CAPITOLO II.

Niccolò Machiavelli comincia ad esercitare l'ufficio di

Segretario dei Dieci. — Sua legazione a Forlì. — Condanna e

morte di Paolo Vitelli. — _Discorso sopra le cose di Pisa_.

(1498-1499)

La principale faccenda che la Repubblica avesse ora alle mani era la

guerra di Pisa, e pareva che gli altri Stati dovessero finalmente

permetterle che si misurasse coll'antica sua avversaria, senza

altrimenti mescolarsene. Il Papa e gli alleati si dichiaravano,

infatti, contenti di Firenze per il supplizio del Savonarola, e non

chiedevano altro; l'amicizia di Firenze colla Francia si sperava che

dovesse tenere in freno gli altri potentati italiani. È vero che Luigi

XII, salendo sul trono di Francia, aveva assunto ancora i titoli di re

di Gerusalemme e di Sicilia, di duca di Milano, alle antiche pretese

sul Napoletano aggiungendo così quelle sulla Lombardia, da lui vantate

a cagione della sua avola Valentina Visconti; ed è vero del pari

che ciò faceva prevedere nuovi guai all'Italia, aveva anzi già messo

Milano e Napoli in una grandissima paura. Ma da un altro lato tutto ciò

procurava ai Fiorentini i segreti aiuti del Moro, che cercava d'averli

amici; e così crescevano le loro speranze. Se non che i Veneziani

continuavano apertamente a favorire Pisa; i Lucchesi, come più deboli,

si contentavano d'aiutarla di nascosto, ed essa con animo risoluto, con

mirabile energia, si teneva sempre pronta alla difesa. Aveva armato non

solo tutti i suoi cittadini, ma anche gli uomini del contado, che nelle

continue scaramucce s'erano agguerriti. I Veneziani le avevano mandato

trecento Stradiotti, o sia Albanesi a cavallo, armati alla leggera,

abilissimi nelle scorrerie e negli assalti improvvisi; parecchi soldati

francesi erano, fin dalla venuta di Carlo VIII, rimasti nelle sue mura

a difenderla. A questo s'aggiungeva che, negli ultimi tempi, a causa

delle interne dissensioni, i Fiorentini avevano trascurato assai le

cose della guerra, ed il loro capitano generale, conte Rinuccio da

Marciano, insieme col commissario Guglielmo de' Pazzi, avevano in uno

scontro di qualche importanza ricevuto tale rotta, che a fatica ne

erano essi stessi scampati vivi.[381] E fu questo appunto il momento

scelto dai Veneziani, per minacciare d'avanzarsi nel Casentino, a fin

di richiamare colà l'esercito assediante. Occorrevano adunque nuovi e

sempre più energici provvedimenti.

Si cominciò collo scrivere lettere urgenti al re di Francia, perchè

impedisse ai Veneziani suoi alleati di penetrare nel Casentino; si

chiese e s'ottenne dal Moro buona somma in prestito; si deliberò ancora

di far venire di Francia, col consenso del Re, Paolo e Vitellozzo

Vitelli, al primo dei quali, che aveva reputazione di gran capitano,

venne offerto addirittura il comando dell'esercito.[382] Arrivato

egli a Firenze, vi fu subito, ai primi del giugno 1498, una grande

solennità. In piazza della Signoria, dinanzi al Palazzo, erano il

popolo affollato e i magistrati della Repubblica; Marcello Virgilio

leggeva un'orazione latina, in cui, celebrando le battaglie e le virtù

del nuovo capitano, ivi presente, le paragonava a quelle dei più grandi

dell'antichità.[383] E nello stesso tempo, l'astrologo che il Vitelli

menava seco, era con quelli della Signoria dentro la corte del Palazzo,

osservando ed «aspettando l'avvenimento del felice punto.»[384] Non

appena che essi fecero il cenno convenuto, fu dato nelle trombe, e

venne sospesa l'orazione, affrettandosi il Gonfaloniere a consegnare

il bastone del comando, con la speranza di prosperi successi. Dopo

di che, finita l'orazione, s'andò in duomo a sentire la messa, ed

il 6 di giugno 1498 il celebrato capitano partì per il campo. Allora

cominciò subito l'attività dei Dieci per dare impulso alla guerra, e

cominciarono le molte e gravi faccende del Machiavelli.

