II.

Per conoscere gl'intenti del drammaturgo, non saremo impacciati.

L'autore ci ha risparmiato il fastidio di andare a racimolarli qua e

là, a cavarli fuori dalla stessa opera d'arte quale si presenta agli

spettatori e ai lettori. Prefazioni, note, prologhi ne son pieni;

basta quasi aprire a caso uno dei volumi delle sue opere pubblicate

dalla Tipografia sociale E. Reggiani e C. di Milano. Nella notissima

lettera al Ferrigni (Yorich figlio di Yorich) sull'_Alcibiade, La

critica e il secolo di Pericle_, c'è un _credo_ in regola, che può

benissimo applicarsi a tutta la sua produzione teatrale.

Io l'accennerò tanto più volentieri, quanto più voglio limitare questo

studio ai lavori di soggetto greco, che sono la parte più

caratteristica della sua opera drammatica e senza dubbio la più

importante.

Al signor Roberto Stuart che gli avea rimproverato di non aver avuto

nessun intento nello scrivere le scene greche dell'_Alcibiade_, egli

rispondeva trionfalmente:

«Anzi ne ho avuto parecchi.

«Primo: Un intento drammatico... È una mia idea che dramma voglia dire

_contrasto di passioni_ e che questo contrasto, questa lotta possa

succedere tanto _fra_ più individui, quanto _in_ un solo...

«Una ragione storica, critica e filologica: offrire agli studiosi una

pittura, dei quadri, delle _scene_ della vita greca del secolo di oro,

colta nella sua fase forse più caratteristica e culminante....

«Terzo intento del lavoro: Un intento morale....

«Infine, una considerazione _storico-politica_».

Troppi, se si vuole, ma non guasterebbero, se l'intento drammatico

fosse rimasto davvero il _primo_; e doveva essere l'unico.

La lettera a Yorich figlio di Yorich è splendida per calore, per

ironia di buona lega, per erudizione. Essa e le note al dramma, spesso

spesso eccessivamente prolisse, dimostrano con quanta cura coscienza

il Cavallotti si sia preparato a scrivere il suo lavoro. Ma prima di

parlarne particolarmente, mi piace ripetere, intorno alla tesi

generale di queste interpretazioni artistiche di un fatto storico,

quel che scrivevo sedici anni fa a proposito della _Sposa di Mènecle_.

«Quando penso che noi, generazione venuta su dopo il 48, non

intendiamo più quasi nulla del gran complesso di sentimenti

e di idee che formarono quella gloriosa rivoluzione; quando

penso che il secolo decimottavo, del quale possiamo studiare

da vicino qualcuna delle reliquie viventi, ci fa lo stesso

effetto delle epoche greca e romana, tanto ci apparisce

diverso da tutto quel che costituisce la nostra vita

presente, mi meraviglio che si possa tentare con animo

sereno una interpretazione artistica (la parola non è

eccessiva) di epoche che per costumi, sentimenti, religione,

scienza, filosofia furono quasi agli antipodi di quel che

siamo ora noi.

«Dicono: C'è il documento scritto, c'è il documento

archeologico. Noi facciamo delle ricostruzioni

meravigliosamente esatte. Per ogni parola, per ogni frase,

vi presentiamo un testo, venti testi che potranno servirvi

da controlli. Abbiamo i poeti lirici, gli storici, i comici,

i tragici; abbiamo le statue, le pitture, le ruine, e poi

tutto il grande arsenale archeologico, una infinità di

arnesi domestici e di gingilli che ci mettono sotto gli

occhi l'esteriore della vita antica in modo da non poter

prendere nessun abbaglio. Quella vita intima d'allora, così

diversa per chi la guardi alla superficie, studiata

dappresso e minutamente, somiglia in moltissime cose, come

due gocce d'acqua si somigliano, alla vita intima di oggidì;

molti di quei tipi, di quei caratteri, di quegli affetti

della commedia greca del IV secolo, trovano ancora oggi,

negli affetti e nei tipi della società nostra, riscontro

meraviglioso[1]... A prima vista, la prova è, come suol

dirsi, schiacciante. Quei personaggi non pronunziano una

sola parola che non abbiano già detto Aristofane, Demostene,

Menandro, Andocide, Platone, Eschine, Iseo, Luciano,

Plutarco, Aristotile, Senofonte, Euripide, Alessi, Calisseno

rodio, Teofrasto, Alcifrone, Eubulo, ecc., e che tutti gli

scolasti e tutti gli interpreti non possano, all'occorrenza,

confermare o schiarire...»

