3. — GLI ERUDITI IN ROMA.

Dopo Firenze, la città di maggiore importanza per le lettere è di

certo Roma. I Papi sin dai tempi del Petrarca cominciarono a sentire

il bisogno di far scrivere i loro Brevi da qualche dotto in latino.

E sotto Martino V gli eruditi della Curia già pretendevano nelle

pubbliche funzioni d'aver la precedenza sugli avvocati concistoriali,

di cui parlavano con disprezzo.[103] Fra di essi, come già vedemmo,

Poggio Bracciolini primeggiava, e con lui si trovavano altri di

minor fama, come Antonio Lusco, scrittore di epistole in versi e di

epigrammi, che aveva cavato dalle Orazioni di Cicerone le regole della

retorica, e composto così un formulario da servirsene per trattare in

linguaggio classico gli affari della Curia.[104] Gli eruditi però,

che a Firenze avevano una vera importanza sociale, ed una grande

indipendenza, a Roma invece erano in ufficî subordinati, nei quali

spesso guadagnavano bene, ma in sostanza potevano solo aspirare alla

condizione di cortigiani favoriti. Tuttavia ogni giorno crescevano di

numero, entrando nell'Abbreviatura, dove si trovarono sino a cento

scrittori di Brevi, o nella privata segreteria del Papa, dove si

portava l'abito ecclesiastico senza obbligo di prendere gli ordini

sacri. L'ufficio di abbreviatore era stabile, quello di segretario

durava generalmente quanto la vita del Papa; dava però molti incerti

guadagni, e la speranza di farsi strada coi possibili favori: ambedue

si comperavano a caro prezzo (chè a Roma tutto allora si vendeva), ma

il primo era preferito e si pagava di più.[105]

L'età dell'oro per gli eruditi in Roma fu quella di Niccolò V, il

quale, potendo, avrebbe portato nella Città Eterna tutti i codici del

mondo, tutti i dotti e tutti i monumenti di Firenze. Le economie che

fece, e i danari del giubileo nel 1450 gli dettero modo di mettersi

all'opera. La Curia e la Segreteria furono subito piene di eruditi

che il Papa, il quale conosceva poco o punto il greco, occupava a far

traduzioni, pagandole lautamente. Al Valla fu affidata la traduzione

di Tucidide, finita la quale ebbe 500 scudi e l'incarico di tradurre

Erodoto; al Bracciolini quella di Diodoro Siculo; a Guarino Veronese,

che era in Ferrara, quella di Strabone con la promessa di 500 scudi

per ogni parte dell'opera; altri ebbero altre commissioni. Solo per

una traduzione in versi latini d'Omero, Niccolò V non potè trovare

l'uomo adatto, quantunque avesse cercato per tutto, e fatte al Filelfo

le più larghe offerte. Anche gli esuli greci Teodoro Gaza, Giorgio

Trapezunzio, il Bessarione e molti altri accorsero a Roma, e parecchi

di essi ricevettero gli stessi ufficî e le medesime commissioni. La

più parte di questi erano però specie d'avventurieri irrequieti, che

avevano mutato religione per la speranza di guadagni. Il Bessarione,

convertito anch'egli, era invece uomo assai autorevole e sincero, dotto

e conoscitore del latino più de' suoi connazionali, cardinale, ricco,

gran raccoglitore di codici,[106] e la pretendeva inoltre a Mecenate.

Niccolò V lo mandò coll'ufficio di Legato a Bologna, probabilmente,

così almeno si disse, per non vederlo quasi suo emulo in Roma.

Tutta questa grande società di traduttori ed emigrati, riuniti dai

danari del Papa, si poteva dire un'accozzaglia d'elementi eterogenei.

Essa di certo valse assai a diffondere i risultati del lavoro iniziato

in Firenze, ma era incapace di opere veramente originali; fece molte

utili traduzioni, ma si può anche osservare, che se quelle del Bruni

a Firenze avevano aperto una via nuova agli studî, ed erano fatte da

un uomo che le aveva intraprese di sua iniziativa, quelle pagate da

Niccolò V erano invece lavori di commissione, eseguiti assai spesso

da dotti, il cui merito principale non era la cognizione del greco,

o da emigrati greci che conoscevano poco il latino. Ciò che di più

notevole ed originale produsse questa società romana di dotti, furono

opere come le _Facezie_ del Bracciolini, le _Invettive_ dello stesso

o l'_Antidoto_ del Valla, con le quali opere abbiam visto che basse

ingiurie quegli eruditi si scagliassero fra di loro. Il Papa avrebbe

potuto facilmente mettere un freno al poco edificante spettacolo,

ma sembrava invece compiacersene. Sotto il suo pontificato però, è

necessario notarlo, vennero da coloro che egli proteggeva pubblicate

anche opere di argomento grave, e di grandissima importanza; ma queste

appunto o non furono scritte in Roma, o non furono incoraggiate da lui.