È appena credibile quante brighe, noie e pericoli questa piccola

impresa désse alla Repubblica. Si principiò subito con le gelosie tra

il vecchio ed il nuovo capitano, per le quali fu necessario dare al

conte Rinuccio la paga stessa che al Vitelli, lasciandogli il titolo

di governatore generale, mentre a questo, col nome di capitano,

veniva affidata la direzione principale della guerra. Le cose parevano

cominciar prosperamente con la presa di varie terre, quando s'intese

a un tratto che i Veneziani s'avanzavano già verso il Casentino.

Bisognò quindi assoldare in fretta nuove genti e nuovi capitani,

indebolire la guerra nel Pisano, per portare lo sforzo maggiore contro

di questi, che nel settembre, passando per Val di Lamone, presero

Marradi. Ivi trovarono però i Fiorentini comandati dal conte Rinuccio,

ed ingrossati da genti mandate in aiuto dal Moro. Retrocessero perciò

alquanto, ma s'inoltrarono invece per la via del Casentino, occupando

la badìa di Camaldoli; passato poi il Monte Alvernia, pigliarono per

sorpresa Bibbiena. Questi fatti costrinsero i Fiorentini a sospendere

addirittura la guerra di Pisa, e, lasciati colà pochi uomini a guardia

delle terre più importanti, a mandare tutto l'esercito col Vitelli

contro il nuovo nemico. L'abate don Basilio dei Camaldolesi era

corso intanto nella montagna a sollevare e comandare i contadini di

quei luoghi alpestri, che a lui erano devoti, e riuscì a fermare i

Veneziani, recando loro gravissimi danni.[385] In questo momento il

duca d'Urbino, che comandava nel campo nemico, trovandosi ammalato,

chiese un salvocondotto per sè e pei suoi al Vitelli, che subito glielo

concesse. La qual cosa produsse uno sdegno, e destò un gravissimo

sospetto nell'animo dei Fiorentini, i quali allora seppero anche come

il loro capitano si era pubblicamente fatto vedere in colloquio con

Piero e Giuliano de' Medici, che seguivano il campo nemico.

Sopraggiunse intanto il verno, e la guerra con difficoltà si poteva

continuare nei monti, sebbene nessuno volesse ritirarsi, quando il

duca Ercole di Ferrara s'offerse mediatore di pace tra Firenze, Pisa e

Venezia. Accettata che fu la mediazione, egli pronunziò il suo lodo ai

primi del 1499. Secondo il quale, pel 24 di aprile i Veneziani dovevano

ritirarsi dal Casentino e dal Pisano; i Fiorentini dovevano pagar loro

la somma di 100,000 ducati in dodici anni; i Pisani, restando padroni

della fortezza e liberi nel loro commercio, dovevano tornare sotto

Firenze. Nessuno fu contento; pure i Fiorentini accettarono il lodo,

ed i Veneziani ritirarono le loro genti; ma i Pisani s'apparecchiarono

invece, con più ardore che mai, a combattere.[386] Il segreto di

tutta la faccenda era, che s'aspettavano altrove nuovi e maggiori

avvenimenti, essendosi Luigi XII accordato col Papa e coi Veneziani,

per venire in Italia contro il Moro. Quindi ognuno ritirava le sue

genti dalla Toscana, dove Firenze e Pisa erano perciò lasciate sole,

l'una di fronte all'altra.

Per questi eventi il Machiavelli aveva avuto moltissimo da fare,

giacchè da lui dipendeva tutto il lavoro dell'ufficio dei Dieci.

