Le vittime del Polo.
Quella notte il freddo fu più intenso del solito: il termometro
esposto all’aperto, discese a -30° subito dopo il tramonto del sole e
la piccola lampada dovette bruciare senza interruzione, per mantenere
sotto la tenda una temperatura di -20°.
Per la prima volta provarono i primi sintomi della congelazione,
malgrado le loro grosse vesti, le coperte di lana e la pelle d’orso
che li copriva. Blunt, essendosi addormentato senza i guanti di
pelle, corse il pericolo di perder entrambe le mani e Wilkye, che
erasi accorto a tempo, dovette faticare non poco a riattivargli la
circolazione del sangue, mediante delle energiche frizioni con della
neve e poi con degli stracci di lana.
Peruschi sentì forse più di tutti i morsi dell’inverno polare, poichè
Wilkye lo udì a lagnarsi parecchie volte. Lo scorbuto raddoppiava le
sue sofferenze, essendosi ormai esteso anche alle gengive, le quali si
coprivano di tumefazioni fungose e sanguinavano.
Al mattino però, essendosi il freddo un po’ raddolcito, sdraiato
l’ammalato sulla lettiga, si rimettevano coraggiosamente in cammino.
D’altronde il moto era la loro salvezza: una fermata più lunga sotto
quella tenda priva d’una stufa, poteva produrre un grave assideramento.
Fu una marcia faticosa: la neve, rammollitasi sotto i raggi del sole,
cedeva sotto i loro piedi e le ruote delle biciclette sprofondavano,
facendo trabbalzare l’ammalato, il quale emetteva frequenti gemiti. Di
tratto in tratto dovevano fermarsi per riposare, prima d’intraprendere
erte salite, che di quando in quando sbarravan loro il passo, o per
concedere un po’ di tranquillità al loro compagno.
Ed intanto il freddo cresceva, diventava più acuto, più tagliente. Un
vento gelido spingeva nembi di nevischio che si rompevano addosso a
quei disgraziati, acciecandoli, coprendoli d’un candido lenzuolo che
tosto gelava sulle loro vesti.
Il 28 febbraio, dopo una notte orribile, si rimettevano in cammino con
un freddo crudissimo. Il termometro era disceso a -30° e la neve cadeva
a larghe falde, volteggiando intorno a loro, sotto i furiosi colpi del
vento australe.
I poveri esploratori procedevano a casaccio attraverso a quelle immense
pianure spazzate dall’uragano. Non si arrestavano, perchè sapevano che
un ritardo di pochi giorni poteva riuscire fatale, ma quante fatiche,
quanti sforzi per non cadere!
Quel freddo eccessivo a cui non erano ancora abituati, li accasciava,
malgrado la loro energia straordinaria. Si sentivano paralizzare le
forze, intorpidirsi le loro volontà e provavano una specie d’ebbrezza
che rendeva incerti i loro movimenti.
La respirazione diventava dolorosa e l’alito che usciva dalle
loro labbra, subito si congelava e cadeva a terra sotto forma di
sottilissimi aghi di ghiaccio, i quali, nel rompersi, producevano uno
scricchiolìo simile al laceramento di un pezzo di velluto.
L’evaporazione dell’umidità dei loro corpi pure si congelava e formava,
attorno ad essi una certa, nebbia, che impediva a loro di scorgere ciò
che accadeva a pochi passi più lontano, imprigionandoli come fra una
nube di leggieri cristalli ghiacciati.
Una sete ardente li assaliva ogni qual tratto, prodotta
dall’evaporazione dei loro corpi, e senza poterla calmare. Invano Blunt
aveva provato a dissetarsi mettendosi in bocca della neve; si era
affrettato subito a rigettarla, poichè con quel freddo, quella neve
produceva in bocca come una bruciatura e rassomigliava ad una palla
rovente.
Wilkye si era anzi affrettato a proibirgliene l’uso, potendo provocare
infiammazioni alla gola, al palato e alla lingua, male ai denti e
dissenterie pericolose.
Durante quelle dodici ore, quantunque avessero camminato quasi sempre,
non riuscirono a guadagnare un grado. Alla sera, Peruschi, che si era
lamentato tutto il giorno, fu deposto sotto la tenda in grave stato.
Il povero giovanotto, invaso dal male che faceva rapidi progressi
malgrado le pastiglie di calce e le patate, non poteva più reggersi in
piedi. La sua pallidezza era cadaverica, il suo corpo era coperto di
macchie sanguigne, le sue gengive tumide e coperte di fungosità, i suoi
denti vacillavano e provava una spossatezza estrema.
