La poesia italiana del secolo XV fu dai letterati fondata in gran
parte su questa poesia che spesso è chiamata popolare, quantunque
tale propriamente non sia. Ed in verità i canti dei letterati e quelli
del popolo s'intrecciano fra noi per modo, e tanta azione e reazione
esercitano gli uni sugli altri, che il distinguerli è spesso impresa
molto malagevole anche alla critica dei più acuti ed intelligenti.
Comunque sia di ciò, uno dei primi, non solo a proteggere, ma a
promuovere e coltivare la nuova poesia, fu Lorenzo de' Medici. A lui
che fondava la tirannide, appoggiandosi sul popolo contro i Grandi,
conveniva molto farsi conoscere anche come poeta del popolo, massime in
una città come Firenze, dove il dominio intellettuale era la base più
solida al dominio politico. Le stampe del tempo ce lo rappresentano, di
fatti, in mezzo alla moltitudine, occupato a cantar poesie.
Per render giustizia al valore letterario di Lorenzo, non è necessario
in modo alcuno seguire i ditirambi del Roscoe e del Ruth, che
vorrebbero farne addirittura un genio.[205] Egli fu in poesia ciò che
era stato in tutto il resto, conoscitore degli uomini, osservatore
accorto, di gusto finissimo, senza però un animo abbastanza elevato
per giungere alle somme altezze dell'arte. Ne è una prova la storia
che ci fa egli stesso delle sue prime ispirazioni. Quando morì la
bella Simonetta, amata da Giuliano dei Medici, molti poeti, fra cui
il Poliziano,[206] ne scrissero le lodi. Lorenzo, per fare anch'egli
qualcosa di simile, s'immaginò d'aver perduto la sua amata; ma poi
ne cercò una addirittura, la trovò in Lucrezia Donati,[207] giovane
bella e d'ingegno, e si diè subito a scrivere versi d'amore. Tutto
ciò non gl'impediva di far trattare pel suo matrimonio con Clarice
Orsini a Roma. E la madre Lucrezia Tornabuoni scriveva allora al marito
Piero dei Medici, così ragionando della fidanzata: «È di recipiente
grandezza, e bianca, et ha sì dolce maniera, non però sì gentile
come le nostre; ma è di gran modestia, e da ridulla presto a nostri
costumi. Il capo non ha biondo, perchè non se n'ha di qua; pendono i
suoi capegli in rosso, e n'ha assai. La faccia del viso pende un poco
tondetta, ma non mi dispiace. La gola è isvelta confacientemente, ma
mi pare un po' sotiletta. Il petto non potemo vedere, perchè usano
ire tutte turate; ma mostra di buona qualità.... La mano ha lunga e
isvelta. E tutto raccolto, giudichiamo la fanciulla assai più che
comunale.[208]» E dopo una così minuta descrizione del corpo, non
una parola sola dell'animo, dell'ingegno e del carattere. Lorenzo poi
che il 4 giugno 1469, in età di ventun'anno, si fidanzava con questa
fanciulla, scriveva nei suoi Ricordi: «Tolsi donna,... ovvero mi fu
data.»[209]
E le sue poesie, che pure han molto valore, lo dimostrano degno figlio
di questa madre. A diciassette anni descriveva le labbra, gli occhi,
i capelli dell'amata; lodava i monti, il praticello fiorito, il fiume,
la solitudine campestre, in cui poteva contemplare l'immagine di lei,
lungi dal rumore della città. Fin d'allora troviamo in esse gusto
finissimo, disinvoltura, forma spontanea e qualche volta anche troppo
popolare: egli descriveva la natura ed il mondo reale con una evidenza
propria d'osservatore acutissimo. Queste qualità vanno più tardi
risplendendo sempre di più nei varî componimenti di Lorenzo, giacchè
egli sinceramente ammirava il bello, amava la vita campestre, ed era un
vero artista, un pittore del mondo esteriore. Alla potenza descrittiva
s'aggiunge nei _Beoni_ uno spirito mordace e satirico; ma l'indole
propria della sua poesia apparisce principalmente nelle _Canzoni a
ballo_, che egli prese dal popolo, dando ad esse la loro vera forma, e
nei _Canti Carnascialeschi_, che esistevano appena in germe, e che egli
sollevò a dignità letteraria, divenendo così il creatore del genere.
Il pensiero dominante in queste poesie è: godete oggi della vita,
abbandonatevi ai piaceri, e non pensate al domani. Non esitate, o
giovanetti, colle donne, e voi
Arrendetevi, belle,
A' vostri innamorati,
Rendete e' cuor furati,
Non fate guerra al maggio.[210]
L'accorto politico, che voleva addormentare il popolo nei sensi, ai
quali egli medesimo s'abbandonava, qui manifesta tutto sè stesso,
ritrovando la sua massima spontaneità di stile e freschezza di forma.
Ma qui ancora si vede, che la sua è un'arte corruttrice, la quale in
ciò appunto trova la propria condanna. Se nelle _Canzoni a ballo_
è contento del dolce far niente e d'una vita sensuale, nei _Canti
Carnascialeschi_ va ancora più oltre. Alcuni di essi ci pongono
innanzi, con molto brio, figure mitologiche, piene di vita; altri
invece descrivono oscenità tali, che oggi non si potrebbero neppure
accennare, e che allora venivano senza ritegno cantate nelle pubbliche
vie, ed erano opera d'un principe ammirato in tutto il mondo civile.
Egli dirigeva le feste e le mascherate carnevalesche, chiamando in
suo aiuto scultori e pittori,[211] per renderle più allegre, e per
fare colla eleganza del gusto penetrare più addentro la corruzione
dei costumi; faceva comporre la musica che doveva accompagnare le
sue oscene canzoni, e mescolandosi coi letterati, cogli artisti e
col popolo, era l'anima e la guida di tutti questi baccanali. Non si
può tuttavia negare che Lorenzo, trattando varî generi di poesia, che
trovò diffusi nel popolo, e sollevandoli a vera dignità di arte, fu
promotore d'una rivoluzione letteraria, nella quale, se alcuni dei
contemporanei lo superarono, egli ebbe pure una parte che gli torna a
sommo onore.[212]
Il vero rinnovatore della poesia italiana nel secolo XV fu però
Angelo Ambrogini da Monte Pulciano, chiamato il Poliziano. Nato il 14
luglio 1454, fu sino al 1474 discepolo nello Studio Fiorentino, dove
ascoltò il Ficino, l'Andronico, l'Argiropulo, il Landino. A sedici
anni aveva cominciato una traduzione d'Omero, che lo fece chiamare dal
Ficino l'omerico fanciullo, e gli assicurò per sempre la protezione
di Lorenzo, il quale l'accolse nella propria casa, e lo volle maestro
di suo figlio Piero.[213] A 29 anni era professore d'eloquenza greca
e latina nello Studio, ed alle sue lezioni accorrevano non solo
Italiani, come Pico della Mirandola e i Medici stessi, ma stranieri
d'ogni nazione. Poco di poi, nel 1486, fu nominato canonico della
Cattedrale. In breve tempo la sua fama aveva riempito tutta Italia e
passato anche le Alpi. Dimostrò un grande acume critico, specialmente
paragonando i testi antichi, nelle sue _Miscellanee_; collazionando
poi l'edizione delle _Pandette_, pubblicata a Venezia nel 1485, sul
codice Laurenziano, conosciuto col nome di _Pandette d'Amalfi_, fece
osservazioni che forse furono troppo lodate, ma che pur dimostravano di
che grande aiuto la filologia poteva essere alla giurisprudenza.[214]
Il merito principale del Poliziano sta però nelle poesie, e spesso
anche le più belle prolusioni che leggeva dalla cattedra non erano che
versi latini, nei quali restò senza rivali fin dalla prima giovinezza.
