CAPITOLO IV.

Tumulti in Pistoia, dove è inviato il Machiavelli. — Il

Valentino in Toscana; Condotta da lui stipulata coi Fiorentini.

— Nuovo esercito francese in Italia. — Nuovi tumulti in

Pistoia, e nuova gita del Machiavelli colà. — Continua la

guerra di Pisa. — Ribellione di Arezzo e della Val di Chiana.

— Il Machiavelli ed il vescovo Soderini inviati presso il

Valentino in Urbino. — I Francesi vengono in aiuto per sedare i

disordini d'Arezzo. — _Del modo di trattare i popoli della Val

di Chiana ribellati_. — Creazione del Gonfaloniere a vita.

(1501-1502)

E le faccende non mancavano davvero, sebbene la guerra di Pisa fosse

alquanto sedata. A Pistoia s'erano gravemente rincrudeliti i sanguinosi

tumulti tra i Cancellieri ed i Panciatichi, i quali ultimi erano stati

cacciati dalla città, che restava sempre sottomessa a Firenze, ma

con pericolo continuo di ribellione. Fu quindi necessario inviare a

rimetter l'ordine, commissari speciali, uomini ed armi. Il Machiavelli

non solo teneva la corrispondenza, dava ordini, veniva dai Signori e

dai Dieci richiesto del suo avviso; ma fu più volte mandato colà. Ivi

infatti lo troviamo nel febbraio, nel luglio e nell'ottobre, andato a

vedere coi proprî occhi per poi riferire.

Molti dell'una e dell'altra parte furono confinati in Firenze; tutti i

rimanenti invitati a rientrare in Pistoia, con obbligo a quel Comune di

difenderli e di risarcirli largamente d'ogni nuovo danno che potessero

patire, dandogli facoltà di rivalersene sugli offensori; e tutto ciò

con una deliberazione dei Signori e dei Dieci fiorentini, in data

del 28 aprile 1501.[460] Volevano i Pistoiesi lasciar fuori della

loro città i Panciatichi, perchè avversi a Firenze; ma il Machiavelli

scriveva ai Commissari, in nome dei Signori, il 4 maggio, che il

tenere i Cancellieri dentro e i Panciatichi fuori era assai pericoloso,

potendosi così a un tratto «perdere tutta la città o tutto il contado,

e forse questo e quella insieme, trovandosi l'uno malcontento, l'altra

piena di sospetto.» Concludeva che si eseguissero senz'altro gli

ordini dati, valendosi delle forze che erano colà, perchè i Panciatichi

rientrassero disarmati e fossero tenuti sotto buona guardia.[461]

Ben presto cominciavano più gravi pensieri da un altro lato. Il

Valentino, impedito dagli ordini di Francia d'assalire Bologna, si

rivolgeva verso la Toscana, ed insignoritosi di Brisighella, chiave

della Val di Lamone, s'era, con l'aiuto di Dionigi Naldi,[462] uomo

d'armi e di gran parentado colà, messo in grado di disporre di tutto

quel paese. Egli chiedeva, minaccioso, libero passaggio attraverso il

territorio della Repubblica, dicendo di volersene coi suoi tornare a

Roma. Ed i Fiorentini, che sapevano con chi avevano da fare, mandarono

a lui Piero Del Bene suo amico privato, mandarono un commissario di

guerra sul confine a Castrocaro, ed uno speciale inviato a Roma, per

informare di tutto l'ambasciatore francese: apparecchiarono nello

stesso tempo 20,000 ducati[463] da spedirsi a Luigi XII, per averlo,

come l'ebbero difatti, più decisamente favorevole. Intanto mille voci

diverse correvano per tutto. I Senesi ed i Lucchesi mandavano continui

aiuti a Pisa, dove Oliverotto da Fermo, soldato del Valentino, era

entrato con alcuni cavalieri; i Vitelli aiutavano i Panciatichi a

vendicarsi dei loro nemici. Da ogni parte erano noie e pericoli.

Bisognava subito provvedere, ed il Machiavelli sembrava moltiplicarsi,

scrivendo lettere, dando ordini ai capitani, ai commissari, ai

magistrati.[464] Fortunatamente però arrivarono avvisi di Francia, che

promettevano sicuro aiuto, e così la Repubblica fu nel maggio assai più

tranquilla.

Ma il Valentino non si fermava. A Firenze infatti venne la nuova

che gli Orsini ed i Vitelli minacciavano già al confine; che un tal

Ramazzotto, vecchio amico dei Medici, s'era presentato a Firenzuola,

chiedendo la terra in nome del Duca e di Piero de' Medici.[465] E per

questi fatti gli animi si sollevarono in modo, che si parlava perfino

di creare una Balìa con pieni poteri,[466] cosa che poi non si fece;

pure si pigliarono i necessarî provvedimenti a difendere la Città

da un improvviso assalto. Si posero nei dintorni alcuni comandati,

fatti venire dal Mugello e dal Casentino, sotto l'abate don Basilio;

ne vennero anche dalla Romagna; altre genti furono messe dentro le

mura. Il Machiavelli era l'anima di questi movimenti d'armati, e se ne

occupava con un ardore singolarissimo in un uomo di lettere. Ma egli

aveva, contro l'opinione prevalente allora, perduto ogni fede nelle

armi mercenarie; questi comandati gli parevano il germe d'una milizia

nazionale, chiamata a difendere la patria nel modo stesso che facevano

gli antichi Romani, e ciò bastava a tener viva la sua fede, il suo

entusiasmo.

