Venezia_, vol. V, pag. 50. Vedi anche CHERRIER, _Histoire de Charles
VIII_, vol. II, pag. 97.
[300] COMMINES, op. cit., vol. II, pag. 168; CHERRIER, op. cit., vol.
II, pag. 151.
[301] Questo trattato trovasi nel DESJARDINS, op. cit., vol. I, pag.
630. Vedi anche CHERRIER, op. cit., vol. II, pag. 293.
[302] CHERRIER, op. cit., vol. II, pag. 338.
[303] Ferdinando I, Alfonso II, Carlo VIII, Ferdinando II, Federico.
[304] Bartolommeo d'Alviano da Todi, marito di Bartolommea Orsini.
[305] «Ipsum ducem alicubi cum puella intendere luxui sibi persuadens,
et ob eam causam puellae domum exire ipsi, illa die, duci non licere.»
BURCHARDI, _Diarium_, nella Biblioteca Nazionale di Firenze, Cod. II,
450, fol. 21^t. È questo il codice, che abbiamo più spesso riscontrato.
V. anche l'edizione Thuasne, II, 388.
[306] «Respondit se vidisse, suis diebus, centum in diversis noctibus
varie occisos in flumen proiici per locum praedictum, et nunquam aliqua
eorum ratio habita fuit; propterea de casu huiusmodi existimationem
aliquam non fecisse.» BURCHARDI, _Diarium_, Cod. cit., fol. 23.
[307] BURCARDO, MALIPIERO, SANUTO, ecc.
[308] Il duca di Gandia aveva 24 anni, e fu il solo che continuò la
discendenza dei Borgia. Un suo nipote fu il terzo generale dei Gesuiti.
[309] «Pontifex, ut intellexit Ducem interfectum et in flumen ut
stercus proiectum, compertum esse, commota sunt omnia viscera eius.»
BURCHARDI, _Diarium_, Cod. cit., fol. 23^t.
[310] Questo discorso del Papa, riferito dall'ambasciatore veneziano,
trovasi nel SANUTO, ed è riportato dal REUMONT, _Geschichte der Stadt
Rom_, vol. III, parte II, pag. 838.
[311] Il SANUTO, nei suoi _Diarî_, reca diverse lettere che affermano
il sospetto esser caduto anche sugli Orsini. Ne parla anche il
MANFREDI, ambasciatore del duca di Ferrara in Firenze, nelle sue
lettere del 12 agosto e del 22 dicembre 1497. Nella prima dice che il
sospetto cadeva sugli Orsini, nella seconda su Bartolommeo d'Alviano.
V. CAPPELLI, _Fra Girolamo Savonarola e notizie intorno al suo tempo_,
ecc.
[312] Di ciò parla lungamente l'ambasciatore fiorentino _Alessandro
Bracci_ nelle sue lettere, che trovansi inedite nell'Archivio
Fiorentino, e sono assai importanti. Quella però del 16 giugno, in
cui era descritta appunto l'uccisione del duca di Gandia, manca nella
filza. Archivio Fiorentino, _Lettere dei Dieci di Balìa da maggio a
dicembre 1497_, Cl. X, dist. 4, num. 54, foglio 53.
[313] Lettera di A. BRACCI, in data 4 luglio 1497. Cod. cit., foglio 78.
[314] Lettera di A. BRACCI, in data 17 giugno 1497. Vedi _Appendice_,
documento II.
[315] Tutti gli storici del tempo raccontano a lungo la morte del
duca di Gandia. Il GREGOROVIUS nella sua _Storia di Roma_ cita molti
documenti originali, fra i quali pubblica una lettera assai notevole
di Ascanio Sforza a Lodovico il Moro, in data del 16 giugno 1497.
(Vol. VII, pag. 399, nota 1). Il BURCARDO dà un minuto e tragico
ragguaglio del fatto nel suo _Diario_; ne parlano il Matarazzo, il
Malipiero, tutti i contemporanei, massime le lettere dei privati e
degli ambasciatori residenti a Roma. Di queste il Sanuto riporta molte,
dalle quali si vede la straordinaria impressione che la cosa aveva
fatta in Roma, dove le fantasie s'erano assai esaltate. Una lettera del
16 giugno (SANUTO, vol. I, foglio 310) dice: «Maxima demonum caterva in
basillica beati Petri audita et visa fuit per plures, et ibidem tot et
tanta luminaria, ut ipsa basillica penitus a fundamentis supra ardere
et comburi videretur: ecce quanta prodigia!» Lettere del 17 dicembre
1497 (vol. I, foglio 391), ed altre posteriori riportate dallo stesso
(Vol. I, foglio 408), ripetono cose di simil natura. Abbiamo ancora
le lettere del Papa che, annunziando il fatto espone il suo dolore ai
potentati: da esse però non si cava nulla di nuovo. Nel discorso fatto
in Concistoro, egli escluse i sospetti che erano caduti sopra Ascanio
Sforza, sul principe di Squillace e sul signore di Pesaro, il che prova
però che questi sospetti v'erano stati. Vedi REUMONT, _Geschichte_,
ecc., e SANUTO, _Ragguagli storici_, pubblicati dal Brown (Venezia,
1837-38), vol. I, pag. 74.
[316] Di ciò parla a lungo il SANUTO, ne' suoi _Diarî_, vol. I, foglio
556 e 559. Alcuni brani ne riportò il BROWN, op. cit., vol. I, pag.
212.
[317] GREGOROVIUS, _Lucrezia Borgia_, vol. I, pag. 88.
[318] Il 19 luglio l'ambasciatore fiorentino A. Bracci scriveva che
trattavasi del divorzio fra il signore di Pesaro e donna Lucrezia,
«la quale Sua Beatitudine tre dì dopo la morte del duca di Gandia
richiamò in Palazzo, dove sta assiduamente.» Nel separarsi dal signore
di Pesaro, la Lucrezia si dichiarò disposta a giurare, che non aveva
avuto alcuna relazione col marito, e che era perciò vergine. Al quale
proposito aggiunge il MATARAZZO, a pag. 72: «etiam advenga ad dio che
fusse stata e fusse allor la più gran p.... che fusse in Roma.»
[319] Il REUMONT prima lo credette, nella sua _Storia di Roma_, figlio
di Lucrezia, poi figlio del Papa, senza saper più ritrovare la madre.
(_Arch. Stor. It._, ser. III, tomo XVII, disp. 2ª del 1873, pag. 329).
I documenti pubblicati dal GREGOROVIUS nella sua _Lucrezia Borgia_
(vol. I, pag. 159 e segg.) gettano sul fatto una luce sinistra.
[320] «De dilecto filio nobili viro Cesare Borgia.... et soluta
(muliere).» Il Breve dice che Giovanni aveva allora tre anni _vel
circa_. GREGOROVIUS, _Lucrezia Borgia_, doc. 27.
[321] «Cum autem tu defectum predictum (natalium) non de prefato
Duce _sed de nobis_ et de dicta muliere soluta patiaris, quod _bono
respectu_ in litteris predictis specifice exprimere noluimus, ecc.»
E poi conchiude, che restava tuttavia la già fatta legittimazione,
con la facoltà di ereditare. Tutto ciò, secondo il GREGOROVIUS, papa
Alessandro lo fece, perchè non poteva legittimare un suo figlio,
nato quando egli era Papa, e non voleva che il Valentino potesse aver
ragione d'annullare un atto di legittimazione, che gli attribuiva un
figlio non suo. Op. cit., doc. 28.
[322] Vedi il dispaccio dell'ambasciatore di Ferrara, di cui il
GREGOROVIUS riproduce un brano nella sua _Lucrezia Borgia_, vol. I,
pagina 101, nota 3.
[323] Lettera dell'ambasciatore fiorentino A. BRACCI (del 19 luglio
1497), il quale dice di aver questi ragguagli da persona che è «degno
prelato e palatino.» Archivio Fiorentino, Cod. cit.
[324] «Et bene non dixit verbum Papae Valentinus, nec Papa sibi, sed,
eo deosculato, descendit de solio.» BURCHARDI, _Diarium_.
[325] BURCHARDI, _Diarium_. V. anche la lettera dell'ambasciatore A.
BRACCI, in data del 27 settembre 1497, Cod. cit., fol. 144.
[326] Secondo il SANUTO, il Re aveva detto: «Mi pare el fiol del Papa,
ch'è cardinal, non sia in grado di darli mia fia per moglie, _licet_
sia fio del Papa.» _Diarî_, vol. I, parte II, pag. 75. Di questa
seconda parte del vol. I pare si sia perduto l'autografo. Ne esiste
solo una copia del secolo scorso, che ora trovasi nella Marciana di
Venezia, insieme cogli altri volumi che sono autografi. Le nostre
citazioni del Sanuto rimandano al Codice marciano. — Nel 1879 fu
cominciata a Venezia la pubblicazione dei _Diarî_, e la stampa ne è già
molto avanzata.
Il Re di Napoli scriveva al suo ambasciatore in Francia: «L'affanno
insopportabile avuto per noi in disturbare lo matrimonio....
tra la figliuola legittima nostra e lo cardinal di Valenza, cosa
disconveniente e contraria d'ogni ragione, a voi è ben noto. Averiamo
prima consentito di perder lo regno, li figli e la vita.» _Arch. Stor.
It._, ser. I, vol. XV, pag. 235.
[327] «Per non desperare lo Papa, il quale manifestamente ne
minacciava.» _Arch. Stor. It._, loc. cit.
[328] SANUTO, _Diarî_, vol. I, parte II, pag. 164.
[329] Breve del 3 settembre 1498, in GREGOROVIUS, _Geschichte_, ecc.,
vol. VII, pag. 423.
[330] Così racconta, nei _Diarî_ del SANUTO, vol. I, parte II, pag.
44, una lettera dell'agosto 1498, che finisce con queste parole:
«Conclusive, è un cattivo Papa et non è mal che non facesse per dar
stado a soi figlioli.»
[331] MOLINI, _Documenti di Storia Italiana_: Firenze, 1836-37, vol. I,
pag. 28.
[332] Il Sanuto parla spesso dell'accordo già seguìto allora fra il
Papa ed il cardinale Della Rovere. Il prefetto di Roma, chiamato
spesso prefetto di Sinigaglia, perchè dimorava colà, era fratello
del cardinale, e non fu compreso nell'accordo, per avere (come
dicemmo) svaligiato l'ambasciatore G. Bocciardo, che il Sanuto
chiama Bozardo, quegli che portava al Papa il danaro del Sultano. Più
tardi fu anch'esso perdonato con un Breve del 18 novembre 1499. Vedi
GREGOROVIUS, _Geschichte_ (2ª ediz.), VII, pag. 425-29.
[333] SANUTO, _Diarî_, vol. II, fol. 156.
[334] _Ibidem_, vol. II, fol. 274. Più oltre, nel foglio 323, è
descritta la mutabile natura del Papa.
[335] _Ibidem_, vol. II, fol. 326: l'ambasciatore dice che il Papa
«vuol il Reame (di Napoli) per suo fiol.»
[336] Giulio II restituì più tardi questo feudo ai Caetani, dichiarando
che era stato ingiustamente usurpato.
[337] SANUTO, _Diarî_, vol. II, fol. 529 e seg.
[338] L'ambasciatore P. Cappello in SANUTO, citato dal GREGOROVIUS,
_Geschichte_, ecc., vol. VIII, pag. 441.
[339] BURCHARDI, _Diarium_, Cod. cit., fol. 185.
[340] Relazione di P. Cappello, ambasciatore veneto, pubblicata
dall'ALBÈRI nelle _Relazioni_, ecc., Serie II, vol. III, pag. 10.
[341] «Singulis diebus bono mane exibat in habitu brevi hospitale
predictum cum balista, et interficiebat quos poterat commode, et
pecunias eourum auferebat.» BURCHARDI, _Diarium_, Cod. cit., fol. 209.
[342] BURCHARDI, _Diarium_, ibidem.
[343] SANUTO, _Diarî_, vol. III, fol. 141. Le lettere ivi riferite, in
data del 4 giugno 1500, parlano del piacere che ebbe il re di Francia
per questa condanna, ed aggiungono pure che furono, nel termine di
dieci giorni, cacciati i Côrsi che solevano far da sicarî nella Città.
[344] Ella poi ritornò ben presto.
[345] In questo tempo, e prima che seguisse il fatto del duca di
Bisceglie, il Papa aveva corso pericolo per un tetto caduto in
Vaticano. L'ambasciatore veneziano, andandolo a visitare il 3 luglio,
trovò che «erra con Soa Santità madonna Lugrezia, la principessa, e so
marito, e una soa damisella sta con mad. Lugrezia, che è favorita del
Papa.» SANUTO, _Diarî_, vol. III, fol. 172.
