[1] Gino Capponi, _Storia della Repubblica di Firenze_, vol. II, pag.
368. Firenze. Barbèra, 1875.
[2] Ora sono sei, e l'edizione restò poi interrotta.
[3] Prego il lettore di notar bene, che quando io riporto testualmente
un brano d'autore o di documento qualunque, pongo le virgolette ad ogni
verso; quando invece ne do un sunto assai simile all'originale, pongo
le virgolette solo in principio ed in fine del brano.
[4] Firenze, Successori Le Monnier, 1876.
[5] Il primo volume venne in luce nel 1877 (Firenze, Successori Le
Monnier); il secondo dovette poi esser diviso in due, che furono
pubblicati nel 1881 e 1882.
[6] Più tardi questa ricca biblioteca si cominciò a vendere ed una
parte dei codici fu acquistata dal Museo Britannico. Nel giugno del
1910 tutto il rimanente della collezione fu messo all'asta, e qualche
volume fu acquistato anche dall'Italia.
[7] VILLARI, _Storia di Girolamo Savonarola:_ Firenze, Successori Le
Monnier, 1887, vol. I, pag. 287-8.
[8] _Paradiso_, XVI, 66-68. Vedi anche tutti i versi 42-72.
[9] _Lettere familiari_, lib. XI, lett. 16, ediz. Fracassetti.
[10] GUICCIARDINI, _Opere inedite_, pubblicate per cura dei conti Piero
e Luigi Guicciardini, in Firenze, dal 1857 al 1866, in dieci volumi.
Vedi nel vol. I (_Considerazioni intorno ai Discorsi del Machiavelli_)
la Considerazione sul cap. XII dei _Discorsi_. Il Guicciardini, in
questo luogo, chiama regno ciò che noi diciamo monarchia, e monarchia
l'unione di più Comuni in una repubblica.
[11] _Opere inedite_, vol. II, _Storia di Firenze_, pag. 8-9.
[12] Questo argomento l'ho esaminato a lungo in un articolo (_La
Repubblica fiorentina al tempo di Dante Alighieri_), pubblicato nella
_Nuova Antologia_ di Firenze, vol. XI, luglio 1869, pag. 443 e segg.;
ripubblicato nel mio libro: _I primi due secoli della storia di
Firenze_.
[13] Novella XC, ediz. Le Monnier: Firenze, 1860-61.
[14] MACHIAVELLI, _Storie_, vol. II, lib. V, pag. 11. Per le opere di
questo scrittore citiamo generalmente l'edizione colla data d'Italia,
1813.
[15] Id., op. cit., lib. VII, pag. 184.
[16] BURCKHARDT, _Die Cultur der Renaissance in Italien_: Basel, 1860.
Di quest'opera importantissima fu fatta una seconda edizione (Berlin,
1878) con modificazioni ed aggiunte; ne è stata pubblicata anche
un'assai fedele traduzione italiana in due volumi, dal prof. Valbusa,
con alcune aggiunte e correzioni fatte dall'autore: _La civiltà del
secolo del rinascimento in Italia_, ec.: Firenze, Sansoni, 1876.
L'opera continuò e continua a ristamparsi in Germania.
[17] Il MACHIAVELLI dice invece: _Mors acerba, fama perpetua,
stabit vetus memoria facti. Storie_, vol. II, lib. VII, pag. 203. La
confessione dell'Olgiati trovasi nel Corio. Vedi anche ROSMINI, _Storia
di Milano_, vol. III, pag. 23; GREGOROVIUS, _Geschichte der Stadt Rom_
(zweite Auflage), vol. VII, pag. 241 e seg.; _Cola Montano_, Studî
storici di GEROLAMO LORENZI: Milano, 1875.
[18] MACHIAVELLI, _Storie_, vol. I, lib. III, pag. 193.
[19] Così affermano il Cavalcanti ed il Machiavelli, ai quali si
attiene il marchese Gino Capponi, sebbene il Berti dell'Archivio
fiorentino ed altri, appoggiandosi ad alcuni documenti dell'Archivio
stesso, abbiano sostenuto che Giovanni de' Medici non fu favorevole
alla legge. Questa, secondo il Machiavelli, fu poi anche da Cosimo,
sempre per ottenere il favore del popolo, richiamata in vigore nel
1458. Io ho discusso a lungo la questione nell'_Arch. Stor. It_., Serie
V, vol. I, pag. 185, e non ripeterò ora quello che ivi ho scritto.
Aggiungerò solo che, nella prima pagina dei _Ricordi_ di MATTEO
PALMIERI (assai affezionato ai Medici), i quali trovatisi nell'Archivio
fiorentino, si parla della istituzione del Catasto nel 1427, ed a carte
52 retro, se ne riparla, ricordando che il dì 11 gennaio 1457 (1458
s. n.) fu rimesso in vigore. Il Palmieri non dice nulla della parte
presa dai Medici in favore della legge; ma egli, mediceo dichiarato,
al pari del Machiavelli afferma che prima di essa non «mai si poson le
gravezze secondo stima vera di sostanze,» e così coloro che ne avevano
l'incarico, «aveano a porre, secondo loro discretione, a chi pareva
loro, quella prestanza volevano.» Ci sembra che se davvero Cosimo fosse
stato, come alcuni vogliono, contrario alla legge, il Palmieri non
l'avrebbe così apertamente lodata.
[20] GUICCIARDINI, _Storia di Firenze_, pag. 6.
[21] Voleva con ciò dire, che, per esser cittadini da bene, bastava
avere il panno per farsi il lucco necessario a sedere negli ufficî.
[22] Il Machiavelli, che nelle sue _Storie fiorentine_ cerca spesso di
scusare i Medici, attribuisce il fatto solo al gonfaloniere Bartolommeo
Orlandini. Il GUICCIARDINI, invece, che nella sua _Storia fiorentina_ è
giudice assai più imparziale dei Medici, attribuisce tutto a Cosimo.
[23] MACHIAVELLI, _Storie_, vol. II, pag. 148-52.
[24] Vedi gli storici fiorentini del tempo, e le _Cronache volterrane_
pubblicate dal TABARRINI nell'_Archivio Stor. It_., App., vol. III,
pag. 317 e seg. Alla opinione generalmente accolta, e seguita anche da
G. Capponi, si è recentemente opposto L. FRATI (_Il Sacco di Volterra
nel 1472_, ecc. nella _Scelta di Curiosità letterarie_: Bologna,
Romagnoli, 1886). Non mi sembra però che sia riuscito a scagionare
Lorenzo dall'accusa che i contemporanei gli fecero. Se il suo nome
non si trova nel contratto degli appaltatori delle miniere, bisogna
ricordarsi che l'accusa fatta a Lorenzo, era, come dice lo stesso
Frati, di essere _sottomano_ interessato nell'appalto.
[25] _Diari di Alamanno Rinuccini_, pubblicati dall'AIAZZI: Firenze,
1840, pag. CX-XII. Nell'_Archivio Stor. It._, vol. I, pag. 315 e seg.,
si trovano pubblicate ed illustrate dal marchese G. Capponi le due
Provvisioni, che istituirono il Consiglio dei Settanta.
[26] _Storia Fiorentina_, cap. IX, pag. 91.
[27] Il ROMANIN (_Storia documentata di Venezia_, vol. IV, lib. X, cap.
3) riporta, cavandola dal Sanuto, tutta questa relazione, di cui noi
abbiamo dato un breve sunto.
[28] ROMANIN, Op. cit., vol. IV, pag. 108.
[29] Parole della sentenza nel ROMANIN.
[30] _Diari_ di Marin Sanuto, e _Cronaca_ del Dolfin. Vedi i brani
riportati dal ROMANIN, vol. IV, pag. 286 e seg.
[31] Sotto il suo ritratto, nella Sala del Maggior Consiglio, fu messa
questa iscrizione:
_Post mare perdomitum, post urbes Marte subactas,_
_Florentem patriam longaevus pace reliqui._
[32] La lettera trovasi negli _Annali_ del Malipiero, ed è riportata
anche dal ROMANIN, vol. IV, pag. 335-36.
[33] Vedi il _Viaggio_ di frate Pietro da Casola, milanese, pubblicato
da G. Porro: Milano, Ripamonti, 1855. Il ROMANIN, vol. IV, pag. 494-95,
ne riporta qualche brano.
[34] GUICCIARDINI, _Storia fiorentina_, pag. 70.
[35] Per la storia di Roma, oltre le opere più antiche, vedi
GREGOROVIUS, _Geschichte der Stadt Rom_, vol. VII, e REUMONT,
_Geschichte der Stadt Rom_, vol. III, parte I e II. Recentemente il
Dr. PASTOR pubblicò la sua _Geschichte der Päpste_, ecc. (Freiburg
i. B. 1891), che è stata già tradotta in francese ed in italiano, ed
è un'opera di molto valore, scritta però con tendenza esclusivamente
cattolica. Anche il CREIGHTON, _History of the Papacy_ (London,
1882-87), merita d'esser consultato.
[36] Vedi il _Codice Aragonese_, pubblicato dal prof. F. TRINCHERA,
già sopraintendente degli Archivi Napoletani, in tre volumi: Napoli,
1866-74.
[37] _Considerazioni sul libro del Principe_, premesse dal prof.
A. ZAMBELLI al volume che contiene _il Principe e i Discorsi di N.
Machiavelli_: Firenze, Le Monnier, 1857. Le osservazioni, a questo
proposito fatte dal prof. Zambelli, vennero poi da moltissimi altri
ripetute.
[38] Per ciò che s'attiene al Petrarca come erudito, bisogna valersi
principalmente delle sue lettere, pubblicate con pregevoli note
dal FRACASSETTI: — _Epistolae de rebus familiaribus et variae_:
Florentiae, typis Felicis Le Monnier, 1859-63, tre vol.; — _Lettere
Familiari e Varie_ (traduz. con note), cinque vol.: Firenze, Le
Monnier, 1863-64; — _Lettere Senili_ (traduzione con note), due vol.:
Firenze, Successori Le Monnier, 1869-70. Oltre di ciò assai importanti
sono le considerazioni che fa sul Petrarca GIORGIO VOIGT nella sua
opera _Die Wiederbelebung des classischen Alterthums, oder das erste
Jahrhundert des Humanismus_: Berlin, Reimer, 1859. Quest'opera (di
cui una seconda edizione assai ampliata, in due vol., fu pubblicata
nel 1888, e una traduzione italiana ne fu poi fatta dal professor
Valbusa) e quella, molte volte pubblicata, tradotta anch'essa dal
Valbusa, del BURCKHARDT, _Die Cultur der Renaissance in Italien_,
sono della massima importanza per la storia dell'erudizione italiana.
Meritano ancora di esser menzionate: A. MÉZIÈRES, P_étrarque, Étude
d'après des nouveaux documents_: Paris, Didier, 1868, e LUDWIG GEIGER,
_Petrarca_: Leipzig, Duncker und Humblot, 1874. Il prof. Mézières si
vale molto delle lettere pubblicate dal Fracassetti, ma poco o punto
dei pregevoli lavori del Voigt e del Burckhardt; l'opera del Geiger
è invece una chiara sintesi di tutto ciò che fu scritto prima di lui,
e venne pubblicata in occasione del Centenario celebrato in Arquà il
18 luglio 1874. Il DE SANCTIS, nel suo _Saggio critico sul Petrarca_
(Napoli, 1869), si occupò del poeta italiano e non dell'erudito.
Vedansi anche: KOERTING, _Petrarca's Leben und Werke_ (Leipzig, 1887);
BARTOLI, _Storia della Letteratura Italiana_, vol. VII (1884); GASPARY,
_Geschichte der Ital. Literatur_, vol. I (1885); DE NOLHAC, _Pétrarque
et l'Humanisme_: Paris, 1892.
[39] _Parad_., XVII, 61-3; 68-9.
[40] È noto che il Petrarca credette d'aver posseduto il libro _De
Gloria_ di Cicerone, e d'averlo poi perduto, imprestandolo al suo
maestro, che per miseria lo avrebbe venduto, il che egli deplorò
per tutta la vita. Il VOIGT (_Wiederbelebung_, ecc., 1ª ediz.,
pag. 25-7) esprime il dubbio, che il Petrarca siasi ingannato. Il
volume imprestato conteneva molti trattati; è possibile, quindi,
dice il Voigt, che il titolo _De Gloria_ fosse dato, come pur
facevano i copisti, ad uno o più capitoli d'altra opera, per esempio
delle _Tusculane_. Questa ipotesi del dotto scrittore si fonda
sull'osservazione, che il Petrarca imprestò il suo codice in età assai
giovane, quando conosceva pochissimo Cicerone, e che più tardi non fu
mai in grado di dir niente di particolare su quell'opera: se fosse
stata veramente posseduta dal Petrarca, conclude il Voigt, non era
facile che egli non ne ricordasse nulla, e che, anche smarrita, andasse
perduta per sempre. V. pure DE NOLHAC, _Pétrarque et l'Humanisme_,
chap. IV, pag. 216-223.