Dopo di ciò si mandarono ambasciatori al Duca, invitandolo a passar

pure se voleva; ma alla spicciolata, senza gli Orsini ed i Vitelli.

Egli s'avanzò sdegnato pel Mugello, dove i suoi soldati venivano

insultando e saccheggiando le terre; onde l'irritazione popolare andò

sempre più crescendo nella Città e nella campagna, gridandosi per

tutto contro la «pazienza asinina» dei magistrati, i quali dovettero

durare grandissima fatica ad impedire una sollevazione generale contro

quell'esercito di predoni.[467] Il Duca finalmente, vedendo la mala

parata, e sapendo che i Fiorentini adesso erano davvero protetti dalla

Francia, dichiarò di volere stringere con essi sincera amicizia,

mediante una condotta in qualità di loro capitano. Aggiungeva però

che dovevano lasciargli libero il passo per andare alla sua impresa

contro Piombino, e dovevano anche mutare la forma del governo,

richiamando Piero dei Medici, affinchè si potesse esser sicuri delle

loro promesse. Di fronte a queste pretese, i Fiorentini prima di tutto

armarono altri mille uomini in Città, ordinando maggiore diligenza e

buona guardia per ogni dove; risposero poi che, quanto all'impresa di

Piombino, continuasse pure il suo viaggio; ma quanto al dovere essi

mutare governo, non ne ragionasse neppure, che non era affar suo, e

dei Medici nessuno voleva più sapere in Firenze. Il Valentino allora,

non aggiungendo altro, arrivato che fu a Campi, fece sentire che si

contentava d'una condotta di 36,000 ducati l'anno per un triennio,

senza obbligo d'effettivo servizio, pronto però ad ogni richiesta,

con 300 uomini d'arme, in caso di bisogno. In sostanza, non potendo

ormai sperare altro, voleva almeno, secondo il solito, danari. Ed

i Fiorentini, per farlo una volta partire, firmarono il 15 maggio

1501 la convenzione con cui gli concedevano la condotta, e fermavano

alleanza perpetua fra le due parti.[468] Essi in verità speravano

di non dargli neppure un soldo, ed il Duca, che se n'era avvisto,

accettava nonostante i patti, perchè, non avendo il danaro, avrebbe,

in tempo più opportuno, trovato facile pretesto a nuove aggressioni.

Intanto continuava il suo cammino saccheggiando, e giungeva a Piombino

il 4 giugno. Ivi non potè far altro che pigliare qualche terra vicina

e l'isola di Pianosa; passò poi, sopra alcune navi mandate dal Papa,

nell'isola d'Elba.[469] Ma di là fu subito richiamato, per accompagnare

i Francesi, che tornavano alla guerra nel Napoletano; e così, lasciate

ben difese le poche terre conquistate, se ne andò in fretta a Roma,

dove entrò come un trionfatore, sebbene le sue imprese fossero state

più di predatore che di capitano.

Ma se la guerra nel Reame liberava la Repubblica dalla presenza del

Valentino, essa le recava pure altri danni e pensieri. L'esercito

francese forte di 1000 lance e 10,000 fanti, di cui 4000 erano

Svizzeri, senza tener conto di più che 6000 uomini, i quali venivano

per mare, s'avanzava diviso in due parti, l'una delle quali passava,

col maggior numero delle artiglierie, per Pontremoli e Pisa; l'altra,

discendendo da Castrocaro, doveva traversare quasi tutta la Toscana. Al

che s'aggiungeva, che soldati spicciolati del Valentino con Oliverotto

da Fermo, Vitellozzo Vitelli ed altri capitani, venendo alla coda,

sarebbero andati al solito predando, o entrati in Pisa, avrebbero

aiutato i ribelli. Bisognò dunque scrivere ai Commissarî e Podestà,

perchè apparecchiassero vettovaglie agli uni, si difendessero dagli

altri; bisognò con 12,000 ducati soddisfare alle continue domande dei

Francesi, fatte sempre col pretesto delle paghe dovute agli Svizzeri,

che tanto male avevano servito la Repubblica.[470] Il Machiavelli

s'adoperò a tutt'uomo in queste faccende, e finalmente, come Dio volle,

l'esercito abbandonò la Toscana ed entrò nello Stato del Papa. A questo

allora solamente fu reso noto il trattato segreto concluso in Granata

fra i re di Spagna e di Francia, ed egli col suo solito cinismo promise

l'investitura ai due sovrani.

