Fra l'infinita varietà di caratteri e d'istituzioni che ci presenta
l'Italia nel secolo XV, la storia di Roma forma quasi un mondo a
parte. Centro principale degli interessi di tutti i paesi cristiani,
la Città Eterna risentiva, più d'ogni altra, le grandi trasformazioni
che seguivano in Europa. La costituzione di Stati grandi e indipendenti
aveva spezzata e resa impossibile per sempre quella universale unità,
che il Medio Evo in parte aveva conseguita, in parte sognata. L'Impero
s'andava sempre più restringendo nei confini della Germania, e
l'Imperatore cercava rendersi forte con un dominio più sicuro e diretto
ne' suoi Stati proprî e personali. Così i Papi, dovendo omai rinunziare
ad ogni pretensione di universale dominio civile nel mondo, sentivano
più urgente la necessità di costituire davvero un loro regno temporale.
Se non che il trasferimento della sede in Avignone, ed il lungo scisma
avevano gettato nel disordine e fatto cadere nell'anarchia lo Stato
della Chiesa. Roma era dicerto un Comune libero, con una costituzione
simile a quella delle altre città italiane; ma, trovandosi in mezzo
ad una campagna deserta, il commercio e l'industria non vi erano mai
progrediti, ed il suo organismo politico non s'era mai potuto svolgere
con vigore, a cagione anche della eccezionale supremazia esercitata dal
Papa, dall'Imperatore, e dalla strapotenza dei nobili, che, favoriti
dai Papi, mettevano tutto a soqquadro. Gli Orsini, i Colonna, i
Prefetti di Vico erano veri e propri principi nei loro immensi dominî,
nei quali tenevano armi ed armati, nominavano giudici e notai, qualche
volta coniavano anche moneta. Il territorio di Roma era abbastanza
vasto, perchè andava dal Garigliano ai confini della Toscana; ma molte
delle città che ne facevano parte erano o cercavano continuamente di
rendersi indipendenti.
A che cosa fosse poi ridotto allora il dominio dei Papi in città
come Bologna, Urbino, Faenza, Ancona, le quali facevano parte dello
Stato della Chiesa, ma erano costituite in repubbliche o signorie
affatto indipendenti, può immaginarselo ognuno. Per fondare il dominio
temporale, bisognava quindi fare una vera e propria conquista.
Innocenzo VI (1352-62) aveva iniziato l'opera, mandando in Italia
il cardinale d'Albornoz, che col ferro e col fuoco sottomise una
gran parte dello Stato della Chiesa. Ma questa vantata sottomissione
si ridusse, in fondo, a costruire nelle principali città, fortezze
tenute in nome del Papa; a trasformare i tiranni in vicarî del Papa,
e far prestare dalle repubbliche atto d'obbedienza, riconoscendo
però i loro Statuti. Così gli Este, i Montefeltro, i Malatesta,
gli Alidosi, i Manfredi, gli Ordelaffi furono legittimi signori di
Ferrara, Urbino, Imola, Rimini, Faenza, Forlì. Invece Bologna, Fermo,
Ascoli ed altre città restarono repubbliche, sebbene riconoscessero
anch'esse la supremazia del Papa. La costituzione politica del Comune
di Roma cominciò allora ad essere trasformata. I Papi da lungo tempo
cercavano mutare in amministrative le sue magistrature politiche, e
per questa medesima via continuarono sempre fino a che non riuscirono a
distruggere del tutto le libertà comunali della Città Eterna. Un tale
lavoro, già molto avanzato, fu alla fine del secolo XIV interrotto
dallo scisma che lacerò lungamente la Chiesa, gettò di nuovo ogni cosa
nell'anarchia, e impedì la formazione d'ogni forte governo, d'ogni
ferma autorità.
