2. — GLI ERUDITI IN FIRENZE.[61]

L'opera iniziata dal Petrarca trovò subito in Firenze un grandissimo

numero di seguaci, e di qui si diffuse rapidamente in tutta Italia. A

Firenze, però, essa era il portato naturale delle condizioni politiche

e sociali di quel popolo, in mezzo a cui anche i dotti d'altre

provincie venivano ad istruirsi, a perfezionarsi, e v'acquistavano come

una seconda cittadinanza. Nelle nostre antiche storie letterarie, che

spesso si occupano troppo di aneddoti biografici e di fatti esteriori,

si presentano alla rinfusa i nomi di questi eruditi, che sembrano

essere tutti uomini sommi, avere la stessa fisonomia ed il medesimo

merito, mirare a un identico scopo. Ma a noi importa conoscere solo

quelli, cui si può attribuire una vera originalità in mezzo al lavoro

febbrile che migliaia di altri, i quali già sono caduti o meritano di

cadere in oblio, ripetevano meccanicamente. Il nostro scopo non è di

dare un catalogo esatto dei dotti e dei loro scritti, ma di studiare

la trasformazione letteraria ed intellettuale, che per opera loro si

compiè in Italia.

I primi eruditi che si presentano sono amici, discepoli o copisti del

Petrarca. Il Boccaccio fu dei più operosi nel secondarlo, raccolse

molti codici, ammirò i classici latini e li imitò, promosse lo studio

del greco, che fu dei primi a conoscere. Con tutto ciò l'opera sua,

come erudito, manca di una vera originalità. I suoi scritti latini

sulla Genealogia degli Dei; sulle Donne illustri; sui Nomi dei Monti,

delle Selve, dei Laghi, ecc., sono più che altro, una vasta raccolta

di antichi frammenti, senza grande valore filologico o filosofico.

Ma lo spirito dell'antichità è penetrato in lui per modo, che si

manifesta in tutte le sue opere, anche nelle italiane. La sua prosa

volgare, infatti, se ne risente per la soverchia imitazione del periodo

ciceroniano, e sembra annunziare anch'essa che il trionfo del latino

sarà fra poco universale.

Dopo che due uomini come il Petrarca ed il Boccaccio s'erano messi per

questa via, Firenze sembrò subito divenire come una grande officina

d'eruditi. Discussioni e riunioni di dotti si facevano dappertutto,

nei palazzi, nei conventi, nelle ville,[62] fra i ricchi, fra i

mercanti, fra gli uomini di Stato: si scriveva; si viaggiava; si

mandavano messi per cercare, comprare o copiare codici antichi.

Tutto ciò non costituiva ancora un lavoro originale; ma pure si

raccoglievano grandi materiali, e s'apparecchiavano i mezzi necessarî

ad una vera rivoluzione nel campo delle lettere. L'importanza di questa

attività non stava finora nei risultati immediati che si ottenevano;

ma nell'energia e nelle forze che s'adoperavano e svolgevano per

ottenerli. La città delle associazioni d'arti e mestieri era divenuta

la città delle associazioni di letterati.

La prima di queste riunioni si formò nel convento di Santo Spirito,

intorno a Luigi Marsigli o Marsili, agostiniano e dottore in teologia,

che visse nella seconda metà del secolo XIV. Stato già amico del

Petrarca, egli era uomo di mediocre ingegno; ma univa ad una grande

ammirazione per gli antichi, una straordinaria memoria, il che lo

rendeva adattissimo al conversare erudito: per lungo tempo i dotti

fiorentini ricordarono nelle loro lettere il profitto cavato da quelle

discussioni. Il Comento fatto dal Marsigli sulla canzone del Petrarca

all'Italia, dimostra che egli non s'era ancora separato affatto dalla

letteratura del Trecento.[63] I due più noti frequentatori della sua

cella, Coluccio Salutati[64] e Niccolo Niccoli,[65] erano però entrati

addirittura nella nuova via.

Il Salutati, nato in Val di Nievole l'anno 1331, fu anch'egli amico

ed ammiratore del Petrarca; grande promotore dell'erudizione e grande

raccoglitore di codici; autore di orazioni, dissertazioni, trattati

latini in gran numero, pei quali venne a titolo d'onore, chiamato

da Filippo Villani vera «scimmia di Cicerone.» Ma il suo stile poco

semplice e non sempre corretto, la confusa erudizione non lo avrebbero

fatto passare alla posterità, se le qualità morali non avessero dato

anche alla sua opera letteraria una impronta originale. Di un carattere

esemplare, amante della libertà, fu nel 1375 eletto segretario della

Repubblica, che servì con fede ed ardore grandissimi sino alla morte.

Animato dall'amore della patria e delle lettere, liberò lo stile della

cancelleria fiorentina da tutte le forme scolastiche, sforzandosi di

renderlo classico, ciceroniano, e fu così il primo che si provasse

a scrivere le lettere diplomatiche e di affari come opere d'arte,

ottenendo a' suoi tempi un successo grandissimo. Si narra che Galeazzo

Maria Visconti dicesse di temere più una lettera del Salutati, che

mille cavalieri fiorentini; certo è in ogni modo, che quando la

Repubblica fu in guerra col Papa, le lettere scritte dal Salutati,

il quale col suo stile magniloquente evocava le antiche memorie di

Roma, contribuirono assai a far sollevare in nome della libertà molte

terre della Chiesa. L'entusiasmo che destavano allora nell'animo

degl'Italiani i nomi, le reminiscenze, le forme classiche era davvero

singolare.

Ma l'opera del Salutati ebbe anche per l'avvenire conseguenze notevoli.