Scriveva un numero infinito di lettere; mandava ordini; spediva danari,

armi, e qualche volta doveva egli stesso muoversi per andare a parlare

ai capitani. Così il 24 marzo del 1499 fu mandato a Pontedera, presso

Jacopo IV d'Appiano signore di Piombino, che essendo a servizio della

Repubblica, chiedeva maggiore condotta ed una paga uguale a quella

del conte Rinuccio. Potè indurlo a contentarsi d'un aumento della

condotta;[387] ma gli altri capitani erano più insistenti; le loro

pretese e lamenti non avevano mai fine. Paolo Vitelli, non volendo

stare alla pari col conte Rinuccio, chiese maggiore paga e l'ottenne,

il che subito destò la gelosia del Conte, che a sua volta cominciò a

strepitare. Tutte queste cose avevano portato le spese della guerra, e

quindi le gravezze, a tale che erano divenute proprio incomportabili.

I libri delle provvisioni della Repubblica in questi anni non ci

presentano altro che una serie di sempre nuovi e più ingegnosi trovati,

per cavar danari dai cittadini. Lo scontento popolare veniva cresciuto

dal vedere che i Dieci, chiamati perciò i _Dieci spendenti_, avevano

largheggiato non solo per poca prudenza, ma ancora per indebiti favori

ai loro amici, cui davano commissioni o condotte inutili;[388] e si

minacciava quasi di prorompere in aperto tumulto. Così fu che, quando

nel maggio doveva procedersi alle nuove elezioni, si sentì il popolo

gridare: _nè Dieci nè danari non fanno pei nostri pari_; e non vi fu

modo alcuno di indurlo a votare.[389] La Signoria dovette quindi, per

qualche mese piegarsi a dirigere essa le cose della guerra, coll'aiuto

d'alcuni fra i più autorevoli cittadini. Tutte le accuse fatte ai

Dieci non toccavano però, nè direttamente nè indirettamente, il

Machiavelli loro segretario, il quale aveva anzi in questo breve tempo

guadagnato assai di autorità e di reputazione. La seconda cancelleria

a lui affidata, si trovò allora, insieme colla prima, alla dipendenza

esclusiva dei Signori; ma questo modificò poco o punto la sua

condizione, e solo potè crescergli le faccende.

Il 12 luglio 1499 egli ebbe la prima commissione di qualche importanza,

essendo stato inviato con lettera dei Signori, firmata Marcello

Virgilio, presso Caterina Sforza, contessa d'Imola e Forlì. Era questo

un piccolo Stato, la cui amicizia veniva con grande premura ricercata

dalla Repubblica, perchè trovavasi non solo sulla via che dall'Italia

superiore conduce alla inferiore, ma anche su quella che per Val di

Lamone conduce in Toscana. Di là s'erano avanzati i Veneziani, di là

aveva minacciato il duca Valentino. Il paese era inoltre armigero, e

forniva soldati di ventura a chi ne chiedeva alla Contessa, la quale

ne faceva quasi commercio. Suo figlio primogenito, Ottaviano Riario,

sebbene giovanissimo, per guadagnar danari cercava condotte, e nel

1498 ne aveva ottenuta dai Fiorentini, che volevano tenersi amica sua

madre, una di quindicimila ducati, da durare sino a tutto giugno, ma

che poteva essere rinnovata, a beneplacito dei Signori, per un secondo

anno. Il primo termine era scorso con assai poca soddisfazione del

Riario, il quale diceva che non gli erano stati mantenuti tutti i

patti, e però non voleva saperne altro. Ma la Contessa, più prudente

assai, vedendo che i Fiorentini desideravano esserle amici, e che il

Valentino faceva sempre grandi disegni sulla Romagna, si dimostrava

disposta invece a confermare il _beneplacito_, aggiungendo che aveva

richiesta d'uomini d'arme da suo zio il Moro, e voleva quindi pronta

risposta, per sapere come regolarsi. Da ciò la commissione data al

Machiavelli.

