8. — RISORGIMENTO DELLA LETTERATURA ITALIANA.

I Platonici e gli eruditi scompariscono ora assai rapidamente

dalla scena, e la letteratura nazionale che s'è andata per sì lungo

tempo apparecchiando, comincia a manifestarsi in tutto il suo nuovo

splendore.

Nel secolo XV il nostro volgare era assai decaduto, per colpa

principalmente degli eruditi, che o scrivevano latino, o forzavano

l'italiano ad una artificiosa imitazione del latino. L'anno 1441 fu

fatto nel Duomo, in occasione della dimora in Firenze d'Eugenio IV,

un solenne esperimento letterario, chiamato _Accademia Coronaria_,

perchè si prometteva una corona d'argento a chi leggesse i migliori

versi italiani sull'amicizia. Ed il premio non fu potuto concedere,

tanto riuscirono miserabili quelle poesie, che anche oggi nessuno può

leggere senza restar maravigliato del gusto corrotto e del puerile

artificio. S'ingannerebbe però chi credesse che lo scrivere in volgare

fosse stato allora abbandonato del tutto. Canzoni italiane, composte da

scrittori poco noti, ma non poco numerosi, venivano cantate dal popolo

delle città e delle campagne, e in italiano si scrivevano le lettere

familiari, molti racconti, novelle, cronache. Era una letteratura in

gran parte fatta pel popolo, ed a cui il popolo in più modi pigliava

parte, senza che si potesse dire popolare nel vero senso della parola.

Ed andò, col procedere del secolo XV, crescendo sempre d'importanza,

fino a che i dotti, abbandonato il latino, tornarono anch'essi

all'italiano, iniziando così un secondo grande periodo nella storia

delle nostre lettere.

I Platonici vanno messi appunto fra coloro che primi tornarono

alla lingua volgare. Cristoforo Landino aveva molto aiutato a ciò,

promovendo coi suoi Commenti lo studio di Dante e del Petrarca. Ma

a Leon Battista Alberti spetta un luogo ancora più onorevole. Nato

(l'anno preciso è incerto) circa il 1404 a Venezia, dove la sua

famiglia era esiliata, si dimostrò subito uomo singolarissimo. D'una

gran forza e bellezza, egli riusciva mirabilmente in tutti gli esercizî

del corpo, in tutte le opere d'ingegno. Era valente nella musica,

nel canto, nelle arti del disegno, nelle lettere e nelle scienze,

tanto le morali, quanto le matematiche o naturali, nelle quali molte

scoperte sono a lui attribuite.[184] Il Landino, il Poliziano[185]

ed altri esaltarono, non solo la universalità di questo singolare

ingegno, ma, quello che ora più importa notare, anche i suoi meriti

nel promuovere lo studio e l'uso dell'italiano, cosa che risulta

assai chiara anche dalla lettura delle sue opere, sebbene intorno ad

alcune di esse si siano fatte e si facciano molte dispute. Alcune

poesie dell'Alberti hanno di certo una freschezza e spontaneità

grande;[186] ma ciò potrebbe far meraviglia se il Poliziano e Lorenzo

de' Medici non ci dimostrassero che la Musa italiana già si ridestava

allora animata da uno spirito nuovo, quasi rinascendo per seconda

giovinezza. La sua prosa è veramente molto artificiosa per la continua

imitazione del latino; pure merita una particolar menzione l'opera

intitolata: _La cura della famiglia_, e specialmente il terzo libro

di essa, _L'Economico_ o _Il Padre di famiglia_, in cui si descrive

appunto il buon padre, ed il miglior modo di governare la casa.

Questo è quasi un lavoro a parte, e nella prefazione che lo precede,

l'Alberti piglia le difese della lingua italiana, che dichiara non

punto inferiore alla latina, ed aggiunge di voler fare uso d'uno stile

«nudo e semplice.[187]» Infatti la sua prosa qui è assai più spontanea

del solito, tanto che egli sembra voler fare uno sforzo per tornare

all'aurea semplicità del Trecento.

L'_Economico_ è generalmente noto nella forma assai più disinvolta e

popolare che ricevette da Agnolo Pandolfini, col titolo: _Del governo

della famiglia_; ed è in questa forma uno dei più bei monumenti della

nostra letteratura. Si è da alcuni sostenuto che il Pandolfini avesse

copiato e migliorato l'Alberti, da altri invece il contrario. Certo

è però che il primo scrive in una lingua parlata, molto ricca ed

evidente, sebbene non sempre irreprensibile affatto nella grammatica,

mentre l'Alberti è più corretto grammaticalmente, ma è più pesante,

non ba di certo la semplicità del Pandolfini. Nel suo linguaggio si

vede l'innesto della forma popolare con la erudita, le quali non sono

ancora ben fuse insieme, rimanendone offuscato il nativo splendore

della prima. Non è ancora accertato pienamente quale dei due libri

sia l'originale, quale il rifacimento; ma il trovarlo diffuso sotto

due forme diverse, prova certo che esso esprime i sentimenti e le

opinioni del tempo, il che lo rende importante non solo nella storia

della lingua e della letteratura, ma ancora in quella della società

italiana.[188]