L'aver messo la letteratura a servigio della politica contribuì molto

a dare alla prima una importanza sempre maggiore, e ad affrettare

quella radicale trasformazione della seconda, che ben presto doveva

manifestarsi in Firenze. Alle convenzioni e formole antiche s'andò

sostituendo una forma sempre più vera e precisa, la quale, come

aveva forzato i letterati a passare dal misticismo alla realtà, così

esercitò la sua azione anche sulla condotta degli uomini di Stato, e

li indusse a trattar gli affari pigliando norma dalla natura delle

cose, a dominare principi e popoli studiandone le passioni, senza

lasciarsi vincolare da pregiudizi o tradizioni. In questo modo

s'arrivò finalmente alla scienza politica del Machiavelli e del

Guicciardini, che dovette alla erudizione più d'uno de' suoi maggiori

pregi e difetti. L'uso ed abuso della eloquenza, della logica e della

sottigliezza, per ottenere i proprî fini politici, condotto sino alla

furberìa ed all'inganno, incominciò ben presto a divenire generale. Il

Salutati restò però sempre d'animo sincero ed aperto.[66]

Sino all'ultimo giorno della sua vita egli continuò a studiare, ed

a promuovere nella gioventù l'amore dei classici.[67] Aveva 65 anni,

quando la voce corsa che Emanuele Crisolora di Costantinopoli sarebbe

venuto in Firenze ad insegnare il greco, lo mise fuori di sè per

la gioia, e parve ringiovanirlo. Nel 1406 morì in età di 76 anni, e

fu sepolto in Duomo con solenni esequie, dopo che la sua vita venne

celebrata in un discorso latino, alla fine del quale sul suo cadavere

fu messa la corona poetica. D'allora in poi la Repubblica elesse a

suoi segretarî quasi sempre uomini celebrati nelle lettere. La lunga

serie, incominciata col Salutati, continuò fino a Marcello Virgilio,

al Machiavelli, al Giannotti,[68] e l'esempio venne imitato anche nelle

altre città italiane.

Niccolò Niccoli ebbe al suo tempo una gran fama, sebbene non fosse

punto uno scrittore, ma un semplice raccoglitore intelligente di

codici, i quali spesso copiava e correggeva di sua mano. Le cure che

spese e i sacrifizî che fece per gli studî classici furono infiniti.

Le sue ricerche di codici s'estesero in Oriente ed in Occidente, per

mezzo di lettere e commissioni date a chiunque partiva da Firenze,

o risiedeva per affari lungi dalla patria. Parco nel vivere, spese

tutta la sua fortuna, caricandosi poi anche di debiti, per acquistar

codici. La sua attività, la sua perizia eran tali, che da ogni parte

si ricorreva a lui per aver notizia di antichi manoscritti; ed a

lui devesi, in gran parte, se Firenze divenne allora il gran centro

librario del mondo; se potè avere librai intelligenti come Vespasiano

da Bisticci, che fu pure il biografo di tutti gli eruditi del suo

tempo. Infaticabile si dimostrò il Niccoli anche nel chiamare a Firenze

i dotti più reputati d'Italia, perchè venissero adoperati nello Studio

o altrove. Leonardo Bruni, Carlo Marsuppini, Poggio Bracciolini, il

Traversari, il Crisolora, il Guarino, il Filelfo, l'Aurispa furono per

opera sua invitati. Essendo però molto irritabile, la sua amicizia si

mutava facilmente in avversione, ed allora egli perseguitava coloro

che aveva protetti, e le sue persecuzioni, pel favore che godeva appo

i Medici, erano molto pericolose. A lui ed a Palla Strozzi devesi la

riforma dello Studio fiorentino, in cui promossero l'insegnamento del

greco. Era così invasato dall'amore degli studî, che, quasi fosse un

missionario religioso, fermava per via i ricchi giovani di Firenze,

esortandoli a darsi alla _virtù_, cioè alle lettere latine e greche.

Piero de' Pazzi che viveva solamente, come egli diceva, per «darsi bel

tempo,» fu uno appunto dei convertiti alla nuova vita dell'erudito.[69]

La casa del Niccoli era un museo ed una biblioteca classica; egli

stesso pareva una enciclopedia bibliografica vivente. Aveva raccolto

800 codici, valutati 6000 fiorini.[70] Nè deve oggi esser molto

difficile immaginarsi la straordinaria importanza che aveva per gli

studî una buona biblioteca, in un tempo nel quale la stampa non era

trovata, ed il prezzo d'un codice superava assai spesso le forze degli

studiosi, oltre di che non sempre si sapeva dove cercarlo. In tali

condizioni, essendo la biblioteca del Niccoli liberamente aperta ad

ognuno, tutti accorrevano da lui a studiare, a riscontrare, a copiare,

a chiedere aiuti e consigli non mai negati. Circondato d'oggetti greci

o romani anche nella sua parca mensa, «a vederlo così antico,» dice

Vespasiano, «era una gentilezza.» Le puerilità del suo carattere, e gli

scandali alquanto ridicoli della sua vita privata, a causa d'una serva

che lo dominava, furono dimenticati per l'ammirazione che destava in

tutti il suo zelo sincero, costante e disinteressato per le lettere.

Morendo nel 1437, in età di 73 anni, l'unico pensiero che ebbe fu

quello d'assicurare al pubblico l'uso de' suoi libri, che infatti

formarono la prima pubblica biblioteca in Europa, mercè le cure de'

suoi esecutori testamentarî, e la munificenza di Cosimo de' Medici,

che rinunziò al credito che aveva di 500 fiorini, pagò altri debiti

del Niccoli, e, ritenendo per sè una parte dei codici, ne pose in San

Marco, ad uso del pubblico, quattrocento i quali aumentò poi a sue

spese.[71]

Una terza riunione di dotti tenevasi nel convento degli Angioli, dove

era Ambrogio Traversari, nato in Portico di Romagna l'anno 1386, e

nominato generale dei Camaldolesi nel 1431. Uomo accorto ed ambizioso,

amicissimo dei Medici, che insieme col Niccoli, col Marsuppini, col

Bruni ed altri non pochi frequentavano la sua cella, aveva un gran

tatto per conservare le amicizie anche dei più permalosi, e per

tener viva la discussione, ma ben poca originalità letteraria. Fece

traduzioni dal greco; scrisse un'opera intitolata Hodaeporicon, in

cui si trovano varie notizie letterarie e le descrizioni de' suoi

viaggi; ma le _Epistolae_ sono l'opera sua principale, perchè le molte

relazioni che ebbe con i dotti del suo tempo, ne fanno un monumento

importante per la storia di quel secolo. Tutto questo però non basta

a giustificare la gran fama che ebbe allora, la quale si mantenne viva

anche più tardi, perchè il Mehus, pubblicandone le _Epistolae_, cercò,

nella prefazione e nella biografia che le precede, di raccogliere

intorno a lui la storia letteraria di quel secolo.

Infinito sarebbe il numero delle riunioni di dotti, se volessimo

ricordarle tutte; in ogni modo però non è possibile dimenticare la casa

dei Medici, ove ognuno di essi trovava accoglienza, protezione, ufficî.

Colà si riunivano anche gli artisti e gli stranieri di qualche fama.