Arrivati i Francesi al confine napoletano, l'infelice Federico

raccoglieva le sue poche genti, avendo già messo ogni speranza d'aiuto

nella Spagna, il cui esercito era comandato dal valoroso Consalvo

di Cordova. Ma questi allora appunto dichiarò che doveva ricusare i

feudi nel Napoletano, perchè i suoi doveri di capitano di Spagna non

si conciliavano più con quelli di vassallo di Federico. Così il misero

Re si trovò senza aiuti, ed il Reame fu in breve tempo tutto occupato

da stranieri. Solo Capua resistette ai Francesi, e fu presa d'assalto

nel mese di luglio, messa crudelmente a sacco, perdendovi la vita da

settemila persone. Il Guicciardini afferma, che neppure le vergini

nei chiostri poterono sfuggire alla libidine dei soldati, che molte

donne si gettarono disperate nel Volturno, altre si ricoverarono in

una torre. Colà il Valentino, che aveva seguìto l'esercito colla sua

guardia, ma senza comando effettivo, e s'era nel saccheggio abbandonato

ad ogni eccesso, avrebbe, secondo lo stesso scrittore, voluto vederle

per sceglierne quaranta delle più belle. Il 19 agosto i Francesi

entrarono in Napoli, e poco dopo Federico cedette interamente al

loro Re, che gli diè in Francia il Ducato d'Angiò con 30,000 scudi di

rendita. Ivi egli morì il 9 settembre 1504; i suoi figli lo seguirono

ben presto nella tomba l'un dopo l'altro, e con essi s'estinse la casa

aragonese di Napoli. Consalvo aveva intanto, senza trovare resistenza,

preso la parte del Reame che spettava alla Spagna. Se non che, il

trattato di Granata era stato, forse non a caso, scritto in maniera

da dar luogo, nella divisione, a diverse interpretazioni. Ben presto

fu chiaro infatti che l'uno o l'altro dei due sovrani doveva restare

padrone di tutto, e che la decisione finale spettava alle armi.

Nondimeno fra gli eserciti si venne allora ad un temporaneo accordo,

amministrando in comune le province soggette a disputa.

Ed ora le genti del Valentino entravano il 3 di settembre in Piombino,

donde l'Appiano fuggiva, e dove nel febbraio veniva il Papa stesso col

figlio a vedere i disegni delle fortezze, che questi voleva costruire

colà.[471] Così i Fiorentini si trovavano da capo col temuto nemico

alle porte, mentre che i Lucchesi ed i Pisani si mostravano sempre più

audaci, e la Francia tornava a dimostrarsi poco benevola, sebbene,

dopo averle pagato 30,000 ducati per gli Svizzeri, si trattasse ora

di pagargliene ancora da 120 a 150 mila, in tre o quattro anni, sempre

con la solita vana promessa di restituire Pisa.[472] Mentre tutto ciò

teneva la Repubblica in sempre maggiori strettezze, e rendeva sempre

più impopolari i Dieci, da Pistoia si chiedevano nell'ottobre pronti

aiuti, perchè la città era di nuovo lacerata dal furore delle parti,

e nessun ordine di governo vi era possibile. Il Machiavelli, che già

era stato ripetutamente inviato colà, vi fu ora, nel mese d'ottobre,

mandato altre due volte, per portare ordini, e suggerire, tornando, i

necessari provvedimenti così ai Dieci come alla Signoria.[473] E questa

faceva poi da lui stesso scrivere, che unico rimedio era pensare adesso

a riordinare il governo e l'amministrazione della città, facendovi

subito tornare i Panciatichi, per pensare più tardi al contado, ove i

guai erano anche maggiori.[474] In questi mesi, tra le molte lettere,

ordini ed istruzioni, egli scrisse ancora, nella sua qualità di

segretario, una breve relazione dei fatti seguìti in Pistoia, per dare

ai magistrati una più chiara idea di tutto.[475] Di siffatte relazioni

o narrazioni di quello che avveniva nel territorio della Repubblica,

se ne compilavano allora molte nella cancelleria dei Dieci e della

Signoria, e questa del Machiavelli, scrittura d'ufficio come le altre,

non ha neppur essa maggiore importanza.

Calmati appena i torbidi di Pistoia, si sentiva nel maggio 1502 che

Vitellozzo e gli Orsini s'avanzavano nella Val di Chiana, seguìti a

poca distanza dal Valentino. E Massimiliano, volendo venire in Italia

a prendere la corona, chiedeva ai Fiorentini, col solito pretesto di

far guerra al Turco, 100,000 ducati, di cui 60,000 subito. Questi

danari non furono dati; ma colla Francia bisognò bene obbligarsi a

pagarle in tre anni 120,000 ducati, secondo un trattato d'alleanza,

concluso il 12 aprile 1502, col quale il Re prometteva di difendere la

Repubblica e mandarle 400 lance ad ogni richiesta.[476] Tutto questo

però non bastava punto a fermare il Valentino, che invece lentamente

s'avanzava, e intanto s'era talmente esausta di danari la Repubblica,

che non si poteva più ricorrere a nuove gravezze, essendosi già messa

perfino la _Decima scalata_, che differisce poco da quella che noi

oggi chiamiamo imposta progressiva.[477] Così la guerra di Pisa dovè

restare come sospesa, e restringersi solo a dare il guasto nel contado.

