Fra Dante Alighieri (1265-1321) e Francesco Petrarca (1304-74) non
passa una gran distanza di tempo; ma chi studia la vita e gli scritti
loro crederebbe quasi che essi appartengano a due secoli diversi.
Dante apre colle sue opere immortali un'èra novella; resta però sempre
con un piede nel Medio Evo. Egli si è fatta «parte per sè stesso,» ed
ha un supremo disdegno per la compagnia «malvagia e scempia» che lo
circonda;[39] ma è anche un partigiano fierissimo, che lotta tra le
fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini; impugna la spada a Campaldino.
L'Impero che vagheggia ed invoca è sempre l'Impero medievale, che egli
difende con ragioni prese parte dalla scolastica, che penetra anche nel
suo divino poema, in parte però ispirate ad un senso quasi profetico
dell'avvenire. La sua anima è piena di fede religiosa e d'energia
morale; la sua immagine ci apparisce come scolpita dalla mano di
Michelangelo, in mezzo al tumulto delle passioni del secolo contro cui
combatte, ma dal quale non è ancora uscito del tutto.
Il Petrarca invece fa parte d'un altro mondo, e quando si pensa che con
lui s'inizia un periodo affatto nuovo dello spirito e della cultura
nazionale, riesce assai difficile comprendere, come mai in sì breve
periodo di tempo, l'Italia abbia potuto tanto e così rapidamente
mutare. D'un carattere più debole, d'un genio poetico meno originale,
e, sebbene vesta l'abito ecclesiastico e goda parecchi benefizî, d'una
fede religiosa assai più fiacca, egli non è nè guelfo, nè ghibellino;
disprezza la scolastica; sente che la letteratura diviene una nuova
potenza nel mondo, che egli deve tutta la sua forza al proprio ingegno
e valore letterario; ha quasi dimenticato il Medio Evo, e si presenta
a noi come il primo uomo moderno. Singolare è però il vedere come
tutto questo s'unisca in lui ad un amore, quasi ad un fanatismo per
gli scrittori latini, che studiò ed imitò in tutta la sua vita, non
sapendo immaginare nè desiderare nulla di meglio, che far rinascere la
loro cultura, le loro idee. Spiegare come in questo sforzo costante e
continuo per tornare all'antico, si scoprisse invece un mondo nuovo, è,
noi lo abbiamo già notato, il problema che deve risolvere lo storico
della erudizione del secolo XV. Questo singolare fenomeno assai più
chiaramente che in altri si può osservare nel Petrarca, perchè in lui
trovasi come in germe tutto il secolo che segue, e i molti eruditi
che gli succedono sembrano non fare altro che prendere, ciascuno per
sè, una parte sola del molteplice lavoro che egli abbracciò nel suo
insieme, se facciamo eccezione dello studio del greco, che egli potè
solo promuovere co' suoi consigli.
Fin dai primi anni il Petrarca abbandonò la legge e la scolastica per
Cicerone e Virgilio; percorse il mondo; scrisse agli amici per avere
antichi codici, di cui formò una preziosa raccolta. Ne copiò di sua
mano; cercò autori sconosciuti o dimenticati, sopra tutto opere di
Cicerone, che era il suo idolo, e di lui scoprì due orazioni a Liegi,
le lettere familiari a Verona.[40] Questo fu un vero avvenimento
letterario, perchè la facile ed alquanto pomposa eloquenza di Cicerone
divenne il modello costante del Petrarca e degli eruditi, come le sue
epistole furono il componimento letterario più diffuso, più ammirato,
imitato tra loro, che ne scrissero un gran numero. Quelle del Petrarca
incominciano la lunga serie, formano la sua migliore biografia,
sono un monumento di grandissima importanza storica e letteraria.
