La catastrofe della «Stella Polare».
A cinquecento passi dalle alture, presso una profonda spaccatura del
suolo che si prolungava verso l’ovest, si rizzavano quattro tende, che
la bufera di neve aveva ormai semi-strappate e piegate verso terra.
A breve distanza si scorgeva una scialuppa rovesciata, colla chiglia
in aria, una slitta ed alcuni fucili che parevano fossero stati
abbandonati all’aperto. Nessuna voce usciva dalle tende, ma da una
sfuggiva, ad intervalli, del fumo nero e acre, che pareva prodotto
dalla combustione di materie grasse.
Chi erano gli uomini che avevano cercato un riparo contro la bufera
di neve sotto quelle tende? Erano Bisby ed i marinai americani od i
superstiti della _Stella Polare?_
Wilkye e Blunt, in preda ad una viva ansietà e ad una profonda
commozione, si erano messi a correre verso quelle tende. In pochi
minuti giunsero presso alla prima e sollevarono un lembo, ma era vuota.
Stavano per visitare la seconda, quando un uomo, che stava sdraiato,
insensibile al vento gelido del sud ed ai furori della burrasca,
s’alzò, scuotendosi di dosso la neve che lo aveva quasi sepolto.
Parve ai due esploratori che si rizzasse innanzi a loro un fantasma,
peggio ancora, uno scheletro vivente. Quel disgraziato, che doveva
aver sofferto dolori e privazioni d’ogni specie, faceva insieme paura e
pietà.
[Illustrazione: Quel disgraziato faceva paura e pietà (pag.
244).]
Il suo viso ischeletrito, coperto di macchie sanguigne e biancastre,
con una barba lunga ed ispida che gli dava un aspetto selvaggio, con
due occhi che mandavano strani bagliori, faceva ribrezzo. Le sue vesti,
che cadevano a brandelli, pareva che coprissero un vero scheletro,
poichè si gonfiavano da tutte le parti sotto i soffi impetuosi della
bufera.
Egli guardò Wilkye e Blunt, che si erano arrestati, con due occhi che
mandavano cupi lampi; poi, appoggiando la destra ischeletrita e quasi
incancrenita dalla congelazione, sul manico della scure che teneva
vicina, chiese con voce rauca:
— Cosa volete voi?...
— Gran Dio!... esclamò Wilkye rabbrividendo. Chi siete voi?...
Un sarcastico sorriso contorse le labbra di quell’uomo.
— Io sono... che importa a voi?... Andatevene!...
Ad un tratto Wilkye mandò un grido.
— Linderman!... esclamò. Disgraziato, in quale stato vi ritrovo!...
Si slanciò verso l’inglese per abbracciarlo, ma questi lo respinse
bruscamente, dicendo:
— Non vi conosco: andatevene.
— Ma io sono Wilkye!...
— Wilkye, disse Linderman con voce sorda. Ah! sì, il mio rivale del
polo!... E cosa volete voi?
— Soccorrervi, disse Wilkye.
— Avete scoperto il polo?
— Sì, Linderman.
— Meglio per voi e peggio per me. Andatevene: io nulla chiedo a voi, nè
nulla voglio!
— Ma io non sono vostro nemico, Linderman. Io sono venuto qui per
salvarvi, in nome della nostra antica amicizia.
— Non conosco amici.
— In nome dell’umanità.
— Parola vuota.
— Della scienza, per la quale noi abbiamo entrambi lottato.
— No!... esclamò l’inglese. Andatevene che io non ho bisogno di voi.
In quell’istante sette marinai, cenciosi, sparuti, rôsi dallo scorbuto,
semi-assiderati, si trascinarono fuori dalle tende, borbottando con
accento straziante:
— Da... mangiare... signor... Wilkye!...
Blunt trasse dal suo sacco di viaggio i suoi ultimi biscotti per
porgerli a quei disgraziati, ma Linderman gli si gettò dinanzi ed
estratta la scure che teneva alla cintola, l’alzò verso i suoi marinai
gridando con voce minacciosa:
— Vili!... Chiedete soccorsi al mio rivale!... Indietro o vi uccido!...