A diciotto anni i suoi versi greci erano stati molto lodati; ma egli
aveva addirittura fatto maravigliare il mondo colla sua elegia latina
in morte di Albiera degli Albizzi. In essa pare che il sentimento
pagano per la bella forma, e l'eterea gentilezza dei pittori del
Quattrocento si siano riuniti; che la lingua italiana si sia fusa con
la latina, la quale, pur essendo morta, pareva ritornata ad essere
lingua parlata e viva, tante erano la sua vivacità, la sua freschezza.
Si direbbe che il soffio della poesia popolare italiana rianimi adesso
di nuova vita l'erudito, e lo renda capace di ricondurre il suo
latino alla primitiva spontaneità greca. In questa elegia troviamo
la medesima inarrivabile eleganza, lo stesso lusso di descrizioni,
ed anche la stessa composizione, qualche volta alquanto artificiosa,
delle immortali Stanze italiane. Bellissime sono le ultime parole della
moribonda al marito, che osserva, atterrito, il pallore crescere di
momento in momento sul volto dell'amata, la quale
_Illius aspectu morientia lumina pascit,_
e già si sente come rapire nell'altra vita:
_.... Heu! nostro torpet in ore sonus;_
_Heu rapior! Tu vive mihi, tibi mortua vivam._
_Caligant oculi iam mihi morte graves._
Questi pregi che il Poliziano ebbe sin dal principio, aumentarono
sempre, come può vedersi, fra le molte altre, nella poesia in morte
della bella Simonetta, e in quella stupenda sulle viole.[215] Leggendo
questi versi, che sono più classici di quanti se ne scrissero prima
dagli eruditi, il lettore qualche volta, quasi obliando sè stesso,
crede di vedere il latino trasformarsi nel nuovo e più bel fiore della
poesia italiana, la quale rinasce davvero sotto i suoi occhi. È ora
infatti che la crisalide italiana rompe l'involucro latino, dentro cui
s'era lungo tempo nascosta, e comparisce finalmente alla luce del sole.
Il Poliziano resta immortale nella storia della letteratura italiana,
come autore delle _Stanze_ per la Giostra di Giuliano de' Medici,
perchè esse incominciano addirittura il secondo e non meno splendido
periodo della nostra poesia. Formano il principio d'un poema che non
va oltre la quarantesimasesta ottava del secondo libro, restando
interrotto, assai probabilmente, per la morte di Giuliano nella
congiura dei Pazzi.[216] Esse sono però un lavoro di tal natura,
che soffre assai poco da questa interruzione, mancandovi ogni unità,
ogni materia epica, a segno tale che riesce in vero assai difficile
argomentare come il poeta avrebbe potuto continuarlo e come finirlo. Il
suo gran pregio sta tutto in una forma limpida, elegante, cristallina,
d'una freschezza impareggiabile. L'ottava, osserva giustamente il
Carducci, che era stata diffusa nel Boccaccio, stemperata nel Pulci,
aspra ed ineguale in Lorenzo, acquista nel Poliziano unità, armonia,
colore, varietà, quel carattere che poi ha sempre serbato. Posto fra
la letteratura originale, primitiva del Trecento, e quella più varia,
raffinata, e pur sempre d'imitazione, che fiorisce nel Cinquecento,
egli riunisce le grazie dell'una col vigore dell'altra, somigliando
in ciò ai pittori del Quattrocento, che resero assai più gentile la
pittura di Giotto, più perfetta la tecnica dell'arte, senza ancora
cadere nel convenzionale, che comincia ben presto nel Cinquecento.
Tutto questo però, non bisogna dimenticarlo, è vero solo per la forma;
giacchè quanto alla sostanza il Poliziano non ha certo nè l'altezza
o il vigore di Dante, nè la fantasia dell'Ariosto. Ma è una forma che
può dirsi poesia essa stessa, e riproduce la natura con una eleganza
inarrivabile. Le donne del Poliziano non sono così mistiche ed aeree
come quelle di Dante, non così sensuali come quelle dell'Ariosto;
hanno una delicatezza e dolcezza che innamora; ricordano il Lippi ed il
Ghirlandaio. La bella Simonetta è nelle _Stanze_ sensibile e visibile,
ma non manca di bellezza ideale:
Ridegli attorno tutta la foresta,
. . . . . . . . . . . . . . .
L'aer d'intorno si fa tutto ameno,
Ovunque gira le luci amorose.[217]
Il poeta non cerca che il vero, ma è un vero elegante, gentile sempre.
Le immagini, liberate dal misticismo medievale, sembrano giovarsi della
veste mitologica, in cui spesso le vediamo avvolte, per meglio fare
indovinare le forme del corpo, dal quale non vogliono mai separarsi. La
loro nudità apparisce di tratto in tratto splendida, quasi luminosa,
per un classico smalto, ed una pagana freschezza tutta propria del
Rinascimento. Ed invero, per citare anche un esempio d'altro autore,
chi, dopo aver letto, nella _Vita Nuova_ o nella _Divina Commedia_,
la descrizione della Beatrice, sempre vicina a trasformarsi nella
teologia, legge la ben nota ballata d'Olimpo da Sassoferrato:
La brunettina mia
Con l'acqua della fonte
Si lava il dì la fronte
E il seren petto, ecc.,[218]
s'accorge subito della distanza, e capisce il mutamento che è seguito
nello spirito italiano.
Il Poliziano sollevò i Rispetti o gli Strambotti del popolo a dignità
nuova, con tal gusto e tale eleganza, «che primo forse in poesia,»
dice il Carducci, «dette l'impronta dell'atticità ai fiorentinismi,
e la finitezza dell'arte all'espressione famigliare.[219]» La ballata
poi, che già nel Trecento aveva ricevuto una forma letteraria, e, così
ingentilita, era rimasta nel popolo; che servì di modello alle molte
laudi spirituali composte in tutto il secolo XV, ed anche a Lorenzo de'
Medici, che seppe darle nuova forma letteraria, venne dal Poliziano
sollevata fin quasi all'altezza dell'ode, senza che con ciò perdesse
la sua primitiva semplicità.[220] Non mancano in queste liriche,
allusioni sensuali, le quali ricordano che egli era compagno di
Lorenzo: il Poliziano però non perdè mai il pudore, come spesso seguì
al suo Mecenate. Coll'_Orfeo_ il Poliziano si provò anche nel dramma;
ma è un dialogo che riesce qualche volta lirico, senza arrivar mai ad
un vero conflitto di passioni. La poesia drammatica nasce tardi assai
nella vita d'un popolo, quando cioè il suo spirito e la sua lingua
sono arrivati ad una sana e vigorosa maturità. L'Italia v'era appena
giunta, quando divenne preda degli stranieri, che distrussero le sue
istituzioni e la sua indipendenza, la oppressero e travagliarono per
modo, che le impedirono di trovar la via d'uscire, in questo genere
essenzialmente nazionale, da quella imitazione latina, da cui s'era
altre volte liberata.
Il Poliziano, poi che aveva un gusto assai fine e quasi greco, non
poteva in nessun caso essere l'uomo capace di elevarsi alla vera
altezza drammatica, creando il teatro che a noi mancava. Si capirà
facilmente perchè il suo genio non potesse volare troppo alto,
quando si pensi alla vita di cortigiano e d'adulatore che menava. Fa
qualche volta sdegno il vedere come l'autore di versi tanto gentili,
ne scrivesse altri pieni delle più basse adulazioni. Ciò non può
scusarsi neppur col ricordare che pel suo Mecenate egli aveva un
affetto veramente sincero e profondo. Era accanto a Lorenzo il giorno
che scoppiò la celebre congiura dei Pazzi, e fu primo a chiudere la
porta della sagrestia appena lo vide là dentro ricoverato. Quando
Lorenzo tornò dal suo pericoloso viaggio di Napoli, egli lo salutò con
bellissimi versi latini, che paiono d'un amante all'amata; e quando
morì, lo pianse con parole di grandissimo dolore, seguendolo poco dopo
nella tomba. Ma ciò non toglie che quando il poeta s'umilia dinanzi al
suo protettore, chiedendo perfino abiti vecchi, si senta una profonda
compassione, e si capisca che così non si sale mai alle maggiori
altezze dell'arte.
