I.

Si dava, per la prima volta, al Valle _La luna di miele_ del

Cavallotti. Teatro affollatissimo. Un occhio esperto avrebbe però

facilmente capito che il pubblico di quella serata era, in gran parte,

pubblico di occasione. Infatti gli amici politici dell'autore avevano

creduto di dover fare atto di fraternità accorrendo ad applaudire la

nuova produzione del recente promotore del _Patto di Roma_.

Il manifestino teatrale portava stampato con grossi caratteri il

titolo della commedia e il nome dell'autore; da piè, in carattere

minuscolo, avvertiva che lo spettacolo sarebbe cominciato con la

recita della commediola dello Scribe: _La camera affittata a due_.

L'orchestra diede l'ultima strimpellata d'un valzer, il sipario fu

tirato su; e sùbito si fece nella sala gran silenzio di vivissima

attenzione. Sin dalle prime scene un'ingenua ilarità cominciò a

serpeggiare per la platea, scoppiando di tratto in tratto, più che in

risate, in applausi mal frenati. Dalle poltrone, parecchi si voltavano

meravigliati di quella fermentazione di entusiasmo per una commediola

stravecchia; le signore dei palchi guardavano le persone delle sedie e

le altre in piedi, cercando di spiegarsi quel buon umore che di mano

in mano aumentava e accennava di prorompere.

Proruppe infatti, con fragorosissimi applausi e chiamate: _Fuori

l'autore! Fuori l'autore!_ appena la tela venne giù.

Si udì una voce:

--Zitti, cretini!

Era quella di Ettore Socci, allora non onorevole, ma sempre colta e

brava persona, che arrossiva e s'indignava pei suoi confratelli

politici e pel suo amico Cavallotti. Gli associati al _Patto di Roma_

non si erano accorti che la _Camera affittata a due_ non aveva niente

che fare con _La luna di miele_: e, venuti col proposito di applaudire

a ogni costo il Cavallotti, avevano sincerissimamente applaudito...

Eugenio Scribe!

Ricordavo quest'aneddoto accettando l'invito di scrivere uno studio

intorno al Cavallotti drammaturgo e poeta. La tragica fine di lui

mette in imbarazzo chi vuole ragionarne spassionatamente, senza

sottintesi politici. La pietà che ispira l'uomo così immaturamente

spento consiglierebbe di attendere ancora prima di pronunciare un

giudizio su l'opera letteraria di colui che fu un perpetuo combattente

nella vita e nell'arte, che fece per lo meno altrettante polemiche

quanti duelli, e che mise nei duelli e nelle polemiche gli stessi

elementi di foga, di eccessi, di sincerità e di partigianeria,

quantunque i resultati ottenuti con gli uni e con le altre siano stati

diversamente inefficaci. Io mi son sentito in buone condizioni. Ho

scritto una sola volta intorno a un suo lavoro; e siccome allora, a

proposito della _Sposa di Mènecle_, non esitai di dire a lui vivente

quella che mi pareva la verità, così non temo che si possa sospettare

che ora approfitti della sua sparizione per dire quel che mi sembra la

verità intorno alla sua produzione teatrale e poetica.

Come in quella sera al Valle, il drammaturgo e il poeta non sono stati

giudicati finora senza che intenzioni politiche, senza che amori o

rancori di parte non si siano mescolati ai criteri puramente artistici

che avrebbero dovuto ispirare la critica. Non era cosa facile mentre

l'autore viveva. Mancava a lui la serenità dell'artista che crea ed

abbandona alle discussioni del mondo l'opera sua. Appena si stimava

frainteso, voleva sùbito difendersi. Ma la polemica letteraria nelle

sue risposte s'inaspriva facilmente, e minacciava di finire o finiva

talvolta con un duello; non era il miglior mezzo per avere ragione. E

poi c'era nel Cavallotti una contraddizione che sembra inesplicabile a

molti e che pure non è rara. Uomo di idee e di sentimenti _avanzati_

in politica, era quasi _codino_ in arte, precisamente come parecchi

altri, moderatissimi in politica, sono audaci rivoluzionari da

artisti.