Era assai naturale che chi aveva formato una così grande officina

di traduttori, fondasse ancora una grande biblioteca. Ed infatti, se

prima di lui Martino V aveva già cominciato a raccogliere codici; se

dopo di lui Sisto IV aprì al pubblico la famosa biblioteca Vaticana,

il vero fondatore di essa, come abbiamo altrove accennato, fu Niccolò

V. Enoch di Ascoli corse il mondo cercando codici nei conventi, con

Brevi che lo raccomandavano, perchè potesse copiare o comprare;[107]

Giovanni Tortello, autore d'un Manuale d'ortografia pei copisti,[108]

fu il bibliotecario di questo Papa che, secondo Vespasiano, raccolse

5000 volumi, li legò con grandissimo lusso, e spese per essi 40,000

scudi.[109] Oltre di che egli incominciò un grande restauro delle

strade, dei ponti, delle mura aureliane; pose le fondamenta d'un nuovo

Vaticano; fortificò il Campidoglio e Sant'Angelo; restaurò o costruì

di pianta un gran numero di chiese in Roma, Viterbo, Assisi, altrove,

e nuove fortezze in molte città dello Stato. Insomma coi consigli

dell'Alberti, coll'opera di Bernardo e Antonio Rosselli, Niccolò V

seppe trasformare Roma in una grande città monumentale, emulando non

solo i Medici, ma i più grandi imperatori antichi.[110]

Da tutto ciò si può facilmente comprendere come senza avere un

grande ingegno, egli riuscisse a far passare il suo nome ai posteri.

S'aggiunge ancora che il suo pontificato fu illustrato dalla presenza

di tre uomini d'ingegno assai singolare, due dei quali adoperati da

lui. E sebbene le loro opere più originali o non fossero, come dicemmo,

scritte in Roma, o appunto di esse il Papa non sembrasse curarsi

affatto, pure gliene venne indirettamente un onore che non meritava.

Il primo di essi fu Lorenzo Valla, che abbiamo veduto tra i segretarî

e traduttori, e che aveva per lo innanzi avuto una vita assai

avventurosa. Di famiglia piacentina, nato a Roma (1407), si vantava

romano. Fino a 24 anni restò in patria dove fu discepolo dell'Aurispa

e del Rinucci, ed ebbe anche soccorso di buoni consigli da Leonardo

Bruni.[111] Andò poi professore a Pavia, dove subito manifestò il

suo carattere irrequieto ed il suo ingegno originale. In quel gran

centro di studî legali attaccò fieramente la dottrina del celebre

Bartolo, a cagione dello stile barbaro e scolastico di lui. Ignorando,

egli diceva, il classico linguaggio dell'antichità, col quale la

giurisprudenza romana era e doveva essere scritta, ignorando anche la

storia, non poteva Bartolo intendere il vero significato delle leggi di

Roma, nè commentarle a dovere. Questa audacia parve un'eresia, e destò

tale rumore fra gli studenti di legge, che il povero Valla dovè fuggire

da Pavia, ed andare insegnando in altre città.[112]

Pure in mezzo a queste inquietudini, egli dètte alla luce la sua

prima opera, _De voluptate et vero bono_,[113] nella quale troviamo

subito un vero pensatore, e vediamo come dall'erudizione nascesse

allora lo spirito nuovo del Rinascimento. Ponendo a confronto le

dottrine degli stoici e degli epicurei, esaltava il trionfo dei sensi,

ribellandosi contro ogni mortificazione della carne. — Scopo della

vita, egli dice francamente, sono la felicità, il piacere, e noi

dobbiamo cercarli, perchè la natura ce lo impone. La virtù stessa, che

deriva dalla volontà e non dall'intelletto, è un mezzo per giungere

alla beatitudine, che è la felicità vera, sempre incompiuta su questa

terra. Noi non possiamo colla ragione spiegar tutto: i dommi della

religione restano spesso un mistero, e la filosofia cerca solo, se

può, di esporli razionalmente; non è possibile neppure conciliare il

libero arbitrio colla preveggenza divina. La scienza si fonda sulla

ragione, che è in armonia colla realtà delle cose; sulla natura, che

è Dio stesso. La verità si manifesta in una forma semplice, precisa,

vera; la logica e la retorica son quasi una sola e medesima cosa;

uno stile confuso e scorretto accusa verità mal comprese, una scienza

falsa o incompiuta. — E quindi egli attaccava fieramente la scolastica,

Aristotele, Boezio, facendo continuo appello dall'autorità al sano uso

della ragione, alla realtà, alla natura, che veniva da lui esaltata

in mille modi. Questo bisogno del reale, questa redenzione dei sensi

e della natura, formano il concetto dominante e l'anima di tutto il

libro; costituiscono l'indole propria degli scritti del Valla: è in

sostanza lo spirito stesso del Rinascimento, che viene con lui alla

luce. Non si tratta qui di un nuovo sistema filosofico; ma si vede che

la natura ed il buon senso trionfano; e l'indipendenza della ragione si

presenta a noi come una conseguenza logica dell'antichità risorta, come

una conquista ormai compiuta.