La letteratura del Trecento era stata, può dirsi, esclusivamente
toscana; quella del Rinascimento fu invece nazionale. Gli eruditi
infatti si trovano, come vedemmo, in ogni parte della Penisola,
ed ora anche gli scrittori in lingua volgare cominciano a sorgere
contemporaneamente e coi medesimi caratteri in diverse provincie. Così
se dal Poliziano e da Firenze andiamo verso il Mezzogiorno, incontriamo
Giovanni Gioviano Pontano. Nato a Cerreto (1426) nell'Umbria, si recò
ben presto a Napoli, dove fu ministro ed ambasciatore di Ferdinando
d'Aragona; lo accompagnò per tutto; lo consigliò negli affari più
gravi di Stato, nei quali ebbe sempre parte principalissima; fu maestro
di Alfonso II. A poco a poco divenne napoletano affatto, e può dirsi
che meglio d'ogni altro rappresenti lo stato della cultura in quella
Corte ed in quel tempo. Uomo d'affari, diplomatico accorto, ed uno dei
più celebri eruditi, istituì l'_Accademia Pontaniana_, trasformando
quella già fondata da Antonio Panormita col titolo di _Porticus
Antoniana_. Scrisse un numero infinito di opere filosofiche, fisiche,
astrologiche, politiche, storiche, sempre in latino. Ma in tutte queste
opere si vede chiaro che l'erudizione era già vicina a subire una
trasformazione. I trattati _della Fortezza, della Liberalità, della
Beneficenza_, ecc., come pure quello _del Principe_, non sono altro che
dissertazioni senza alcuna originalità, raccolte diffuse di sentenze
morali. Le sue varie opere astrologiche riuniscono tutti quanti i
pregiudizî del tempo, senza neppur tentare di fondarli su qualche
pretesa teoria filosofica, come presumeva di fare il Ficino. — Il sole,
cuore del cielo e dell'universo, è principio generatore delle cose.
La costellazione del Cancro, che influisce sui corpi freddi, si dice
casa della luna, perchè quando questo pianeta, di sua natura umido e
freddo, si trova in quella costellazione, acquista maggiore efficacia.
— Anche la sua storia della _Guerra Napoletana_ tra Giovanni d'Angiò
e Ferdinando d'Aragona, sebbene abbia una certa importanza, per essere
scritta da un contemporaneo, è piena di digressioni inutili, si perde
in considerazioni astrologiche, e manca di critica.[221] Ma chi vuol
conoscere davvero il Pontano, e scoprire dove è il valore de' suoi
scritti, un valore tutto letterario, deve leggere i _Dialoghi_ e le
poesie latine, specialmente le liriche.
Qui si osserva subito lo stesso fenomeno che nel Poliziano: un gusto
classico finissimo; uno stile lucido, evidente, spontaneo come di
chi usa una lingua viva, perchè anche qui la nuova vita del latino
nasce dall'innesto di esso col linguaggio parlato dall'autore, che
però non è il fiorentino, ma un italiano napoletanizzato. Dal che
deriva, per quanto sia grandissimo l'ingegno poetico del Pontano, una
innegabile inferiorità di forma ne' suoi scritti, di fronte a quelli
del Poliziano; l'atticismo toscano dà al latino di questo una greca
eleganza che non si può del pari ritrovare nell'altro. Tuttavia è certo
che anch'egli riesce mirabilmente nell'adoperare il latino ad esprimere
il pensiero moderno, e dove non gli basta, latinizza parole italiane
o napoletane, e va innanzi spedito come uno che parli la lingua
imparata sin dalla cuna. Nei dialoghi, il _Caronte_, l'_Antonio_,
l'_Asino_, che sono tutti lavori d'immaginazione, in elegante prosa
latina, spesso interrotta da poesie bellissime, v'è una dipintura dei
costumi napoletani, di feste popolari, di scene campestri e d'amore;
una serie d'aneddoti pieni di brio tale, che par di leggere le pagine
più belle del Boccaccio. La festa del porcello a Napoli, l'indole
delle città italiane, la corruzione dei preti a Roma, le dispute
ridicole dei pedanti, e l'accanimento con cui perseguitano la gente,
per una particella o un ablativo non adoperati secondo le loro regole,
spesso fallaci, hanno una potenza descrittiva, una freschezza, una
_vis comica_ tali da far mettere il Pontano fra gli uomini di vero
genio letterario. Egli scrive in latino, ma il suo spirito, il suo
ingegno sono moderni, e le sue opere sono perciò un vero gioiello
della letteratura italiana. Nel suo _Antonius_ vediamo i Napoletani
seduti all'ombra, motteggiare chi passa; il Pontano vivo parlante; un
figlio che racconta le querele di casa; un poeta che, preceduto da un
trombetto, sale, secondo l'uso napoletano del tempo, sopra un poggio a
recitare la descrizione d'una battaglia, di tanto in tanto abboccando
il fiasco di vino. Poi leggiamo l'ode di Galatea inseguìta da Polifemo,
una delle sue più belle:
_Dulce dum ludit Galatea in unda,_
_Et movet nudos agilis lacertos,_
_Dum latus versat, fluitantque nudae_
_Aequore mammae_, etc.;
ed in mezzo a tutto ciò sempre un gusto squisito, uno spirito che
s'inebbria, anche nella vecchiezza, in una voluttà sensuale ed
artistica, uno scetticismo profondo che ride d'ogni cosa.
Nelle liriche si manifesta veramente tutto quanto il genio letterario
dell'autore, e si vede più chiaro ancora che in quelle del Poliziano,
l'immagine del Rinascimento. Le sue donne, dice il Carducci, denudano
ridenti ogni loro bellezza in cospetto del sole e dell'amore. «E con
quel suo riposato senso di voluttà e di sincero godimento della vita,
il Pontano, in latino, è il poeta più moderno e più vero del suo tempo
e del suo paese.»[222] Leggendo le odi, è davvero mirabile il vedere
come in quel suo latino egli si muova agile e felice, quasi navighi a
seconda d'un fiume; e come il suo italiano napoletano cerchi infondere
giovane sangue nel vecchio idioma, anche quando lo altera un po'
troppo:
_Amabo mea chara Fanniella,_
_Ocellus Veneris, decusque amoris,_
_Iube isthaec tibi basiem labella_
_Succiplena, tenella, mollicella,_
_Amabo, mea vita, suaviumque,_
_Face istam mihi gratiam petenti_, etc.[223]
Egli ride e motteggia; canta la ninna nanna; s'inebria nella voluttuosa
bellezza, fra le molli braccia delle Ninfe, che l'accolgono in riva
al mare, in presenza della natura, in mezzo ai fiori. E questo è il
suo mondo, il mondo del Rinascimento. Tutte le città, le ville, le
isole dei dintorni di Napoli, le strade, le fontane, personificate
in esseri fantastici, camminano, danzano intorno al poeta. Le Ninfe
Posilipo, Mergellina, Afragola, Acerra, _Panicocolis studiosa lupini_,
e Marianella che canta accompagnando Capodimonte,
_et cognita bucellatis_
_Ulmia, et intortis tantum laudata torallis:_[224]
tutte si muovono e vivono nella sua _Lepidina_.[225] Il Vesuvio, in
forma di vecchio, discende dal monte sopra un asino per venire alla
festa, e le donne lo circondano. A chi dà un anello da cucire, a chi un
fusaiuolo, a chi dice un motto, e tutte fanno a gara intorno a lui ed
all'asino, per salutarli con alte e festose grida,
_Plebs plaudit, varioque asinum clamore salutant,_
_Brasiculisque apioque ferum nucibusque coronant._
I medesimi pregi possono notarsi nei due libri degli _Amori_,
negli _Endecasillabi_, nella _Buccolica_, e nel poema didascalico,
_L'Urania_, in cui sono mirabili descrizioni della natura. Vi troviamo
sempre un singolare impasto di due lingue, l'una viva e l'altra
morta, nel quale ambedue sembrano rinascere; e questa varia e ricca
unione d'immagini classiche, di bizzarrìe fantastiche, di splendide
descrizioni della natura, di sentimenti moderni, tutto mescolato e
tutto in fermento nella fantasia dell'erudito, che si trasforma in
poeta, ci fa capire come la nuova letteratura nasca dall'antica, e
come, in mezzo al mondo classico, con tanta cura evocato, possa sorgere
il poema cavalleresco, che pare e non è una contradizione nel secolo
degli eruditi.