Facevo però osservare che:

«la vera vitalità di un personaggio consiste nei suoi

sentimenti, nelle sue passioni; e la realtà storica di

queste passioni sta tutta nella loro caratteristica che li

rende diversi dai sentimenti e dalle passioni di un'epoca

precedente o posteriore. Senza dubbio l'amore di oggi ha

molti punti di contatto con lo stesso sentimento provato dai

greci e dai romani e anche dagli uomini primitivi; ma

l'amore di oggi contiene, innegabilmente, elementi che

allora non esistevano affatto, e non ha nelle stesse

proporzioni di allora, gli elementi che una volta dovettero

essere predominanti. L'artista che, volendo darci la

rappresentazione dell'amore, non riesce ad afferrare la

caratteristica propria di una data epoca, fa opera

sbagliata. E questa caratteristica _sta tutta nella

differenza_, non nella rassomiglianza...»

E citavo come esempio la tristezza, la malinconia, quel che di vago,

di sfumato del sentimento che la parola stenta a rappresentare. E

ammettendo che i greci antichi avessero dovuto provare anch'essi in

certe ore, in certe circostanze della vita, la tristezza, la

malinconia e, forse pure un po' di sentimentalità, soggiungevo:

«Soltanto a giudicarne dalle testimonianze letterarie che ci

restano, le proporzioni di tali sentimenti erano assai

diverse presso di loro e per moltissime ragioni. La misura

noi la sentiamo e la giudichiamo leggendo Eschilo,

Aristofane, Euripide, Pindaro, Anacreonte, Menandro: è come

un profumo, come qualcosa di imponderabile che si stacca da

quelle opere immortali e ci dà la sensazione delle

sensazioni dell'antichità.

«I riscontri con la vita moderna vi s'incontrano di tratto

in tratto e sorprendenti; ma sono più esteriori che intimi

o, per dir meglio, che organici e fondamentali. Sarebbe

proprio meraviglioso che non fosse così. In questo caso

bisognerebbe convenire che l'opera di due civiltà, la romana

e la cristiana (senza voler contare quella delle influenze

intermedie) sia stata a dirittura o inutile o inefficace per

lo spirito nuovo, e dovremmo dare una solenne smentita e

alla storia e alla scienza»[2].

Queste ragioni il Cavallotti non voleva intenderle. Aveva detto, nella

prefazione all'_Alcibiade, che la natura umana è sempre la stessa in

ogni tempo_; e in una lettera a me diretta, credo nel _Secolo_, zeppa

al solito di citazioni, tentò di persuadermi che stavo dalla parte del

torto pensando diversamente da lui. In fondo anche lui era convinto

che, se lo studiare coscienziosamente un'epoca dovea essere obbligo

dell'artista, l'aver adempiuto quest'obbligo non bastava per l'opera

d'arte.

«L'artista anzi tutto studii di immedesimarsi con quell'età;

e alla verità delle passioni ritrovi gli accenti e le corde

nella verità completa dell'ambiente. Allora l'illusione

artistica sarà perfetta; allora le figure che l'artista

evocherà saranno vere e vive, rappresenteranno _uomini_ e

non _nomi_, _persone_ e non _personaggi_[3]».

Certamente egli si lusingava d'aver raggiunto lo scopo, se ha risposto

a certe critiche invocando per sua difesa l'esempio dello Shakespeare.

Poteva andare più in là: il _barbaro_ inglese non aveva gli scrupoli

di lui riguardo alla storia. Se gli faceva comodo, metteva

un'università a Vittenberga ai tempi di Amleto, spingeva il mare fino

in Boemia (_Novella d'Inverno_, atto III, scena III), faceva molto a

fidanza con la vivacissima immaginazione degli spettatori, si serviva

di tutte le libertà che l'organismo, ancora in formazione, dell'opera

drammatica gli concedeva; ma nello stesso tempo creava uomini di carne

e ossa; e se ogni parola dei suoi personaggi non poteva essere

giustificata con l'autorità d'uno storico, d'un cronista, di un autor

comico o tragico, non importava; essi parlavano secondo la loro vita

interiore, avevano sempre un motto profondo che rivelava gli abissi

del loro cuore, che metteva a nudo le loro anime non con un

ragionamento, non mostrando, per dir così, il filundente su cui aveva

ricamato l'autore, ma dandoci il resultato della nascosta operazione

dello spirito, come nella vita reale.