Quest'opera avrebbe ottenuto assai migliore successo, se il Valla,

spirito irrequieto e battagliero, che amava qualche volta il paradosso,

non si fosse lasciato trascinar troppo dalla sua penna. Pigliando la

difesa dei sensi, egli dichiara che la verginità è contro natura, e fa

dire al Panormita, che se le leggi di questa debbono essere rispettate,

le cortigiane sono più utili al genere umano che le monache. Esponendo

e difendendo la dottrina di Epicuro contro gli stoici, condannando

tutto ciò che significa disprezzo del mondo, si lascia andare a molte

espressioni contrarie allo spirito ed alla lettera delle dottrine

cattoliche, anzi cristiane. E quantunque dichiarasse di voler

rispettare l'autorità della Chiesa, i suoi attacchi contro il clero

erano fierissimi, e più pericolosi assai di quelli di Poggio e degli

altri eruditi, perchè questi si valevano del frizzo, il Valla, invece,

della critica. Per tutte queste ragioni si levò un gran rumore contro

di lui, e fu subito accusato d'eretico, d'epicureo e profanatore d'ogni

cosa sacra. Nè gli valse difendersi col dire che il vero piacere, la

vera felicità eran per lui la beatitudine divina; perchè gli venivan

gettate in viso le frasi più aggressive e audaci della sua opera,

ricordati i fatti più immorali della sua vita, che prestava il fianco a

molti attacchi.

Dopo aver insegnato in varie città, il Valla si trova dal 1435 al

'42 presso Alfonso d'Aragona, ne è fatto segretario nel '37, e lo

accompagnò nelle imprese militari, che poi portarono quel principe al

trono di Napoli.[114] Nel '44 egli era a Roma, ma dovette fuggirne,

ricoverandosi di nuovo a Napoli, per le persecuzioni minacciategli

a causa d'uno scritto da lui composto nel 1440: _De falso credita et

ementita Constantini donatione_.[115] Il Valla sosteneva in esso che

la donazione di Costantino non era stata mai fatta, non poteva farsi,

e che l'originale del preteso documento non fu mai visto. Esaminando

poi con la critica il linguaggio del documento, ne provava la falsità,

dimostrando che non aveva il carattere del latino del tempo. Dopo di

che attaccava fieramente la simonia del clero, osando dichiarare che

il Papa non aveva il diritto di governare nè il mondo, nè Roma; che

il dominio temporale aveva rovinato la Chiesa e privato della libertà

i Romani; minacciava poi d'incitarli anche a sollevarsi contro la

tirannìa d'Eugenio IV e contro i Papi in genere, che di pastori s'eran

fatti ladri e lupi. Quando pure, egli concludeva, la donazione fosse

vera, sarebbe nulla, perchè Costantino non poteva farla: in ogni caso i

delitti dei Papi l'avrebbero già annullata. E sperava, egli concludeva,

di vivere abbastanza per vederli costretti a tornare pastori col solo

potere spirituale. — Veramente, già durante il Concilio di Basilea, il

Cusano ed il Piccolomini avevano sostenuta la falsità della donazione,

con argomenti che si trovano anche nel Valla.[116] Ma a lui più che ad

altri si deve la demolizione del falso documento, il che potè fare con

la sua critica mordace, e con l'impeto della sua eloquenza ciceroniana.

Inoltre, come abbiam detto, egli non si fermava ad un esame letterario

e teoretico del documento, ma voleva addirittura abbattere il potere

temporale, minacciando di invitare le popolazioni ad insorgere. Non

si trattava più d'una semplice disputa teologica o storica; ma era la

prima volta che un erudito già celebre, dopo avere ampiamente esposta

la questione critica, la rendeva popolare e le dava una pratica

applicazione. Allora Alfonso d'Aragona trovavasi in guerra con Eugenio

IV, ed il Valla, pigliando le parti del suo protettore, poteva dare

libero corso alla sua eloquenza. Attaccato da preti e da frati, egli

che combatteva come sotto una fortezza, raddoppiò i colpi con altri

scritti. In questi sostenne non esser vera la lettera di Abgaro a Gesù

Cristo, pubblicata da Eusebio; che il Simbolo non era stato composto

dagli Apostoli, ma dal Concilio di Nicea. E prima aveva già notati

molti errori della Volgata, raccogliendoli in un libro d'annotazioni,

che Erasmo di Rotterdam ripubblicò più tardi con una lettera di elogio

e difesa.[117] Questi scritti e queste dispute lo fecero chiamare

dinanzi all'Inquisizione in Napoli; ma egli, sicuro dell'appoggio

del Re, si difese in parte col sarcasmo, in parte dichiarando che

rispettava i domini della Chiesa, i quali non avevano da far nulla

colla storia, colla filosofia e la filologia. Quanto alla donazione di

Costantino, non ne fu parlato, per non risollevare una questione troppo

spinosa.

Liberato da tale pericolo, continuò le sue lezioni all'Università, e

attaccò dispute letterarie con Bartolommeo Fazio e Antonio Panormita,

contro i quali scrisse quattro libri d'invettive.[118] Ma insieme con

questi lavori pubblicò altre opere storiche, filosofiche e filologiche,

dettate sempre col medesimo spirito critico ed indipendente, e fra di

esse vanno principalmente notate le _Elegantiae_ e la _Dialectica_. Le

prime[119] ebbero subito una grande popolarità, perchè il Valla in esse

fece prova di tutta la sua maestria nel latino classico, che scriveva

con eleganza e vigore. Dimostrò anche una conoscenza assai profonda,

per quel tempo, delle teorie grammaticali; ma, quel che è più, passava

insensibilmente dalle questioni filologiche alle filosofiche. Il

linguaggio, egli diceva, è formato secondo le leggi del pensiero,

per il che la grammatica e la retorica si basano sulla dialettica,

di cui sono il complemento e l'applicazione. Anche di quest'opera si

occupò Erasmo di Rotterdam, facendone un sunto che pubblicò.[120] In

essa ed in quella _De Voluptate et vero bono_, si vede tutta quanta

l'originalità dell'autore, ed il passaggio dalla erudizione alla

critica ed alla filosofia. La _Dialectica_, lavoro esclusivamente

filosofico, ha un merito assai inferiore alle _Elegantiae_, ma sostiene

anch'essa il medesimo concetto, che il vero studio del pensiero si

debba, cioè, fare collo studio del linguaggio.[121]