Qui dovremmo accennare alle lettere politiche di Ferrante d'Aragona,
che portano la firma anche del Pontano suo primo ministro, il quale
ebbe certo una parte non piccola nel compilarle. Ma, oltre che è ben
difficile il determinare con precisione qual fosse veramente questa
parte, ci sarà data occasione di parlarne in luogo più opportuno. Per
ora ci basti ricordare che anch'esse hanno rarissimi pregi: scritte
con verità ed eloquenza, potrebbero stare fra le migliori nostre prose
letterarie, se la loro forma italiana non fosse troppo alterata dal
dialetto napoletano, che spesso aggiunge forza e naturalezza, ma non
può giovare alla unità, nè alla eleganza della lingua.
Accanto al Pontano viveva un altro scrittore, che era nato nel
Napoletano, che morì nella seconda metà del secolo XV, e del quale
abbiamo un volume di novelle assai notevoli, massime se ricordiamo
che quel genere, dopo il Sacchetti, pareva quasi abbandonato. Uomo di
mondo e non erudito, ma vissuto in mezzo alla erudizione, egli ci dice
di aver voluto imitare, «il vetusto satiro Giovenale, e l'ornatissimo
idioma e stile del famoso commendato poeta Boccaccio.»[226] Spesso
invoca gli Dei immortali; e Mercurio eloquentissimo Dio gli ragiona
degl'inganni fatti dalle donne «al sommo nostro padre Giove, e al
radiante Apollo, a noi e agli altri Dei.»[227] Egli, come il Sacchetti,
dichiara che vuol raccontare novelle «per autentiche istorie approbate,
e certi moderni e altri non molto antichi travenuti fatti.»[228]
La sua lingua è molto artificiosa, per la imitazione visibile del
latino e del _Decamerone_; vi si mescolano in buona copia il dialetto
napoletano ed il salernitano, che dànno grande vivacità, ma alterano
l'italiano, e rendono sconnessa la grammatica di Masuccio, che era
nato a Salerno. Il suo brio spontaneo, la sua verità ed evidenza sono
tali, che egli sarebbe uno dei nostri classici, se la forma fosse meno
scorretta. Tuttavia il suo _Novellino_, così com'è, ci dà una immagine
fedele dei tempi e della Corte di Napoli. Con una grande conoscenza
degli uomini e delle cose, con un animo che sembra assai schietto e
buono, l'autore sa infondere vita ne' suoi personaggi; sa raccontare
con la disinvoltura, la naturalezza ed il sorriso d'un vero scrittore
del Rinascimento. Domina in lui un odio profondo contro le immoralità
dei preti, i quali egli sferza sanguinosamente, senza perciò essere
punto avverso alla religione. Nell'_Esordio_ alla terza novella, che
è dedicata al Pontano, di cui esalta le virtù, le quali egli dice
macchiate solo dal conversare che esso fa continuo con preti, frati
e monache, «atteso che con loro non altro che usurai e fornicatori e
omini di mala sorte conversare se vedono.» Tutto ciò non ci maraviglia
molto in uno scrittore che viveva nella Corte degli Aragonesi, la quale
fu di continuo in guerra coi Papi, ed aveva accolto e protetto Antonio
Panormita e Lorenzo Valla. Il vedere però dedicato ad Ippolita, figlia
di Francesco Sforza e giovane sposa d'Alfonso II d'Aragona, un libro
di novelle assai spesso molto oscene, alcune delle quali sono anche
dedicate in particolare a qualche nobile donna, reca certo grande
maraviglia, ma è pure un altro segno dei tempi.
Dai _Dialoghi_ del Pontano e dalle _Novelle_ di Masuccio non
occorre un gran salto per passare ai poemi cavallereschi, un altro
dei generi di letteratura proprî di questo secolo. Veramente erano
nati in Francia, e parrebbero in tutto contrarî al genio nazionale
dell'Italia. La Cavalleria s'era infatti poco o punto diffusa tra
noi; il feudalismo era stato combattuto ed in grandissima parte
distrutto; alle Crociate avevamo preso una parte secondaria; Carlo
Magno, eroe nazionale della Francia, era fra noi un principe straniero
e conquistatore. E questi sono tutti elementi sostanziali, per la
formazione del poema cavalleresco. Lo scetticismo religioso, cominciato
assai presto in Italia, contrastava anch'esso coll'indole di poemi
fondati principalmente sulla guerra dei Cristiani contro gl'Infedeli.
Ed il maraviglioso che ne costituisce l'essenza, neppure era adatto
all'indole degl'italiani, ammiratori sempre della bellezza classica.
Passati da uno stato di decadenza ad una nuova forma di civiltà, essi
non avevano avuto la selvaggia e vigorosa giovanezza, in mezzo alla
quale era stato creato quel mondo d'eroi, le cui avventure impossibili,
i cui caratteri fantastici si mutano e confondono continuamente fra
loro. Tuttavia questi poemi francesi, come si diffusero rapidamente in
tutta l'Europa feudale, così vennero anche fra noi, e si propagarono
assai più largamente che non si crederebbe.
Prima ancora che sorgesse la nostra letteratura, quando nel
Settentrione d'Italia molti scrivevano provenzale o francese, avemmo
una serie di poemi cavallereschi, compilati da Italiani in un francese
italianizzato o in un italiano infranciosato. Nel Mezzogiorno, invece,
quei racconti furono portati dai Normanni, e nel Centro della Penisola
si diffusero per mezzo di scritti italiani e di poeti vaganti. Ma
quegli eroi, nati e cresciuti in una nebbia fantastica, che non era
punto adatta alla nostra indole, trovarono fra noi, specialmente
nell'Italia centrale, un terreno poco favorevole, e quasi si
dileguarono dalla nostra letteratura, per rifugiarsi nelle capanne del
contado o nei tugurî del popolo, quando sorse sull'orizzonte il sole
della poesia di Dante. In molti lavori del Boccaccio, nei _Trionfi_ del
Petrarca, anche nella _Divina Commedia_, troviamo spesso reminiscenze,
che riconfermano come quei poemi fossero sempre assai diffusi nel
popolo. Paolo e Francesca ricordano nell'_Inferno_ la lettura che,
nei tempi felici, avevano fatta insieme degli amori di Lancillotto; e
quando il Sacchetti racconta del fabbro che sciupava, nel recitarli,
i versi di Dante, dal quale veniva perciò aspramente rimproverato,
egli aggiunge: e così, se volle, dovè invece cantare di Tristano
e di Lancillotto: segno evidente che questi racconti erano allora
giudicati più adatti alla fantasia popolare anche in Firenze. Quando
poi i dotti cominciarono a scrivere in latino, i poemi cavallereschi
sembrarono risorgere fra noi da un temporaneo letargo, ed insieme coi
Rispetti, gli Strambotti, le Canzoni, le Laudi e le Rappresentazioni,
fecero parte di quella letteratura che, come già vedemmo, fu chiamata
popolare. Così largamente e così profondamente infatti si diffusero,
che ancora oggi il cantastorie napoletano racconta d'Orlando e di
Rinaldo ad un popolo estatico, e nella campagna toscana i _Maggi_,
che si rappresentano la primavera, dinanzi ai contadini, pigliano
dai medesimi poemi i loro soggetti. Alcuni di questi _Maggi_ e di
questi racconti sono composizioni recenti; ma altri non pochi sono
addirittura del secolo XV. Allora se ne scrisse un numero sterminato,
ed erano letti con l'avidità stessa, con cui oggi si leggono i romanzi.