Quest'opera, massime nella forma che gli ha dato il Pandolfini, sembra

scritta da un uomo vissuto tra la fine del secolo XIV e il principio

del XV, il quale, dopo aver preso parte al governo della città, si

ritira disgustato in villa, per darsi al comporre. Così abbiamo in

essa una fedele descrizione dello stato sociale, morale e intellettuale

degl'Italiani nel secolo XV, quale vanamente cercheremmo negli storici.

Qui v'è sopratutto un profondo disgusto della vita politica, «vita

d'ingiurie, d'invidia, di sdegni e di sospetti.[189]» Lo spirito

italiano già si sente condannato a rinchiudersi in sè stesso, senza

trovare nella sua coscienza il conforto della vita religiosa. La

virtù gli sembra risultare unicamente dal bisogno d'un benessere

quasi artistico, «è tutta lieta e graziosa.[190]» Ciò che si vuole

è solo: non aver l'animo alterato da alcuna cupidigia, pentimento o

dolore;[191] mantenere non mai disturbata l'armonia interiore. L'onestà

è il più bello _ornamento_ della donna, che il vizio rende volgare e

brutta.[192] Trasparisce anche assai chiara la nuova tendenza infusa

nello spirito italiano dal Platonismo. In questo libro infatti la virtù

risulta da una legge necessaria della nostra natura, non da alcun

comando di autorità superiore. Quando il capo della famiglia prende

moglie, la conduce innanzi al domestico tabernacolo della Madonna, e

là pregano inginocchiati, non la Vergine o i Santi, ma il Sommo Iddio.

Nè si raccomandano per avere la felicità di un'altra vita, ma solo

perchè sia loro dato di godere i beni di questo mondo. La moglie deve

saper governare la casa con l'accortezza e la gentilezza, per mantenere

sempre l'armonia generale, e perchè tutti siano felici. Noi siamo come

dinanzi a un quadro di Masaccio o del Lippi. Non v'è nessuno slancio,

nessuna aspirazione verso l'infinito, v'è un'armonia che si contenta di

sè, che è come il principio universale della vita, quale l'intendevano

allora gl'italiani. Ogni piccolo accessorio di questo quadro ci pone

dinanzi agli occhi la democrazia fiorentina, con la sua raffinatezza

e la sua civile uguaglianza. In quasi tutta Europa il contadino era

ancora attaccato alla gleba, in una condizione servile; egli qui è

già divenuto il tormento del suo padrone. Vuole che gli sia comperato

il bue, la giumenta, le pecore; vuole che gli sian pagati i debiti,

gli sia data la dote per la figliuola, fatta la casa e fornite le

masserizie: nè mai si contenta.[193]

Ma fra le sorgenti della nuova letteratura, specialmente della prosa,

che sono pur molte, dobbiamo qui menzionare le corrispondenze politiche

e diplomatiche, che in questo secolo divengono davvero uno dei più

notevoli monumenti letterarî, che abbia non solo l'Italia, ma l'Europa.

Esse non erano scritte per esercizi di retorica erudita, ma per

condurre gli affari ad un fine determinato, e giunsero perciò subito ad

una semplicità, spontaneità e lucidezza veramente singolari.

Nelle _Commissioni_ di Rinaldo degli Albizzi, recentemente

pubblicate,[194] si vede ancora lo sforzo con cui lo scrittore cercava

innestare l'incolto, ma ingenuo linguaggio popolare col periodo latino

degli eruditi; si vede il processo di formazione della nuova prosa.

Questo sforzo è cessato, e la prosa politica italiana ha superato ogni

incertezza, senza però ancora nascondere del tutto i due elementi

da cui risulta, nelle lettere di Lorenzo dei Medici, delle quali il

Guicciardini stesso fece i più alti elogi.[195] In esse si scorge da

un lato la popolare disinvoltura con cui scriveva questo discepolo

del Ficino e amico del Poliziano, e da un altro quella mirabile

prudenza con cui egli cercava mantenere l'equilibrio fra gli Stati

italiani, la grande autorità che esercitava su di essi, in tutta la

Penisola. Quando Ferdinando di Napoli vuol fare una lega particolare

col Papa, Lorenzo subito s'adopera, perchè si levi «questa scintilla

d'alterazione in Italia,»[196] e si faccia invece una pace generale.