Quasi tutti i più ricchi Fiorentini erano allora cultori o protettori

delle lettere. Roberto dei Rossi, conoscitore del greco, passò la

vita celibe nel suo studio, ed insegnò a Cosimo de' Medici, Luca degli

Albizzi, Alessandro degli Alessandri, Domenico Buoninsegni. Il Nestore

poi di questi aristocratici eruditi era Palla Strozzi, colui che col

Niccoli riformò lo Studio fiorentino; che pagò di suo buona parte della

somma necessaria per farvi venire ad insegnar greco il Crisolora, e

spese moltissimo per avere codici antichi da Costantinopoli. Esiliato,

senza giuste ragioni, si può dire anche iniquamente, da Cosimo dei

Medici, all'età di 62 anni, si fece animo a sopportare questa sventura,

e la perdita che ebbe poi della moglie e di tutti i figli, studiando a

Padova sugli antichi autori fino all'età di 92 anni, quando scese nella

tomba.[72]

E finalmente bisogna ricordar lo Studio fiorentino. In generale

le Università italiane erano state sedi della cultura medievale e

scolastica; l'erudizione era cominciata fuori di esse, spesso anche

contro di esse. Ma a Firenze può dirsi invece che lo Studio fiorì e

decadde con la erudizione. Fondato nel dicembre del 1321, languì,

ora chiuso ed ora riaperto, fino al 1397, quando il Crisolora,

coll'insegnamento del greco, iniziò da Firenze l'ellenismo in Italia.

Più tardi decadde di nuovo, ma fu poi nel 1414 riformato per opera del

Niccoli e dello Strozzi, i quali, valendosi d'un'antica legge, secondo

cui gl'insegnanti non dovevano essere Fiorentini, vi chiamarono i

più celebri uomini d'Italia e di Grecia, il che valse sempre più ad

unire la cultura latina con la greca, e l'erudizione fiorentina con

l'italiana. Nel 1473 lo Studio venne da Lorenzo de' Medici trasferito

a Pisa, dove fu riaperta la celebre Università; ma a Firenze restarono

alcune cattedre di lettere e di filosofia, occupate sempre da uomini

celebri.[73]

Questo gran moto di studî, che abbiamo finora esaminato, non aveva

prodotto, dopo del Petrarca e del Boccaccio, nessun uomo di grande

ingegno. Tutto era stato un raccogliere, copiare, correggere codici;

si erano apparecchiati i materiali per un nuovo progresso letterario,

che però non era cominciato. Lo scrivere italiano era decaduto, ed il

latino non aveva acquistato ancora qualità originali: abbiamo visto

grammatici, bibliofili e bibliografi, non veri scrittori. Ma a poco

a poco cominciò una nuova generazione d'eruditi, che manifestavano

un vero e fino allora insolito valore. Questo era il resultato d'un

processo naturale. Gli scrittori, sentendosi finalmente padroni

della lingua latina, si cominciavano ad esprimere con una libertà e

spontaneità, che dètte origine a nuove qualità letterarie ed anche

filosofiche, ad una nuova letteratura. Le questioni grammaticali,

esaminate e discusse da uomini di così acuto ingegno e di gusto così

fine, com'erano allora gl'italiani, si trasformavano inevitabilmente

in questioni filosofiche, il che fu principio di un nuovo progresso

scientifico.

Ma vi furono ancora cause estrinseche, le quali affrettarono e

provocarono una così notevole trasformazione, e prima fra queste fu

lo studio del greco. Con esso vennero a contatto non solo due lingue,

ma due letterature, due filosofie, due civiltà diverse. S'allargò

ad un tratto l'orizzonte intellettuale, giovando a ciò non solo la

maggiore originalità del pensiero e della lingua greca, ma ancora

l'essere l'uno e l'altra molto diversi dalla lingua e dal pensiero

latino. La mente italiana era così costretta ad uno sforzo maggiore,

quasi ad un più lungo e difficile viaggio ideale, che richiedeva e

svolgeva una maggiore energia intellettuale. Nel Medio Evo la lingua

greca era stata assai poco nota in Italia; e molto fu esagerata

la cognizione che n'ebbero in Calabria i monaci di San Basilio. I

due Calabresi, Barlaam e Leonzio Pilato, l'avevano empiricamente

appresa a Costantinopoli, ed il primo di essi ne insegnò i rudimenti

al Petrarca, che, nonostante il grande ardore d'apprenderla, restò

sempre col suo Omero dinanzi, senza capirlo.[74] Il secondo fu tre

anni professore a Firenze, per opera del Boccaccio, che fece così

istituire la prima cattedra di greco in Italia. Ma dal 1363 al 1396

questo insegnamento, che era stato abbastanza povero, tacque di nuovo.

Gl'Italiani che volevano averlo, si trovarono, come il Guarino ed il

Filelfo, costretti ad andare fino a Costantinopoli. E i primi profughi

greci venuti fra noi giovarono meno assai che non si crede, perchè

essi, ignorando l'italiano, conoscendo poco il latino, e molto spesso

non essendo neppure uomini di lettere, non erano punto in istato di

soddisfare una passione che pure stimolavano vivamente colla loro

presenza. L'elezione di Emanuele Crisolora a professore dello Studio

nel 1396 incominciò veramente un'èra nuova per l'ellenismo in Italia.

Già professore a Costantinopoli, e vero uomo di lettere, egli potè

dare un efficace insegnamento, ed ebbe per alunni i primi letterati

di Firenze. Roberto de' Rossi, Palla Strozzi, Poggio Bracciolini,

Giannozzo Manetti, Carlo Marsuppini andarono subito a seguire le sue

lezioni. Leonardo Bruni, che allora studiava legge, nel sentire che

si poteva finalmente apprendere la lingua d'Omero, e bere alla prima

sorgente del sapere, lasciò tutto per poter divenire, come divenne, uno

dei più celebri ellenisti del suo tempo.[75] Da quel momento chi non

sapeva il greco, fu in Firenze un dotto a metà. E lo studio di questa

lingua fece subito rapidi progressi, per l'arrivo di nuovi profughi,

i quali erano in generale più colti dei primi, e trovavano il terreno

meglio apparecchiato.[76] A tutto ciò s'aggiunse nel 1439 il Concilio

fiorentino, che doveva riunire la Chiesa greca e la latina, ma valse

invece ad unire lo spirito letterario di Roma e di Grecia. Il Papa ebbe

bisogno d'interpetri italiani per capire i rappresentanti della Grecia,

e così gli uni come gli altri, indifferenti del pari alle questioni

religiose, quando s'avvicinarono, passarono subito dalla teologia

alla filosofia, che in generale soleva essere anche più delle lettere

coltivata dai Greci. Giorgio Gemisto Pletone il più dotto fra quelli

che allora vennero in Italia, ammiratore entusiasta di Platone, seppe

infondere la sua ammirazione in Cosimo de' Medici, e così ebbe origine

l'istituzione dell'Accademia Platonica. Un grande ardore, una singolare

operosità intellettuale cominciarono allora in Firenze, e noi vediamo

finalmente da un lato apparire la nuova originalità letteraria, da un

altro il principio d'un risorgimento filosofico.[77]

L'erudito che prima di tutti si dimostra adesso scrittore originale,

è Poggio Bracciolini, nato a Terranuova presso Arezzo, l'anno 1380.