Gl'Italiani non creavano nuovi poemi, nè ripetevano materialmente gli
antichi; ma di questi facevano compilazioni in verso o in prosa, e più
in prosa che in verso, spesso molti riunendone in uno, e formando così
come grandi repertorî di novelle fantastiche, che i cantastorie, il
più delle volte essi stessi autori, andavano leggendo al popolo delle
città e delle campagne, che li ascoltava con insaziabile avidità. La
così detta _Cronaca di Turpino_, ed in generale il ciclo di Carlo Magno
forniscono la materia principale dei racconti italiani; ma il ciclo del
re Arturo e della _Tavola Rotonda_ vi ha pure una grandissima parte.
Il più grande di questi compilatori, che può bastare a darci un'idea
degli altri, visse nella seconda metà del secolo XIV e nella prima del
XV. Egli è Andrea dei Mangabotti da Barberino in Val d'Elsa, che chiama
Firenze _la mia città_, perchè colà visse e fu educato. Di un'attività
senza pari, scrisse non solo i famosi _Reali di Francia_ in sei libri,
ma ancora l'_Aspromonte_ in tre libri, la _Storia di Rinaldo_ in sette,
la _Spagna_ in uno, la _Seconda Spagna_ in uno, le _Storie Narbonesi_
in sette, _Aiolfo_ in un libro lunghissimo, _Ugone d'Avernia_ in tre, e
finalmente _Guerino il Meschino_, che, sebbene continui i fatti narrati
nell'_Aspromonte_, forma un lavoro a sè, la cui popolarità, di poco
inferiore a quella dei _Reali_, dura anch'oggi. Tutti questi lavori
sono scritti in prosa, salvo alcune parti dell'_Ugone d'Avernia_.
L'autore s'era proposto di raccogliere e coordinare la gran moltitudine
dei racconti, che fanno parte del ciclo di Carlo Magno. E così nei
_Reali_, che son sempre la sua opera principale, compilò la storia
della stirpe del grande Imperatore, senza però fare nè una vera storia,
nè un vero romanzo cavalleresco. Egli vuol mettere nesso e precisione
là dove era confusione deplorabile, corregge la geografia, ordina le
genealogie, ma perde con ciò la ingenuità popolare e l'originalità
poetica. Sembra che quel realismo italiano tanto ammirato nelle
novelle, che restan sempre il racconto più proprio e nazionale della
nostra letteratura, predomini anche qui, ed alteri il poema, formando
un lavoro che non è certo senza merito, ma di un genere ibrido. Noi
qui non abbiamo veramente nè poesia popolare, nè poesia letteraria,
ma piuttosto una materia epica, che si va trasformando, e cerca una
forma nuova, senza ancora trovarla. Il linguaggio parlato si mescola
colle reminiscenze classiche, familiari allora a tutti gl'Italiani;
la narrazione ha una riposata solennità quasi liviana, e l'autore
vuol riunire dentro i confini d'una macchina ideale ben disegnata e
determinata, una miriade di racconti originariamente germogliati con la
ricchezza esuberante e disordinata d'una foresta vergine.[229] Queste
qualità degli scritti del Mangabotti sono comuni a quelli di centinaia
d'altri compilatori in verso o in prosa.
Da quanto abbiamo detto fin qui risulta chiaro, che il giorno in
cui i nostri letterati ricominciarono a scrivere in italiano, e,
stanchi della retorica di poemi come la _Sforziade_ e la _Borseide_,
s'avvicinarono al popolo, trovarono in mezzo ad esso diffusi, insieme
coi Rispetti e le Ballate, racconti come i _Reali di Francia_, in
verso o in prosa. Si diedero allora a rifare anche questi, provandosi
a renderli vere opere d'arte. Lasciarono inalterata la macchina
generale della narrazione; la divisione in canti; le ricapitolazioni
in principio d'ognuno di essi, indirizzate agli «amici e buona gente»
dal poeta del popolo, che di ogni canto era costretto a far come un
lavoro indipendente. Anche questi nuovi scrittori usavano leggere a
brani i loro racconti, non in piazza, ma nelle Corti, nei desinari
dei signori, a gente culta, che però voleva divertirsi, ed era stanca
della vuota solennità degli eruditi. Spesso i cambiamenti che portavano
nel riscrivere quelli che ora chiameremo anche noi poemi popolari, si
restringevano solo a ritoccarli, correggerli, ravvivarli nella forma,
aggiungendovi nuovi episodî, nuove descrizioni, qualche volta interi
canti. In questo ritoccarli però stava l'arte, che infondeva vita là
dove mancava, ed arrivava così ad una creazione nuova ed originale.
I personaggi si staccavano dal fondo ancora fantastico e nebuloso,
nel quale erano confusi, per divenire vivi e veri; le descrizioni
della natura spiravano come un'aura di primavera, avevano un'insolita
fragranza; e quelle parti che restavano inalterate nella loro prima
e più rozza forma, facevano meglio risaltare la verità, quasi direi,
la giovinezza di tutto ciò che veniva presentato sotto nuovo aspetto,
animato di nuova vita. Era quasi una improvvisa ribellione contro
ogni retorica convenzionale, contro ogni vincolo artificiale; lo
spirito italiano si sentiva come chi ritorna a respirar l'aura fresca
dei campi e dei monti, dopo essere stato lungamente rinchiuso in
un'atmosfera divenuta insalubre. Cercare in questi poemi profondità di
sentimenti, uno svolgimento logico di caratteri, un disegno generale e
filosofico, è cercarvi quello che non può e non deve esserci. L'autore
anzi disordina a bella posta la narrazione monotona de' racconti
che trova già compilati, confonde e ricompone a capriccio le fila
intricate della vasta tela, per meglio tener desta la curiosità del
lettore. L'importante per lui è che egli sia padrone de' suoi eroi, e
che essi appariscano sempre ben definiti e vivi nel momento in cui li
chiama sulla scena. Egli cerca un ideale diverso dal nostro; non vuole
scendere nelle profondità del cuore umano; vuole ritrarre la mutabile
realtà di tutto ciò che fugge, passa e si vede. Se torna di continuo
a nascondere nel fantastico fondo del quadro i suoi personaggi, ciò
è solo per meglio illuderci, per farcene meglio ammirare la verità e
realtà, quando di nuovo li avvicina a noi, presentandoli quasi come
quei putti del Correggio, che spingono innanzi la testa di sotto a un
bosco di fiori, o come quelli che sulle pareti del Vaticano sembrano
muoversi fra un laberinto d'eleganti rabeschi. Così segue che, sebbene
ci parli continuo di mostri, di fate, d'incantesimi, di bevande
prodigiose, la sua narrazione ha pur tale verità, che crediamo leggere
la storia d'avvenimenti reali. È però ben naturale, che in questo
stato di cose, un perenne sorriso apparisca sulle labbra dell'autore,
rallegrato egli stesso dalla illusione e dalla maraviglia che desta
ne' suoi lettori, dei quali sembra pigliarsi giuoco, per poi dominarli
e commuoverli ancora più profondamente. S'ingannano coloro che
vogliono in tutto ciò vedere una satira o una ironia profonda. Credere
sul serio a questi personaggi il poeta stesso non può; a lui basta
d'esprimere nel suo racconto tutta la varia vicenda della vita, tutte
le contradizioni che sono nel suo spirito, in un secolo così pieno
d'elementi diversi e cozzanti fra loro; di rapire e di essere rapito
dalle proprie creazioni. La sua fantasia, uscita dalle convenzioni
classiche ed artificiali, ha finalmente ritrovato tutta la propria
libertà nel mondo fantastico in cui sola comanda. Si richiede quindi
un temperamento artistico, per gustare tutto il valore di questi poemi,
che si godono anche meglio leggendoli a brani, come li avevano letti al
popolo i cantastorie, e come li lessero ai loro protettori o amici il
Pulci, il Boiardo e l'Ariosto.