Noi siamo inglesi, e costoro sono americani!...
— Signor Linderman, gridò Wilkye, facendosi innanzi. Qui non vi sono
nè inglesi nè americani, ma uomini che hanno lottato insieme pel
trionfo della scienza, fratelli che devono radunare i loro sforzi per
riguadagnare la patria lontana. Basta, signore: le rivalità qui, in
mezzo ai ghiacci del polo, mentre la fame sta per estinguere gli ultimi
superstiti della _Stella Polare_, non devono sussistere.
— Andatevene dal mio campo! urlò Linderman. Io non vi conosco.
— È pazzo, signore, dissero i marinai.
— Pazzo! esclamò Wilkye con accento di dolore. Quali drammi si sono
svolti adunque sulla Terra Alessandra?
— Andatevene, ripetè Linderman con voce furente.
— Mai, signore: io non vi abbandonerò.
— Allora v’uccido!...
L’inglese, che doveva essere proprio pazzo, fe’ atto di scagliarsi
contro l’americano, ma Blunt ed i marinai si gettarono su di lui, lo
disarmarono e lo atterrarono.
— Traditori!... urlò egli, dibattendosi come un forsennato.
— Legatelo e adagiatelo sotto una tenda, disse Wilkye. Speriamo che un
giorno riacquisti la ragione.
Poi volgendosi verso Blunt:
— Andate a raggiungere Peruschi; caricate la foca sulle biciclette e
portatela qui. Questi disgraziati muoiono di fame e un ritardo di poche
ore può essere fatale.
— Grazie, signor Wilkye, dissero i marinai, che avevano le lagrime agli
occhi. A voi noi dovremo la nostra vita.
— Siete voi soli?
— Vi è un altro sotto l’ultima tenda, il povero Kelpy, ma è morto
stamane. Lo scorbuto e la fame l’hanno ucciso, disse un marinaio.
— Ma gli altri? Non eravate ventisei?
— Tutti morti.
— E la _Stella Polare?_
— È stata schiacciata dai ghiacci il 6 dicembre a 76° 15′ di
longitudine ed a 68° 30′ di latitudine.
— Una catastrofe completa adunque?
— Sì, signore, e quale tremenda catastrofe! esclamò il marinaio,
tergendosi due lagrime che gli si erano gelate sulle smunte gote. Io mi
domando ancora come tante sofferenze, tante privazioni non ci abbiano
uccisi tutti.
— Narrate Johnson.
— Eravamo giunti felicemente sulle coste della Terra Alessandra
verso la metà di novembre, malgrado i continui incontri di ghiacci
galleggianti. Il 20 la _Stella Polare_ si era addentrata in un vasto
canale che pareva si internasse nel continente per parecchie centinaia
di miglia.
Speravamo di potere, se non giungervi, almeno di avvicinarci assai al
polo, ma il 28 ci trovammo improvvisamente chiusa la via da una immensa
barriera di ghiacci.
Il capitano Bak, dopo di essersi consigliato col signor Linderman,
lanciò la _Stella Polare_ verso il sud, sperando di trovare un altro
passaggio, ma alla notte i ghiacci ci bloccarono.
Ogni tentativo per liberarci fu vano. Il 6 dicembre un enorme
_ice-berg_, che da parecchi giorni ci minacciava, cadeva sulla goletta
sfracellandola e seppellendo fra i rottami undici marinai.
Il disastro fu così rapido, che a malapena riuscimmo a salvare una
scialuppa, due slitte e dei viveri per due mesi.
Il capitano Bak voleva spingersi, senza perder tempo, verso la costa
di Graham per raggiungere la vostra capanna, ma il signor Linderman fu
inflessibile. Ormai vi considerava come nemici e voleva marciare alla
scoperta del polo.
Per trentasei giorni ci trascinò attraverso il continente, ma i viveri
sparivano rapidamente, le difficoltà crescevano ad ogni istante e lo
scorbuto aveva fatto la sua comparsa.