[346] «Cum non vellet ex huiusmodi vulneribus sibi datis mori, in lecto
suo fuit strangolatus circa horam 19^m, et in sero circa primam horam
noctis portatum fuit cadaver ad basilicam Sancti Petri.» BURCHARDI,
_Diarium_. Questo è un altro dei fatti narrati da quasi tutti gli
storici e ambasciatori contemporanei, fra i quali va ricordato
specialmente l'ambasciatore veneto Paolo Cappello, che allora trovavasi
a Roma, e che nella _Relazione_ sopra citata racconta minutamente
tutti i particolari da noi riferiti. La sua narrazione concorda con
quella del Burcardo e con quella del Sanuto, il quale ultimo trascrive
quasi sempre in esteso o in sunto i dispacci dello stesso Cappello
da Roma. Dopo aver narrato il fatto, il SANUTO (_Diarî_, vol. III,
fol. 201) aggiunge, che l'autore del delitto fu colui che aveva fatto
ammazzare il duca di Gandia. Più oltre (fol. 263 retro) riferisce
lettere dell'oratore, del 18 e 20 luglio, le quali dicono che il duca
di Bisceglie era stato ucciso, «perchè tratava di occider il Duca
(Valentino), et il Duca la fato far per alcuni arzieri, et allo fato
taiar a pezi fino in la sua camera.» Nella _Relazione_, che fu scritta
dopo, quando forse aveva potuto avere più minute informazioni, il
Cappello dice invece che lo aveva fatto strangolare da don Micheletto.
Più oltre il SANUTO (fol. 273) riferisce lettere del 23 e 24 agosto,
in cui si narra come il Papa scusasse il Valentino, affermando che il
duca di Bisceglie voleva ammazzarlo. Recentemente il signor THUASNE,
in fine del terzo volume della sua ediz. del Burcardo, pubblicò alcuni
dispacci dell'ambasciatore fiorentino Francesco Cappello, che su per
giù confermano le stesse notizie.
[347] P. CAPPELLO, _Relazione_ citata. Il SANUTO invece riferisce
lettere di Roma, in data del 20 febbraio 1498, in cui si racconta come
Pierotto cameriere fu trovato annegato nel Tevere con una donzella
_fida_ e _creatura_ del Papa, «et la cagione non si sa.» Le parole
della _Relazione_ del CAPPELLO sono queste: «E altra volta ammazzò (il
Valentino) di sua mano, sotto il manto del Papa, messer Pierotto, sì
che il sangue saltò alla faccia del Papa.» La Lettera di Silvio Savelli
citata dal GREGOROVIUS (_Geschichte_, ecc., vol. VII, pag. 447) dice:
«Pontificis cubicularius Perottus in eius gremio trucidatus.» Anche il
Burcardo lo dice annegato nel Tevere. Forse vi fu gettato il cadavere,
dopo l'uccisione, per nascondere il delitto.
[348] Il Manfredi aveva alla sua morte 18 anni. Il Nardi, sempre
temperato, parla con orrore grandissimo di questo fatto (_Storia di
Firenze_: Firenze, 1842, vol. I, pag. 237-38). Ne parlano anche il
Guicciardini e molti altri. Il _Diario_ del BURCARDO dice che nel
giugno Astorre Manfredi fu trovato nel Tevere con due giovani, una
donna ed altri cadaveri. Accenna alla morte del Manfredi anche il
dispaccio 6 giugno 1502 dell'ambasciatore veneto Antonio Giustinian.
_Dispacci di Antonio Giustinian_ da me pubblicati in Firenze, Succ. Le
Monnier, 1876, in tre vol.
[349] Vedi la mia _Storia di G. Savonarola e de' suoi tempi_, in due
volumi, nuova edizione: Firenze, Successori Le Monnier, 1888. Avendo
già trattato a lungo questo argomento, vi accenno ora assai brevemente.
[350] Così nella sua _Storia fiorentina_, come nel suo trattato _Del
Reggimento di Firenze_, pubblicati nelle _Opere inedite_.
[351] Tutto ciò è assai più minutamente esposto nella mia _Storia di
Girolamo Savonarola_, alla quale rimando di nuovo il lettore.
[352] Secondo la legge, il numero minimo era di 500, giacchè se i
_beneficiati_ non superavano i 1500, non venivano sterzati. La sala del
Consiglio, allora costruita nel Palazzo della Signoria dal Cronaca, fu
per questa ragione chiamata dei Cinquecento.
[353] Tra Pratica e Consulta v'era allora assai poca differenza, tanto
che spesso si confondeva l'una con l'altra; ma pare che nella Consulta
si discutesse anche più liberamente.
[354] Nelle lettere, che citammo più sopra, del Capponi a Piero de'
Medici, pubblicate dal DESJARDINS, _Négociations_, ecc., vol. I, pag.
393 e segg.
[355] Questa lettera, che è la seconda in tutte le edizioni delle
_Opere_ del MACHIAVELLI, porta la data del dì 8 marzo 1497. È noto
però che i Fiorentini, sino alla metà del secolo passato, computarono
l'anno, _ab incarnatione_, incominciandolo cioè dal 25 marzo, e quindi
la data sarebbe ora, nello stile moderno, 8 marzo 1498. Dopo la prima
lettera, che citeremo più oltre, segue un frammento latino, che nelle
stampe non ha un suo proprio numero. Ripetiamo, che citando le _Opere_
del MACHIAVELLI, senz'altra indicazione, intendiamo riferirci sempre
all'edizione colla data d'Italia, 1813.
[356] Questo nome si trova scritto, anche dallo stesso Machiavelli, in
modi diversi: _Malclavellus, Maclavellus,_ Machiavegli, Machiavello,
Machiavelli. Si trova anche Maclavello, Macciavello e Malclavelli.
[357] La casa, in cui il Machiavelli visse e morì, è quella che in Via
Guicciardini ha ora il numero 16.
[358] Nella Marucelliana di Firenze (Cod. 229, A, 10) trovasi un
_Quaderno di ricordanze_ di Ristoro di Lorenzo di Niccolò Machiavelli,
il quale Niccolò, figlio di Alessandro, fu più volte dei Signori e dei
Dieci, e fu contemporaneo del Nostro, ma di un altro ramo della stessa
famiglia. Qualche volta è stato confuso l'uno con l'altro, e ne sono
seguìti molti errori. Il _Quaderno di ricordanze_ di Ristoro incomincia
col primo settembre 1538, e contiene, fra i conti di casa, alcune
notizie importanti, parte delle quali copiate da più antichi libri di
famiglia. Così vi si trovano notizie raccolte da Lorenzo Machiavelli,
ed altre ancora più antiche, cavate da un _Ricordo_ di Bernardo di
Niccolò Machiavelli, _scritto l'anno 1460_. Ed è appunto in questo
_Ricordo_, che il padre del nostro Machiavelli, nove anni prima che
nascesse il figlio, dava la genealogia della famiglia. Parte di queste
notizie vennero confermate da GIULIANO DE' RICCI nel suo _Priorista_,
che trovasi manoscritto nella Nazionale di Firenze, e discorre
anch'esso molto della famiglia Machiavelli. (Vedi nel cit. _Priorista_:
Quartiere Santo Spirito, Sesto d'Oltrarno, Machiavelli).
Il ramo della famiglia, cui il nostro Machiavelli appartenne, si
estinse nel principio del secolo XVII, in Ippolita d'Alessandro di
Bernardo, terzo figlio di Niccolò. Sposata a Pier Francesco de' Ricci,
nel 1608, Ippolita morì nel 1613. Baccia, figlia del Machiavelli, aveva
assai prima sposato un altro de' Ricci (Giovanni), e fu così madre di
Giuliano, l'autore del _Priorista_, e raccoglitore di notizie e carte
attinenti al suo illustre antenato, le quali insieme con molti scritti
di lui riunì in un codice, noto col nome di Codice Ricci, del quale
parleremo più oltre. (Vedi BALDELLI, _Elogio di Niccolò Machiavelli_:
Londra, 1794, pag. 86 e 87). Un altro ramo de' Machiavelli si
estinse a Firenze nel 1727 in Francesco Maria de' Machiavelli. Di
essi furono eredi i Rangoni di Modena, che si chiamarono perciò
Rangoni-Machiavelli.
Il conte Passerini, prima nelle sue note al romanzo _Marietta de'
Ricci_, dell'ADEMOLLO, e poi nel ragionamento premesso alla nuova
edizione delle _Opere_ del MACHIAVELLI (vol. I: Firenze, Tipografia
Cenniniana, 1873), afferma che la parentela dei Machiavelli coi signori
di Montespertoli fu una favola inventata ai tempi del principato, per
lusingare l'ambizione dei Machiavelli, allora divenuti potenti. Ma da
quanto abbiamo detto è chiaro che l'origine di tali notizie è assai
più antica. Vedi ancora la _Monografia storica e statistica del Comune
di Montespertoli_, compilata dall'avv. MARCELLO NARDI-DEI: Firenze,
Tipografia Cooperativa, 1873. Ivi, fra le altre notizie, si cita a
pag. 21 il documento che prova come, verso la fine del secolo XIV, la
famiglia magnatizia dei signori di Montespertoli si spense in Ciango
di Agnolo, il quale aveva nominato suoi eredi _pro indiviso_, Lorenzo e
Buoninsegna, figli di Filippo Machiavelli.
[359] GIOVANNI VILLANI (_Cronica_, vol. I, lib. VIII, cap. 80: Firenze,
Coen, 1847), nel dare la nota di coloro che esularono allora, pone
i Machiavelli «fra gli popolani del detto Sesto (Oltrarno), case
notabili.» La stessa notizia trovasi nell'AMMIRATO, _Delle famiglie
nobili fiorentine_ (Firenze, 1615) a pag. 120, _Famiglia Soderini_.
[360] G. BALDELLI, _Elogio_, ecc., nella nota 1, a pag. 86 e 87, dice
che i Machiavelli ebbero dodici Gonfalonieri e cinquanta Priori. Il
_Priorista_ RICCI enumera cinquantasette Priori; ma è da notare che
qui i nomi d'una stessa persona si trovano più volte ripetuti, quando
ebbero ripetutamente l'ufficio.
[361] Vedi BALDELLI, _Elogio_, ecc., e la _Vita_ premessa alle _Opere_
del MACHIAVELLI nell'edizione fiorentina del 1873.
[362] Vedi il _Libro di Ricordanze_ di RISTORO MACHIAVELLI, più sopra
citato.
[363] Uguali a fiorini di suggello 132, soldi 16 e denari 10, sui
quali gravava una _Decima_ o imposta di fiorini 11, 1, 5. Vedi i due
documenti pubblicati dal PASSERINI nel primo volume delle _Opere di
N. Machiavelli_, più sopra citato, pag. LVIII e LX. Questa edizione
fu cominciata dai signori Passerini e Fanfani nel 1873. Ritiratosi ben
presto il signor Fanfani, subentrò invece il signor Gaetano Milanesi,
e insieme col Passerini continuarono l'impresa condotta già fino al
quinto volume. D'ora innanzi, per maggiore brevità, citeremo questa
edizione nel modo seguente: _Opere_ (P. M.). — Nel 1877 fu pubblicato
il vol. VI, e poi l'edizione restò interrotta.
[364] Il fiorino d'oro ordinario, alquanto minore del fiorino largo,
aveva lo stesso valore e la stessa lega dello zecchino più moderno,
che può valutarsi a circa 12 lire italiane. Ritenendo, come alcuni
vorrebbero, che nel secolo XV l'oro avesse un valore quadruplo di
quello d'oggi, si arriverebbe ad una rendita anche maggiore delle
cinquemila lire. È, in ogni modo, un calcolo assai lontano da ogni
precisione matematica, essendo ben noto quanta incertezza, a questo
proposito, vi sia anche fra i più autorevoli scrittori.
[365] _Discorso_ del senatore G. B. Nelli, _con la Vita del medesimo_:
Firenze, eredi Paperini, 1753, pag. 8. La libreria Nelli pare che
andasse dispersa, e però non ci fu possibile trovare questi scritti
della madre del Machiavelli.
[366] C'è un piccolo brano autografo d'una traduzione molto libera di
VITTORE VITENSE (_Historia persecutionis vandalicae_). Il Passerini,
senza darne prova, lo dice scritto prima del 1494; e veramente, non
sapendosene nulla, può mettersi nell'anno che si vuole; può credersi
anche lavoro giovanile. Lo diamo in _Appendice_, doc. III. FRANCESCO
PALERMO lo pubblicò assai scorrettamente in un opuscolo, che restò
quasi ignoto: _Niccolò Machiavelli e il suo centenario, con una sua
versione non mai pubblicata_: Firenze, tip. Bencini, 1869. Il Codice
Ricci contiene una _Risposta fatta ad uno ambasciatore pel re di
Francia_, che non ha nome di autore, sebbene vi sia la data del 1495, e
da qualcuno siasi, senza ragione, voluta attribuire al Machiavelli.
Questo Codice Ricci, che già abbiamo citato e citeremo più volte, è
una raccolta di lettere e di altri scritti del Machiavelli, insieme con
molti documenti che a lui o alle sue opere si riferiscono, ma che non
sono scritti da lui. Il Ricci copiò e raccolse tutto ciò, aggiungendovi
di suo prefazioni, osservazioni, comenti. Di questa raccolta si trovano
nella Bibl. Nazionale di Firenze l'autografo e due copie del secolo
passato. Un'altra copia più antica delle due fiorentine, trovasi nella
Bibl. Barberini in Roma, ed un frammento se ne trova nella Corsiniana
della stessa città. Questi codici differiscono pel diverso ordine
in cui sono disposti i documenti, il che ha reso necessaria qualche
differenza di forma nelle prefazioni e comenti del Ricci. L'autografo
(che solo in parte è autografo) non segue l'ordine cronologico, che è
invece serbato nelle due copie fiorentine.