I cittadini perciò furono da capo tanto scontenti dei Dieci, che di

nuovo tornarono a non eleggerli, affidando le cose della guerra ad

una commissione scelta dalla Signoria, il che le fece subito andare

di male in peggio.[478] I Pisani infatti s'avanzarono impadronendosi

di Vico Pisano, e continuarono le trattative iniziate nello scorso

dicembre col Papa e col Valentino, per formare uno Stato indipendente,

che arrivasse fino al mare, e ripigliasse dall'altro lato le terre

occupate dai Fiorentini, coi quali non volevano in nessun modo far

mai pace o tregua. Il Valentino avrebbe avuto il titolo di duca

di Pisa, e il Ducato sarebbe stato ereditario; verrebbe conservato

l'antico magistrato degli Anziani, e uno dei Borgia sarebbe nominato

arcivescovo della città.[479] Questi disegni restarono senza effetto,

ma bastavano a mettere in pensiero i Fiorentini, a danno dei quali

i Borgia cercavano sollevare nemici in tutta Italia, dicendo ora di

volerla unire in lega contro gli stranieri in genere ed i Francesi in

particolare.

Intanto Vitellozzo era già presso Arezzo, con manifesta intenzione

di sollevarla, ed il Valentino se ne stava a poca distanza, con la

simulata apparenza di non pigliar nessuna parte a ciò che uno dei

suoi proprî capitani faceva.[480] Firenze, non potendo ora disporre

di nessuna forza, spedì in gran fretta, come commissario di guerra,

Guglielmo dei Pazzi, che era padre del vescovo d'Arezzo. Ma il

commissario non era appena giunto colà, che il popolo si levò a tumulto

(4 giugno), e dovettero, padre e figlio, chiudersi nella fortezza

insieme col capitano fiorentino. Vitellozzo allora entrò con centoventi

uomini d'arme e buon numero di fanti, seguìti subito da Giovan Paolo

Baglioni, altro capitano del Valentino, con cinquanta uomini d'arme e

cinquecento fanti. Per riparare a questi pericoli, Firenze richiese

dalla Francia le 400 lance promesse, anzi mandò Piero Soderini a

Milano, per farle addirittura partire. Le genti del campo di Pisa

ebbero intanto ordine d'avanzarsi per la Val di Chiana, dove fu mandato

commissario, con ufficio di capitano, Antonio Giacomini Tebalducci,

il quale, datosi da qualche tempo al mestiere dell'armi, aveva già

cominciato a provare alla Repubblica quanto i capitani proprî valessero

più dei mercenarî.[481] Ed il Machiavelli, che a lui continuamente

doveva scrivere, ne seguiva i passi, e continuava le sue osservazioni,

maturando le proprie idee sulla milizia nazionale. Ma le cose

precipitavano, perchè la cittadella d'Arezzo, dopo una resistenza di 14

giorni, dovette arrendersi prima di poter ricevere aiuto dagli uomini

partiti dal campo di Pisa, i quali perciò ebbero dai Dieci, nuovamente

eletti, ordine di ritirarsi a Montevarchi, ora che i nemici, ingrossati

in Arezzo, occupavano tutta la Val di Chiana, e Piero dei Medici col

fratello s'era già unito ad essi.[482]

I Fiorentini, com'è facile immaginarlo, aspettavano ansiosissimi

gli aiuti di Francia, per uscire dall'imminente pericolo, quando

il Valentino (19 giugno) chiese che gl'inviassero persona con cui

conferire; ed essi mandarono subito Francesco Soderini vescovo di

Volterra, accompagnato dal Machiavelli. Il Duca trovavasi in Urbino,

di cui s'era a tradimento impadronito; e l'infelice Guidobaldo di

Montefeltro aveva potuto appena, con una fuga precipitosa su pei

monti, salvare la propria vita, dopo che s'era creduto amico dei

Borgia, e li aveva aiutati colle sue genti, il che era valso invece

a fargli torre improvvisamente lo Stato. Il Machiavelli restò in

compagnia del Soderini qualche giorno solamente, per tornare subito

in Firenze, a ragguagliare a voce i Signori. E però solo i due primi

dispacci di questa legazione sono scritti da lui, sebbene anch'essi

firmati dal vescovo Soderini. Nel secondo, che ha la data di Urbino 26

giugno, _ante lucem_, si trova descritto un ritratto del Valentino,

che dimostra chiaro come questi avesse già lasciato una profonda

impressione sull'animo del Segretario fiorentino. Furono ricevuti la

sera del 24, a due ore di notte, nel palazzo in cui il Duca si trovava

con pochi de' suoi, tenendo la porta sempre serrata e ben guardata.