[41] _Lettere Familiari_, ediz. italiana. Vedi la nota alla lettera 5
del libro XI. Il Petrarca ricevette l'invito il dì 6 aprile 1351.
[42] «Et ita cum quibusdam fui, ut ipsi quodammodo mecum essent,»
dice egli stesso nella Lettera _ad Posteros_, nelle _Fam. et Variae_,
edizione latina, vol. I, pag. 3.
[43] _Lettere Senili_, lib. XVI, ep. 7, vol. II, pag. 505-07.
[44] _Opere_, vol. I, proemio alle _Storie_, pag. CLV.
[45] _Epistola ad Posteros_, in principio delle _Familiares_.
[46] _Lettere Familiari_, lib. V, ep. 4.
[47] _Lettere Familiari_, lib. V, ep. 5.
[48] _Lettere Familiari_, lib. V, ep. 4.
[49] _Lettere Familiari_, lib. V, ep. 3. Il Fracassetti dà a questa
lettera la data del 23 novembre 1343.
[50] _Lettere Familiari_, lib. VIII, ep. 1.
[51] Il professore MÉZIÈRES, nel cap. IV del suo libro sul Petrarca,
racconta come il poeta cominciò nel 1330 ad amar Laura, che già nel
1325 aveva sposato Ugo De Sade, e morì nel 1348, lasciandogli più
figli. Nel 1331 la passione del Petrarca era, secondo il Mézières,
fortissima, e tale continuò fin dopo la morte di Laura. Il biografo
francese poi, costretto a notare che il Petrarca, canonico di Lombez
e arcidiacono di Parma, non si contentò di questo amore, ma nello
stesso tempo amava altra donna, da cui ebbe nel 1337 un figlio, nel
1343 una figlia, osserva: «Ce n'est pas _une des particularités les
moins curieuses_ de son amour pour Laure, qu'au moment où il éprouvait
pour elle une passion si vive, il fût capable de chercher ailleurs
ces plaisirs des sens qu'elle lui refusait obstinément. C'est une
histoire analogue à celle d'un grand écrivain de notre siècle, qui, au
sortir du salon d'une femme célèbre, qu'il était réduit, malgré lui,
à aimer platoniquement, se dedommageait dans des amours plus faciles
des privations qu'il subissait auprès de sa maîtresse.» (Pag. 153).
Ma sono queste _particularités curieuses_ quelle che fanno giudicare
gli uomini: ed il prof. Mézières, che voleva dimostrare la serietà e
profondità della passione del Petrarca e del carattere di lui in ogni
cosa, avrebbe forse fatto meglio a non alludere qui allo Chateaubriand,
che di leggerezze e contradizioni n'ebbe non poche.
[52] _Lettere Senili_, lib. XVI, ep. 1. Vedi anche _Lettere Familiari_,
lib. V, ep. 3; lib. VII, ep. 13; lib. XIII, ep. 6; _Epist. ad
Posteros_; e nell'edizione italiana delle _Lettere Familiari_, le due
note alle lettere 1 e 12 del libro VIII.
[53] _Epistolae de rebus famil. et variae_, vol. III, ep. 48, pag.
422-32. Questa epistola è indirizzata a Cola di Rienzo ed al popolo
romano.
[54] _Lettere Familiari_, lib. VII, ep. 13. Il Fracassetti ritiene che
questa lettera sia stata scritta nel 1348.
[55] _Lettere Familiari_, lib. VIII, ep. 1.
[56] _Lettere Familiari_, lib. XIII, ep. 6.
[57] _Lettere Familiari_, lib. XI, ep. 16.
[58] Epistolae de rebus famil. et variae, vol. III, ep. 48, pag. 422-32.
[59] _Lettere Familiari_, lib. XII, ep. 1, 24 febbraio 1350.
[60] _Epist. de rebus famil. et variae_, lib. III, 7: «Monarchiam esse
optimam relegendis, reparandisque viribus Italis, quas longus bellorum
civilium sparsit furor. Haec ut ego novi, fateorque regiam manum
nostris moribus necessariam,» etc. Fu scritta nel 1339, secondo il
Fracassetti. Vedi la sua nota nell'edizione italiana.
[61] Per la storia degli eruditi sono una fonte assai importante le
_Vite di uomini illustri del secolo XV_, scritte da VESPASIANO DA
BISTICCI, pubblicate la prima volta dal Mai, poi dal prof. Adolfo
Bartoli (Firenze, Barbèra, 1859). Ora n'è uscita, a cura di L. Frati,
una nuova edizione, anche più compiuta, di cui il primo volume fu
pubblicato nella _Collezione dei Testi di lingua_ a Bologna sin dal
1892. Questo autore pregevole per le molte e sicure notizie che dà,
vuole essere esaminato con giudizio, a cagione della sua eccessiva
ingenuità, e mancanza di critica. Le sue lodi sono spesso sconfinate;
poco c'è da fidarsi delle sue cifre, e generalmente non si occupa
di date. La _Storia della Letteratura italiana_ del TIRABOSCHI
contiene una mèsse preziosa di fatti intorno agli eruditi. Il VOIGT
ed il BURCKHARDT, più volte citati, meritano d'essere a preferenza
studiati. L'opera del NISARD, _Les gladiateurs de la république des
lettres aux XV^me, XVI^me et XVII^me siècles_ (Paris, Levy, 1810),
nonostante il titolo bizzarro, ha notizie ed osservazioni di pregio.
Una vasta miscellanea di notizie trovasi nelle _Epistolae_ di AMBROGIO
TRAVERSARI, pubblicate dal Mehus con la biografia dell'autore; e
utilissime sono anche, non per critica, ma per esattezza di fatti, le
molte biografie scritte da CARLO DE' ROSMINI. Altri lavori più speciali
citeremo dove occorra.
[62] A questo proposito moltissime notizie si trovano raccolte nel
volume, che il signor Alessandro Wesselofsky pose innanzi al _Paradiso
degli Alberti_. Vedi I_l Paradiso degli Alberti, ritrovi e ragionamenti
del 1389, romanzo di Giovanni da Prato_, a cura di ALESSANDRO
WESSELOFSKY: Bologna, Romagnoli, 1867. Questi ritrovi si facevano ora
in casa di Coluccio Salutati, ed ora nel _Paradiso_, villa di Antonio
degli Alberti, fuori della Porta San Niccolò.
[63] _Comento a una canzone di Francesco Petrarca_, per LUIGI MARSILI:
Bologna, Romagnoli, 1863. Il Wesselofsky è stato dei primi a notare che
vi fu un periodo di transizione fra i Trecentisti e gli eruditi.
[64] Detto anche Lino, Niccoluccio, Niccolino.
[65] Il VOIGT, pag. 115 (lª ediz.) pose anche Giannozzo Manetti fra
coloro che frequentavano queste riunioni, ma fu un errore. Luigi
Marsigli nacque verso il 1330, e morì il 21 agosto 1394 (TIRABOSCHI,
vol. V, pag. 171: Firenze, Molini, Laudi e C., 1805-13); il Manetti
nacque l'anno 1396 (TIRABOSCHI, vol. VI, pag. 773), ed appartenne
ad una generazione posteriore. L'errore nacque da ciò, che dopo la
morte del Marsigli, insegnarono in Santo Spirito Vangelista da Pisa e
Girolamo da Napoli, presso i quali studiò il Manetti.
[66] Il Voigt è stato il primo che abbia, sotto questo aspetto,
richiamato l'attenzione sul Salutati. Una compiuta edizione delle sue
epistole è stata recentemente iniziata dall'Istituto Storico Italiano
per opera del prof. Novati.
[67] Leonardo Aretino scriveva, che se egli sapeva il greco, se aveva
approfondito lo studio del latino, lo doveva a Coluccio Salutati: «Nemo
unquam parens in unico diligendo filio tam sedulus fuit quam ille in
me.» E Coluccio parla di questa amicizia con gran delicatezza d'animo
e nobilissimo linguaggio: «Continua et studiosa nobis consuetudo fuit,
et cum de cunctis quae componerem iudex esset, et ego suarum rerum
versa vice, nos mutuo sicut ferrum ferro acuitur, exacueramus; nec
facile dixerim ex hoc dulce et honesto contubernio, uter nostrum plus
profecerit. Uterque tamen eruditior evasit, fateri operteat mutuo nos
fuisse vicissim discipulus et magister.» Questi due brani di lettere
si trovano riportati nella Prefazione (pag. XI) premessa dal MORENI
alla _Invectiva Lini Colucci Salutati in Antonium Luscum Vincentiuum_:
Florentiae, 1826. Il Loschi o Lusco, come lo chiama P. Bracciolini, era
dotto nel latino e nel diritto civile; fu cancelliere di Gio. Galeazzo;
poi segretario a Roma, dai tempi di Gregorio XII fino ai tempi di
Niccolò V. Avendo egli detto male di Firenze, Coluccio gli rispose
colla sua _Invectiva_, nella quale si può vedere a quale esagerazione
e gonfiezza arrivasse qualche volta lo stile degli eruditi. «Quaenam
urbs, non in Italia solum, sed in universo terrarum orbe est moenibus
tutior, superbior palatiis, templis ornatior, formosior aedificiis;
quae porticu clarior, platea speciosior, viarum amplitudine laetior;
quae populo maior, civibus gloriosior, inexhaustior divitiis, cultior
agris; quae situ gratior, salubrior coelo, mundior caeno; quae puteis
crebrior, aquis suavior?» ec. ec. E con questo stile continua per
molte pagine. (Vedi pag. 125 e seg.). Secondo P. BRACCIOLINI (vedi
nota a pag. XXVII della Prefazione all'Invectiva) il Salutati aveva
una collezione di 800 codici, numero che è veramente straordinario per
quei tempi. Della liberalità con cui ne faceva copia a tutti, ecco come
parla Leonardo Aretino: «Ut omittam quod pater communis erat omnium,
et amator bonorum.... omnes in quibus conspiciebat lumen ingenii, non
solum verbis incendebat ad virtutem, verum multo magis cum copiis,
tum libris suis iuvabat, quos ille pleno copia cornu non magis usui
suo quam ceterorum esse volebat.» (Vedi questo brano nella citata
Prefazione, pag. XXVII). I libri del Salutati andarono poi dispersi,
essendo stati venduti da' suoi figli (Ibid., pag. XXVII-VIII). Lo
Shepherd, nella _Vita di Poggio Bracciolini_, dà varie notizie sul
Salutati, alcune lettere e un elenco delle opere, molte delle quali
son sempre inedite nelle biblioteche fiorentine. L'edizione delle
_Epistolae_ del Salutati fatta dal Mehus è assai poco corretta. Invece
con grandissima cura è condotta quella del prof. Novati recentemente
venuta alla luce tra le _Fonti_ dall'Istituto Storico Italiano. V.
anche NOVATI, _La giovinezza di Coluccio Salutati_: Torino, Loescher,
1888.
[68] Dopo di Coluccio Salutati furono successivamente segretarî della
Repubblica, Leonardo Bruni, Carlo Marsuppini, Poggio Bracciolini,
Benedetto Accolti, Cristoforo Landino, Bartolommeo Scala, Marcello
Virgilio Adriani (che fu primo segretario quando il Machiavelli era
secondo), Donato Giannotti, ed altri non pochi.
[69] VESPASIANO nella _Vita di Piero dei Pazzi_.
[70] VESPASIANO, nella _Vita di N. Niccoli_, paragrafo VIII; Poggio
Bracciolini nella Prefazione all'Invectiva del Salutati, citata più
sopra, pag. XXVII. Altri portano i codici a poco più di 600.
[71] Vedi VESPASIANO, _Vita di N. Niccoli_; MEHUS, _Ambr. Camaldulensis
Epist. Praefatio_, pag. XXXI, LXIII, LXXXII; TIRABOSCHI, vol. VI, pag.
125 e seg., e l'opera del VOIGT, già citata. Cosimo de' Medici fece
porre i libri in San Marco, l'anno 1444, nella stupenda sala costruita
a sue spese dall'architetto Michelozzi, la quale fu restaurata ed
ampliata dopo il terremoto seguito l'anno 1453. (P. MARCHESE, _Scritti
varii_: Firenze, Le Monnier, 1885, pag. 135). Più tardi, cioè dopo la
cacciata di Piero de' Medici, seguita nel 1494, i frati di San Marco
comprarono i codici della libreria privata dei Medici, che vennero poi
ricomprati dal cardinal Giovanni, che fu papa col nome di Leone X, ed
alla sua morte il cardinal Giulio dei Medici, anch'egli poi eletto papa
col nome di Clemente VII, esecutore della volontà di Leone, li riportò
in Firenze, ordinando a Michelangelo la costruzione dell'edifizio, in
cui dovevano essere collocati, nel chiostro di San Lorenzo. L'edifizio
fu compiuto sotto Cosimo I, dopo la morte di Clemente VII, e così fu
fondata la famosa libreria Laurenziana. Secondo il Padre Marchese,
avendo Cosimo de' Medici pagato i debiti del Niccoli, ed avendo
mescolati in San Marco codici suoi con quelli del morto amico, i
figli e nipoti ritennero su di essi un certo diritto; e così quando
riacquistarono dai frati i libri che erano stati di proprietà privata
dei Medici, ve ne inclusero parecchi anche di quelli del Niccoli.