In mezzo a queste battaglie ed a questa attività letteraria, protetto

da un re splendido come Alfonso, in una città che per gli studî

filosofici ebbe sempre singolare attitudine, il Valla poteva esser

contento. Pure egli mirava a Roma, perchè colà era il gran centro dei

letterati, e perchè il suo stato presente non era punto sicuro. Il Re

poteva conciliarsi col Papa, poteva succedergli il figlio, e le cose

sarebbero subito mutate. Infatti, non andò guari che gli Aragonesi

tornarono d'accordo coi Papi, ed il Valla dovè pensare ai casi suoi.

Colla disinvoltura propria degli eruditi, si decise allora a mutare

strada. Cominciò collo scrivere lettere ad alcuni cardinali, dicendo

che non era stato mosso da odio ai Papi; ma da amore alla verità,

alla religione, alla gloria. Se la sua opera veniva dagli uomini,

sarebbe caduta da sè stessa; se veniva da Dio, nessuno avrebbe potuto

abbatterla. Del resto, e qui era per lui il punto importante, se con

qualche opuscolo aveva potuto far molto male alla Chiesa, dovevano

riconoscere che egli era in grado di fare ad essa altrettanto bene. Ma

tutto ciò non bastava ancora a calmare Eugenio IV, ed il Valla scrisse

addirittura la sua Apologia, indirizzandola al Papa, cui prometteva di

ritrattarsi.[122] In essa respingeva le accuse d'eresia, che «l'invidia

dei nemici gli aveva scagliate contro,» e conchiudeva: «Se non peccai,

restituisci la mia fama nel pristino suo stato; se peccai, perdonami.»

Ma neppure con ciò ottenne il resultato voluto. Solamente dopo la

elezione di Niccolò V, egli venne chiamato a Borna (1448), dove

fu adoperato a far traduzioni dal greco. Più tardi insegnò nella

Università romana, e così fra le lezioni, le traduzioni e le dispute

letterarie col Trapezunzio e con Poggio, passò la sua vita, senza

occuparsi punto di questioni religiose. Sotto Calisto III arrivò

ad essere segretario nella Curia ed anche canonico di San Giovanni

Laterano, dove venne finalmente sepolto quest'uomo, che era stato

di poco carattere e di costumi corrotti, ma di grandissimo ingegno

letterario, critico e filosofico, il novatore e pensatore più originale

fra tutti gli eruditi. Cessò di vivere il dì 1º agosto 1457.[123]

Trovavasi allora in Roma un altro erudito di molto ingegno, e questi

era Flavio Biondo o Biondo Flavio, secondo altri. Nato a Forlì nel

1388, segretario di Eugenio IV, di Niccolò V, di Calisto III e di

Pio II, fu da tutti adoperato e da tutti trascurato, a segno tale

che qualche volta indagò se poteva altrove provveder meglio alla sua

miseria. Eppure aveva servito Eugenio IV, nella prospera e nell'avversa

fortuna, con una fedeltà a tutta prova, e gli dedicò qualcuno de' suoi

importanti lavori. Lo stesso fece con Niccolò V, che era il Mecenate di

tutti gli eruditi; con Pio II, che si valse delle opere di lui, anzi ne

compendiò una, per aggiungervi il bello stile che vi mancava. Questa

era la gran colpa del Biondo, e questa lo fece restar quasi oscuro in

mezzo agli umanisti, molti dei quali non erano degni neppure di stargli

accanto. Egli non conosceva il greco, non era elegante latinista,

non era adulatore, non scriveva invettive: una sola disputa ebbe col

Bruni, che fu tutta letteraria e scientifica, sull'origine della lingua

italiana, senza alcuna personalità. Le sue Epistole non contengono

motti nè frasi eleganti, non furono quindi mai raccolte, e nessuno

scrisse la biografia di lui. Pure fu uno dei più intemerati caratteri,

dei più nobili ingegni in quel secolo, e le sue opere hanno un acume

di critica storica, che non si trova in alcuno de' contemporanei,

eccettuato forse Leonardo Aretino. Il primo lavoro del Biondo, dedicato

ad Eugenio IV, ed intitolato _Roma instaurata_, è una descrizione

di Roma pagana e cristiana, e de' suoi monumenti. In essa abbiamo il

primo tentativo serio d'una topografia compiuta della Città Eterna:

l'autore apre la via ad una scientifica restaurazione dei monumenti,

valendosi degli scrittori con critica singolarissima. Ma, quel che

è anche più notevole in un umanista, l'antichità classica non gli fa

punto dimenticare i tempi cristiani: io non sono, egli dice, di coloro

che, per la Roma dei Consoli, dimenticano la Roma di S. Pietro. E così

la sua erudizione fu più universale e profonda, s'estese al Medio Evo

ed al suo tempo. La seconda sua opera fu l'_Italia illustrata_, scritta

ad istanza d'Alfonso d'Aragona, e dedicata a Niccolò V. In essa egli

descrive l'Italia antica, determinandone le varie regioni, dando una

enumerazione delle principali città, con ricerche sui loro monumenti,

sulla loro storia antica e moderna, sugli uomini più famosi. La terza

opera, dedicata a Pio II, fu la _Roma triumphans_, in cui propose di

esporre la costituzione, i costumi, la religione dei Romani antichi,

e fece così il primo Manuale di antichità. Finalmente, oltre ad un

libro _De Origine et gestis Venetorum_, egli scrisse una storia della

decadenza dell'Impero romano, _Historiarum ab inclinatione Romanorum_,

etc., lavoro di vasta mole, del quale però abbiamo solamente le tre

prime Decadi, ed il principio della quarta. Essa doveva arrivare fino

ai tempi dell'autore; ma nello stato in cui si trova, è pure la prima

storia universale del Medio Evo, che sia degna d'un tal nome. Ed è

singolare il vedere come il Biondo ricorra alle sorgenti, e distingua

i narratori contemporanei dai posteriori, paragonandoli fra di loro.

Con quest'opera la storia comincia a divenire una scienza, e la critica

storica è già nata. Noi avremo occasione di riparlarne, quando dovremo

osservare che il Machiavelli se ne valse molto nel primo libro delle

sue _Istorie_, qualche volta traducendo addirittura. Ed anche Pio II ne

riconobbe tutta l'importanza, facendo di essa un compendio, per cercare

di darle la forma classica. E si valse molto anche d'altre opere del

Biondo, che pur lasciò morire povero e quasi oscuro (1463).[124]

Il terzo erudito di cui dobbiamo parlare, è appunto Enea Silvio de'

Piccolomini, che successe a Niccolò V col nome di Pio II (1458-64).

Noi lo vedemmo già al Concilio di Basilea, dove sostenne l'elezione

dell'antipapa Felice V, di cui fu segretario; più tardi lo vedemmo

nella cancelleria imperiale, dove restò lunghi anni, e mutò le sue

opinioni, divenendo sostenitore dell'autorità papale contro le idee del

Concilio, già prima difese da lui. Nella giovinezza s'era abbandonato

al suo carattere leggiero, al suo ingegno vario, e aveva scritto

poesie, commedie, novelle oscene, lettere in cui parlava con cinico

sarcasmo della vita dissoluta che faceva. Come erudito, anche a lui

mancava la conoscenza del greco e degli autori greci, dei quali aveva

letto solo qualcuno nelle traduzioni fatte in Italia; dei latini però,

massime di Cicerone, fece assai lungo studio: mirava alla facilità e

semplicità, seguiva l'esempio di Poggio Bracciolini, che era in ciò

quasi il suo ideale. Gli scritti del Piccolomini avevano una spontanea

disinvoltura che risultava principalmente dalle qualità pratiche del

suo ingegno, dalla conoscenza degli uomini e del mondo. Diverso in ciò

da tutti gli eruditi, scrivendo, cercava sempre di andare al pratico

ed al reale, senza farsi dominare troppo dalle classiche reminiscenze

dell'antichità. Perfino nelle sue opere oscene, invece di fermarsi a

far prova di stile, ed a citare esempî cavati dagli antichi, raccontava

fatti veri seguiti nella sua vita ed in quella degli amici. Le sue

Orazioni al Concilio non erano certo saggi di grande eloquenza, ma

avevano uno scopo chiaro, volevano ottenere un fine determinato.

Nelle Epistole, o si occupava d'affari o descriveva i paesi in cui

era; e così vediamo spesso il segretario della cancelleria imperiale,

disperato di trovarsi in mezzo a Tedeschi che bevevano birra da mattina

a sera. Gli studenti, egli dice, ne tracannano quantità enorme; un

padre svegliava i suoi bimbi la notte, per far loro a forza bere del

vino. Intanto egli diffondeva l'umanesimo italiano in Germania, e le

sue lettere formarono per molti anni l'anello di congiunzione fra i due

paesi, ricevendo da ciò la loro principale importanza storica.

Al Piccolomini mancavano il valore d'un pensatore indipendente,

l'erudizione del vero umanista e la pazienza del raccoglitore; ma

la vivacità, prontezza e spontaneità dell'uomo di lettere e di mondo

arrivavano in lui ad un tal grado da fargli giustamente, per questo

lato, attribuire una propria originalità. Egli non era un filosofo che

avesse un proprio sistema, era anzi talmente pieno dell'antichità,

che voleva confondere la filosofia greca e romana con la cristiana.