L'anno 1417 finalmente il Concilio di Costanza fece cessare lo scisma,
deponendo tre Papi, ed eleggendo Ottone Colonna, che prese il nome di
Martino V. Così incominciò nella storia del Papato un nuovo periodo,
che durò sino al principio del secolo seguente, ed in esso i successori
di San Pietro sembrarono deporre ogni pensiero della religione, per
occuparsi solo di costituire il loro regno temporale. Divenuti simili
affatto agli altri tiranni italiani, adoperarono le stesse arti di
governo. Se non che la grande diversità della loro condizione nel
mondo, e l'indole propria dello Stato che dovevano governare, dava alle
loro azioni un carattere affatto speciale. Eletti generalmente in età
avanzata, i Papi si trovavano ad un tratto, in mezzo ad una nobiltà
riottosa e potente, alla testa d'uno Stato disordinato, scomposto,
in una città tumultuosa, nella quale erano spesso senza parenti o
amici, qualche volta stranieri affatto. Quindi, per cercar forza,
chiamavano e si davano a proteggere i fratelli, i nipoti che spesso
invece erano figli; e così ebbe origine quello scandalo nella Chiesa,
che fu noto col nome di nepotismo, e che è proprio più specialmente di
questo secolo. Entrati una volta nel turbinoso vortice della politica
italiana, i Papi si trovarono costretti a promuovere nel medesimo
tempo due interessi, che non di rado erano in collisione fra loro,
il politico cioè ed il religioso. Assai spesso la religione divenne
il mezzo di cui si valsero per conseguire i loro fini politici, e
quindi, sebbene sovrani di uno Stato piccolo e disordinato, poterono,
con l'autorità della Chiesa, mettere l'intera Italia a soqquadro;
e quantunque non riuscissero mai a dominarla tutta, la tennero
divisa, debole e sempre più facile preda degli stranieri, che essi
continuamente chiamarono. Da un altro lato cercavano valersi della loro
autorità politica, per tener viva quella forza religiosa che s'andava
spegnendo negli animi. Uno stato di cose tanto anormale sembrò turbare
stranamente la coscienza stessa di coloro che avrebbero dovuti essere
i rappresentanti di Dio sulla terra, e che, a poco a poco, perduto
ogni pudore, caddero in tali oscenità e delitti, che il Vaticano parve
qualche volta essere divenuto un'orgia di avvelenamenti, di congiure
e di stupri. Si correva così il rischio di estirpare ogni sentimento
religioso dal cuore dell'uomo, di scalzare per sempre le basi stesse
della morale.
I primi germi di questa funesta corruzione pur troppo nascevano
fatalmente dalle condizioni in cui si trovava allora il Papato, e
quindi cominciarono a portare i loro frutti anche sotto Martino V,
che fu forse il migliore dei Papi in quel secolo. Egli s'avanzò da
Costanza, secondo l'espressione d'un moderno, come un signore senza
terra, sì che a Firenze i fanciulli gli cantavano dietro canzoni di
scherno. Quando entrò in Roma il 28 settembre 1420, cogli aiuti della
regina Giovanna di Napoli, il popolo romano, perdute ormai le libere
istituzioni, si presentava a lui come una folla di poveri. La peste,
la fame, la guerra avevano per molti anni desolata la Città Eterna;
i monumenti, le chiese e le case erano in rovina; le strade piene
di macerie e di pantani; i ladri assalivano di giorno e di notte.
Nella Campagna era scomparsa l'agricoltura, e immense estensioni di
terre erano divenute deserti; le città del territorio combattevano
fra loro, e i nobili, chiusi nei loro castelli, che parevano nidi di
ladri, sprezzanti d'ogni autorità, intolleranti d'ogni freno e d'ogni
legge, facevano una vita da briganti. Martino V si pose all'opera con
fermezza, e prima di tutto compiè la distruzione del libero reggimento
di Roma, mutandolo addirittura in un municipio amministrativo. Molte
terre ribelli furono poi sottomesse, molti capi di bande armate furono
presi ed impiccati: cominciò così a ristabilirsi l'ordine, e ad aversi
finalmente una forma di regolare governo. Questo fu però ottenuto coi
mezzi che abbiamo qui sopra accennati. Il Papa, per trovare fautori
ed amici, si gettò addirittura in braccio ai Colonna, suoi parenti,
e fece loro concludere ricchi matrimonî, concesse loro nello Stato
della Chiesa o fece concedere nel regno di Napoli vasti feudi. Così
di potenti li rese strapotenti, ed iniziò il nepotismo. Per mantenere
la supremazia pretesa sempre dai Papi nel reame, e per cavarne in
ogni modo vantaggio ai suoi, sostenne prima Giovanna II, che lo aveva
aiutato ad entrare in Roma; poi Luigi d'Angiò, che la combatteva; poi
Alfonso d'Aragona, che trionfò di tutti. E questa funesta politica,
continuata anche da' suoi successori, fu precipua cagione della totale
rovina del Napoletano, ed in parte anche della rimanente Italia.