Intorno alla storia di queste collezioni, notizie svariate si trovano
in VESPASIANO, _Vita di N. Niccoli_, e _Vita di Cosimo de' Medici_;
TIRABOSCHI, vol. VI, pag. 128 e segg.; POGGIO, _Opp_.: Basilea, 1538,
pag. 270 e seg.; MEIIUS, _Ambr. Camaldulensis Epist. Praefatio_, pag.
LXIII e seg., LXXVI e seg.; P. MARCHESE, _Scritti varii_, pag. 45
e seg. Parecchie notizie con nuovi documenti pubblicai io nella mia
_Storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi_. Una breve relazione,
_Della biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze_; Firenze, Tofani,
1872, fu pubblicata dal cav. FERRUCCI bibliotecario e dal sig. ANZIANI
vice-bibliotecario, che ne fu l'autore. Ma tutto ciò che risguarda
la storia della privata Collezione dei Medici trovasi ampiamente
narrato ed illustrato con nuovi ed importanti documenti dal prof. E.
PICCOLOMINI nell'_Archivio Storico Italiano_, tomo XIX, dispense 1, 2
e 3 del 1874, e tomo XX, 4ª dispensa del 1874. Questo medesimo lavoro
fu poi stampato a parte col titolo: _Intorno alle condizioni ed alle
vicende della libreria Medicea privata_, Ricerche di E. PICCOLOMINI:
Firenze, Cellini e C. 1875.
[72] VESPASIANO, _Vita di P. Strozzi_.
[73] La deliberazione è del 1472. V. PREZZINER, _Storia del Pubblico
Studio_, ecc.: Firenze, 1812, volumi due. Quest'opera non ha però
gran valore storico. Altre notizie sullo Studio trovansi sparse negli
scritti degli eruditi, e si può consultare anche l'opera intitolata:
_Historia Academiae Pisanae_, auctore ANGELO FABRONIO: Pisis, 1791-95,
in tre volumi. Nel 1881 la R. Deputazione sugli Studi di Storia
Patria in Firenze pubblicò gli Statuti dello Studio fiorentino, con
un discorso del prof. C. MORELLI, e altri documenti a cura del cav. A.
GHERARDI.
[74] PETRARCA, _Lettere Senili_, lib. III, lett. 6; lib. V, lett. 1;
lib. VI, lett. 1-2.
[75] LEON. BRUNI, _Rerum suo tempore in Italia gestarum, Commentarius_,
in MURAT., _Script._, tomo XIX, pag. 920.
[76] TIRABOSCHI, _Storia della Letteratura italiana_; GIBBON, _Decline
and Fall_, ec.; VOIGT, _Die Wiederbelebung_, ec.
[77] Vedi il VOIGT, il GIBBON, ed anche la mia _Storia di G.
Savonarola_, vol. I, cap. IV.
[78] G. SHEPHERD, _Vita di Poggio Bracciolini_, tradotta dall'inglese
da T. Tonelli, con note ed aggiunte: Firenze, Ricci, 1825, volumi due.
Vedi nel vol. I, pag. 65 e segg., la traduzione della lettera citata.
[79] POGGII, _Opera_, edizione di Basilea, pag. 301-05.
[80] L. ARETINI, _Epist_., lib. IV, ep. 5.
[81] TIRABOSCHI, _Storia della Letteratura italiana_, vol. VI, pag.
118; ROSMINI, _Vita e disciplina di Guarino, Veronese_: Brescia,
1805-06.
[82] Vedi Lettera al Niccoli in data 29 ottobre 1420, pubblicata nella
traduzione dello SHEPERD, vol. I, pag. 111, nota C.
[83] VESPASIANO, Vita di Poggio Bracciolini, § I.
[84] POGGII, _Opera_, pag. 69.
[85] Vedi la lettera nello SHEPHERD, vol. I, pag. 184-85.
[86] «Verum nequaquam mirum videri debet, cum eius mater Arimini dudum
in purgandis ventribus et intestinis sorde deluendis quaestum fecerit,
maternae artis foetorem redolere. Haesit naribus filii sagacis materni
exercitii attrectata putredo et continui stercoris foetens halitus.»
POGGII, _Opera_, pag. 165.
[87] «At stercorea corona ornabuntur foetentes crines priapei vati.»
POGGII, _Opera_, pag. 167. Riesce impossibile riferire i più osceni
brani delle _Invettive_ di Poggio e delle _Satire_ del Filelfo.
Il NISARD (_Les Gladiateurs_, etc.) si provò a riportarne parecchi
nelle appendici alle _Vite del Filelfo e di Poggio_, ma anch'egli fu
costretto a fermarsi.
[88] «Volui itaque eis ostendere id quod facerem non vitium esse
corporis, sed animi virtutem.» _Antid. in Pogium_, pag. 177: Parisiis,
1529.
[89] ROSMINI, _Vita di F. Filelfo_, vol. I, doc. IX, pag. 125.
[90] PLATINA, _Vita Pii II_.
[91] Gasparo Veronese citato in VOIGT, _Die Wiederbelebung_, etc., pag.
437.
[92] Il Sannazzaro scrisse:
_Dum patriam laudat, damnat dum Poggius hostem,_
_Nec malus est civis, nec bonus historicus._
[93] Questa lettera è diretta a Flavio Biondo di Forlì e trovasi
riportata anche in A. BARTOLI, _I due primi secoli della Letteratura
italiana:_ Milano, Vallardi, 1880.
[94] Una elegante edizione di questa Storia, colla traduzione di
Donato Acciaioli, fu pubblicata in Firenze, 1856-60, in tre volumi
in-8. Il signor CIRILLO MONZANI pubblicò un accurato _Discorso_ sul
Bruni nell'_Archivio storico italiano_, Nuova Serie, vol. V, parte I,
pag. 29-59 e parte II, pag. 3-34. Vedi anche le considerazioni che fa
sulle storie del Bracciolini e del Bruni il GERVINUS nel suo lavoro,
_Florentinische Historiographie_, pubblicato nel volume intitolato:
_Historische Schriften:_ Frankfurt a. M., 1883.
[95] Sulla storia dell'Aretino si può consultare un pregevole lavoro di
E. Santini, pubblicato nel vol. XXII degli _Annali della Scuola Normale
Superiore di Pisa_ (1910). L'autore però ne esalta un po' troppo i
meriti, che pur sono in buona parte innegabili.
[96] La prima volta nel 1410 per un anno solo, la seconda dal 1427 al
44.
[97] VESPASIANO, _Vita di Carlo d'Arezzo_.
[98] VESPASIANO, op. cit., TIRABOSCHI, _Storia della Letteratura
italiana._
[99] Questa orazione fu premessa alle _Epistolae_ del Bruni.
[100] VESPASIANO, _Vita di G. Manetti_, § II.
[101] VESPASIANO, _Vita di G. Manetti_, § XV.
[102] Vedi in VESPASIANO le due _Vite di Zembrino pistolese_ e di
_Maestro Pagolo_.
[103] VOIGT, _Die Wiederbelebung_, etc., pag. 279, nota 3.
[104] «Scripsit item exempla quaedam et veluti formulas, quibus Romana
Curia in scribendo uteretur, quae etiam ab eruditissimis viris in usum
recepta sunt.» — FACIUS, _De viris, illustribus_, pag. 3.
[105] VOIGT, _Enea Silvio de' Piccolomini, als Pabst Pius der Zweite_,
vol. III, pag. 548 e segg.
[106] La sua libreria, in 30 casse che contenevano 600 volumi,
fu lasciata a Venezia, e formò il primo nucleo della Biblioteca
di San Marco. VESPASIANO, _Vita del card. Niceno_; VOIGT, _Die
Wiederbelebung_, etc.; TIRABOSCHI, _Storia della Letteratura italiana_.
[107] VESPASIANO, _Vite di Enocke d'Ascoli, di Niccolò V, di Giovanni
Tortello_.
[108] TORTELLII, _Commentariorum grammaticorum de Ortographia dictionum
e Graecis tractarum Opus_, Vicentiae, 1479.
[109] Così nella _Vita di Niccolò V_, § XXV: in quella di Tortello, §
I, dice, invece: «Aveva fatto inventario di tutti i libri che aveva in
quella libreria, e fu mirabile cosa la quantità ch'egli diceva avere,
ch'erano «da volumi novemila.» Altri danno altre cifre; il numero
preciso è difficile conoscerlo. VOIGT,_ Die Wiederbelebung_, ecc., pag.
364.
[110] VESPASIANO,_ Vita di Niccolò V_. G. MANETTI, nella sua _Vita
Nicolai V_, dà un ragguaglio minuto dei disegni di questo Papa. Vedi
anche VOIGT, _Die Wiederbelebung_, ecc.; GREGOROVIUS e REUMONT nelle
loro _Storie di Roma_.
[111] BAROZZI e SABBADINI, _Studi sul Panormita e sul Valla_, nelle
_Pubblicazioni dell'Istituto superiore_, pag. 52 e seg.: Firenze,
successori Le Monnier, 1891.
[112] Poggio e Fazio lo accusano di avere anche fatto un falso
chirografo, ed attribuiscono a ciò la sua fuga. Essi però erano suoi
nemici, e sono quindi poco credibili testimoni contro di lui.
[113] È divisa in tre parti. Vedila nella edizione delle Opere del
Valla fatta a Basilea, 1543. Nel 1430 l'opera era già scritta, nel 1433
ne usciva a Pavia una seconda edizione.
[114] A questo proposito egli dice: «Tot praelia vidi, in quibus de
salute quoque mea agebatur.» _Opera_, edit. Basil., 1543, pag. 273. Gli
eruditi però assai facilmente si vantavano d'aver corso pericoli, ogni
volta che accompagnavano un principe al campo.
[115] Vedila nelle _Opere_.
[116] VOIGT, _Enea Silvio de' Piccolomini, als Pabst Pius der Zweite_,
vol. II, pag. 313; _Die Wiederbelebung_, ecc., pag. 221. Vedi anche un
articolo del professore FERRI sul Cusano, nella _Nuova Antologia_, anno
VII, vol. XX, maggio 1872, pag. 109 e segg.
[117] _In Novum Testamentum e diversorum utriusque linguae codicum
collatione annotationes_, etc.: nelle _Opere_ del VALLA.
[118] In _Bartholomeum Facium ligurem, Invectivarum seu Recriminationum
libri IV_. L'occasione della disputa era stata una critica del
Fazio contro la Vita che il Valla aveva scritta del padre d'Alfonso
d'Aragona. L. VALLAE, _Historiarum Ferdinandi regis Aragoniae libri
III_: Parisiis, per Robertum Stephanum. — Nel rispondere al Fazio, il
Valla attaccò anche il Panormita.
[119] _Elegantiarum libri VI_, nelle _Opere_ del VALLA.
[120] _Paraphrasis luculenta et brevis in Elegantias Vallae_: Venetiis,
1535. — _Paraphrasis, seu potius Epitome in Elegantiarum libros Laur.
Vallae_: Parisiis, 1548.
[121] Il RITTER, _Geschichte der neuern Philosophie_, parte prima,
pag. 252, nota appunto questa superiorità che il Valla attribuisce
alla _Retorica_ sulla _Dialettica_: «Noch viel reicher ist die
Redekunst, welche ein unerschöpfliches Gedächtniss, Kenntniss der
Sachen und der Menschen voraussetzt, alle Arten der Schlüsse gebraucht,
nicht allein in ihrer einfachen Natur, wie sie die Dialektik lehrt,
sondern in den mannigfaltigsten Anwendungen auf die verschiedensten
Verhältnisse der öffentlichen Gescäfte nach der Lage der Sachen,
nach der Verschiedenheit der Hörenden abgeändert. Dieser reichen
Wissenschaft solle die philosophische Dialektik dienen (_Dial_., disp.
II, praefatio). Das meint Valla, wenn er die Philosophie unter dem
Oberbefehl der Rede stellen will.» Questo è il concetto che espone
nella _Dialettica_, ma nelle _Eleganze_ va ancora più oltre, cercando
ritrovare la filosofia o la logica nel linguaggio.
