CAPITOLO III.

Luigi XII in Italia. — Disfatta e prigionia del Moro. — Niccolò

Machiavelli al campo di Pisa. — Prima legazione in Francia.

(1499-1500)

I Fiorentini s'erano affrettati a condannare il Vitelli, anche perchè

non volevano che i nuovi e prosperi successi della Francia in Lombardia

ponessero ostacolo alla esecuzione della sentenza. Questi eventi,

infatti, portarono non piccola alterazione nelle cose di Toscana, e

però dobbiamo ora parlarne.

Dopo la battaglia di Fornuovo, il Moro pareva divenuto davvero, secondo

il suo antico desiderio, arbitro delle cose d'Italia. E per Firenze si

ripeteva:

Cristo in cielo e il Moro in terra

Solo sa il fine di questa guerra.[418]

Egli stesso aveva fatto coniare una medaglia d'argento, con un vaso

d'acqua da un lato, e il fuoco dall'altro, a simboleggiare che si

teneva padrone della pace e della guerra. Aveva anche sopra una

parete del suo palazzo fatto disegnare la carta d'Italia con molti

galli, galletti e pulcini, ed un moro che li spazzava tutti con la

granata in mano. Quando però chiese all'ambasciatore fiorentino,

Francesco Gualterotti, che cosa pensasse del quadro, questi rispose che

l'invenzione era bella, ma gli sembrava che quel moro, volendo spazzare

i galli fuori d'Italia, si tirasse addosso tutta la spazzatura.[419] E

così fu veramente.

Luigi XII pretese sempre d'aver diritti sul Ducato di Milano.

Salito che fu sul trono di Francia, cominciò subito col provvedere

alla sicurezza interna dello Stato, diminuì le imposte, ordinò

l'amministrazione, nominò ministro dirigente Giorgio d'Amboise

arcivescovo di Rouen, rispettò le autorità costituite, e non deliberò

mai senza consultarle, mantenne l'indipendenza delle Corti di

giustizia, incoraggiò le libertà gallicane, fu economo. Quando con

questo nuovo indirizzo egli ebbe assicurato l'ordine allo Stato, e

molto favore a sè stesso, rivolse l'animo alla guerra d'Italia, che

ormai non era più impopolare in Francia, per la maggiore fiducia che

s'aveva nel nuovo Re, e pel desiderio di vendicare le umiliazioni

sofferte. Il 9 febbraio del 1499 egli concluse coi Veneziani una lega

offensiva e difensiva, per la conquista del Ducato di Milano, di cui

s'obbligava a ceder loro una parte. Così il Moro si trovò tra due

fuochi, senza speranza di soccorso, giacchè i Fiorentini erano stati

sempre amici della Francia, ed il Papa, dopo le promesse di aiuti

al Valentino, la secondava anch'egli. L'esercito francese, comandato

da G. G. Trivulzio milanese, che dopo la battaglia di Fornuovo aveva

acquistato un gran nome, e da altri capitani di grido, forte di molti

Svizzeri, si avanzò con una grande rapidità senza trovare ostacoli.

I capitani del Moro parte lo tradirono, parte furono incapaci, ed il

popolo si sollevò contro di lui; sicchè egli dovè pensare alla fuga,

prima ancora che si fosse riavuto da questi inaspettati rovesci.[420]

Si fece precedere dai due figli, accompagnati da suo fratello,

il cardinale Ascanio, cui affidò la somma di 240,000 ducati. Il 2

settembre li seguì egli stesso in Germania.

Il dì 11 di quel mese l'esercito francese entrò in Milano, e poco dipoi

fece il suo solenne ingresso Luigi XII, cui subito si presentarono gli

ambasciatori dei vari Stati italiani, tra i quali ricevettero migliore

accoglienza quelli di Firenze, per essersi la Repubblica, nonostante

qualche oscillazione, serbata sempre fedele alla Francia così nella

prospera, come nell'avversa fortuna.