In ciò per altro non sta la vera indole del suo ingegno, la quale si

manifesta invece quando egli parla di materie affini alla filosofia, ma

più pratiche, come, per esempio, di educazione. Allora cita assai poco

Aristotele e Platone; nota invece osservazioni suggerite dalla propria

esperienza. Non riuscì mai a scrivere veri trattati scientifici, ma

ciò che in tutte le sue opere più ferma la nostra attenzione, è sempre

la descrizione dei paesi e dei costumi. Così, se scrive _De curialium

miseriis_,[125] la parte più notevole del libro è quella che narra

la vita infelice che faceva egli stesso, insieme coi minori curiali

della cancelleria imperiale, i loro viaggi, i loro alloggi in comune, i

cattivi alberghi, il pessimo desinare, la nessuna quiete.[126] In altre

delle sue opere troviamo descritti i paesi nei quali aveva viaggiato,

scene della natura, costumi, istituzioni. Questo è ciò che si presenta

a lui con maggiore evidenza, e che con maggiore evidenza egli presenta

a noi. Non è un viaggiatore che cerca regioni ignote; ma la natura è

sempre nuova per lui, sempre ammirabile, sempre gli parla. Anche quando

fu Papa, vecchio e malato, si faceva trasportare per monti e per valli,

a Tivoli, ad Albano, a Tuscolo, per contemplare la bellezza di quella

campagna, che tanto ammirava, e così bene descriveva. La forma e la

varietà della vegetazione, il sistema dei monti e dei fiumi, l'origine

filologica dei nomi, la diversità dei costumi, nulla gli sfugge, tutto

vede coordinato in unità. Genova, Basilea, Londra, la Scozia sono da

lui descritte, notando la estensione del paese, il clima, i costumi,

i cibi, il vivere, la costruzione delle case, le opinioni politiche

degli abitanti. La descrizione di Vienna è tanto vera, che qualche

volta se ne trovano anche oggi dei brani ristampati nelle _Guide_

più recenti di quella città.[127] La sua grandezza, il numero degli

abitanti, la vita dei professori e degli studenti, la costituzione

politica e amministrativa, il modo di vivere, gli scandali nelle vie,

la condizione dei nobili e dei borghesi, la giustizia, la polizia,

tutto sembra che avesse quello stesso carattere generale che Vienna

serba ancora oggi.[128] Qui non è un dotto che scrive, è un semplice

viaggiatore costretto dalla propria curiosità ad osservare e fare

osservar tutto. Il Piccolomini è l'uomo del suo tempo; le sue qualità

sono nell'atmosfera stessa che egli respira, e le manifesta tanto più

facilmente, quanto minore è la sua individuale originalità. Egli visse,

è ben vero, nel secolo degli eruditi; ma questo fu anche il secolo in

cui nascevano Leonardo da Vinci, Paolo Toscanelli, Cristoforo Colombo,

e si educava, si formava il loro genio collo spirito d'osservazione,

col metodo sperimentale.

È facile comprendere che le opere storiche e geografiche del

Piccolomini sono le più importanti; che in esse il merito principale si

trova là dove descrive cose ed uomini da lui veduti, e quando storia,

geografia, etnografia si presentano come una sola scienza. La storia

greca e romana egli conosceva solamente a brani; quella del Medio Evo

trattava leggermente, cavando molto dal Biondo e da altri, esaminando

però con acume gli scrittori di cui si serviva, il tempo, il valore,

la credibilità delle opere loro, perchè la critica era penetrata nel

sangue stesso degli uomini di quel tempo. Tuttavia non giunse mai ad

una forma, ad un rigore veramente scientifico; raccoglieva alla rinfusa

dalla memoria e da appunti in cui registrava ciò che vedeva, leggeva o

sentiva. Questo modo di comporre, unito alla sua mobilità e mutabilità

di carattere, gli fece in tempi diversi esprimere giudizî diversissimi

sopra lo stesso soggetto, perchè scriveva sempre sotto l'impressione

del momento. Ma ciò appunto cresce la spontaneità de' suoi scritti, e

ci permette di leggere nella mutabilità delle opinioni, la storia del

suo spirito.

Meditò lungamente una specie di _Cosmos_, in cui voleva scrivere la

geografia delle varie regioni allora conosciute, e la loro storia

dal principio del secolo fino ai suoi giorni. La sua _Europa_ è un

frammento di quest'opera colossale, non mai compiuta, ed in essa la

geografia è come il sostrato della storia. Egli ragionò con disordine

e senza proporzione dei popoli diversi, scrivendo assai spesso

di memoria, come era suo costume. Più tardi scrisse la geografia

dell'Asia, valendosi delle tradizioni dei geografi greci, e dei viaggi

del veneziano Conti, stato 25 anni in Persia, dei quali Poggio aveva

lasciata un'assai minuta narrazione nelle sue opere, raccolta dalla

bocca dello stesso viaggiatore.[129] L'ultima e più importante opera

del Piccolomini è la sua autobiografia, che egli scrisse quando era già

Papa, chiamandola _Commentarii_, ad imitazione di Giulio Cesare. Usava

dettarli quando gli affari lasciavano a lui tempo: sono è ben vero dei

brani mal cuciti fra loro; ma forse appunto perciò dànno una più giusta

idea delle qualità intellettuali dell'autore, e manifestano, insieme

riuniti, i varî e diversi pregi, che si trovano sparsi nelle altre sue

opere. Qui infatti egli si mostra qual era veramente come erudito,

poeta, descrittore di paesi, ammiratore della natura, pittore di

genere, con uno spirito tutto pieno del realismo moderno.[130] Qui sono

quelle descrizioni, cui accennammo più sopra, della Campagna romana,

di Tivoli, della Valle dell'Anio, di Ostia, di Monte Amiata, dei

Monti Albano, che possono anche oggi servire di guida al forestiero, e

fanno sentir quasi il soffio della fresca aura dei monti; e qui ancora

l'immagine di tutto un secolo si specchia, senza ordine prestabilito,

ma fedelmente, nell'animo dello scrittore, il quale appunto perchè non

ha un carattere ed una personalità propria, non impone mai un colore

subiettivo alle cose ed agli uomini di cui parla. Questi _Commentarii_

vanno dall'anno 1405 fino al luglio del 1464.[131]