[122] «Ut si quid retractatione opus est, et quasi ablutione, en tibi
me nudum offero.» _Ad Eugenium IV, Pont. Apologia_: VALLAE, _Opp_. Le
Lettere ai cardinali Scarampo e Landriani trovansi nelle _Epistolae
Regum et Principum_: Argentinae per Lazar. Zetzenerum, A. 1595, pag.
336 e 341.
[123] TIRABOSCHI, op. cit., vol. VI, pag. 1029 e segg.; VOIGT, _Die
Wiederbelebung_, ecc., pag. 224 e segg.; VOIGT, _Enea Silvio de'
Piccolomini_, ecc., vol. I, pag. 237; ZUMPT, _Leben und Verdienste des
L. Valla_, nel vol. IV del _Zeitschrift für Geschichtswissenschaft_,
von A. SCHMIDT; RITTER, _Geschichte der neuern Philosophie_, parte
prima; INVERNIZZI, _Il Risorgimento_ (secoli XV e XVI), cap. III, opera
che fa parte della _Storia d'Italia_ pubblicata a Milano dall'editore
Vallardi; _Lorenzo Valla, ein Vortrag_ von J. VAHLEN: Berlin, F.
Vahlen, 1870, pag. 26 e segg. Recentemente furono pubblicati altri
lavori sul Valla. Oltre quello già da noi citato di L. BAROZZI e L.
SABBADINI, si possono consultare: G. MANCINI, _Lorenzo Valla_: Firenze,
Sansoni, 1891: D.^r MAX VON WOLFF, _Lorenzo Valla, sein Leben und seine
Werke_: Leipzig, Seemann, 1893.
[124] VOIGT, _Die Wiederbelebung_, ecc.; GREGOROVIUS, _Geschichte der
Stadt Rom_, vol. VII, pag. 577 (2ª edizione): TIRABOSCHI, op. cit.,
vol. VI, pag. 635 e segg. La _Roma instaurata_ e la _Italia illustrata_
furono stampate la prima volta: _Romae in domo nob. v. Iohannis de
Lignamine_, 1474, e ristampate insieme con tutte le opere del Biondo a
Basilea nel 1559; vennero poi anche tradotte e pubblicate in italiano.
[125] È un trattato indirizzato, in forma di lettera, a Giovanni Aich,
il 30 novembre 1444.
[126] _Opera_: Basil., Hupper, 1551, vol. I, pag. 91-93.
[127] _Wiener Baedeker, Führer durch Wien und Umgebungen_, von B.
BUCHER und K. WEISS, Zweite Auflage: Wien, Faesy und Frick, 1870,
pagine 43-44.
[128] _Epist._ 165, ediz. di Basilea, 1571.
[129] POGGII, _De varietate fortunae:_ Parisiis, 1723. Quest'opera
incomincia con una lunga introduzione, nella quale l'autore parla
della devastazione in cui erano i monumenti di Roma. Il primo libro
descrive le rovine, e passa quindi a narrare le vicende di Tamerlano e
le calamità di Bajazet. Nel secondo libro Antonio Lusco discorre delle
vicissitudini seguite in Europa dal 1377 fino alla morte di Martino
V. Il terzo contiene un compendio della storia italiana sotto Eugenio
IV. Il quarto, che è come un lavoro staccato, e fu tradotto più volte,
contiene un ragguaglio dell'India e della Persia, che Poggio raccolse
dal Conti, il quale era andato fino di là dal Gange. È certo un lavoro
fra i più importanti che Poggio abbia lasciati, e vi si trova un po'
di tutto: filosofia, descrizione della politica italiana nel secolo XV,
viaggi in Oriente, ecc.
[130] PAOLO CORTESE dice: «In eo primum apparuit saeculi mutati
signum.» _De Cardinalatu_, pag. 39 (ediz. del 1510).
[131] I _Commentarii_ furono riveduti e in parte ritoccati da
Gianantonio Campano, vescovo di Teramo. Vedi GREGOROVIUS, _Geschichte_,
ecc., vol. VII, pag. 599 e segg. (2ª ediz.) Il VOIGT ha dato una
compiuta biografia di questo Papa nella sua opera, già molte volte
citata: _Enea Silvio de' Piccolomini als Pabst Pius der Zweite und
Seine Zeitalter_. Vedi più specialmente vol. I, lib. I, cap. 12, e
_passim;_ vol. II, lib. III, cap. 6-11. Il D.^r Lesca ha recentemente
pubblicato un accurato lavoro sui _Commentarii_: Pisa, Nistri, 1894.
[132] IOVII, _Elogia doctorum virorum_; TIRABOSCHI, op. cit., vol.
VI, pagine 107, 210, 644-49; BURCKHARDT, op. cit.; GREGOROVIUS,
_Geschichte_, ecc., vol. VII.
[133] «Fateor et me errasse, peccasse et ideo pœnas mereri.... Rursus
peto veniam; ad pedes me Pauli Pont. clementissimi esse credatis,
qui solita pietate et misericordia omnibus parcit, etc.» Così dice la
confessione di cui il GREGOROVIUS trovò non l'originale, ma una copia
nella Vaticana: _Geschichte der Stadt Rom_ (2ª ediz.), pag. 587 e
seguenti.
[134] Su Pomponio Leto e l'Accademia alcune nuove notizie si trovano in
A. DELLA TORRE, _Paolo Marsi da Pescia_, Rocca S. Casciano, Cappelli,
1903.
[135] «Tibi polliceor, etiam si a praetervolantibus avibus aliquid
contra nomen salutemque tuam sit, audiero, id statim literis aut
nunciis Sanctitati tuae indicaturum. — Celebrabimus et prosa et
carmine Pauli nomen, et auream hanc aetatem, quam tuus felicissimus
pontificatus efficit.» Questa lettera del Platina che trovasi
in VAIRANI, _Monum. Cremonensium_, vol. I, pag. 30, è citata dal
GREGOROVIUS, _Geschichte_, ecc., vol. VII, pag. 588.
[136] GREGOROVIUS, _Geschichte_, ecc., vol. VII, pag. 603 e seguenti,
(2ª ediz.); TIRABOSCHI, op. cit., vol. VI, pag. 317 e segg.
[137] RITTER, _Geschichte der neuern Philosophie_; GREGOROVIUS,
_Geschichte_, ecc., vol. VII, pag. 592; FERRI, _Il Card. Niccolò di
Cusa e la Filosofia della Religione_ (_Nuova Antologia_, vol. XX,
anno VII, maggio 1872, pag. 100 e segg.). In questo articolo l'autore
esamina il sistema filosofico del Cusano. «L'idea che signoreggia
tutto, egli dice, è l'assoluto, pensabile e incomprensibile nella sua
infinità, minimo e massimo, principio e termine di tutte le esistenze;
da esso nascono i contrarii che esso armonizza. L'idea del Cusano non
è l'identità del pensiero e dell'essere, ma è solo un'immagine della
verità assoluta. L'intelletto umano rimane distinto dal divino, ma la
creazione è una esplicazione del mondo da Dio, non è una creazione _ex
nihilo_. La dialettica del Cusano non arriva all'identità del pensiero
e dell'essere come in Hegel; il suo sistema non è ancora schietto
panteismo, perchè ammette due ordini d'esistenze, finito ed infinito.»
Il Bruno dette un passo più oltre in questa via. Su di ciò si legga il
lavoro pubblicato dal professore Tocco negli Atti dell'Accademia dei
Lincei: _Le fonti più recenti della filosofia del Bruno_: Roma, 1892.
[138] GREGOROVIUS, _Geschichte_, ecc., vol. VII, pag. 596.
[139] MATARAZZO, _Cronaca di Perugia_, nell'_Archivio Storico_, vol.
XVI, parte II, pag. 180; NOTARIUS A NANTIPORTU, _Diarium_ etc., in
MURATORI, _Scriptores_, vol. III, parte II, col. 1094; INFESSURA,
_Diaria rerum romanorum_, ediz. Tommasini (nelle _Fonti per la storia
d'Italia_, pubblicate dall'Istituto Storico Italiano): Roma, 1890.
Nelle _Mittheilungen des Instituts für oesterreische
Geschichtforschung_, vol. IV (Innsbruck, 1883), si leggono due lavori,
che esaminano assai minutamente tutto ciò che fu scritto e detto sul
ritrovamento di questo cadavere. Il primo (p. 75-91) è di HENRY THODE;
il secondo (p. 443-49) è di CHR. HÜLSEN, il quale confuta alcune
ipotesi del Thode, pubblica qualche nuovo documento, e determina
ciò che si può ritenere come veramente accertato, e ciò che si deve
ritenere come ipotetico. V. anche BURCKHARDT, _Die Renaissance_, pag.
183 (1ª edizione).
[140] Lettere del 1485, pubblicate dall'HÜLSEN, nelle citate
_Mittheilungen_, pag. 435-6.
[141] Così conchiudeva una satira, che scrisse allora:
_.... Vobis res coram publica sese_
_Offert in medium, referens stragesque necesque_
_Venturas, ubi forte minus pro lege vel aequo_
_Supplicium fuerit de sonte nefando;_
_Aut etiam officium collatum munere civis_
_Namque relegatus, si culpae nomine mulctam_
_Pendeat, afficiet magnis vos cladibus omnes._
(PHILELPHI, _Satirae_, quartae decadis hecatostica prima).
[142] Il ROSMINI nella sua _Vita di F. Filelfo_ (Milano, Mussi, 1808,
volumi tre) ha pubblicato alcuni di questi versi:
A Francesco Sforza il Filelfo dice:
_Nam quia magnifici data non est copia nummi_
_Cogitur hinc uti carmine rancidule._
_Quod neque mireris, vocem pretiosa canoram_
_Esca dat, et potus excitat ingenium._
_Ingenium spurco suerit languescere vino,_
_Humida mugitum reddere rapa solet._
(ROSMINI, vol. II, pag. 285, doc. VI).
A Gentile Simonetta:
_Filia nam dotem petit altera et altera restes,_
_Filiolique petunt illud et illud item._
(Vol. II, pag. 287, doc. VI).
A Bianca Maria Sforza:
_Blanca, dies natalis adest qui munera pacis_
_Adtulit eternae regibus et populis,_
_Dona mihi quae, Blanca, tuo das debita vati,_
_Cui bellum indixit horrida pauperies?_
_Foenore mi pereunt vestes, pereuntque libelli,_
_Hinc metuunt Musae, Phaebus et ipse timet._
. . . . . . . . . . . . . . .
_Non ingratus ero: nam me tua vate per omne_
_Cognita venturis gloria tempus erit._
(Vol. II, pag. 288, doc. VI).
A Francesco Sforza:
_Si, Francisce, meis rebus prospexeris unus,_
_Unus ero, qui te semper ad astra feram._
(Vol. II, pag. 290, doc. VI).
[143] C. DE ROSMINI, _Vita di F. Filelfo_, vol. II, pag. 317, doc. XX.
[144] C. DE ROSMINI, _Vita di F. Filelfo_, vol. II, pag. 90, e pag. 305
e 308, doc. X.
[145] Per il Filelfo si possono consultare, oltre le sue opere, i tre
volumi della biografia pubblicata dal Rosmini (troppo lodatore) con
molti documenti, fra cui brani degli scritti inediti di quell'erudito.
Lo SHEPHERD nella _Vita di P. Bracciolini_ parla a lungo del Filelfo.
Vedi anche NISARD, _Les Gladiateurs_, ecc., vol. I; GUILLAUME FAVRE,
_Mélanges d'Histoire littéraire_, tome I: Genève, 1856; TIRABOSCHI,
VESPASIANO e VOIGT nelle opere citate.
[146] Nel 1465 moglie d'Alfonso d'Aragona, duca di Calabria.
[147] Divenuta poi moglie di Federigo, duca d'Urbino.
[148] VESPASIANO, _Vita d'Alfonso d'Aragona_, § VI e XIV. Il VOIGT,
_Die Wiederbelebung_, ecc., pag. 235, dice 120,000 ducati; ma è forse
errore di stampa.
[149] VESPASIANO, _Vita d'Alfonso_, § VII.
[150]
_Crede velim nostra vitam distare papyro,_
_Si mea charta procax, mens sine labe mea est._
(ANTONII PANORMITAE, _Hermaphroditus_. Primus in Germania edidit et
Apophoreta adjecit F. C. Forbergius: Coburgi, 1824. Vedi Epig. II, 1).
[151] _Archivio St. It._, vol. XVI, parte I e II, _Cronache_ del
GRAZIANI e del MATARAZZO.
[152] G. VOIGT, _Enea Silvio de' Piccolomini_, vol. III, pag. 123.