Ne scrisse agli amici, ai principi, ai posteri, ai grandi scrittori
dell'antichità. In esse v'è luogo per ogni affetto, per ogni pensiero,
e l'autore si esercita, sotto la fida scorta di Cicerone, in ogni
stile letterario. Da un lato v'entrano la storia, l'archeologia, la
filosofia, e formano così come un manuale enciclopedico, adattatissimo
a raccogliere e diffondere una cultura nuova, che, incominciata appena,
non è capace ancora d'una più scientifica trattazione. Da un altro
lato l'autore può manifestare in esse tutto il proprio spirito, dare
libero corso ai suoi affetti, descrivere popoli e principi, caratteri
e paesi diversi. L'erudito e l'osservatore del mondo reale si trovano
in esse uniti; anzi noi vediamo come il secondo nasca del primo, e come
l'antichità, conducendo per mano l'uomo del Medio Evo, lo guidi dal
misticismo alla realtà, dalla Città di Dio a quella degli uomini, e gli
faccia acquistare la indipendenza del proprio spirito.
Se guardiamo alla forma di queste epistole del Petrarca, troviamo che
il suo latino non manca d'ineleganze, nè di errori; nessuno oserebbe
metterlo accanto a quello dei classici; è inferiore anche a quello che
usarono più tardi il Poliziano, il Fracastoro, il Sannazzaro. Bisogna
paragonarlo con quello del Medio Evo, per vedere l'immenso cammino
che ha fatto, e come esso superi di gran lunga anche il latino di
Dante. Ma il merito principale del Petrarca non sta tanto in questa
nuova eleganza classica, quanto nell'essere egli il primo che scriva
di tutto liberamente, come un uomo che parli una lingua vivente. Egli
ha gettato dietro di sè le grucce della scolastica, e dimostra come si
possa camminare speditamente, senza appoggiarsi. Inorgoglito di ciò, fa
qualche volta abuso della sua facilità, e cade in artifizî nei quali
sembra voler dar prova di agilità e di forza, o s'abbandona, osserva
giustamente il Voigt, al bisogno di chiacchierare, come un fanciullo,
il quale, avendo scoperto che può colla voce esprimere i suoi pensieri,
parla anche quando non ha nulla da dire. Qualche volta si vede in lui
apparire anche un primo germe di ciò che fu chiamato il Secentismo del
Quattrocento. Il Petrarca, in sostanza, ha spezzato la rete medievale,
in cui trovavasi allora incatenata l'intelligenza, ed ha col suo nuovo
stile trovato il modo di parlar d'ogni cosa, manifestando chiaramente,
spontaneamente tutto sè stesso.
Nel leggere le sue epistole, assai spesso ci reca maraviglia il vedere
quanto era ardente in lui un amore quasi pagano della gloria. Pare
qualche volta che esso sia il movente principale delle sue azioni, lo
scopo della vita, e che si sostituisca al vero ideale cristiano. Dante
s'era già fatto insegnare da Brunetto Latini come l'uom s'eterni; ma
se nell'_Inferno_ del suo poema i dannati si curano molto della loro
fama nel mondo, ciò segue assai meno nel _Purgatorio_, dove Oderisi da
Gubbio è condannato «per lo gran desio dell'eccellenza,» e scomparisce
affatto nel _Paradiso_, in cui la terra è quasi dimenticata. Il Medio
Evo cercava l'eternità in un altro mondo, il Rinascimento la cercava
in questo, ed il Petrarca era già entrato nel nuovo ordine d'idee.
La gloria, secondo lui, ispira l'eloquenza, le imprese magnanime,
la virtù; ed egli non si stanca mai di cercarla, non ne è mai sazio,
sebbene nessun uomo ne ottenesse in vita quanta ne ebbe lui. I Signori
della repubblica fiorentina gli scrivevano «ossequenti e riverenti,»
come ad un uomo, di cui «nè i passati videro, nè i posteri vedranno
mai l'uguale.»[41] Papi, cardinali, principi e re si tenevano
onorati d'accoglierlo in casa.[42] Un vecchio cieco, cadente, viaggiò
tutta l'Italia, appoggiato a suo figlio e ad un suo discepolo, per
abbracciare le ginocchia dell'uomo immortale, baciare la fronte che
aveva pensato cose tanto sublimi; ed il Petrarca ci racconta tutto ciò
con soddisfazione.[43] Il giorno che ricevette la corona poetica in
Campidoglio (8 aprile 1341) fu il più solenne, il più felice della sua
vita: non per me, egli dice, ma per eccitare altri alla virtù. Questo
sentimento diviene qualche volta come il demone del Rinascimento.
