4. — MILANO E FRANCESCO FILELFO.

Dopo di Firenze e Roma, le altre città italiane hanno assai minore

importanza per la storia delle lettere. Anche nelle repubbliche come

Genova e Venezia, esse fiorirono più tardi assai che in Toscana. Napoli

era stata troppo lungamente in una quasi anarchia, ed a Milano poco

si poteva sperare sotto un mostro come Filippo Maria Visconti, un

capitano di ventura come Francesco Sforza, o un giovane dissoluto e

crudele come il figlio di lui, Galeazzo Maria. Eppure tali erano allora

le condizioni dello spirito italiano, che nessuno poteva o sapeva

allontanarsi affatto dagli studi, e dal proteggere gli studiosi. Lo

stesso Visconti sentiva il bisogno di leggere Dante ed il Petrarca, e

cercava d'avere intorno a sè alcuni dotti. Era però difficile trovare

chi a lungo volesse rimanere presso di lui. Il Panormita, uomo assai

poco scrupoloso, non fu trattenuto neppure da un soldo di 800 zecchini,

ed andò via a cercare fortuna altrove. L'uomo fatto proprio per quella

Corte era solo Francesco Filelfo da Tolentino, che vi trovò un sicuro

asilo donde insultare da lontano i suoi nemici, e vivere adulando

o vendendo la propria penna. Costui si credeva ed era generalmente

creduto uno dei più grandi ingegni del secolo; ma, privo invece d'ogni

vera originalità, aveva una dottrina assai confusa ed incerta. Mandato

dalla repubblica veneziana ambasciatore a Costantinopoli, dove sposò

la figlia del suo maestro di greco, Emanuele Crisolora, tornò in

Italia nel 1427, in età di 29 anni. Portò molti manoscritti, parlava

e scriveva greco, aveva una grande facilità nel compor versi latini,

e ciò bastava allora a farlo subito giudicare uomo straordinario.

La sua immensa vanità, il suo carattere irrequieto fecero il resto.

Chiamato ad insegnare nello Studio fiorentino, scrisse subito a tutti

che aveva avuto felicissimo successo: «perfino le nobili matrone, egli

diceva, mi cedono il passo nella via!» Ben presto però fu in guerra con

tutti; divenne aspro nemico dei Medici, e si unì a coloro che volevano

uccidere Cosimo, quando era ancora prigioniero in Palazzo Vecchio;[141]

finalmente dovette fuggirsene a Siena, dove corse pericolo d'essere

ammazzato da uno che egli credè sicario dei Medici. Intanto a Firenze

era processato e condannato come cospiratore contro la vita di Cosimo,

di Carlo Marsuppini e d'altri.

A Siena scrisse le sue _Satire_ oscene contro Poggio; più tardi lo

troviamo a Milano, dove riceve uno stipendio di 700 zecchini l'anno,

e la casa; esalta la virtù e sopra tutto la liberalità del suo «divino

principe,» Filippo Maria Visconti, quel tiranno cui non sarebbe facile

trovar l'eguale in perfidia e crudeltà. Morto il Visconti e proclamata

la Repubblica Ambrosiana a Milano, lodò i nuovi Padri Coscritti; poi

fece parte della deputazione che andò a portare le chiavi di Milano

a Francesco Sforza, in onore del quale scrisse il suo gran poema, _La

Sforziade_.

Autore fecondo di biografie, satire, epistole, la sua eloquenza

somigliava, come disse il Giovio, ad un fiume non contenuto da

argini, che straripa ed intorbida ogni cosa. Pure egli si teneva il

dispensatore della immortalità, della fama e dell'infamia. Quando dovè

scrivere in italiano un comento al Petrarca, deplorava l'avvilimento

cui era condotta la sua epica musa. A vendere però i suoi versi

latini e le sue lodi al maggiore offerente era sempre pronto, e non si

vergognava.

Le sue opere principali, oltre le _Satire_, furono due, e restarono

inedite, senza gran danno delle lettere. La prima, intitolata _De Iocis

et seriis_, è una raccolta d'epigrammi, divisa in dieci libri, ognuno

di mille versi, secondo la retorica, artificiosa sempre, dell'autore.