[153] PII II, _Comm._: Romae, 1584, lib. II, pag. 92. Il BURCKHARDT,
pagine 223-224, osserva che la parola _historia_ indica qui la
conoscenza dell'antichità. — Pei Malatesta e Rimini, vedi CHARLES
YRIARTE, _Un condottiere au XV siècle: Rimini_, Paris, Rotschild, 1882;
e nei miei _Saggi storici e critici_ (Bologna, Zanichelli, 1890) lo
scritto: _Rimini e i Malatesta_.
[154] I fratelli erano quattro: Alfonso I, il cardinale Ippolito, don
Ferrante e Giulio, figli tutti di Ercole I.
[155] GIOSUÈ CARDUCCI, _Delle poesie latine edite ed inedite di
Ludovico Ariosto_: Bologna, Zanichelli, 1875, pag. 21 e seg.
[156] C. DE ROSMINI, _Vita e disciplina di Guarino Veronese_: Brescia,
1805-6, vol. I, pag. 6; TIRABOSCHI, op. cit., vol. VI, pag. 118.
[157] Il ROSMINI nella sua _Vita di Guarino_ ci dà ampia notizia di
tutti questi discepoli.
[158] PAOLO VECCHIA, _Vittorino da Feltre_, Roma, presso _I diritti
della Scuola_, 1905.
[159] C. DE ROSMINI, _Idea dell'ottimo precettore nella Vita e
disciplina di Vittorino da Feltre e de' suoi discepoli_: Bassano, tip.
Remondiniana, 1801.
[160] PII II, _Comm_., pag. 131.
[161] Il prof. E. Piccolomini, nel suo lavoro _Sulla libreria privata
dei Medici_, da noi più sopra citato, riporta a pag. 25 le istruzioni
per il bibliotecario, le quali danno prova appunto della grande
precisione e dell'ordine voluto dal Duca.
[162] Questa libreria rubata poi dal duca Valentino, e più tardi
acquistata da Alessandro VII, trovasi ora nella Vaticana. Brevemente ne
parla il CASTIGLIONI nel suo _Cortegiano_; ma VESPASIANO ne discorre
a lungo e va in estasi descrivendola. «Solo a questo duca è bastato
l'animo di fare quello che non è ignuno che l'abbia condotto da anni
mille o più in qua, d'avere fatta fare una libreria, la più degna
che sia mai istata fatta da quello tempo in qua.... E ha preso quella
via che bisogna pigliare a chi vuole fare una libreria famosa e degna
come questa.... E che lettere! e che libri! e come degni! non avendo
rispetto a spesa ignuna (_Vita di Federico duca d'Urbino_, § XXVII e
XXVIII).... In quella libreria i libri tutti sono belli in superlativo
grado, tutti iscritti a penna, e non v'è ignuno a stampa, che se ne
sarebbe vergognato; tutti miniati elegantissimamente, e non v'è ignuno
che non sia iscritto in cavretto.» Ma il pregio principale era l'ordine
con cui fu composta, contenendo i principali autori antichi e moderni
in tutto lo scibile, e non molti esemplari d'uno stesso autore, ma una
copia di ciascuno, nè «ci manca una carta sola delle opere loro che non
ci sia finita.» (_Ivi_, § XXXI).
[163] Il PICCOLOMINI ha nel lavoro sopra citato, pag. 111 e seg.,
riportato il canone bibliografico composto dal Parentucelli, poi papa
Niccolò V, e può vedersi quanto esso sia incompiuto, e quanto sieno
perciò esagerate le lodi che riscosse.
[164] VESPASIANO, _Vita di Federico duca d'Urbino_, § XXXI.
[165] VESPASIANO, _ibidem_; UGOLINI, _Storia dei Conti e Duchi
d'Urbino_, vol. due: Firenze, 1859; DENNISTOUN, _Memoirs of the
Dukes of Urbino_: London, Longman, 1851; BURCKHARDT, _Die Cultur der
Renaissance_, pag. 44-46; VOIGT, _Die Wiederbelebung_, ecc., pag. 263.
[166] _De Platonicae atque aristotelicae philosophiae differentia_:
Basileae, 1574.
[167] Nella mia _Storia di G. Savonarola_, ecc., ho esaminato più
ampiamente questo argomento. Vedi vol. I, lib. I, cap. 4.
[168] «Unser heutiger monotheistischer Gottesbegriff hat zwei
Seiten, die der Absolutheit und die der Persönlichkeit, die zwar in
ihm vereinigt sind, doch so, wie bisweilen in einem Menschen zwei
Eigenschaften, davon die eine ihm nachweislich von der väterlichen,
die andre von der mütterlichen Seite kommt: das eine Moment ist die
jüdisch-christliche, das andre die griechisch-philosophische Mitgift
unsres Gottesbegriffs. Das alte Testament können wir sagen hat uns den
Herrn-Gott, das neue den Gott-Vater, die griechische Philosophie aber
hat uns die Gottheit oder das Absolute vererbt.» — STRAUSS, _Der alte
und der neue Glaube_: Bonn, 1873, 5ª ediz., pag. 107. Lo stesso autore
osserva nella pagina precedente: «In Alexandria war es, wo der jüdische
Stamm-und Nationalgott mit dem Welt-und Menschheitsgott zusammenffoss
und bald zusammenwuchs, den die griechische Philosophie aus der
olympischen Göttermenge ihrer Volksreligion heraus entwickelt hatte.»
(Pag. 106). Da Alessandria venute in Italia, queste idee si diffusero
in Europa, e divennero sangue e sostanza della cultura moderna.
[169] Una simile tradizione si diffuse anche intorno a Pitagora ed
Apollonio, nata forse dall'antico uso dei primitivi cristiani, che
chiamavano spesso giorno di nascita quello in cui passavano a miglior
vita i loro martiri.
[170] Nel suo Comento al _Simposio_ di Platone.
[171] Nelle sue lettere il Ficino distingue gli accademici platonici
in suoi discepoli ed in suoi amici, dai quali ultimi dice che spesso
imparava molto. Uno di questi era il Poliziano, il quale scriveva:
«Tu cerchi il vero, io cerco il bello negli scritti degli antichi; le
nostre opere si compiono a vicenda, essendo come due parti d'un solo e
medesimo tutto.»
[172] Intorno a questi tentativi si possono vedere le notizie raccolte
dal prof. A. ALFANI nel suo libro: _Della Vita e degli Scritti di O. R.
Rucellai_: Firenze, Barbèra, 1872. L'autore però si sforza di dare al
Rucellai un'importanza filosofica che esso non ebbe.
[173] Dobbiamo fare eccezione in favore d'un assai breve, ma pur dotto
lavoro di K. SIEVEKING, _Die Geschichte der Platonischen Akademie zu
Florenz_: Hamburg, Druck und Lithographie des Rauhen Hauses zu Horn,
1844. Questa bella monografia venne pubblicata, senza nome d'autore,
come appendice ad una breve e pregevole storia di Firenze dello stesso
scrittore. La fonte principale, per tutto ciò che risguarda l'Accademia
Platonica ed il Ficino, sono le opere di lui. Dell'Accademia egli parla
specialmente nelle Epistole e nella Introduzione o Comento alla sua
versione del _Simposio_ di Platone. Molte notizie si trovano anche nel
TIRABOSCHI; nella _Vita di M. Ficino_ scritta in latino dal CORSI, e
in quelle di Lorenzo de' Medici, scritte dal ROSCOE e dal REUMONT; in
ANGELO MARIA BANDINI, _Specimen litteraturae florentinae saec. XV_,
ecc.: Florentiae, 1747. Quest'opera è principalmente una biografia di
Cristoforo Landino seguace del Ficino, e membro dell'Accademia. Molte
notizie raccolse anche LEOPOLDO GALEOTTI nel suo _Saggio intorno alla
Vita ed agli Scritti di Marsilio Ficino_, pubblicato nell'_Archivio
Storico italiano_, Nuova Serie, tomo IX, disp. 2ª, e tomo X, disp.
1ª. Per l'esposizione delle dottrine vedi RITTER,_ Geschichte der
neuern Philosophie_, parte I, lib. II, cap. IV; e per la filosofia di
questi tempi, in generale, si consulti ancora F. SCHULTZE, _Geschichte
der Philosophie der Renaissance_: Jena, 1874. Recentemente il prof.
Arnaldo della Torre ha pubblicato, come tesi di laurea, una _Storia
dell'Accademia platonica_, nelle _Pubblicazioni dell'Istituto di Studî
Superiori in Firenze_: Firenze, 1902. Questo dotto volume di 858 pag.
in 8º, contiene molte nuove ricerche. Al solito però si occupa assai
poco delle dottrine filosofiche e del loro intrinseco valore.
[174] Oriundo di Pratovecchio, nato in Firenze nel 1424, dotto nel
greco e latino, venne chiamato ad insegnare nello Studio, l'anno
1457. Fu cancelliere della Parte Guelfa; poi uno dei segretarî della
Repubblica, ufficio che tenne fino al 1497: allora per vecchiezza si
ritirò a Pratovecchio, continuando a godere lo stipendio di 100 fiorini
annui, sino al 1504, quando morì in età di ottanta anni, in una villa
donatagli dalla Repubblica, in premio del suo _Comento su Dante_.
TIRABOSCHI, op. cit., vol. VI, pag. 1065; BANDINI, _Specimen_, ecc.
[175] Il Bandini dice che queste riunioni si suppongono tenute nel
1460; ma il ROSCOE osserva che Lorenzo de' Medici aveva allora 12 anni,
e sostiene invece la data del 1468. _The Life of Lorenzo de' Medici,
called the Magnificent_, capitolo II. V. DELLA TORRE, op. cit., pag.
579 e seg.
[176] «Hoc pronunciare libere possum, opiniones eorum tenebricosis
allegoriarum involucris et dicendi genere plusquam poetico, qui omnium
fere academicorum mos erat, fuisse absconditas.» Dopo di che egli
procede citando espressioni che, giustamente osserva, nessun uomo di
sana ragione vorrebbe usare. _Specimen_, vol. II, pag. 58.
[177] DELLA TORRE, Op. cit., pag. 814.
[178] Vedi il _Commentarium Marsilii Ficini, in Convivium Platonis
de Amore_, che trovasi unito alla sua traduzione latina di Platone. I
conviti suburbani dell'Accademia Platonica pare che si tenessero nella
villa di Careggi, presieduti generalmente da Lorenzo de' Medici. Così
dice ANGELO MARIA BANDINI (_Specimen_, vol. I, pag. 60-61), e così dice
lo stesso Ficino in una sua lettera a Iac. Bracciolini (pubblicata
nello SPECIMEN del BANDINI, vol. I, pag. 62-63). «Platonici veteres
urbana Platonis natalitia quotannis instaurabant; novi autem Platonici,
Braccioline, et urbana et suburbana nostris temporibus celebrarunt;
suburbana quidem apud mag. Laurentium Medicem in agro Caregio. Cuncta
in libro nostro de amore narrantur. Urbana vero Florentiae sumtu regio
celebravit Franc. Bandinus vir ingenio, magnificentia excellens....»
Nella riunione urbana, di cui ragiona in questo luogo, si disputò della
immortalità dell'anima. Il convito di Careggi, di cui Ficino ci dà nel
suo _Commentario_ così minuto ragguaglio, fu presieduto anch'esso, per
mandato di Lorenzo, che restò allora in Firenze, da Franc. Bandini.
Infatti nel principio del primo cap. egli dice: «Plato philosophorum
pater, annos unum et octoginta aetatis, natus septimo novembris die,
quo ortus fuerat, discumbens in convivio, remotis dapibus, expiravit.
Hoc autem convivium, quo et natalitia et anniversaria Platonis pariter
continentur, prisci omnes Platonici usque ad Plotini et Porphyrii
tempora quotannis instaurabant. Post vero Porphyrium mille ac ducentos
annos, solennes hae dapes praetermissae fuerunt. Tandem nostris
temporibus, vir clarissimus Laurentius Medices platonicum convivium
innovaturus, Franciscum Bandinum Architriclinum constituit. Cum igitur
septimum Novembris diem colere Bandinus instituisset, regio apparatu in
agro Caregio novem platonicos accepit convivas.»
[179] Vedi nel _Commentarium_ i due discorsi del Cavalcanti.
[180] _Commentarium_, Oratio IV.
[181] _Commentarium_, ecc., Oratio VII, cap. XVII. «Quomodo agendae
sunt gratiae Spiritui Sancto, qui nos ad hanc disputationem illuminavit
atque accendit.»
[182] Lugduni, 1567.
[183] Vedi la mia _Storia di G. Savonarola_, lib. I, cap. V.
