I primi freddi invernali.

La situazione dei tre esploratori, che venti giorni prima era così

rosea, si aggravava, e quanto!... Le loro furiose corse dopo la

partenza dal polo australe, in causa dello spostamento impreveduto

che aveva subìto quell’immenso campo di ghiaccio, erano state senza

risultato, poichè la distanza che li separava dalla costa era poco o

nulla diminuita!

Quale doveva essere la loro sorte, perduti come erano in mezzo ai

ghiacci polari, lontani da ogni soccorso, quasi stremati di forze,

a corto di viveri e coll’inverno che stava per sorprenderli? Erano

condannati a perire laggiù, ai confini del mondo australe, di fame e di

freddo, e di seppellire con loro la grande scoperta?...

Era bensì vero che la marcia retrograda del grande campo non doveva

durare molto, poichè quel mare interno non doveva avere una vasta

estensione, e non avrebbe indugiato ad addossarsi contro qualche costa

del continente, ma poteva far perdere a loro parecchi giorni ed il

tempo era ormai divenuto troppo prezioso.

Il sole già diventava sempre più scialbo e prolungava ogni giorno più

le sue assenze; la temperatura diventava più cruda; lo sgocciolamento

dei ghiacci era cessato da parecchio tempo e già al nord erano comparse

le prime nebbie, annuncianti l’inverno polare. Cosa sarebbe accaduto

di quei disgraziati, se durante il viaggio li sorprendevano quelle

tremende bufere di neve, che fanno scendere il termometro a 45° od a

50°!

Un fosco avvenire si preparava per quei valorosi; pure, passato il

primo scoramento, l’energia ritornò a quegli uomini, che primi fra

tanti arditi esploratori, avevano raggiunto il polo australe.

— Non disperiamo e confidiamo in Dio, disse Wilkye rivolgendosi verso i

compagni. Lotteremo fino all’estremo delle nostre forze ed accetteremo,

senza impallidire, la tremenda battaglia che sta per darci l’inverno

polare.

— Siamo pronti alla lotta, risposero i due velocipedisti. Ordinate,

signor Wilkye, cosa dobbiamo fare?

— Ascoltatemi, amici, diss’egli. La marcia di questo banco attraverso

al mare polare non deve durare molto; fra poco il ghiaccione si riunirà

al continente e noi potremo lasciarlo.

— Dove ci trascina? chiese Peruschi.

— Verso la Terra Alessandra, se non erro, rispose Wilkye.

— Allora abbiamo la probabilità d’incontrare la spedizione inglese di

Linderman, disse Blunt.

— È probabile, amico, se la _Stella Polare_ non è stata costretta

a indietreggiare o non è stata stritolata dai ghiacci con tutto

l’equipaggio che la montava.

— Ed intanto ci lascieremo trasportare dal banco, in attesa che si

ricongiunga al continente? chiese Peruschi.

— No, il tempo è troppo prezioso per attendere gli eventi. Costeggeremo

il banco e forse più al sud troveremo un passaggio o qualche altro

banco che ci permetta di raggiungere il continente.

— Allora partiamo, signore. I margini di questo banco mi pare che siano

privi d’ostacoli e che si prestino per una rapida corsa.

— Andiamo adunque, e che Iddio serbi le nostre forze per quest’ultima

impresa.

Allestirono in fretta la colazione consistente in una zuppa di

_pemmican_ e in una tazza di thè bollente, poi si rimisero in

viaggio costeggiando il mare che era sempre coperto d’immensi ghiacci

galleggianti.

Quel canale, poichè tale doveva essere, era irregolare e tendeva a

piegare verso il sud-est. Doveva però avere una grande larghezza,

poichè nè Wilkye nè i suoi compagni riuscivano a scorgere le coste

del continente. Colossali _ice-bergs_, tagliati a picco e privi di

tutte quelle innumerevoli sporgenze che si riscontrano in quelli che

galleggiano nei mari Artici, e grandi banchi, _streams_ e _palks_,

allungati gli uni e arrotondati gli altri, lo ingombravano, urtandosi

rumorosamente. Di quando in quando uno di quei colossi perdeva

l’equilibrio e si capovolgeva sollevando delle immense ondate le quali

si frangevano, con lunghi muggiti, sulle sponde del campo di ghiaccio.

Qualche raro pinguino, appollaiato sui margini, si vedeva di tratto in

tratto, ma si teneva lontano e guardava stupidamente i velocipedisti

emettendo qualche rauco grido.

Gli esploratori non perdevano tempo. Essendo il margine del campo

liscio e privo di ostacoli, divoravano la via con crescente velocità,

ben sapendo che in quella rapidità stava la loro salvezza.