La Contessa era una donna singolarissima, e ben capace di tenergli

testa. Nata nel 1462 da illegittimi amori di Galeazzo Maria Sforza[390]

con Lucrezia, moglie d'un Landriani milanese, di forme regolari e

belle, forte di corpo, d'animo più che virile, ebbe molte e strane

avventure, nelle quali aveva sempre fatto prova di un'accortezza e

prontezza ammirabili davvero, di una energia e d'un coraggio, che

l'avevano resa celebre in tutta Italia. Giovanissima fu sposata

al dissoluto figlio di Sisto IV, Girolamo Riario, il quale, per la

violenza del suo carattere e del suo governo, si trovò sempre sotto il

pugnale de' congiurati. Nel 1487, già vicina a partorire, lo assisteva

malato in Imola, quando arrivò la nuova, che la fortezza di Forlì era

stata presa dal maestro di palazzo Innocenzo Codronchi, il quale aveva

ucciso il castellano. E Caterina partì la notte stessa, entrò nel

castello, vi lasciò a guardia Tommaso Feo, e ne uscì menando seco il

Codronchi ad Imola, dove il giorno di poi partorì. Il 14 aprile 1488

scoppiò in Forlì una congiura contro Girolamo Riario, che fu pugnalato;

ed ella, restata a 26 anni vedova con sei figli, si trovò prigioniera

degli Orsi capi della rivolta. Ma neppure allora si perdette d'animo.

Entrò nel castello, che si teneva per lei, facendo credere che ne

avrebbe ordinato la resa al popolo, nelle cui mani lasciava perciò

in ostaggio i suoi figli. Invece aveva già mandato a chiedere aiuti a

Milano, e quando fu al sicuro nel castello, s'apparecchiò a difendersi

sino all'arrivo dei soccorsi. A chi voleva spaventarla, minacciando

d'uccidere i figli, rispose che avrebbe avuto modo di farne degli

altri. La città fu ripresa, e la ribellione venne da lei punita col

sangue. Più tardi la Contessa fece a un tratto disarmare il fido

castellano che l'aveva salvata, sostituendogli il fratello, Giacomo

Feo, bellissimo giovane che poi sposò. Anche questo secondo marito fu

assassinato nel 1495, un giorno che seguiva a cavallo la Contessa, la

quale era in carrozza, e tornavano insieme dalla caccia. Ella montò

subito a cavallo, ed entrò in Forlì, dove fece aspra, sanguinosa,

quasi furibonda vendetta. Quaranta persone andarono a morte fra strazi

atroci, e cinquanta vennero imprigionate o perseguitate. Pure fu

detto e ripetuto, che ella aveva prezzolato gli uccisori del marito,

e che ora ne pigliava pretesto a disfarsi dei propri nemici. Ma a ciò

rispose, che, grazie a Dio, nè essa nè altri di casa Sforza avevano

mai avuto bisogno di ricorrere a così volgari assassini, quando si

erano voluti disfare di qualcuno. Nel 1497 sposò la terza volta, e fu

moglie di Giovanni di Pier Francesco, del ramo cadetto de' Medici, che

era stato mandato colà ambasciatore della Repubblica fiorentina.[391]

E allora fu fatta cittadina di Firenze, in parte perchè si cercava

occasione di lusingarla e tenersela amica; in parte perchè le antiche

leggi, che vietavano i matrimoni di cittadini, massime cittadini

potenti, con stranieri, erano state rimesse in vigore dopo che il

parentado dei Medici cogli Orsini di Roma aveva fatto salire i primi

in grande superbia. Nell'aprile del 1498 ella ebbe un altro figlio,

assai noto più tardi col nome di Giovanni delle Bande Nere, soldato

valorosissimo e padre di Cosimo, primo granduca di Toscana. Verso la

fine di quel medesimo anno, anche il suo terzo marito cessò di vivere.

