6. — I MINORI STATI ITALIANI.

Se noi ci volgiamo alle piccole città ed ai minori Stati d'Italia,

vi troviamo la società sottoposta ad un numero così grande di scosse

continue e violenti, lacerata da tanti e così sanguinosi delitti, che

riesce impossibile immaginare come le arti e le lettere vi potessero

mai fiorire. I piccoli tiranni erano di continuo esposti agli assalti

dei vicini, o alle congiure che scoppiavano ogni giorno nei loro Stati.

Quando si trattava di città come Ferrara o Bologna, la posizione

strategica della prima, l'importanza del territorio che aveva la

seconda, davano certo occasione a sempre nuove e mutabili vicende.

Quando si trattava di principi come Alessandro Sforza di Pesaro, che

aveva il sostegno del fratello a Milano, o di Federico d'Urbino, che

era valoroso capitano di ventura, e poteva difendersi col suo proprio

esercito, allora, se non s'evitavano sempre i pericoli, si riusciva

almeno più facilmente a salvare lo Stato. Ma là dove simili aiuti

mancavano, noi abbiamo una serie non interrotta di fatti sanguinosi,

simili a quelli dei Baglioni in Perugia. Questi non arrivarono mai

nella città ad una signoria sicura: era il predominio d'una famiglia,

con un capo non sempre riconosciuto in essa, e un forte partito

avverso, alla testa del quale si trovavano gli Oddi. Tutto era pieno

d'armi e di bravi, e da un momento all'altro scoppiavano tumulti

violenti. Verso la fine del secolo XV gli scontri dentro e fuori della

città furono tanti e tali, che le case del contado ne cadevano in

rovina, i campi erano devastati, i contadini facevano gli assassini, i

cittadini si davano alle bande di ventura, e i lupi mangiavano «carne

di cristiani.»[151] Eppure era questo il tempo, in cui fioriva a

Perugia la più nobile, ideale e delicata pittura della scuola umbra:

era sempre il contrasto medesimo che allora s'osservava per tutto in

Italia.

Sigismondo Pandolfo Malatesta di Rimini fu un altro dei piccoli

tiranni, e fra i più singolari. Capitano di ventura rinomato,

quantunque non avesse mai comandato grossi eserciti, si dimostrò più

volte un vero mostro di crudeltà. Respinse la sua prima sposa, dopo

averne ricevuta la dote; la seconda e la terza ammazzò per gelosia o

vendetta; amò per altro con ardore fino alla morte la sua concubina

Isotta. Insanguinato in mille delitti, era irreligioso e cinico oltre

misura. Sulla sua tomba volle che si ponesse questa iscrizione:

Porto le corna ch'ogn'uno le vede,

E tal le porta che non se lo crede.

Negava Iddio, negava l'immortalità dell'anima, e quando arrivavano

le scomuniche del Papa, domandava se gli scomunicati continuassero a

gustare il buon vino ed i buoni pranzi. In occasione d'una gran festa,

fece empire d'inchiostro la pila dell'acqua benedetta, per ridere

dei fedeli che, senza avvedersene, si tingevano il volto.[152] Eppure

anch'egli era circondato di letterati, ad alcuni dei quali donò terre,

ad altri assegnò stipendî; e nel suo castello, _Arx Sismundea_, essi

lodavano il principe e il suo amore per la bella Isotta, a cui fu

innalzato nella chiesa di San Francesco un monumento, _Divae Isottae

sacrum_, accanto a quello del suo amante. La chiesa stessa, a cui

lavorò Leon Battista Alberti dal 1445 al 50, e che riuscì uno dei più

eleganti, dei più belli edifizî del Rinascimento, porta in fronte il

nome di Sigismondo, e nei fregi le lettere S(igismundus) ed I(sotta).

Nei due lati esteriori si trovano nicchie destinate a servir di

tomba ai soldati ed agli eruditi della Corte. E tutto questo non era

in lui affettazione; rispondeva invece ad un bisogno reale del suo

spirito culto ed artistico. Pio II che fu in aspra guerra con lui, e

lo bruciò in effigie, scrisse, che egli «conosceva le istorie, aveva

una grande cognizione della filosofia, e sembrava nato a tutto ciò che

intraprendeva.»[153]

A Ferrara, a Mantova, Urbino, le cose pigliavano ben diverso aspetto.

Senza essere grandi centri, come Roma e Firenze, esse riuscirono ad

avere una fisonomia ed importanza propria nella storia delle lettere.

Più di tutte fu celebre Ferrara. La sua posizione strategica la rese

in mezzo alle sue varie vicende, indipendente, non potendo nessuno

dei grandi Stati italiani permettere che altri se ne impadronisse.