Ciò che abbiam detto del Valla, del Biondo e del Piccolomini dimostra

chiaro che, sebbene gli eruditi di Roma non avessero l'importanza ed il

carattere proprio di quelli di Firenze, pure la Città Eterna fu sempre

un gran centro, a cui i dotti accorrevano da ogni parte d'Italia, e

fra poco potrà dirsi anche d'Europa. Quando i tre dotti di cui abbiamo

parlato, non vivevano più, noi troviamo che vi fiorivano Pomponio

Leto, il Platina e l'Accademia Romana. Il primo di essi era noto

assai meno pel suo ingegno che per la singolarità del suo carattere,

ed era generalmente tenuto figlio naturale dei principi Sanseverino

di Salerno. Discepolo del Valla, cui successe nell'insegnamento, era

venuto a Roma, lasciando i suoi, ai quali dicesi che rispondesse,

quando lo chiamarono, con questa laconica lettera: _Pomponius Laetus

cognatis et propinquis suis salutem. Quod petitis fieri non potest.

Valete._ Preso d'un amore entusiasta per l'antichità romana, menava

una vita da eremita, coltivando una sua vigna secondo i precetti

di Varrone e Columella; andava innanzi giorno alla Università, dove

l'aspettava un uditorio immenso; leggendo i classici, e abbandonandosi

intere ore a contemplare i monumenti romani, era qualche volta in

presenza di essi così esaltato che piangeva. Faceva rappresentare le

Commedie di Plauto e di Terenzio, e divenne il capo di molti eruditi

che raccolse nell'Accademia Romana da lui fondata. In essa ognuno dei

membri si ribattezzava pigliando un nome pagano; e nelle ricorrenze

dei fasti di Roma, specialmente l'anniversario dei natali di essa, si

radunavano ad un desinare, nel quale venivano letti componimenti in

verso ed in prosa.[132] Qui si parlava di repubblica e di paganesimo;

qui vennero il Platina e molti altri degli eruditi che Paolo II aveva

cacciati dalla Segreteria, e davano nei loro discorsi sfogo all'ira

contro il Papa. Questi, che era un uomo energico ed impaziente, sciolse

l'Accademia: molti degli accademici furono imprigionati, alcuni anche

torturati, altri fuggirono (1468). Pomponio Leto era a Venezia, e fu

rimandato a Roma, dove si salvò, sottomettendosi e chiedendo perdono,

cosa sempre facile agli eruditi, nei quali tutto ciò che pensavano e

sentivano prendeva forma e carattere semplicemente letterario.[133]

E così potè sotto Sisto IV, in forma alquanto diversa, riaprire

l'Accademia, che durò fino al sacco di Roma nel 1527.[134] Morì nel

1498, in età di 70 anni, e i suoi funerali furono solenni. Pubblicò

varie edizioni dei classici, qualche lavoro sulle antichità di Roma;

ma la sua vera importanza veniva dal suo insegnamento, dall'entusiasmo

pagano che seppe infondere negli altri, dalla vita semplice e tutta

data allo studio.

Un altro membro dell'Accademia, e di maggiore ingegno, era Bartolommeo

Sacchi di Piadena nel Cremonese, soprannominato il Platina.

Imprigionato la prima volta, quando protestava contro la perdita

del suo ufficio, fu di nuovo chiuso in Castel Sant'Angelo, quando

l'Accademia venne sciolta. Posto alla tortura, egli non solo piegò, ma

si sottomise al Papa con parole basse, promettendo di obbedirgli, di

celebrarlo con altissime lodi, di denunziargli[135] chiunque sparlasse

di lui, e tutto ciò avendo l'animo sempre pieno d'un gran desiderio di

vendetta. Uscito di carcere, e nominato bibliotecario della Vaticana

da Sisto IV, con l'incarico di raccogliere documenti sulla storia

del potere temporale, egli si vendicò nelle sue _Vite dei Papi_,

descrivendo Paolo II, come il più crudele dei tiranni, che si dilettava

a torturare e straziare gli eruditi in Castel Sant'Angelo, divenuto

perciò un vero «toro di Falaride». Avendo le biografie del Platina

avuto una grande popolarità, Paolo II passò ai posteri come un mostro,

e l'erudito ottenne per qualche tempo il suo scopo. Ma il merito

principale del libro e la ragione della sua fortuna stavano sopra tutto

nello stile: la critica storica dell'autore era assai debole. Bisogna

però convenire che egli tentò un'impresa difficilissima, alla quale

neppure oggi basterebbero le forze d'un uomo solo, per quanto dotto e

d'ingegno, e riuscì la prima volta a cavare dalle favolose cronache

del Medio Evo un compendio storico assai chiaro, nel quale sono

molti modelli della biografia erudita del secolo XV, che si leggono

volentieri, perchè l'autore cercava sinceramente la verità storica,

quantunque non sempre la ritrovasse. Avvicinandosi ai suoi tempi,

l'importanza ed il valore delle biografie crescono, quando però non lo

acceca la passione. Gli altri suoi lavori storici hanno minor pregio.