La Contessa dunque aveva 36 anni, era vedova di tre mariti, madre di

molti figli, padrona assoluta del suo piccolo Stato, e nota come donna

piena d'accortezza, d'ingegno e di grandissima energia, quando le si

presentò Niccolò Machiavelli.[392]

I Fiorentini erano disposti a riconfermare il beneplacito al signor

Ottaviano, ma con una condotta che non superasse i 10,000 ducati, il

loro scopo essendo solo d'avere la Contessa amica. Incaricavano il

Machiavelli di ciò, e anche di comperare da lei, se ne aveva, polvere,

salnitro e palle, perchè le richieste non cessavano mai dal campo di

Pisa.[393] Ed egli, dopo essersi fermato a Castrocaro, donde ragguagliò

i Signori intorno ai partiti che dividevano quel paese, arrivato a

Forlì, il giorno 16 luglio, si presentò subito alla Contessa, che trovò

con l'agente del Moro, in presenza del quale espose lo scopo della sua

legazione, l'animo della Repubblica e il desiderio che essa aveva di

buona amicizia con lei. E questa, dopo avere ascoltato con attenzione,

disse che le parole dei Fiorentini «l'avevano sempre soddisfatta, ma

che le erano bene dispiaciuti sempre i fatti;»[394] e pigliò tempo

a pensare. Più tardi gli fece sapere che da Milano le erano offerti

migliori patti, e poi cominciarono le trattative. Di polvere o altro

non potè dar nulla, perchè ne mancava ella stessa. Invece abbondava di

fanti, che raccoglieva, passava ogni giorno in rivista, e mandava poi

a Milano. Il Machiavelli, invitato da Marcello Virgilio, trattò per

averne subito e spedirli a Pisa; ma non furono d'accordo nè sulla somma

da pagare, nè sul tempo in cui si potevano avere.[395] Il 22 luglio

egli credeva d'aver concluso la condotta, avendo offerto fino a 12,000

ducati; pure aggiungeva di non essere certo, perchè la Contessa «era

stata sempre sull'onorevole,» ed a lui non era riuscito di capire se

inclinava verso Firenze o verso Milano. «Io vedo bene,» egli scriveva,

«la Corte piena di Fiorentini, i quali sembrano avere in mano lo

Stato; inoltre, ed è quello che più importa, la Contessa vede pure

il duca di Milano assalito, senza sapere che sicurezza vi sia in lui;

ma da un altro lato l'agente del Moro par che comandi, e di continuo

partono fanti per Milano.» Infatti, sebbene il 23 luglio tutto paresse

che fosse concluso, e che si dovesse il giorno di poi sottoscrivere

l'accordo, pure quando il Machiavelli si ripresentò per la firma,

la Contessa, ricevutolo in presenza del solito agente milanese, gli

disse: «Avere ripensato la notte, che a lei conveniva meglio aderire ai

patti, solo quando i Fiorentini si dichiarassero obbligati a difenderle

lo Stato. Che se essa gli mandò a dire altrimenti il giorno innanzi,

non doveva maravigliarsene, perchè le cose quanto più si discutono,

meglio s'intendono.»[396] Ma i Signori avevano già fatto sapere al

Machiavelli, che erano decisi a non assumere un tale obbligo; a lui

dunque non restava altro che tornarsene a Firenze, come fece.[397]

Tutta l'apparenza di questa legazione farebbe credere, che la Contessa

fosse stata più furba del Machiavelli, il quale sembrerebbe essersi

lasciato aggirare da una donna. Nè, se ciò fosse, vi sarebbe da

maravigliarsene punto, pensando che Caterina Sforza era una donna

d'animo virile, che da più tempo governava sola il suo Stato, ed aveva

molta pratica degli affari, quando il Segretario fiorentino, invece,

con tutto il suo grande ingegno, era un semplice letterato, che faceva

ora le sue prime armi nella diplomazia. In sostanza però i Fiorentini

non avevano nessuna ragione d'essere scontenti. Il loro scopo non era

stato di concludere la condotta, bensì d'avere amica la Contessa, senza

spendere danari; e ciò era riuscito a maraviglia, perchè le trattative

non furono rotte, ma venne da Forlì un uomo fidato di lei a continuarle

in Firenze.[398] Al Machiavelli poi la legazione fu utilissima, perchè

le sue lettere erano state da tutti molto lodate in Palazzo. Il suo

sempre fido amico e collega Biagio Buonaccorsi, che era un repubblicano

ammiratore del Savonarola, del Benivieni, di Pico della Mirandola;