[184] _Commentario alla Vita di L. B. Alberti_, nel quarto volume del
VASARI, edizione Le Monnier; TIRABOSCHI, op. cit., vol. VI, pag. 414
e seg.; l'edizione di tutte le _Opere_ di L. B. ALBERTI, curata dal
Bonucci e pubblicata in Firenze (Tip. Galileiana) negli anni 1843 e
segg. In questa edizione trovasi la _Vita_ dell'Alberti scritta da
un anonimo. Vedi anche l'_Elogio dì L. B. Alberti_, nelle _Opere_ di
G. B. NICCOLINI, ediz. Le Monnier, 1843, vol. III, pag. 401 e seg.;
l'_Elogio_ scritto dal POZZETTI, pubblicato a Firenze nel 1789, e
finalmente _Gli Alberti di Firenze, Genealogia_, ecc., pubblicata
dal cav. L. Passerini, per commissione del Duca di Luynes: Firenze,
Cellini, 1870.
[185] BANDINI, _Specimen_, vol. I, pag. 164; TIRABOSCHI, op. cit., vol.
VI, pag. 420, dove si riporta una lettera del Poliziano.
[186] ALBERTI, _Opere_, e TRUCCHI, _Poesie italiane inedite_: Prato,
1846-47, vol. II, pag. 335.
[187] ALBERTI, _Opere_, vol. II, pag. 221 e seg.
[188] Questo libro, tenuto generalmente per lavoro del Pandolfini,
venne poi sostenuto essere opera dell'Alberti, specialmente da F.
Palermo, il quale si scaldò tanto nella questione, e tanto s'esaltò nei
suoi _Prolegomeni_ promessi al _Padre di famiglia_ (Firenze, tipografia
Cenniniana, 1872), da dimenticare affatto il metodo e i confini di una
critica scientifica. Il Pandolfini morì prima dell'Alberti, e difficile
sarebbe concepire come egli avesse voluto copiare una prosa erudita,
non solo riducendola in una forma parlata, ma ponendo idiotismi
e sgrammaticature là dove non erano. Da un altro lato l'Alberti
si dichiara esplicitamente autore dell'opera, cosa che non fa il
Pandolfini. La questione fu lungamente discussa dal prof. Cortesi, che
crede alla priorità del Pandolfini, e dai proff. Scipioni e Pellegrini,
che con validi argomenti sostengono l'opinione contraria.
[189] PANDOLFINI, _Trattato del governo della famiglia_, pag. 21:
Venezia, pei tipi del Gondoliere, 1841.
[190] Ibid., pag. 5.
[191] Ibid., pag. 14.
[192] Ibid., pag. 160 e seg.
[193] PANDOLFINI, _Trattato del governo della famiglia_, pag. 42.
[194] Furono pubblicate in tre volumi dalla R. Deputazione di Storia
Patria, per la Toscana, Marche ed Umbria: Firenze, Cellini, 1867-73, e
vanno dal 1399 al 1433.
[195] Nella sua _Storia fiorentina_.
[196] A. DESJARDINS, _Négociations diplomatiques de la France avec la
Toscane_ (tre volumi in-4): Paris, 1859-65, Imprimerie impériale, vol.
I, pag. 214. È giusto ricordare, che la più parte di questi documenti
furono trovati dal nostro G. Canestrini.
[197] FABRONI, _Vita Laurentii Medicis_: Pisis, 1784, vol. II, pag.
312, nota 179.
[198] Ibid., vol. II, pag. 359, nota 206.
[199] Ibid., pag. 363.
[200] Il FABRONI chiama questa lettera il canto del cigno, _tamquam
cycnea fuit_, perchè Lorenzo poco dopo morì. Vol. II, pag. 308, nota
178.
[201] Abbiamo già visto nel Pandolfini, che i contadini italiani e
più specialmente i toscani, di cui qui sopra si ragiona, avevano nel
secolo XV un'agiatezza assai superiore a quella degli altri d'Europa. I
novellieri, come per esempio il SACCHETTI (Vedi Nov. 88 e 202), parlano
spesso di contadini proprietarî ed accorti. Nella _Beca di Dicomano_,
in cui il PULCI descrive la vita dei contadini, uno di essi dice
all'amata:
«Tu sa' ch'i' sono ignorante e da bene — Ed ho bestiame e case
e possessione, — Se tu togliessi me, io torrei tene.» Vedi anche
BURCKHARDT, _Die Cultur der Renaissance_ (1ª ediz.), pag. 356.
[202] A. D'ANCONA, _La poesia popolare fiorentina nel secolo XV_.
Questo lavoro fu pubblicato nella _Rivista Contemporanea_ di Torino,
vol. XXX, fascicolo 106 (settembre 1862). Vedi anche Carducci nella
prefazione premessa al volume: _Le Rime, le Stanze e l'Orfeo_ di A.
POLIZIANO: Firenze, Barbèra, 1863. Questi due scrittori sono quelli che
meglio di tutti hanno ragionato dell'antica poesia popolare italiana.
[203] Questa leggenda trovasi stampata anche fra le opere di Leon
Battista Alberti.
[204] Ripubblicata da A. D'ANCONA (Pisa, Nistri, 1863). Vedi ancora
i tre volumi di _Sacre Rappresentazioni dei Secoli XIV, XV e XVI_,
pubblicati dallo stesso in Firenze, Successori Le Monnier, 1872.
[205] Più giusti assai nei loro giudizî sono il CAPPONI nella sua
_Storia della Repubblica fiorentina,_ ed il REUMONT nella sua opera,
_Lorenzo de' Medici_: Leipzig, 1873. Il Carducci ha discorso più
volte del valore e dell'indole poetica di Lorenzo, con moltissima
originalità, sebbene, a nostro avviso, lo lodi un po' troppo.
[206]
_Dum pulchra effertur nigro Simonetta feretro,_
_Blandus et exanimi spirat in ore lepos, ecc._
[207] _Comento di Lorenzo de' Medici sopra alcuni de' suoi Sonetti_, in
fine delle sue poesie volgari (edizione del 1554). Vedi anche ROSCOE,
_Life of Lorenzo de' Medici_, cap. II.
[208] _Tre lettere di Lucrezia Tornabuoni a Piero de' Medici, ed altre
lettere di varî concernenti al matrimonio di Lorenzo il Magnifico
con Clarice Orsini_. Pubblicazione per nozze, fatta da CESARE GUASTI:
Firenze, Le Monnier, 1859.
[209] Furono ristampati dal ROSCOE, nell'_Appendice_ alla sua _Vita di
Lorenzo_, Doc. XII.
[210] La Canzone, che è però del Poliziano, incomincia:
Ben venga maggio,
E 'l gonfalon selvaggio.
[211] Il VASARI, nella sua _Vita di Piero di Cosimo_, ci descrive
la cura con cui erano ordinate queste feste, che furono lungamente
continuate in Firenze, e le dichiara _cosa che fa assottigliare
gl'ingegni_. I _Canti Carnascialeschi_ di varî autori furono poi
raccolti dal Lasca in due volumi: Fiorenza, 1559.
[212] Vedi ciò che dice il CARDUCCI nella sua bella _Prefazione_ alle
_Poesie di Lorenzo_: Firenze, Barbèra, ediz. diamante.
[213] ISIDORO DEL LUNGO, _Uno scolare dello Studio fiorentino_, Memoria
pubblicata nella _Nuova Antologia_ di Firenze, vol. X, anno 1869,
pag. 215 e seg. Dello stesso autore vedi: _La Patria e gli antenati di
Angelo Poliziano_ nell'_Archivio storico italiano_, Serie III, vol. XI,
pag. 9 e seg.
[214] Il prof. BONAMICI di Pisa, nel suo lavoro, _Il Poliziano
Giureconsulto_ (Pisa, Nistri, 1863), ha esaminato le postille alle
Pandette, ed ha cercato di ridurre nei giusti confini il merito
dell'autore.
[215]
_Molles, o violae, Veneris munuscula nostrae,_
_Dulce quibus tanti pignus amoris inest;_
_Quae vos, quae genuit tellus? quo nectare odoras_
_Sparserunt Zephyri mollis et aura comas?_
_Vos ne in acidaliis aluit Venus aurea campis?_
_Vos ne sub Idalio pavit Amor nemore?_
_His ego crediderim citharas ornare corollis,_
_Permessi in roseo margine Pieridas._
_Hoc flore ambrosios incingitur Hora capillos,_
_Hoc tegit indociles Gratia blanda sinus,_
_Hoc Aurora suae nectit redimicula fronti,_
_Cum roseum verno pandit ab axe diem,_ etc.
[216] Fu detto e ripetuto generalmente, che queste _Stanze_ vennero
scritte nel 1469, quando cioè il Poliziano non aveva che quindici
anni. L'errore nacque dal confondere la giostra di Lorenzo con quella
di Giuliano. La prima fu data veramente nel 1469, ma fu descritta
da Luca Pulci, secondo la più comune opinione, dal fratello Luigi,
secondo altri. Questo è, in ogni modo, lavoro di poco merito, assai
artificioso. Il poeta dice a Lorenzo: la tua vittoria (nella giostra)
non invidia nulla alle vittorie di Emilio, Marcello, Scipione; tu hai
meritamente avuto l'onore,
Di riportar te stesso in su la chioma,
cioè lauro su Lauro. La giostra di Giuliano fu data invece il 28
gennaio 1475, e venne poi descritta dal Poliziano, che aveva allora
ventun'anno. Di ciò ha parlato con dottrina il prof. I. DEL LUNGO.
Vedi le sue parole riferite nella _Prefazione_ del CARDUCCI alle poesie
del Poliziano, pag. XXIX. Secondo lui le _Stanze_ furono composte fra
il 1476 e il 1478, e forse anche descrivono un'altra giostra data in
Firenze nei primi del 1478.
[217] _Stanze_, lib. I, 43 e 44.
[218] A torto fu per molto tempo attribuita al Poliziano. I copisti
toscani la modificarono in più luoghi, e le dettero la forma in cui si
diffuse poi a Firenze. Invece di _brunettina_, Olimpo aveva scritto
_pastorella_. Vedi l'opuscolo di SEVERINO FERRARI: _A proposito di
Olimpo da Sassoferrato_: Bologna, Zanichelli, 1880.
[219] Vedi la già citata _Prefazione_ alle poesie del POLIZIANO,
pag. CXVII. Il D'Ancona crede che i Rispetti i quali oggi si cantano
ancora nelle campagne toscane, sieno, almeno nei loro caratteri
generali, quegli stessi che la scuola medicea prese dal popolo, per
restituirglieli ingentiliti da una forma più letteraria. E così, per
la tenacità dei volghi, sarebbero continuati a cantarsi fino ad oggi.
_Rivista Contemporanea_, citata più sopra.
[220] CARDUCCI, _Prefazione_, ecc., pag. CXXV.
[221] Per la vita del Pontano vedi TIRABOSCHI, op. cit., vol. VI, pag.
950; C. M. TALLARIGO, _Giovanni Pontano e i suoi tempi_, volumi due:
Napoli, Morano, 1874. In questa monografia trovansi anche molti brani
scelti delle migliori poesie latine del Pontano, con traduzioni fatte
dal professore P. Ardito, e tutto il dialogo latino, _Il Caronte_.
Il SETTEMBRINI, nelle sue _Lezioni di Letteratura italiana_ (Napoli,
1866-72, vol. tre), discorse con verità ed eloquenza del Pontano (vol.
I, pag. 281-83), e fu di stimolo al Tallarigo, che, dopo aver letto
quelle pagine, s'indusse a scrivere la monografia qui sopra citata.
Oltre di ciò si veda l'edizione fatta a Basilea delle opere del
Pontano.
[222] CARDUCCI, _Studi letterarî_: Livorno, 1874, pag. 97.
[223] Trovasi fra le poesie ristampate dal Tallarigo, op. cit., vol.
II, pag. 627.
[224] I _taralli_ sono ciambelle anche oggi comunissime in Napoli.
[225] Vedi il TALLARIGO, op. cit., vol. II, pag. 619 e seg.
[226] _Il Novellino di Masuccio Salernitano, restituito alla sua antica
lezione_ da LUIGI SETTEMBRINI: Napoli, Morano, 1874. Vedi il Prologo
alla terza parte. Sono cinquanta Novelle, divise in cinque parti.
Ogni parte comincia con un Prologo, e il primo di essi è indirizzato
a Ippolita d'Aragona, cui il libro è dedicato. Ogni Novella ha un
_Esordio_, con cui viene dedicata a qualche illustre personaggio
napoletano; segue la Narrazione, e poi viene una conclusione intitolata
sempre _Masuccio_, perchè in essa l'autore fa le sue considerazioni.
Il poco che sappiamo di Masuccio trovasi raccolto nel _Discorso_ che il
Settembrini ha premesso al volume.
[227] Prologo alla terza parte.
[228] Prologo primo.