Il Codice fiorentino segnato E, B, 15, 10 è l'autografo; ma in esso
si riscontrano altre due mani, una delle quali ritroviamo anche nel
_Priorista_ RICCI, che si trova nella stessa Nazionale di Firenze,
ed è segnato B, A, 9, p. 2, n. 1. Vi sono poi alcune note marginali
di Scipione de' Ricci. Delle due copie fiorentine, una è il Codice
Palat. 815 (già 21, 2, 692), l'altra, che pare una copia di esso, ha le
indicazioni: Bº, R^i, 5, 1, 16, e II, II, 334. — Il TOMMASINI (_La Vita
e gli Scritti di N. Machiavelli_: Torino, Loescher, 1883) ha dato di
tutti questi Codici un indice copioso con molti estratti e confronti.
[367] Sono le prime fra le lettere pubblicate del Machiavelli. Fra
le _Carte del Machiavelli_, conservate nella Biblioteca Nazionale di
Firenze, in sei cassette, si trova una lettera, che discorre d'un altro
patronato della famiglia, ma non è firmata, e, sebbene sia autografa di
Niccolò, parla di lui come di terza persona. Vedi _Appendice_, doc. IV.
[368] Così apparisce da un documento citato dal NITTI, _Machiavelli
nella vita e nelle opere_: Napoli, 1876, vol. I, pag. 39. Quest'opera
rimase interrotta col I vol., che arriva solo fino all'anno 1512,
prima cioè che il Machiavelli incominciasse a scrivere le sue Opere. Il
cardinale perugino era Giovanni Lopez, spagnuolo.
[369] Il breve _Elogio_ del GIOVIO incomincia: «Quis non miretur in hoc
_Macciavello_ tantum valuisse naturam, _ut in nulla vel certe mediocri
latinarum literarum cognitione_, ad iustam recte scribendi facultatem
pervenire potuerit...?» E più oltre: «Constat eum, sicut ipse nobis
fatebatur, a Marcello Virgilio, cuius et notarius et assecla publici
muneris fuit, graecae atque latinae flores accepisse quos scriptis suis
insereret.» _Elogia doctorum virorum_, auctore PAULO JOVIO: Antuerpiae,
1557, pag. 192-93. Da queste affermazioni inesattissime, come
segue troppo spesso al Giovio, hanno origine quelle che altri molti
ripeterono poi.
[370] «Seppe di greco e di latino a perfezione,» dice il PASSERINI a
pag. X, del _Discorso_ da lui premesso alle _Opere_ (P. M.); ma lo dice
senza provarlo, e senza neppure toccare delle osservazioni fatte in
contrario da scrittori autorevolissimi.
[371] _Storia di Firenze_: ediz. L. Arbib: Firenze, 1843-44, vol. I,
pag. 266.
[372] Nel suo Codice più sopra citato (E, B, 15, 10, pag. 23, e nel
Palat. 815, pag. 8-10) egli dice infatti che le parole del Giovio
non hanno nessun fondamento; che il Machiavelli non fu mai notaio di
Marcello Virgilio, ma Segretario dei Dieci; che il brano di lettera
latina da lui scritta nel dicembre 1497, prova come egli sapesse il
latino. Quel brano, egli aggiunge, è solo un'ottava parte dell'intero,
il resto essendosi perduto perchè lacero il foglio. Ed in quel tempo
Niccolò Machiavelli «appena aveva cominciato a conoscere, non che
a praticare e conversare con Virgilio.» Il codice Palatino, sebbene
disponga i documenti con ordine diverso dall'autografo, ne è però, come
dicemmo, copia fedele. In fine di esso si legge infatti: «Il presente
volume da me Marco Martini, in quest'anno 1726, è stato copiato
dall'esemplare del signor abate Corso de' Ricci, quale esemplare fu
copiato da Giuliano de' Ricci dagli originali di Niccolò Machiavelli,
e questa copia da Rosso Antonio Martini, mio fratello, è stata
collazionata coll'esemplare suddetto di Giuliano de' Ricci.» Le stesse
parole trovansi anche nell'altra copia già ricordata, ma vi furono poi
cancellate, il che ci riconferma nell'opinione che la seconda derivi
dalla prima, sia cioè copia di copia.
[373] Così almeno si può argomentare dall'avergli i parenti affidato la
difesa dei loro diritti nell'affare di Santa Maria della Fagna, e da
qualche altro incarico di simile natura, che assunse assai più tardi.
Suo padre potè facilmente iniziarlo in questi studî, intorno ai quali
però non troviamo nessuna notizia sicura nelle opere del Machiavelli,
nè altrove.
Il GERVINUS nel suo lavoro, _Florentinische Historiographie_, più sopra
citato, si ferma lungamente e con qualche esagerazione a determinare
i danni che vennero, secondo lui, agli studî ed all'ingegno del
Machiavelli dal non aver esso conosciuto la lingua e la cultura greca.
Invece il prof. TRIANTAFILLIS, prima in un suo lavoro intitolato:
_Niccolò Machiavelli e gli scrittori greci_ (Venezia, 1875); poi in un
altro sulla _Vita di Castruccio Castracani_ del MACHIAVELLI, pubblicato
nell'_Archivio Veneto_, crede di aver vittoriosamente provato che
questi conoscesse il greco, e si valesse degli autori greci, leggendoli
nell'originale. I due lavori del Triantafillis mettono certo in
chiaro, che il Segretario fiorentino si valse molto di alcuni scrittori
greci; ma non bastano, secondo noi, a provare che li studiasse nella
lingua originale, e non già nelle traduzioni. Il torto principale del
Triantafillis sta nell'aver creduto che basti esaminare il _Lexicon
bibliographicum_ dell'HOFFMANN, e quando in esso non si trovi citata
una qualche traduzione, già fatta al tempo del Machiavelli, di un
autore greco, del quale egli si valse, possa concludersene senz'altro,
che la traduzione non c'era, e che l'autore fu dal Machiavelli studiato
nell'originale. È evidente che questo metodo non può condurre ad un
resultato sicuro, perchè moltissime furono le traduzioni fatte in
quel secolo, che restarono inedite, e possono quindi essere ignote a
noi. Di qualcuno infatti degli autori, di cui il Triantafillis crede
che non vi fossero allora traduzioni, se ne trova nelle biblioteche
di Firenze più d'una, e nulla vieta di credere che il Machiavelli di
queste o d'altre, che noi non conosciamo, si fosse valso. Il signor
Triantafillis si ferma ancora lungamente a provare, che il dialogo
_Dell'ira o dei modi di curarla_ è quasi una traduzione di Plutarco,
senza però occuparsi punto di esaminare se l'opinione degli scrittori i
quali autorevolmente affermarono che quel lavoro non è del Machiavelli,
sia fondata. Oltre di che, nella Laurenziana trovasi (come apprendo dal
prof. E. Piccolomini, che ho più volte consultato in questa questione)
un'antica traduzione appunto di quell'opuscolo di Plutarco, attribuita
a Coluccio Salutati, della quale il Machiavelli potrebbe in ogni caso
essersi valso. I due lavori del prof. Triantafillis adunque, per quanto
sotto altri aspetti lodevoli, non mutano lo stato della questione,
e non ci rimuovono dalla nostra opinione, che del resto è quella più
generalmente accettata. Si potrebbe qui aggiungere come il RICCI, nel
suo _Priorista_, ricordi che il Machiavelli compose un ragionamento, in
forma di commedia, il quale andò poi perduto, ed era intitolato: _Le
Maschere_. In esso l'autore imitava, ad istigazione di M. Virgilio,
le _Nuvole_ ed altre commedie di Aristofane, facendo amara satira
di molti suoi contemporanei. Questo fatto però non potrebbe dare un
argomento in favore della tèsi sostenuta dal prof. Triantafillis,
perchè si tratta solo di una generica imitazione, per la quale bastava
una qualsiasi illustrazione o comento, fatto in iscritto o a voce dallo
stesso M. Virgilio o da altro professore dello Studio fiorentino. Diamo
in _Appendice_ (doc. V) una lettera che ci ha indirizzata a questo
proposito il nostro amico prof. E. Piccolomini. — Il signor G. ELLINGER
ha poi pubblicato un suo lavoro: _Die antiken Quellen der Staatslehere
Machiavelli's_: Tübingen, 1888. In esso si discorre dei molti autori
antichi dei quali il Machiavelli si valse nelle sue opere politiche. Ne
riparleremo.
[374] Questo si cava dall'esame dei Registri della Repubblica
nell'Archivio fiorentino. Le legazioni ed istruzioni ad ambasciatori
dal 1499 al 1512 sono talora in nome dei Signori, tal'altra dei Dieci,
o anche degli uni e degli altri. (Archivio fiorentino, Cl. X, dist. I,
num. 105). Alle lettere dirette alla Signoria, spesso per delegazione
rispondevano i Dieci. Secondo lo Statuto del 1415 (stampato nel 1781,
colla data di Friburgo, vol. II, pag. 25 e seg.) essi potevano nominare
sindaci, procuratori, ambasciatori, cursori, ecc.; non però destinare
ambasciatori al Papa, Imperatore o ad un re o regina, senza il consenso
dei Priori e Collegi, ai quali più specialmente tali nomine spettavano.
Generalmente si richiedeva anche l'approvazione del Consiglio.
[375] _Bartolomei Scalae Collensis, Vita_, auctore DOMINICO MARIA
MANNIO: Florentiae, 1768.
Il PASSERINI nel suo _Discorso_ a pag. XII, _Opere_ (P. M.), vol.
I, afferma che il Machiavelli, «desideroso di avviarsi al servizio
del suo paese, si pose, intorno al 1494, sotto la direzione di
Marcello Virgilio Adriani, nella seconda cancelleria del Comune.»
Ma non sappiamo dove mai abbia potuto trovare che prima del 1498 il
Machiavelli e Marcello Virgilio fossero già regolarmente in ufficio:
non certo nei documenti. È ben vero che, con deliberazione del 28
dicembre 1494 (_Deliberazione dei Signori_, reg. 86, a c. 120^t),
formandosi allora il nuovo governo, vennero cassati Bartolommeo Scala
ed altri ufficiali delle cancellerie. Ma il 31 dicembre seguente
i Priori «attenta capsatione facta per dictos Dominos de domino
Bart. Sch., et attenta necessitate Palatii et negotiis eiusdem,» lo
rielessero. E così restò in ufficio fino al 1497, come risulta dai
documenti, e come ricorda anche il MANNI nella _Vita_ di lui. Nella
riforma della cancelleria, deliberata poi nel Consiglio Maggiore il 13
febbraio 1498 (stile nuovo), è detto che il «primo cancelliere, cioè
dove serviva Bartholomeo Schala,» abbia un salario di fiorini 330. E
poco più oltre, parlando dei Segretari della Signoria, si accenna a
quello «dove ha servito Alessandro Braccesi,» che infatti era stato
allora appunto dimesso, e venne poi sostituito dal Machiavelli.
(_Provvisioni_, reg. 189, a carte 56^t-58). — Tuttavia recentemente
il Dr. DEMETRIO MARZI, (_La Cancelleria fiorentina_, pag. 287, Rocca
S. Casciano, Cappelli, 1910) osservò che non solo il Passerini, ma
anche altri scrittori dicono che nel 1494 o 1495 il Machiavelli fu
adoperato nella Cancelleria. Ed aggiunse ancora che Agostino Vespucci
suo collega, in una lettera che gli scrisse il 20 ottobre 1500,
ricordava, che essi erano già stati in ufficio un quinquennio. Ne
concluse perciò che possa indursi, che tra il 1494 e 1495, quando, dopo
il mutamento del governo, molti della Cancelleria furono dimessi o si
dimisero, il Machiavelli potè essere stato chiamato a servire in essa
provvisoriamente quale straordinario. Questo, egli dice, spiegherebbe
ancora come mai nel 1498 potesse, in età di soli 29 anni, senza altri
titoli, essere eletto segretario.
[376] L'atto di nomina del Machiavelli fu più volte pubblicato, sempre
però con qualche omissione. Recentemente lo ripubblicava il PASSERINI,
nel volume citato, a pag. LIX; ma di due documenti ne fece uno solo,
avendo, al principio del secondo paragrafo, omesso la data: _Die XVIIII
mensis iunii_, dalla quale apparisce che la deliberazione del Consiglio
Maggiore fu presa quattro giorni dopo quella del Consiglio degli
Ottanta. (Archivio fiorentino, Cl. II, n. 154, a carte 104). I due
decreti sono scritti in margine del foglio indicato. Questa filza porta
anche l'indicazione più moderna: _Signori e Collegi, Deliberazioni_,
reg. duplicato 169.
[377] Tutto ciò spiega perchè lo chiamarono il Segretario fiorentino,
e perchè nei documenti è detto ora segretario dei Dieci, ora della
Signoria, ora della seconda cancelleria.
[378] A questa conclusione siamo venuti esaminando la riforma del 28
dicembre 1494, quella del 13 febbraio 1497 (98), più sopra citata,
e gli ordini di pagamento, uno dei quali può vedersi nell'Archivio
fiorentino, Cl. XIII, dist. 2, n. 69, a c. 142.
[379] ANGELO MARIA BANDINI, _Collectio veterum aliquot monumentorum_:
Aretii, 1752. Nella prefazione parla di Marcello Virgilio, di cui
si può vedere l'elogio anche nel vol. III degli _Elogi storici degli
uomini illustri toscani_: Firenze, 1766-73.