Pure in Roma si vedeva finalmente un'apparenza almeno di ordine e
di regolare governo. Le vie, le case, i monumenti si cominciavano a
restaurare; per la città e per molte miglia nella campagna si poteva,
dopo tanti anni, camminare senza tema d'esser rubati o assassinati. E
però, dopo la morte di Martino V (20 febbraio 1431), fu scritto sulla
sua tomba: _Temporum suorum felicitas_. Nè la iscrizione può dirsi del
tutto immeritata, tanto più che le sue colpe vennero ben presto fatte
dimenticare da quelle assai maggiori de' successori, ai quali mancarono
le sue virtù.
Eugenio IV che s'appoggiò agli Orsini, ed ebbe quindi fieramente
avversi i Colonna, venne subito cacciato da una rivoluzione, ed
inseguíto a colpi di pietre, quando se ne fuggiva pel Tevere, a
mala pena riuscendo a ripararsi in una barca (giugno 1434). Giunto a
Firenze, egli dovette rifarsi da capo, e mandò a Roma il patriarca
Vitelleschi, più tardi cardinale, che alla testa di bande armate,
cominciò col ferro e col fuoco un vero sterminio. La famiglia dei
Prefetti di Vico s'estinse in Giovanni, cui fu mozzato il capo; quella
dei Colonna fu in parte distrutta dal fiero prelato; la medesima
sorte subirono i Savelli. Molti castelli vennero spianati, molte
città distrutte, e gli abitanti correvano la Campagna affamati,
cercando qualche volta di vendersi come schiavi. Quando finalmente
il Vitelleschi, alla testa d'un piccolo esercito, entrava come un
trionfatore nella Città Eterna, che tremava ai suoi piedi, il Papa
insospettito gli mandò per successore lo Scarampo, altro prelato della
stessa tempra; ed il Vitelleschi, che voleva allora resistere, fu
subito circondato, ferito, preso e messo in Castel Sant'Angelo, dove
morì. Eugenio IV potè finalmente tornare tranquillo e sicuro in Roma; e
dopo tre anni anch'egli morì (1447).
Il destino di questo Papa, che sottomise definitivamente la Città
Eterna, fu singolare. Quando il Vitelleschi e lo Scarampo facevano
correre il sangue a fiumi, egli se ne stava a Firenze tra le feste
e gli eruditi. Senza aver grande cultura, nè sentir molto amore per
le lettere, trovandosi al Concilio fiorentino, ed avendo bisogno
d'interpetri per discutere e trattare coi rappresentanti della Chiesa
greca, si vide costretto ad ammettere gli eruditi nella Curia, la quale
ben presto ne fu inondata, il che portò poi un notevole mutamento
nella storia del Papato. Accanto al suo feretro venne recitato un
solenne elogio funebre, in latino classico, dal celebre umanista
Tommaso Parentucelli, il quale fu eletto a succedergli unicamente per
la gran fama della sua erudizione. Prese il nome di Niccolò V, e si
disse allora da tutti, che con lui era salita sulla cattedra di San
Pietro l'erudizione stessa. Trovando lo Stato abbastanza sicuro e
tranquillo, egli che non aveva un ingegno originale, nè conosceva il
greco (gravissima mancanza per un dotto del secolo XV), ma che era
il più grande raccoglitore ed ordinatore di antichi codici, portò
questa passione sulla sedia apostolica, facendone quasi unico scopo
del suo Papato. Il sogno principale della sua vita fu di trasformare
Roma in un gran centro di letterati, in una grande città monumentale,
con la prima biblioteca del mondo. Potendo, egli avrebbe trasportato
tutta Firenze sulle rive del Tevere. Mandò suoi messi in giro per
l'Europa, a raccogliere o copiare codici antichi; eccitò molti eruditi
a tradurre, con lauti stipendî, classici greci, senza occuparsi
delle loro opinioni religiose o politiche. Il Valla, che aveva con
gran clamore scritto contro la donazione di Costantino ed il potere
temporale dei Papi, fu dei primi ad essere chiamato da lui. Stefano
Porcari, che con la lettura dei classici s'era, come Cola di Rienzo,
infatuato della repubblica, fu pure colmato di onori. Costui però,
avendo addirittura cospirato per sovvertire il Governo e restaurare
gli ordini repubblicani, fece finalmente perdere la pazienza al Papa,
e venne condannato a morte. Ma nulla poteva intiepidire la passione
erudita di Niccolò V: a tutto egli rimediava con qualche discorso
latino, come fece per la caduta di Costantinopoli; e continuava sempre
a comprare codici, a chiamare eruditi. La Curia divenne un'officina di
truduttori e di copiatori; la biblioteca Vaticana s'andò accrescendo
con rapidità, e fu arricchita di molti volumi splendidamente legati.
