5. — GLI ERUDITI A NAPOLI.

Alfonso d'Aragona, uomo di guerra, ma anche d'ingegno non comune,

seppe dare alla sua Corte una importanza maggiore. Egli abbandonò con

singolare rapidità il suo carattere nazionale, per divenire affatto

italiano, e gareggiare coi nostri principi nel proteggere le arti;

cercare codici antichi; studiare i classici; circondarsi di letterati,

pei quali, secondo Vespasiano, spendeva 20,000 ducati l'anno.[148] Tito

Livio era il suo idolo, tanto che raccontavano come Cosimo dei Medici,

volendo pacificarlo, gl'inviasse un codice prezioso delle opere di

quello storico. Ai Veneziani scrisse pregandoli che gli ottenessero

da Padova un osso del braccio di Livio, quasi fosse sacra reliquia.

Camminando col suo esercito, gli fu un giorno indicata Sulmona, patria

di Ovidio, e subito si fermò abbandonandosi ad esclamazioni di gioia:

il suo solenne ingresso in Napoli lo fece passando per la breccia, ed

imitando in tutto un trionfo romano.

Il Trapezunzio, il Valla, il Fazio, il Beccadelli, Porcellio de'

Pandoni furono lungamente alla sua Corte, e per breve tempo vi furono

anche il Filelfo, il Gaza, il Manetti, il Piccolomini. Tutti erano

trattati con splendore e con gentilezza. Quando il Fazio ebbe finito

la sua _Historia Alphonsi_, il Re, che pur gli dava 500 ducati l'anno,

fecegli il dono di altri 1500, dicendo: «con ciò non intendo pagare

la vostra opera, che non potrebbe aver prezzo.»[149] Quando invitò il

Manetti che fuggiva da Firenze, gli disse: «dividerò con voi il mio

ultimo pane.»

Uomo senza pregiudizî, in guerra continua coi Papi, egli dava asilo e

protezione ai dotti, quali che si fossero le loro opinioni, e garantiva

ad essi piena libertà di parola, difendendoli dall'Inquisizione e

da ogni pericolo. Così il Valla, che fu l'erudito più celebre nella

Corte, potè scrivere contro i preti, contro i Papi, ed esporre

liberamente negli scritti, dalla cattedra, le sue opinioni religiose

e filosofiche. Tutto ciò dava una fisonomia propria, una importanza

speciale alla società erudita in Napoli. Lo stesso fu di Antonio

Beccadelli più noto col nome di Panormita. Nato a Palermo nel 1394,

egli dopo avere studiato a Padova, aveva ad un tratto acquistata una

clamorosa celebrità, scrivendo un libro che fece grandissimo scandalo

per le sue indecenze, allora non anche molto in uso negli scritti

degli eruditi. Quest'opera che porta il titolo di _Hermaphroditus_, è

una raccolta d'epigrammi, i quali per arguzie spudorate, per frivolità

indecenti, superarono quanto s'era scritto fino allora ad imitazione

dei satirici romani. Non solo il mal costume in genere, ma oscenità

e vizî d'ogni sorta formavano l'argomento continuo de' suoi versi, i

quali non essendo privi d'eleganza, e molte difficoltà di stile o di

lingua avendo superate, ottennero grandissimo favore. Ma gli attacchi

contro di lui furono pure assai vivi. Egli però, senza punto perdersi

d'animo, menò vanto del suo libro, perchè aveva imitato gli antichi, e

dimostrato che il latino poteva adoperarsi a dire ogni cosa. Si difese

citando Tibullo, Catullo, Properzio, Giovenale, ed anche filosofi o

politici greci e romani che, pure essendo virtuosi, avevano scritto

simili oscenità, ed aggiungeva che se tali erano le sue poesie, la sua

vita era invece senza macchia.[150] Il rumore continuò tuttavia assai

grande. Poggio, che non era certo scrupoloso, lo biasimò; i frati

Minori lo fulminarono dal pergamo, e secondo il Valla lo bruciarono

anche in effigie. Ma Guarino Veronese, dotto assai celebrato, vecchio

allora di 63 anni, padre di molti figli, carattere intemerato, incapace

egli stesso d'imitarlo, pur lo difese arditamente, deridendone i

detrattori, i quali «non sanno, egli diceva, che la vita ha uno scopo,

la poesia un altro.» E queste erano veramente le idee del secolo.

Sigismondo re dei Romani coronò il Panormita in Siena poeta laureato,

e l'_Ermafrodito_ fece scuola, tanto che lo scrivere indecenze latine

fu d'allora in poi quasi un pregio per l'erudito italiano. Alfonso,

non curandosi punto delle accuse lanciate contro il poeta, fermo nel

voler dare asilo a tutti coloro che gli altri perseguitavano, tenne

sempre il Panormita in grande onore. E questi scrisse i suoi _Dicta et

facta Alphonsi_, ricevendone in premio mille ducati; poi, _Alphonsi

regis triumphus_, lettere, orazioni, poesie latine, tutte opere che

lo dimostrano facile scrittore senza merito singolare. Leggeva e

commentava al Re Livio, Virgilio, Seneca; venne dichiarato nobile;

ebbe una villa e molti danari. Bartolommeo Fazio e gli altri erano

uomini anche di minor valore. Ma l'ingegno veramente originale della

Corte restò sempre il Valla, che contribuì non poco ad alimentare in

Napoli lo spirito critico e filosofico, cui per natura quel popolo è

inclinato. Un altro uomo eminente era colà Giovanni Gioviano Pontano;

ma questi fiorì più tardi, ed appartiene ad un periodo successivo nella

storia delle nostre lettere.

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I · 第 26 / 116 题