Il BANDINI, nella citata prefazione, dice: «Id vero in Marcello mirum
fuit, quod etsi publice florentinam iuventutem humanioribus literis
erudiret, nomine tamen Reipublicae literas scribendi munus numquam
intermiserit.» Dopo la prefazione, si trovano in questo volume lettere
indirizzate a Marcello dal Calcondila (1496), da Roberto Acciaioli, da
Aldo Manuzio (1499) e dal card. Soderini (1508), nelle quali si parla
sempre di ricerche d'antichi classici, scoperte d'antichi monumenti,
ecc. Vedi anche PREZZINER, _Storia del pubblico Studio_, ecc., vol.
I, pag. 181, 187 e 190; FABRONI, _Historia Academiae Pisanae_, vol.
I, pag. 95, 375 e 377. Da una lettera inedita di Marcello Virgilio
al Machiavelli, che citeremo più oltre, si vede chiaro che anche nel
1502, quando questi era presso il Valentino, Marcello Virgilio dirigeva
la prima segreteria, e continuava le sue lezioni. Di ciò parlano il
VALERIANI, _De literatorum infelicitate_: Venetiis, 1630, pag. 71,
e il BANDINI, a pag. XIX della citata prefazione. — Molte notizie
su Marcello Virgilio Adriani e i suoi scritti si trovano in WILHELM
RÜDIGER, _Marcellus Virgilius Adrianus aus Florenz_. Halle a. S., Max
Niemeyer, 1898.
Fu sepolto nella tomba di famiglia, nella chiesa di S. Francesco a S.
Miniato al Monte, fuori delle mura. Ivi è il monumento di famiglia con
una iscrizione. Più tardi vi fu messo il busto di Marcello Virgilio,
con quest'altra iscrizione:
_Suprema nomen hoc solo_
_Tantum voluntas iusserat_
_Poni, sed hanc statuam prius_
_Erexit haeres, nescius_
_Famae futurum et gloriae_
_Aut nomen aut nihil satis._
Da queste ultime parole potè forse essere suggerita la bella iscrizione
che fu messa più tardi sulla tomba del Machiavelli in Santa Croce. Il
figlio di Marcello Virgilio, G. B. Adriani, lo storico, ed il nipote
sedettero sulla stessa cattedra del padre e dell'avo.
[380] Molti sono i ritratti che, senza ragioni sufficienti, si dicono
del Machiavelli. Ricordiamo prima di tutti il busto in marmo, con la
data del 1495, che fu messo nella Galleria degli Uffizi l'anno 1824,
e passò poi al Museo Nazionale, nel Palazzo del Bargello. Esso porta
sempre il nome del Machiavelli, sebbene adesso ne sia generalmente
negata l'autenticità. Negli Uffizi si trova ancora una maschera
in gesso, che si dice formata sul cadavere del Machiavelli. Ma dai
documenti che ivi si conservano, apparisce che la maschera fu rinvenuta
fra il 1840 e 48, nell'armadio d'una cantina della casa abitata già dal
Machiavelli (Via Guicciardini, n. 16); e che solo perciò fu supposta
di lui, sebbene il gesso non abbia neppur ora l'apparenza di molta
antichità, nè, che si sappia, vi sia nessuna antica tradizione, che ne
ricordi l'esistenza.
Presso la Società Colombaria si trova un antico ritratto in terra
cotta colorata, che da qualcuno si volle attribuire al Machiavelli.
Ma la Società cominciò solamente nel secolo passato; ebbe in dono
questo ritratto, senza però che nessun documento accerti che sia di
lui. Il signor Seymour Kirkup, dotto Inglese, che fu anche pittore,
e lungamente dimorò in Firenze, possedeva un busto in terra cotta,
che egli acquistò da un rivendugliolo, e lo credeva fermamente del
Machiavelli, anzi lo supponeva formato sul cadavere. Questo busto,
andato in Inghilterra, dopo che il proprietario morì a Livorno, ha una
qualche lontana somiglianza con quello della Colombaria, specialmente
pel naso aquilino, che non hanno gli altri ritratti. Io ricordo d'aver
più volte sentito dire dallo stesso signor Kirkup, non so però con
quale fondamento, che quel busto era uscito dalla Colombaria, in uno
sgombero che essa fece. Sembra un lavoro non finito; i capelli infatti
sono messi solamente al lato destro della maschera. Forse una certa
somiglianza può trovarsi fra questi due busti e la testa assai piccola,
assai brutta, assai male incisa sul frontespizio della edizione delle
_Opere_ del MACHIAVELLI, che fu fatta nel 1550, ed è chiamata la
_Testina_.
V'è però un'altra serie di ritratti, che sono di un tipo assai
diverso, e con maggiore fondamento si possono dire del Machiavelli.
E prima di tutti poniamo il busto che pare in terra cotta, ma è di
stucco colorito, e trovavasi nella casa dei Ricci, parenti come si
sa del Machiavelli, di cui conservarono lungamente le carte. Con
la morte della marchesa Ricci-Piccolellis, esso venne in eredità al
conte Bentivoglio d'Aragona, e fu allora inciso ed illustrato nella
_Revue Archéologique_ (gennaio-giugno, Parigi, 1887). Io lo esaminai
in compagnia d'alcuni artisti, che lo giudicarono lavoro certamente
antico, ma di merito assai secondario come opera d'arte. Dalle
_Memorie_ di SCIPIONE DE' RICCI (vol. II, pag. 13, ediz. Le Monnier),
risulta chiaro che questo busto, conservato religiosamente nella sua
famiglia, ritenevasi formato sul cadavere del Machiavelli, e che se ne
era fatta una copia in gesso, la quale fu data ad amici che volevano
riprodurla. Probabilmente di essa si valse il pittore Santi di Tito (n.
1536, m. 1603), nel fare quel suo ritratto del Machiavelli, che venne
più volte inciso, e che ora non si sa più dove si trovi.
Quando lo scultore Bartolini lavorava la sua bella statua, che è sotto
gli Uffizi, cercò ed esaminò tutti i ritratti allora conosciuti del
Machiavelli. Nel suo studio si conserva ancora un busto in gesso, che
somiglia molto a quello in stucco di casa Ricci; ma è migliore assai
come opera d'arte, ed io ne possiedo un calco, che feci eseguire dal
formatore Nelli. Sembra un lavoro antico, che il Bartolini prescelse
per eseguire la sua statua, la quale par da esso veramente ispirata.
Non so come nè dove il Bartolini lo trovasse; probabilmente è il gesso
di cui parla Scipione de' Ricci. Sia comunque, il busto in stucco,
questo dello studio Bartolini, il ritratto dipinto da Santi di Tito e
la statua dello stesso Bartolini riproducono tutti un medesimo tipo,
diverso assai dal busto della Colombaria, da quello del Kirkup e dalla
così detta maschera degli Uffizi. Il naso non è aquilino, ma diritto
e piccolo; v'è una espressione di sottigliezza, di accortezza, quasi
di furberia, tanto che, se non fosse la certezza di un'antichità più
o meno remota, si direbbe un concepimento moderno del Machiavelli
tradizionale.
[381] NARDI, _Storia di Firenze_, vol. I, pag. 174.
[382] Il NARDI dice che la condotta di Paolo e Vitellozzo, consigliata
dal Moro, fu fatta d'accordo col re di Francia «ed a soldo comune del
detto Re e del popolo fiorentino.» _Storia di Firenze_, vol. I, pag.
173.
[383] Questa Orazione trovasi nella Biblioteca Laurenziana, Plut.
LXXXX, cod. 29: _Oratio pro eligendo imperatore exercitus Paullo
Vitellio, et dandis illi militaribus imperatoriis signis_. In essa
l'oratore accenna a pericoli che aveva corsi recentemente, forse nei
casi del Savonarola: _Scitis enim omnes quantis vitae periculi his
diebus iactatus sim, quantoque metu coactus sim fugere presentem ubique
mortem, quam nescius ipse mecum forte trahebam_.
[384] NARDI, _Storia di Firenze_, vol. I, pag. 176.
[385] Di questo don Basilio abate di San Felice in Piazza, e poi
vicario generale dei Camaldolesi, il MACHIAVELLI dice nei suoi
_Frammenti storici: Cuius fuit summa manus in bello, et amor et fides
in patriam. Opere_, vol. II, pag. 366.
[386] Vedi le _Storie di Firenze_ del NARDI e del GUICCIARDINI. Quanto
alla somma che dovevano pagare i Fiorentini ai Veneziani, il Nardi
dice 100,000 ducati in 12 anni, il Guicciardini 150,000 in 15 anni. Il
_Diario_ del BUONACCORSI ha qui una lacuna, e l'autografo, che è nella
Riccardiana, ha una nota, la quale dice, che l'autore sospese il lavoro
per essere stato sei mesi assente da Firenze. Osserviamo che questo
basterebbe a smentire, se pur ve ne fosse bisogno, l'opinione di chi
volle attribuire il _Diario_ del BUONACCORSI al Machiavelli, che allora
certo non fu sei mesi assente. Ma di ciò più oltre.
[387] La lettera dei Dieci, che dà la commissione al Machiavelli, in
data 24 marzo 1498 (stile fiorentino), e trovasi fra le _Legazioni_,
nelle _Opere_ a stampa, è generalmente preceduta, per errore, da
un'altra del novembre 1498, la quale, come si osserva giustamente nella
edizione (P. M.), inviava colà Niccolò Mannelli, non il Machiavelli.
[388] Secondo la riforma del 2 dicembre 1494, i Dieci duravano in
ufficio sei mesi. (Archivio fiorentino, _Provvisioni_, reg. 186, a c.
4). Per deliberazione del Consiglio degli Ottanta (11 maggio 1495),
l'elezione doveva esser fatta nel Consiglio Maggiore. Secondo la
riforma del 27 aprile 1496 (_Provvisioni_, reg. 188, a c. 16 e segg.),
fu stabilito che i «Commissarî, così generali come particolari nel
dominio, si eleggano nel Consiglio degli Ottanta, sulla proposta dei
Dieci, che presenteranno 10 nomi da porre a partito.» In caso urgente
potevano anche di propria autorità mandare in campo un Commissario
per quindici giorni, e procedere poi alla regolare elezione, la quale,
come è naturale, assai spesso confermava in ufficio quello già mandato
dai Dieci. Questi potevano inoltre prorogare il tempo dell'elezione
fino a sei mesi, mantenendo intanto nell'ufficio il Commissario da
essi inviato. E qui nascevano molti abusi, giacchè, per favorire gli
amici, si mandavano d'urgenza commissarî, quando l'urgenza non v'era;
si confermavano poi di quindici in quindici giorni, e finalmente
si cercava di farli eleggere dal Consiglio. Oltre le nomine dei
«commissarî e rettori dei luoghi,» i Dieci deliberavano le condotte per
le milizie, e le spese della guerra, cose tutte che potevano aprir la
porta ad altri abusi.
[389] Vedi GUICCIARDINI, _Storia fiorentina_, pag. 202 e segg., e
NARDI, op. cit., vol. I, pag. 189-91. Questo secondo scrittore, a
pag. 184, nel parlare delle strettezze della Repubblica, racconta
d'un Lorenzo Catucci, il quale offerì ad essa in dono mille fiorini, e
cinquemila in prestito, per cinque anni, purchè «gli fosse conceduto
il beneficio dello Stato per le Arti minori.» La sua domanda fu
respinta, ma, venuto il giorno in cui il beneficio si poteva legalmente
concedere, il Catucci fu messo a partito per le Arti maggiori, ed
ottenne così gratuitamente più di quello che aveva chiesto per danaro.
Ciò prova che allora esistevano ancora virtù repubblicane a Firenze.
Una provvisione del 31 maggio 1499 (Archivio fiorentino, _Consigli
Maggiori, Provvisioni_, reg. 191, a c. 10^t) stabilisce nuove norme per
l'elezione dei magistrati, giacchè occorrendo allora, per ottenere la
maggioranza legale dei voti, radunare più volte il Consiglio Maggiore,
molti si stancavano e non andavano alle adunanze. Si deliberò quindi
che tutti coloro i quali ottenevano il voto della metà più uno dei
presenti, venissero imborsati, e fra di loro decidesse poi la sorte.
Quanto ai Dieci, venne sospesa ogni deliberazione, fino a che gli
Ottanta non avessero, con due terzi dei voti, dichiarato se volevano
che un tale ufficio continuasse o no.
[390] È singolare che il NARDI, contemporaneo e fedele storico, la dica
(op. cit., vol. I, pag. 34) sorella del Moro, quando ella stessa, nelle
sue lettere ai Fiorentini, lo chiama il _nostro barba_, cioè zio.
[391] Pier Francesco de' Medici padre di Giovanni (1467-98) era figlio
di quel Lorenzo, che fu fratello minore di Cosimo _padre della patria_.
Il padre di questi due fratelli fu, come è noto, Giovanni de' Medici
vero fondatore della casa. Il ramo primogenito, cioè la discendenza di
Cosimo, si estinse l'anno 1537 in Alessandro, ucciso da Lorenzino de'
Medici. Dal ramo secondogenito vennero i granduchi di Toscana.
[392] Abate ANTONIO BURRIEL, _Vita di Caterina Sforza_, 3 vol. in-4:
Bologna, 1795; T. A. TROLLOPE, _A Decade of Italian Women_: London,
1859, due volumi. — Il senatore conte P. D. PASOLINI ha recentemente
pubblicato un'opera in tre volumi, che tratta il soggetto ampiamente e
compiutamente, con moltissimi nuovi documenti (_Caterina Sforza_: Roma,
Loescher, 1893).
[393] Vedi la _Istruzione al Machiavelli_, deliberata il 12 luglio
1499, nelle _Opere_, vol. VI, pag. 7.
