7. — L'ACCADEMIA PLATONICA.

Gli scrittori fino ad ora notati vissero, lo abbiamo già detto, in

mezzo ad una moltitudine di altri, i cui nomi, celebri al loro tempo,

andarono a poco a poco più o meno dimenticati. Non v'è stato invero un

secolo che abbia dato luogo nella storia ad una così grande ecatombe

di supposte celebrità, come il secolo XV. E ciò si spiega facilmente,

perchè allora vi fu un doppio lavoro. Da un lato, volendo far rinascere

l'antichità, sì dètte opera ad una imitazione e riproduzione assai

spesso meccanica del passato, alla quale cooperarono coloro che sono

stati poi dimenticati; dall'altro si ottenne un resultato nuovo ed

inaspettato, che fu l'opera d'un numero assai minore di dotti, i

cui nomi la storia deve più specialmente ricordare. E questo doppio

ordine di fatti e di uomini si ritrova in quasi tutta la cultura del

Rinascimento, nella filosofia non meno che nelle lettere. La filosofia

sembra avere una grandissima e generale importanza fra gli eruditi;

ma la più parte di essi avevano solo cavato dagli antichi scrittori

un florilegio di frasi sulla gloria, sull'amicizia, sul disprezzo

della morte, sul Sommo Bene, sulla felicità, la virtù, e le ripetevano

sempre, senza che valessero mai a dirigere in qualche modo le loro

azioni, nè a formare le loro convinzioni. In quelle frasi noi vediamo

di continuo una strana mescolanza di Paganesimo e di Cristianesimo, che

si trovano accanto ed in contradizione fra loro, senza che di ciò lo

scrittore si occupi punto. Ben presto però si manifesta il bisogno di

trovare alla vita umana un fondamento razionale, filosofico, il quale

valga a spiegare ad un tempo la virtù pagana e la cristiana, facendo

scomparire la troppo visibile contradizione. Allora incominciò il

lavoro più o meno originale, iniziato dai neoplatonici e dall'Accademia

che essi fondarono in Firenze.

Gli esuli greci non contribuirono tanto alla diffusione fra noi

della loro lingua, che già s'era cominciata a studiare in Italia, e

molto meno poi della erudizione letteraria assai fiorente prima del

loro arrivo, quanto a rivolgere l'erudizione stessa verso lo studio

dei filosofi antichi. La prima origine del platonismo o, per meglio

dire, del neoplatonismo in Italia, si deve infatti a Giorgio Gemisto,

soprannominato Pletone, per l'ammirazione che professava a Platone.

Nato nel Peloponneso, secondo alcuni, secondo altri solo rifugiato

colà da Costantinopoli, egli era il più dotto e autorevole di quanti

Greci vennero al Concilio fiorentino. Ed era poi così convinto,

anzi entusiasta del platonismo, che s'aspettava da esso anche un

rinnovamento religioso. Ciò fece dire ai detrattori di lui, che voleva

far rivivere il Paganesimo; ma stando ai suoi scritti, a quelli dei

seguaci, ed a ciò che risultò veramente dalle sue dottrine, è più

giusto il dire, essere egli convinto che il Cristianesimo avrebbe

trovato nuova conferma nella filosofia di Platone, e poteva perciò,

sotto altra forma e, secondo lui, più razionale, essere rinnovato.

Esaminando le differenze che passano tra la filosofia platonica

e l'aristotelica, in un opuscolo che divenne assai celebre,[166]

egli dava, come è facile immaginare, la preferenza alla prima, e

riduceva tutta la controversia ad una sola questione. I due grandi

filosofi ammettono, egli diceva, che la natura operi, non a caso,

ma secondo un fine. Aristotele però sostiene che a questo fine si

giunge inconsapevolmente, _non consulto_; Platone invece sostiene

più giustamente, che la natura è razionale, è consapevole, _consulto

agit_: la sua è un'arte divina, perchè è Dio che opera in essa.[167]

Un'ardentissima disputa sorse intorno a siffatta questione, la quale

può sembrare a noi di nessuna importanza, ma ne aveva allora una

grandissima. Per essa infatti s'apriva la via al panteismo, ed il

concetto del Dio personale, che presso gli Ebrei era stato solo un

Dio onnipotente, che nel Cristianesimo era divenuto il Dio padre

dei credenti, si trasformava fra noi nel concetto dell'Assoluto

filosofico.[168] Gli eruditi greci e italiani, senza rendersi chiara

ragione di ciò che facevano, presentivano pure l'importanza grandissima

della questione, e però si fermavano tanto intorno ad essa.

Giorgio Scolario e Teodoro Gaza, ambedue greci ed aristotelici,

attaccarono fieramente Pletone col solito linguaggio plateale degli

eruditi d'allora. Il cardinale Bessarione, volendo metter pace, si

lasciò sfuggire che giudicava Teodoro Gaza più dotto di Giorgio

Trapezunzio, il quale con più furore che mai si scagliò contro

tutti, attaccando lo stesso Platone. Il Bessarione pubblicò allora

un'opera voluminosa, _In Calumniatorem Platonis_, nella quale, pur

respingendo gli attacchi di G. Trapezunzio, cercava colla sua facile

e molto diffusa eloquenza latina, priva d'ogni originalità letteraria

o filosofica, di conciliare tutte le opposte sentenze. Secondo lui

Aristotele e Platone dicevano, in sostanza, la medesima cosa. Questa

disputa agitata fra i Greci non ebbe una vera importanza filosofica,

restando là dove l'aveva lasciata G. G. Pletone; ma richiamò la mente

degl'italiani ad una parte dell'erudizione che avevano fin allora

troppo trascurata, essendo stato lo studio da essi fatto sui filosofi

greci più che altro letterario. G. G. Pletone intanto, senza perder

tempo nel rispondere alle ingiurie, prima di tornarsene in patria,

seppe infondere nell'animo di Cosimo de' Medici tanta ammirazione per

le dottrine platoniche, che lo lasciò deliberato a dare ogni opera per

propagarle in Italia, e ripristinare in essa l'antica Accademia.

Ad ottenere questo scopo, Cosimo col suo pratico buon senso, capì che

bisognava cercare prima di tutto un uomo adatto, e credè di averlo

trovato in un giovinetto che, nato nel 1433 da un medico di Figline,

s'era dato a seguir con ardore gli studî del padre. — Tuo figlio, disse

Cosimo, è nato a curare gli animi, non i corpi; — e lo accolse, in

età di 18 anni, nella propria casa, destinandolo ad essere il futuro

campione del platonismo. Questo giovane era Marsilio Ficino, il quale,

messosi all'opera con grandissimo zelo, dopo cinque anni di studio,

presentò un lavoro sulla filosofia platonica, fatto però solo con

le traduzioni. Cosimo lodò molto l'operosità del suo protetto, e gli

regalò una villetta presso Careggi, ma gli consigliò di studiare il

greco per lavorare sulle fonti. E da quel tempo sino alla fine di sua

vita, il Ficino non fece altro che studiare Platone ed i neoplatonici,

scrivendo un gran numero di traduzioni e di trattati originali

aggiungendo a ciò l'insegnamento che dava ai figli ed ai nipoti

di Cosimo, più tardi anche ad una numerosa scolaresca nello Studio

fiorentino.

Chi espone le opere del Ficino fa la storia del platonismo in Italia;

chi narra la vita di lui fa la storia dell'Accademia Platonica. I suoi

seguaci si contentarono di ripeterne le idee, e l'Accademia nacque e

morì con lui. Essa non era veramente altro che, una riunione di amici

e discepoli, i quali, protetti dai Medici, si radunavano intorno a

lui, per discutere di filosofia platonica. Somigliava alle riunioni

tenute già nella cella del Marsigli o del Traversari; se non che alle

adunanze dell'Accademia, i Medici, specialmente Lorenzo, assistevano

più spesso, con più ardore le promovevano, e le materie filosofiche

che in esse si disputavano, ebbero un'eco assai più clamorosa in tutta

Italia. Alcune delle adunanze si tennero di state nella foresta di

Camaldoli; altre più solenni si tenevano ogni anno in Firenze, e nella

villa dei Medici a Careggi, il giorno sette di novembre, che, secondo

la tradizione alessandrina, era il giorno della nascita e della morte

di Platone.[169] L'uso di celebrarlo con solennità, osservato fino ai

tempi di Plotino e di Porfirio, veniva ora, dopo 1200 anni, così diceva

il Ficino,[170] ripreso. Si cominciava con un desinare, a cui seguiva

una disputa filosofica, che finiva generalmente con un'apoteosi e quasi

un inno religioso al sommo maestro. Riunioni e dispute meno solenni

si tenevano in molte occasioni diverse, ma sempre nello stesso modo

familiare e libero.

Il nome di Accademia veniva solo dalle dottrine professate ad

imitazione di quelle di Platone. Non aveva, per quanto sappiamo,

proprî statuti o regolamenti. S'adunava di solito nella villetta

del Ficino presso Careggi; la tenevano unita la sua persona, la sua

dottrina, l'ardore de' suoi amici e discepoli.[171] Il che se da un

lato la riduce a poca cosa come istituzione, da un altro ne accresce

l'importanza storica, perchè la dimostra un prodotto naturale e

spontaneo della società in cui nacque. Infatti, mutate appena le

condizioni intellettuali e sociali che l'avevano creata, non fu più

possibile mantenerla in vita. Essa procedette assai regolarmente

fino al 1478; scoppiata allora la sanguinosa congiura dei Pazzi, e

incominciate le persecuzioni, gli animi restarono turbati; mancò la

tranquillità necessaria alle contemplazioni filosofiche, e le riunioni,

già molto diradate, cessarono del tutto colla morte del Ficino. Quelle

che si tennero dipoi negli Orti Oricellarî, alle quali assisteva

anche il Machiavelli, avevano ben poco da fare col Platonismo, come

dimostrano chiaro i suoi dialoghi _Dell'Arte della Guerra_, e le

congiure che ivi si tramarono. Il nome di platoniche, che pure ebbero

queste adunanze, si direbbe qualche volta un pretesto per nascondere

il loro vero scopo. I tentativi fatti nel secolo XVII da Leopoldo de'

Medici per ripristinare l'Accademia, appartengono ad un altro tempo,

hanno altro significato, e ben poca importanza nella storia della

scienza.[172]

Quasi tutti coloro che scrissero dell'Accademia Platonica e del

Ficino, si fermarono a raccogliere minutamente aneddoti biografici

e letterarî, cose tutte che hanno un valore assai secondario.[173]

Importa invece moltissimo conoscere quale è il merito intrinseco delle

dottrine, quale la ragione della grandissima popolarità che ebbero nel

secolo XV, quale l'ingegno di coloro che le trovarono o propagarono.

In verità, quando si guarda il numeroso elenco dei platonici che si

raccolsero intorno al Ficino, reca meraviglia l'osservare che due soli

meritano davvero qualche lode come scrittori di opere filosofiche.

Uno di essi è Cristoforo Landino, il celebre commentatore di Dante

e del Petrarca, ellenista reputato, professore nello Studio, autore

delle _Disputationes Camaldulenses_,[174] nelle quali si dà lungo e

minuto ragguaglio delle platoniche discussioni. L'altro è Leon Battista

Alberti, sommo artista, poeta, prosatore, erudito, scienziato, uomo

universale, precursore di Leonardo da Vinci per la prodigiosa varietà

delle sue doti intellettuali. Ad essi s'univano altri minori: Donato

Acciaioli, Antonio Canigiani, Naldo Naldi, Peregrino Agli, Alamanno

Rinuccini, Giovanni Cavalcanti, che era l'amico più intimo del Ficino,

ed altri molti. Pure fra tutti costoro, senza eccettuare neppure il

Landino e l'Alberti non se ne trova uno solo che sia vero filosofo:

ripetono sempre le stesse idee, e sono le idee del Ficino. Ben si può

ricordare che Angelo Poliziano e Lorenzo de' Medici, ingegni certo

eminenti, furono anch'essi dell'Accademia Platonica; ma tutti i loro

scritti li dimostrano letterati e non filosofi. Pico della Mirandola

venne solamente più tardi, neppur lui con originalità filosofica, a

farsi propagatore delle idee del Ficino. Ma, pochi o molti, di che

cosa parlavano, quali erano e che valore avevano queste dottrine, che

trovavano tanti e così ardenti sostenitori?

La nostra meraviglia in vero cresce quanto più noi ci avviciniamo ad

essi. Nelle sue _Disputationes Camaldulenses_ il Landino ci rappresenta

gli Accademici, durante la state del 1468[175] nel delizioso convento

di Camaldoli, adunati colà per godere il fresco, e disputare di

filosofia. V'erano Lorenzo e Giuliano de' Medici, Cristoforo Landino

e suo fratello, Alamanno Rinuccini, Leon Battista Alberti allora

venuto di Roma e Marsilio Ficino. Dopo aver sentito la messa, andavano

all'ombra, sotto gli alberi della foresta, ed ivi il primo giorno

disputarono sulla vita contemplativa e sulla vita attiva, l'Alberti

sostenendo con argomenti assai poco originali, doversi preferire la

prima; Lorenzo de' Medici invece opponendogli che l'una e l'altra sono

del pari necessarie. Nel secondo giorno si parlò del Sommo Bene, ed

abbiamo una serie di vuote frasi e di citazioni classiche. Nel terzo

e quarto l'Alberti dimostrò la sua platonica sapienza con un lungo

comento su Virgilio, sforzandosi colle più strane allegorie di provare,

che nell'_Eneide_ si trova nascosta tutta quanta la dottrina platonica

e tutta la dottrina cristiana, le quali in fondo sono per lui una

sola e medesima cosa. E queste allegorie, le quali facevano dire ad

Angelo Maria Bandini, nel riferirle, che i platonici gli sembravano

spesso aver perduto la testa,[176] sono ciò su cui essi più di tutto

insistono, quasi fosse parte sostanziale della filosofia.

Noi ci volgiamo ora a cercare i discorsi tenuti in uno dei più solenni

desinari dell'Accademia, che fu dato nella villa di Careggi, il 7

novembre 1474,[177] per ordine di Lorenzo il Magnifico, sotto la

presidenza di messer Francesco Bandini. Qui è lo stesso Ficino che ne

stende la minuta narrazione.[178] Gl'invitati al banchetto, scelti

dal Bandini furono nove, perchè nove erano le Muse: Antonio degli

Agli vescovo di Fiesole, Marsilio Ficino e suo padre, C. Landino,

Bernardo Nuzi, Giovanni Cavalcanti, Tommaso Benci, Carlo e Cristoforo

Marsuppini. Finito il desinare, cominciò la lettura del _Simposio_

di Platone, e i discorsi tenuti in casa di Agatone furono stranamente

esposti dai convitati. Fedro dice nel _Simposio_, che l'amore ispira

l'eroismo, è nato subito dopo del Caos e prima degli altri Dei, è

ammirato da chiunque ammira la bellezza. E il Cavalcanti comenta:

Iddio principio e fine di tutti i mondi crea gli angeli, che a loro

volta formano per mezzo dell'anima universale, creata da Dio, le terze

essenze. Queste sono le anime di tutte le cose, e quindi anche dei

varî mondi, ai quali dànno vita, perchè il corpo è formato dall'anima.

Quando il Caos incomincia a pigliar forma, sente appetito di bellezza,

cioè amore; e perciò appunto, secondo Platone, l'amore precede

gli altri Dei, i quali sono una cosa stessa cogli angeli. E qui il

Cavalcanti comincia a dimostrare come gli angeli sono la stessa cosa

che gli Dei antichi, e come le terze essenze sono le idee di Platone

e le forme di Aristotele ad un tempo. Ma non si contenta di ciò, e

continua dicendo che le terze essenze, create dagli angeli, divengono a

loro volta anch'esse identiche agii antichi Dei; e neppure basta, anzi

segue una tal confusione da non potere più tener dietro all'autore.

Giove è il cielo, Saturno e Venere sono i due pianeti di questo nome;

ma essi sono anche le terze essenze o le anime del cielo e dei due

pianeti; sono le tre Divinità degli antichi, ed anche tre angeli;

sono finalmente l'anima del mondo in quanto essa intende, muove e

genera.[179] Ciò che risulta di più chiaro in mezzo a tanta confusione,

si è che per gli accademici, Cristianesimo e Paganesimo debbono formare

una sola e medesima cosa col Platonismo. L'allegoria è la chiave di

vôlta di questo edifizio, o meglio artifizio, nel quale le cose non

significano mai sè stesse, ma divengono geroglifici e simboli di altre;

e siccome tutto ciò è arbitrario, così esse possono sempre significar

tutto quel che si vuole.

Aristofane, uno degl'interlocutori, dice nel _Simposio_, che in origine

v'erano tre sessi, uomini, donne e promiscui, cioè individui che,

uomini e donne ad un tempo, avevano due teste, quattro mani, ecc.

Questi esseri promiscui vollero lottare cogli Dei, e furono perciò

divisi in due metà, una delle quali cerca sempre l'altra; quindi è

che solo nella loro riunione possono gli amanti essere felici. Se

però i mortali continuano nel proprio orgoglio, saranno puniti con

una nuova divisione; e sarà curioso allora, prosegue Aristofane,

vederli girare pel mondo come basso-rilievi, con mezza testa, con un

occhio, una mano, un piede solamente. Il Landino, cui tocca comentare

questo singolare discorso, non cerca l'origine della leggenda, nè la

spiegazione mitologica di essa. L'anima, egli dice, fu creata da Dio

integra, ornata di lume divino che guarda alle cose superiori, di

lume naturale, ingenito che guarda alle inferiori. Ma l'uomo peccò di

superbia, volle uguagliarsi a Dio, credendo che potesse bastargli il

lume naturale, ingenito; il suo pensiero restò allora rivolto alle sole

cose corporali, e la prima unità fu spezzata. Se continuerà nel suo

orgoglio, affidandosi tutto al lume naturale, sarà punito di nuovo col

perdere anche questo.[180] Ecco la facile spiegazione di tutto.

Ultimo a parlare fu Cristoforo Marsuppini, il quale concluse comentando

il bellissimo discorso di Alcibiade, e le parole che questi, in fine

del _Simposio_, rivolge a Socrate. Il comento è fatto dall'oratore,

esponendo le idee di Guido Cavalcanti sull'amore, e parlando del

_divino furore_, pel quale l'uomo, sorgendo al disopra della propria

natura, _in Deum transit_. Per esso Iddio trae l'anima caduta nelle

cose inferiori, nuovamente alle superiori. E tutto finisce con un

elogio dell'amor socratico, ed un inno al divino Amore o sia allo

Spirito Santo, che ha ispirato la discussione ed illuminato gli oratori

platonici.[181]

Questi filosofi che vogliono avvicinare il Paganesimo ed il

Cristianesimo, lo spirito e la materia, il divino e l'umano, Dio e il

mondo, non riuscendo a trovare l'unità razionale di tutto ciò, riducono

ogni cosa a simboli, a geroglifici. Eppure la grande popolarità e

la immensa efficacia di questa filosofia sulla letteratura e sulla

cultura del secolo, non può mettersi in dubbio da nessuno; non le si

può quindi negare una grande importanza storica. E questa nasce da

un nuovo modo di concepire il mondo, che apparisce chiaro abbastanza,

anche in mezzo alla nebbia delle più strane allegorie. Pei platonici

il mondo è divenuto il gran Cosmo fisico e morale, creato dall'amor

divino, immagine del Dio che l'abita, e che essi risguardano non

già come una persona vivente, ma come l'Unità suprema del tutto,

lo Spirito universale, l'Assoluto. E questo concetto, per opera

loro, penetra nella letteratura della seconda metà del secolo XV, la

informa e ne determina il carattere. Quindi è chiaro che il Platonismo

italiano, senza nessun grande valore scientifico, è pure un elemento

importantissimo della nuova cultura.

Ma, per conoscerlo pienamente, è pur necessario fermarsi sulle opere di

colui che seppe meglio formularlo ed insegnarlo. Marsilio Ficino ebbe

una sconfinata ammirazione per tutta quanta la filosofia antica; lesse

e volle assimilarsi Platone, Aristotele, i neoplatonici, ogni brano che

trovava citato di Confucio, Zoroastro, ecc. Tutto ciò che essi dicono è

sacro per lui, solamente perchè antico; e così i suoi scritti diventano

una vasta congerie di elementi diversi, senza che egli ritrovi un vero

principio dominatore ed organico, che possa valere a costituire un

sistema, e dargli diritto al nome di filosofo originale. Le allegorie

neoplatoniche, che G. Pletone e gli altri suoi connazionali portarono

fra noi, sono il solo mezzo con cui egli sappia riunire i diversi

elementi. Pure il Ficino si propose uno scopo assai notevole, che

comincia a farci intravedere la sua importanza filosofica. In mezzo

al trionfo dell'antichità pagana, egli vide che il Cristianesimo non

poteva cadere; ma vide del pari che la sola autorità dei profeti,

della Bibbia, della rivelazione non bastava più allora a sostenerlo e

mantenerlo vivo negli animi. Bisognava dunque ricorrere alla ragione, a

quella che era per lui la vera filosofia, cioè alla filosofia antica;

ora fra i varî sistemi, quello che meglio di tutti si prestava allo

scopo, era senza dubbio il Platonismo. Così nacque in lui il pensiero,

e lo dichiara egli stesso, di fondare il Cristianesimo sulla dottrina

platonica, di provare anzi che sono una sola e medesima cosa, e che

l'uno è la conseguenza logica dell'altra. Questa dottrina parve allora

una nuova rivelazione, ed è per essa che egli accendeva le candele

innanzi a Platone, e lo adorava come santo. Nel suo libro _Della

Religione Cristiana_, infatti, i più solidi argomenti che egli trovi a

sostegno di essa, sono i responsi delle Sibille, i vaticinî che della

venuta di Gesù Cristo fecero Virgilio, Platone, Plotino, Porfirio.

La vita di Socrate è per lui un simbolo continuo della vita di Gesù,

le dottrine dell'uno e dell'altro sono identiche. Così l'antichità

veniva ribenedetta dal Cristianesimo, che a sua volta era dimostrato

vero dall'antichità. Che cosa poteva avere maggiore importanza per

gli eruditi del secolo XV? Il Ficino era così pieno, così entusiasta

di queste sue idee, che qualche volta, più che l'inventore d'un nuovo

sistema, sembrava credersi il fondatore d'una nuova religione.

Scrisse un gran numero di epistole, traduzioni e trattati in latino; ma

il più grande e solido monumento alla sua fama fu la prima e, per molto

tempo, la sola buona traduzione di tutte le opere di Platone. A questa

lavorò indefessamente gran parte della vita, meditando anche un'opera

che doveva raccogliere sistematicamente, in organica unità, le sue

dottrine. Al quale proposito egli ci dice, che fu lungamente incerto

se quest'opera dovesse essere una esposizione filosofica dell'antica

religione pagana, ovvero una dimostrazione del Cristianesimo, fatta

coll'aiuto dell'antica filosofia. Prevalse il secondo concetto; ma

la nuova opera fu tuttavia intitolata Theologia Platonica, il che ben

dimostra qual fosse l'ordine delle idee, in cui era entrato l'autore.

Essa riuscì una vasta ed incomposta enciclopedia erudita, scritta con

uno stile confuso e scolorito, difetto che si trova in tutte quante

le sue opere, perchè, sebbene egli avesse consumata la vita intera sui

classici, la incertezza delle idee gli rendeva impossibile acquistare

una vera originalità e vigorìa di stile.

Nel leggere attentamente la _Theologia Platonica_, si direbbe più di

una volta, che i materiali ivi accumulati comincino come a fermentare,

e che seguano fra loro assimilazioni spontanee, di cui l'autore

stesso non si rende conto. Vi è in fatti qualche cosa che può dirsi

un resultato del pensiero del secolo, un progresso impersonale della

scienza, di cui il Ficino sembra più lo strumento che l'autore. La

quistione del _consulto_ o _non consulto_ _agit_ nella natura, diviene,

sin dal principio, quella intorno a cui tutte le altre s'aggruppano,

ed è da lui risoluta nel modo stesso che aveva fatto Gemisto Pletone.

Egli distingue nel mondo due diverse categorie di anime. Le une sono

intellettuali ed universali; le altre sensibili, mortali, ma anch'esse

razionali. Queste, che chiama le _terze essenze_ delle cose, si

trovano in tutta la natura, e l'animano. La terra, la luce, l'aria,

i pianeti hanno, ciascuno, la loro terza essenza, e ciò spiega come

la terra produca le piante, nell'acqua si generino animali, ecc. Le

terze essenze inoltre sono divise in dodici ordini, secondo le dodici

costellazioni del zodiaco; ma s'uniscono e confondono fra loro,

formando anime o terze essenze più generali. Così nel nostro pianeta

vi sono l'acqua, la terra, l'aria, che hanno, ciascuna, la loro terza

essenza; ma questo pianeta ha anche la sua propria e più generale, che

tutte le comprende.

L'uomo poi ha due anime, l'una razionale e sensibile, che è la terza

essenza del corpo, col quale essa muore; l'altra, intellettuale,

immortale, infusa direttamente da Dio. Per mezzo di questa, la creatura

si trova in relazione, e può venire in contatto col Creatore: in essa

si specchiano tutte le altre, che infondono vita nell'universo. Così

l'uomo è un microcosmo; può discendere fino agli animali, alla natura

inanimata, e salire agli angeli, a Dio che gli parla e lo guida. Gli

astri, le piante, le pietre stesse hanno poi colle loro terze essenze

diretta influenza sulle passioni, sul destino di lui. E con ciò si

viene a dimostrare la verità delle scienze occulte, a cui il Ficino

prestava una fede quasi puerile. Attribuiva a Saturno la sua continua

malinconia; ogni giorno mutava con scrupolosa diligenza i suoi amuleti,

dai quali mai non si separava. Su tutte queste cose egli scrisse un

trattato, _De vita coelitus comparanda_,[182] che bisogna leggere

per vedere fino a qual punto arrivassero i pregiudizî d'un uomo così

dotto, e d'un secolo tanto progredito. La fede che ebbero nelle scienze

occulte gli uomini più notevoli del Rinascimento, è un'altra delle non

poche contradizioni che noi osserviamo in quel tempo. Pure, chi bene

la esamina, s'accorge che essa era alimentata dal bisogno di sostituir

sempre alle spiegazioni soprannaturali una naturale, anche quando la

scienza non era in grado di trovarla.

Se ora guardiamo questa filosofia del Ficino nella sua generale unità,

apparisce assai chiara la tendenza irresistibile a cercare un'anima

universale e razionale, la quale sembra infatti, ne' suoi scritti,

confondersi col mondo e con Dio stesso. Le sue terze essenze, che

sono una cosa sola colle idee di Platone, colle forme d'Aristotele,

e s'uniscono poi fra loro in anime più generali, come potrebbero non

riunirsi tutte in un'anima sola? Il mondo non è, secondo le stesse

parole del Ficino, un grande animale vivente? La natura non ha essa

un'anima razionale che _consulto agit_? Se non che, innanzi a queste

che pur sono le conseguenze naturali, inevitabili delle sue premesse,

il nostro autore s'arresta quasi spaventato, perchè egli _deve_

accettare e spiegare la creazione dal nulla, e non può rinunziare al

Dio personale del Cristianesimo.

Quando però viene ad esporre filosoficamente la creazione, torna

sempre alle stesse idee, e s'avvicina di nuovo alle conseguenze da cui

rifugge. Iddio concepisce (ed il concepire nella mente divina equivale

al creare) l'anima sensibile delle cose, e l'anima immortale, angelica.

Con questa Esso forma gli angeli, per mezzo dei quali crea le terze

essenze, che sono a lui tanto inferiori che non può degnarsi di crearle

direttamente. In noi, però, come vedemmo, oltre l'anima del corpo,

ve n'è una immortale, creata, infusa da Dio, e per mezzo di essa la

debole creatura umana può ascendere fino al divino ed eterno. A bene

esaminarla, la creazione del Ficino è una emanazione; il suo Dio è

l'anima e l'unità del mondo, anzi la sola definizione che egli sappia

darne è: l'Unità assoluta di tutte le cose. Il Panteismo, conseguenza

logica di questo concetto, è nell'aria stessa del secolo XV, che non

trova altro modo di conciliare Dio e la natura, il divino e l'umano.

Già scientificamente abbozzato dal Cusano, reso popolare dal Ficino,

venne poi esplicitamente formulato e sostenuto dal Bruno. Se non che

il Cusano ed il Bruno sono veri pensatori e filosofi, il Ficino è

invece un erudito che filosofeggia senza vera originalità. Il concetto

panteistico si manifesta nelle sue opere in un modo indistinto e

confuso, quasi inconsapevole; ma ciò appunto lo dimostra un resultato

dei bisogni generali del tempo, lo rende subito popolare, e lo fa

penetrare largamente nella letteratura. Nelle poesie di Lorenzo il

Magnifico, del Poliziano, dell'Alberti, in molti anche dei prosatori

contemporanei, il Dio personale s'è mutato nell'Assoluto, il mondo è

il gran Cosmo da esso abitato ed animato, la natura lungi dall'essere

disprezzata, è quasi divina anch'essa. Questa trasformazione, come

dicemmo, si deve appunto al Ficino ed all'Accademia Platonica, che

scompariscono senza lasciare un nuovo sistema, ma lasciano invece un

nuovo modo di vedere il mondo, e di concepire Iddio.

L'ardore entusiasta del Ficino, nello spiegare le nuove dottrine,

trovò un'eco grandissima in Italia e fuori. Alle lezioni che dava

nello Studio, accorrevano uditori d'ogni parte del mondo. Molti

Inglesi tornarono in patria, portandovi l'ellenismo italiano; anche

il Reuchlin, quando passò per Firenze, fu più che mai convertito alle

nuove idee, le quali già trovavano grande favore in Germania, dove

aiutarono la Riforma religiosa, che cominciò colla interpetrazione

individuale delle Sacre Scritture, e col mettere il credente in diretta

comunicazione col suo Creatore, senza bisogno di alcun intermediario:

in Italia invece le conseguenze dell'erudizione restarono sempre

letterarie e scientifiche.

Giovanni Pico della Mirandola, tanto celebre in tutta Europa, era

chiamato fra noi la Fenice degl'ingegni, per la conoscenza che

si diceva avesse di ventidue lingue, per la grande erudizione, la

straordinaria memoria, al che si aggiungeva la bontà del suo carattere,

l'amabile e gentile aspetto, l'avere egli, di famiglia principesca,

abbandonato tutto pei suoi studî. Esaltato dalle lodi che gli facevano,

e da una filosofia che colle sue allegorie pretendeva di abbracciare

l'universo, propose una specie di singolare torneo scientifico, che

doveva darsi in Roma. Aveva ridotto lo scibile in 900 conclusioni,

su ciascuna delle quali si offeriva pronto a dare risposta a tutti i

dotti, che invitava promettendo di pagare il viaggio ai più poveri.

L'esperimento non si fece, per le difficoltà frapposte dal Papa,

all'autorità del quale Giovanni Pico fu sempre ossequentissimo. Pure

anche quest'uomo che levò allora così gran fama di sè, fu in sostanza

un ingegno non molto diverso dagli altri seguaci del Ficino. Le sue

cognizioni erano estese, ma superficiali; i suoi giudizî, guidati più

dall'entusiasmo che dalla critica. Egli trovava le poesie di Lorenzo

de' Medici superiori a quelle di Dante e del Petrarca. Della più parte

delle ventidue lingue che pretendeva avere studiate, conosceva poco

più che l'alfabeto e gli elementi grammaticali. Tuttavia, ellenista e

latinista fra i valenti, fu ancora dei primi a promuovere gli studî

orientali. Ma nè i suoi scritti italiani o latini, e molto meno la

sua filosofia, hanno alcuna originalità. Voleva conciliare Averroè ed

Avicenna, Scoto e San Tommaso, Platone ed Aristotele, per combattere

i nemici della Chiesa. Ciò doveva portarlo di necessità ad unirsi col

Ficino, che voleva appunto combattere «la religione dell'ignoranza

e la filosofia della miscredenza.» Amico dei Medici, egli finì

ammiratore entusiasta del Savonarola, e fu sepolto in San Marco, dopo

che lo ebbero, secondo la sua ultima volontà, vestito dell'abito dei

Domenicani.[183] Cessò di vivere nel 1494, anno memorabile nella storia

dell'Italia e di tutta l'Europa.

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I · 第 28 / 116 题