Studiato il greco col Crisolora, andò con Giovanni XXIII al Concilio di

Costanza, facendo parte della Curia, e vestendo l'abito ecclesiastico,

senza aver preso gli ordini sacri, il che era assai comune fra

gli eruditi, i quali, purchè non avessero moglie, si assicuravano

così molti dei vantaggi serbati ai preti, di cui solevano dir pure

un grandissimo male. Annoiato ben presto delle dispute e contese

religiose, il Bracciolini si pose a viaggiare, ed in una sua lettera

descrisse mirabilmente la cascata del Reno e i bagni di Baden, facendo

di tutto ciò una pittura così viva da potersene anche oggi riconoscere

la fedeltà.[78] Il suo latino, quantunque assai più corretto di quello

dei predecessori, non manca di molti italianismi e neologismi; ma ha

una spontaneità e vivacità tale che sembra una lingua viva: non è una

semplice riproduzione, ma un vero e proprio rinascimento. E di certo

il fiore dell'umanesimo dobbiamo cercarlo nel Poggio ed in altri suoi

contemporanei, non già in coloro che, come il Bembo ed il Casa, ci

dettero una imitazione più fedele, ma anche più meccanica e materiale.

Dimenticando dizionarî e grammatiche, egli sente il bisogno di scrivere

come parla; s'esalta in presenza della natura; cerca il vero e ride

dell'autorità; ma resta pur sempre un erudito, il che non bisogna

mai dimenticare. L'anno 1416 assisteva al processo ed al supplizio di

Girolamo da Praga, descrivendo poi tutto in una sua lettera notissima

al Bruni. È singolare l'indipendenza di spirito, con cui questo

erudito della Curia papale ammirava l'eroismo del precursore di Lutero,

proclamandolo degno della immortalità. Ma che cosa ammirava in lui? Non

il martire, non il riformatore; dichiarava anzi che, se Girolamo aveva

detto qualche cosa contro la fede cattolica, meritava il supplizio che

ebbe. Ammirava in lui il coraggio d'un Catone e d'un Muzio Scevola;

ammirava «la voce chiara, dolce, sonora; il gesto dignitoso e bene

adatto ad esprimere lo sdegno o a muovere la compassione; l'eloquenza

e la dottrina, con cui vicino al rogo citava Socrate, Anassagora,

Platone, i Santi Padri.»[79]

Ben presto noi lo vediamo allontanarsi da Costanza per fare lunghi

viaggi. Percorse la Svizzera e la Germania, cercando nei conventi

antichi manoscritti, dei quali fu il più fortunato scopritore in

quel secolo. A lui si debbono opere di Quintiliano, Valerio Flacco,

Cicerone, Silio Italico, Ammiano Marcellino, Lucrezio, Tertulliano,

Plauto, Petronio, ecc. Quando la notizia di queste scoperte arrivava

a Firenze, la Città tutta era in gioia. Il Bruni gli scriveva, a

proposito specialmente della scoperta di Quintiliano: «Tu sei ora

divenuto il secondo padre dell'eloquenza romana. Tutti i popoli

d'Italia dovrebbero muoversi per venire incontro al grande scrittore,

che hai liberato dalle mani dei barbari.»[80] Molti altri lo imitavano

allora in queste ricerche di codici. Dell'Aurispa s'affermava che ne

aveva portati da Costantinopoli 238; del Guarino si ripeteva la favola

che lo diceva incanutito ad un tratto, per avere in un naufragio

perduti i molti codici che portava d'Oriente.[81] Ma nessuno fu mai

operoso e fortunato quanto il Bracciolini.

In Inghilterra, presso il cardinale di Beaufort, egli trovossi come

isolato, in una società di ricchi aristocratici senza cultura, che

passavano gran parte della vita mangiando e bevendo.[82] In quei

desinari, che lo tenevano a tavola perfino quattro ore di seguito,

egli era costretto ad alzarsi e lavarsi gli occhi con acqua fresca,

per non addormentarsi.[83] Pure il paese offeriva, per la sua novità,

vasto campo alle osservazioni del Bracciolini, il quale fin d'allora

assai acutamente, fra le altre cose, scorgeva il carattere proprio

dell'aristocrazia inglese.[84] Infatti, sebbene venisse da Firenze,

già tutta democratica, egli notava con sua grande maraviglia, che colà

i mercanti arricchiti, i quali si ritiravano in campagna, a vivere

delle loro rendite nelle proprie ville, erano dai nobili accolti e

trattati alla pari. E così all'accorto viaggiatore del secolo XV non

sfuggiva sin d'allora ciò che solamente parecchi secoli dopo notarono

gli storici, che cioè l'aristocrazia inglese assai più facilmente

delle altre si mescola con la borghesia e col popolo, di cui sostiene

gl'interessi, a differenza di quanto avvenne nei paesi latini, dove

essa rimase sempre separata ed ostile al popolo, che perciò ne volle la

rovina. Ma la novità del paese, la varietà dei costumi e dei caratteri,

le quali a Poggio Bracciolini mai non sfuggivano, che occupavano anzi

di continuo la sua attenzione, non bastavano a compensarlo del poco

conto in cui erano colà tenuti i dotti, e quindi sospirava l'Italia.