I Fiorentini avevano però molte ragioni d'essere scontenti dei capitani

francesi restati in Toscana, ai quali attribuivano la resistenza

dei Pisani, e in parte l'esito sfortunato dell'assedio, il che li

aveva appunto allora costretti a levare il campo ed a decapitare

Paolo Vitelli. Ma invece di perdersi in vani lamenti, conchiusero in

Milano un nuovo trattato col Re (19 ottobre 1499). Questi si obbligò

ad aiutarli a sottomettere Pisa in ogni modo; essi dovevano tener

pronti, per mandarli a Milano, 400 uomini d'arme e 3000 fanti, aiutare

l'impresa di Napoli con 500 uomini d'arme e 50,000 scudi. La resa di

Pisa doveva seguire prima che i Francesi tornassero nel Napoletano, e i

Fiorentini dovevano intanto restituire al Re le somme imprestate loro

dal Moro, secondo che verrebbero determinate da G. G. Trivulzio, dopo

avere esaminato le carte trovate a Milano.[421] E promettevano inoltre

pigliare a loro soldo il prefetto Giovanni della Rovere, fratello

del cardinale di San Piero in Vincoli, cui la Francia voleva far cosa

grata.[422]

Ma tutto ciò rimase sospeso a cagione di nuovi eventi. I Francesi,

specialmente il loro generale Trivulzio, che era stato nominato

governatore di Milano, scontentarono per modo le popolazioni, che

il Moro, presentatosi alla testa di 8000 Svizzeri da lui nuovamente

assoldati, e 500 uomini d'arme, venne acclamato da coloro stessi che

poco prima lo avevano cacciato, ed entrò in Milano il giorno 5 di

febbraio. Il Trivulzio ne era già prima uscito, lasciando però ben

guardato il castello; a Novara lasciò altri 400 uomini, e s'avanzò

verso Mortara, dove stette ad aspettare rinforzi, mentre parecchi de'

suoi Svizzeri lo abbandonavano per servire anch'essi il Moro, che dava

paghe migliori. Se non che, nell'aprile, scesero in Italia, sotto

il comando del La Trémoille, 10,000 Svizzeri, i quali combattevano

agli stipendi della Francia. Ben presto i due eserciti si trovarono

di fronte, già in ordine di battaglia, quando gli Svizzeri del Moro

dichiararono che essi erano stati assoldati individualmente, e però

non potevano combattere contro la bandiera elvetica, portata dai loro

connazionali, che Luigi XII aveva avuti mediante trattato concluso

direttamente con la Confederazione. E così lo tradirono in faccia al

nemico, chiedendo ancora, con mille pretesti e senza indugio, le paghe

scadute, non volendo neppure aspettare fino a che arrivassero a lui

aiuti italiani. Tutto quello che il misero Duca potè ottenere, fu di

nascondersi nelle loro file, travestito da frate per salvarsi. Ma,

fosse la sua paura o il nuovo tradimento d'alcuni soldati, egli fu

riconosciuto e preso prigioniero il 10 di aprile 1500. La stessa sorte

toccò a parecchi de' suoi capitani ed al fratello Ascanio, che, fuggito

da Milano, fu da un falso amico tradito ai Veneziani, e da essi ceduto

ai Francesi. Così, secondo la profezia del Gualterotti, il Moro s'era

veramente «tirata addosso tutta la spazzatura,» e la sua fortuna cadde

per sempre. Quando entrò prigioniero a Lione, accorse a vederlo una tal

moltitudine, che bisognò difenderlo colle armi. Chiuso nel castello di

Loches in Turena, vi morì dopo 10 anni di dura prigionìa. Il cardinale

Ascanio fu condotto invece nella torre di Bourges, ma venne dopo

qualche tempo rimesso in libertà.

Il Re, fatto accorto dalla passata esperienza, mandò a governare

la Lombardia Giorgio d'Amboise, il quale era adesso cardinale, e lo

chiamavano in Italia il cardinale di Roano (Rouen). Egli, pensando

che valeva meglio «taglieggiare che saccheggiare,» condannò Milano a

pagare per le spese di guerra 300,000 ducati, e così, in proporzione,

le altre città, promovendo assai minore scontento di quel che aveva

fatto il Trivulzio. Dopo di ciò fece il suo ingresso nella capitale

lombarda, precedendo di poco il Re, che subito fu colà raggiunto

dall'ambasciatore fiorentino, Tommaso Soderini, venuto a congratularsi

ed a trattare circa il numero dei soldati da mandare a Pisa, secondo

i patti già prima fermati. Fu giudicato che bastassero 500 lance,

4000 Svizzeri e 2000 Guasconi, le prime a spese della Francia, gli

altri invece, con le artiglierie e carriaggi, pagati dai Fiorentini, a

ragione di 24,000 ducati il mese.[423] Questi patti erano onerosissimi

per la Repubblica, che già aveva assunto tanti altri obblighi verso la

Francia; pure si piegò a tutto, per la speranza di potere con un valido

esercito venir subito a termine dell'impresa, sborsando solo due o tre

paghe.