Egli disse di volere ormai uscire da ogni incertezza coi Fiorentini,

ed essere loro amico o nemico vero. Quando non accettassero la sua

amicizia, sarebbe scusato con Dio e cogli uomini, se avesse cercato

d'assicurare in qualunque modo il proprio Stato, che confinava col

loro per sì lungo tratto. «Io voglio avere esplicita sicurtà, chè

troppo bene conosco come la città vostra non ha buono animo verso

di me, anzi mi lascerà come un assassino, ed ha cerco già di darmi

grandissimi carichi con il Papa e col re di Francia. Questo governo

non mi piace, e dovete mutarlo, altrimenti se non mi volete amico, mi

proverete nemico.» Gl'inviati risposero che Firenze aveva il governo

che desiderava, e nessuno poteva in Italia vantarsi di serbar meglio

la fede. Che se il Duca voleva davvero esserle amico, poteva provarlo

subito, facendo ritirare Vitellozzo, che in fine era suo uomo. A questo

egli disse, che Vitellozzo e gli altri operavano per proprio conto,

sebbene a lui non dispiacesse punto che i Fiorentini ricevessero, senza

sua colpa, una buona e meritata lezione. Nè altro fu possibile cavarne,

onde gli ambasciatori scrissero subito, parendo loro che importasse

assai far conoscere con quale intenzione erano stati dal Duca invitati,

tanto più che «il modo del procedere di costoro è di essere altrui

prima in casa che se ne sia alcuno avveduto, come è intervenuto a

questo Signore passato,[483] del quale si è prima sentito la morte che

la malattia.»

Il Duca aveva detto ancora che della Francia era sicuro, e lo stesso

fece ripetere loro dagli Orsini, i quali non solo lasciarono capire che

l'impresa di Vitellozzo era fatta di comune accordo, ma aggiunsero che

tutto era in ordine per invadere subito la Toscana con 20 o 25 mila

uomini, che gli oratori però valutavano a 16 mila solamente. «Questo

Signore,» concludeva la lettera, «è tanto animoso, che non è sì gran

cosa che non li paia piccola, e per gloria e per acquistare Stato mai

si riposa, nè conosce fatica o pericolo; giugne prima in un luogo, che

se ne possa intendere la partita donde si lieva; fassi ben volere a'

suoi soldati; ha cappati i migliori uomini d'Italia, le quali cose lo

fanno vittorioso e formidabile, aggiunto con una perpetua fortuna.»

Ma il fatto era, che egli sapeva che i Francesi venivano in aiuto de'

Fiorentini, che voleva perciò stringere subito in ogni modo. Infatti

a tre ore della notte dal 25 al 26, quando gli oratori avevano già

parlato cogli Orsini, li fece chiamare di nuovo, per dire loro che

voleva una pronta risposta dalla Signoria, nè fu possibile ottenere

un indugio maggiore di quattro giorni. E però la lettera,[484] finita

all'alba, partì subito con un corriere espresso, cui teneva dietro il

Machiavelli stesso, che altro non aveva ora da fare colà. Egli se ne

tornava con l'animo pieno d'una strana ammirazione per questo nemico

della sua patria, ammirazione che era stata in lui alimentata da quella

che già aveva pei Borgia anche il vescovo Soderini.[485] Questi restò

presso il Duca, che faceva ogni giorno maggiori premure e minacce, a

cui però i Fiorentini davano assai poca retta, perchè sapevano che già

erano in via gli aiuti francesi.

E per la medesima ragione, al Giacomini, che aveva dato prova d'un

coraggio, d'un'attività maravigliosa, e scriveva che, se gli mandavano

3000 fanti e mille comandati, sentivasi in grado d'assalire i nemici,

rispondevano, ai primi di luglio, che si contentasse di stare sulla

difensiva; giacchè erano in via le artiglierie e 4000 Svizzeri mandati

dalla Francia; che bisognava subito dar loro le paghe, e non era

perciò prudente impegnare la Repubblica in nuove spese, tanto più

che il Valentino già abbassava le ali.[486] E lo stesso ripetevano

nei giorni successivi.[487] Il 24 luglio il Re scriveva da Asti,

che sarebbero arrivati uomini a piè ed a cavallo, con sufficienti

artiglierie, capitano La Trémoille: si tenessero pronte le paghe e le

vettovaglie.[488] E ben presto il capitano Imbault presentavasi con

pochi soldati ad Arezzo, dove Vitellozzo venne subito a patti, che

furono di rendere tutte le terre, eccetto la città stessa, nella quale

egli si trovava, e dove gli fu concesso di restare con Piero dei Medici

fino al ritorno del cardinale Orsini, andato a trattar direttamente col

Re. Ma anche questa concessione, che ai Fiorentini parve giustamente

indecorosa,[489] venne poi ritirata, perchè il Papa stesso e il

Duca, gettando la colpa d'ogni cosa su Vitellozzo e sugli Orsini,

che odiavano a morte, li abbandonarono; nè dei Medici in sostanza si

curavano molto, appunto perchè amici e parenti degli Orsini.[490]