I Signori d'Este che la dominarono e fortificarono, furono uomini

d'ingegno e spesso anche di molto valor militare. Nell'interno del

palazzo ducale seguirono spesso scene di sangue. Parisina, moglie del

bastardo Niccolò III, innamoratasi d'un figlio naturale del marito,

ebbe con l'amante tronca la testa (1425). E il Duca dovette poi

consolidare il suo regno, combattendo l'avversa nobiltà, con ogni arte

di guerra, con ogni sorta di tradimento. Succedono due bastardi di

questo bastardo, Lionello e Borso. Più tardi Ercole, figlio legittimo

di Niccolò III, strappa colle armi il dominio di mano al figlio di

Lionello, facendo sanguinosa strage dei nemici. E così si continuò

anche nel secolo XVI, quando il cardinale Ippolito fece cavare gli

occhi al fratello Giulio, altro bastardo, perchè lodati dalla donna che

corteggiavano insieme, e che ne adduceva al Cardinale la irresistibile

bellezza, come causa della sua preferenza. L'operazione fu male

eseguita, e dètte occasione ad altre tragedie nella infausta Corte,

perchè Giulio, che era restato con un occhio solo, cospirò insieme

con don Ferrante contro il comune fratello, il duca Alfonso I,[154]

marito di Lucrezia Borgia. Il Cardinale rivelò la trama (1506), e i

due fratelli furono condannati al carcere perpetuo, in cui don Ferrante

morì, e donde Giulio fu liberato solo quando successe il duca Alfonso

II (1559).

Pure questa appunto fu la Corte tanto celebrata per lo splendore di

lettere e di arti fino ai tempi del Boiardo, dell'Ariosto e del Tasso,

che la illustrarono coi loro nomi, colle loro opere immortali. Nel

Medio Evo essa era stata città longobarda, feudale e cavalleresca, e

non aveva nei secoli XIII e XIV partecipato al gran moto letterario

che s'era visto a Firenze. Nel secolo XV fu invece una delle città

d'Italia per lettere e cultura più fiorenti. I disordini della

Corte, circoscritti principalmente dentro le mura del palazzo ducale,

sembrava che di rado turbassero la città. Costruita secondo un disegno

prestabilito, amministrata con ordine, v'accorrevano esuli da Firenze

e da altre parti d'Italia; vi si fermavano, v'edificavano palazzi.

Le vie, le case ora deserte, bastavano allora appena a contenere

la popolazione. I suoi duchi provvedevano a tutto, e vi chiamavano

dotti, fra i quali tiene il primo posto Guarino Veronese, che portando

l'erudizione a Ferrara, dove così vive erano le tradizioni feudali e

cavalleresche, vi promosse quel rinascimento letterario che ci dètte

poi l'_Orlando Innamorato_, l'_Orlando Furioso_ e tanti altri lavori,

di cui la fama non perirà mai.[155]

Nato nel 1370 imparò il greco a Costantinopoli, di dove tornò con una

ricca mèsse di codici, che gli erano così cari da far generalmente

prestar fede alla favola, che egli incanutisse a un tratto, per

averne perduto buona parte in un naufragio.[156] Insegnò prima a

Firenze, poi a Venezia, dove ebbe a discepolo Vittorino da Feltre, nel

quale infuse la sua dottrina e i suoi principî educativi. Chiamato

nel 1424 da Niccolò III, per esser maestro di Lionello e professore

nell'Università, dandosi con febbrile ardore al doppio ufficio, scrisse

un numero assai grande di opere: traduzioni di Plutarco, Platone,

Strabone e Luciano; biografie, grammatiche e più di cinquanta orazioni.

Il merito principale di lui sta più che altro nel suo nobile carattere

e nel suo insegnamento, nel quale ebbe grande originalità, e da cui

ottenne resultati singolarissimi. Buon padre di famiglia, temperato

e sobrio nel vivere, non mai maldicente, viveva fra i suoi scolari,

dei quali aveva sempre piena la casa. Si diceva che erano usciti più

dotti dalla sua scuola che Greci dal cavallo troiano. E veramente più

di trenta de' suoi alunni furono celebrati come eruditi,[157] sebbene

Vittorino da Feltre fosse il solo che arrivasse ad una fama duratura.

Ma l'opera di Guarino va misurata dall'impulso che dètte agli studî in

Ferrara, la quale fu dal suo insegnamento e dal governo di Lionello e

Borso d'Este, suoi alunni, trasformata in una piccola Atene italiana.

Egli continuò a lavorare con lo stesso zelo fino alla sua morte,

avvenuta il 4 dicembre 1460, novantesimo della sua età, quando spirò

fra le braccia de' suoi, amato e venerato da tutti.