[394] Lettera del 17 luglio, nella _Legazione a Caterina Sforza_.
[395] I Fiorentini ne avevano bisogno senza indugio, «perchè il
capitano sollecita, stringe e infesta ogni ora.» Così dice la lettera
del 18 luglio, firmata Marcello Virgilio. Questa ed altre dello stesso,
che sono però di poca o nessuna importanza, trovansi nella Biblioteca
Nazionale di Firenze (_Carte del Machiavelli_, cassetta II), e furono
pubblicate dal PASSERINI, insieme con la _Legazione a Caterina Sforza
di Forlì_, nel terzo volume delle _Opere_ (P. M.).
[396] Vedi la _Legazione a Caterina Sforza_, che è la prima in tutte le
edizioni. Contiene sette lettere del Machiavelli, dal 16 al 24 luglio.
_Opere_, vol. VI, pag. 11-31.
[397] Per questa legazione furono dati al Machiavelli, con
deliberazione del 31 agosto 1499, fiorini diciannove larghi in oro,
«per rifacimento di spese fatte in andare, stare e tornare in giorni
diciannove, incominciati addì 13 di luglio, e finiti per tutto il primo
del presente.» Il documento fu pubblicato nelle _Opere_ (P. M.) vol.
III, pag. 32, nota 2.
[398] «Il spettabile Ioanni mio auditore.» Vedi la lettera della
Contessa in data del 3 agosto 1499, nelle _Opere_, vol. VI, pag. 31.
[399] Di queste lettere, scritte dal Buonaccorsi nel luglio se ne
trovano nella Biblioteca Nazionale di Firenze tre, di cui due in data
del 19, una del 27. _Carte del Machiavelli_, cassetta II, numeri 1, 77,
78. Le diamo in _Appendice_, documento VI.
Biagio Buonaccorsi, fedele al Machiavelli anche quando questi cadde più
tardi nella sventura, e molti lo assalivano per la pubblicazione del
Principe, nacque nel 1472, e sposò una nipote di Marsilio Ficino, la
quale fu poi amica della moglie del Machiavelli. Le sue poesie restano
inedite nelle biblioteche di Firenze. Scrisse la _Impresa fatta dai
Signori fiorentini l'anno 1500 con le genti francesi, per espugnare
la città di Pisa, capitano monsignor di Belmonte_. Questo breve
lavoro, utile per la esattezza delle notizie che dà, venne pubblicato
da F. L. POLIDORI nell'_Arch. Stor. It._, vol. IV, parte II. Sono 19
pagine, precedute da una prefazione del Polidori, che in essa raccolse
varie notizie intorno all'autore. Questi pubblicò, ai suoi tempi, una
lettera dedicata a Girolamo Benivieni, la quale discorre del comento
di Pico della Mirandola alla _Canzone dell'amor divino_, scritta dallo
stesso Benivieni. Vedi _Opere_ di GIROLAMO BENIVIENI: Firenze, Giunti,
1519. Ma il lavoro principale del Buonaccorsi è il _Diario_ dei fatti
seguiti in Italia, massime in Firenze, dal 1498 al 1512, durante il
qual periodo di tempo, esso ed il Machiavelli stettero insieme nella
seconda cancelleria della Repubblica, per uscirne insieme, quando mutò
il governo. Il _Diario_ fu pubblicato a Firenze l'anno 1568 dal Giunti,
ed ha certo importanza storica, perchè composto, quantunque con assai
poca arte, sulle lettere della cancelleria. Il suo stile non si può
in nessun modo paragonare con quello del Machiavelli, sebbene qualcuno
abbia avuto la strana idea di attribuire a lui il _Diario_.
L'AMMIRATO, nelle _Famiglie nobili fiorentine_, a pag. 103, accennò ad
un _piccolissimo quadernuccio_, scritto di mano del Machiavelli, «per
metterlo forse nell'historia, che di poi non seguì.» In conseguenza
di ciò, negli _Elogi di Uomini illustri toscani_ (Firenze, 1766-73,
vol. I, pag. 37), fu scritto che un letterato aveva scoperto come il
_Diario_ non fosse del Buonaccorsi, ma del Machiavelli, e si osservava
ancora che il _Diario_ comincia quasi là dove i _Frammenti storici_,
che fanno seguito alle _Storie_ del MACHIAVELLI, finiscono. Il MORENI,
nella _Bibliografia della Toscana_, ripetè la stessa osservazione senza
combatterla. Pure sarebbe stato assai facile notare che l'Ammirato
citava un brano del _quadernuccio_, e che questo brano era il ritratto
di Niccolò Valori, scritto dal MACHIAVELLI, e pubblicato fra le
_Nature di Uomini illustri fiorentini_. Queste potevano formare un
quadernuccio, ma il _Diario_ è invece un volume di mole discreta. Così
si sarebbe evitata una ipotesi in nessun modo sostenibile.
Inoltre, tutti i Mss. antichi del _Diario_ portano il nome del
Buonaccorsi, e quello che si conserva nella Riccardiana di Firenze
(Codice 1920), ed è l'autografo, ha, come abbiamo già osservato, la
postilla che ricorda l'assenza dell'autore da Firenze, in un tempo
nel quale il Machiavelli non era certo assente. Si volle da qualcuno
sostenere ancora che la scrittura del _Diario_ autografo si potesse
confondere con quella del Machiavelli; ma basta paragonarle fra loro,
per accertarsi del contrario. Del resto, è superfluo fermarsi troppo su
di ciò, e notiamo invece che il _Diario_ si trova quasi tutto di sana
pianta riportato nella _Storia di Firenze_ di IACOPO NARDI, il quale ne
corresse solo alquanto la forma.
[400] Archivio fiorentino, _Lettere de' Dieci di Balìa_, 1499, Cl. X,
dist. 3, n. 91. Secondo il nuovo ordinamento dell'Archivio, la stessa
filza ha anche l'indicazione: _Signori, Missive_, n. 21. La lettera qui
sopra citata è del 5 agosto, e trovasi a carte 64.
Da questo momento noi cominciamo a valerci delle lettere d'ufficio,
scritte dal Machiavelli, che si trovano in grandissimo numero ancora
inedite nell'Archivio fiorentino. Più di 4100 sono le schede delle sole
lettere autografe, nelle quali vanno però comprese alcune legazioni
e circa 264 lettere pubblicate dal CANESTRINI negli _Scritti inediti
di N. Machiavelli_. Queste lettere erano scritte di mano propria del
Machiavelli nei minutarî o protocolli, e poi copiate nei registri da
ufficiali della cancelleria. Naturalmente non tutte quelle dei minutarî
sono di mano del Machiavelli, sebbene da lui ispirate; ma il suo
autografo si riconosce in modo da non lasciar dubbio. Delle lettere
scritte nell'agosto 1499 non abbiamo trovato il minutario, ma solo il
registro, e però quelle pochissime che citiamo come scritte da lui
in questo mese, le abbiamo supposte tali solamente dallo stile. Dal
1º settembre in poi (lo noti bene il lettore), tutte le lettere che
citiamo senz'altra osservazione, sono del Machiavelli, e se ne trova
l'autografo.
[401] Lettera del 7 agosto, a carte 68 del Registro sopra citato.
[402] NARDI, _Storia di Firenze_, vol. I, pag. 196 e seg.
[403] GUICCIARDINI, _Storia fiorentina_, pag. 204.
[404] Lettera del 14 agosto, a carte 74 del Registro citato.
[405] A questo punto, una mano contemporanea ha scritto in margine del
Registro: _Quantus moeror_.
[406] Diamo in _Appendice_ questa lettera del 20 agosto, insieme con
un'altra del 15 nei documenti VII e VIII.
[407] Anche questa lettera del 25 agosto diamo in _Appendice_,
documento IX.
[408] Vedi negli _Scritti inediti di Niccolò Machiavelli_, illustrati
da G. CANESTRINI (Firenze, Barbèra, Bianchi e C., 1857), le lettere
dell'8, 10 e 13 settembre, e quella del 27 ottobre 1499, a pag. 81, 82,
85 e 118.
Il Canestrini ha in questo volume ristampate le lettere scritte dal
Machiavelli, quando ordinò la milizia in Firenze, che già erano state
da lui pubblicate nell'_Arch. Stor. It._ Vi ha poi aggiunto molte
altre lettere inedite. In tutto sono 264, e trattano sempre affari
della Repubblica. Salvo quelle che risguardano la milizia, la scelta
può dirsi fatta a caso, senza un concetto, senza un vero ordine
cronologico, e senza una vera distribuzione per materie. Salta da
una lettera all'altra, tralascia brani più o meno lunghi di quelle
che pubblica, senza dirne la ragione, e senza neppure avvertirne il
lettore. Evidentemente poi egli non conobbe o non esaminò la massima
parte delle lettere d'ufficio scritte dal Machiavelli, avendone
pubblicate molte che non hanno valore, e tralasciato un grandissimo
numero di assai importanti.
[409] NARDI, _Storia di Firenze_, vol. I, pag. 199-200.
[410] _Scritti inediti_, a pag. 95. Vedi anche la lettera del 29
settembre a pag. 96, e le altre che seguono sullo stesso argomento.
[411] NARDI, _Storia di Firenze_, vol. I, pag. 201 e 202. Quello stesso
giorno 28 settembre, Paolo Vitelli scrisse da Cascina, dopo essere
stato fatto prigione, una lettera ad un tal Cerbone da Castello, la
quale si trova fra le _Carte del Machiavelli_, cassetta II, n. 75. Il
NARDI ci dice infatti (op. cit., vol. I, pag. 204) che questo Cerbone
fu preso ed esaminato, e che gli si trovarono addosso lettere e carte
che si riferivano al Vitelli. Vedi la lettera in _Appendice_, documento
X.
[412] _Opere_, vol. V, pag. 364.
[413] Archivio dei Frari, Consiglio dei Dieci, Misti, vol. 275, anno
1495-98, carte 213^t. Il primo a richiamare l'attenzione su questi
documenti e sulla loro importanza fu il BROSCH, nell'_Historische
Zeitschrift_ del SYBEL (XXXVIII, 165). Risulta da essi, che i Veneziani
trattarono a lungo con Piero dei Medici per rimetterlo in Firenze
con l'aiuto del Vitelli, discorrendo i modi e le condizioni. Vedi
_Appendice_, documento XI.
[414] Dalle notizie che il Machiavelli mandava, nell'aprile e luglio
1499, a Francesco Tosinghi, commissario nel campo di Pisa, risulta
manifesto che i Fiorentini, stretti dalla Francia e dal Moro, non
si dichiaravano, «temporeggiando coll'uno e coll'altro, usando il
benefizio del tempo.» Vedi nelle _Opere_, vol. VIII, la lettera V, in
data 6 luglio 1499, e le due precedenti.
La lettera del 27 settembre, da noi più sopra citata, nella quale i
Fiorentini, raccomandando che si pigliasse subito il Vitelli, dicevano
di esser decisi a far capire, «massime alla Cristianissima Maestà,» che
volevano essere rispettati, conferma che sospettavano davvero, che il
Vitelli, amico di Francia, menasse in lungo le cose, per vedere prima
l'esito della guerra in Lombardia.
[415] NARDI, _Storia di Firenze_, vol. I, pag. 210.
[416] Il signor NITTI (op. cit., vol. I, pag. 67 e segg.) pubblica,
a questo proposito, una lettera che si trova fra le _Carte del
Machiavelli_ (cassetta I, n. 49) senza indirizzo, senza data e senza
firma. Egli, pur notandovi «il disordine delle idee e la eccezionale
verbosità,» la crede del Machiavelli perchè autografa. Io, per
le ragioni che dirò in _Appendice_, doc. XII, dove la ripubblico
riscontrata sull'originale, non la credo di lui. Osservo intanto che
fra le carte del Machiavelli sono più lettere o scritti non suoi, di
sua mano copiati, per obbligo d'ufficio o per altre ragioni. Un esempio
ce ne ha già dato il nostro documento IV.
Nel giugno 1501 fu preso ed esaminato un tale Piero Gambacorti,
che aveva servito i Pisani. Anche il suo processo, che trovasi
nell'Archivio fiorentino, è scritto in parte di mano del Machiavelli.
Interrogato come andò la cosa di Stampace, disse che i Pisani credevano
tutto perduto: «ogni uomo si abbandonò, et tutto il sabato et mezza la
domenica Pisa stette vostra.» Egli se ne andò, perchè non vi vedeva
rimedio; diversi soldati et conestabili s'apparecchiavano a partire;
«ma veduto che i vostri non seguivano la vittoria, si tornò ai bastioni
et alle mura.» Domandato se credeva che Paolo Vitelli avesse tradito,
rispose che non poteva affermare il tradimento, poteva bene affermare
che Pisa stette un giorno e mezzo nelle mani di lui. Che anzi lo
aveva in Faenza detto a Vitellozzo, il quale rispose, che non sapevano
allora in che termini si trovassero i nemici; che credevano aver fatto
abbastanza pigliando Stampace, e la volevano fortificare per prendere
poi la città; «et che la natura di Pagolo era di volere risparmiare e'
suoi fanti, et «nolli mettere ad pericolo.» Alcuni degli atti di questo
processo, vennero pubblicati dal PASSERINI nelle _Opere_ (P. M.), vol.
III, pag. 73 e seg. Ma neppur questi noi porremo fra le _Opere_ del
Machiavelli (sebbene scritti in parte di sua mano), perchè egli di
veramente suo potè mettervi poco o nulla.