Il primo che fra questi poemi possa veramente chiamarsi un'opera
d'arte, è il _Morgante Maggiore_ del fiorentino Luigi Pulci, nato
nel 1431. Questo lavoro è un rifacimento d'altri più antichi. I
primi ventitrè canti riproducono, ora più ora meno fedelmente, uno
di quei poemi che i cantastorie leggevano al popolo, ed in esso si
narravano le avventure d'Orlando. Gli ultimi cinque raccontano,
invece, la rotta di Roncisvalle, e sono rifacimenti di altre due
compilazioni popolari, intitolate _La Spagna_. Tra l'una e l'altra
parte del _Morgante_ passano venticinque o trenta anni; sicchè i
personaggi che nella prima erano giovani, sono nella seconda divenuti
vecchi, cosa della quale l'autore non si dà gran pensiero.[230]
Nè egli si perita punto, specialmente nella prima parte, di andare
così fedelmente dietro al suo modello, correggendone o modificandone
appena le ottave, da sembrare un vero plagiario.[231] Tuttavia sono
questi semplici e leggerissimi tocchi di mano maestra, quelli che
mutano un'opera volgare in un'opera d'arte, dànno ai personaggi vita
e rilievo, lasciano da parte gli artifizî retorici, per condurci in
presenza della natura. Di tanto in tanto però egli abbandona affatto
il suo originale, e abbiamo, per esempio, le 275 ottave che narrano
l'episodio di Morgante e di Margutte, in cui risplendono tutto lo
spensierato scetticismo e la ricca fantasia e la mordace ironia del
Pulci.[232] Questo poema, che ad ogni passo rompe il filo principale
della narrazione, sembra ritrovare la propria unità solo nella sempre
chiara, definita, evidente precisione de' suoi varî ed inesauribili
episodî. È un singolare turbinìo d'eventi: scene pietose, ridicole,
maravigliose, allegre. Gli elementi che formavano la cultura di quel
secolo, Paganesimo e Cristianesimo, scetticismo e superstizione, ironia
ed entusiasmo artistico per le bellezze della natura, coesistono tutti,
e senza bisogno di sforzo per mettersi d'accordo, sembrano essere in
armonia fra loro, perchè il solo scopo del poeta sta nel riprodurre
la irrequieta mutabilità degli eventi nella natura e nella realtà
della vita. Il Pulci è un impareggiabile novellatore; la sua ironia
cade, come quella dei novellieri, sui preti e sui frati, qualche
volta anche sulla religione stessa,[233] ma sempre in modo da far poi
capire che egli non vuol punto rinnegarla, intende anzi rispettarla.
L'antichità non gli è ignota, e penetra nel suo lavoro, quantunque
manchi nell'originale che egli imita; la sua musa è, nonostante,
essenzialmente popolare:
Infino a qui l'aiuto del Parnaso
Non ho chiesto nè chieggo....
Io mi starò tra faggi e tra bifulci,
Che non dispregin le muse del Pulci.
La sua forma è difatti così popolare, che spesso manca di lima, e
quando si scolorisce, non cade mai nel retorico, ma piuttosto nel
volgare. La spontaneità di questa forma ha più di tutto contribuito
alla fama del _Morgante_, scritto a richiesta di Lucrezia Tornabuoni,
madre di Lorenzo dei Medici, alla cui tavola veniva letto, nelle
fuggevoli ore dei lieti desinari.
Il Pulci, che rideva sempre, passò pure giorni molto tristi, perchè il
fallimento di suo fratello Luca involse anche lui. Nè gran fatto gli
valse l'amicizia di Lorenzo, di cui era intimo ed affezionatissimo,
perchè restò sempre, anche nella più grande familiarità, un cortigiano
protetto. L'aiutava invece un'indole allegra che mai non si smentiva.
Lontano da Firenze, per non cadere in balìa di creditori ai quali egli
personalmente nulla doveva, nelle sue lettere a Lorenzo si doleva
dell'infausta stella, che lo aveva destinato ad esser sempre preda
degli altri. «Pure i ribelli, ladri, assassini ho visto a' miei giorni
venire costì, essere uditi, avere qualche termine al morire.» Solo a me
tutto è negato, nulla concesso. «Se mi sforzeranno a questo modo, senza
udire la mia ragione, io verrò costì in su la fonte a sbattezzarmi,
dove fui in maledetta ora e punto e fato et augurio indegnamente
battezzato, che certo io ero più tosto destinato al turbante che
al cappuccio.»[234] E prometteva che quando sarebbe nella Mecca,
manderebbe a Lorenzo versi in lingua moresca, e dall'inferno gliene
manderebbe altri per mezzo di qualche spirito.[235] «Non permettere,»
gli diceva poi, «nel colmo della tua felicità, che i tuoi amici siano
come cani ributtati e straziati. Io però ho paura che quando non mando
versi, tutto quello che ti scrivo in prosa, venga da te mal volentieri
letto e subito gettato via.»[236] Lorenzo era sempre lo stesso uomo,
proteggeva tutti, ma non aveva gran cuore per nessuno, neppure per
quelli che come il Pulci erano stati suoi compagni d'infanzia, e lo
amavano quale fratello. Più tardi però l'autore del _Morgante_ fu da
lui inviato a trattare presso le Corti d'Italia faccende di qualche
gravità, ed anche allora le sue lettere non smentiscono punto l'indole
propria dell'autore, paiono anzi più di una volta brani del suo poema
ridotti in prosa.
Il 20 maggio 1472 scriveva da Fuligno, come era stato in Roma «a
visitare la figliuola del dispoto della Maremma, volsi dire della
Morea.... Descriverò adunque brevemente questa cupola di Norcia, anzi
questa montagna di sugna, che noi visitammo, che non credevo ne fussi
tanta nella Magna, non che in Sardigna. Noi entramo in una camera, dove
era parato in sedia questo berlingaccio, et avea con che sedere! almeno
ti prometto.... Due naccheroni turcheschi nel petto, un mentozzo, un
visozzo compariscente, un paio di gote di scrofa, il collo tralle
nacchere. Due occhi che sono per quattro, con tanta ciccia intorno
e grasso e lardo e sugna, che 'l Po non ha sì grandi argini.»[237]
Questa forma tutta popolare è nelle poesie del Pulci assai più ne'
suoi sonetti, che correggono la maniera troppo volgare e spesso anche
plateale del povero barbiere Burchiello, nella cui bottega, secondo che
egli stesso ci dice,
La poesia combatte col rasoio.
Il Pulci scriveva allora gareggiando con Matteo Franco, col quale
scambiava ogni sorta di piacevolezze, di oscenità, d'insolenze, per
mero passatempo, riducendo i sonetti ad una specie di dialogo in
versi, cercando e trovando quella spontanea semplicità, divenuta ora il
bisogno irresistibile della nuova letteratura.[238]
A questi facili scrittori di sonetti popolari, che al loro carattere
comico, buffo e satirico univano quel gergo toscano proprio del
Burchiello, se ne potrebbero aggiungere altri non pochi. Ricorderemo
solo il più noto fra di essi, Tommaso Cammelli, che fu chiamato il
Pistoia, dalla città dove nacque (1440), in assai umile condizione. A
lui disse la musa:
Di tutto quel che vedi fai sonetti.
E continuamente ne scrisse, continuamente tutti gliene chiedevano, in
ogni più futile occasione,
Come s'io avessi i versi in un sacchetto.