Lo Shakespeare sapeva il suo mestiere. L'autore drammatico non è uno

storico, non è obbligato alla scrupolosa esattezza dei fatti che mette

in azione: è solamente obbligato, o almeno, innanzi tutto, è obbligato

a creare personaggi viventi, a interpretare perciò la storia quando le

chiede in prestito un soggetto: il resto è cosa secondaria. E in

questa interpretazione lo Shakespeare è sovrano; dà l'illusione della

realtà, se non la realtà. La Venezia dell'_Otello_, la Roma del

_Giulio Cesare_, la Danimarca dell'_Amleto_ sono resurrezioni,

evocazioni che ci fanno stupire. L'erudizione non ci darà mai qualcosa

di simile, con tutta la sua precisione, con tutta la sua scrupolosità.

E quando essa verrà a dirci che documenti ora dissepolti dimostrano

Desdemona una donnaccia e il povero Otello il più tradito dei mariti,

noi sorrideremo ma non muteremo opinione. Questa Desdemona degli

archivi non c'interessa; per noi la vera Desdemona sarà sempre quella

dello Shakespeare, cioè una purissima e dolce creatura innamorata--a

dispetto di tutti i documenti, a scorno di tutti gli eruditi.

Il Cavallotti che non si vuol persuadere della necessità di

circoscriversi alla rappresentazione del proprio tempo, sente però

involontariamente di essere del suo tempo: la grande cura di

conformarsi alla storia, di giustificare con un'infinità di note ogni

parola e ogni azione dei suoi personaggi non significa altro. Il

Manzoni aveva detto che il dramma storico vive calcolando molto su la

ignoranza degli spettatori: e il Cavallotti, in omaggio al positivismo

odierno, non vuole che si pensi ch'egli abbia, per conto suo fatto

quel calcolo. Occorreva un ben piccolo sforzo per fare un passo più

innanzi, e riconoscere che il circoscriversi nella rappresentazione

del proprio tempo sarebbe stato omaggio migliore al positivismo

contemporaneo; e che il _verismo_, il _materialismo_ non erano

capricci di teste bislacche, scuse di artisti pigri, incapaci di

idealizzare, ma conseguenze della riflessione matura, da cui è stato

riconosciuto che un'opera d'arte è il prodotto di un tempo, di una

razza, di una civiltà, e che la storia, il passato ricostruito dalla

fantasia postuma è una fantasmagoria passata a traverso quegli

elementi e da essi modificata, trasformata e deformata. Si sarebbe

risparmiato parecchie volgarità; per esempio: che il _verismo_, il

_naturalismo_ pretendano che l'arte debba essere soltanto «la

fotografia di quello che esiste in natura e _come_ vi esiste; e che i

suoi uomini non debbano portare che il _frach_, e le sue donne non

debbano vestire che colle mode dell'ultimo figurino[4]». Si sarebbe

risparmiato di ripetere le sciocchezze che «fantasia, poesia,

idealizzazione del vero» siano oggi stimate «roba scolastica da far

dormire,» e che l'arte odierna consiste tutta in «un po' di spirito di

osservazione, per riprodurre, _tal quale_, quel che succede ogni dì,

in un po' di raziocinio per coordinarlo, in un problema sociale ed

economico da risolvere, o in un adulterio pudico da legittimare![5]».

Che ridurre il presente in opera d'arte non sia tanto facile quanto

egli credeva, lo dimostra l'opera drammatica sua stessa, quando,

lasciati in pace i greci del tempo di Alcibiade, i Messeni della 28.ª

olimpiade e quelli della 100.ª mette su la scena passioni e personaggi

contemporanei. Lo sforzo dell'erudizione dà qualche parvenza di vita a

quei greci, e Alcibiade, Timandra, il parassita Cimoto, Aristomene,

Laodamia, Mènecle e Aglae la vincono su la contessa Bice delle

_Lettere d'amore_, su la Lea del dramma che ne porta il titolo, su

l'Emma della _Figlia di Jefte_, sul _Povero Piero_, sui cugini del

_Cantico dei Cantici_, per nominare soltanto quei personaggi che mi

vengono in questo momento alla memoria. I greci guadagnano nel

confronto perchè non possiamo fare riscontri con la realtà; dobbiamo

contentarci del press'a poco che l'erudizione ci permette. E se la

creazione ci sembra insufficiente, siamo proclivi a scusare il poeta,

a tenergli conto dello sforzo che ha dovuto fare per imbastire quelle

figure, per dar loro un che di organico, servendosi di frammenti, di

accenni, di materiali diversi faticosamente raccolti qua e là. Coi

personaggi moderni il compito è facile; la loro manchevolezza, la loro

falsità, la loro convenzionalità saltano agli occhi. Possiamo

riscontrarli con noi stessi, coi nostri vicini, coi nostri amici, con

le persone che incontriamo per via, e misurarne subito il vuoto,

l'inefficacia.

