_L'Alcibiade_, dopo la _Sposa di Mènecle_, è il lavoro del Cavallotti
in cui si mostrano meglio certe sue qualità di immaginazione e, stavo
per dire, di creazione, se la parola non potesse sembrare eccessiva
trattandosi di organismi rimasti a mezzo, più accennati, che
sviluppati. La vastità del quadro impòstosi lo costringe a far questo.
I personaggi passano davanti ai nostri occhi come le bizzarre figure
di un caleidoscopio; non abbiamo tempo di fissarle; appariscono e si
dissolvono; meno il protagonista che è, naturalmente, sempre in vista
e dà unità all'azione.
Unità però che è aggregamento, non organismo. Sarebbe stato meglio,
per esempio, che il drammaturgo non si fosse scusato di aver confuso
in uno due momenti della vita del suo eroe, peccato neppur veniale, e
avesse sviluppato più un carattere genialmente concepito e abilmente
tratteggiato, quello del parassita Cimoto che, da misero ricercatore
di pranzi a ufo, da punto coscienzioso agente elettorale, come diremmo
oggi, si eleva a poco a poco ad altezza di eroe nella scena finale.
I soldati di Lisandro, circondata la povera casa colonica in Frigia
dove Alcibiade e i suoi si sono ricoverati, vi hanno appiccato il
fuoco. Alcibiade tenta un'ultima resistenza, ma torna indietro ferito,
barcollante, quasi soffocato dal fumo. Timandra, la fedele cortigiana
che è stata il buon genio di lui, lo accoglie morente tra le braccia.
ALCIBIADE. Timandra, un bacio!... Cimoto, a te la
raccomando; non distaccarti da lei.
CIMOTO (_piangendo e singhiozzando_). Oh, mio padrone! mio
padrone!
ALCIBIADE. Quando tornerai in Grecia, di' ad Atene che
spirai col suo nome su le labbra.... e racconta a Socrate
come son morto!... Addio!... Ricordati di Alcibiade!
(_ricade e muore_).
E allora la cortigiana si purifica; vuol morire con l'amato, come
olocausto alla Dea sotterranea da lei invocata. Le fiamme crepitano da
ogni parte.
TIMANDRA. Cimoto, vanne! Le fiamme incalzano! Ancora un
istante e non sarai più in tempo.
CIMOTO (_cupo_). E tu?
TIMANDRA. Io... io compio il sacrificio... ed infioro la
vittima... vanne! Le fiamme son qui.
CIMOTO. Timandra, hai ben sentito che egli mi ha detto di
non lasciarti? Dal dì che Alcibiade mi chiamava a sè, egli
non offerse mai vittima ai Numi, senza che io ne avessi la
mia parte. Qui si fa un sacrificio in suo onore. _Sono il
suo parassita._ Ci resto!
E si avvolge nel suo mantello, attendendo, ritto e fermo, che le
fiamme lo avvolgano insieme con Alcibiade e Timandra.
C'è un: _Vanne!_ c'è un _quel dì_, e il _ci resto_ che può indurre in
equivoco, se Cimoto vuol restare _suo parassita_ o restare per prender
parte al sagrificio: piccoli nèi di forma che abbondano in tutti i
lavori del Cavallotti e che più stonano qui dove la perfezione dello
stile dovrebbe essere degna del soggetto greco. Ma questi nè altri nèi
impediscono di ammirare la concezione, come l'ammirazione non
impedisce di rimpiangere che il carattere di Cimoto non abbia potuto
disegnarsi completamente per giustificare il mutamento avvenuto in
lui.
Il poeta ha una scusa e l'ha detta: La vastità delle proporzioni della
tela. Ma è scusa insufficiente. Chi gli ha imposto quella vastità? Chi
gli ha imposto di dare a tutto il suo lavoro una forma vieta,
sorpassata, quantunque sia stata la forma adottata dallo Shakespeare
pei suoi drammi che racchiudono parecchi secoli della storia
d'Inghilterra? Allora certe convenzioni erano perdonabili. Lo
Shakespeare se ne serviva perchè non repugnavano a lui nè ai suoi
contemporanei, e se ne serviva (bisogna aggiungerlo) da pari suo.