Cola di Rienzo, Stefano Porcari, Girolamo Olgiati e tanti altri furono
mossi, meno da un vero amore della libertà, che dal desiderio d'emulare
Bruto. Vicini al patibolo, non era più la fede in un altro mondo, ma
solo la speranza della gloria in questo, ciò che dava loro animo ad
affrontare la morte. Ed il Machiavelli esprime il pensiero del suo
secolo, quando dice che gli uomini se non possono aver la gloria con
opere lodevoli, la cercano con opere vituperevoli, pur che sopravviva
la propria fama.[44] Quanto è diverso questo stato d'animo da quello
del Medio Evo, e con quale straordinaria rapidità questo mutamento è
avvenuto!
Tutto spinge il Petrarca, che trascina con sè i contemporanei ed
i posteri, verso il mondo reale; egli ha un grandissimo bisogno
di viaggiare, per vedere e descrivere: _multa videndi amor ac
studium_.[45] Corre a Parigi, per riscontrare se son vere le maraviglie
che si raccontano di quella città; a Napoli si pone a visitare
minutamente gl'incantevoli dintorni della città con l'Eneide in mano,
per guida; cerca i laghi d'Averno, d'Acheronte, di Lucrino, la grotta
della Sibilla, Baia, Pozzuoli, e descrive tutto minutamente, rapito ad
un tempo dalla bellezza della natura e dalle classiche memorie.[46]
Virgilio era stato la guida di Dante nei tre regni dell'altro mondo,
Virgilio è in questo la guida del Petrarca allo studio della natura.
Una spaventosa tempesta scoppia di notte nel golfo di Napoli, ed egli
salta dal letto; percorre la città; va alla marina; guarda i naufraghi;
osserva il mare, il cielo, tutti i fenomeni: entra nelle chiese dove
si prega, e scrive poi una lettera divenuta celebre.[47] Tutto ciò non
ha più alcuna novità per noi, che siamo nati nel realismo moderno;
ma bisogna ricordarsi che il Petrarca era primo ad abbandonare il
misticismo del Medio Evo. Il singolare è che, per uscirne, si avvolgeva
nella toga romana. Dante, è ben vero, ha qualche volta con tocchi
maravigliosi descritto la natura; ma sono paragoni o sono accessorî
che servono a mettere in rilievo le sue idee, i suoi personaggi; nel
Petrarca, per la prima volta, la natura acquista un proprio valore,
come nei quadri dei Quattrocentisti. Nelle sue descrizioni di caratteri
v'è un realismo che ricorda i ritratti che fecero più tardi Masaccio,
il Lippi e Mino da Fiesole; anch'egli disegna e colorisce il vero
qual'è, solo perchè vero, senza altro scopo. Sente d'una certa Maria
di Pozzuoli, donna di straordinaria forza, che vive sempre nelle
armi, combattendo una guerra ereditaria, e fa una gita per vederla,
parlarle e descriverla.[48] Vivissima è la descrizione dell'osceno
disordine in cui era caduta la corte di Giovanna I, e del dominio
che vi esercitava il francescano Roberto d'Ungheria. «Piccolo, calvo,
rubicondo, colle gambe gonfie, marcio pei vizî, curvo sul suo bastone
per ipocrisia e non per vecchiezza, avvolto in un lurido saio, che
lascia scoperta metà della persona, per far pompa d'una mentita
povertà, percorre silenzioso la reggia in aria di comando, sprezzando
tutti, calpestando la giustizia, contaminando ogni cosa. Quasi nuovo
Tifi o Palinuro, egli regge in mezzo alla tempesta il timone di questa
nave che dovrà presto affondare.»[49] Altrove ci viene dinanzi, con una
singolare evidenza, il fiero aspetto di Stefano Colonna, dicendo che,
«sebbene la vecchiezza abbia raffreddato l'animo nel suo feroce petto,
pure, cercando la pace, egli trova sempre la guerra, perchè deciso
piuttosto a scendere nella tomba combattendo, che piegare l'indomito
suo capo.»[50] Questi profili evidenti e parlanti, si presentano
fra continue citazioni classiche; son come esseri viventi in mezzo a
rottami dell'antichità, ed acquistano pel contrasto maggiore evidenza;
ci fanno vedere, toccare con mano, come un nuovo mondo vada sorgendo
insieme al rinascimento dell'antichità.