Disgraziatamente quel canale pareva che non avesse fine. Il 13

febbraio, dopo d’aver percorso in quattro giorni circa trecentoventi

miglia, non era ancora apparso il continente.

Quale vastità aveva adunque quel mare, che si estendeva attorno al

polo? Wilkye ricominciava a diventare inquieto, poichè invece di

avvicinarsi alla Terra di Graham, sempre più si allontanavano.

Il 14, il tempo che fino allora si era mantenuto splendido, cambiò

bruscamente. Un pesante nebbione, carico di umidità e così fitto da

impedire di scorgere un oggetto qualsiasi a cinque passi di distanza,

piombò sul campo di ghiaccio.

Furono costretti ad arrestarsi per non cadere nel braccio di mare

che costeggiavano e per non guastare le biciclette, le quali potevano

urtare contro qualche ostacolo non veduto a tempo.

Alla notte la temperatura discese a -15° e gran parte del canale gelò.

Wilkye cominciò a sperare di poterlo finalmente attraversare sul nuovo

ghiaccio.

Le sue speranze non andarono deluse: il 17 il braccio di mare gelò

tutto, imprigionando gli _ice-bergs_ ed i banchi. Lo spessore era tale

da poter sopportare un parco d’artiglieria, poichè superava i quaranta

centimetri.

Il passaggio si effettuò senza fatica e alla sera i tre velocipedisti

toccavano il continente a milleseicento miglia dallo stretto di

Bismark, essendo discesi verso la Terra Alessandra.

Quell’avvenimento fu festeggiato con un banchetto, avendo avuto la

fortuna di abbattere una coppia di _Megalestris antartici_, specie di

gabbiani somiglianti però ai falchi, colle penne brune, le ali ampie ed

il becco assai acuminato.

Quella carne fresca fu di molto giovamento ai disgraziati esploratori,

che cominciavano ad essere nauseati dei cibi secchi e salati e che

provavano i primi sintomi dello scorbuto, male che colpisce quasi

sempre gli esploratori polari e che è così difficile a combattere, se

mancano i vegetali.

Il 19, dopo un riposo di ventiquattro ore, riprendevano l’interminabile

corsa attraverso il continente, ma ormai era troppo tardi! L’inverno

polare si avanzava di gran galoppo e stava per raggiungerli, e per

colmo di disgrazia la fame pure si avanzava a passi di gigante.

Avevano cominciato a soffiare i venti del sud i quali trascinavano con

loro dei nebbioni sempre più pesanti ed abbassavano la temperatura. Le

prime nevi non dovevano essere lontane.

Già il cielo aveva assunto quel triste aspetto, particolare di quelle

regioni; la tinta azzurra era scomparsa per dar luogo ad una tinta

grigiastra, appannata, che il sole, il quale lottava penosamente contro

l’incalzante inverno, non era più capace di rallegrare coi suoi raggi

sempre più smorti.

I ghiacci si rinsaldavano dappertutto: le fessure ed i crepacci

si chiudevano, le montagne di ghiaccio s’alzavano e le pressioni

si ripetevano sovente, specialmente alla notte, costringendo gli

esploratori a delle lunghe veglie.

Il 24 febbraio, mentre avevano raggiunto l’80° parallelo, cadde la

prima neve. Fu una giornata triste per gli esploratori e le loro

inquietudini accrebbero. Cominciavano ormai a disperare di poter

raggiungere la costa prima della partenza dei loro compagni, i quali

forse li ritenevano ormai morti.

— Coraggio, amici miei, disse Wilkye, vedendo i suoi due compagni tetri

e pensierosi. Forse fra pochi giorni possiamo ricevere qualche aiuto.

— Su chi sperate? chiese Blunt. Io ormai ho perduta ogni illusione.

— Su Bisby, rispose Wilkye. Forse ha organizzato una spedizione di

soccorso, e ci cerca.

— Siamo troppo lontani, signore, per incontrarlo.

— E poi, aggiunse Peruschi, siamo fuori di via e invano ci

cercherebbero lungo il 66° meridiano.

— Ma possiamo raggiungere la spedizione prima che ritorni alla costa.

Noi ci avviciniamo rapidamente al 66° meridiano.

— Ma potremo continuare questa corsa? Se la neve continua, saremo

costretti ad abbandonare le biciclette, disse Blunt. Guardate, il

ghiaccio è ormai coperto d’uno strato di dieci centimetri in meno di

un’ora, e non ci avanziamo che a grande fatica.

— Spero nei grandi freddi; la neve gelerà e potremo ancora riprendere

la corsa.

— E se i forti geli tardano?

— Aspetteremo.