S'impegnarono inoltre ad aiutare la Francia nella impresa di

Napoli.[491] E i Fiorentini, ottenuto che al capitano Imbault, il quale

li aveva scontentati, succedesse il De Langres,[492] riebbero subito

dopo tutte le loro terre, come annunziavano ai sudditi con lettera del

28 agosto, ordinando ancora pubbliche feste.[493]

Il Machiavelli fu mandato, verso la metà d'agosto, al campo francese,

per accompagnare il De Langres e raccogliere notizie a carico

dell'Imbault; ma tornò subito al suo ufficio, essendo stati mandati

in Arezzo Piero Soderini e Luca degli Albizzi, uomini autorevolissimi,

con incarico di riordinare la terra appena sedata la ribellione, e fare

che il De Langres non partisse troppo presto, non potendo i Fiorentini

disporre delle loro forze, occupate contro i Pisani che s'avanzavano

dall'altro lato.[494] Dalla cancelleria intanto egli scriveva al

Soderini, che si affrettasse a mandare in Firenze, prima che i Francesi

partissero, tutti quegli Aretini, «che tu giudicherai, o per cervello o

per animo o per bestialità o per ricchezza, potere trarsi dreto alcuno,

e penderai più presto in mandarne più venti che manco uno, senza avere

rispetto nè al numero nè a rimanere vota la terra.»[495] L'11 ed il 17

settembre lasciò di nuovo l'ufficio per far due corse ad Arezzo, a fin

di vedere da sè lo stato delle cose, e provvedere alla partenza dei

Francesi, che erano ormai decisi ad andarsene.[496]

Per fortuna tutto riuscì discretamente bene, ed egli che già da

un pezzo meditava sulle faccende politiche, non solo come semplice

segretario, ma più ancora come uomo di studio e di scienza, cercando

sempre indagar le cagioni dei fatti, che raccoglieva e coordinava

poi nella sua mente, sotto norme e principî generali, compose, dopo

l'esperienza avuta delle cose d'Arezzo, il suo breve scritto: _Del

modo di trattare i popoli della Val di Chiana ribellati_.[497] È un

discorso che l'autore suppone di fare ai magistrati della Repubblica,

ma non fu compilato per obbligo d'ufficio nella segreteria; è anzi

addirittura il primo tentativo per sollevarsi dalla pratica burocratica

di tutti i giorni, alle sommità della scienza. E noi possiamo fin

d'ora cominciare a vedere in germe i grandi pregi e i difetti che più

tardi ritroveremo nelle opere maggiori del Machiavelli. Ciò che prima

di tutto qui ferma la nostra attenzione, è il modo singolare con cui

nella mente dello scrittore si trovano fra loro innestati l'esperienza

dei fatti veduti, i giudizî che si era andato formando sulle azioni

degli uomini da lui conosciuti, tra cui non ultimo il Valentino, con

una straordinaria ammirazione dell'antichità romana, la quale sembra

essere per lui quasi l'unico anello che congiunga le osservazioni

raccolte di giorno in giorno con le generalità della sua scienza ancora

incerta. — Paragonando, egli dice, quello che oggi succede con quello

che in simili casi è seguito e s'è fatto a Roma, possiamo arrivare a

capire quello che dovremmo fare noi, giacchè gli uomini in sostanza

sono sempre gli stessi, hanno le medesime passioni, e però quando

le condizioni sono identiche, le medesime cagioni portano i medesimi

effetti, e quindi gli stessi fatti debbono suggerire le stesse regole

di condotta.

Certo il ricorrere all'antichità ed alla storia per cercare,

paragonandole coll'esperienza del presente, i principii che regolano

l'andamento delle azioni umane, e debbono guidare i governi, era a

quei tempi un pensiero ardito ed originale. Ma se la storia ci espone

la successione delle umane vicende, essa anche ci dimostra che l'uomo

e la società mutano di continuo, e però norme assolute ed immutabili

difficilmente si possono trovare. Ed in verità, se bene si osserva,

quantunque essa sia l'esemplare, il modello a cui di continuo ricorre

il Machiavelli, pure assai spesso gli serve solo a dare maggiore

autorità, o a fornirgli la dimostrazione di quelle massime che a

lui, in sostanza, erano state già suggerite dalla esperienza. Ed in

ciò si può trovare la prima sorgente di molti suoi pregi e difetti.

Non essendo ancora riuscito a veder chiaro il processo, secondo

cui dal passato risulta un presente sempre diverso, e pure ad esso

intrinsecamente unito; non essendo ancora abbastanza sicuro del suo

metodo, per cavare con rigore scientifico principii generali dai fatti

particolari, tra gli uni e gli altri poneva l'antichità, la quale

doveva riuscire un legame artificiale, ogni volta che era chiamata solo

a dimostrare ciò, di cui egli s'era già innanzi persuaso. Tuttavia in

questo suo primo tentativo noi vediamo assai chiaro, come solo salendo,

direi quasi, sulle spalle di essa, a lui riuscisse, stanco com'era

delle minute faccende di tutti i giorni e d'una politica di piccoli

ripieghi, sollevarsi in un mondo superiore. Ivi portato e sospinto

dalla potenza della sua analisi, dal suo genio, da una fantasia

irrequieta, tentava creare una scienza nuova, non senza cadere qualche

volta in eccessi, che nei suoi scritti non scomparvero mai del tutto, e

che più tardi gli furono rimproverati anche dal Guicciardini, il quale

lo accusò di amare troppo «le cose e modi estraordinarî.»