Ben presto, infatti, lo troviamo a Roma segretario della Curia romana,

al tempo di Martino V. Ivi egli era di nuovo nel suo elemento. Passava

le lunghe serate d'inverno coi suoi colleghi in una stanza della

Cancelleria, che chiamavano il B_ugiale, sive mendaciorum officina_,

perchè in essa raccontavano aneddoti veri o falsi, più o meno osceni,

coi quali ridevano del Papa, dei cardinali, dei dommi stessi della

religione, in difesa della quale scrivevano i Brevi. La mattina

attendeva al suo ufficio che gli dava poco da fare, e poi componeva

opere letterarie, fra cui furono allora i dialoghi sull'Avarizia e

sull'_Ipocrisia_, vizî che egli diceva proprî del clero, che perciò

flagellava a morte. Ma in questa specie di satire non si trova mai

una seria intenzione; è invece lo stesso spirito mordace e scettico

dei nostri comici e novellieri, che come lui ridevano della religione

che professavano. Questi cercavano dipingere i costumi del tempo;

gli eruditi volevano principalmente far prova di possedere il latino

in modo da saper trattare argomenti sacri e profani, serî, comici ed

osceni. Ecco tutto. Non c'era mai da sperare nessun alto scopo morale.

Il Bracciolini, infatti, che flagellava i corrotti costumi del

clero, menava poi una vita tutt'altro che morigerata. E quando il

cardinale di Sant'Angelo, scrivendo, gli faceva il rimprovero d'aver

figli, il che non conveniva ad un ecclesiastico, e di averli poi da

una concubina, il che non conveniva ad un laico, egli, senza punto

sgomentarsi, rispondeva: «Ho figli, il che conviene ad un laico; li ho

da una concubina, il che è antico costume del clero.» E, continuando

la lettera, raccontava d'un abate il quale presentò a Martino V un suo

figlio, ed essendone da lui biasimato, gli diceva, fra le risa della

Curia, che ne aveva ben altri quattro, prontissimi sempre a prendere le

armi per sua Santità.[85]

Venuto a Firenze con papa Eugenio IV, si trovò in mezzo ai dotti

qui radunati, e fu subito in dispute assai violenti coll'irrequieto

Filelfo, che insegnava allora nello Studio. Questi, essendo stato

a Costantinopoli dove aveva preso una moglie greca, era quasi il

solo in Italia che allora parlasse e scrivesse la lingua di Platone

e d'Aristotele. Colla sua sconfinata vanità, col suo carattere

irrequieto non dava pace a nessuno: attaccò i Medici e finì col doversi

allontanare da Firenze. Allora cominciò a scrivere satire contro i

dotti già stati suoi amici e colleghi, ed il Bracciolini gli rispose

colle sue _Invettive_. Fu una guerra d'accuse indecenti, nella quale

i due eruditi, ingiuriandosi crudelmente, facevano gara di abilità

retorica e di maestria nella conoscenza del latino. Il Filelfo aveva il

vantaggio di scrivere in versi, e quindi le sue ingiurie si ritenevano

più facilmente a memoria; ma il Bracciolini, avendo maggiore ingegno

e brio, scrivendo in prosa, poteva più facilmente dire tutto quello

che voleva. Egli respingeva le ingiurie che «il Filelfo aveva vomitate

dalla fetida cloaca della sua bocca,» ed attribuiva l'indecenza del

linguaggio di lui alla educazione che aveva ricevuto dalla madre, «il

cui mestiere era stato, diceva, di vuotar budella d'animali: così il

fetore di lei emanava ora dal figlio.»[86] Lo accusava d'aver sedotto

la figlia del proprio maestro, per sposarla e poi venderne l'onore,

e finiva offrendogli una corona degna di tanta laidezza.[87] Nè ciò

bastava, chè essi s'accusavano anco di vizî che il pudore impedisce

oggi di nominare, e di cui i dotti parlavano allora senza ritegno,

quasi ridendo, istigati dall'esempio degli scrittori greci e romani.

L'animo rifugge dal pensare che grande rovina morale tutto ciò

dovesse portare nello spirito italiano. Ma Poggio scriveva le sue

lodate _Invettive_ in una deliziosa villa, dove aveva raccolto

statue, busti, monete antiche, di cui si valeva a meglio comprendere

l'antichità, ed iniziava così l'archeologia, come aveva già fatto

a Roma descrivendone i monumenti. A lui pareva che questo fosse il

paradiso dovuto ad uno spirito eletto, ad un letterato enciclopedico,

destinato all'immortalità. Aveva allora 55 anni, e per sposare una

giovanetta di cospicua famiglia, abbandonò la donna con cui aveva sino

allora vissuto, da cui gli erano venuti quattordici figli, quattro

dei quali, vivi e legittimati, restarono poi senza averi. Ma rimediò

scrivendo un dialogo: _An seni sit uxor ducenda_, in cui difese la

propria causa. Bastava uno scritto in latino elegante a risolvere i più

difficili problemi della vita, ed a mettere in pace la coscienza. Per

l'erudito del secolo XV, già lo dicemmo, le parole valevano quanto e

più dei fatti: lodare con eloquenza la virtù era lo stesso che essere

virtuoso. I più grandi uomini della Grecia e di Roma non dovevano forse

la immortalità alla eloquenza con cui la loro vita era stata narrata

da sommi scrittori? Che sarebbe della fama di Annibale, di Scipione,

d'Alessandro, d'Alcibiade senza Livio, senza Plutarco? Chi sapeva

scrivere con eloquenza il latino, non solo era sicuro della propria

immortalità, ma poteva a suo arbitrio concederla anche agli altri.

Dalla Toscana Poggio tornò a Roma, e sotto il pontificato di Niccolò

V, valendosi della grande libertà concessa agli eruditi, pubblicò

scritti contro i preti, contro i frati, ed il _Liber Facetiarum_,

in cui raccolse tutte le satire e le oscenità altra volta raccontate

nel _Bugiale_, dicendo chiaro nella prefazione, che il suo scopo era

di mostrare come il latino potesse e dovesse essere adoperato a dir

tutto. Invano i rigoristi biasimarono questo vecchio che aveva ora

settanta anni, e contaminava così la sua canizie: dopo che il Panormita

aveva pubblicato l'_Hermaphroditus_, l'orecchio italiano s'era usato

a tutto, e Poggio passava tranquillo il suo tempo nello scrivere

oscenità, e nelle dispute letterarie. Una disputa l'ebbe allora col

Trapezunzio, e finì a pugni; l'altra l'ebbe col Valla, e questa dètte

origine da una parte all'_Antidoto contro il Poggio_, dall'altra a

nuove _Invettive_. La questione versava sulle proprietà del latino e

sui precetti grammaticali sostenuti nelle _Elegantiae_ del Valla, il

quale, essendo di un acume critico superiore, ebbe il vantaggio nella

controversia. Ma anche qui la gara di oscenità fu scandalosa. Accusato

d'ogni più disonesto vizio, il Valla rese pan per focaccia, senza

gran fatto occuparsi di difendere sè stesso, anzi spesso dando prova

d'un singolare cinismo. Così a Poggio che lo accusava d'aver sedotto

la fantesca della propria sorella, rispondeva ridendo d'aver voluto

provar falsa l'accusa fattagli dal cognato, che la sua morigeratezza,

cioè, non derivasse da virtù dell'animo.[88] S'ingannerebbe però

assai chi volesse dalla violenza delle ingiurie misurare la forza

delle passioni. Le _Invettive_ erano quasi sempre semplici esercizî

retorici; i due contendenti scendevano nell'arena come istrioni venuti

a dare spettacolo della loro destrezza e della loro nudità. Se però

le passioni non erano reali, reale era pur troppo il danno morale che

risultava da sì misero spettacolo.