Invece dovette fare adesso una nuova e più dura esperienza dei

Francesi. Il cardinale di Rouen, nelle cui mani era la somma delle

cose, cercava di far mantenere da altri l'esercito del Re, e quindi

volle non solo che le paghe cominciassero a decorrere dal maggio,

assai prima cioè che le genti fossero in Toscana, ma ancora che se ne

promettesse una pel ritorno. E bisognò consentire. Ai 22 di giugno

finalmente gli Svizzeri ed i Guasconi partirono da Piacenza con 22

falconetti e 6 cannoni, sotto il comando del Beaumont, chiesto dai

Fiorentini stessi, invece d'Ives d'Alègre, che il Re voleva mandar

loro. Il Beaumont o Belmonte, come lo chiamavano tra noi, era il

solo dei capitani francesi rimasti in Toscana, che avesse serbato la

fede. Messo al comando di Livorno, l'aveva, secondo i patti, ceduta

ai Fiorentini, i quali per ciò appunto di lui solamente si fidavano.

I nuovi mercenarî svizzeri e guasconi s'avanzarono con lentezza,

taglieggiando e saccheggiando le terre per cui passavano, a benefizio

proprio o del Re, sebbene avessero già riscosso le paghe. Anzi, quando

a Piacenza furono numerati, se ne trovarono 1200 più del fissato, e

bisognò, per una volta almeno, pagare anch'essi.[424] La condotta di

tutta questa gente sarebbe davvero inesplicabile, se non si sapesse

che cosa erano allora i soldati mercenarî, e se non si sapesse che

il cardinale di Rouen mirava sopratutto a cavar danari da amici e da

nemici. Si fermarono quindi a Bologna per averne dal Bentivoglio; ed

in Lunigiana, contro ogni volontà dei Fiorentini, spogliarono Alberigo

Malaspina di parte del suo proprio Stato, istigati a ciò dal fratello

Gabriello, cui lo cedettero. Pigliarono Pietrasanta, e non la resero ai

Fiorentini, come avrebbero dovuto. Le grida, i tumulti e le minacce che

facevano per avere le vettovaglie, di cui parevano sempre scontenti,

erano poi qualche cosa d'incredibile.

La Repubblica aveva già mandato Giovan Battista Bartolini commissario

al campo, perchè apparecchiasse tutto; ma conoscendo che cosa era la

petulante insolenza dei soldati stranieri, aveva mandato anche presso

di loro due commissarî speciali, Luca degli Albizzi e Giovan Battista

Ridolfi, con Niccolò Machiavelli in qualità di loro segretario.

Questi avevano assai difficile faccenda alle mani, perchè dovevano

accompagnare l'esercito e provvedere alle insaziabili voglie di quelle

orde affamate, che dopo il pasto avevano più fame che prima. Presero

la via di Pistoia e Pescia, ragguagliando i Signori con brevi lettere

del loro cammino. Il 18 giugno, arrivati a Camaiore, incontrarono

l'esercito che accompagnarono a Cascina, dove giunsero il 23. Qui si

cominciarono subito a sentire più forti i minacciosi lamenti, per la

pretesa mancanza di vettovaglie, specialmente del vino.[425] Giovan

Battista Ridolfi, che sin dal principio era stato contrario al chiedere

o accettare gli aiuti di Francia, dai quali non si aspettava nulla di

bene, appena seguirono i primi disordini, se ne partì col pretesto di

far conoscere ai Signori lo stato delle cose, e sollecitare pronti

rimedî. Ma Luca degli Albizzi, uomo d'un coraggio quasi temerario,

restò invece col Machiavelli in mezzo alle orde minacciose, senza mai

perdersi d'animo. A qualcuno che lo consigliava di starsene alquanto

lontano dal campo, rispose: chi ha paura, torni a Firenze,[426] e andò

oltre con l'esercito. Vennero ambasciatori pisani, offerendo di cedere

la città in mano dei Francesi, con la condizione però che la tenessero

un 25 o 30 giorni prima di darla ai Fiorentini. Il Beaumont voleva

accettare; ma l'Albizzi, in nome dei Signori, ricusò, dicendo che in

un mese potevano seguire mutamenti impreveduti, e che ormai, essendo

armati era necessario usare la forza.[427]

Il 29 giugno l'esercito era finalmente sotto le mura di Pisa, in numero

di 8000 uomini, sempre lamentando la mancanza di vettovaglie; pure

la notte si piantarono le tende, e poi si puntarono le artiglierie.