Nello stesso tempo s'aprivano strade, si costruivano fortezze,
sorgevano chiese e monumenti d'ogni sorta. Era una febbrile attività,
perchè il Papa, coll'aiuto dei primi architetti del mondo, fra cui Leon
Battista Alberti, ideava un disegno, secondo cui Roma avrebbe vinto lo
splendore di Firenze. La città leonina doveva essere trasformata in
una grande fortezza papale, in cui San Pietro e il Vaticano dovevano
essere ricostruiti dalle fondamenta. Sebbene Niccolò V non riuscisse
a compiere questa impresa veramente grandiosa, alla quale sarebbero
bastate appena molte generazioni; pure la iniziò con tanto ardore,
che sotto di lui Roma mutò totalmente aspetto, ed i lavori immortali,
eseguiti al tempo di Giulio II e di Leone X, continuarono l'attuazione
del suo medesimo disegno.
Il 24 marzo 1455 Niccolò V moriva da vero erudito, dopo aver fatto cioè
un discorso latino ai cardinali ed agli amici. Successe a lui, col
nome di Calisto III, uno Spagnuolo, abile giurista, venuto in Italia
come avventuriero politico, accompagnando Alfonso d'Aragona. Costui
aveva settantasette anni; apparteneva al clero allora corrottissimo
della Spagna, non ancora disciplinato e domato dalla politica di
Ferdinando e d'Isabella; portava il nome, divenuto poi assai infausto,
dei Borgia: il suo breve papato fu come una meteora annunziatrice di
futuri guai. Di codici e di eruditi non s'occupò punto nè poco. Con
una cieca avidità, senza riguardi e senza pudore, colmò di onori, di
possessi e di danari i suoi nipoti, uno dei quali doveva poi prender la
tiara col nome ben noto d'Alessandro VI. Riempì la città d'avventurieri
spagnuoli, affidando loro l'amministrazione e la polizia, il che
fece crescere a dismisura i delitti. Il sangue scorreva, l'anarchia
minacciava di tornare in Roma, quando il vecchio Calisto morì (6 agosto
1458), ed allora uno scoppio improvviso di furor popolare mise in fuga
gli Spagnuoli, e gli stessi nipoti del Papa a fatica scamparono la
vita.
Successe un altro Papa erudito, Enea Silvio Piccolomini senese, uomo
vario, versatile d'ingegno e di carattere. Dopo una vita passata
prima nei piaceri, poi nelle discussioni di Basilea, dove sostenne
l'autorità di quel Concilio contro il Papa; più tardi tra gli affari
della cancelleria imperiale in Germania, dove fu primo a propagare la
erudizione italiana, egli rinnegò finalmente le sue ardite dottrine,
condannò i trascorsi giovanili, e così potè salire di grado in
grado negli ordini ecclesiastici fino al Papato (19 agosto 1458),
pigliando il nome di Pio II. Continuò sempre a studiare ed a scrivere
pregevoli opere; ma non protesse i dotti, come tutti avevano sperato,
occupandosi invece di dare ufficî e protezione a' suoi parenti ed a'
suoi Senesi. Roma era caduta nuovamente in preda all'anarchia, in
conseguenza della pazza politica di Calisto III, il quale, sebbene
creatura degli Aragonesi, aveva favorito gli Angioini; ma Pio II, più
accorto, favorì gli Aragonesi, e potè col loro aiuto sottomettere i
ribelli. Il pensiero dominante di questo Papa, fu la Crociata contro
il Turco; ma, uomo del suo secolo, ed umanista, egli era mosso più da
entusiasmo retorico che da zelo religioso. In Mantova, dove invitò a
solenne congresso i principi cristiani (1459), s'udirono molti discorsi
latini; ma fu più che altro un'accademia letteraria, con grandi
promesse, che restarono senza effetto. Perseverando nella stessa idea,
il Papa erudito scrisse una lettera latina al sultano Maometto II, con
la strana pretensione di convertirlo. Invece arrivavano sempre nuovi
esuli greci, fuggendo dinanzi ai Turchi, che avevano invaso la Morea;
e Tommaso Paleologo, che ne era stato il despota, portava ora in Roma
la testa dell'apostolo Andrea. Tutta la città parve allora trasformata
in una chiesa in festa, per ricevere la sacra reliquia, che venne
accompagnata da 30,000 fiaccole; e Pio II ne pigliò occasione a fare un
altro solenne discorso latino in favore della Crociata, ad un popolo
scettico, nel quale molti ammiravano la nuova reliquia cristiana solo
perchè era portata da gente che parlava la lingua d'Omero.