I Gonzaga di Mantova, alcuni dei quali comandarono poderosi eserciti,

non commisero mai quei delitti che resero così sanguinosa la storia

degli Este. La loro Corte, è vero, fu assai splendida solamente nel

secolo XVI, ai tempi del Bembo, del Bandello, dell'Ariosto e del Tasso,

massime quando viveva la buona marchesa Isabella. Pure nel secolo

XV Mantova fu illustrata dalla dimora colà di Vittorino Rambaldoni

da Feltre (n. 1378, m. 1446), il primo educatore moderno, ed il più

illustre discepolo di Guarino. Chiamato (1423) da Gio. Francesco

Gonzaga, che gli dètte un lauto stipendio ed un locale, fondò in

esso il suo celebre convitto, che prese il nome di _Casa gioiosa_,

o semplicemente _Gioiosa_. Secondo alcuni avrebbe avuto questo nome

per l'allegria che vi dominava in conseguenza dei buoni principî

pedagogici; ma il vero è che l'edilizio in cui fu messo il convitto

aveva già prima il nome di _Zoiosa_.[158] Vi s'insegnavano le lingue

classiche, per le quali furono chiamati Greci assai rinomati, come

il Gaza ed il Trapezunzio. A queste e ad altre discipline comuni alle

scuole di quel tempo, s'aggiungevano la musica, la danza, il disegno,

la ginnastica, l'equitazione. Il principio su cui si fondava la scuola

di Vittorino, era: educare con la mente il corpo, per formare il

carattere. E ciò potette riuscirgli principalmente perchè egli era un

uomo d'animo elevato e nobilissimo, che spendeva tutto il suo stipendio

per dare educazione gratuita ai poveri, i quali si trovavano nella sua

scuola accanto ai figli del marchese di Mantova ed al giovane Federico

da Montefeltro, che fu poi il celebre duca d'Urbino. Ed anche questa

comunanza ed uguaglianza d'ogni ordine di cittadini nella scuola,

era voluta dai principii pedagogici di Vittorino, che fu il primo a

condurre l'istruzione e l'educazione secondo norme scientifiche.[159]

I buoni frutti della _Casa gioiosa_ si videro non solo a Mantova, ma

anche altrove, giacchè per lungo tempo si riconobbero gli alunni di

Vittorino da una lealtà di carattere, che faceva singolare contrasto

con la generale corruzione di quei tempi.

Ed a questa educazione si dovette in gran parte, se la Corte d'Urbino

divenne un modello fra quelle d'Italia; se il duca Federico fu buono,

leale e fedele, sebbene capitano di ventura. Celebrato universalmente

per la sua capacità strategica, per la disciplina de' suoi soldati,

e per essere allora il solo capitano, che non mancasse mai alla fede

giurata o alla parola data: conosceva il latino, la filosofia, la

storia; leggeva i classici e disputava assai volentieri di teologia.

Queste cognizioni unite a quelle acquistate nel campo e nel governo,

lo condussero a possedere, o almeno ad intendere quasi tutto lo

scibile de' suoi tempi. La sua vita procedeva con ordine, come un

orologio, e dei ritagli di tempo profittava sempre per disputare ed

istruirsi. Accompagnando Pio II a Tivoli, sotto la sferza del sole,

fra la polvere sollevata dai cavalli, al luccicare degli elmi e delle

spade, discorreva col dotto Papa sulle armi degli antichi, sulla guerra

troiana, e non riuscivano a mettersi d'accordo intorno ai confini

dell'Asia Minore.[160] Il danaro raccolto dalle ricche paghe avute

come capitano di ventura, spendeva nella pace a rendere più splendida

la città e la Corte d'Urbino. Sembrava che del suo Stato volesse fare

quasi un'opera d'arte. Il palazzo da lui costruito fu dei più celebri

in Italia, non per ricchezza o sfoggio d'architettura, ma per gusto

squisito. Vi teneva più centinaia di persone, a ciascuna delle quali

affidava un ufficio determinato, con orario preciso e istruzioni

scritte. Era come una grande scuola militare, alla quale molti signori

mandavano i loro figli, per educarli alla disciplina delle armi ed

alla eleganza dei modi. Il suo tesoro principalissimo era la ricca

biblioteca, nella quale spese 30,000 ducati,[161] occupando per

quattordici anni da trenta a quaranta copisti, in Urbino, Firenze ed

altrove.[162] Procedette nel comporla con ordine grandissimo, seguendo

in parte il concetto del Parentucelli,[163] ma cercando d'abbracciare

tutto quanto lo scibile antico e moderno.[164] Così riuscì allora

una cosa unica al mondo. Circondato da artisti italiani e stranieri,

da soldati, non aveva seco gran numero d'eruditi; ma molti di essi

corrispondevano con lui, e gli dedicavano le loro opere. Passeggiava

disarmato in mezzo al popolo; desinava frugalmente all'aperto,

ascoltando la lettura di Livio o d'altri antichi. Verso sera assisteva

agli esercizî militari e ginnastici, che facevano i giovani sul prato

di San Francesco. Il popolo amava il suo Duca, e i successori di lui

ne seguirono le tradizioni.[165] Non si può dire che Urbino dèsse uno

straordinario impulso alla cultura letteraria in Italia; ma si può ben

dire che fu come uno splendido gioiello in mezzo agli Appennini, una

città esemplare, la patria di molti uomini grandi, e di Raffaello che

vale per tutti.

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I · 第 27 / 116 题