L'Albizzi, sempre in mezzo a loro, faceva quanto era in lui perchè

nulla mancasse, e non si sgomentava, sebbene vedesse molto chiaro che

da un momento all'altro poteva trovarsi a gravissimo pericolo. «S'egli

è possibile mandarci del pane, voi ci rimetterete l'anima in corpo,»

scriveva il 30 di giugno al commissario Bartolini, che si trovava in

Cascina.[428] Quello stesso giorno si cominciò a far fuoco, e si durò

fino alle ore 21, quando furono gettate a terra da quaranta braccia di

mura. Era il momento di dare l'assalto e farla finita; ma s'avvidero,

invece, che i Pisani avevano cavato un fosso dietro al muro, e

dietro al fosso fatto ripari, dai quali si difendevano; sicchè non fu

possibile andar oltre. E così anche questa volta, nel momento in cui la

città pareva presa, tutto andò in fumo. L'esercito invilito cominciò

a ritirarsi ed a tumultuare di nuovo, per la mancanza o la cattiva

qualità delle vettovaglie, e subito fu in un così gran disordine,

che il Beaumont disse all'Albizzi di non poter più rispondere

della impresa, dando la colpa di tutto ai cattivi provvedimenti de'

Fiorentini. Nè valsero proteste o assicurazioni in contrario.[429]

Il 7 luglio i soldati guasconi se ne erano senz'altro partiti, tanto

che l'Albizzi scriveva al Bartolini, che li trattasse addirittura da

nemici. Ma il giorno seguente scriveva ai Signori, che gli Svizzeri

erano entrati nella sua camera, chiedendo danari e minacciando pagarsi

del suo sangue. «I Francesi sembrano spaventati, scusansi e confortansi

con l'acqua fresca; lo stesso capitano Beaumont è smarrito, ma insiste

sempre per aver le paghe. Io non volli prima annoiare invano le

Signorie Vostre; ma ora bisogna in ogni modo risolvere che partito si

vuol prendere con questa gente, e provvedere. Sarebbe bene pensare

anche se si vuole salvare la mia vita.» «Non reputino le Signorie

Vostre che viltà muova a questo, che io intendo a ogni modo non fuggire

il pericolo, quando sia giudicato a proposito della Città.»[430]

Le previsioni dell'Albizzi s'erano il giorno dopo già avverate. Il

Machiavelli, della cui mano sono la più parte di queste lettere,

scriveva dal campo, in suo proprio nome, che verso le tre ore

s'erano presentati un centinaio di Svizzeri, chiedendo danari, e non

ottenendoli, avevano menato prigioniero l'Albizzi.[431] Questi venne

trascinato a piedi fino all'alloggiamento del baglì di Dijon, e di

là scriveva lo stesso giorno, che trovavasi d'ora in ora a disputare

la vita, in mezzo ai soldati che lo minacciavano con le alabarde

in sul viso. Volevano che désse le paghe anche ad una compagnia di

circa 500 Svizzeri arrivati da Roma, alla qual cosa, non avendo essa

alcun fondamento di ragione, s'era opposto energicamente. Neppure

in quei difficili momenti egli perdette la calma, anzi nella stessa

lettera dava utili consigli; si doleva però amaramente d'essere

stato abbandonato «come persona rifiutata e perduta.... Che Dio mi

conforti almeno, se non con altro, con la morte.»[432] Non ci fu però

verso d'essere liberato fino a che non sottoscrisse, obbligandosi

personalmente a pagare 1300 ducati per gli Svizzeri venuti da

Roma.[433] L'esercito allora si sciolse, ultimi a partire essendo stati

gli uomini d'arme. Dopo tante spese e tanti sacrifizi, i Fiorentini si

trovavano ora col campo sfornito di gente, e coi Pisani divenuti più

audaci di prima.[434] Mandarono subito Piero Vespucci e Francesco Della

Casa, nuovi commissari, a provvedere, per quanto si poteva, così alle

paghe, come a raccogliere dai luoghi vicini nuove genti. Il Re scrisse

lettere, dolendosi dell'accaduto, rimproverando i capitani, minacciando

i soldati, promettendo di sottomettere Pisa in ogni modo.[435] Ma erano

parole, cui non tenevano dietro i fatti. Mandò il Duplessis, signore di

Courçon, che a Firenze chiamavano _Corcu_ o _Corco_, perchè esaminasse

sul luogo quanto era accaduto, e riferisse.