Nel 1462 il Papa aveva raccolto buona somma di danaro, per l'improvvisa
scoperta di ricche miniere d'allume a Tolfa, e tornò da capo all'idea
della Crociata, invitando i principi a partire subito per l'Oriente.
Vecchio e malato com'era, si fece portare in lettiga ad Ancona, dove
s'aspettava di trovar navi ed eserciti, che voleva accompagnare per
benedire egli stesso la battaglia, come fece Mosè quando Israele
combatteva contro Amalech. Invece il porto era vuoto, e quando
arrivarono finalmente poche galee veneziane, Pio II spirò guardando
l'Oriente, e raccomandando la Crociata (15 agosto 1464). Questa vita,
che a primo aspetto può sembrare soggetto degno di romanzo o anche
d'epico racconto, fu in sostanza priva d'ogni vera gloria o santità
religiosa. Pio II fu un erudito di molto ingegno, che voleva compiere
qualche cosa d'eroico, senza avere in sè stesso nessuna eccezionale
grandezza morale. Sebbene fosse, tra i Papi di quel secolo, il più
notevole certo per ingegno, non ebbe profonde convinzioni; rifletteva
le opinioni e le velleità degli uomini fra cui viveva, mutando sempre,
secondo i tempi e secondo le condizioni, in cui si trovava. Il suo
regno sembrò avere un certo splendore, e dar molte speranze; ma in
fatto poi non lasciò nulla di durabile dietro di sè. Dopo che v'erano
stati Papi che avevano colla forza fondato il temporale dominio, e
Papi che avevano fatto fiorire a Roma le lettere e le arti; dopo che
egli, mantenendo l'ordine, aveva col predicare la Crociata, dato anche
l'apparenza d'un risveglio religioso in Italia, poteva aspettarsi
un'èra migliore di pace sicura. Invece ora appunto si scatenano le
passioni, e sono vicine le più grandi oscenità, i più terribili delitti
nella Corte di Roma.
Paolo II, consacrato il 16 settembre 1464, s'avvicinò a questo nuovo
e più funesto periodo, senza averlo però ancora cominciato davvero;
può anzi dirsi migliore della sua fama. Tuttavia, non curante delle
lettere, egli era invece dato ai piaceri della vita, e sebbene non
privo di qualità politiche, reputò arte di governo corrompere il popolo
colle feste, che promosse profondendo tesori. Il suo nome passò odiato
appresso i posteri, perchè, senza riguardi, cacciò gli eruditi dalla
segreteria apostolica, per mettervi invece i suoi fidi. E quando gli
scacciati levarono i più alti clamori, e nell'Accademia Romana di
Pomponio Leto cominciarono a tenere discorsi che ricordavano Cola di
Rienzo e Stefano Porcari, sciolse l'Accademia e ne imprigionò i membri.
Il Platina allora, chiuso e torturato in Castel Sant'Angelo, giurò
vendetta, e la fece nelle sue ben note _Vite dei Papi_, le quali ebbero
una grande diffusione. In esse egli descrisse il suo persecutore come
un mostro di crudeltà. Il vero è però che Paolo II, senza punto essere
un buon Papa, non fu privo di meriti. Riordinò la giustizia, punendo
severamente molti di quei manigoldi, che, a servizio dei magnati,
empivano Roma di delitti; fece fare una nuova compilazione degli
Statuti romani; combattè con energia i Malatesta di Rimini, e distrusse
l'oltracotanza degli Anguillara, che possedevano gran parte della
Campagna e del territorio di San Pietro. Nè si può troppo fermarsi a
biasimare le sue colpe, quando si pensa ai tempi ed a coloro che gli
successero.