[229] Fra i lavori che possono servire a dar notizia esatta di questa
parte della nostra storia letteraria, citiamo prima di tutto la Memoria
letta nell'Accademia di Berlino da L. RANKE, _Zur Geschichte der
italienischen Poesie_: Berlin, 1837. Questo breve scritto è fra quelli
che primi aprirono una via nuova nella storia del Romanzo cavalleresco;
esso però non risponde ora più allo stato presente della scienza.
Più ampio assai e con molte nuove ricerche sulla storia letteraria,
principalmente della Francia, ma in parte anche dell'Italia, è il
libro di G. PARIS, _Histoire poétique de Charles Magne:_ Paris, A.
Franck, 1865. Per ciò che risguarda la nostra letteratura, il lavoro
più recente e compiuto è quello del prof. P. RAJNA, _Ricerche intorno
ai Reali di Francia_: Bologna, Romagnoli, 1872 (nella collezione
pubblicata dalla Commissione dei testi di lingua). In questo libro ed
in altri suoi scritti venuti alla luce nel _Propugnatore_, il prof.
Rajna dimostra una conoscenza profonda della materia, conoscenza assai
spesso attinta a nuove sorgenti da lui scoperte. Vedi anche CARDUCCI,
_Scritti letterarî_: Livorno, 1874.
[230] Vedi a questo proposito i due importantissimi lavori del
professore P. RAJNA: _La materia del Morgante Maggiore in un ignoto
poema cavalleresco del secolo XV_ (_Propugnatore_, anno II, dispense
1ª, 2ª e 3ª); _La Rotta di Roncisvalle_ (_Propugnatore_, anno III,
dispense 5ª e 6ª; anno IV, disp. 1ª, 2ª, 3ª, 4ª e 5ª).
[231] Cito a caso alcune stanze tra le moltissime riportate dal RAJNA
(_Propugnatore_, anno II, disp. 1ª, pag. 31-33):
Quando più fiso la notte dormìa
Una brigata s'armò di pagani,
E un di quegli la camera aprìa,
E poi entraron ne' luoghi lontani,
E un di lor ch'è pien di gagliardìa,
Al conte Orlando legava le mani
Con buon legami per tanta virtute,
Ch'atar non si può dalle genti argute.
(_Orlando_, foglio 92).
Quando più fiso la notte dormìa
Una brigata s'armâr di pagani,
E un di questi la camera aprìa:
Corsongli addosso come lupi o cani;
Orlando a tempo non si risentìa,
Che finalmente gli legâr le mani,
E fu menato subito in prigione,
Senza ascoltarlo o dirgli la cagione.
(_Morgante_, XII, 88).
Tu sei colei che tutte l'altra avanza,
Tu se' d'ogni beltà ricco tesoro,
Tu se' colei che mi togli baldanza,
Tu se' la luce e specchio del mio cuore, ecc., ecc.
(_Orlando_, foglio 114).
Tu se' colei ch'ogni altra bella avanza,
Tu se' di nobiltà ricco tesoro,
Tu se' colei che mi dài tal baldanza,
Tu se' la luce dello eterno coro, ecc., ecc.
(_Morgante_, XIV, 47).
[232] Questo episodio fu poi stampato a parte col titolo di _Morgante
Minore_, donde venne l'aggiunta di _Maggiore_ al titolo di tutto il
poema, che l'autore aveva chiamato semplicemente _Il Morgante._
[233] Sono ben noti questi versi, che dànno idea chiara dello spirito
mordace, comico e scettico del Pulci:
Rispose allor Margutte: A dirtel tosto,
Io non credo più al nero che all'azzurro,
Ma nel cappone, o lesso o vuogli arrosto;
E credo alcuna volta anche nel burro;
Nella cervogia, e quando io n'ho, nel mosto,
E molto più nell'aspro che il mangurro;
Ma sopra tutto nel buon vino ho fede,
E credo che sia salvo chi gli crede.
E credo nella torta e nel tortello,
L'uno è la madre, e l'altro è il suo figliuolo;
Il vero paternostro è il fegatello,
E possono esser tre, e due, ed un solo,
E diriva dal fegato almen quello.
(_Morgante Maggiore_, XVIII, 115, 116).
[234] Lettera IV, nelle _Lettere di Luigi Pulci a Lorenzo il
Magnifico_: Lucca, Giusti, 1868. Questa bella pubblicazione devesi al
chiarissimo signor cav. Salvatore Bongi dell'Archivio di Lucca.
[235] Lettera III.
[236] Lettera IV.
[237] Lettera XXI.
[238] _Sonetti_ di MATTEO FRANCO e LUIGI PULCI, pubblicati senza data
di luogo, l'anno 1759. Grande spontaneità e disinvoltura ha il Franco;
ma il Pulci è più poeta ed ha più brio. Fra i sonetti del secondo rende
chiara immagine dell'autore quello che incomincia:
Costor, che fan sì gran disputatione
Dell'anima, ond'ell'entri o ond'ell'esca,
O come il nocciol si stia nella pesca,
Hanno studiato in su n'un gran mellone, ecc.
(Sonetto CXLV, pag. 145).
Il Sonetto VIII:
Ah, ah, ah, ah sa' tu di quel ch'io rido;
il LV:
Don, don, che diavol fia? A parlamento;
il LXI:
Chiarissimo maggior dite su presto,
ed altri moltissimi, che sono del Franco, dimostrano chiaro come egli
gareggiasse col Pulci per arrivare alla maggiore possibile facilità e
disinvoltura. Nello stesso volume, a pag. 151, trovasi la _Confessione
a Maria Vergine_ di LUIGI PULCI. In essa l'ingrato peccatore confessa
le sue colpe, e riconosce il passato errore:
Però qui le mie colpe scrivo e 'ncarno
Con le lacrime miste con l'inchiostro.
Tutto ciò naturalmente non gl'impediva di tornare il giorno dopo a far
peggio.
[239] _Rime edite ed inedite_ di ANTONIO CAMMELLI, detto il PISTOIA,
per cura di A. Cappelli e S. Ferrari: Livorno, Vigo, 1884; _I Sonetti_
del PISTOIA, giusta l'apografo trivulziano, a cura di Rodolfo Renier:
Torino, Loescher, 1888.
[240] D'ANCONA, _La poesia popolare italiana_, pag. 41 e seg.: Livorno,
Vigo, 1878.
[241] Questa, è anche l'opinione del prof. Ulisse Poggi, nel suo breve
_Elogio di Matteo Maria Boiardo_, pubblicato nel _Supplemento_ al n. 35
dell'_Italia Centrale_ di Reggio-Emilia, il 23 marzo 1871.
[242] BOIARDO, _Orlando Innamorato_, lib. III, canto VII, 1.
[243] Questa credenza nella fortuna si manifesta a volte in un modo
singolare. Nei libri di Provvisioni della repubblica fiorentina ne
abbiamo trovata una del 20 febbraio 1498 (stile antico), che incomincia
colla solita formola: _In Dei nomine. Amen._ E nell'interno dell'I
maiuscolo è scritto: _Fortuna in omni re dominat_. Arch. fiorentino,
_Consigli Maggiori, Provvisioni_, Registro 190, a c. 122 t.
[244] Aveva allora settanta anni, e su di lui furono scritti questi
versi:
_Dum fidus serrare volo patriamque Ducemque,_
_Multorum insidiis proditus interii._
_Ille sed immensa celebrari laude meretur_
_Qui mavult vita quam caruisse fide._
[245] Guidantonio Vespucci e Piero Capponi scrivevano da Lione, il
6 giugno 1494, a Piero de' Medici, che li aveva mandati ambasciatori
in Francia: «La Santità di Nostro Signore, il quale di sua natura è
vile, et è _conscius criminis sui_, ecc.» DESJARDINS, _Négociations
diplomatiques de la France avec la Toscane_, vol. I, pag. 399. Ferrante
d'Aragona, nella sua lettera del 17 gennaio 1494, che citeremo più
oltre, diceva che il Papa era di sua natura «acuto e timido.»
[246] Tutta questa parte della vita di Alessandro VI è minutamente
narrata da F. GREGOROVIUS e da A. DI REUMONT nelle loro _Storie di
Roma_. Il Gregorovius specialmente è quegli che cominciò le più minute
e pazienti ricerche sui Borgia.
[247] GREGOROVIUS, _Lucrezia Borgia nach Urkunden und Correspondenzen
ihrer eigenen Zeit_, vol. I, pag. 21-22: Stuttgart, Cotta, 1874.
Quest'opera dell'illustre scrittore contiene molti importanti
documenti. Essa è stata tradotta in italiano, ed ebbe subito in
Germania tre successive edizioni.
[248] Le ultime e più precise notizie sulla genealogia dei Borgia
trovansi nella _Lucrezia Borgia_ di F. GREGOROVIUS. Si possono
consultare però, oltre le due Storie di Roma più sopra citate, il
_Saggio di albero genealogico e di memorie sulla famiglia Borgia_, di
L. N. CITTADELLA ferrarese: Torino, 1872; la _Rassegna bibliografica_
su questo lavoro del Cittadella (il quale non è senza errori),
pubblicata da A. DI REUMONT nell'_Archivio Stor. It._, serie III,
tomo XVII, dispensa 2ª del 1873, pag. 318 e segg.; e la _Genealogia
dei Borgia, Nota_ dello stesso REUMONT al suo proprio articolo, vol.
cit., dispensa 3, pag. 509. Nuove notizie ha aggiunto recentemente il
signor YRIARTE col suo libro _César Borgia, sa vie, sa captivité, sa
mort_, 2 vol.: Paris, Rotschild, 1889. Merita poi una speciale menzione
la eccellente pubblicazione del Burcardo, in tre volumi, fatta da
L. Thuasne: I. BURCHARDI, _Diarium sive rerum urbanarum commentarii_
(1483-1506): Paris, E. Leroux, 1883-85. Qui sono aggiunti anche molti
nuovi documenti.
[249] Figlia d'un suo cugino.
[250] GREGOROVIUS, _Lucrezia Borgia_, vol. I, pag. 22-23, 36-37.
[251] Il GUICCIARDINI, acerrimo avversario del Borgia, dice nella sua
_Storia d'Italia_, che Ferrante fu spaventato della elezione del nuovo
Papa a segno tale da piangere, cosa in lui insolita. Il GREGOROVIUS,
invece, dalle lettere ufficiali di congratulazione vuole argomentarne
che nessuno degli Stati italiani ne fosse allora scontento. Ma forse
la verità in questo caso, come spesso, sta nel mezzo, e così crede il
REUMONT. (Vedi il suo articolo sul _Codice Aragonese_, nell'_Archivio
Stor. It._, serie III, vol. XIV, pag. 375-421). Che il re di Napoli si
fosse opposto all'elezione di Alessandro VI, non può dubitarsene. Nel
novembre 1492, l'ambasciatore fiorentino Pietro Alamanni scriveva da
Napoli a Piero de' Medici, che il Papa sapeva come il Re aveva cercato
d'opporsi alla elezione di lui, «et essendo il Papa della natura che
è, il Re non si ha persuadere che lo dimentichi così presto.» Vedi
DESJARDINS, _Négociations_, ecc., vol. I, pag. 434.
[252] Nel descrivere il carattere di Lucrezia molti si sono illusi, e
qualche volta per futili ragioni. Leggendo negli storici contemporanei,
che Lucrezia era «savia e accorta,» o altre simili parole, hanno
voluto tirarne conseguenze singolari. Ma queste medesime espressioni
si trovano ripetute a proposito della Giulia Bella, e anche del
Valentino. Era un modo di dire, specialmente trattandosi di chi aveva
buone maniere, e faceva le cose senza provocare troppo scandalo. Il
BURCARD, nel suo _Diario_, raccontando una delle orgie del Valentino,
la famosa cena delle meretrici, incomincia: «In sero fecerunt
coenam cum Duce Valentinense, in camera sua, in Palatio Apostolico,
quinquaginta meretrices _honestae_ cortesanae nuncupatae, etc.» Meno
irragionevolmente valsero a difesa di Lucrezia Borgia, la sua condotta
a Ferrara, e le lodi che essa ebbe allora dall'Ariosto e da altri. Di
ciò noi non dobbiamo qui parlare; notiamo però, che nella biografia
scritta da F. Gregorovius, si trovano fatti della vita di lei in
Ferrara, che somigliano a quelli seguiti in Roma. Sono pochi, è vero,
ma Lucrezia aveva allora da fare con un marito che le ricordava la
sorte della Parisina; nè essa aveva più la protezione del padre. Quanto
alle lodi dell'Ariosto sono frasi di cui fu largo a molti che non le
meritavano.
[253] Figlio naturale di Costanzo, che era figlio di Alessandro, il
fratello di Francesco Sforza.
[254] L'Infessura, che descrive anch'egli le nozze, parlando della
Giulia, la dice aperto l'amante del Papa, _eius concubina_, e aggiunge
di non voler dire tutto quello che si raccontava della festa, «perchè
non vero o, se vero, incredibile.»