In questi sonetti il Pistoia descrive i particolari più minuti, più
insignificanti, spesso anche più indecorosi della sua vita vagabonda
e misera. Noi lo vediamo percorrere le varie Corti d'Italia, andare
da Ferrara a Mantova, da Mantova a Milano, altrove, facendo più o meno
il poeta cortigiano e buffone, attaccando gli emuli, ridendo di tutto
e di tutti, lamentando la sua miseria, questuando, lodando coloro
da cui spera danaro o protezione, per schernirli poi quando la ruota
della fortuna gira contro di essi. Quello che dà a lui una speciale
importanza, e costituisce l'indole propria de' suoi sonetti, è che egli
ci ha in essi lasciato quasi un gazzettino politico dei tempi in cui
visse, ricordando, giorno per giorno, tutto ciò che avveniva in quegli
anni fortunosi davvero per l'Italia. Il Papa e i Cardinali, Carlo VIII
e i Francesi, Firenze, il Savonarola, i Medici, Pisa, Venezia, i re di
Napoli, tutti sono ricordati, per essere lodati quando si trovano in
alto, derisi, sferzati quando cadono in basso. E sebbene queste sue
descrizioni o piuttosto rapidi accenni riescano qualche volta assai
vivi, sì che la desolante miseria d'Italia, che egli pur freddamente
deplora, apparisce evidente, tuttavia, in mezzo a tante sventure, ad
una catastrofe che avvolge e trascina la intera Penisola, di rado esce
dal suo petto un accento di vero, profondo dolore, una scintilla di
nobile, alta poesia. Egli è stato definito quale anello di congiunzione
fra il Burchiello ed il Berni. Se però il suo riso è la manifestazione
d'uno spirito arguto e satirico, che vede sempre il lato comico
della vita, quel ridere continuo, anche quando vi sarebbe materia di
pianto, disgusta. Troppo spesso v'è nei suoi versi qualche cosa di
cinico e degradante, che opprime. Il Pistoia è un poeta popolare,
che frequentando le Corti, ne ha preso tutta la corruzione, senza
quella raffinatezza di modi e di forme, che, esteriormente almeno, la
correggeva.[239]
Per comprendere quanto più basso da quel che era stato una volta, fosse
moralmente e politicamente disceso lo spirito italiano, basterebbe
paragonare i versi del Pistoia con quelli d'Antonio Pucci, il poeta
popolare del secolo XIV. Animato sempre dalla speranza che _'l giglio
di Fiorenza avanzi_, questi cantava,
A morte e struggimento de' tiranni,
Che consumati ci hanno già è più anni.
E quando il Duca d'Atene venne a furor di popolo cacciato, egli
scriveva una sua ballata, in cui, pieno di gioia, esclamava:
Viva la libertà
Ch'ha rinfrancato il Comun di Fiorenza![240]
Di questa libertà, che andava ad irreparabile rovina, importava assai
poco al poeta cortigiano Pistoia.
Ma anche nel secolo XV assai diverso da lui fu Matteo Maria Boiardo,
che nacque poco dopo di Luigi Pulci, e del quale tre città si contesero
l'onore d'essere state la culla. Questa disputa sorse probabilmente
perchè egli, di famiglia reggiana, nacque a Scandiano, e fu educato a
Ferrara.[241] Scrittore erudito di egloghe latine, di liriche italiane
affettuose e gentili, traduttore dal greco, era un nobile signore ed un
nobile carattere; viveva presso gli Este, ma non amava punto la vita di
Corte, perchè, come egli stesso scriveva,
Ogni servir di cortigiano
La sera è grato e la mattina è vano.
Fu governatore di Modena e poi di Reggio-Emilia; ebbe altri ufficî
importanti; ma sebbene li adempiesse tutti con onore, la sua testa,
più che alla politica o all'amministrazione, era vòlta a pensare, a
fantasticare di eroi e di racconti cavallereschi. Narrano che, vagando
un giorno pei campi, si stillasse il cervello cercando il nome da
dare ad uno de' suoi eroi, quando a un tratto gli venne in pensiero
di chiamarlo Rodomonte, e la sua allegrezza allora fu tale, che tornò
correndo a Scandiano, per farvi sonare a distesa tutte le campane.
Credeva sinceramente nella cavalleria, e sperava vederla di nuovo
fiorire in Italia. Compose la tela del suo poema, valendosi di racconti
che appartenevano a cicli diversi. Grande ammiratore della _Tavola
Rotonda_, cogli eroi di Carlo Magno mescolò quelli di Artù, che secondo
il Boiardo, era più grande, perchè non aveva come Carlo il cuore
chiuso alla passione d'amore, sorgente d'ogni grandezza. Il suo Orlando
infatti è l'eroe d'una virtù che trova nell'amore la prima origine e
l'ultimo compenso. Molti episodi sono di sana pianta creati da lui, che
ingenuamente credeva e viveva nel mondo evocato dalla propria fantasia,
il che forma ad un tempo il suo pregio ed il suo difetto. Egli riesce
più sincero e più affettuoso; ma il raccontare seriamente e senza
alcuna ironia, avventure impossibili, lo rende necessariamente meno
moderno del Pulci. Questi scolpisce assai meglio la individualità de'
suoi personaggi; il Boiardo invece descrive meglio il turbinìo generale
dei fantastici eventi, con i quali però i suoi eroi s'immedesimano per
modo da annebbiare qualche volta la precisione de' loro lineamenti.
Troppo spesso bevande incantate ridestano o spengono l'amore, armi
incantate dànno la vittoria o la morte. Il Pulci cerca la realtà
psicologica anche in mezzo agl'incantesimi; il Boiardo anche in mezzo
alla realtà invoca il fantastico ed il soprannaturale. Ma in compenso
di ciò v'è sempre ne' suoi eroi e nel suo poema qualche cosa di nobile
e di generoso, che manca negli altri. Egli loda ed ammira sinceramente
la virtù, esalta il conforto che viene agli animi nobili dall'amicizia:
Potendo palesar l'un l'altro il core,
E ogni dubbio che accada raro o spesso,
Poterlo ad altrui dir come a sè stesso.[242]
Non mancano certo neppur qui sensualità e scherzi osceni; son cose che
si trovano nel poema, perchè sono nella vita. E il dare una importanza
eccessiva all'amore, come sorgente d'ogni virtù, è prova del secolo
in cui il poema fu scritto. In questo è però sempre un fondo di
serietà morale, che dà una singolare elevatezza alla nobile parola del
Boiardo, massime se si pone a confronto col continuo ridere e sorridere
di tutto, che domina negli altri. È un mondo pieno di varietà,
d'immaginazione, di affetto; ed in esso il poeta vive e s'illude. Ma
pur troppo questa illusione doveva durar poco. Invano egli diceva:
E torna il mondo di virtù fiorito;
chè invece ogni cosa precipitava a rovina. Ben presto dovette
avvedersene egli stesso; ed alla fine del secondo libro, la sua
malinconia si tradisce:
Sentendo Italia di lamenti piena,
Non che ora canti, ma sospiro appena.
Ripigliò di nuovo il lavoro, e giunse al punto in cui per l'arrivo
d'Orlando viene impedito ai Saraceni d'entrare in Parigi. Allora, poco
prima della sua morte, che seguì la notte dal 20 al 21 dicembre 1491,
i Francesi passarono le Alpi, e la penna gli cadde per sempre di mano,
restando interrotto il filo del racconto con quella celebre ottava che
comincia:
Mentre ch'io canto, oh Dio redentore!
Vedo la Italia tutta a fiamma, a foco.
Per questi Galli che con gran furore
Vengon per disertar non so che loco....
Sebbene i pregi dell'_Orlando Innamorato_ sieno molti, tali in fatti
che il Berni si pose a riscriverlo sotto altra forma, e l'Ariosto
lo continuò nel suo _Orlando Furioso_; pure la mancanza di lima, e
quindi una lingua non sempre correttissima, spesso troppo ferrarese,
impedirono che divenisse popolare davvero, ed acquistasse quella fama
che pur meritavano l'ingegno ed il carattere dell'autore, a cui faceva
difetto l'atticismo toscano. Egli era un erudito così profondamente
immerso nel suo mondo fantastico, che quando si presentavano a lui
le immagini e gli eroi dell'antichità, per renderli più evidenti, li
paragonava a quelli della Cavalleria, nella quale si sentiva come più a
casa sua.