Abbandoniamo dunque questo terreno fangoso e passiamo ad altro,

giacche siamo ancora lontani dall'avere descritta tutta la prodigiosa

attività del nostro autore. Le orazioni erano, dopo le epistole, il

genere più popolare fra gli eruditi. In esse raccoglievano tutte

quante le reminiscenze dell'antichità, e tutte quante le figure

retoriche. La memoria era spesso la sola facoltà veramente necessaria

al buon successo: — aveva una memoria eterna, citava tutti quanti

gli autori antichi, — era l'elogio che Vespasiano soleva fare ai più

celebri di questi oratori, i quali sembravano aver dei florilegi,

cui ricorrere per ispirare la propria eloquenza. Si trattava d'un

generale, e ricordavano tutte le grandi battaglie; si trattava d'un

poeta, e si sciorinavano precetti di Orazio o di Quintiliano. Il

soggetto principale svaniva dinanzi al bisogno di far servire tutto

come un'occasione a render sempre più familiare l'antichità: lo stile

era falso, l'artifizio continuo, le esagerazioni innumerevoli, e le

orazioni funebri riuscivan sempre apoteosi. Un giorno che il Filelfo

voleva accusare un suo persecutore, salì la cattedra, e cominciò

in italiano: «Chi è cagione di tanti suspecti? Chi è principio di

tante ingiurie? Chi è autore di tanti oltraggi? Chi è costui, chi è?

Nominerò io tal mostro? Manifesterò io tal Cerbero? Dirollo io? Io

certo il debbo dire, io il dico, io il dirò, se la vita n'andasse.

Egli è il maledico ed il prodigioso, il detestabile ed abominevole....

Ahi! Filelfo, taci, non dire per Dio! Abbi pazienza. Chi sè medesimo

contenere non può, male potrà alcun altro d'intolleranza e d'incostanza

ammaestrare.»[89] Ecco ciò che allora sembrava modello d'eloquenza;

e però non aveva torto Pio II, quando diceva che un'orazione fatta

con arte poteva commovere solo gente di volgare intelligenza.[90]

Il cardinale di Estouteville, francese di buon gusto, ascoltando

l'elogio di S. Tommaso d'Aquino fatto dal Valla, ebbe ad esclamare:

ma quest'uomo è impazzato![91] Eppure quelle orazioni erano allora

talmente in voga, che nelle paci, nelle ambascerie, in tutte le

solennità pubbliche o private, non poteva farsene a meno. Ogni corte,

ogni governo, qualche volta anche le ricche famiglie, avevano il

loro oratore ufficiale. E come oggi di rado v'è festa senza musica,

così allora un discorso latino in versi o in prosa era il migliore

trattenimento d'una società culta. Molti ne furono dati alle stampe, ma

sono la parte minore; le biblioteche italiane ne contengono centinaia

ancora inediti. Eppure in tutta questa abbondanza non si trovano

mai esempi di vera eloquenza, se facciamo eccezione d'alcune fra le

orazioni di Pio II, il quale non parlava sempre per mero esercizio

letterario, ma spesso anche per giungere ad un fine determinato, ed

allora non affogava nella retorica. Poggio Bracciolini era tenuto

uno dei gran maestri del genere, e non mancò anch'egli di fare molte

orazioni, specialmente in lode dei letterati amici che morivano. La

facilità dello stile che pur cadeva spesso in verbose lungaggini, il

brio, la disinvoltura ed il buon senso lo rendono più leggibile degli

altri, ma non eloquente.

Gli ultimi anni della sua vita li passò a Firenze, dove, per la morte

di Carlo Marsuppini (24 aprile 1453), fu nominato segretario della

Repubblica, e scrisse il suo ultimo lavoro, che fu la _Storia di

Firenze_ dal 1350 al 1455. In quest'opera egli, come aveva già fatto

Leonardo Bruni, abbandonò la via tenuta dai cronisti fiorentini, e non

ebbe la vivacità ed evidenza di cui essi avevano dato così splendide

prove. Non vi si trova mai un aneddoto, non un racconto ritratto dal

vero; non si scopre mai una conoscenza personale degli avvenimenti, in

mezzo ai quali l'autore era pure vissuto, partecipandovi. Egli sembra

narrare fatti greci e romani; non parla mai delle interne vicende

della Repubblica, e noi assistiamo solo a grandi battaglie, a lunghi

e solenni discorsi latini di Fiorentini vestiti sempre alla romana.

Poggio in sostanza mira principalmente ad imitare l'epica narrazione

di Livio, e se questo gli fa perdere le spontanee qualità dei cronisti,

l'obbliga pure a cercare un legame, se non scientifico e logico, almeno

letterario tra i fatti, e la cronaca così comincia a trasformarsi nella

storia. Il Bruni è assai superiore per critica storica, il Bracciolini

per facilità di stile, spesso però diviene verboso. Questi fu dal

Sannazzaro accusato di soverchia parzialità per la sua patria;[92] ma

ciò dipende in gran parte dall'attitudine che assume, parlando sempre

di Firenze come se fosse la repubblica romana.

Se Poggio Bracciolini fu il principale rappresentante di questo

secondo periodo della erudizione italiana, non fu il solo; si trovò

anzi in mezzo ad una schiera numerosa d'altri dotti, e fra questi il

più celebre era Leonardo Bruni, nato nel 1369 in Arezzo, e chiamato

perciò l'Aretino. Noi lo abbiam visto già all'arrivo del Crisolora

in Firenze, abbandonare lo studio del diritto, per darsi tutto al

greco; ed il profitto che fece fu tale da poter ben presto tradurre

non solo i principali storici ed oratori, ma anche i filosofi greci.