Se poi nel Petrarca cerchiamo non il letterato, ma l'uomo, allora
troviamo che, per quanto egli fosse buono ed ammiratore sincero della
virtù, v'era già in lui quella fiacca mutabilità di carattere, quella
eccitabile vanità, quel dare alle parole quasi l'importanza stessa che
ai fatti ed alle azioni, che formò più tardi l'indole generale degli
eruditi nel secolo XV. Egli è uno di coloro che più hanno esaltato
l'amicizia, a tutti prodigando tesori d'affetto nelle sue epistole; ma
non sarebbe molto facile trovare nella sua vita esempî d'un'amicizia
ideale e profonda come quella, per esempio, che trasparisce dalle
parole di Dante per Guido Cavalcanti. Gran parte di quelle effusioni
s'esauriva nell'esercizio letterario cui davano luogo. Si potrebbe
dire che a ciò contradica la passione costante che il Petrarca ebbe
per madonna Laura, la quale gl'ispirò quei versi immortali che egli
disprezzò troppo, ma che pur formarono la sua gloria maggiore. Certo
nel Canzoniere si trova la più vera, la più fine analisi del cuore
umano; una lingua in cui i pensieri traspariscono come in purissimo
cristallo, libera da ogni forma antiquata, più moderna della lingua
stessa di molti scrittori del Cinquecento. Certo non può dubitarsi
d'una passione vera e sincera; ma questo canonico che annunzia il
suo amore ai quattro venti, che per ogni sospiro pubblica un sonetto,
che fa sapere a tutti come egli sia disperato se la sua Laura non lo
guarda, e intanto fa all'amore con un'altra donna, per la quale non
scrive sonetti, ma da cui ha figli, a chi farà credere che la sua
passione sia nel fatto qual'egli la descrive, eterna, purissima e sola
dominatrice del suo pensiero?[51] Ed anche qui sorge dinanzi a noi,
e risplende di nuovo la nobile immagine di Dante, che si nascondeva,
per tema che altri s'accorgesse del suo amore, e scriveva solo quando
la passione, divenuta più forte di lui, erompeva dal suo petto, sotto
forma di poesia immortale. La Beatrice di Dante è ancora avvolta in un
velo aereo di misticismo, e finisce col trasfigurarsi nella teologia,
allontanandosi da noi; la Laura del Petrarca, invece, è sempre una
donna vera e reale, di carne e d'ossa, che vediamo vicino a noi, che
affascina col suo sguardo voluttuoso il poeta, il quale, anche nel
suo maggiore esaltamento, resta sulla terra. Una terra dalla quale, il
divino dovrà fra poco essere inesorabilmente escluso.
Nella condotta politica si vede assai chiara la mutabilità, per
non dir peggio, del Petrarca. Amico dei Colonna, ai quali diceva
di dover tutto, «la fortuna, il corpo, l'anima;»[52] amato da essi
come figlio, accolto come fratello, li colmò sempre delle lodi più
esaltate, abbandonandoli poi nel momento del pericolo. Quando infatti
Cola di Rienzo cominciò in Roma lo sterminio di quella famiglia, il
Petrarca, che era pieno d'una sconfinata ammirazione letteraria pel
classico tribuno, lo incoraggiò a continuare nella distruzione dei
nobili: «Verso di essi ogni severità è pia, ogni misericordia inumana.