amante degli studi, sebbene mediocre letterato; autore di poesie e

d'un _Diario_ che narra assai fedelmente i fatti di Firenze dal 1498

al 1512, gli scriveva continuamente e lo ragguagliava di tutto. «A mio

giudizio,» diceva una sua lettera del 19 luglio, «voi avete eseguito

insino a ora con grande onore la commissione ingiuntavi, di che io ho

preso piacere grandissimo, e di continuo piglio...: sì che seguitate,

che infino ad ora ci avete fatto grande onore.» Lo stesso ripeteva

in altre lettere, in una delle quali gli chiedeva un ritratto della

Contessa, pregandolo che ne facesse «uno ruotolo, acciò le pieghe non

la guastino.» E gli faceva anche vivissima istanza che tornasse subito,

perchè senza di lui la cancelleria era caduta in un gran disordine,

e l'invidia e la gelosia lavoravano assai; onde «lo star costì non fa

per voi, e qui è un trabocco di faccende quanto fussi mai.»[399] Questi

furono pel Machiavelli anni di dolori domestici. Nell'ottobre del 1496

gli era morta la madre, nel maggio del 1500 gli moriva il padre.

Prima di partire per la sua legazione a Forlì, il Machiavelli era

stato, come dicemmo, occupato a scrivere lettere per calmare le

gelosie dei capitani, e spingerli concordi alla guerra, cercando con

ogni argomento di far nascere in essi quell'amore alla Repubblica,

che non sentivano. Il Vitelli aveva proposto d'assaltare Cascina, ed

essendogli stato consentito, la prese il 26 giugno, cosa che riempì

di gioia e di speranza i Fiorentini, i quali cominciarono subito ad

aver grande opinione del suo valore. Ma invece da questo momento

ogni cosa restò ferma, mentre le spese crescevano smisuratamente;

sicchè, quando il Machiavelli fece ritorno da Forlì trovò i Signori

sgomenti, il popolo irritato, e i capitani che chiedevano danari che

non v'erano. Nei primi d'agosto egli faceva loro scrivere, in nome dei

Signori, che le difficoltà, per indurre i Consigli a votar nuove spese

erano grandissime; che se si andava ancora in lungo così, «sarebbe

impossibile a mezza Italia sopperire a queste artiglierie.»[400] E poco

di poi aggiungeva, «come, avendo infino a oggi per cotesta espedizione

speso fra costì e qui circa sessantaquattro mila ducati, si è munto

ogni uno; e per fare questi vi mandiamo al presente (2000 ducati), si

sono vôte tutte le casse....» Se non fate presto, «senza dubbio noi

resteremo a piè, perchè sei mila ducati che bisognassino ancora, ci

farebbero desperare al tutto di codesta vittoria.»[401]

Allora però vi fu un momento di grandissima speranza, perchè giunse

la nuova che era stata presa la torre di Stampace, e che da 25 a 30

braccia delle mura di Pisa erano già a terra; sicchè d'ora in ora

s'aspettava il corriere con la desiderata notizia che gli assalitori

erano entrati per la breccia. Invece si seppe che il giorno 10, data

la battaglia, e giunti fino alla chiesa di San Paolo, quando tutto

l'esercito, e specialmente i giovani fiorentini andati come volontarî

al campo, si mostravano pieni d'indomabile ardore, sopravvenne a

un tratto, non desiderato nè aspettato da nessuno, l'ordine della

ritirata. Anzi Paolo Vitelli, vedendo che i soldati volevano andar

oltre in ogni modo, corse con suo fratello Vitellozzo a ributtarli

indietro a colpi di stocco.[402]

Queste notizie portarono al colmo lo sdegno dei Fiorentini, e fecero

nascere gravi sospetti di tradimento a carico del Vitelli. Si ricordava

da tutti il salvocondotto da lui dato in Casentino al duca d'Urbino,

quando s'era lasciato anche vedere dai suoi soldati parlare con Piero

e Giuliano dei Medici. Poco prima della presa di Cascina, aveva fatto

prigioniero un tal Ranieri della Sassetta, che, dopo essere stato a

soldo dei Fiorentini, aveva disertato ai Pisani, pigliando parte in

mille intrighi contro la Repubblica. I Signori lo volevano subito a

Firenze, per condannarlo, ed egli invece lo lasciò fuggire, dicendo

«non volersi render bargello d'un soldato valente e da bene.»[403]

