licei del regno, nella quale il

Ministero della Istruzione pubblica concede una medaglia di oro. Ci

riunivamo in una sala della Minerva due volte il giorno. Gli scritti

da esaminare erano una sessantina. Il Panzacchi aveva fretta di

tornare in Bologna, e appena gli capitava in mano uno scritto che

dalle prime tre o quattro pagine si palesava molto mediocre, tale da

non presentare nessuna probabilità di esser preso in considerazione,

subito proponeva:

--Smettiamo di andare avanti; non perdiamo il nostro tempo.

Io ero di accordo con lui; ma il Cavallotti si affrettava a dire,

quasi balbettando:

--No, no! Chi sa?... Vediamo. E poi, è dovere nostro.

Si leggevano altre due, tre, quattro pagine; il lavoro peggiorava.

Il Panzacchi, impaziente, alzando le spalle, brontolava:

--Ma insomma, che dobbiamo più vedere? Non va. Smettiamo, passiamo a

un altro.

Io ero di accordo con lui. Ma il Cavallotti insisteva:

--Ancora un po'. Chi sa?... Non precipitiamo il nostro giudizio...

E quando si era finito di leggere, il Panzacchi protestava:

--Hai visto? Ti sei persuaso che noi due avevamo ragione? E così

abbiamo perduto due preziose ore di tempo!

--Non importa. Ora sono tranquillo.

E per giustificare le sue esitanze, soggiungeva:

--C'è del buono, qua e là: ha un concetto patriottico... È vero?

E si rivolgeva a me che, sorridendo tranquillo e rassegnato,

rispondevo:

--Il patriottismo non è una ragione per malmenare la lingua e lo

stile.

E si passava a un altro scritto; e si tornava rifare la stessa scena,

quasi con le stesse parole, e con identico risultato. E non ci fu caso

che l'esperienza di otto o nove scritti inducesse il Cavallotti a

cedere, a non andare fino in fondo.

Faceva di più: nelle ore pomeridiane tornava alla Minerva un'ora

prima dell'ora fissata. Aveva paura che non si fosse lasciato illudere

da una lettura frettolosa, da una discussione in cui non avesse saputo

tener testa contro il Panzacchi e me, e tornava a rileggere da solo

quegli scritti. Il giudizio non mutava, ma egli si sentiva più

tranquillo. E al nostro arrivo, ci rileggeva qualche brano non mal

riuscito, specialmente quelli dove lo studente aveva infilato una

serie di belle frasi patriottiche.

--Peccato! Se fosse andato avanti così!

--Tu hai tempo da perdere!--tuonava baritonalmente il Panzacchi, e

rideva.

Rideva anche lui, il Cavallotti, e poco dopo eravamo daccapo:

--Vediamo!... Chi sa?... Forse, avanti...

Pareva un'esagerazione, una posa, e non era. Proprio come sembrano

un'esagerazione, una posa da erudito quelle note, quei riscontri,

quelle citazioni a piè di pagina, che raddoppiano e anche triplicano

il volume dell'_Alcibiade_ e quello dei _Messeni_ e della _Sposa di

Mènecle_ nell'edizione del Reggiani.

Io credo che il Cavallotti sia stato, tra gli autori drammatici

italiani, colui che abbia ricavato un maggior compenso dai suoi

lavori. Mi è stato detto che non si contentava dei decimi; richiedeva

anticipazioni a fondo perduto, sicuro che le sue commedie e i sui

drammi potevano contare su la benevolenza del pubblico. Non sarà

malignità aggiungere che l'influenza dell'uomo politico giovava

all'autore drammatico, ma stimo che si possa aggiungere ch'egli non la

sfruttasse per progetto. La politica s'infiltrava, non ostante la

puritaneria di lui, nei larghi successi dei suoi lavori. La misera

fine dell'autore ha prodotto in questi mesi una rifioritura di

rappresentazioni e di successi clamorosi. Le ragioni dell'arte però

non hanno niente che vedere con essi. _Le Rose bianche_, _Lea_, _Le

lettere di amore_, _Agatodemon_, il _Povero Piero_, non vivranno. Dei

_Pezzenti_ e dell'_Agnese_, drammoni in versi, non è da parlare.

La sera d'ogni prima rappresentazione il Cavallotti aveva la febbre;

sembrava quasi stèsse per ammattire. A ogni impuntatura di attore,

trasaliva, si agitava convulso, si arrampicava a una quinta, mandava

fuori qualche moccolo, si versava intere catinelle di acqua fredda su

la testa.

Alle prove, non era meno agitato. Un suo amico narra piacevolmente:

«Bisogna sentirlo ora come legge le sue commedie, e come

rifà la parte dell'_amoroso_ o del _primo attore_,

servendosi alternamente dei suoi due registri vocali.

Vedetelo là adesso, piantato a gambe larghe nel centro della

scena--come direttore sceno-tecnico preferisce il _centro_

alla _sinistra_, che gli spetterebbe--togliendo al

suggeritore la vista degli attori, che pendono dalle sue

labbra; vedetelo rosso in viso, con lo sguardo intento e

l'orecchio teso ad ascoltare, tormentando quell'infelice

baffo destro, che deve alla sua posizione topografica sotto

il naso il continuo esercizio depilatorio, al quale, non so

come, resiste, con meraviglia del suo omonimo fortunato di

sinistra.

«Ora sentitelo: interrompe la prova con un

formidabile--_No!_--e si sforza di recitare a memoria, e con

la dovuta intonazione, il periodo che qualche attore non ha

inteso bene o gli ha storpiato; ma nella foga, spesse volte,

replica ripetutamente una mezza frase che non riuscì a

tirargli in mente l'altra metà. Allora si arrabbia con sè

stesso, suda, si sbottona il vestito, getta via il cappello

e strappa il copione dalle mani del suggeritore. Quando poi,

con la scorta del manoscritto, ha rimesso in tono e

raddrizzato i periodi, respira, si asciuga il sudore, si

riabbottona, cerca il cappello, lo rimette nella consueta

posizione e torna al posto».

Lo stesso amico, a proposito della prima rappresentazione dei

_Pezzenti_ a Milano, racconta il seguente aneddoto:

«Il _Conte di Rysdal_ dorme in una delle due celle occupanti

la scena. Svegliatosi, deve recitare una preghiera. Alzatosi

il sipario, arrivato il momento, l'attore incaricato della

parte non si move, non dà segno di vita. Il Cavallotti, che

poco prima non aveva saputo spiegarsi un rumoroso e

cadenzato respiro, al mormorio del pubblico capì subito di

che si trattava. Slanciarsi contro lo scenario di fondo,

darvi un solennissimo pugno accompagnato da un rabbioso e

meneghino: _Porco sciampin!_ e rompere il sonno al

malcapitato attore fu tutt'uno! Il pubblico non si accorse

di niente e la rappresentazione proseguì senz'altri

incidenti.»

Cronache Letterarie · 第 16 / 45 题