Con ciò egli rese un immenso servigio alle lettere, perchè le sue

versioni furono le prime in cui i classici greci vennero fedelmente

tradotti dall'originale, nè solo in un latino elegante, ma senza

essere alterati dalle idee del traduttore; e perchè comparivano nel

momento appunto in cui il bisogno di averle era universale. Le versioni

dell'_Apologia di Socrate_, del _Fedone_, del _Critone_, del _Gorgia_,

del _Fedro_ di Platone, e quelle dell'_Etica_, dell'_Economica_,

della _Politica_ d'Aristotele, furono un vero e proprio avvenimento

letterario. Da un lato veniva rivelata la filosofia platonica, fino

allora quasi sconosciuta in Italia; da un altro compariva finalmente

quello che fa chiamato il _vero_ Aristotele, ignoto al Medio Evo. Gli

eruditi potevano adesso ammirare quella eloquenza, che il Petrarca

aveva cercata invano nell'Aristotele travestito e quasi barbaro de'

suoi tempi; non erano più costretti a studiare uno scolastico invece

del filosofo greco. Così il Bruni dètte un impulso grandissimo alla

filosofia ed alla critica. Il suo era infatti un ingegno critico,

come apparisce anche dalle _Epistole_, nelle quali troviamo per la

prima volta sostenuta l'opinione che l'italiano sia derivato dal

latino parlato, diverso dallo scritto, e ciò con argomenti tali, che

l'umanista del secolo XV sembra qualche volta un vero precursore della

filologia moderna.[93]

Queste qualità si vedono anche meglio ne' suoi lavori storici, primo

dei quali è la _Storia di Firenze_ dalle origini sino al 1401. Di essa

noi dobbiamo dare giudizio diverso di quello già espresso sulla Storia

del Bracciolini, che ne è la continuazione. Questi, come dicemmo è

superiore per la grande facilità dello stile, ma è vinto di gran lunga

per lo spirito critico, e per l'esame delle fonti. Il Bruni ricorre

anche, il che è notevolissimo, ai documenti d'Archivio, e si occupa

assai più dei fatti interni della Repubblica.[94] Più di una volta,

come avremo occasione di vedere, egli ci apparisce come un precursore

delle _Storie_ del Machiavelli. Tuttavia anche in lui troviamo la

stessa tendenza a vestire i Fiorentini alla romana, la stessa mancanza

di colorito locale, gli stessi lunghi discorsi retorici, messi in bocca

dei personaggi storici per la irresistibile passione d'imitare gli

antichi.[95]

Leonardo Aretino era uomo di grandissima autorità personale in Firenze,

dove ebbe molti ed importantissimi uffici, fra i quali tenne lungamente

quello di segretario della Repubblica.[96] Morto nel 1444, gli successe

Carlo Marsuppini d'Arezzo, chiamato perciò Carlo Aretino. Costui

scrisse assai poco, e nulla d'importante; pure fu un insegnante di

grido, emulo fortunato del Filelfo nello Studio fiorentino, ed ebbe

una gran fama, dovuta principalmente alla sua memoria, che gli faceva

fare gran figura nei pubblici discorsi. La sua prima Prolusione fu

applauditissima, perchè, secondo dice Vespasiano, «non ebbono i Greci

nè i Latini scrittore ignuno, che messer Carlo non allegasse quella

mattina.»[97] Egli ostentava un gran disprezzo pel Cristianesimo,

ed una grande ammirazione per la religione pagana.[98] A lui come al

Bruni furono dalla Repubblica decretati solenni onori funebri. Ambedue

ebbero sulla bara la corona poetica; ambedue riposano, l'uno di fronte

all'altro, in Santa Croce, sotto due monumenti del pari eleganti,

con due iscrizioni del pari pompose, quasi seicentistiche, sebbene

grande fosse la distanza che passava dall'ingegno dell'uno a quello

dell'altro. L'elogio funebre del Marsuppini venne letto dal suo scolare

Matteo Palmieri, quello del Bruni, invece, da un altro letterato di

sommo grido, e riuscì un avvenimento solenne. In mezzo alla pubblica

piazza, accanto alla bara, su cui era il cadavere del Bruni col volume

della sua _Storia Fiorentina_ sul petto, in presenza dei magistrati

della Repubblica, incominciò a leggere Giannozzo Manetti, che da

molti era tenuto, massime per le orazioni, il primo letterato allora

vivente. Eppure chi legge adesso questa Orazione, resta maravigliato,

e non sa comprendere come in un secolo tanto culto e tanto ammiratore

dei classici, si potesse, con un gusto così barocco, riscuotere così

universali applausi. Egli incomincia col dire che, se le Muse immortali

(_immortales Musae divinaeque Camoenae_) avessero potuto fare un

discorso latino o greco, e piangere in pubblico, non avrebbero lasciato

fare a lui quella solenne orazione. Viene poi a parlar della vita del

Bruni, ed, arrivato al tempo in cui fu segretario della Repubblica,

percorre la storia di Firenze. Tocca delle opere di lui, e poi si

distende a ragionare degli scrittori greci e latini, specialmente

di Cicerone e di Livio, al di sopra dei quali pone il Bruni, per la

gran ragione, che questi non solo traduceva dal greco come il primo,

ma scriveva anche storie come il secondo, così riunendo in sè i

pregi dell'uno e dell'altro. Avvicinatosi il momento, in cui doveva

mettere la corona sulla testa del morto amico, parlò dell'antichità

di questo uso e delle varie corone: _civica, muralis, obsidionalis,

castrensis, navalis_, continuando la descrizione per cinque grosse

pagine di fittissimo carattere. Affermò che il Bruni meritava la corona

come vero poeta, e subito s'abbandonò ad una serie di vuote frasi,

per spiegare che significhi la parola poeta, che sia la poesia, e

finalmente conchiudeva con una pomposa apostrofe, coronando «il felice

ed immortale sonno della maravigliosa stella dei Latini.»[99] Strana

è veramente questa gonfiezza di stile in coloro che passavano la vita

studiando, imitando i classici!