I tre Papi che seguono adesso, Sisto IV, Innocenzo VIII ed Alessandro
VI, sono quelli che riempiono il più triste periodo nella storia del
Papato, e ci mostrano davvero a quali condizioni fosse ridotta allora
l'Italia. Il primo di essi era un frate genovese, che, appena eletto
(9 agosto 1471), si mostrò subito un tiranno violento, senza scrupoli
di sorta. Aveva bisogno di danari, e mise in vendita ufficî, benefizî,
indulgenze. Proteggeva con indomabile ardore i nipoti, alcuni dei quali
si credeva, invece, che fossero suoi figli. Uno di essi, Pietro Riario,
fatto cardinale, ebbe 60,000 scudi di rendita, e s'abbandonò al lusso,
alle feste, alle dissolutezze, così perdutamente che ne morì subito,
esausto di forze e carico di debiti. Il fratello Girolamo, ugualmente
favorito, faceva la medesima vita. Tutta la politica del Papa era
diretta dall'avidità d'acquistare o conquistare pei nipoti e pei figli.
L'avere Lorenzo dei Medici attraversato questi disegni, fu cagione
che la congiura dei Pazzi venisse tramata nel Vaticano stesso; e non
essendo riuscita, il Papa mosse guerra a Firenze, e la scomunicò. Più
tardi s'unì coi Veneti contro Ferrara, sempre col medesimo intento di
strappare qualche provincia pe' suoi, e ne seguì una guerra generale,
pigliandovi parte ancora i Napoletani, che assalirono Roma, dove subito
si scatenarono le fazioni dei nobili. Roberto Malatesta da Rimini
fu chiamato a difendere la Città Eterna, ed essendo morto di febbre
malarica, presa nella guerra, il Papa voleva profittarne, spogliando
dello Stato l'erede di lui, disegno però che i Fiorentini mandarono a
vuoto.
Vedendosi in pericolo, mutò bandiera, e s'unì coi Napoletani contro
Ferrara e contro i Veneti, i quali ultimi sembrava a lui che volessero
condurre la guerra solo a proprio vantaggio. Si volse inoltre a far
vendette contro i nobili, a lui avversi, specialmente i Colonna.
Girolamo Riario, avido di sangue, comandava le artiglierie che furono
benedette dal Papa stesso, e prese a tradimento il castello di Marino,
con la promessa di salvare la vita al protonotario Lorenzo Colonna, che
fu invece decapitato. Al funerale in SS. Apostoli, la madre, accecata
dal dolore, prese pei capelli la testa del figlio, e mostrandola al
popolo esclamò: Ecco la fede del Papa! Tutte queste scene di sangue
non turbarono punto nè poco l'animo di Sisto IV. Quando però gli giunse
improvvisa la notizia che i Veneti, da lui abbandonati, avevano, senza
consultarlo e senza tener conto di lui nè de' suoi, fatto la pace di
Bagnolo (7 agosto 1484); allora, assalito da febbre violenta, morì (12
agosto), come si disse da tutti, pel dolore della pace.
_Nulla vis saevum potuit extinguere Sixtum;_
_Audito tantum nomine pacis, obit_.[34]
Le case del Riario andavano a sacco, gli Orsini e i Colonna erano in
armi, quando i cardinali, accorsi in fretta al Conclave, riuscirono
a stabilire una tregua. Ed allora cominciò il più scandaloso mercato
di voti per la elezione alla sede apostolica, che si vendeva al
maggiore offerente. Il fortunato compratore fu allora il cardinale
Cibo, che venne proclamato il 29 agosto 1484 col nome d'Innocenzo
VIII. Nemico degli Aragonesi, entrò subito nella congiura dei baroni
napoletani, promettendo loro uomini, armi, danari, e la chiamata d'un
nuovo pretendente angioino. La città d'Aquila cominciò la ribellione,
sollevando la bandiera della Chiesa (ottobre 1485); Firenze e Milano
si dichiararono per gli Aragonesi; Venezia e Genova furono, invece,
col Papa e coi baroni, i quali erano aiutati dai Colonna: gli Orsini,
armati nella Campagna, vennero fin sotto le mura stesse di Roma. La
confusione giunse al colmo; il Papa, disperato d'aiuto, armò anche
i condannati per delitti comuni; i cardinali erano divisi, il popolo
impaurito, e solo il cardinale Giuliano della Rovere passeggiava sulle
mura, pronto alla difesa. Da un momento all'altro s'aspettava l'assalto
del Duca di Calabria. Se non che, l'invito fatto dal Papa a Renato II
di Lorena fece concludere la pace, obbligandosi Ferrante ad un annuo
tributo, ed a dare amnistia ai baroni, che invece poi furono uccisi.
