Alfonso d'Aragona, uomo di guerra, ma anche d'ingegno non comune,
seppe dare alla sua Corte una importanza maggiore. Egli abbandonò con
singolare rapidità il suo carattere nazionale, per divenire affatto
italiano, e gareggiare coi nostri principi nel proteggere le arti;
cercare codici antichi; studiare i classici; circondarsi di letterati,
pei quali, secondo Vespasiano, spendeva 20,000 ducati l'anno.[148] Tito
Livio era il suo idolo, tanto che raccontavano come Cosimo dei Medici,
volendo pacificarlo, gl'inviasse un codice prezioso delle opere di
quello storico. Ai Veneziani scrisse pregandoli che gli ottenessero
da Padova un osso del braccio di Livio, quasi fosse sacra reliquia.
Camminando col suo esercito, gli fu un giorno indicata Sulmona, patria
di Ovidio, e subito si fermò abbandonandosi ad esclamazioni di gioia:
il suo solenne ingresso in Napoli lo fece passando per la breccia, ed
imitando in tutto un trionfo romano.
Il Trapezunzio, il Valla, il Fazio, il Beccadelli, Porcellio de'
Pandoni furono lungamente alla sua Corte, e per breve tempo vi furono
anche il Filelfo, il Gaza, il Manetti, il Piccolomini. Tutti erano
trattati con splendore e con gentilezza. Quando il Fazio ebbe finito
la sua _Historia Alphonsi_, il Re, che pur gli dava 500 ducati l'anno,
fecegli il dono di altri 1500, dicendo: «con ciò non intendo pagare
la vostra opera, che non potrebbe aver prezzo.»[149] Quando invitò il
Manetti che fuggiva da Firenze, gli disse: «dividerò con voi il mio
ultimo pane.»
Uomo senza pregiudizî, in guerra continua coi Papi, egli dava asilo e
protezione ai dotti, quali che si fossero le loro opinioni, e garantiva
ad essi piena libertà di parola, difendendoli dall'Inquisizione e
da ogni pericolo. Così il Valla, che fu l'erudito più celebre nella
Corte, potè scrivere contro i preti, contro i Papi, ed esporre
liberamente negli scritti, dalla cattedra, le sue opinioni religiose
e filosofiche. Tutto ciò dava una fisonomia propria, una importanza
speciale alla società erudita in Napoli. Lo stesso fu di Antonio
Beccadelli più noto col nome di Panormita. Nato a Palermo nel 1394,
egli dopo avere studiato a Padova, aveva ad un tratto acquistata una
clamorosa celebrità, scrivendo un libro che fece grandissimo scandalo
per le sue indecenze, allora non anche molto in uso negli scritti
degli eruditi. Quest'opera che porta il titolo di _Hermaphroditus_, è
una raccolta d'epigrammi, i quali per arguzie spudorate, per frivolità
indecenti, superarono quanto s'era scritto fino allora ad imitazione
dei satirici romani. Non solo il mal costume in genere, ma oscenità
e vizî d'ogni sorta formavano l'argomento continuo de' suoi versi, i
quali non essendo privi d'eleganza, e molte difficoltà di stile o di
lingua avendo superate, ottennero grandissimo favore. Ma gli attacchi
contro di lui furono pure assai vivi. Egli però, senza punto perdersi
d'animo, menò vanto del suo libro, perchè aveva imitato gli antichi, e
dimostrato che il latino poteva adoperarsi a dire ogni cosa. Si difese
citando Tibullo, Catullo, Properzio, Giovenale, ed anche filosofi o
politici greci e romani che, pure essendo virtuosi, avevano scritto
simili oscenità, ed aggiungeva che se tali erano le sue poesie, la sua
vita era invece senza macchia.[150] Il rumore continuò tuttavia assai
grande. Poggio, che non era certo scrupoloso, lo biasimò; i frati
Minori lo fulminarono dal pergamo, e secondo il Valla lo bruciarono
anche in effigie. Ma Guarino Veronese, dotto assai celebrato, vecchio
allora di 63 anni, padre di molti figli, carattere intemerato, incapace
egli stesso d'imitarlo, pur lo difese arditamente, deridendone i
detrattori, i quali «non sanno, egli diceva, che la vita ha uno scopo,
la poesia un altro.» E queste erano veramente le idee del secolo.
Sigismondo re dei Romani coronò il Panormita in Siena poeta laureato,
e l'_Ermafrodito_ fece scuola, tanto che lo scrivere indecenze latine
fu d'allora in poi quasi un pregio per l'erudito italiano. Alfonso,
non curandosi punto delle accuse lanciate contro il poeta, fermo nel
voler dare asilo a tutti coloro che gli altri perseguitavano, tenne
sempre il Panormita in grande onore. E questi scrisse i suoi _Dicta et
facta Alphonsi_, ricevendone in premio mille ducati; poi, _Alphonsi
regis triumphus_, lettere, orazioni, poesie latine, tutte opere che
lo dimostrano facile scrittore senza merito singolare. Leggeva e
commentava al Re Livio, Virgilio, Seneca; venne dichiarato nobile;
ebbe una villa e molti danari. Bartolommeo Fazio e gli altri erano
uomini anche di minor valore. Ma l'ingegno veramente originale della
Corte restò sempre il Valla, che contribuì non poco ad alimentare in
Napoli lo spirito critico e filosofico, cui per natura quel popolo è
inclinato. Un altro uomo eminente era colà Giovanni Gioviano Pontano;
ma questi fiorì più tardi, ed appartiene ad un periodo successivo nella
storia delle nostre lettere.