Intanto però i Pisani uscivano dalle mura, e pigliavano prima

Librafatta, poi il bastione detto della Ventura, che con molta

spesa era stato costruito dal Vitelli. In questo modo aprivano le

loro comunicazioni con Lucca, di dove ricevevano aiuti continui. Il

Courçon, è vero, offeriva ai Fiorentini nuove genti del Re, con le

quali potevano, egli diceva, fare continue scorrerìe, e stancare nel

verno i Pisani, per sottometterli poi, al sopravvenire della buona

stagione. Ma essi non vollero ormai più sapere nè di Francesi nè

di Svizzeri, cosa che irritò moltissimo il Re, il quale, scontento

dell'esito dell'impresa, perchè vergognoso alle sue armi, ne dava

colpa ai Fiorentini, che avevano voluto a loro capitano il Beaumont

e non Ives d'Alègre, da lui offerto; non avevano provveduto alle

vettovaglie, nè dato in tempo le paghe richieste. Ma la principale

ragione del suo scontento, era il vedere svanita la speranza di potere

più a lungo addossare a Firenze la spesa d'una parte del suo esercito.

Questi lamenti, non senza minacce, erano assai gravi, ed i nemici

della Repubblica soffiavano tanto nel fuoco, che si credette necessario

mandare in Francia messer Francesco Della Casa e Niccolò Machiavelli,

come quelli che essendosi trovati ambedue al campo, potevano

ragguagliare _de visu_ il Re, e smentire le ingiuste e calunniose

accuse, annunziando anche l'arrivo sollecito di nuovi ambasciatori, per

trattare accordi.[436]

Fino all'anno 1498 Niccolò Machiavelli aveva assai poco conosciuto

gli uomini ed il mondo; il suo spirito s'era formato principalmente

coi libri, massime cogli scrittori latini e la storia di Roma. Ma nei

due anni trascorsi dipoi aveva con molta rapidità cominciato a fare

esperienza della vita reale e delle faccende di Stato. La legazione a

Forlì gli aveva dato una prima idea degl'intrighi diplomatici; l'affare

del Vitelli e la condotta degli Svizzeri gli avevano ispirato un

profondo disprezzo, quasi un odio contro i soldati mercenarî. La morte

di suo padre, seguìta il 19 maggio 1500, quattro anni dopo quella della

madre, e pochi mesi prima che morisse la sorella sposata al Vernacci,

lo costrinse a far da capo della famiglia, sebbene non ne fosse il

primogenito, e gli aumentò quindi cure e pensieri. La gita in Francia

apriva adesso un nuovo campo di osservazione ed un largo orizzonte

dinanzi al suo spirito, tanto più che, dopo i primi mesi, essendosi

ammalato il suo collega, egli restò solo incaricato della modesta, ma

pure importante legazione.[437]

Il 18 luglio 1500 fu fatta la deliberazione, che mandava il Della Casa

ed il Machiavelli al Re, e vennero scritte le istruzioni con cui erano

incaricati di persuadergli, che tutti i disordini del campo erano

seguiti per colpa solamente de' suoi soldati, e cercare d'indurlo a

diminuire le ingiuste ed esorbitanti pretese di denari, che egli voleva

prima d'aver sottomesso Pisa. Dovevano far capo dal cardinale di Rouen,

e guardarsi bene dallo sparlargli del capitano Beaumont, suo protetto.

«Se però,» dicevano i Signori, «voi trovaste disposizione a sentirne

dir male, allora fatelo vivamente e dategli imputazione di viltà e

di corruzione.»[438] Lorenzo Lenzi, che era stato già da più tempo

con Francesco Gualterotti ambasciatore fiorentino in Francia, sebbene

fosse per andar via,[439] ripeteva loro presso a poco le stesse cose.

