Ne dicon tante i fogli! E poi non è ammissibile
che un fatto, perchè vero, debba anch'esser possibile.
Fulvio avrebbe, forse, voluto dire: possibile in arte, cioè reso tale.
E tale non è reso in _Lea_. Per ciò la catastrofe risulta violenta o
meglio melodrammatica.
Riccardo Verneda ha rapito Lea ed è andato a passare la luna di miele
in un villaggio remoto, per sfuggire alle ricerche dei parenti di lei
che avversano quell'unione. La madre di Lea infatti le tende un
tranello: si finge moribonda e richiama la figlia al letto di morte.
Riccardo non può impedire ch'ella parta. Lea dai suoi genitori vien
rinchiusa in un convento.
Riccardo, per otto mesi, ne ricerca invano le tracce, e all'ultimo
riceve l'atto di morte di lei. Un anno dopo egli sposava Ida, e ne
aveva un figlio. Passati sette anni, proprio il giorno in cui nella
villa di Riccardo fanno i preparativi per festeggiare il suo
onomastico, ecco Lea ancora viva, ancora innamorata, miracolosamente
fuggita dalla sua prigione monastica! Ci vuol poco ad accorgersi che
arriva terza molto incomoda nella famiglia del suo rapitore. Da
principio ella vuol farsi forte del suo diritto, riprendere il posto
di sposa; la legge sta dalla parte di lei. Ma un grido del figlio di
Riccardo:--_Mamma! Mamma! Non piangere!_--e un rimprovero rivolto a
lei, Lea:--_Signora cattiva, se facessero piangere la mamma
tua..._--le mutano a un tratto il cuore. Anche lei ha fatto piangere
la sua mamma fuggendo dalla casa paterna con un uomo, e l'ha fatta
morire di dolore! Quel che ora, ritrova, dopo sette anni, è il suo
gastigo. Riccardo le si getta ai piedi:
RICCARDO. Lea!... perdonami!
LEA (_chinandosi su lui e prendendogli la testa nelle mani,
gli susurra all'orecchio con accento rapido a fior di
labbra_).
Mi ami ancora?... Mi ami?
RICCARDO. Sì.
LEA (_c. s._). Verresti meco?
RICCARDO. Sì.
LEA. Ah! era ciò che volevo!... Ora sì che l'andarsene è
bello! No, no... Vivi a tuo figlio! Il passato sta nella
tomba... Ebbe torto ad uscirne... e ci ritorna!
E si precipita dal balcone prima che Riccardo potesse trattenerla.
In tutte le sue produzioni di soggetto moderno non c'è un carattere,
una figura che possa star a paro col _Cimoto_ dell'_Alcibiade_; non
c'è una scena che si elevi dalla mediocrità, che possa attestare una
concezione, uno svolgimento fatti con elevate intenzioni di arte e con
novità di tecnica. Alessandro Dumas il giovane, l'Augier, insomma,
l'arte moderna è rimasta come non avvenuta per lui. Nè la stessa
_Sposa di Mènecle_ è tal lavoro che possa lasciare una lieve orma
nella storia dell'arte drammatica, anche restringendoci alla sola arte
drammatica italiana. Un lavoro che, pur attaccandosi al passato, non
porge addentellato per l'avvenire, è cosa nata morta.
Componiamolo nel sepolcro, e la terra gli sia lieve.