Ed ora fermava l'esercito, quando appunto la vittoria era certa, e

la città stessa di Pisa sembrava già presa, adducendo esser sicuro

d'averla a patti! Tutto ciò era più che sufficiente a distruggere ogni

fede in lui, ed a far perdere la pazienza. I Signori infatti dissero

chiaro, che non volevano essere più «menati al buio;»[404] ed il 20

agosto fecero dal Machiavelli scrivere ai commissarî nel campo: Noi

abbiamo dato al capitano tutto quello che ha voluto, eppure vediamo,

«con varie cavillazioni ed aggiramenti, tornare in vano ogni nostra

fatica.»[405] Due di noi sarebbero perciò venuti costà in persona, se

le leggi lo consentissero, per cercar di scoprire le origini di codesti

aggiramenti, «poi che voi o non ce li volete scrivere o in fatto non ve

li pare conoscere.»[406] Ma tutto era vano. Intanto le febbri facevano

stragi nel campo, che s'andava così assottigliando, mentre i Pisani

ricevevano aiuti. I due commissarî s'ammalarono di febbre anch'essi,

ed uno ne morì. Ai nuovi che furono subito mandati, il Machiavelli

scriveva in nome dei Signori: Noi avremmo preferito una disfatta al

non tentare nulla in un momento così decisivo. «Non sappiamo nè che ci

dire, nè con qual ragione escusarci in cospetto di tutto questo popolo,

il quale ci parrà aver pasciuto di favole, tenendolo di dì in dì con

vana promessa di certa vittoria.»[407]

Un partito in ogni modo bisognava prendere, e siccome non v'era altro

rimedio, nella totale mancanza di danaro, dopo la condotta del Vitelli

ed i gravi sospetti che di lui s'erano concepiti, così fu dato ordine

di levare addirittura il campo, lasciando fortificati e guardati solo

alcuni luoghi di maggiore importanza. Ma anche allora tutto andò male,

giacchè, fra le altre cose, affondarono in Arno dieci barche, che

portavano munizioni ed artiglierie, parte delle quali vennero in mano

dei Pisani, che le ripescarono.[408] Ma questa faccenda non poteva

passar liscia pel Vitelli. Dopo quel che era seguìto, e quando già

tutti in Firenze lo credevano traditore, s'era anche sparsa la voce,

che nella fuga del Moro da Milano, erano in mano dei Francesi venute

delle carte dalle quali s'aveva la certezza, che egli trovavasi in

segreti accordi per tirare in lungo la guerra.[409] Braccio Martelli

e Antonio Canigiani erano già partiti come commissarî di guerra,

incaricati in apparenza di fornire il danaro necessario a levare il

campo, ma in realtà mandati ad impadronirsi della persona di Paolo e di

Vitellozzo Vitelli, il secondo dei quali, per fuggirsene, aveva allora

chiesto un congedo, che gli era stato negato.

Le lettere scritte dal Machiavelli in questa occasione dimostrano

che il segreto dell'affare era nelle sue mani, e che egli, persuaso

della perfidia e tradimento del Vitelli, lavorava con zelo ed ardore

grandissimi ad ottenere lo scopo desiderato. Il 27 settembre era

assai vicino lo scioglimento del dramma, ed egli raccomandava ai

commissarî che procedessero con energia contro i «nemici e ribelli»

della Repubblica, trattandosi di salvarne l'onore, e di mostrare

anche alla Francia, che si aveva il coraggio di provvedere alla

propria sicurezza, e che si voleva essere rispettati non meno d'ogni

altro potentato d'Italia. Poi conchiudeva, raccomandando che alla

sollecitudine s'unisse tale circospezione e prudenza, «che nè il troppo

animo, nè i troppi rispetti vi faccino errare, accelerando per l'una

cagione più che non bisognerebbe, e per l'altra più che non patissi la

occasione.»[410]