Ci ribellammo e costringemmo l’armatore a piegare verso la costa per
guadagnare la vostra capanna. Da quel giorno il signor Linderman non fu
più l’uomo di prima. Una fissazione costante lo perseguitava: la tema
della sconfitta e del vostro trionfo. Era diventato tetro e di tratto
in tratto lo assalivano delle collere tremende, durante le quali ci
minacciava colle armi in mano. La sua ragione si smarrì e un giorno ci
accorgemmo che era diventato veramente pazzo!
[Illustrazione: Un “ice-berg„ cadeva sulla goletta... (pag
250).]
Intanto la nostra situazione si aggravava. Lo scorbuto infieriva, i
viveri scarseggiavano, le nostre forze s’indebolivano, il fuoco mancava
avendo consumato la nostra scarsa provvigione d’alcool.
L’inverno non tardò a sorprenderci coi suoi tremendi geli e colle sue
bufere di neve. Quali sofferenze, signor Wilkye; quali sofferenze! Ogni
giorno un uomo cadeva per non più rialzarsi e lo seppellivamo nella
neve.
Cadde così il capitano Bak, ucciso dallo scorbuto, caddero i due
ufficiali, poi il mastro, poi gli altri tutti ed ora... sono due
giorni, signor Wilkye, che nulla mettiamo sotto i denti. Senza il
vostro soccorso, nessun di noi avrebbe lasciato questo campo e qui
sarebbero finiti gli ultimi superstiti della spedizione inglese.
— Disgraziati! esclamò Wilkye, che era vivamente commosso.
— E voi, signore, avete scoperto il polo?
— Sì, Johnson.
— Ah! Il signor Linderman lo prevedeva il vostro trionfo. Ma il signor
Bisby, dov’è?...
— Alla costa... se vi sarà ancora.
— Ne dubitate? chiesero i marinai, con angosciosa espressione.
— Temo che i suoi compagni, se non lui, siano partiti all’appressarsi
dei primi geli. Abbiam perduto troppo tempo per andare al polo.
— Cosa accadrà di tutti noi, se sono partiti? chiese Johnson.
— Non lo so, rispose Wilkye con tristezza. Temo che il polo sia fatale
agli uomini che lo sfidano.
— Troveremo almeno dei viveri colà?
— Ce lo dirà il destino. Orsù, non disperiamo e raduniamo le nostre
forze per trionfare contro i rigori dell’inverno polare. Ecco Blunt e
Peruschi che ritornano colla foca che abbiamo uccisa poco fa; i viveri
sono assicurati per tre o quattro giorni.
Infatti i due velocipedisti ritornavano trascinando l’anfibio, che non
erano riusciti a caricare sulle biciclette, tanto era grosso.
I marinai, facendo uno sforzo disperato corsero in loro aiuto e
trasportarono la selvaggina all’accampamento. Fu fatta subito a pezzi,
mentre i velocipedisti accendevano la lampada mettendo a bollire gli
ultimi avanzi della loro provvista di _pemmican_ e l’ultimo pezzo di
carne salata che ancora possedevano.
Ognuno può immaginarsi con quale avidità, i superstiti della _Stella
Polare_, che da due giorni digiunavano, assalirono quei viveri. In un
batter d’occhio sparvero, e i due velocipedisti si videro costretti a
far cucinare il sangue della foca, il cuore ed il cervello per saziare
la fame orribile che travagliava lo stomaco di quei miseri.
Linderman non fu dimenticato, ma Wilkye ed i suoi compagni dovettero
ricorrere alla violenza per fargli inghiottire la sua razione. Il
povero armatore si ostinava a trattarli come nemici ed aveva rifiutato
recisamente quei soccorsi, malgrado le preghiere del suo rivale.
Quell’abbondante e sostanzioso pasto rianimò le forze esauste
dell’equipaggio inglese e la sua energia. Malgrado che la sua
situazione fosse ben di poco cangiata, ormai cominciava a sperare di
poter in breve raggiungere la costa.
Alla sera, continuando a imperversare l’uragano, Wilkye fece radunare
le tende ed accendere, entro una pentola di ferro, un gran fuoco con
stracci inzuppati nell’olio della foca, con grasso e con alcuni pezzi
di legno strappati alla scialuppa.
Forse quella fu la prima notte di calma passata dall’equipaggio
inglese, dopo tante sofferenze patite, tante veglie e tanto freddo!