— I viveri scarseggiano, signore; fra cinque o sei giorni non ci

rimarrà nè un biscotto, nè un pizzico di _pemmican_, nè un pezzo di

cioccolato.

— È vero, disse Wilkye con accento disperato. Si direbbe che il polo è

fatale per tutti gli esploratori!...

Durante l’intera giornata la neve cadde senza interruzione, rendendo

sempre più difficile la marcia degli esploratori. Alle sei di sera

furono costretti a fermarsi ed a rizzare la tenda, poichè le biciclette

non potevano più avanzare.

La notte fu terribile. Un vento furioso, che soffiava dal sud, spazzava

con lunghi sibili il continente, sollevando turbinosamente la neve. La

tenda fu abbattuta parecchie volte e gli esploratori furono costretti

a vegliare gran parte della notte, esposti ad un freddo di -20° che li

intirizziva.

L’indomani, essendosi calmato l’uragano e gelata la neve in causa di

quel freddo acuto, tentarono di rimettersi in viaggio, ma dopo sessanta

miglia, Peruschi, che già da qualche giorno accusava un profondo

malessere ed una prostrazione generale, fu costretto a fermarsi.

Il disgraziato si sentiva completamente stremato di forze e la pelle

del viso era cosparsa di macchie livide. Di più, si lamentava di dolori

acuti alle gengive e la sua bocca tramandava un fetore insopportabile.

— È nulla, disse Wilkye, che pure era diventato pallido. Un po’ di

riposo basterà per rimettervi.

Fece rizzare la tenda, consigliò il malato a coricarsi costringendolo

a masticare alcuni pezzi di patata cruda che aveva preziosamente

conservati ed alcune pastiglie di calce che teneva nascoste nel suo

sacco da viaggio, poi traendo da parte Blunt, gli disse:

— La nostra situazione sta per diventare disperata: fra poco saremo

costretti ad abbandonare le biciclette.

— Perchè, signore? La neve si è gelata e ci permetterà di continuare il

viaggio.

— È vero, ma avremo un ammalato da portare e le biciclette ci saranno

più d’impaccio che d’utilità.

— Dunque Peruschi?...

— È stato colpito dallo scorbuto e fra breve non potrà reggersi in

piedi.

— È tremendo questo male?

— Trascurato, può diventare fatale per la persona che ne è stata

colpita.

— Ma da cosa deriva questo male? Mi hanno detto che gli esploratori

polari ne sono stati colpiti assai di frequente e così pure i marinai

che intraprendevano lunghe navigazioni.

— Secondo alcuni deriva dalla mancanza di vegetali e dalle carni

salate, secondo altri per l’insufficienza di alimenti, pel freddo, per

l’umidità e per le lunghe veglie.

— E non possiamo curarlo?

— Ho conservato gelosamente delle pastiglie di calce e due patate,

ma sarebbero necessari dei vegetali freschi, delle frutta acide come

limoni od aranci, un nutrimento succoso, delle infusioni di salvia

per le gengive e del vino vecchio o dei liquori. Dove trovare questi

in mezzo ai ghiacci del polo? Bisognerebbe raggiungere la capanna ed

invece distiamo ancora ottocento miglia.

— Ma cosa avverrà di noi, se rimarremo qui parecchi giorni? I viveri

stanno per mancare, signore. Bisogna assolutamente partire.

— Ma il nostro disgraziato compagno?

— Faremo una lettiga. Possiamo unire due biciclette coi pezzi della

terza e formare un ruotabile che noi spingeremo.

— È vero, Blunt. Al lavoro senza perdere tempo: forse non siamo ancora

perduti.

Mentre il loro compagno, affranto dal male che lo aveva assalito e

dalle fatiche, dormiva sotto la tenda, Wilkye e Blunt si erano messi

animosamente all’opera.

Smontata una bicicletta, che ormai non era di alcuna utilità,

quantunque non possedessero che pochi attrezzi, riuscivano dopo un

lavoro di parecchie ore ad accoppiare le altre due. Dopo d’averle

private dei manubri e di parte delle sterze formarono una specie di

lettiga, sopra la quale stesero le loro pelli d’orso e le coperte.

Privandosi delle biciclette, la loro marcia doveva diventare

infinitamente più lenta, ma almeno potevano condurre con loro il

disgraziato Peruschi, senza essere costretti a trasportarlo sulle loro

braccia.

All’estremità della lettiga appesero le loro scarse provviste e

attesero l’indomani per riprendere il cammino verso la costa.

[Illustrazione: Al mattino, sdraiato l’ammalato sulla

lettiga... (pag. 234).]

Al polo australe in velocipede · 第 31 / 37 题