Le polemiche del Cavallotti riescono però documenti importanti:

permettono di riassumere i principii da cui scaturivano le sue opere,

e dànno spesso la opportuna misura per giudicare fin dove le

intenzioni sono arrivate ad attuarsi; fin dove sono rimaste semplici

intenzioni e nient'altro. In questi ultimi tempi la politica lo aveva

assorbito tutto. Si diceva appunto che egli voleva riposarsi dopo le

agitazioni e forse dopo i disinganni sofferti, dedicandosi nella

solitudine della sua villetta di Dagnente a un'opera drammatica. Una

triste fatalità ha distrutto per sempre i suoi disegni. L'uomo sparito

ci ispira un senso di compassione profonda; ma l'opera dell'artista

così malamente interrotta non ci desta nell'animo nessun rimpianto.

Niente faceva prevedere che la nuova concezione del drammaturgo

dovesse essere qualcosa di diverso da quel che era stata finora; un

dramma storico o una commediola di più, poco o nulla avrebbero

aggiunto al valore della vecchia produzione.

E intorno al valore artistico della sua opera letteraria gli spuntava

forse un dubbio nella mente matura; esso trasparisce da alcune parole

della prefazione al _Libro dei versi_ pubblicato pochi mesi avanti la

sua morte.

Egli parla di questo volume, dove ha raccolto quel che gli è parso il

fior fiore della _sua molta suppellettile_ poetica, più come di una

testimonianza del _suo intimo io_, che di un'opera d'arte; lo chiama

_la sintesi di tutta una produzione lirica, in rispetto unicamente al

soffio che l'animò, ai sentimenti che la destarono, un libro vissuto,

il compendio in versi delle memorie di un poeta_. E, con amarezza,

premette alle strofe del _Ritorno notturno: Fra la lotta politica e

l'arte, viene l'ora in cui pur troppo bisogna scegliere, ossia

scegliere fra gli aspri doveri contratti nella vita e i godimenti

della fantasia_.

Forse avrebbe detto meglio e più chiaramente: _o le ansie tormentose

della forma_. Ma egli queste ansie le conosceva poco. Nella lirica

come nel dramma, la forma è l'ultima sua preoccupazione; e dicendo

_forma_ non intendo parlare soltanto delle minuterie dello stile, ma

dell'intiera concezione, dell'organismo dell'opera d'arte. Un giorno

che, per capriccio, vuol darsi lo svago di fare un'ode saffica per

provare al Chiarini che non è assurdo scrivere versi italiani nei

quali si possano _conciliare le leggi metriche italiane con quelle del

ritmo latino vero_, è preso da congestione cerebrale, stramazza per

terra, e gli rimane un'invincibile e prudenziale avversione, egli

dice, contro i _metri barbari_.

Ma io credo che anche senza la paura di nuove e meno dannose

congestioni cerebrali, egli avrebbe avuto uguale avversione contro

ogni difficoltà di forma, contro ogni tentativo di novità da cui

potesse sentirsi troppo infrenato. Se si scorre, anche sfogliandolo,

questo volume di versi, si ravvisano a occhio, senza lèggere, le sue

preferenze pei metri facili ben sonanti, ben rimbombanti o ben

fluenti: quinari doppi, senari doppi, decasillabi, strofe quasi

cantabili di settenari, quartine di endecasillabi alternati con piani

e tronchi.

E come nella lirica, così nel dramma. La concezione di tutto il

lavoro, le passioni, i caratteri, la distribuzione delle scene, il

dialogo non escono un istante dalle usate forme teatrali. Non c'è un

lontano accenno di tentativo per vincere gli impacci di una delle

tante convenzioni che sono gli organi atrofizzati di un organismo

vivente e non più necessari alla esistenza: convenzioni che altri

combattevano già, che altri hanno già abbattute e vinte. Per ciò tutta

la sua opera drammatica, che pure dimostra un ingegno dotato di buone

qualità teatrali, rimane quasi non avvenuta, non lascia orma nella

storia della forma, come non lascia un personaggio, un carattere, una

creatura sopravvivente.

