III.

_L'Alcibiade_, dopo la _Sposa di Mènecle_, è il lavoro del Cavallotti

in cui si mostrano meglio certe sue qualità di immaginazione e, stavo

per dire, di creazione, se la parola non potesse sembrare eccessiva

trattandosi di organismi rimasti a mezzo, più accennati, che

sviluppati. La vastità del quadro impòstosi lo costringe a far questo.

I personaggi passano davanti ai nostri occhi come le bizzarre figure

di un caleidoscopio; non abbiamo tempo di fissarle; appariscono e si

dissolvono; meno il protagonista che è, naturalmente, sempre in vista

e dà unità all'azione.

Unità però che è aggregamento, non organismo. Sarebbe stato meglio,

per esempio, che il drammaturgo non si fosse scusato di aver confuso

in uno due momenti della vita del suo eroe, peccato neppur veniale, e

avesse sviluppato più un carattere genialmente concepito e abilmente

tratteggiato, quello del parassita Cimoto che, da misero ricercatore

di pranzi a ufo, da punto coscienzioso agente elettorale, come diremmo

oggi, si eleva a poco a poco ad altezza di eroe nella scena finale.

I soldati di Lisandro, circondata la povera casa colonica in Frigia

dove Alcibiade e i suoi si sono ricoverati, vi hanno appiccato il

fuoco. Alcibiade tenta un'ultima resistenza, ma torna indietro ferito,

barcollante, quasi soffocato dal fumo. Timandra, la fedele cortigiana

che è stata il buon genio di lui, lo accoglie morente tra le braccia.

ALCIBIADE. Timandra, un bacio!... Cimoto, a te la

raccomando; non distaccarti da lei.

CIMOTO (_piangendo e singhiozzando_). Oh, mio padrone! mio

padrone!

ALCIBIADE. Quando tornerai in Grecia, di' ad Atene che

spirai col suo nome su le labbra.... e racconta a Socrate

come son morto!... Addio!... Ricordati di Alcibiade!

(_ricade e muore_).

E allora la cortigiana si purifica; vuol morire con l'amato, come

olocausto alla Dea sotterranea da lei invocata. Le fiamme crepitano da

ogni parte.

TIMANDRA. Cimoto, vanne! Le fiamme incalzano! Ancora un

istante e non sarai più in tempo.

CIMOTO (_cupo_). E tu?

TIMANDRA. Io... io compio il sacrificio... ed infioro la

vittima... vanne! Le fiamme son qui.

CIMOTO. Timandra, hai ben sentito che egli mi ha detto di

non lasciarti? Dal dì che Alcibiade mi chiamava a sè, egli

non offerse mai vittima ai Numi, senza che io ne avessi la

mia parte. Qui si fa un sacrificio in suo onore. _Sono il

suo parassita._ Ci resto!

E si avvolge nel suo mantello, attendendo, ritto e fermo, che le

fiamme lo avvolgano insieme con Alcibiade e Timandra.

C'è un: _Vanne!_ c'è un _quel dì_, e il _ci resto_ che può indurre in

equivoco, se Cimoto vuol restare _suo parassita_ o restare per prender

parte al sagrificio: piccoli nèi di forma che abbondano in tutti i

lavori del Cavallotti e che più stonano qui dove la perfezione dello

stile dovrebbe essere degna del soggetto greco. Ma questi nè altri nèi

impediscono di ammirare la concezione, come l'ammirazione non

impedisce di rimpiangere che il carattere di Cimoto non abbia potuto

disegnarsi completamente per giustificare il mutamento avvenuto in

lui.

Il poeta ha una scusa e l'ha detta: La vastità delle proporzioni della

tela. Ma è scusa insufficiente. Chi gli ha imposto quella vastità? Chi

gli ha imposto di dare a tutto il suo lavoro una forma vieta,

sorpassata, quantunque sia stata la forma adottata dallo Shakespeare

pei suoi drammi che racchiudono parecchi secoli della storia

d'Inghilterra? Allora certe convenzioni erano perdonabili. Lo

Shakespeare se ne serviva perchè non repugnavano a lui nè ai suoi

contemporanei, e se ne serviva (bisogna aggiungerlo) da pari suo.