Ecco adunque come egli incomincia il suo discorso. «Lucio Furio

Camillo, dopo aver vinto i popoli ribelli del Lazio, entrò in Senato

e disse: Io ho fatto quello che si poteva colla guerra; ora tocca a

voi, Padri Coscritti, sapervi stabilmente assicurare per l'avvenire

dei ribelli. Ed il Senato perdonò generosamente ai vinti, facendo solo

eccezione per le città di Veliterno e di Anzio. La prima fu demolita,

e gli abitatori mandati a Roma; nella seconda si mandarono invece

abitatori nuovi e fedeli, dopo aver distrutto le sue navi, proibito

di costruirne altre. E ciò perchè i Romani sapevano che bisogna

sempre fuggire le vie di mezzo, e guadagnarsi i popoli coi benefizî, o

metterli nella impossibilità di offendere.» «Io ho sentito dire che la

istoria è la maestra delle azioni nostre, e massime de' principi,[498]

e il mondo fu sempre ad un modo abitato da uomini che hanno avuto le

medesime passioni, e sempre fu chi serve e chi comanda, e chi serve mal

volentieri e chi serve volentieri, e che si ribella ed è ripreso.» «Si

può dunque approvare la condotta da voi tenuta coi popoli della Val di

Chiana in generale; ma non quella tenuta in particolare cogli Aretini,

che si sono sempre ribellati, e che voi non avete saputo nè beneficare

nè spegnere, secondo l'esempio romano. Non avete infatti beneficato

gli Aretini, ma li avete tormentati col chiamarli a Firenze, toglier

loro gli onori, vendere i loro possessi; nè ve ne siete assicurati,

perchè avete lasciato in piedi le loro mura, lasciato in città i cinque

sesti degli abitatori, non mandato altri che li tengano sotto. E così

Arezzo sarà sempre pronta a ribellarsi di nuovo, il che non è cosa di

poco momento, perchè Cesare Borgia è vicino, e cerca formarsi uno Stato

forte col pigliare anche la Toscana. E i Borgia non vanno coi rispetti

e colle vie di mezzo. Il cardinal Soderini, che li conobbe assai, più

volte mi ha detto che fra le altre lodi di grande uomo, che si posson

dare al Papa ed al figlio, vi è questa, che sono conoscitori della

occasione e la sanno usare benissimo, il che viene confermato dalla

esperienza di ciò che han fatto.»[499] E qui si ferma in tronco questo

discorso, di cui non abbiamo la fine.

Il Machiavelli che aveva messo tanto ardore nel condurre a fine

l'affare della presa e condanna del Vitelli, ed il dì 8 settembre

aveva scritto ai commissari fiorentini che, nel mandar via gli uomini

pericolosi da Arezzo, preferissero inviarne piuttosto «venti di più

che uno di meno, non temendo neppure di lasciar vuota la terra,» non

aveva bisogno di dimostrare che a lui non piacevano in politica i mezzi

termini, che credeva solo in una condotta risoluta e pronta, e non

era punto contento del misero e continuo tergiversare dei Fiorentini.

Ma non bisogna neppur credere, che in questi suoi discorsi teoretici

egli volesse addirittura biasimare, senza riserve, la condotta dei

magistrati. Sapeva bene che questi dovevano tener conto delle passioni

e dell'indole degli uomini fra cui e su cui governavano; scriveva

per indagare quale avrebbe dovuto essere la vera politica di un gran

popolo, formato come lo immaginava, dopo aver letto e meditato la

storia di Roma.