Potevano essi sparlare quanto volevano degl'Italiani al campo; ma,

«solo come in un trascorso di lingua,» lasciarsi andare ad accusare i

veri colpevoli.[440]

Bisognava dunque navigare tra Scilla e Cariddi, per non offendere

l'insolenza francese. Ed a queste difficoltà s'aggiungeva ancora

l'essere i due inviati uomini di assai modesta condizione sociale,[441]

non ricchi e male retribuiti. A Francesco Della Casa era assegnato lo

stipendio di lire otto di fiorini piccoli al giorno, ed al Machiavelli,

che aveva grado inferiore, solo dopo molti lamenti da lui fatti per le

spese incomportabili che sosteneva,[442] non punto minori di quelle del

suo collega, fu dato uguale stipendio:[443] ma l'uscita restò sempre

superiore all'entrata. Ben presto egli aveva già speso di suo quaranta

ducati, ed ordinato al fratello Totto di far nuovo debito per altri

settanta. Dovendo seguire il Re di città in città, era stato necessario

fornirsi di servi e di cavalli, e sebbene in sul partire avessero

avuto 80 fiorini ciascuno, avevano subito speso 100 ducati; il vivere

e mantenersi decentemente costava loro uno scudo e mezzo al giorno,

cioè più di quello che ricevevano. Così ambedue se ne lamentavano,[444]

massime il Machiavelli, che non era ricco, ma di sua natura facile allo

spendere.

Comunque sia di ciò, il 28 di luglio essi erano a Lione, dove

trovarono il Re partito. Lo raggiunsero a Nevers, e dopo aver parlato

col cardinale di Rouen, furono ricevuti il 7 agosto, presente esso

cardinale, il Rubertet, il Trivulzio ed altri. Gl'Italiani formavano

un terzo della Corte, erano tutti scontentissimi e desiderosi che

l'esercito francese tornasse presto a rivalicare le Alpi.[445] Esposti

i fatti, appena che si accennava ad accusare i soldati di Francia,

il Re ed i suoi «tagliavano i discorsi.» Tutto doveva essere colpa

dei Fiorentini. Luigi XII voleva pel suo decoro condurre a termine

l'impresa di Pisa, e però bisognava dar subito i danari necessarî. Gli

oratori risposero che alla Repubblica, esausta come era, col popolo

scontento per gli ultimi fatti, sarebbe stato impossibile trovarli.

Si poteva bene sperare di averli ad impresa finita, quando la città

di Pisa fosse stata consegnata. Ma qui subito esclamarono tutti ad una

voce, che questa era una sconvenientissima proposta, perchè il Re non

poteva fare le spese ai Fiorentini.[446] E così si continuò per molti

giorni sempre allo stesso modo. Luigi XII vuol mandare i soldati,

che i Fiorentini non vogliono; lamenta che gli Svizzeri non abbiano

avuto il danaro fissato, e non dà ascolto quando gli si osserva che

neppure avevano prestato il servizio promesso. Il cardinale insiste

vivamente,[447] ed il Courçon,[448] tornato di Toscana, aggrava lo

stato delle cose, che finisce col divenire minaccioso davvero. «I

Francesi,» scrivevano i due oratori, «sono accecati dalla loro potenza,

e stimano solo chi è armato o è pronto a dar danari. Vedono in voi

mancare queste due qualità, e però reputanvi ser Nichilo, battezzando

l'impossibilità vostra, disunione, e la disonestà dell'esercito loro,

cattivo governo vostro. Gli ambasciatori qui residenti sono partiti,

nè si sente che arrivino i nuovi. Il grado e la qualità nostra, senza

commissione grata, non sono per ripescare una cosa che sommerga.[449]

Il Re è quindi scontentissimo, lamenta sempre d'aver dovuto pagare agli

Svizzeri 38,000 franchi, i quali, secondo la convenzione di Milano,

dovevate pagar voi, e minaccia fare di Pisa e d'altre terre vicine uno

Stato indipendente.»[450] Per dar poi un utile consiglio, i due oratori

suggerivano alla Repubblica «di farsi, mediante danaro, alcuni amici

in Francia, mossi da altro che da affezione naturale; giacchè così fa

chiunque ha da trattare qualche faccenda in questa Corte. E chi non fa

così, crede di vincere il piato senza pagare il procuratore»[451].