Voglio pure ammettere, come larga concessione, che il Cavallotti le

adoperasse in quella riduzione dell'_Alcibiade_ destinata alla

rappresentazione; ma avrebbe dovuto farle sparire dal lavoro destinato

alla lettura. Bisognerebbe esaminare minutamente il quarto quadro,

quello della spedizione in Sicilia, per convincersi quanto il

Cavallotti abbia abusato di certi mezzucci convenzionali, quasi che

dallo Shakespeare in qua l'organismo drammatico non si sia sviluppato,

nè perfezionato in niente: quasi sia lecito a un artista del secolo

XIX ignorare questi svolgimenti e perfezionamenti o, per lo meno,

disdegnarli.

Per questa ragione _La sposa di Mènecle_ rimarrà il miglior lavoro di

tutto il teatro cavallottiano, accettato il genere a cui appartiene.

Il prologo è una bellissima trovata. Il poeta comico Eudemonippo, un

Felice Cavallotti greco (_eudaimôn_, felice, _ippos_, cavallo) ha

osato porre in iscena Mènecle, tesmotèta due volte, ambasciatore ai

Corinti per parte degli Ateniesi, governatore in Lesbo, e attribuirgli

un'azione che, secondo l'accusatore Beoto, _capovolgeva ogni concetto

della famiglia e della virtù_. Il poeta è citato a difendersi

nell'aula del _Batrachio_, davanti al Tesmoteta e ai giudici estratti

a sorte. Assistiamo a una seduta con arringhe dell'accusatore e

dell'accusato, con tutte le minute particolarità dei processi

giudiziari ateniesi. Durante l'ultima parte dell'arringa di

Eudemonippo, il Tesmoteta e i giudici dànno visibili segni di

stanchezza sonnolenta. Quando l'oratore ha finito e si leva la corona,

il Tesmoteta rialza, scotendosi vivamente, il capo.

TESMOTETA. Finito?... Ah! Passeremo dunque, prima dei voti,

alla recita della commedia in atti... Or quindi, o giudici,

l'arringa che udiste...

IL CANCELLIERE (_additando i giudici_). Li ha persuasi.

Dormono.

TESMOTETA. Davvero? (_vivamente all'accusato_) Recita che il

momento è buono.

E cade la tela.

Nella _Sposa di Mènecle_ i caratteri sono disegnati e coloriti con

garbo. Quel po' di convenzionalismo che qua e là si scorge non giunge

a dispiacere; sembra un riflesso, un'eco della commedia menandrea

arrivati a noi a traverso di Plauto e Terenzio, e passati un pochino

pel Marivaux. Qualche volta il Cavallotti dimentica un po' i suoi

greci, come nella scena X.ª dell'atto terzo, dove Aglae, pur fingendo,

pur esagerando, se si fosse meglio ricordata della sua origine

ateniese dell'anno secondo della 100.ª olimpiade, non avrebbe dovuto

dire:

«Alla mia età, c'è qui dentro un cuore che batte, c'è un'anima che

ferve, che soffre, che s'irrita, che ha bisogno del suo lembo di mondo

e di cielo!... E quando la povera anima piange trovandosi al buio,

quando piange perchè trovasi al chiaro... la _si compiange_! Bel

conforto! tenetevelo.»

E infatti qui non c'è nota, non c'è richiamo di testo antico di sorta

alcuna.

Note e richiami invece troviamo dove forse non erano necessari. Non

occorrevano un testo di Alessandro e un altro di Euripide per

giustificare questo dialogo:

MÈNECLE. E un amico come te...

CROBILO. Per tutti e dodici gli dei! Voglio credere!...

MÈNECLE. Val più d'un tesoro.

Eppure il Cavallotti ha cura di annotare:

«Meglio un amico sulla terra e innanzi ai nostri occhi che

un tesoro sotterra e lungi da noi (Alessandro, _Citarista_

fram. 3). Nulla è più prezioso di un amico sicuro: nè

ricchezze, nè regno. (Euripide, _Oreste_, v. 1155).»

Il convenzionalismo drammatico apparisce, come ho accennato, più

evidente nei lavori di soggetto moderno. Per la _Lea_, in un altro

prologo a bastanza originale, che mette in scena parecchie macchiette

di avventori del caffè del Teatro Manzoni di Milano--una specialmente

caratteristica, quella di Fulvio, ameno e onesto _boème_ a cui tanti

vogliono bene, autore di libretti melodrammatici, sempre in cerca di

cinque franchi o di un _francobollo_ che gli fa più comodo invece

d'un sigaro che gli viene offerto--il Cavallotti che ha profuso

prologhi in azione o in versi, per la _Lea_ dunque fa dire e dice:

Cronache Letterarie · 第 11 / 45 题