Il Cavallotti dovea certamente sentire questa deficienza di forza

creativa, se non ebbe mai il coraggio di affrontare su la scena la

rappresentazione di un qualche alto fatto della vita moderna: se lui,

così mescolato nelle agitazioni sociali, così penetrante indagatore

della putredine parlamentare, così inesorabile censore di giornalisti

affaristi, di ministri da lui creduti dilapidatori del pubblico

danaro, osservatore e parte (_quorum pars magna fuit_) di commedie, di

drammi e di tragedie contemporanei, si sia soltanto rifugiato presso i

greci: e abbia preferito di dipingere i grandi quadri della splendida

decadenza della repubblica ateniese, l'eroica guerra dei messeni su

per le rocce del Dentelio o Deltanio che debba dirsi, e fra le gole di

Ecalia, quando ha voluto uscire dai piccoli fatti, dalle piccole

passioni; quando ha amato piuttosto farci sorridere e intenerirci coi

casi familiari del vecchio Mènecle e della sua giovane sposa Aglae,

che tentare il problema del divorzio nella società in cui egli viveva,

o altri problemi morali e sociali non meno elevati e non meno

attraenti di questo.

E sarebbe studio interessante il ricercare per quali ragioni un uomo

come il Cavallotti, che non è vissuto rinchiuso nelle quattro pareti

della sua biblioteca, svolgendo nella solitudine le polverose pagine

dei classici greci, che anzi ha passato tutta la sua giovinezza in

continue agitazioni di amori, di odii, di polemiche, di duelli, e che

ha pagato miseramente con la vita questa irrequietezza e questa

smaniosa rincorsa di ideali, diversamente giudicabili ma degne di

essere rispettate dopo ch'egli le ha suggellate col sangue a Villa

Cèllere. E nelle circostanze della sua vita si troverebbero certamente

molte scuse, molte dilucidazioni intorno ai pregi e ai difetti

dell'opera di lui; si vedrebbe quanto gli abbia nociuto la fretta per

quella ch'egli chiamava scherzando, in una delle sue ultime lettere,

_la fabbrica dell'appetito_; e si ammirerebbero maggiormente la sua

cultura e il suo ingegno. Giacchè, è innegabile, ingegno egli ne aveva

parecchio, e si può scorgere dalle circostanze in cui fu scritto, per

esempio, l'_Alcibiade_, l'opera sua più vasta e più poderosa.

Negli ultimi di giugno del '73 pubblicando il volume delle sue

_Poesie_ e temendo rappresaglie da parte del Procuratore del Re e

della polizia, egli va ad annidarsi nel granaio di una casa di

campagna presso Meina, in riva al Verbano: e istituito un eccellente

servizio di informatori, pel caso che la polizia fosse venuta a

ricercarlo lassù, lavora per quasi due mesi, dalle sei di mattina alle

dodici, spendendo le ore del pomeriggio nel consultare i classici e

nel prendere note; quelle note che poi metterà a piè di pagina, per

dimostrare che i suoi personaggi non hanno detto un'esclamazione, non

hanno formolato un pensiero che Aristofane, Menandro e i minori

comici, Platone, Plutarco, Luciano, Aristenete non abbiano espresso

quasi con le stesse parole. E in quel granaio che serviva per

l'allevamento dei bachi, il suo spirito non è tutto di Alcibiade e

degli ateniesi e spartani che formicolavano attorno a lui insieme con

gli sciti di Patti su l'Ellesponto; il padre e un amico lo tengono

informato delle cose di Milano, degli avvenimenti politici, e

dell'improvvisa morte del Billia che gli era amicissimo e compagno di

lotte nei fortunosi tempi di Lissa e Mentana, del processo Lobbia e

nella redazione del _Gazzettino rosa_, ricordato dai milanesi, credo,

ancora con terrore.

Cronache Letterarie · 第 10 / 45 题