Quando sua figlia Maddalena sposa Franceschetto Cibo, figlio naturale

del Papa, egli subito avverte, che non intende stringere legami a danno

della pace generale d'Italia, nè fare lontani disegni per l'avvenire,

a cui bisogna, invece, «pensare dì per dì, e secondo che si troverà

il suono ballare.»[197] Quando il Papa vuol chiamare in Italia il duca

di Lorena, egli s'adopera a tutt'uomo per impedirlo, ponendo innanzi i

molti pericoli, cui essi sarebbero andati incontro, e ricordando «che

non è in mano degli uomini tenere la briglia alla fortuna.» Il duca

di Milano, Lodovico il Moro, sempre vario e mutabile ed ambizioso,

che ogni ora fa nascere nuove complicazioni, va trattato, egli dice,

come porta la sua natura, secondandolo, cioè, fino a che è possibile

senza pericolo; ma in modo da «restare a cavallo,» quando egli volesse

mutare.[198] È quindi tanto più necessario tenersi amici i Veneziani,

«per aver sempre qualche àncora in «mare.»[199] E quando suo figlio

Giovanni, a 17 anni già da un pezzo cardinale, parte per Roma, Lorenzo

lo avverte dei pericoli, cui va incontro in una città così corrotta,

e gli ricorda che a Firenze giova l'unione colla Chiesa, e che

«l'interesse della casa nostra ne va con «quello della Città; sicchè

voi dovete essere in ciò buona catena, e non vi debbono, in ogni caso,

mancare modi di salvare, come si dice, la capra e i cavoli.»[200]

— Questa prosa disinvolta, popolare, efficace, divenne subito

generalissima in Toscana, e Lorenzo de' Medici fu dei primi ad usarla,

come fu dei primi ancora a scrivere poesie volgari.

Nel Trecento era seguìto fra noi un innesto di due poesie, che

facilmente si possono distinguere anche oggi nei sonetti, nelle

canzoni, nella stessa _Divina Commedia_. Una era semplice, chiara,

spontanea; ispirazione, se non del tutto, certo assai più popolare

dell'altra, che era artificiosa, allegorica, scolastica, cortigiana,

imitazione francese o provenzale. Da questa unione d'elementi

diversi, il genio nazionale aveva, aiutandosi sin d'allora collo

studio dei classici, cavata una letteratura nuova. Ed essa discese

assai facilmente nel popolo, che, rapìto, dominato da un'arte a lui

superiore, e pur da lui intesa e gustata, sembrava non aver quasi

più bisogno d'altre canzoni o d'altri racconti suoi proprî. Ma in sul

finire del secolo XIV i letterati scrivevano latino, ed il popolo, che

in mezzo alle lotte della libertà, aveva assai progredito anche nella

cultura, dovette altrimenti provvedere ai bisogni del suo spirito.

Per tutta la campagna toscana[201] s'udirono allora nuove canzoni,

rispetti, strambotti; e nelle città si moltiplicarono prodigiosamente

le novelle, i racconti d'avventure cavalleresche, che dalla Francia

s'erano diffusi tra noi, e le sacre rappresentazioni. Tutto ciò

naturalmente in lingua volgare.

Alcuni rispetti, alcuni strambotti e qualche canzone sgorgarono

veramente dal cuore del popolo. Essi risuonano ancora oggi fra le

valli toscane, dove, osserva il D'Ancona, sono come l'eco dell'ultima

creazione d'un popolo che perdeva allora la sua libertà.[202] Ma

altri non pochi, e i racconti cavallereschi, e le sacre o profane

rappresentazioni non si possono dire creazione impersonale del popolo,

perchè erano invece composti da una specie di cantastorie, che,

sorti dal popolo per il quale scrivevano, non mancavano d'una qualche

cultura, sebbene assai imperfetta. Noi vi troviamo spesso reminiscenze

classiche ed artificî retorici, ben di rado vera spontaneità popolare.

V'è però una certa semplicità ed anche una certa ingenua delicatezza

di sentire, che attestano l'origine di questi lavori, e ricordano

come il popolo fosse allora assai meno corrotto degli uomini culti e

di tutti gli ordini superiori della società. Gli eruditi scrivevano

l'_Ermafrodito_, le _Invettive_, oscenità d'ogni sorta: i cantastorie

narravano le fantastiche prodezze dei cavalieri erranti; gli amori

infelici d'Ippolito e Dianora, e la loro eroica abnegazione;[203] le

sventure di Ginevra degli Almieri, che, uscita dalla tomba in cui fu

sepolta viva, non è riconosciuta nè dal marito nè dalla madre che la

fuggono, ma solo dal primo amante, da cui era stata per forza separata,

e che ora la salva,

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I · 第 29 / 116 题