All’indomani Wilkye radunò tutti a consiglio; bisognava prendere una
deliberazione urgente, prima che le bufere di neve li immobilizzassero
fra quegli sterminati campi di ghiaccio.
Si trattava di decidere se dovevasi piegare subito verso la costa
presso la quale potevano sperare di abbattere delle foche o degli
uccelli marini, o se conveniva risalire verso il nord-ovest per
raggiungere, con una rapida marcia, la capanna.
Il mare non doveva essere lontano che centocinquanta o centosessanta
miglia, ma la capanna almeno duecentocinquanta, essendo situata più al
nord.
Prevalse l’ultimo progetto, per non perdere la possibilità d’un
incontro colle genti di Bisby, che forse stavano ancora cercando Wilkye
ed i suoi compagni, prima di abbandonare definitivamente il continente.
Non vi era tempo da perdere. L’inverno incalzava, lo scorbuto poteva
fiaccare i colpiti, e le provviste venire ridotte al zero.
Linderman, che dava segni di crescente pazzia, fu legato sulla lettiga,
avendo Peruschi dichiarato di voler camminare; tre marinai che non
potevano più stare in piedi furono caricati sulla slitta, la scialuppa
che era ridotta in uno stato deplorevole fu sfondata per aver almeno
un po’ di legname, e la piccola carovana si mise in marcia verso
il nord-ovest, affondando in mezzo alle nevi che non s’erano ancora
congelate.
Tutti lavoravano con suprema energia: Wilkye e un marinaro mezzo
invalido spingevano la lettiga; Blunt, Peruschi e gli altri
trascinavano la slitta, facendo sforzi disperati per non perder tempo.
Avevano già percorso dodici miglia, quando Blunt, che stava dinanzi a
tutti, s’arrestò bruscamente, abbandonando la corda della slitta.
— Fermi tutti!... esclamò. Presto, datemi un fucile!...
— Avete scorto qualche foca? chiese Wilkye, accorrendo con due carabine.
— Non lo so, signore, ma laggiù vi è qualche cosa che si agita fra la
neve. Guardate là, presso quell’_hummok_.
Wilkye guardò nella direzione indicata e con sua gran sorpresa vide
una massa che pareva enorme, brunastra, che si avvoltolava nella
neve. Sembrava che facesse sforzi disperati per rialzarsi, ma subito
ricadeva.
— Che sia un orso, signor Wilkye? chiese Blunt.
— Un orso!... Mi pare che sia un animale colossale.
— Cosa sarà?
— Non lo so, ma lo sapremo presto: avanti e prudenza.
Mentre i marinai si nascondevano dietro alla slitta e dietro i cumuli
di neve, i due cacciatori s’avanzavano strisciando, per far fuoco a
breve distanza, onde essere sicuri dei loro colpi.
Intanto quella selvaggina di nuova specie, continuava a dibattersi.
S’alzava, faceva due o tre passi, poi ricadeva e non si rimetteva in
gambe che dopo lunghi sforzi.
Le sue forme erano così strane, che i due cacciatori non sapevano
indovinare a quale specie appartenesse. Ora sembrava un orso, ora un
elefante marino ritto sulle zampe posteriori ed ora una foca coperta da
un immenso mantello.
Wilkye e Blunt erano giunti a duecento metri ed avevano puntato
già i fucili, quando quell’essere bizzarro s’alzò, dicendo con voce
cavernosa:
— To’!... Guarda degli uomini!... Ohe!... Mi credete un elefante marino
o un orso per prendermi di mira? Dannato paese!... Poteva toccarmi di
peggio?...
I due cacciatori lasciarono cadere le armi e balzarono in piedi
emettendo alte grida:
— Bisby!...
Quell’essere strano s’arrestò, sorpreso da quelle grida, poi riprese:
— To’!... Mi si conosce qui?... Che il vento del polo mi abbia sbalzato
a Baltimòra?... Sarebbe un bel caso, in fede mia!...
— Bisby! ripetè Wilkye, precipitandosi innanzi. Amico mio, cosa fate
qui?...