[417] _Opere,_ vol. II, pag. 380. Intorno all'anno, in cui fu scritto
questo _Discorso fatto al Magistrato dei Dieci_, qualche dubbio può
nascere appunto dall'essere diretto ai Dieci, che nel 1499 non furono
eletti. Pure, leggendolo, riesce assai difficile metterlo in altro
anno, perchè accenna al _fresco esempio_ dei Veneziani, che avevano
abbandonato i Pisani, i quali si trovavano «non accettati da Milano,
discacciati dai Genovesi.» Ora il fatto dei Veneziani seguì nella
fine del 1498, e verso la fine del 1499 in Milano erano già entrati i
Francesi. Oltre di che, se i Dieci non furono eletti nel 1499, il loro
ufficio non fu soppresso, ma solo per alcuni mesi sospeso. Essi vennero
rieletti verso la fine del 1500, e intanto la loro cancelleria aveva
continuato sempre a trattar come prima gli affari della guerra, e così
era continuata come prima la serie dei loro protocolli e dei registri.
[418] NARDI, I, 209. Tra i _Sonetti_ del PISTOIA (Torino, Loescher,
1888) se ne trova uno (334), che incomincia:
Pur tornò Italia al Duca di Milano.
Chi negarà ch'el non sia un Dio in terra?
Chi farà senza lui pace e guerra?
Chi dirà ch'el non abbi il mondo in mano?
[419] NARDI, _Storia di Firenze_, vol. I, pag. 209-10.
[420] Il PISTOIA, al solito, mutò ben presto linguaggio. Il suo Sonetto
378 finisce:
O Ludovico vale!
Ch'io vedo la tua piaga di tal sorte
Ch'el medico di lei serà la morte.
[421] Nell'Archivio fiorentino si trovano alcune lettere con le quali
si mandava Niccolò Machiavelli presso il Trivulzio, per determinare
queste somme. Ma poi, mutato avviso, le lettere non furono spedite, ed
egli non partì. Vedi _Opere_ (P. M.), vol. III, pag. 33 e seg.
[422] MOLINI, _Documenti di Storia italiana_: Firenze, 1836-37, vol.
I, pag. 32-36. Il DESJARDINS riporta un sunto della convenzione, cavato
dall'Archivio fiorentino. Vedi _Négociations_, ecc., vol. II, pag. 26,
nota 1.
[423] Il BUONACCORSI (_Diario_, pag. 30), nel determinare questa somma
è assai confuso, ci pare però d'averlo interpretato con precisione;
il NARDI (_Storia di Firenze_, vol. I, p. 223) copia letteralmente il
Buonaccorsi.
[424] Il BUONACCORSI nel _Diario_ dice, che s'erano fissati 5000
Svizzeri, ma che poi ne furono trovati 2000 di più, ai quali bisognò
pure dar due paghe; ma nell'_Impresa contro Pisa_, ecc. (_Arch. Stor.
It._, vol. IV, parte II, pag. 404), che discorre più specialmente di
questi fatti, dice invece che s'erano fissati 4000 Svizzeri e 2000
Guasconi; ma ne furono trovati 1200 di più, ai quali fu necessario dare
una paga, perchè se ne tornassero a casa.
[425] Una delle lettere dell'Albizzi, scritta il 24 giugno, era datata:
_Ex terribilibus Gallorum castris_, il che dimostra che già i guai
erano grossi. Essa trovasi inedita nell'Archivio fiorentino, ed è, come
la più parte delle altre che formano questa commissione, scritta di
mano del Machiavelli, ma poco importante.
[426] Tra le _Carte del Machiavelli_ (cassetta I, n. 83) trovasi una
narrazione dei fatti allora seguìti, scritta da Biagio Buonaccorsi e da
Agostino Vespucci, ambedue della cancelleria, e compilata per dovere
d'ufficio. In un punto il Buonaccorsi dice, che l'Albizzi non voleva
lasciar partire il Ridolfi, per non restar solo al campo, e nel margine
una nota d'altra mano scrisse: _Mentiris Blasi_. Là dove il medesimo
scrittore dice che l'Albizzi si governava in ogni azione sua con
prontezza d'animo, la stessa mano pose in margine: _Immo temerarie_.
Anche il BUONACCORSI, nella sua _Impresa contro Pisa_, ecc., rese la
più ampia testimonianza di lode al coraggio, che del resto, era assai
ben noto, dell'Albizzi. Le due postille marginali non sono di mano
del Machiavelli, come parve al Passerini, che pubblicò quel brano di
narrazione nel terzo volume delle _Opere_ (P. M.).
[427] Più tardi il MACHIAVELLI, ne' suoi _Discorsi sopra la prima Deca
di Tito Livio_ (libro I, cap. XXXVIII), biasimò questo procedere dei
Fiorentini; ma di ciò non dobbiamo ora occuparci.
[428] Questa lettera trovasi con altre nell'Archivio fiorentino. Ne
parleremo più innanzi.
[429] BUONACCORSI, _Diario_, pag. 32 e seg. Vedi anche l'_Impresa
contro Pisa_, ecc. dello stesso, nell'_Arch. Stor. It._, vol. IV, parte
2, p. 413 e seg. Iacopo Nardi, che copia il _Diario_, aggiunge che
i Francesi arrivarono fino a nascondere il pane ed il vino, per aver
pretesto di lamentarsi. NARDI, _Storia di Firenze_, vol. I, p. 227.
[430] Questa lettera, firmata dall'Albizzi, e scritta di sua mano, è la
prima fra quelle a stampa nella _Commissione in campo contro i Pisani_.
MACHIAVELLI, _Opere_, vol. VI, pag. 32.
[431] Porta la data: _Ex castris apud Pisas, die viiij iulii, hora
xiiij_. Nell'ultimo verso le stampe hanno tutte un _non mutino_, che
non ha senso. L'autografo in Archivio dice: _non muoino_. La lettera è
indirizzata ai Signori; ed accanto all'indirizzo è scritto:
_ito_.
C _ito_.
_ito_.
[432] È la quarta fra le lettere pubblicate.
[433] La somma precisa è data con qualche lieve differenza dai diversi
storici. Si trova però determinata in una lettera dei Signori al
Courçon. _Carte del Machiavelli_, cassetta I, inserto 83, n. 6.
[434] Vedi la _Storia di Firenze_ del NARDI, il _Diario_ e la citata
_Impresa contro Pisa_, ecc. del BUONACCORSI.
[435] Vedile nella citata _Commissione_ a stampa, la quale, oltre
alcuni documenti, contiene quattro lettere. La prima è dell'Albizzi,
la seconda del Machiavelli, la terza del Bartolini e la quarta
dell'Albizzi. Solamente quella firmata dal Machiavelli è di sua
mano. Il PASSERINI ed il MILANESI, nella nuova edizione delle
_Opere_, ristampando queste lettere, dicono (vol. III, pag. 51):
«Giova avvertire che non abbiamo, siccome avremmo desiderato,
potuto aumentarne la serie, perchè così i registri dei carteggi
della Signoria, come quelli dei Dieci di questo tempo, mancano.» Ma
l'Archivio fiorentino contiene molte altre lettere inedite di questa
commissione nella filza segnata: Classe X, dist. 2, n. 44, o secondo
la nuova classificazione: _Signori, Carteggio, Responsive_, reg. 17.
Qualche altra se ne trova anche nella 3ª filza delle carte Strozziane
dello stesso Archivio.
Le lettere inedite, è ben vero, non sono importanti, ma non poche di
esse sono scritte di mano del Machiavelli, e firmate prima dall'Albizzi
e dal Ridolfi, poi, partito il secondo, solo dal primo. Sono di sua
mano quelle del 10 giugno, da Pistoia; 11 giugno, da Pescia; 18 giugno,
da Camaiore; 23 giugno, da Cascina; 24 giugno, presso Cascina; 24
giugno, da Cascina; 27 giugno, presso Campi. Sono anche di sua mano,
ed hanno qualche importanza, quelle del 26 giugno, presso Campi; 29
giugno, _ex Gallorum castris_; 30 giugno, dal campo (questa trovasi
a carte 159 della 3ª filza delle carte Strozziane); 2 luglio, _ex
Gallorum castris_. Tornano a non avere importanza quelle in data 4
luglio, dal campo; 6 luglio, dal campo (qui non v'è che una giunta
di mano del Machiavelli); 7 luglio, dal campo (nella 3ª filza, carte
Strozziane, a carte 160); dal campo, senza indicazione di giorno (3ª
filza, carte Strozziane, a carte 161); 11 luglio da Casciana (è firmata
dal nuovo commissario Vespucci); 12 luglio, da Empoli (non ha che una
postilla di mano del Machiavelli). Si trovano in Archivio anche altre
lettere, che fanno parte di questa commissione, ma non sono di mano del
Machiavelli. Non crediamo necessario pubblicarle in _Appendice_, perchè
troppe sarebbero allora le lettere da stamparsi. Per questa commissione
al campo di Pisa, il Machiavelli ebbe fiorini sei larghi in oro, «e'
quali fiorini se li danno et donano per remunerazione delle fatiche
vi sopportò, et pericoli vi corse.» Lo stanziamento fu pubblicato dal
PASSERINI, _Opere_ (P. M.), vol. I, pag. LX. La data è però, 28 agosto
1501, non 1500, come fu erroneamente stampato.
[436] BUONACCORSI, _Diario_ ed _Impresa_, ecc.; NARDI, _Storia di
Firenze_; GUICCIARDINI, _Storia d'Italia_: Pisa, Capurro, vol. III,
lib. V, pag. 11.
[437] Nel primo foglio d'uno dei registri dei Dieci (Archivio
fiorentino: _Lettere dei Dieci di Balìa_ dal 1500 al 1501, Cl. X, dist.
3, n. 93) si trova scritto: _Questo libro del C._ [Comune] _e per le
cose della guerra infra dominium, scripto per la seconda cancelleria,
cuius caput est Nicolaus Machiavellus, qui hodie mittitur ad regem
Francorum a Dominatione. Franciscus Della Casa itidem. XVIII Iulii,
1500, die Sabb._, ecc. Così quando era al campo di Pisa, in principio
d'un altro registro fu scritto: _Hic erunt literae de rebue bellicis
scriptae per Magnificum Dominum Marcellum ad commissarios in castris,
quo tempore Nicolaus Maclavellus fuit apud commissarios_. Vedi il vol.
VI delle _Opere_, pag. 32, nota 1.
[438] Vedi la Commissione e le istruzioni in principio della Legazione.
_Opere_, vol. VI, pag. 48 e segg.
[439] I Fiorentini, dopo avere, nel giugno 1498, mandato tre
ambasciatori a congratularsi col Re della sua ascensione al trono,
elessero il 18 settembre 1499, Francesco Gualterotti e Lorenzo Lenzi.
A questi si unì anche il Salviati, per andare con essi fino a Milano,
a congratularsi col Re della vittoria ottenuta, e se i patti che
si riferivano a Pisa non erano ancora firmati, farli firmare. I due
ambasciatori seguirono in Francia il Re, che partì da Milano il 22
novembre 1499. Vedi DESJARDINS, _Négociations_, ecc.
[440] MACHIAVELLI, _Opere_, vol. VI, pag. 54.
[441] Nella sua lettera del 30 luglio, il Machiavelli diceva: «per
essere (_noi_) uomini senza danaro e senza credito.»
[442] Il 27 agosto 1500, Totto scriveva al fratello Niccolò
Machiavelli, che, dopo quindici giorni continui di premure fatte da
lui, i Signori avevano pareggiato gli stipendî. Gli aggiungeva che
nella primavera aveva speso per lui 11 fiorini, e gliene aveva dipoi
mandati altri 50. La lettera trovasi nelle _Carte del Machiavelli_,
cassetta I, n. 8, e fu pubblicata dal NITTI, _Machiavelli nella vita e
nelle dottrine_, vol. I, pag. 89. L'aumento, di cui si parla, cominciò
solo dal 28 agosto, come apparisce dagli stanziamenti in Archivio. (Cl.
XIII, dist. 6, n. 64, a c. 90^t).
[443] Lettera del 12 agosto, firmata dal solo Machiavelli.
[444] Vedi le lettere del 29 agosto e del 3 settembre.
[445] La Corte del Re è descritta nella seconda lettera del 12 agosto.
[446] Lettera del 7 agosto.
[447] Dalla lettera del dì 11 agosto si vede che il cardinale di Rouen
non conosceva la nostra lingua, giacchè i due oratori sono costretti a
tradurgli in francese una lettera italiana. Neppure il Re la parlava,
ma il Rubertet sì.
[448] Secondo una lettera dei Signori, in data 30 luglio 1500, al
Gualterotti e al Lenzi, il Courçon s'era trattenuto una sera solamente
al campo, «dove non vediamo, in sì breve tempo, come possa aver
satisfatto alla Maestà del Re, circa lo investigare le cause e li
autori dei disordini seguìti quivi.» (_Carte del Machiavelli_, cassetta
I, inserto 83, n. 4). Il PASSERINI la pubblica nelle _Opere_ (P. M.),
vol. III, p. 111, come una lettera dei Dieci; ma i Dieci non erano
ancora stati rinominati. In essa è detto che, quando i Fiorentini
addussero al Courçon le ragioni per le quali credevano di non dover
pagare i Tedeschi, aveva risposto: che chi «voleva disputare con
Tedeschi di ragione, era uno spezzarsi il capo.» Allude agli Svizzeri
tedeschi, che erano stati al Campo di Pisa.