Voglio pure ammettere, come larga concessione, che il Cavallotti le
adoperasse in quella riduzione dell'_Alcibiade_ destinata alla
rappresentazione; ma avrebbe dovuto farle sparire dal lavoro destinato
alla lettura. Bisognerebbe esaminare minutamente il quarto quadro,
quello della spedizione in Sicilia, per convincersi quanto il
Cavallotti abbia abusato di certi mezzucci convenzionali, quasi che
dallo Shakespeare in qua l'organismo drammatico non si sia sviluppato,
nè perfezionato in niente: quasi sia lecito a un artista del secolo
XIX ignorare questi svolgimenti e perfezionamenti o, per lo meno,
disdegnarli.
Per questa ragione _La sposa di Mènecle_ rimarrà il miglior lavoro di
tutto il teatro cavallottiano, accettato il genere a cui appartiene.
Il prologo è una bellissima trovata. Il poeta comico Eudemonippo, un
Felice Cavallotti greco (_eudaimôn_, felice, _ippos_, cavallo) ha
osato porre in iscena Mènecle, tesmotèta due volte, ambasciatore ai
Corinti per parte degli Ateniesi, governatore in Lesbo, e attribuirgli
un'azione che, secondo l'accusatore Beoto, _capovolgeva ogni concetto
della famiglia e della virtù_. Il poeta è citato a difendersi
nell'aula del _Batrachio_, davanti al Tesmoteta e ai giudici estratti
a sorte. Assistiamo a una seduta con arringhe dell'accusatore e
dell'accusato, con tutte le minute particolarità dei processi
giudiziari ateniesi. Durante l'ultima parte dell'arringa di
Eudemonippo, il Tesmoteta e i giudici dànno visibili segni di
stanchezza sonnolenta. Quando l'oratore ha finito e si leva la corona,
il Tesmoteta rialza, scotendosi vivamente, il capo.
TESMOTETA. Finito?... Ah! Passeremo dunque, prima dei voti,
alla recita della commedia in atti... Or quindi, o giudici,
l'arringa che udiste...
IL CANCELLIERE (_additando i giudici_). Li ha persuasi.
Dormono.
TESMOTETA. Davvero? (_vivamente all'accusato_) Recita che il
momento è buono.
E cade la tela.
Nella _Sposa di Mènecle_ i caratteri sono disegnati e coloriti con
garbo. Quel po' di convenzionalismo che qua e là si scorge non giunge
a dispiacere; sembra un riflesso, un'eco della commedia menandrea
arrivati a noi a traverso di Plauto e Terenzio, e passati un pochino
pel Marivaux. Qualche volta il Cavallotti dimentica un po' i suoi
greci, come nella scena X.ª dell'atto terzo, dove Aglae, pur fingendo,
pur esagerando, se si fosse meglio ricordata della sua origine
ateniese dell'anno secondo della 100.ª olimpiade, non avrebbe dovuto
dire:
«Alla mia età, c'è qui dentro un cuore che batte, c'è un'anima che
ferve, che soffre, che s'irrita, che ha bisogno del suo lembo di mondo
e di cielo!... E quando la povera anima piange trovandosi al buio,
quando piange perchè trovasi al chiaro... la _si compiange_! Bel
conforto! tenetevelo.»
E infatti qui non c'è nota, non c'è richiamo di testo antico di sorta
alcuna.
Note e richiami invece troviamo dove forse non erano necessari. Non
occorrevano un testo di Alessandro e un altro di Euripide per
giustificare questo dialogo:
MÈNECLE. E un amico come te...
CROBILO. Per tutti e dodici gli dei! Voglio credere!...
MÈNECLE. Val più d'un tesoro.
Eppure il Cavallotti ha cura di annotare:
«Meglio un amico sulla terra e innanzi ai nostri occhi che
un tesoro sotterra e lungi da noi (Alessandro, _Citarista_
fram. 3). Nulla è più prezioso di un amico sicuro: nè
ricchezze, nè regno. (Euripide, _Oreste_, v. 1155).»
Il convenzionalismo drammatico apparisce, come ho accennato, più
evidente nei lavori di soggetto moderno. Per la _Lea_, in un altro
prologo a bastanza originale, che mette in scena parecchie macchiette
di avventori del caffè del Teatro Manzoni di Milano--una specialmente
caratteristica, quella di Fulvio, ameno e onesto _boème_ a cui tanti
vogliono bene, autore di libretti melodrammatici, sempre in cerca di
cinque franchi o di un _francobollo_ che gli fa più comodo invece
d'un sigaro che gli viene offerto--il Cavallotti che ha profuso
prologhi in azione o in versi, per la _Lea_ dunque fa dire e dice: