Se noi ci volgiamo alle piccole città ed ai minori Stati d'Italia,
vi troviamo la società sottoposta ad un numero così grande di scosse
continue e violenti, lacerata da tanti e così sanguinosi delitti, che
riesce impossibile immaginare come le arti e le lettere vi potessero
mai fiorire. I piccoli tiranni erano di continuo esposti agli assalti
dei vicini, o alle congiure che scoppiavano ogni giorno nei loro Stati.
Quando si trattava di città come Ferrara o Bologna, la posizione
strategica della prima, l'importanza del territorio che aveva la
seconda, davano certo occasione a sempre nuove e mutabili vicende.
Quando si trattava di principi come Alessandro Sforza di Pesaro, che
aveva il sostegno del fratello a Milano, o di Federico d'Urbino, che
era valoroso capitano di ventura, e poteva difendersi col suo proprio
esercito, allora, se non s'evitavano sempre i pericoli, si riusciva
almeno più facilmente a salvare lo Stato. Ma là dove simili aiuti
mancavano, noi abbiamo una serie non interrotta di fatti sanguinosi,
simili a quelli dei Baglioni in Perugia. Questi non arrivarono mai
nella città ad una signoria sicura: era il predominio d'una famiglia,
con un capo non sempre riconosciuto in essa, e un forte partito
avverso, alla testa del quale si trovavano gli Oddi. Tutto era pieno
d'armi e di bravi, e da un momento all'altro scoppiavano tumulti
violenti. Verso la fine del secolo XV gli scontri dentro e fuori della
città furono tanti e tali, che le case del contado ne cadevano in
rovina, i campi erano devastati, i contadini facevano gli assassini, i
cittadini si davano alle bande di ventura, e i lupi mangiavano «carne
di cristiani.»[151] Eppure era questo il tempo, in cui fioriva a
Perugia la più nobile, ideale e delicata pittura della scuola umbra:
era sempre il contrasto medesimo che allora s'osservava per tutto in
Italia.
Sigismondo Pandolfo Malatesta di Rimini fu un altro dei piccoli
tiranni, e fra i più singolari. Capitano di ventura rinomato,
quantunque non avesse mai comandato grossi eserciti, si dimostrò più
volte un vero mostro di crudeltà. Respinse la sua prima sposa, dopo
averne ricevuta la dote; la seconda e la terza ammazzò per gelosia o
vendetta; amò per altro con ardore fino alla morte la sua concubina
Isotta. Insanguinato in mille delitti, era irreligioso e cinico oltre
misura. Sulla sua tomba volle che si ponesse questa iscrizione:
Porto le corna ch'ogn'uno le vede,
E tal le porta che non se lo crede.
Negava Iddio, negava l'immortalità dell'anima, e quando arrivavano
le scomuniche del Papa, domandava se gli scomunicati continuassero a
gustare il buon vino ed i buoni pranzi. In occasione d'una gran festa,
fece empire d'inchiostro la pila dell'acqua benedetta, per ridere
dei fedeli che, senza avvedersene, si tingevano il volto.[152] Eppure
anch'egli era circondato di letterati, ad alcuni dei quali donò terre,
ad altri assegnò stipendî; e nel suo castello, _Arx Sismundea_, essi
lodavano il principe e il suo amore per la bella Isotta, a cui fu
innalzato nella chiesa di San Francesco un monumento, _Divae Isottae
sacrum_, accanto a quello del suo amante. La chiesa stessa, a cui
lavorò Leon Battista Alberti dal 1445 al 50, e che riuscì uno dei più
eleganti, dei più belli edifizî del Rinascimento, porta in fronte il
nome di Sigismondo, e nei fregi le lettere S(igismundus) ed I(sotta).
Nei due lati esteriori si trovano nicchie destinate a servir di
tomba ai soldati ed agli eruditi della Corte. E tutto questo non era
in lui affettazione; rispondeva invece ad un bisogno reale del suo
spirito culto ed artistico. Pio II che fu in aspra guerra con lui, e
lo bruciò in effigie, scrisse, che egli «conosceva le istorie, aveva
una grande cognizione della filosofia, e sembrava nato a tutto ciò che
intraprendeva.»[153]
A Ferrara, a Mantova, Urbino, le cose pigliavano ben diverso aspetto.
Senza essere grandi centri, come Roma e Firenze, esse riuscirono ad
avere una fisonomia ed importanza propria nella storia delle lettere.
Più di tutte fu celebre Ferrara. La sua posizione strategica la rese
in mezzo alle sue varie vicende, indipendente, non potendo nessuno
dei grandi Stati italiani permettere che altri se ne impadronisse.
I Signori d'Este che la dominarono e fortificarono, furono uomini
d'ingegno e spesso anche di molto valor militare. Nell'interno del
palazzo ducale seguirono spesso scene di sangue. Parisina, moglie del
bastardo Niccolò III, innamoratasi d'un figlio naturale del marito,
ebbe con l'amante tronca la testa (1425). E il Duca dovette poi
consolidare il suo regno, combattendo l'avversa nobiltà, con ogni arte
di guerra, con ogni sorta di tradimento. Succedono due bastardi di
questo bastardo, Lionello e Borso. Più tardi Ercole, figlio legittimo
di Niccolò III, strappa colle armi il dominio di mano al figlio di
Lionello, facendo sanguinosa strage dei nemici. E così si continuò
anche nel secolo XVI, quando il cardinale Ippolito fece cavare gli
occhi al fratello Giulio, altro bastardo, perchè lodati dalla donna che
corteggiavano insieme, e che ne adduceva al Cardinale la irresistibile
bellezza, come causa della sua preferenza. L'operazione fu male
eseguita, e dètte occasione ad altre tragedie nella infausta Corte,
perchè Giulio, che era restato con un occhio solo, cospirò insieme
con don Ferrante contro il comune fratello, il duca Alfonso I,[154]
marito di Lucrezia Borgia. Il Cardinale rivelò la trama (1506), e i
due fratelli furono condannati al carcere perpetuo, in cui don Ferrante
morì, e donde Giulio fu liberato solo quando successe il duca Alfonso
II (1559).
Pure questa appunto fu la Corte tanto celebrata per lo splendore di
lettere e di arti fino ai tempi del Boiardo, dell'Ariosto e del Tasso,
che la illustrarono coi loro nomi, colle loro opere immortali. Nel
Medio Evo essa era stata città longobarda, feudale e cavalleresca, e
non aveva nei secoli XIII e XIV partecipato al gran moto letterario
che s'era visto a Firenze. Nel secolo XV fu invece una delle città
d'Italia per lettere e cultura più fiorenti. I disordini della
Corte, circoscritti principalmente dentro le mura del palazzo ducale,
sembrava che di rado turbassero la città. Costruita secondo un disegno
prestabilito, amministrata con ordine, v'accorrevano esuli da Firenze
e da altre parti d'Italia; vi si fermavano, v'edificavano palazzi.
Le vie, le case ora deserte, bastavano allora appena a contenere
la popolazione. I suoi duchi provvedevano a tutto, e vi chiamavano
dotti, fra i quali tiene il primo posto Guarino Veronese, che portando
l'erudizione a Ferrara, dove così vive erano le tradizioni feudali e
cavalleresche, vi promosse quel rinascimento letterario che ci dètte
poi l'_Orlando Innamorato_, l'_Orlando Furioso_ e tanti altri lavori,
di cui la fama non perirà mai.[155]
Nato nel 1370 imparò il greco a Costantinopoli, di dove tornò con una
ricca mèsse di codici, che gli erano così cari da far generalmente
prestar fede alla favola, che egli incanutisse a un tratto, per
averne perduto buona parte in un naufragio.[156] Insegnò prima a
Firenze, poi a Venezia, dove ebbe a discepolo Vittorino da Feltre, nel
quale infuse la sua dottrina e i suoi principî educativi. Chiamato
nel 1424 da Niccolò III, per esser maestro di Lionello e professore
nell'Università, dandosi con febbrile ardore al doppio ufficio, scrisse
un numero assai grande di opere: traduzioni di Plutarco, Platone,
Strabone e Luciano; biografie, grammatiche e più di cinquanta orazioni.
Il merito principale di lui sta più che altro nel suo nobile carattere
e nel suo insegnamento, nel quale ebbe grande originalità, e da cui
ottenne resultati singolarissimi. Buon padre di famiglia, temperato
e sobrio nel vivere, non mai maldicente, viveva fra i suoi scolari,
dei quali aveva sempre piena la casa. Si diceva che erano usciti più
dotti dalla sua scuola che Greci dal cavallo troiano. E veramente più
di trenta de' suoi alunni furono celebrati come eruditi,[157] sebbene
Vittorino da Feltre fosse il solo che arrivasse ad una fama duratura.
Ma l'opera di Guarino va misurata dall'impulso che dètte agli studî in
Ferrara, la quale fu dal suo insegnamento e dal governo di Lionello e
Borso d'Este, suoi alunni, trasformata in una piccola Atene italiana.
Egli continuò a lavorare con lo stesso zelo fino alla sua morte,
avvenuta il 4 dicembre 1460, novantesimo della sua età, quando spirò
fra le braccia de' suoi, amato e venerato da tutti.
I Gonzaga di Mantova, alcuni dei quali comandarono poderosi eserciti,
non commisero mai quei delitti che resero così sanguinosa la storia
degli Este. La loro Corte, è vero, fu assai splendida solamente nel
secolo XVI, ai tempi del Bembo, del Bandello, dell'Ariosto e del Tasso,
massime quando viveva la buona marchesa Isabella. Pure nel secolo
XV Mantova fu illustrata dalla dimora colà di Vittorino Rambaldoni
da Feltre (n. 1378, m. 1446), il primo educatore moderno, ed il più
illustre discepolo di Guarino. Chiamato (1423) da Gio. Francesco
Gonzaga, che gli dètte un lauto stipendio ed un locale, fondò in
esso il suo celebre convitto, che prese il nome di _Casa gioiosa_,
o semplicemente _Gioiosa_. Secondo alcuni avrebbe avuto questo nome
per l'allegria che vi dominava in conseguenza dei buoni principî
pedagogici; ma il vero è che l'edilizio in cui fu messo il convitto
aveva già prima il nome di _Zoiosa_.[158] Vi s'insegnavano le lingue
classiche, per le quali furono chiamati Greci assai rinomati, come
il Gaza ed il Trapezunzio. A queste e ad altre discipline comuni alle
scuole di quel tempo, s'aggiungevano la musica, la danza, il disegno,
la ginnastica, l'equitazione. Il principio su cui si fondava la scuola
di Vittorino, era: educare con la mente il corpo, per formare il
carattere. E ciò potette riuscirgli principalmente perchè egli era un
uomo d'animo elevato e nobilissimo, che spendeva tutto il suo stipendio
per dare educazione gratuita ai poveri, i quali si trovavano nella sua
scuola accanto ai figli del marchese di Mantova ed al giovane Federico
da Montefeltro, che fu poi il celebre duca d'Urbino. Ed anche questa
comunanza ed uguaglianza d'ogni ordine di cittadini nella scuola,
era voluta dai principii pedagogici di Vittorino, che fu il primo a
condurre l'istruzione e l'educazione secondo norme scientifiche.[159]
I buoni frutti della _Casa gioiosa_ si videro non solo a Mantova, ma
anche altrove, giacchè per lungo tempo si riconobbero gli alunni di
Vittorino da una lealtà di carattere, che faceva singolare contrasto
con la generale corruzione di quei tempi.
Ed a questa educazione si dovette in gran parte, se la Corte d'Urbino
divenne un modello fra quelle d'Italia; se il duca Federico fu buono,
leale e fedele, sebbene capitano di ventura. Celebrato universalmente
per la sua capacità strategica, per la disciplina de' suoi soldati,
e per essere allora il solo capitano, che non mancasse mai alla fede
giurata o alla parola data: conosceva il latino, la filosofia, la
storia; leggeva i classici e disputava assai volentieri di teologia.
Queste cognizioni unite a quelle acquistate nel campo e nel governo,
lo condussero a possedere, o almeno ad intendere quasi tutto lo
scibile de' suoi tempi. La sua vita procedeva con ordine, come un
orologio, e dei ritagli di tempo profittava sempre per disputare ed
istruirsi. Accompagnando Pio II a Tivoli, sotto la sferza del sole,
fra la polvere sollevata dai cavalli, al luccicare degli elmi e delle
spade, discorreva col dotto Papa sulle armi degli antichi, sulla guerra
troiana, e non riuscivano a mettersi d'accordo intorno ai confini
dell'Asia Minore.[160] Il danaro raccolto dalle ricche paghe avute
come capitano di ventura, spendeva nella pace a rendere più splendida
la città e la Corte d'Urbino. Sembrava che del suo Stato volesse fare
quasi un'opera d'arte. Il palazzo da lui costruito fu dei più celebri
in Italia, non per ricchezza o sfoggio d'architettura, ma per gusto
squisito. Vi teneva più centinaia di persone, a ciascuna delle quali
affidava un ufficio determinato, con orario preciso e istruzioni
scritte. Era come una grande scuola militare, alla quale molti signori
mandavano i loro figli, per educarli alla disciplina delle armi ed
alla eleganza dei modi. Il suo tesoro principalissimo era la ricca
biblioteca, nella quale spese 30,000 ducati,[161] occupando per
quattordici anni da trenta a quaranta copisti, in Urbino, Firenze ed
altrove.[162] Procedette nel comporla con ordine grandissimo, seguendo
in parte il concetto del Parentucelli,[163] ma cercando d'abbracciare
tutto quanto lo scibile antico e moderno.[164] Così riuscì allora
una cosa unica al mondo. Circondato da artisti italiani e stranieri,
da soldati, non aveva seco gran numero d'eruditi; ma molti di essi
corrispondevano con lui, e gli dedicavano le loro opere. Passeggiava
disarmato in mezzo al popolo; desinava frugalmente all'aperto,
ascoltando la lettura di Livio o d'altri antichi. Verso sera assisteva
agli esercizî militari e ginnastici, che facevano i giovani sul prato
di San Francesco. Il popolo amava il suo Duca, e i successori di lui
ne seguirono le tradizioni.[165] Non si può dire che Urbino dèsse uno
straordinario impulso alla cultura letteraria in Italia; ma si può ben
dire che fu come uno splendido gioiello in mezzo agli Appennini, una
città esemplare, la patria di molti uomini grandi, e di Raffaello che
vale per tutti.