[449] Lettera del 27 agosto.
[450] Lettera del 29 agosto, da Melun.
[451] Lettera del 14 settembre.
[452] Lettere del 2 e dell'8 ottobre.
[453] Lettera dell'11 ottobre, da Blois. Da questa lettera si vede che
il Machiavelli parlava in latino col cardinale di Rouen.
[454] Lettera del 4 novembre da Nantes. Qui pare che la conversazione
venisse fatta in francese.
[455] Lettera del 21 novembre. Questa è diretta ai Dieci stati rieletti
nel settembre, cosa di cui il Machiavelli s'era rallegrato nella sua
del 2 ottobre.
[456] _Principe_, cap. III, in fine.
[457] A Firenze lo chiamavano Scurcigliato, Scorciato o Scruciato, e
così anche il Machiavelli nelle sue lettere. Egli era della famiglia
De Scruciatis di Castelluccio, nobili napoletani; fu giudice della
Vicarìa, consigliere di Santa Chiara, avvocato fiscale, e si trovò fra
coloro che giudicarono Antonello Petrucci e gli altri della congiura
dei baroni. Ferdinando di Napoli lo aveva come uno dei suoi più fidi
strumenti, e se ne giovò molto nel commettere le sue maggiori iniquità.
Più tardi però, caduta la fortuna degli Aragonesi, il De Scruciatis
li abbandonò, per darsi ai Francesi, che nel 1499 lo nominarono
Senatore di Roma. Seguì poi il campo francese, ebbe molti incarichi e
commissioni anche in Toscana, commise molte e molte ribalderie, e finì
in Roma inquisitore del Santo Uffizio.
[458] Questa lettera del Buonaccorsi trovasi, come le altre sue, fra
le _Carte del Machiavelli_, (cassetta I, n. 7). Vedila in _Appendice_,
documento XIII.
[459] Archivio fiorentino: _Consigli Maggiori, Provvisioni_, registro
191, a carte 26.
[460] Pubblicata dal PASSERINI nelle _Opere_ (P. M.), vol. III, pag.
279. Dovevano pagare la somma di 500 fiorini, di cui metà andava
all'offeso, un quarto al magistrato che la esigeva, un quarto serviva
a riparare le fortezze di Pistoia. Vedi anche _Sommario della Città_ e
_Sommario del Contado_, che si trovano fra le _Carte del Machiavelli_
(cassetta I, n. 12), e furono pubblicati dal PASSERINI, _Opere_ (P.
M.), vol. III, pag. 355. Essi non sono altro che i provvedimenti
deliberati e le norme da seguirsi, per pacificare la città ed il
contado. Sono carte d'ufficio senza valore letterario, e non possono
andare fra le _Opere_ del MACHIAVELLI, non essendo neanche scritte di
sua mano.
[461] _Opere_ (P. M.), vol. III, pag. 299. Seguono altri ordini e
ragguagli, che non sono scritti di mano del Machiavelli. Il suo nome
si trova scritto a piè di questa e di altre lettere pubblicate dal
Passerini. Bisogna però notare che la firma del Machiavelli, la quale
assai spesso non è neppur di sua mano, indica solo l'approvazione data
dal capo della cancelleria, e qualche volta anche da chi ne faceva le
veci. Perciò la troviamo messa così alle lettere scritte da lui, come a
quelle dei suoi coadiutori: qualche volta anzi la firma non autografa
del Machiavelli si trova sotto lettere dirette a lui stesso fuori di
Firenze. E però solo le lettere autografe si possono con sicurezza
attribuire a lui.
[462] Era chiamato indistintamente_ Dionigi Naldi, Naldo_ e _di Naldo_.
[463] Vedi la lettera dei Dieci, del 3 maggio, Opere (P. M.), vol. III,
pag. 298.
[464] Grandissimo è il numero delle lettere in questi mesi scritte dal
Machiavelli, le quali si trovano autografe nell'Archivio fiorentino. Ne
citiamo solo alcune, che ci sembrano più notevoli, e sono nella filza:
Classe X, dist. 3, n. 95, a carte 12, 18, 30, 92, 103, 163^t, 183, ecc.
[465] NARDI, _Storia di Firenze_, vol. I, pag. 239; BUONACCORSI,
_Diario_.
[466] GUICCIARDINI, _Storia Fiorentina_, cap. XXII, pag. 237.
[467] NARDI, _Storia di Firenze_, vol. I, pag. 243.
[468] _Arch. Stor. It._, vol. XV, pag. 269. Secondo questa,
convenzione, il Duca doveva essere pronto a difendere la Repubblica con
300 uomini d'arme, ad ogni richiesta; in caso d'altra impresa, doveva
esserne avvertito tre mesi innanzi, e non era obbligato d'andare in
persona; ma chiamato in tempo utile, poteva essere obbligato d'andare
coi Francesi all'impresa di Napoli. Quest'ultima clausola conveniva al
Duca, perchè, sapendo egli già di dovere andare coi Francesi, avrebbe
avuto il danaro senza altri obblighi; conveniva ai Fiorentini, perchè,
avendo preso impegno di aiutare il Re con uomini d'arme, potevano,
quando vi fossero stati in un modo o l'altro costretti, con una
medesima somma adempiere i due obblighi.
[469] Il BUONACCORSI, nel suo _Diario_ (pag. 44 e 45), non parla
dell'andata nell'Elba; ne parlano però il NARDI e il GUICCIARDINI
(_Storia d'Italia_). Questi poi, nella sua _Storia Fiorentina_ (cap.
III, pag. 244), dice che il Valentino cacciò allora il Signore di
Piombino, il che seguì invece più tardi.
[470] Anche in questi mesi sono moltissime nell'Archivio fiorentino le
lettere, ancora inedite, scritte dal Machiavelli in nome dei Dieci.
Ne accenniamo solo qualcuna. Una del 18 maggio annunzia la condotta
fatta col Valentino (Classe X, dist. 3, n. 96, carte 23). Un'altra
del 28 dello stesso mese (ivi, a carte 41) dice che il Valentino,
sopraggiunto, «colle sue innumerabili dishonestà, ha lacero et affamato
la metà del paese nostro.» Una terza in data 2 giugno ordina di mandare
via da Cascina donne e fanciulli, a cagione dell'esercito che passa.
Una quarta, senza data (a carte 57 della stessa filza), ordina che si
lascino libere le genti prese al Valentino, ad eccezione di Dionigi
Naldi. Una del 16 luglio (a carte 77 retro) è diretta a Luigi Della
Stufa, cui ordina di calmare le parti in Scarperia, e tener d'occhio le
genti di Vitellozzo comparse colà.
Molte altre se ne trovano nella filza seguente, notata col numero 97.
Diamo in _Appendice_, documento XIV, quella del 7 maggio a Giuliano
Caffino. Con una lettera del 7 luglio si scrive a Piero Vespucci:
T'imponiamo di non dare salvacondotto ad Oliverotto di Fermo. Se l'hai
dato, ritiralo, e scrivi «che sia ritenuto e svaligiato, trattato da
inimico» (a carte 73). Il dì 8 luglio allo stesso: Siamo lieti degli
ordini dati contro Oliverotto. Si aspettano in Pisa 40 cavalli di don
Michele. Se vengono «t'ingegnerai svaligiarli e trattarli da nemici.»
Non andare però a cercar briga, che non vogliamo nuova guerra, se
non la cercano essi, come sarebbe quando mandassero gente in Pisa (a
carte 74). Il 13 ai commissarî di Livorno e Rosignano: Il signor di
Piombino ci scrive che sono comparse sessanta vele di Turchi presso
Pianosa, e pare vadano a Genova. Se sbarcano per cercar vettovaglie,
lo permetterete, dicendo che siamo amicissimi del loro Signore. Se poi
vogliono avanzarsi, cercherete fermarli, pigliando tempo per aspettare
ordini (a carte 77). E così infinite altre.
[471] BUONACCORSI, _Diario_, pag. 53.
[472] Vedi nel DESJARDINS (_Négociations_, ecc., vol. II, pag. 43-69)
le varie istruzioni date agli ambasciatori in Francia.
[473] MACHIAVELLI, _Opere_ (P. M.), vol. III, pag. 330 e 332.
Nell'agosto di quell'anno era stato inviato anche a Siena presso
Pandolfo Petrucci, a Pistoia ed a Cascina. Vedi i documenti a pag. 358
dello stesso volume. Un altro documento lo farebbe credere inviato nel
maggio a Bologna presso Giovanni Bentivoglio, ma non si riscontra che
v'andasse poi di fatto.
[474] Vedi nelle _Opere_ (vol. VI, pag. 166) la lettera della Signoria,
in data 26 ottobre 1501, quasi tutta di mano del Machiavelli. Il
GUICCIARDINI (_Storia Fiorentina_, pag. 269-70) parla di questi
disordini del contado.
[475] _Opere_ (P. M.), pag. 352.
[476] BUONACCORSI, _Diario_, pag. 49-53; GUICCIARDINI, _Storia
Fiorentina_, cap. XXIII.
[477] GUICCIARDINI, _Storia Fiorentina_, cap. XXI. Questa imposta
era gravissima, se non che parte di essa veniva messa a credito del
contribuente, sotto forma d'imprestito, come osserva il CANESTRINI nel
suo libro, _La Scienza e l'Arte dì Stato_: Firenze, Le Monnier, 1862.
[478] GUICCIARDINI, _Storia Fiorentina_, cap. XXIII.
[479] DESJARDINS, _Négociations_, ecc., vol. II, pag. 69-70.
[480] L'ambasciatore veneto scriveva da Roma il 7 giugno 1502, che
l'affare d'Arezzo era «pratica vecchia del Duca;» e il 20 giugno
aggiungeva, che il Papa, sempre «intento alle passion sue particolari,»
e sebbene la Francia avesse fatto gagliarda protesta per l'affare
d'Arezzo, non parlava che di questa e delle altre imprese del Duca.
Vedi i _Dispacci_ di A. GIUSTINIAN.
[481] NARDI, _Vita di Antonio Giacomini_; JACOPO PITTI, _Storia
Fiorentina_, pag. 77 e seg. (nell'_Arch. Stor. It._, vol. I). Il Pitti
dice che i Dieci furono rieletti nel settembre del 1500.
[482] BUONACCORSI, _Diario_, pag. 54 e seg.
[483] Guidobaldo da Montefeltro, duca d'Urbino.
[484] La parte principale di questa lettera, con alcune del Soderini,
demmo in fine del vol. I dei _Dispacci_ di A. Giustinian. Il PASSERINI
pubblicò tutta la legazione, nella quale, come dicemmo, due sole
lettere sono del Machiavelli. _Opere_ (P. M.), vol. IV.
[485] Lo dice, come vedremo fra poco, lo stesso Machiavelli.
[486] Lettere del 1º e 12 luglio, nell'Archivio fiorentino, Cl. X,
dist. 3, n. 101, a carte 2 e 24. Vedi _Appendice_, documenti XV e XVI.
[487] Lettere del 2, 4 e 15 luglio, negli _Scritti inediti_ pubblicati
dal CANESTRINI, pag. 3, 5 e 8.
[488] DESJARDINS, _Négociations_, ecc., vol. II, pag. 70.
[489] Vedi in _Appendice_, documento XVII, la lettera del 24 luglio, e
vedi anche la lettera del 30 luglio nel CANESTRINI, _Scritti inediti_,
pag. 19.
[490] L'ambasciatore veneto a Roma scriveva chiaro, nel luglio
1502, che il Papa aveva dovuto, per ordine della Francia, imporre a
Vitellozzo ed agli Orsini di ritirarsi da Arezzo; ma che non aveva vero
desiderio di rimettere i Medici in Firenze, perchè essi erano amici
degli Orsini, i quali egli voleva _sradicare_. Vedi i _Dispacci_ di A.
Giustinian, specialmente quelli in data 1º e 7 luglio. Il BUONACCORSI
poi, a pag. 54 del suo _Diario_, dice che il Valentino si sarebbe ben
volentieri unito ai Fiorentini, per andare ai danni degli Orsini e dei
Vitelli, ma non osava scoprirsi, per paura di non trovare consenso.
[491] BUONACCORSI, _Diario_, pag. 62.
[492] BUONACCORSI, _Diario_, pag. 63; CANESTRINI, _Scritti inediti_,
pag. 21. Sono da notarsi anche le lettere del 4 agosto e seguenti,
nell'Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 100, a carte 68 e seg.
[493] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 101, a carte 104.
[494] Lettere del 3, 4 e 6 settembre 1502, nell'Archivio fiorentino,
Cl. X, dist. 3, n. 100, foglio 107, 109 e 111.
[495] Lettera dell'8 settembre, scritta _nomine Priorum_, loc. cit., a
c. 116. Altra lettera simile, in nome dei Dieci, trovasi negli _Scritti
inediti_, pag. 28 e 29.
[496] Vedi in MACHIAVELLI, _Opere_, vol. VI, pag. 182-84, varie lettere
che si riferiscono a queste gite.
[497] _Opere_, vol. II, pag. 385.
[498] Cioè: _uomini di Stato_.
[499] Vedi la nota 3, a pag. 369.
[500] _Consigli Maggiori, Provvisioni_, reg. 194, a carte 1.