Fino al 14 settembre le lettere erano state firmate sempre dai due

inviati, ma erano quasi tutte scritte di mano del Machiavelli. Quel

giorno poi il Re partiva da Melun, e il Della Casa, ammalato, andava

per curarsi a Parigi; sicchè il Machiavelli restava solo a continuare

il viaggio e la legazione, che dal 26 settembre in poi prende subito

maggiore importanza, e s'estende in un più vasto campo. Egli non si

ferma più al solo affare, pel quale era stato inviato; ma interroga,

discorre sulle varie questioni attinenti alla politica italiana; di

tutto ragguaglia i Signori, e poco dopo, invece, ragguaglia i Dieci,

che furono allora rieletti, e tutto ciò fa con tale e tanta premura,

con tanto ardore, che qualche volta sembra quasi perdere di vista lo

scopo particolare, molto limitato, della sua commissione. Valendosi

ora del latino ed ora del francese, giacchè nella stessa Corte ben

pochi parlavano l'italiano, egli ragionava con tutti, interrogava

ognuno. E per la prima volta vediamo incominciare a manifestarsi

tutta la penetrazione e l'originalità del suo ingegno, la potenza e la

forza maravigliosa del suo stile. Viaggiando col cardinale di Rouen,

e trovandolo sempre duro sull'altare del danaro, volse il discorso

sull'esercito che il Papa raccoglieva cogli aiuti di Francia, per

secondare i disegni del Valentino. E potè capire, «che se il Re aveva

concesso tutto per l'impresa di Romagna, era stato mosso più dal non

saper resistere alle sfrenate voglie del Papa, che dal desiderare

veramente un esito favorevole.[452] Pure,» continuava il Machiavelli,

«quanto più teme di Germania tanto più favorisce Roma, perchè ivi è

il capo della religione, che è bene armato, ed ancora ve lo spinge il

Cardinale, il quale, sentendosi qui invidiato da molti per avere in

mano la somma delle cose, spera ricevere di là protezione efficace.»

E appena si tornò a parlar di danari, subito il Cardinale s'infuriò di

nuovo, e minacciò dicendo «che i Fiorentini sapevano far molto buone le

loro ragioni, ma finirebbero col pentirsi della loro ostinazione.»[453]

Fortunatamente allora appunto l'aspetto delle cose cominciò a

migliorare assai, essendo stato in Firenze eletto il nuovo ambasciatore

Pier Francesco Tosinghi con più ampi poteri, ed avendo i Signori

ottenuto dai Consigli facoltà di dare nuova somma di danari. Così

al Machiavelli riuscì meno arduo calmare i furori dei Francesi,

e continuare con essi ragionamenti di politica più generale: egli

ottenne anche la esplicita assicurazione, che il Valentino non avrebbe

danneggiato la Toscana.[454] Ma il 21 novembre gli veniva da un amico

affermato, che il Papa faceva ogni opera per metter male, assicurando

che a lui sarebbe bastato l'animo, con l'aiuto che sperava dai

Veneziani, di rimettere in Firenze Piero de' Medici, il quale avrebbe

subito pagato al Re tutti i danari che voleva. Prometteva inoltre di

tòrre lo Stato al Bentivoglio, e quanto a Ferrara ed a Mantova, che si

mostravano pur sempre amiche di Firenze, farle «venire con la correggia

al collo.» Il Machiavelli cercò allora di veder subito il Cardinale, e

trovatolo ozioso, potè parlargli a lungo. Per combattere le calunnie

del Papa contro i Fiorentini, addusse «non la loro fede, ma il loro

interesse a stare uniti con la Francia. Il Papa cerca con ogni arte la

distruzione degli amici del Re, per cavargli più facilmente l'Italia

dalle mani.» «Ma Sua Maestà dovrebbe seguire l'ordine di coloro che

hanno per lo addietro voluto possedere una provincia esterna, che è:

diminuire i potenti, vezzeggiare i sudditi, mantenere gli amici, e

guardarsi da' compagni, cioè da coloro che vogliono in tale luogo avere

uguale autorità.» «E certo non sono i Fiorentini, nè Bologna o Ferrara

che vogliono essere compagni del Re; ma piuttosto coloro che sempre

pretesero dominare l'Italia, cioè i Veneziani e sopra tutti il Papa.»