Wilkye, che ormai cominciava a temere di perdere quel bravo e
coraggioso giovanotto, sacrificò gli ultimi sorsi della sua provvista
di _wisky_ per fargli un _punch_ abbondante. Quel rimedio fu
giovevole, poichè all’indomani il velocipedista era meno spossato e più
tranquillo.
Il 1º marzo non lasciarono la tenda; si sentivano impotenti a sfidare
il freddo intenso che regnava al di fuori.
Il 2, dopo sei ore di marcia attraverso alla neve, mentre
attraversavano un canale, riuscirono a sorprendere e ad uccidere
una foca. Era venuta a respirare alla superficie del ghiaccio dopo
d’essersi scavato un buco, e Blunt l’aveva colpita al cranio con una
palla.
Fu una vera risorsa per gli esploratori, i quali ormai non possedevano
che poche goccie di alcool per alimentare la lampada e riscaldarsi
durante le fermate notturne. Ricavarono parecchi litri d’olio,
mangiarono il fegato ed il cervello, e misero da parte un pezzo di
carne di parecchi chilogrammi, essendo quasi sprovvisti di viveri.
Quella carne fresca, quantunque nauseante, produsse un notevole
miglioramento nell’ammalato. Le macchie sanguigne che lo deturpavano a
poco a poco scomparvero e la spossatezza estrema scemò, permettendogli
di mantenersi in piedi.
Il 6 marzo, dopo una marcia di centosettanta chilometri compiuta in
quattro giorni, un avvenimento che doveva essere di grande importanza
per quei disgraziati esploratori, accadde.
Mentre spingevano faticosamente le biciclette, essendo Peruschi ancora
impotente a camminare, Blunt incespicava in qualche cosa di duro che si
teneva nascosto fra la neve.
Abbassatosi per vedere contro quale oggetto aveva urtato, con sua
grande sorpresa scopriva l’estremità di un pezzo di legno.
— Signor Wilkye! esclamò, in preda ad una viva emozione. Qualcuno si è
spinto fin qui!...
— Da cosa lo arguite?
— Vi è un pezzo di legno confitto nella neve.
— Che sia un segnale?..... Che i nostri compagni si siano spinti fin
qui? si chiese l’americano, stupito. Scaviamo, Blunt; forse sapremo
qualche cosa.
Misero mano alle scuri e spezzarono il ghiaccio, poi scavarono la neve
che vi stava sotto, facendo una larga buca. Ben presto misero allo
scoperto un secondo pezzo di legno che pareva appartenesse al fasciame
di una scialuppa e che era inchiodato sul primo, formando una croce.
Wilkye e Blunt si guardarono l’un l’altro in viso, in preda ad una viva
ansietà.
— Qualcuno è sepolto qui, disse Wilkye.
— Uno dei nostri forse?..... I navigatori antartici che ci
precedettero, hanno mai esplorato questa parte del continente?
— No, che io lo sappia e.....
Si era bruscamente interrotto e si era precipitato verso la croce,
pulendola della neve gelata che la incrostava. Un nome, inciso
rozzamente colla punta d’un coltello, apparve ai suoi occhi.
— _William Bak!_..... esclamò.
— Il capitano della _Stella Polare?_..... chiese Blunt, impallidendo.
— Sì, egli riposa qui.
— È morto!.....
— E da pochi giorni; ecco la data: _20 febbraio 1893_.
— Quale dramma si è svolto sulla Terra Alessandra?... Che la _Stella
Polare_ sia stata schiacciata dai ghiacci, signor Wilkye?.....
— Lo temo, Blunt, ed i superstiti tentano ora di raggiungere la nostra
capanna.
— E Linderman, sarà ancora vivo?
— Chi può dirlo?
— Cosa accadrà di noi, ora che la _Stella Polare_ è perduta?
— Ci rimane la scialuppa.
— Ma potrà contenere le due spedizioni riunite?
[Illustrazione: Ripartirono spingendo le biciclette... (pag.
241).]
— Forse i superstiti della _Stella Polare_ ne trascinano qualcuna con
loro.
— Cosa facciamo, signor Wilkye?
— Bisogna tentare di raggiungere la spedizione inglese e riunire le
nostre forze per la salvezza di tutti.
— Acconsentirà il signor Linderman? Vi ricorderete ciò che vi disse nel
lasciarvi: d’ora innanzi, noi saremo nemici, e fieri nemici.
— La sventura l’avrà domato, Blunt. Temo che il suo equipaggio sia alle
prese colla fame e collo scorbuto. Affrettiamoci: ci precedono di tre
soli giorni e potremo facilmente raggiungerli.