Certo è però che le cose della Repubblica procedevano allora così

fiacche ed incerte, che tutti vedevano la necessità di qualche

riforma. Una nuova legge s'era fatta nell'aprile di quell'anno,

con la quale s'erano aboliti il Podestà ed il Capitano del popolo,

antichi magistrati che avevano avuto in origine un ufficio politico

e giudiziario; ma perduta da un pezzo la prima delle due loro

attribuzioni, male adempivano ora anche la seconda, che pure era

importantissima. Fu quindi istituita, secondo un antico suggerimento

del Savonarola, la _Ruota_, composta di cinque dottori in legge, di cui

ognuno presiedeva a turno per sei mesi, durante i quali teneva il luogo

del Podestà. Essa, che doveva giudicar le cause civili e criminali,

fu iniziata, con una provvisione del 15 aprile 1502, per soli tre

anni, termine che venne poi prorogato.[500] Con altra del 21 aprile

fu riformata la Corte della Mercanzia, destinata a trattare i soli

affari commerciali.[501] Ma tutto ciò, come è ben facile immaginare,

non rimediava punto all'andamento generale delle cose d'un governo,

la cui debolezza nasceva principalmente dal mutare ogni due mesi il

Gonfaloniere e la Signoria.[502] In esso non si formavano tradizioni,

nè vi potevano essere segreti di Stato; tutto si trattava in pubblico,

e solamente il primo cancelliere, Marcello Virgilio, per la sua molta

fede ed autorità, poteva mantenere una qualche coerenza ed uniformità

nella condotta degli affari.[503] I provvedimenti erano sempre lenti

ed incerti, i danari si profondevano, i cittadini, gravati d'imposte,

erano scontentissimi, e non potevano rivolgersi contro alcuno, perchè

i magistrati scomparivano dalla scena quando appena s'erano seduti in

ufficio. Così si finiva col non votare il danaro che era richiesto,

e i soldati non si pagavano, e i cittadini autorevoli ricusavano di

accettare le ambascerìe o gli uffici più onorevoli, che erano invece

occupati da uomini leggieri e di poco conto, gente che, secondo la

espressione del Guicciardini, avevano «più lingua che persona,» si

facevano avanti, ed erano eletti perchè sempre pronti.[504]

Per tutte queste ragioni si pensò di portare addirittura qualche

mutamento nella forma stessa del governo. Fu dapprima proposto un

Senato a vita, a similitudine dei Pregadi di Venezia, che era sempre il

modello cui si guardava; ma temendo poi di restringere con ciò lo Stato

in mano di pochi, si pensò invece di creare un Gonfaloniere a vita come

il Doge,[505] ed il 26 agosto 1502 fu votata la Provvisione.[506] Il

carattere e l'ufficio del nuovo Gonfaloniere non furono molto diversi

da ciò che era stato in passato: egli era capo della Signoria e non

altro. Se non che poteva sempre prendere in essa l'iniziativa delle

proposte di legge; poteva ancora intervenire e votare coi giudici nelle

sentenze criminali, il che già gli dava un aumento di potere. L'essere

poi eletto non più per due mesi, ma a vita, fra magistrati politici

che mutavano tutti così spesso (i Signori ogni due mesi, i Dieci

ogni sei), era quello che gli dava ora un'autorità ed una forza assai

maggiori. Doveva avere cinquant'anni almeno, e non poteva esercitare

altri ufficî: i figli, fratelli e nipoti avevano divieto dall'ufficio

dei Signori; a lui ed ai figli era vietato d'esercitare il commercio;

lo stipendio era di 1200 fiorini l'anno. Il numero degli eleggibili

era grande, essendovi ammessi anche i cittadini che appartenevano

alle Arti Minori; la elezione doveva farsi dal Consiglio Maggiore,

potendovi allora intervenire e votare tutti coloro che erano abilitati

a sedervi. Ogni consigliere era chiamato a dare il nome del cittadino

che voleva eleggere, e quelli che ottenevano la metà più uno dei voti,

venivano sottomessi a nuovo scrutinio per tre volte, intendendosi la

terza volta eletto colui che aveva raccolto più voti, tra coloro che

ne avevano ottenuti più della metà. I Signori, i Collegi, i Dieci, i

Capitani di Parte Guelfa e gli Otto, riuniti insieme, potevano con tre

quarti di voti privarlo dell'ufficio, quando avesse violato le leggi.

Questa Provvisione portata due volte negli Ottanta e due nel Consiglio

Maggiore, dopo che molti l'ebbero difesa,[507] fu finalmente vinta

con 68 voti contro 31 negli Ottanta, e 818 contro 372 nel Consiglio

Maggiore. Il 22 settembre venne poi con grandissimo favore eletto Piero

Soderini, che, fratello del vescovo, era stato poco prima Gonfaloniere,

aveva tenuto molti altri uffici politici, e sebbene fosse di antica e

ricca famiglia, era tenuto amatore del popolo e del governo libero.

Egli era inoltre facile parlatore, buon cittadino; non aveva figli,

non aveva nè grande energia nè grandi doti da potere suscitare troppi

odî o troppi amori, il che non fu tra le ultime cause della sua

elezione.[508] Il 23 dello stesso mese, il Machiavelli, in nome dei

Dieci, gli faceva scrivere e mandare in Arezzo, dove era commissario,

la lettera di partecipazione, esprimendogli la speranza che riuscisse

a dare alla Repubblica quella felicità, per cui il nuovo ufficio era

stato creato.[509] Questa elezione fu un fatto assai importante, non

solo nella storia di Firenze, ma anche nella vita del Machiavelli,

perchè egli conosceva da più tempo la famiglia Soderini, alla quale

subito scrisse rallegrandosi,[510] e ben presto seppe guadagnarsi tutta

quanta la fiducia del nuovo Gonfaloniere, che, come vedremo, si valse

di lui continuamente ed in affari di molta importanza.

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I · 第 41 / 116 题