Il Cardinale prestò benigno ascolto a queste teorìe, che il modesto

Segretario, esaltandosi sempre più nel parlare, esponeva in tòno quasi

di maestro, e rispose che il Re «aveva gli orecchi lunghi ed il creder

corto; ascoltava cioè tutti ma credeva solo a ciò che toccava con

mano.»[455] E forse fu questa l'occasione in cui, avendo il Cardinale

detto che gl'Italiani non s'intendevano della guerra, il Machiavelli

gli rispose che i Francesi non s'intendevano dello Stato, «perchè

intendendosene, non avrebbero lasciato venire la Chiesa in tanta

grandezza.»[456]

Il 24 novembre scrisse le due ultime lettere di questa legazione. Il

Valentino aveva fatto allora minacciosi progressi, e i Fiorentini,

impensieriti di ciò, avevano non solo sollecitata la partenza del

nuovo ambasciatore, ma promesso ai rappresentanti della Francia,

che in breve tempo avrebbero mandato danari al Re. Questi aspettava

quindi più tranquillo, e mandò ordini precisi al Valentino, che

non osasse assalire Bologna nè Firenze. Ed il Machiavelli, data

con una prima lettera questa notizia, scriveva lo stesso giorno la

seconda ed ultima, con cui raccomandava la lite di un tal Giulio De

Scruciatis[457] napoletano, contro gli eredi Bandini in Firenze. «Aveva

il De Scruciatis reso, e poteva rendere ancora utili servigi alla

Repubblica. Io non so nulla,» egli continuava, «di questa sua causa;

ma so bene che, mentre lo essere vostro con questa Maestà è tenero e

in aria, pochi vi possono giovare, e ciascuno vi può nuocere. Perciò è

necessario intrattenerlo almeno con buone parole, altrimenti alla prima

vostra lettera che arriva qui, egli sarà come una folgore in questa

Corte;» «e fiegli creduto il male più facilmente che non gli è stato

creduto il bene; e lui è uomo di qualche credito, loquace, audacissimo,

importuno, terribile e senza mezzo nelle sue passioni, e per questo da

fare qualche effetto in ogni sua impresa.» Dopo di ciò s'apparecchiava

a partire.

Il lettore si sarà accorto come in alcuni punti di questa legazione,

paia già quasi veder balenare da lontano, sebbene ancora in nube,

lo scrittore dei _Discorsi_ e del _Principe_. Quelle massime che più

tardi il Machiavelli esporrà in una forma scientifica, vengono ora con

mano ancora incerta abbozzate alla sfuggita, e come per caso: nelle

successive legazioni vedremo che egli andrà sempre più chiaramente

determinando e formulando gli stessi concetti. Anche il suo stile già

comincia a prendere quel vigore, col quale ben presto egli riescirà

a scolpire, con pochi tocchi di penna, uomini veri e vivi, a dare

una straordinaria lucidità al proprio pensiero, e quindi a meritare

d'essere universalmente giudicato il primo prosatore italiano. Non

recherà quindi maraviglia il sentire come questa legazione facesse in

Firenze un grandissimo onore al Machiavelli, e come il Buonaccorsi, fin

dal 23 agosto, gli scrivesse con vero compiacimento, che le lettere da

lui inviate venivano molto lodate dai più autorevoli cittadini[458].

E nell'agosto egli era ancora col Della Casa, che poneva la firma

prima di lui, come principale incaricato. Possiamo dunque supporre

facilmente che la Repubblica restasse poi sempre più soddisfatta del

suo Segretario.

Tornato in patria, il Machiavelli si rimise con l'usato ardore al

proprio ufficio, e i registri della Cancelleria son di nuovo ogni

giorno pieni delle sue lettere. Gli affari procedettero subito

con ordine maggiore, sia perchè egli esercitava molta autorità sui

suoi sottoposti, sia perchè erano stati rieletti i Dieci, i quali

venivano scelti fra le persone più pratiche di cose militari, erano

meno distratti da altre cure, duravano in ufficio sei mesi e non due

solamente come i Signori. Le loro attribuzioni inoltre erano state,

con la Provvisione del 18 settembre 1500, che li ristabiliva, meglio

definite e limitate, non potendo più di loro autorità far paci o

leghe, nè condotte per più di otto giorni, e dovendo in tutte le cose

d'importanza avere l'approvazione degli Ottanta, prima che fossero

definitivamente deliberate.[459]

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I · 第 40 / 116 题