[255] Questa lettera, in data 13 giugno 1493, indirizzata al duca di
Ferrara dal suo ambasciatore Giov. Andrea Boccaccio, _ep. mutinensis_,
trovasi in GREGOROVIUS, _Lucrezia Borgia_, documento X.
[256] GREGOROVIUS, _Geschichte_, ecc., vol. VII, pag. 327-28 (2ª ediz.).
[257] Dispaccio di Giacomo Trotti (Milano, 21 dicembre 1494) citato dal
GREGOROVIUS, _Lucrezia Borgia_, vol. I, pag. 83.
[258] Eppure non mancano anche adesso scrittori che vorrebbero
attennare le colpe dei Borgia, e trovare in quel Papa almeno un qualche
alto concetto politico. Ma i fatti e i documenti parlano ogni giorno
più chiaro; nè io capisco davvero come, dopo la pubblicazione dei
dispacci di A. Giustianian, si possano ancora aver dei dubbî, o sperare
attenuanti.
[259] ALBÈRI, _Relazioni degli Ambasciatori veneti_, Serie I, vol. IV,
pag. 16 e segg.
[260] C. DE CHERRIER, _Histoire de Charles VIII, roi de France_ (Paris,
Didier, 1868), vol. I, pag. 235. È questo un lavoro pregevole, che
pur va letto con circospezione, perchè non senza errori. DELABORDE,
_L'expédition de Charles VIII en Italie_: Paris, Firmin Didot, 1888.
[261] DE CHERRIER, op. cit., pag. 242.
[262] Lettera di Piero Alamanni a Piero de' Medici, scritta da Napoli
il 2 gennaio 1493. Vedila nel DESJARDINS, _Négociations diplomatiques
de la France avec la Toscane_, vol. I, pag. 442.
[263] DESJARDINS, op. cit., vol. I, pag. 227.
[264] _Ibidem_, pag. 256: lettera del 18 settembre 1493.
[265] _Ibidem_, pag. 327: lettera del 20 settembre 1493.
[266] _Ibidem_, pag. 330-331; lettere del 28-29 settembre 1493.
[267] _Ibidem_, pag. 350: lettera del 21 novembre 1493.
[268] _Ibidem_, pag. 358: lettera del 17 gennaio 1494. Vedi anche a
pag. 350 e 352 le lettere del 29 novembre e del 9 dicembre 1493.
[269] _Ibidem_, pag. 359: lettera del 22-23 gennaio 1494.
[270] Lettera del 31 marzo 1494. Vedi _Appendice_, doc. I.
[271] DESJARDINS, op. cit., vol. I, pag. 555: lettera del 7 giugno 1494.
[272] _Ibidem_, pag. 504: lettera del 12 agosto 1494.
[273] _Ibidem_, pag. 514: lettera del 20 settembre 1494. Queste lettere
sono scritte quasi tutte da Paolo Antonio Soderini, e indirizzate a
Piero de' Medici, che egli poi abbandonò.
Anche il Capponi, che più tardi stracciò i contratti in faccia a Carlo
VIII, e tanto contribuì alla cacciata dei Medici, era andato a Parigi
come confidente di Piero. Il COMMINES, nelle sue _Mémoires_, lo chiama
traditore (vol. II, pag. 340); ma egli aveva ragioni personali per
essere poco contento di lui. Infatti, quando, insieme con Stefano di
Vesc e col Briçonnet, cercò di tramare accordi ed intrighi a favore
di Piero de' Medici, gli fu da questo, per mezzo del Capponi appunto,
risposto _comme par moquerie_. (LETTENHOVE, op. cit., vol. II, pag. 98
e 144). Pare che non si fosse scelto il momento opportuno per queste
trattative. Certo è però che, quando furono fatte al Capponi dal
vescovo di San Malò proposte contrarie al governo dei Medici, egli ne
scrisse subito a Piero, dicendo: «Ho disposto voi non abbiate persona
che i fatti vostri tratti con più amore di me.» (DESJARDINS, op. cit.,
vol. I, pag. 393 e segg.). La sua condotta non è molto chiara, ma non
c'è neppure da fidarsi del giudizio del Commines, perchè egli intrigava
allora per conto proprio. Secondo lui Lodovico il Moro aveva dato
troppo poco danaro ai ministri del Re: «Si argent ils devoient prendre,
ils en devoient demander plus.» (COMMINES citato dal LETTENHOVE, op.
cit., vol. II, pag. 97).
[274] Beatrice sposò il 25 giugno 1475 Mattia Corvino, re d'Ungheria,
e dopo la morte di lui, sposò Lodovico re d'Ungheria il 23 luglio 1493.
Sciolto il matrimonio, tornò a Napoli nel 1501, e morì nel 1508.
[275] _Codice Aragonese_, pubblicato dal comm. TRINCHERA, direttore
generale degli Archivi Napoletani, in tre vol. (il secondo in due
parti): Napoli, 1866-74. La lettera citata è dell'11 aprile 1493, e
trovasi nel vol. II, parte I, pag. 355.
[276] _Codice Aragonese_, vol. II, parte I, pag. 394: lettera del 24
aprile 1493.
[277] Elmetti.
[278] _Codice Aragonese_, vol. II, parte II, pag. 41 e segg.: lettera
del 7 giugno 1493.
[279] Piero de' Medici secondava sempre l'Aragonese. Vedi le lettere
che scriveva al suo ambasciatore in Napoli, nel luglio del 1493. Si
trovano nell'Archivio Fiorentino, Cl. X, dist. I, num. 1, a carte 16.
[280] Principe d'Altamura, fratello di Alfonso e secondogenito del re
Ferrante.
[281] GREGOROVIUS, _Geschichte_, ecc., vol. VII, pag. 332-33 (2ª
ediz.). Vedi nel _Codice Aragonese_, le tre lettere del 3 agosto e
quella del 29 agosto 1493, pag. 198, 200 e 223. In queste lettere deve
però esser corso qualche errore di stampa nelle date. L'ambasciatore
fiorentino, A. Guidotti, in una del 17 agosto 1493, indirizzata agli
Otto (Archivio Fiorentino, Cl. X, dist. 2, num. 18, a carte 21),
parla minutamente dell'accordo fatto cogli Orsini, e del contratto
di matrimonio, nel quale si diceva, come «il Papa venìa in affinità
col serenissimo re Ferdinando et, in vice et nome di loro Maestà et
Excellentie, don Federico prometteva dare per donna allo illustrissimo
don Geffre, figliuolo di Sua Santità, M.ª Xances figliuola del duca
di Calabria.... Consentito et stipulato tale contracto per le parti,
da poi _per verba de presenti_ don Geffre contraxe matrimonio con M.ª
Xances, in persona di don Federico come suo procuratore, al quale _in
signum matrimonii_ decte et sua Excellentia ricevette lo anello, nè
questo atto per confessarsi donna, et come donna ricevere lo anello don
Federico, passò senza grandissime risa et festa, et ultimamente, con
molta letitia, don Federico, come parente, si abbracciò col Papa et con
tucti i parenti di Sua Santità.»
[282] _Codice Aragonese_, vol. II, parte II, pag. 322: lettera del 5
dicembre 1493.
[283] _Codice Aragonese_, vol. I, parte II, pag. 348 e segg.: lettera
del 18 dicembre 1493. Da questi dispacci risulta chiarissimo non esser
possibile supporre, come pur s'è fatto, che il Papa abbia mai avuto il
pensiero nazionale d'unire l'Italia contro la Francia.
[284] _Codice Aragonese_, vol. II, parte II, pag. 421. Dopo questa
lettera ne seguono solamente altre poche e brevissime di Ferrante.
[285] _Cronaca di Notar Giacomo_: Napoli, 1845, pag. 178. Il
Guicciardini ed il Machiavelli pretendono che re Ferrante volesse in
ultimo darsi nelle mani del Moro, ed il Machiavelli aggiunge ancora,
che voleva levar sua figlia a Gio. Galeazzo per darla al Moro,
dimenticando che ella aveva tre figli e che il Moro aveva moglie.
[286] Vedi le lettere del 5 e 23 gennaio 1494, nei documenti pubblicati
da A. CAPPELLI col titolo: _Fra Girolamo Savonarola e notizie intorno
al suo tempo_: Modena, 1869.
[287] Breve del dì 1º febbraio 1494, nell'_Arch. Stor. It._ (_Annali_
del MALIPIERO), vol. VII, pag. 404.
[288] Addosso all'ambasciatore furono trovati i 40,000 ducati e la
lettera del Sultano al Papa, nella quale gli si offerivano, se mandava
il cadavere di Gemme, altri 300,000 ducati, concludendo: «Così il degno
Padre della Chiesa Cattolica potrà comprare Stati ai suoi figli, ed il
nostro fratello Gemme troverà riposo nell'altra vita.» Questa lettera
e quella del Papa al Sultano si leggono nel _Diario_ del BURCARDO, e
nel SANUTO, _De adventu Karoli Regis Francorum in Italiam_, opera di
cui trovasi un'antica copia nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Una
copia moderna, che io ne feci fare coll'aiuto del nostro Ministero
di Pubblica Istruzione, e della quale mi sono valso, trovasi nella
Biblioteca di San Marco a Venezia. — Più tardi il prof. FULIN la
pubblicò prima nell'_Archivio veneto_, poi in un volume a parte col
titolo: _La spedizione di Carlo VIII in Italia_: Venezia, 1883. Si
può dire che essa sia il primo volume dei _Diari_ dello stesso autore,
perchè questi cominciano là dove quella finisce. Vedi anche CHERRIER,
op. cit., vol. I, pag. 415; GREGOROVIUS, _Geschichte_, ecc. (2ª ediz.),
vol. VII, pag. 350, nota (1).
[289] Vedi le lettere inedite di Piero più sopra citate, e quelle
pubblicate dal Desjardins.
[290] _Mémoires_, vol. I, pag. 156.
[291] LETTENHOVE, op. cit., vol. I, pag. 194; vol. II, pag. 108 e 123.
[292] Al quale proposito il Commines, che tante volte aveva mutato
bandiera, dice che il Soderini «estoit des sages hommes qui fussent
en Italie.» PH. DE COMMINES, _Mémoires_, vol. II, pag. 359, edizione
pubblicata da M.^lle Dupont. Vedi ancora: _Lettres et Négociations
de Ph. de Commines_, par le baron HERVYN DE LETTENHOVE (in tre vol.):
Bruxelles, 1867-74. Questo è un lavoro assai importante.
[293] Il leone che posa la zampa sopra uno scudo, in cui è inciso il
giglio rosso fiorentino. L'origine della parola _Marzocco_ è assai
incerta. Il signor Gaetano Milanesi suppone che, quando nel 1333 la
piena d'Arno portò via il Ponte Vecchio con la statua di Marte, che
v'era sopra, i Fiorentini, nel ricostruirlo, invece della statua di
Marte, vi ponessero il leone con lo scudo ed il giglio, chiamandolo
_Martocus_ o _Martiocus_, quasi piccolo Marte o Marzocco.
[294] In questo mezzo era seguìto un fatto che aveva dato molto da
ridere a tutta Italia. Giulia Bella, la sorella di lei e madonna
Adriana erano cadute in mano dei Francesi. Il Papa era di ciò
disperato, e non si diè pace fino a che la sua Giulia e le altre donne
non furono, mediante la somma di 3000 ducati, riscattate. GREGOROVIUS,
_Lucrezia Borgia_, vol. I, pag. 81.
[295] BURCHARDI, _Diarium_, ediz. Thuasne, vol. II, pag. 230 e seg.
[296] CHERRIER, op. cit., vol. II, a pag. 137, traduce la lettera,
in cui i Dieci parlano di ciò. E veramente i Borgia, con la morte di
Gemme, perdettero i 40,000 ducati l'anno, senza avere i 300,000 che
erano stati loro promessi una volta tanto, se consegnavano il cadavere.
Il SANUTO racconta l'origine ed il progresso della malattia di Gemme,
la quale fu un catarro con febbre, che i medici curarono con salassi
ed altri rimedî energici. Ad Aversa era già tanto peggiorato, che
lo portavano sopra _una sbara_. (_De adventu Karoli regis_, pag. 212
della copia esistente nella Marciana). Questo autore, secondo il suo
solito, riferisce le lettere dell'ambasciatore veneto, che si trovava
sul luogo, il quale osserva appunto, che la morte di Gemme era stata
dannosa all'Italia «et maxime al Pontefice, che lo privò di ducati
40,000 d'oro haveva ogni anno da suo fratello (_il Sultano_), per caxon
havessi custodia di lui.»
[297] SANUTO, _De adventu_, ecc., pag. 230.
[298] «Il ne sembloit point aux nôtres, que les Italiens fussent
hommes,» scriveva il Commines, a proposito delle crudeltà francesi.