Piena di facezie, d'insulti osceni e poco poetici, sembra avere per

unico scopo dimostrare la facilità dell'autore nello scrivere versi,

e guadagnar danari con basse adulazioni o più basse ingiurie. Ora è la

figlia che non ha dote, o le vesti di lei sono lacere; ora la musa del

Filelfo tace per mancanza di danari, ed egli supplica, tra minaccioso

ed umile, per averne.[142] Il 18 giugno 1459, quando lavorava a

quest'opera, egli scrisse al cardinal Bessarione: «Ora che sono libero

dalla febbre, vengo a soddisfare il mio debito verso di voi e verso

il Santo Padre Pio II, cioè a scriver dei versi ricevendo in cambio

danaro.»[143]

Nè diversamente si condusse, quando scriveva l'altra sua opera,

del pari inedita, _La Sforziade_, in 24 canti, dei quali si trovano

nelle biblioteche solo dieci. Essa pretende di essere un poema epico

sulle imprese dello Sforza, a cominciare dalla morte di Filippo

Maria Visconti. In versi sempre facili, che imitano Virgilio e più

spesso Ovidio, l'autore esalta fino alle stelle tutte le azioni, le

perfidie stesse del suo eroe. Gli Dei dell'Olimpo, qualche volta anche

Sant'Ambrogio o altri santi cristiani, sono i veri attori di questo

dramma; ma essi restano sempre mere astrazioni, e riescono solo a

togliere ogni personalità all'eroe del poema. La vera poesia manca

sempre, ed il Filelfo ha più ragione che non crede, quando dichiara che

la musa davvero ispiratrice è per lui il danaro. Quando doveva chiamar

sulla scena qualche nuovo personaggio allora vivente, cominciava

subito a patteggiare. Guai a chi non lo pagava! E così riceveva danari,

commestibili, cavalli, vesti, ogni cosa. Diceva di esser povero e di

aver fame, quando viveva nel lusso con sei persone di servizio e sei

cavalli. Deplorava la miseria in cui era, secondo lui, tenuta la sua

musa immortale; si vergognava di stentare, ma non di pitoccare. E tutti

gli davano ascolto, perchè temevano i suoi versi. Perfino Maometto

II liberò dalla prigionìa la suocera e la cognata del Filelfo, quando

questi gli mandò un'ode ed una lettera in greco, che diceva: «Io sono

uno di coloro i quali, celebrando con la eloquenza i fatti illustri,

rendono immortali coloro che di natura sono mortali, ed ho intrapreso

a narrare le vostre gesta gloriose, che, per le colpe dei Latini e la

volontà di Dio, vi hanno dato la vittoria.»[144] Una eguale condotta

tenne nello scrivere le _Satire_, che furono cento, divise in dieci

decadi, e ogni satira essendo di 100 versi, era da lui chiamata

_Hecatostica_.

Di Roma non fu molto contento il Filelfo. Ebbe da Niccolò V, è ben

vero, un dono di 500 ducati d'oro, quando gli lesse le _Satire_; fu

colmato di gentilezze; gli fu dato l'incarico di tradurre Omero con

l'offerta di lauto stipendio, di donativi, casa e altro ancora, se

accettava. Ma egli ricusò tutto, avendo altre mire. Dopo la morte della

sua prima moglie aveva fatto capire che sarebbe andato a Roma, quando

gli avessero dato prima o poi un cappello cardinalizio, e ripetette la

stessa dichiarazione dopo la morte della seconda moglie. Non essendo

riuscito nell'intento, prese una terza moglie, e respinse per sempre

ogni invito. Morto lo Sforza, però, tutto mutò per lui; egli cadde

nella miseria, e dovè raccomandarsi a Lorenzo dei Medici, che lo

richiamò allo Studio in Firenze, dove, arrivato in età di 83 anni,

nel 1481, esausto di danari e di forze, dopo poco morì. Il Filelfo

fu un esempio di quel che potevano allora una grande memoria, una

grande facilità nello scrivere o parlare varie lingue, una grandissima

petulanza e superbia, senza carattere, senza moralità e senza

originalità.[145]

Egli non fu certamente il solo erudito a Milano. Al tempo di Francesco

Sforza vi troviamo, come già si disse, Cicco Simonetta, segretario

dottissimo; Giovanni fratello di lui e storiografo del Duca, di cui

narrò le vicende dal 1423 al '66, in una storia che non è senza pregio,

perchè egli descriveva ciò che aveva veduto; Guiniforte Barsizza,

maestro dei due figli del Duca, Galeazzo Maria e Ippolita divenuta

celebre pei suoi discorsi latini.[146] Battista Sforza, figlia

d'Alessandro, signore di Pesaro e fratello di Francesco, anch'ella

celebre pei suoi discorsi latini,[147] fu del pari educata in questa

Corte. Ma tutto ciò non basta per dare a Milano un valore suo proprio

nella storia dell'erudizione.

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I · 第 25 / 116 题