L'Ariosto, nato a Ferrara dove il Bojardo era stato educato, fu il
primo che sapesse superare tutte quante le difficoltà del non essere
toscano, e con lui la nostra lingua potò dirsi finalmente italiana.
Con una lima paziente, dotato veramente del genio della forma, giunse
con l'arte ad una spontaneità meravigliosa, ed aprì la via a coloro
che lo seguirono. Non erudito com'era il Boiardo, ignaro del greco,
aveva però molto più vivo il sentimento della bellezza classica. Al
contrario di ciò che soleva fare il suo predecessore, aveva bisogno
di paragonare gli eroi cavallereschi ai personaggi del mondo pagano. I
suoi cavalieri erranti hanno il senno di Nestore, l'astuzia d'Ulisse,
il coraggio d'Achille; le loro donne son belle come se Fidia le
avesse scolpite, hanno la voluttà di Venere, il senno di Minerva. Egli
torna di continuo al suo Virgilio ed al suo Ovidio; ma, come osserva
il Ranke, sembra tornarvi per ricondurli, colla potenza della sua
fantasia, al primitivo Omero. Simile assai più al Pulci che al Boiardo,
non si occupa molto di cercare l'intreccio, l'insieme, l'unità degli
avvenimenti; ma vuol ritrarre invece i fuggevoli momenti della mutabile
realtà, e descrivere le passioni individuali. I fatti della sua vita e
del suo tempo s'introducono nel poema sotto forme abbastanza visibili,
e qualche volta si crede vederli anche là dove non sono, tale e tanta
è l'evidenza che il poeta sa ritrovare. Perciò se l'_Orlando Furioso_
continua il racconto dell'_Orlando Innamorato_, letterariamente si
connette invece col _Morgante_ del Pulci, che si può chiamare il
creatore del genere, quantunque tanto si giovasse de' suoi precursori.
Ma l'Ariosto è già fuori del periodo di cui ci siamo finora occupati:
dobbiamo dunque fermarci. Osserveremo tuttavia per concludere, che sino
dai tempi della _Divina Commedia_ e del _Decamerone_, la letteratura
italiana aveva cominciato col liberare lo spirito umano dalle nebbie
medievali, riconducendolo alla realtà. Nella poesia e nella prosa
aveva sempre cercato l'uomo e la natura. Fermatasi nel suo cammino, a
cagione del disordine politico e della decadenza sociale, che sovvertì
ogni cosa nel secolo XIV, essa chiese aiuto all'antichità, per poter
continuare nell'antica sua strada. E così, dopo la metà del secolo
XV, noi vediamo ricomparire anche più chiaro lo stesso realismo, non
solamente nelle lettere, ma nelle scienze, nella società, nell'uomo.
Il bisogno infatti di studiare e conoscere il mondo, liberandosi
dai vincoli di ogni autorità, di ogni pregiudizio, creò la nuova
letteratura e la nuova scienza, iniziò il metodo sperimentale, spinse
ai più arditi viaggi, rianimò quasi di una seconda vita tutto quanto
lo spirito italiano. Fatto meraviglioso, perchè seguiva in mezzo al
più profondo sconvolgimento della società, la quale, corrompendosi e
decadendo, faceva germogliare i grandi elementi della cultura moderna.
Allora, come fu giustamente osservato, sembrava che fosse nella società
italiana scomparso ogni distinzione di classe e di sesso: i Mecenati e
i loro cortigiani, discorrendo di lettere o di scienze, si trattavano
come uguali, e si davano del tu; la donna studiava il latino, il greco,
la filosofia, e qualche volta governava gli Stati, accompagnava,
armata, in campo i capitani di ventura. A noi oggi reca grande
meraviglia, quasi profondo disgusto, quando sentiamo i più osceni
discorsi fatti in quel secolo alla presenza, non solo di culte matrone,
ma anche d'ingenue fanciulle; quando sentiamo ragionar di politica come
se la coscienza non esistesse. Ma l'uomo del Rinascimento credeva che
si potesse dire, esaminare e descrivere senza scrupoli, tutto quello
che si osava fare. E ciò non era sempre effetto della sua corruzione,
ma spesso invece conseguenza del suo realismo, bisogno di uno spirito
osservatore ed indagatore. Egli sembrava vivere in una calma olimpica,
sempre padrone di sè, sempre col sorriso ironico sulle labbra; ma
era una calma apparente. Egli in realtà soffriva per la disarmonia
interiore del suo animo, per la mancanza d'ogni equilibrio fra il vuoto
del cuore e l'attività febbrile della mente, la quale pareva qualche
volta che delirasse come in una ebbrezza inconsapevole. I rottami del
mondo medievale che l'uomo del Rinascimento aveva distrutto, e quelli
dell'antichità che aveva disseppellita, cadevano intorno a lui e su di
lui prima che egli avesse trovato il principio generatore d'un mondo
nuovo, e potesse convertire in propria ed organica sostanza tutti gli
avanzi del passato.
Sia che gl'Italiani, dopo aver create le grandi unità dell'Impero
romano e del Cattolicismo, fossero divenuti incapaci di creare una
società nuova, fondata solo sul libero individualismo moderno, a cui
pure avevano aperto la via, anzi lo avevano con l'opera loro formato;
sia che le invasioni straniere li avessero fermati nel mezzo del
cammino, certo è che paiono spesso come smarriti e incerti di loro
medesimi. Abbandonano ogni fede in Dio, ma credono nel fato e nella
fortuna;[243] disprezzano la religione, e studiano con ardore le
scienze occulte. Quasi ogni repubblica, ogni principe, ogni capitano
di ventura aveva il suo astrologo, a cui chiedeva l'ora propizia per
firmare un trattato, cominciare una battaglia. Cristoforo Landino e
Battista Mantovano tiravano l'oroscopo delle religioni; il Guicciardini
ed il Machiavelli credevano negli spiriti aerei; Lodovico il Moro, che
aveva una fede illimitata nella propria prudenza, non osava muovere
passo senza consultare l'astrologo. La ragione che voleva tutto
spiegare, si trovava invece di fronte alla propria impotenza.
Il sentimento del bello si direbbe che fosse allora l'unica e più
sicura guida della vita umana, la quale sembrava cercasse immedesimarsi
coll'arte. Nel _Cortegiano_ del Castiglione vediamo fino a qual punto
il gentiluomo del secolo XVI poteva, per questa via, ingentilire e
nobilitare sè stesso; ma vediamo ancora che debole fondamento aveva
la sua morale coscienza. La virtù, quando non risulta in lui da un
felice temperamento, viene cercata solo perchè gentile e graziosa ed
elegante, come dice il Pandolfini. Grandi, invero, dovettero essere
le qualità dell'ingegno e anche del carattere degl'Italiani, se in
mezzo a così profonda incertezza, essi non solamente non rovinarono
affatto, ma spinsero poderosamente innanzi la scienza, l'arte, la
società umana. Del resto, fu quello un periodo di transizione, che mal
si può giudicare nella sua irrequieta mutabilità, se non si esamina
come conseguenza del passato, e preparazione necessaria dell'avvenire.
Ad un tratto le invasioni straniere soffocarono ogni vita politica
fra noi, ed il Rinascimento italiano restò come istantaneamente
petrificato dinanzi ai nostri occhi, con tutte le sue incertezze, le
sue contradizioni. E forse perciò appunto riesce materia di grande
insegnamento per noi. In esso vediamo infatti assai chiara la notomia
del passato che si trasforma, scorgiamo le origini della società
moderna, impariamo a conoscere i primi germi di molti fra i nostri
presenti difetti nazionali.