I due commissarî eseguirono gli ordini con prudenza. Il Vitelli

alloggiava un miglio lontano da Cascina, dove arrivavano le artiglierie

del campo. Lo invitarono colà il giorno 28, sotto colore di volerlo

consultare sulle cose della guerra; ma dopo avere desinato insieme,

si ritirarono con lui in una stanza segreta, ed ivi lo ritennero

prigione. Avevano nel medesimo tempo mandato a pigliar Vitellozzo,

che era ammalato in letto; questi però, avvedutosene, chiese tempo a

vestirsi, ed invece fuggì verso Pisa.[411] Portato a Firenze, Paolo

fu esaminato l'ultimo di settembre, e sebbene non avesse confessato

nulla, pure il giorno appresso venne decapitato. Di questo fatto si

parlò molto nella Città e fuori, essendo il Vitelli un soldato di

reputazione, che aveva anche l'amicizia di Francia. Il Guicciardini lo

giudica innocente, spiegandone la inesplicabile condotta con la natura

e le consuetudini dei capitani di ventura; il Nardi invece lo dichiara

colpevole e giustamente condannato; il Buonaccorsi, che si trovava

nella cancelleria, racconta la cosa senza comenti, conchiudendo: «e

questo fu il fine di Pagolo Vitegli, uomo eccellentissimo.» Quanto al

Machiavelli, sebbene non avesse occasione di parlare del fatto nelle

_Storie_ o nei _Frammenti_, i quali non vanno oltre la metà del 99,

pure la opinione di lui è manifesta dai suoi _Decennali_,[412] dalle

lettere che scrisse, e dall'ardore che mise nel condurre l'affare.

Non sappiamo se il tradimento vero e proprio venisse allora provato;

ma dalle deliberazioni e lettere del Consiglio dei Dieci in Venezia

si vede chiaro che il Vitelli era disposto a tradire. Si tratta in

esse di rimettere Piero de' Medici in Firenze con l'aiuto del Vitelli,

cui si sarebbe data una condotta di quarantamila ducati, quale aveva

già dai Fiorentini, o anche di più se egli insisteva.[413] Sia che

di ciò i Fiorentini fossero avvertiti o no, certo ad essi parve

dimostrato abbastanza, che il Vitelli non aveva nessuna voglia di

pigliar Pisa fino a che non si vedesse chiaro il resultato della

guerra che i Francesi facevano contro Lodovico il Moro, col quale i

Fiorentini temporeggiavano ancora.[414] Seguìta che fu la vittoria dei

Francesi, pare che il Vitelli si fosse deciso, secondo afferma anche

il Nardi,[415] ad operare per davvero; ma ormai era troppo tardi, aveva

perduto ogni riputazione.[416]

Un'altra prova, se pur ve ne fosse bisogno, della parte grandissima che

il Machiavelli prendeva in tutte le faccende della guerra, e del conto

in cui l'opera sua era tenuta, la troviamo nel suo breve _Discorso

fatto al Magistrato de' Dieci sopra le cose di Pisa_, che non ha data,

ma che dalla lettura apparisce scritto in quest'anno o poco dopo.[417]

È uno dei molti lavori, cui era dal suo ufficio obbligato, ed in esso,

dopo avere con diversi e giusti ragionamenti dimostrata vana ogni

speranza di sottomettere Pisa altrimenti che con la forza, ragguagliava

intorno alle varie opinioni espresse dai capitani, circa il modo di

distribuire in due o tre campi le genti fiorentine, ed alle operazioni

di guerra che essi proponevano. Il Machiavelli esponeva questi pareri

e proposte con tanta esattezza, con tanta minuzia, da mostrare come

sin d'allora la sua mente ed il suo studio si fossero rivolti non solo

alle cose politiche, ma anche alle militari. O per meglio dire, si vede

assai chiaro che la cognizione dell'arte della guerra già era divenuta

per lui una parte essenziale della scienza di Stato.

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I · 第 39 / 116 题