Il negoziante di carni salate, poichè era proprio lui, si piantò sulle
gambe e levandosi un cappello alto ma che era incrostato di ghiaccio,
disse:
— Buon giorno, signori, ma.....
Cosa voleva dire? Non lo si potè mai sapere, poichè ad un tratto un
formidabile grido gli uscì dalle labbra:
— Wilkye!... Ah! io sogno!...
— No, amico mio, sono io, rispose Wilkye, correndogli incontro. Voi non
sognate.
— Voi!... voi!...
— Sì, Bisby, io, ma come vi trovate qui?...
— Come!... Lo so io forse?... So però che muoio di fame, che sono
coperto di ghiaccio, che la mia pelle di bisonte non mi serve più
a nulla, che mi pare di essere ubbriaco e che sono in uno stato
miserando: guardate!...
Il disgraziato non mentiva: dov’era Bisby, il futuro presidente della
società degli uomini grassi di Chicago?... In quale stato era ridotto
quell’uomo, che tre mesi prima era grosso come un elefante marino!...
Era scemato della metà, sparuto, smunto, col volto coperto di echimosi,
con un occhio ammaccato che ancora sanguinava, colle vesti indurite
dal gelo, colle uose sfondate, colle vesti strappate. Aveva in testa
il suo cilindro, ma ormai ridotto in uno stato compassionevole, coperto
d’uno strato di ghiaccio e indosso la sua famosa pelle di bisonte pure
incrostata di neve gelata, ma in tal modo che non si ripiegava più.
— In quale stato vi ritrovo, Bisby! esclamò Wilkye. Ma chi v’ha
conciato in tal modo?
— Chi?... Chi?... I vostri marinai, rispose il negoziante.
Erano diventati idrofobi, io voleva metterli a dovere, ma mi hanno
assalito tutti insieme, percosso e poi scaraventato fuori dalla
capanna. Qualcuno credo d’averlo storpiato perchè mi difesi perfino a
calci, ma erano troppi, amico mio, ed ho avuto la peggio.
— Ma cos’è accaduto?... Cosa avete fatto, disgraziato?...
— Io!... Nulla, ve lo assicuro, fuorchè di mangiare. Oh! diavolo?...
Forse che non era venuto qui per ingrassare?..... Ho mangiato fin
che ho potuto, ma un bel giorno, anzi un brutto giorno, i vostri
marinai s’accorsero che i viveri erano molto scemati e mi negarono
gli alimenti. Gl’ingrati! Dopo tante cene deliziose che divoravano
coscienziosamente!...
— Avanti, Bisby, disse Wilkye con angoscia.
— Mi sono ribellato, ma mi picchiarono, mi spinsero fuori dalla
capanna, poi s’imbarcarono. Invano li pregai di sbarcare e di attendere
il vostro ritorno, ma mi risposero che ne avevano abbastanza del polo e
che voi dovevate essere morto. Canaglie!... Dopo tanti pranzi!...
— E sono partiti?...
— Verso il nord.
— Ma quando?...
— Il 27 febbraio.
— Ma come siete vissuto voi finora?
— Con una libbra di cioccolato che avevo nascosto e con due merluzzi
secchi che mi hanno rovinato i denti, tanto erano duri.
— Senza tenda e senza fuoco?
— Colla mia sola pelle di bisonte.
— Nella capanna non vi sono adunque più viveri? chiese Wilkye, con voce
sorda.
— Forse una testa di foca, che nessuno volle mangiare.
— E non sono più tornati i marinai?
— Ci hanno abbandonati.
Una rauca imprecazione uscì dalle labbra di Wilkye.
— Maledizione sui vili!... esclamò. Cosa accadrà ora di noi?... Quale
sorte ci attende?... Dovremo morire adunque sulle sponde di questo
continente, ora che abbiamo scoperto il polo?... Dovrà rimanere sepolto
questo grande avvenimento?... No!... Lotteremo fino all’estremo, se
sarà necessario c’imbarcheremo su di un banco di ghiaccio e cercheremo
di raggiungere la Terra del Fuoco. Blunt, Peruschi, Bisby, amici miei:
avanti verso la costa!... La fortuna arride agli audaci!...