Ritornarono alla lettiga ed informarono Peruschi della triste scoperta.
Il bravo giovanotto s’offerse di camminare, avendo cominciato a
sentirsi meglio, ma Wilkye, temendo una ricaduta, vi si oppose.
Ripartirono più rapidamente che poterono, spingendo con sovrumana
energia le biciclette, salendo e discendendo parecchie catene di
colline che correvano dall’est all’ovest.
Alle sette di sera, dopo una marcia di trentasei miglia, scoprivano una
scure, il cui manico sporgeva dalla neve, e poco oltre un rampone ed i
frammenti di una bottiglia i quali esalavano ancora un acuto odore di
gin.
Il 7 un’altra lugubre scoperta: era un’altra croce, piantata di
recente, poichè portava la data del 5 gennaio. Non aveva che due
iniziali: K. F. Chi poteva essere il disgraziato che riposava fra i
ghiacci del continente australe? Era senza dubbio un marinaio della
_Stella Polare_, un altro che non doveva più mai rivedere la patria;
un altro che era spirato fra le gelide strette del polo, forse spento
dalla fame o dallo scorbuto.
Poco lontano, gli esploratori raccolsero un fucile carico, un paio di
grossi guanti ed un berretto di pelo, forse appartenenti al morto.
Wilkye e Blunt fuggirono inorriditi e s’allontanarono rapidamente da
quel triste luogo. Ormai ne sapevano abbastanza della catastrofe che
aveva colpito la spedizione inglese; volevano raggiungere i superstiti
per cercare, generosamente, di soccorrerli prima che tutti cadessero,
per non più rialzarsi, sulle pianure nevose del continente australe.
Quei disgraziati che li precedevano, cercando di raggiungere la costa
di Graham, non dovevano essere lontani. Quella croce era stata piantata
troppo recentemente per ingannarsi.
Affrettarono la marcia, facendo sforzi prodigiosi per guadagnare più
cammino. Peruschi, per sollevarli un po’, di tratto in tratto scendeva
dalla lettiga, specialmente quando dovevano superare delle alture.
Il 9 marzo non erano più che a duecento miglia dalla costa, ma la
spedizione inglese non era ancora stata raggiunta. Le sue tracce però
si moltiplicavano; avevano trovato un’altra croce, quindi gli avanzi
di una scialuppa, poi una caldaia abbandonata in fondo a un crepaccio e
contenente della neve semi-sciolta.
Il 10 la neve ricominciò a cadere, ma con furia estrema. Un vento
impetuoso la sbatteva in tutti i versi, la sollevava in forma di fitte
nubi e l’ammonticchiava qua e là, rendendo penosissima la marcia degli
esploratori.
Wilkye voleva arrestarsi per concedere un po’ di riposo ai compagni,
ma i due bravi giovanotti rifiutarono. Sentivano per istinto che i
superstiti della _Stella Polare_ non dovevano essere lontani.
Lottando energicamente contro la bufera che li incalzava e li gelava,
tirarono innanzi con incredibile costanza, attraversando burroni,
colline e avvallamenti profondi, essendo il paese diventato molto
accidentato.
A mezzodì, mentre attraversavano un altro braccio di mare, abbatterono
un’altra foca che si era smarrita fra la neve, senza essere più
capace di ritrovare il buco che aveva scavato nel ghiaccio. Stavano
per precipitarsi sull’anfibio per finirlo a colpi di scure, avendo
continuato a dibattersi malgrado fosse stato toccato da due palle,
quando fra i ruggiti della bufera udirono una detonazione, che pareva
prodotta da un’arma da fuoco.
— Avete udito? chiese Wilkye, mentre Blunt spaccava il cranio alla foca.
— Si, disse Peruschi. Ho udito uno sparo.
— Che la spedizione inglese ci sia vicina? chiese Blunt.
— Da dove veniva quello sparo? chiese Wilkye a Peruschi.
— Mi parve che venisse dal nord-ovest, rispose il velocipedista.
— Dietro quelle alture?
— Sì, signore.
— Accorriamo, Blunt. Forse sono i nostri compagni della costa.
— Ed io? chiese Peruschi.
— Non affaticatevi; rimanete a guardia della lettiga e della foca.
Wilkye e Blunt, malgrado i nembi di neve che li assalivano d’ogni
parte, si slanciarono verso le alture che chiudevano la pianura dal
nord-ovest, e in quindici minuti giunsero sulla cima.
— Un accampamento! esclamò Blunt.
— Oh Dio!... Accorriamo, disse Wilkye.