Egli morì nel 1481, in età di 61 anno.[136]

A Roma, accorrevano anche allora, come già notammo, non solo Italiani,

ma stranieri, specialmente Tedeschi, e fra questi meritano una

particolar menzione tre giovani, Conrad Schweinheim, Arnold Pannartz,

Ulrich Hahn, i quali avevano nel loro paese lasciato le officine di

Faust e Schöffer, e verso il 1464 portarono l'arte della stampa in

mezzo a noi. Essi dovettero combattere con la fame, e vincere immense

difficoltà, perchè in Italia la passione degli antichi codici era tale,

che molti, fra cui, come vedemmo, lo stesso duca d'Urbino, preferivano

i volumi manoscritti agli stampati. Pure la nuova industria si diffuse

rapidamente, e prima del 1490 si stampava già in più di trenta delle

nostre città.

Nel 1469 moriva ed era poi sepolto in San Piero in Vincoli il celebre

cardinale Niccola di Cusa, chiamato il Cusano, che, nato da un

pescatore della Mosella, aveva studiato a Padova, ed era divenuto uno

dei pensatori più illustri del secolo. Egli precedette il Piccolomini

ed il Valla nel porre in dubbio l'autenticità della donazione di

Costantino, ma non combattè il potere temporale dei Papi. Più tardi

mutò alquanto le sue opinioni, e venne poi fatto cardinale; ma

il suo carattere si mantenne sempre integro. Avverso all'autorità

d'Aristotele, ingegno filosofico di grandissima originalità, panteista,

ed in ciò vero precursore di Giordano Bruno, più che erudito fu un

vero pensatore.[137] Nel 1461 venne la prima volta a Roma un altro

straniero, Giovanni Müller o sia il celebre Regiomontanus, dotto nel

greco, sommo per quei tempi nelle matematiche e nell'astronomia; egli

fu da Sisto IV incaricato della riforma del Calendario, e morì a Roma

nel 1475. Nell'82 venne Giovanni Reuchlin, il quale fece più tardi

esclamare all'Argiropulo, professore nell'Università di Roma, che le

Muse della Grecia passavano le Alpi per emigrare in Germania.[138]

Colà infatti l'erudizione s'era allora propagata, e portava già i

suoi frutti. Il sole della nuova cultura italiana, levatosi in alto,

illuminava tutta l'Europa; ma sorgeva sempre dall'Italia, che era più

che mai l'antica madre del sapere.

Dalla morte di Paolo II a quella d'Alessandro VI, le cose in Roma

peggiorarono assai, e i Papi pensarono a ben'altro che agli eruditi,

all'erudizione o alle arti belle. Pure Sisto IV aprì la Vaticana al

pubblico, e compiè molte costruzioni importanti nella Città. Nè,

per lungo tempo ancora, l'ammirazione a tutto ciò che era antico,

si spense nel popolo, come prova un fatto seguìto appunto in quegli

anni. Nell'aprile del 1485 si sparse la voce che alcuni muratori,

scavando nella via Appia, presso il sepolcro di Cecilia Metella,

avevano in un sarcofago romano trovato il cadavere d'una «formosa e

pulita giovane,» JULIA FILIA CLAUDI, secondo l'iscrizione, che alcuni

pretendevano avervi letta: «era adornata sua trezza bionda da molte

e ricchissime pietre preziose.... e erano suoi chiome d'oro ligate

_cum_ una bendella di seta verde.»[139] Altri scrivevano invece che

i capelli erano neri, che iscrizione nel sarcofago non v'era; ma che

Pomponio Leto credeva fosse il cadavere d'una figlia di Cicerone. Certo

lettere e cronache del tempo sono piene del fatto, e vanno d'accordo

nel ripetere, che il cadavere era maravigliosamente conservato; che

gli occhi, la bocca si potevano aprire e chiudere, le membra muovere;

la bellezza del volto superava ogni immaginazione. Tutto ciò provava

«quanto li antiqui nostri studiavano li animi gentili farli inmortali,

ma ancora li corpi, neli quali la natura per farli belli havea posto

ogni suo inzegno.»[140] Si disse che i muratori erano fuggiti con

le gioie ritrovate; certo è che, quando il cadavere venne portato

in Campidoglio, una moltitudine, che qualcuno fece ascendere fino a

ventimila persone, andò in pellegrinaggio a vederlo. Vi fu chi suppose

ai nostri giorni, che il cadavere avesse una maschera in cera, come

se ne trovarono a Cuma ed altrove. Ma dagli scrittori contemporanei

apparisce invece, che esso era stato artificialmente conservato,

con qualche processo simile a quelli adoperati dagli Egizi. In ogni

modo, ciò che destava così grande entusiasmo era la convinzione

allora universale, che una bellezza antica dovesse essere immortale e

superiore ad ogni bellezza vivente. Tale sembrava davvero il pensiero o

meglio l'illusione del secolo. Ma tutto questo mondo erudito era adesso

assai vicino a crollare, e ben presto doveva sembrare come l'eco d'una

società che s'andava allontanando. Una dura realtà apparecchiava nuove

e ben più tristi esperienze: sotto Innocenzo VIII ed Alessandro VI ogni

cosa doveva andare a rovina in Italia.

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I · 第 24 / 116 题