E ripensando all'eccessiva scrupolosità delle note ai suoi tre lavori
di soggetto greco (_Nicarete_ non ho potuto vederlo, credo non sia
stato ancora pubblicato) voglio qui rammentare un tratto
caratteristico dell'uomo, l'unica volta che l'ho conosciuto da vicino,
due anni fa.
Facevo parte, col Panzacchi e lui, della commissione esaminatrice
degli scritti per la gara finale dei Licei del regno, nella quale il
Ministero della Istruzione pubblica concede una medaglia di oro. Ci
riunivamo in una sala della Minerva due volte il giorno. Gli scritti
da esaminare erano una sessantina. Il Panzacchi aveva fretta di
tornare in Bologna, e appena gli capitava in mano uno scritto che
dalle prime tre o quattro pagine si palesava molto mediocre, tale da
non presentare nessuna probabilità di esser preso in considerazione,
subito proponeva:
--Smettiamo di andare avanti; non perdiamo il nostro tempo.
Io ero di accordo con lui; ma il Cavallotti si affrettava a dire,
quasi balbettando:
--No, no! Chi sa?... Vediamo. E poi, è dovere nostro.
Si leggevano altre due, tre, quattro pagine; il lavoro peggiorava.
Il Panzacchi, impaziente, alzando le spalle, brontolava:
--Ma insomma, che dobbiamo più vedere? Non va. Smettiamo, passiamo a
un altro.
Io ero di accordo con lui. Ma il Cavallotti insisteva:
--Ancora un po'. Chi sa?... Non precipitiamo il nostro giudizio...
E quando si era finito di leggere, il Panzacchi protestava:
--Hai visto? Ti sei persuaso che noi due avevamo ragione? E così
abbiamo perduto due preziose ore di tempo!
--Non importa. Ora sono tranquillo.
E per giustificare le sue esitanze, soggiungeva:
--C'è del buono, qua e là: ha un concetto patriottico... È vero?
E si rivolgeva a me che, sorridendo tranquillo e rassegnato,
rispondevo:
--Il patriottismo non è una ragione per malmenare la lingua e lo
stile.
E si passava a un altro scritto; e si tornava rifare la stessa scena,
quasi con le stesse parole, e con identico risultato. E non ci fu caso
che l'esperienza di otto o nove scritti inducesse il Cavallotti a
cedere, a non andare fino in fondo.
Faceva di più: nelle ore pomeridiane tornava alla Minerva un'ora
prima dell'ora fissata. Aveva paura che non si fosse lasciato illudere
da una lettura frettolosa, da una discussione in cui non avesse saputo
tener testa contro il Panzacchi e me, e tornava a rileggere da solo
quegli scritti. Il giudizio non mutava, ma egli si sentiva più
tranquillo. E al nostro arrivo, ci rileggeva qualche brano non mal
riuscito, specialmente quelli dove lo studente aveva infilato una
serie di belle frasi patriottiche.
--Peccato! Se fosse andato avanti così!
--Tu hai tempo da perdere!--tuonava baritonalmente il Panzacchi, e
rideva.
Rideva anche lui, il Cavallotti, e poco dopo eravamo daccapo:
--Vediamo!... Chi sa?... Forse, avanti...
Pareva un'esagerazione, una posa, e non era. Proprio come sembrano
un'esagerazione, una posa da erudito quelle note, quei riscontri,
quelle citazioni a piè di pagina, che raddoppiano e anche triplicano
il volume dell'_Alcibiade_ e quello dei _Messeni_ e della _Sposa di
Mènecle_ nell'edizione del Reggiani.
Io credo che il Cavallotti sia stato, tra gli autori drammatici
italiani, colui che abbia ricavato un maggior compenso dai suoi
lavori. Mi è stato detto che non si contentava dei decimi; richiedeva
anticipazioni a fondo perduto, sicuro che le sue commedie e i sui
drammi potevano contare su la benevolenza del pubblico. Non sarà
malignità aggiungere che l'influenza dell'uomo politico giovava
all'autore drammatico, ma stimo che si possa aggiungere ch'egli non la
sfruttasse per progetto. La politica s'infiltrava, non ostante la
puritaneria di lui, nei larghi successi dei suoi lavori. La misera
fine dell'autore ha prodotto in questi mesi una rifioritura di
rappresentazioni e di successi clamorosi. Le ragioni dell'arte però
non hanno niente che vedere con essi. _Le Rose bianche_, _Lea_, _Le
lettere di amore_, _Agatodemon_, il _Povero Piero_, non vivranno. Dei
_Pezzenti_ e dell'_Agnese_, drammoni in versi, non è da parlare.
La sera d'ogni prima rappresentazione il Cavallotti aveva la febbre;
sembrava quasi stèsse per ammattire. A ogni impuntatura di attore,
trasaliva, si agitava convulso, si arrampicava a una quinta, mandava
fuori qualche moccolo, si versava intere catinelle di acqua fredda su
la testa.
Alle prove, non era meno agitato. Un suo amico narra piacevolmente:
«Bisogna sentirlo ora come legge le sue commedie, e come
rifà la parte dell'_amoroso_ o del _primo attore_,
servendosi alternamente dei suoi due registri vocali.
Vedetelo là adesso, piantato a gambe larghe nel centro della
scena--come direttore sceno-tecnico preferisce il _centro_
alla _sinistra_, che gli spetterebbe--togliendo al
suggeritore la vista degli attori, che pendono dalle sue
labbra; vedetelo rosso in viso, con lo sguardo intento e
l'orecchio teso ad ascoltare, tormentando quell'infelice
baffo destro, che deve alla sua posizione topografica sotto
il naso il continuo esercizio depilatorio, al quale, non so
come, resiste, con meraviglia del suo omonimo fortunato di
sinistra.
«Ora sentitelo: interrompe la prova con un
formidabile--_No!_--e si sforza di recitare a memoria, e con
la dovuta intonazione, il periodo che qualche attore non ha
inteso bene o gli ha storpiato; ma nella foga, spesse volte,
replica ripetutamente una mezza frase che non riuscì a
tirargli in mente l'altra metà. Allora si arrabbia con sè
stesso, suda, si sbottona il vestito, getta via il cappello
e strappa il copione dalle mani del suggeritore. Quando poi,
con la scorta del manoscritto, ha rimesso in tono e
raddrizzato i periodi, respira, si asciuga il sudore, si
riabbottona, cerca il cappello, lo rimette nella consueta
posizione e torna al posto».
Lo stesso amico, a proposito della prima rappresentazione dei
_Pezzenti_ a Milano, racconta il seguente aneddoto:
«Il _Conte di Rysdal_ dorme in una delle due celle occupanti
la scena. Svegliatosi, deve recitare una preghiera. Alzatosi
il sipario, arrivato il momento, l'attore incaricato della
parte non si move, non dà segno di vita. Il Cavallotti, che
poco prima non aveva saputo spiegarsi un rumoroso e
cadenzato respiro, al mormorio del pubblico capì subito di
che si trattava. Slanciarsi contro lo scenario di fondo,
darvi un solennissimo pugno accompagnato da un rabbioso e
meneghino: _Porco sciampin!_ e rompere il sonno al
malcapitato attore fu tutt'uno! Il pubblico non si accorse
di niente e la rappresentazione proseguì senz'altri
incidenti.»