GUICCIARDINI, _Storia Fiorentina_, pag. 250-51; GIOVANNI CAMBI, nelle
_Delizie degli Eruditi toscani_, vol. XXI, pag. 172.
[501] _Consigli Maggiori, Provvisioni_, reg. 194, carte 11.
[502] GUICCIARDINI, _Storia Fiorentina_, cap. XXV.
[503] NARDI, _Storia di Firenze_, vol. I, pag. 276. Del Machiavelli non
dice nulla.
[504] GUICCIARDINI, _Storia Fiorentina_, cap. XXIV, a pag. 257-58, e
cap. XXV, a pag. 274.
[505] _Ibidem_, cap. XXV, pag. 278.
[506] Questa Provvisione (_Consigli Maggiori, Provvisioni_, reg. 194, a
carte 150) fu pubblicata dal signor LUCIANO BANCHI, in una _Raccolta di
scritture varie_, per le nozze Riccomanni-Fineschi: Torino, Vercellino,
1865. Vedi anche i documenti pubblicati dal RAZZI, nella _Vita di Pier
Soderini_: Padova, 1737.
[507] Il GUICCIARDINI (_Storia Fiorentina_, pag. 280-82) dà un assai
minuto ed esatto ragguaglio della provvisione. In questo luogo, come in
tutta la sua _Storia Fiorentina_, noi abbiamo potuto, riscontrandola
coi documenti originali, ammirare la straordinaria precisione
dell'autore, il quale qualche volta riporta le parole stesse delle
leggi e dei documenti, di cui discorre. Ciò prova che l'illustre prof.
Ranke s'ingannò nel giudizio troppo severo che fece degli studi, delle
cognizioni e della fedeltà storica del Guicciardini. Ben è vero che il
sommo storico tedesco non poteva, quando espresse quella opinione (_Zur
Kritik neuerer Geschichtschreiber_: Berlin, 1824), aver letto le _Opere
inedite_ del GUICCIARDINI, che lo fecero anche in Italia conoscere
sotto nuovo aspetto.
[508] GUICCIARDINI, _Storia Fiorentina_, pag. 200; BUONACCORSI,
_Diario_, pag. 64.
[509] Archivio Fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 101, a carte 134:
_Appendice_, documento XVIII. La lettera non è scritta, ma corretta di
mano del Machiavelli.
[510] Il codice di Giuliano de' Ricci ha infatti una lettera del
29 settembre 1502, con la quale il cardinal Soderini fa caldi
ringraziamenti al Machiavelli per le sue cordiali congratulazioni.
[511] Ne parlano il Burcardo ed il Matarazzo.
[512] La marchesa Isabella Gonzaga, donna di un sentire così nobile che
fa contrasto singolare con quello prevalente a' suoi tempi, era andata
a Ferrara per assistere a quelle feste, e scriveva al marito, che essa
le trovava insulse, e le pareva mille anni di tornare a Mantova, «sì
per vedere V. S. et lo mio figliolino, come per levarmi di qui dove
non se ha uno piacere al mondo.» (Lettera del 5 febbraio 1502). Fossero
pur belle, essa aveva già scritto, «senza la presenzia de V. S. e del
nostro puttino non me poteriano satisfare.» In mezzo a tanta allegria
ufficiale, la Gonzaga non s'illudeva punto, e notava: «a dire il vero,
son pur queste nozze fredde.» (Lettera del 3 febbraio). Vedi queste
bellissime lettere pubblicate dal signor CARLO D'ARCO nell'_Arch. Stor.
It._, Appendice, vol. II, pag. 300 e segg.
[513] GREGOROVIUS, _Lucrezia Borgia_.
[514] «Et è fama publica che li abbi avuti _in premium sanguinis_,
perocchè per molti evidenti segni se tien ch'el cardinale sia morto _ex
veneno_, e che questo Sebastian era stato el manigoldo....: el Papa lo
ha ricevuto _inter familiares_.» ANTONIO GIUSTINIAN, Dispaccio del 20
luglio 1502. Vedi anche quello del 19.
[515] Dispaccio del 24 luglio 1502.
[516] Dispaccio del 29 luglio.
[517] Dispaccio del 27 luglio.
[518] Dispaccio del 22 luglio 1502.
[519] A questo proposito la buona Isabella Gonzaga scriveva al marito:
Si dice che il Re di Francia vuol farvi cavalcare contro il Duca, ma
a me par che bisogna andar molto cauti, «perchè adesso non se sa di
chi fidarsi,» e fra poco si potrebbe di nuovo vedere il Re d'accordo
col Duca. (Lettera 23 luglio 1502). E non s'ingannava. Ella però non
si esprimeva così per simpatia che avesse verso il Valentino. Quando,
infatti, i Faentini difendevano valorosamente il loro Signore, aveva
invece scritto al marito: «Piacemi che li Faentini siano tanto fedeli
et costanti alla defensione del suo Signore chè recuperano lo onore de
Italiani. Così Dio gli conceda gratia di perseverare, non per augurar
male al Duca Valentino, ma perchè quel Signore nè il suo fedele popolo
non meritano tanta ruina.» (Lettera 20 aprile 1501). E il 3 luglio
dello stesso anno scriveva, che per l'anniversario della battaglia
di Fornuovo aveva ordinato, «sii celebrato uno officio per le anime
di quelli nostri valorosi homini, quali persero la vita per salvare
Italia, siccome _prudenter et pie_ mi ha commesso V. E.» Un tale
linguaggio è molto nobile, e però tanto più notevole nel secolo dei
Borgia e di Lodovico il Moro. Queste lettere furono anch'esse, insieme
con le altre, già citate, pubblicate dal D'ARCO nell'_Arch. Stor.
It._, Appendice, vol. II. — Altre lettere e documenti importanti hanno
ora date alla luce i signori A. LUZIO ed R. RENIER, nel loro libro:
_Mantova e Urbino — Isabella d'Este ed Elisabetta Gonzaga_: Torino,
Roux, 1893.
[520] Questa espressione si trova nella lettera scritta il dì 11
ottobre da Giovan Paolo Baglioni, uno dei congiurati, a messer Vincenzo
conte di Montevibiano, ultimo che tenesse l'ufficio di Podestà in
Firenze. Vedila insieme con altre pubblicate dal PASSERINI, _Opere_ (P.
M.), vol. IV, pag. 94 e seg.
[521] Questa data si cava dalle lettere sopra citate. V'erano però
state altre precedenti riunioni preparatorie, come apparisce dagli
storici e dalla _Legazione_ stessa del Machiavelli al Valentino in
Romagna.
[522] Lettere del Baglioni sopra citate.
[523] Voleva dire che si obbligavano ad assoldarli, ma ancora non li
avevano pronti; e però il Valentino, come vedremo, di ciò li canzonava.
[524] Una nota nell'edizione delle _Opere_ del MACHIAVELLI (vol.
VI, pag. 485), ripetuta nell'edizione Passerini e Milanesi, lo dice
veneto, citando una lettera del commissario d'Arezzo, la quale invano
cercammo e facemmo cercare nell'Archivio Fiorentino. Tutti gli altri
lo dicono spagnuolo; e quando fu condotto come capitano di guardia
dai Fiorentini, la deliberazione del 27 febbraio 1507 dice: «Dicti
Domini deliberarono, ecc.: Michele Corigla _spagnuolo_ si conducessi
per capitano....» Cl. XIII, dist. 2, n. 70 (_Deliberazioni dei IX
d'Ordinanza_), a c. 9^t.
[525] UGOLINI, _Storia dei Conti e Duchi d'Urbino_, vol. II, pag. 98 e
seg.
[526] Il mandare ambasciatori ai re, all'Imperatore, al Papa toccava
generalmente ai Signori, e non ai Dieci. Di questa disputa per la
elezione di un oratore al Valentino, parlano il PARENTI, _Storia di
Firenze_ (Biblioteca Nazionale di Firenze, stanza II, palchetto II,
Cod. 133, a carte 62), ed il CERRETANI, _Storia di Firenze_ (Ivi,
stanza II, palchetto III, Cod. 74, a c. 301^t). Vedi anche i _Dispacci_
di A. GIUSTINIAN, vol. I, pag. 181, nota 1.
[527] CERRETANI, loc. cit.
[528] Sebbene eletto nel settembre, il Soderini venne in Firenze
solo ai primi di ottobre, ed entrò in ufficio verso la fine del mese.
CERRETANI, Cod. cit., a carte 301^t e 302; PARENTI, Cod. cit., a carte
65.
[529] Il tempo preciso del matrimonio non ci è dato determinarlo; ma si
può affermare che seguì nell'anno 1502. Nel 1503 il Machiavelli ebbe
un figlio, come apparisce da più lettere del Buonaccorsi. Questi che
prima, nelle sue lettere a lui dirette, non parlava della Marietta,
durante la legazione al Valentino ne parla, come vedremo, in modo da
non lasciar dubbio che era già moglie. Il 27 ottobre 1502 anche gli
ambasciatori fiorentini in Francia, in una lettera al Machiavelli, che
citiamo più oltre, accennano alla sua moglie restata sola a Firenze.
[530] Il primo a darne la prova con autentici documenti fu il signor
INNOCENZIO GIAMPIERI, in un suo scritto sul Machiavelli, pubblicato nei
_Monumenti del Giardino Puccini_: Pistoia, tip. Cino, 1846.
[531] _Commissione a Niccolò Machiavelli, deliberata a dì 5 ottobre
1502: Opere_, vol. VI, pag. 185. È scritta in nome dei Signori, sebbene
il Machiavelli corrispondesse poi coi Dieci, da cui era stato inviato.
[532] La lettera è in data del 7 ottobre (_Opere_, vol. I, pag. 188),
il che prova che la _dieta_ tenuta alla Magione il 9, era stata, come
dicemmo, preceduta da altre.
[533] Lettera del 7 ottobre 1502.
[534] Lettera del 9 ottobre 1502.
[535] Prima lettera del 20 ottobre.
[536] Si trova nella Legazione: _Opere_, vol. VI, pag. 225.
[537] Lettera del 23 ottobre 1502.
[538] Lettera del 27 ottobre.
[539] Lettera del 1º novembre.
[540] Lettera dell'8 novembre.
[541] Vedila nelle _Opere_, vol. IV, pag. 264.
[542] Così il Machiavelli scriveva nella lettera del 13 novembre, ed in
quella del 20 raccontava d'aver detto al Duca, che per questa ragione
lo aveva giudicato sempre vincitore, e se avesse fin dal primo giorno
scritto quel che pensava, sarebbe sembrato un profeta. Più tardi,
di questa osservazione fece una delle sue teorie, dando come regola
generale, che ad uno il quale si trovi circondato da molti nemici,
riesce sempre facile indebolirli e vincere, perchè li può separare, il
che non è possibile ai suoi avversarî.
[543] Lettera dei Dieci, firmata Marcello, in data 11 novembre 1502.
Vedi _Opere_ (P. M.), vol. IV, pag. 168. Lo stesso lamento ripeteva
nelle sue lettere il Buonaccorsi: _Appendice_, documento XIX.
[544] Lettera del 13 novembre.
[545] In una lettera del 18 novembre, il Buonaccorsi gli dice:
«Avendo tanta fermezza che non vi basta una hora ad stare in uno saldo
proposito.» _Carte del Machiavelli_, cassetta III, n. 16. Ser Agostino
Vespucci da Terranova gli scriveva il 14 ottobre: _Vides igitur quo nos
inducat animus iste tuus equitandi, evagandi ac cursitandi tam avidus_.
Ivi, cassetta III, n. 38: _Appendice_, documento XIX.
[546] Il Buonaccorsi, il 18 ottobre 1502, gli scriveva ad Imola,
che la Marietta chiedeva di lui e si doleva che, avendo promesso di
stare assente soli otto giorni, tardasse poi tanto. Essa non voleva
scrivergli, «et fa mille pazzie...; sicchè tornate in nome del
diavolo.» _Carte del Machiavelli_, cass. III, n. 5. Ed in un'altra del
21 dicembre 1502 gli diceva: «Mona Marietta riniega Iddio, e parie
avere gettato via la carne sua e la roba insieme. Per vostra fe',
ordinate che l'abbia le dotte (_sic_) sua, come l'altre sue pari,
altrimenti non ci si harà patientia.... Io sono successo nel luogo
vostro, quando questi Dieci fanno certe cenuzze, ecc.» Ivi, cassetta
III, n. 17: _Appendice_, documento XIX.
[547] Lettera del 13 novembre 1502.
[548] Lettera del 14 dicembre. Il 27 giugno 1502 il vescovo Soderini
aveva scritto da Urbino alla Signoria, che il Duca gli aveva detto,
che «quanto alle cose dell'arme, di qui si regolava Roma, e non da Roma
qui.» _Opere_ (P. M.), vol. IV, pag. 19.
[549] Il 22 novembre scriveva da Imola: «Oltre al vedere di non poter
fare cosa utile a cotesta Città, vengo in mala disposizione di corpo, e
due dì fa ebbi una gran febbre, e tuttavolta mi sento chioccio. Di più,
le cose mia non hanno costì chi le rivegga, e perdo in più modi.» Anche
da molte lettere degli amici suoi risulta che era costretto allora a
fare debiti. Ed in una del 6 dicembre (la prima di quel giorno) egli
scriveva, pregando al solito di avere licenza, «per tòrre questa spesa
al Comune, e a me questo disagio, perchè da dodici dì in qua io mi sono
sentito malissimo, e se io vo facendo così, dubito non avere a tornar
in cesta.»