Il Manetti era nato a Firenze nel 1396, ed in età di 25 anni, morto

il padre, lasciò il banco per darsi allo studio con tanto ardore, che

dormiva solo cinque ore. Dalla sua casa aprì un uscio che dava nel

giardino del convento di Santo Spirito, ove andava a studiare, e per

nove anni non passò l'Arno.[100] Imparò il latino, il greco, l'ebraico;

aveva una grande facilità di scrivere, una memoria «eterna, immortale,»

secondo la solita espressione di Vespasiano. Ma il pregio di quest'uomo

era più che altro nel suo carattere morale. Pratico degli affari,

religioso, fermo, onestissimo, gli studi lo condussero a formarsi un

alto ideale della vita, al quale si mantenne sempre fedele nei molti

uffici che gli furono affidati. Vicario o Capitano della Repubblica in

più città lacerate dalle fazioni, riuscì a dare sentenze severissime,

a porre gravi tasse, senza mai essere accusato di parzialità. Ricusava

anche i donativi d'uso, dando invece del suo a chi ne abbisognava,

portando la concordia e la pace per tutto. Le ore d'ozio passava

scrivendo la vita di Socrate e di Seneca, _De dignitate et excellentia

hominis_, la storia delle città in cui si trovava. Ma il suo caval

di battaglia, come erudito, furono le orazioni, che fece nelle molte

ambascerìe, cui venne inviato appunto per la grandissima fama d'oratore

che s'era guadagnata. A Roma, a Napoli, a Genova, a Venezia venne

accolto come un principe; e la sua reputazione era tale, che solo a

lui riescì, con una lettera latina, di farsi rendere dal capitano

Piccinini otto cavalli che i soldati di lui gli avevano rubati.

Essendo andato a rallegrarsi in nome della repubblica fiorentina per

la elezione di Niccolò V, la gente accorse dalle città vicine, ed il

Papa lo ascoltò con tale attenzione, che un prelato accanto gli toccò

più volte il gomito, credendolo addormentato. «Finita l'orazione,

a tutti i Fiorentini fu tocca la mano, come se avessino acquistato

Pisa e il suo dominio;»[101] e i cardinali veneziani scrissero subito

al loro governo, che bisognava mandare a Roma un oratore simile al

Manetti, altrimenti ne andava il decoro della Serenissima. A Napoli il

re Alfonso sembrava «una statua sul trono,» quando parlò il Manetti.

Eppure questi era un oratore senza originalità: i suoi discorsi, d'uno

stile gonfio e falso, sono centoni di notizie diverse, florilegi di

frasi latine. Ma ciò appunto era quello che piaceva allora, perchè

dimostrava la sua vasta lettura, la sua grande memoria, la sua

prodigiosa facilità di cucire insieme periodi sonori. Scrisse molte

storie e biografie che, senza la vivacità dei cronisti antichi, non

hanno neppure i pregi dell'Aretino e del Bracciolini. I suoi trattati

filosofici sono vuote dissertazioni; le sue molte traduzioni dal

latino e dal greco non hanno la importanza di quelle dell'Aretino,

che lo aveva preceduto; le sue versioni del _Salterio_ dall'ebraico e

del _Nuovo Testamento_ dal greco mostrano che era poco contento della

Volgata; ma s'ingannarono coloro che vollero in ciò vedere un ardimento

religioso, di cui egli era incapace. Gli ultimi anni della sua vita

furono amareggiati dall'invidia che l'obbligò a lasciare Firenze; ma

trovò protezione a Roma ed a Napoli, dove morì, stipendiato da Alfonso

d'Aragona, il 26 ottobre 1459.

Sebbene la grande reputazione del Manetti sia oggi assai decaduta,

pure egli merita un posto d'onore nella storia del secolo XV, perchè

la sua vita dimostra chiaramente come non vi sia professione nè secolo

corrotto in modo da impedire ad un uomo di serbare una vera nobiltà

di animo. Quella stessa erudizione pagana, che lasciava dietro di sè

tante rovine morali in Italia, a lui valse invece per levare in alto

il proprio spirito. Ed invero è un grande errore, quantunque assai

comune, il condannare con una sentenza generale il carattere di tutti

gli eruditi. Noi abbiamo già dovuto ammirare Coluccio Salutati e Palla

Strozzi; molti altri potremmo citare anche fra i meno noti. Basta

leggere il biografo Vespasiano, di cui si può biasimare la troppa

ingenuità, ma non si può mettere in dubbio l'ammirazione sincera per la

virtù. Egli ci parla di messer Zembrino da Pistoia, che insegnava «non

solo lettere, ma costumi,» e, lasciato ogni altro ufficio, «per vivere

alla filosofia,» parco e morigerato, dava tutto il suo ai poveri,

cibandosi come un eremita; ed era «di un animo interissimo, libero,

senza dolo e fraude ignuna, come vogliono esser fatti gli uomini.»

Parlando di maestro Paolo fiorentino, dotto in greco, in latino e

nelle sette arti liberali, dato anche all'astrologia, aggiunge, che

non conobbe mai donna; dormiva vestito sopra un'asse, accanto allo

scrittoio; nutrivasi di erbe e di frutta; «solo era volto alla virtù,

e quivi aveva posto ogni sua speranza.... Quando non istudiava, andava

alla cura di qualche suo amico.»[102] Tutto ciò per altro non può far

dimenticare, che la maggior parte di essi erano bensì uomini dati con

ardore allo studio, ma pur troppo senza carattere. Il perenne esercizio

della mente in questioni assai spesso di pura forma; la vita vagabonda

di cortigiani costretti a guadagnarsi il pane con elogi venduti; le

continue gare; la mancanza d'ogni sentimento di fratellanza o di casta

nel lavoro e nell'ufficio comune che adempivano, e la demolizione

che cinicamente facevano di ogni cosa più sacra, non potevano certo

contribuire a nobilitare il loro carattere. Se si aggiunge poi, che

tutto ciò seguiva in un momento nel quale la libertà era già spenta,

la società decadeva, la religione veniva scandalosamente profanata dai

Papi stessi, allora solamente si capirà che profonda corruzione morale

dovesse ritrovarsi in Italia, quando questi eruditi erano i predicatori

della virtù, i distributori della gloria, i rappresentanti della

pubblica opinione. Ma ciò non deve impedirci di riconoscere gli onesti,

che si salvarono dal generale naufragio. Se non si tien conto di tutti

gli elementi di cultura e della diversa indole degli uomini che vissero

in quel secolo, si corre pericolo di non poter mai più intendere come

lo spirito italiano sapesse allora, fra tanti pericoli, trovare in sè

stesso la forza necessaria a promuovere uno straordinario progresso

intellettuale, evitando una totale rovina morale, a cui forse ogni

altro popolo in simili condizioni sarebbe andato soggetto.

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I · 第 23 / 116 题