Inseguili con le armi in mano, quando anche tu dovessi raggiungerli
nell'inferno.»[53] Ma ciò non gli impediva di scrivere, quasi nello
stesso tempo, pompose lettere di condoglianza al cardinale Colonna:
«Se la casa ha perduto alcune colonne, che monta? Resta sempre con te
un saldo fondamento. Giulio Cesare era solo e bastò.»[54] Più tardi
i Colonna furono per lui di nuovo Massimi e Metelli;[55] ma non cessò
tuttavia di rimproverare al tribuno la sua debolezza, per non essersi
disfatto dei nemici quando poteva.[56] È ben vero che si scusava
dicendo, che egli non mancava di riconoscenza; _sed carior Respublica,
carior Roma, carior Italia_.[57] Chi gl'impediva però di tacere? E
questo repubblicano così ardente ammiratore del terzo Bruto, «che
riunisce in sè, e supera la gloria dei due precedenti,»[58] poco dopo
invitava l'imperatore Carlo IV a venire in Italia, «la quale invoca
il suo sposo, il suo liberatore, e non vede l'ora che l'orma de' tuoi
piedi si stampi su di essa.»[59] Non molto prima aveva esaltato anche
Roberto di Napoli, dichiarando che la monarchia era l'unico mezzo per
salvare l'Italia.[60] È noto poi quanti rimproveri facesse ai Papi,
perchè avevano abbandonato Roma, che senza di essi non poteva vivere.
Eppure il nostro giudizio viene assai temperato, quando vediamo che
egli non s'accorgeva punto di queste contradizioni, perchè in sostanza
tutti questi discorsi erano più che altro un esercizio letterario, non
già l'espressione d'una vera e profonda passione politica, che volesse
manifestarsi in atto. Dato il soggetto, la penna correva rapidissima
dietro le traccie di Cicerone, seguendo l'armoniosa cadenza del
periodo. Ma, e qui ricomparisce di nuovo la grande originalità del
Petrarca, che parli di repubblica, di monarchia o d'impero, non è più
fiorentino, ma italiano. L'Italia che egli vagheggia, si confonde, è
vero, sempre col concetto dell'antica Roma, che vorrebbe ripristinare;
ma in tutto questo suo sogno erudito, egli è il primo a vedere l'unità
dello Stato e della patria. L'Italia di Dante è ancora medievale;
quella del Petrarca, quantunque s'avvolga maestosamente nella toga
degli Scipioni e dei Gracchi, è finalmente un'Italia unita e moderna.
Così qui, come da per tutto, noi vediamo che il nostro autore, anche
in ciò vero rappresentante del suo tempo, volendo tornare al passato,
s'apre una via nuova all'avvenire. Veste sempre all'antica, alla
romana, ma è sempre moderno. Non dobbiamo però mai dimenticare che la
sorgente prima della sua ispirazione è letteraria, altrimenti cadremo
in continui errori ed in giudizî fallaci.
Il Petrarca assale fieramente la giurisprudenza, la medicina, la
filosofia, tutte le scienze del suo tempo, perchè non dànno mai quel
che promettono, e tengono invece la mente inceppata tra mille sofismi.
I suoi scritti sono spesso rivolti contro la scolastica, l'alchimia,
l'astrologia, ed egli è ancora il primo che osi apertamente rivolgersi
contro l'illimitata autorità di Aristotele, l'idolo del Medio Evo.
Tutto ciò fa un grandissimo onore al buon senso, che lo sollevò al
disopra dei pregiudizî del suo secolo. Ma s'ingannerebbe a partito
chi volesse per ciò trovare in lui un ardito novatore scientifico.
Il Petrarca non combatte in nome d'un principio o d'un metodo nuovo,
ma in nome della bella forma e della vera eloquenza, che non ritrova
nei cultori di quelle discipline, come non la ritrova nell'Aristotele
mal tradotto e raffazzonato del suo tempo. La scolastica ed il suo
barbaro linguaggio s'erano immedesimati con tutto lo scibile del Medio
Evo, ed era questo barbaro linguaggio che il Petrarca combatteva in
tutto lo scibile. Il Rinascimento italiano è una rivoluzione prodotta
nello spirito umano e nella cultura dallo studio della bella forma,
ispirata dai classici antichi. Questa rivoluzione, con tutti quanti
i pericoli che doveva recare il cominciar dalla forma per arrivar poi
alla sostanza, si manifesta la prima volta chiara e ben definita nel
Petrarca erudito, che perciò fu a ragione chiamato da alcuni, non solo
il precursore, ma il profeta del secolo seguente.