Eppure poche persone hanno tentato la lirica e la drammatica con

migliore e più soda preparazione di lui; poche persone hanno

teorizzato nelle polemiche con criteri più spassionati e più giusti

dei suoi, sia trattando le questioni dell'_idealismo_ e del _verismo_

nei giorni in cui lo Stecchetti le aveva suscitate con _Postuma_ e

con _Polemica_, sia trattando il soggetto dei metri barbari, dei quali

aveva, come ho accennato, un _prudenziale orrore_. E di questa

polemica, ora dimenticata, ma che può insegnare o rammentare parecchie

cose buone anche oggi, mi piace staccare il seguente tratto:

«Questo bisogno di rinnovamento che è, direi, nel sangue e

nell'aria, e travaglia gli artisti e via li porta nella sua

rapina, si traduce ai più incoscienti in una ricerca quasi

morbosa del nuovo e del bizzarro, come tale. Del processo

intimo che la letteratura attraversa costoro sentono

vagamente il soffio: intendono che qualcosa intorno ad essi,

non nei tipi eterni, ma nelle forme dell'arte, si modifica,

si trasfigura: e non avendone che una nozione confusa,

tementi solo di rimanere in ritardo, o di parer fuori del

movimento, corrono dietro affannosamente, come i fanciulli

alle farfalle, ad ogni larva non veduta o strana, ad ogni

luccicchio che passi loro davanti agli occhi, per l'aria.

Ciò che nello ingegno dei migliori è un presentimento

gagliardo di nova via e ragioni dell'arte ancor non note,

ch'essi vanno tentando ed esplorando con orme insieme mal

sicure ed audaci, aumenta l'impazienza smaniosa di tutti

quelli che dietro a loro si affollano a far coda, aspettando

che i novi sbocchi si aprano. Dove i primi mettono, tastando

il piede, e tutti là corrono; se uno si addentra a capriccio

in un viottolo, solo per vedere ove vada a por capo, e tutti

dietro, credendo ch'egli abbia imbroccato la via; se quello

sotto un andito si mette a cantare per sentir se c'è l'eco,

e tutti a far coro, credendo che sia quella la poesia

nuova. Quell'altro avrà poi un bel tornare indietro ad

avvertire che il viottolo era chiuso e che sotto l'andito

egli stava solamente provando la voce!

«Così i tentativi, i capricci stessi dei migliori alimentano

questa smania della novità per la novità... Nè si bada se

dall'intima opera rinnovatrice si afferrino invece soltanto

le accidentalità fuggevoli, i tentativi ingannevoli

dell'esplorazione.»

Tutto questo è ben osservato e ben detto, quantunque non si tratti di

un fenomeno nuovo e speciale dei nostri tempi, nè tale da dover

suscitare sdegno o meraviglia. Se non che il Cavallotti non sentiva il

bisogno di quei tentativi, e neppure quello, meno lodevole, dei

capricci di cui egli parla. E la ragione della sua tranquillità

acquiescente io la trovo nel concetto che egli ha dell'arte, strana

confusione tra forma e concetto; nella pedestre interpretazione

dell'aforismo: _L'arte non deve avere altra finalità che sé stessa_.

Questa confusione tra forma e concetto e questa che io chiamo pedestre

interpretazione dell'aforisma _l'arte per l'arte_ ci daranno la chiave

per spiegarci in che modo un ingegno così riccamente dotato non sia

potuto uscire nella drammatica nè nella lirica fuori di quel limbo

della mediocrità che Orazio chiamò _aurea_ non saprei dire perchè.

Cronache Letterarie · 第 9 / 45 题