L'anarchia s'era, fra tanta confusione, di nuovo scatenata in Roma,
nè si vedeva modo di contenerla: ogni mattina si trovavano cadaveri
per le vie. Chi pagava, otteneva un salvocondotto; chi non pagava, era
impiccato a Tor di Nona. Ogni delitto aveva la sua tariffa, e le somme
maggiori di 150 ducati andavano a Franceschetto Cibo figlio del Papa,
le minori alla Camera. Il parricidio, lo stupro, tutto poteva essere
assoluto per danaro. Il Vice-Camerlengo diceva ridendo: Il Signore
non vuole la morte del peccatore, ma che viva e paghi. Le case dei
cardinali erano piene di armi, di bravi e di malfattori, cui davano
asilo. Nè era molto diverso lo stato delle cose in provincia. A Forlì
fu assassinato Girolamo Riario (1488), dicevasi, perchè il Papa voleva
dare quello Stato a Franceschetto Cibo; a Faenza Galeotto Manfredi
fu ucciso dalla moglie. Il pugnale ed il veleno lavoravano per tutto;
le più diaboliche passioni s'erano scatenate in Italia, e Roma era la
fucina principale dei delitti.
Intanto Innocenzo VIII si divertiva colle feste. Egli fu il primo dei
Papi che riconoscesse apertamente i proprî figli, e ne celebrasse le
nozze. Franceschetto sposò Maddalena di Lorenzo de' Medici (1487), ed
il fratello di lei, Giovanni, fu in compenso fatto cardinale all'età
di 14 anni. In mezzo a queste ed altre splendide feste di famiglia,
arrivava un singolare personaggio, il quale veniva a compiere lo
strano spettacolo che offeriva Roma in quel tempo. Djem o, come lo
chiamavano gl'Italiani, Gemme, era stato vinto e messo in fuga quando
contrastava al fratello Bajazet la successione al trono di Maometto
II. Capitato a Rodi, i cavalieri di quell'Ordine lo avevano fatto
prigioniero, ricevendo da Bajazet 35,000 ducati l'anno, a condizione
che non lo lasciassero fuggire. Più tardi Innocenzo riuscì ad avere
per sè la ricca preda, ottenendo 40,000 ducati annui da Bajazet, il
quale prometteva una somma assai maggiore, quando gli fosse stato
mandato il cadavere del fratello, cosa che però al Papa non metteva
conto. E così il 13 marzo 1489 Gemme, vestito del suo abito nazionale,
immobile sul suo cavallo, impassibile nella sua severa malinconia
orientale, entrava solennemente in Roma, ed alloggiava nel Vaticano,
dove s'occupava di musica e di poesia. La presa di Granata, ultimo
asilo dei Mori nella Spagna, l'arrivo di sacre reliquie dall'Oriente,
tutto dava luogo a feste, a processioni, a baccanali romani. Memorabile
fu anche l'arrivo del giovane cardinale Giovanni dei Medici, che aveva
allora soli diciassette anni. A lui il padre Lorenzo, fra molti savî
consigli, scriveva: si ricordasse che entrava nella sentina di ogni
male. E così era veramente. I figli ed i nipoti del Papa facevano
tutti parlare della loro vita scandalosa. Franceschetto Cibo in una
sola notte perdeva 14,000 fiorini, giocando col cardinal Riario, che
accusò al Papa come giocatore falso; ma i danari erano già pagati.
La Città Eterna era divenuta un gran mercato d'ufficî, che spesso
venivano creati a bella posta per essere venduti; nè solo ufficî, ma
si vendevano ancora bolle false, indulgenze ai peccatori, impunità agli
assassini. L'Infessura afferma che un padre fu con 800 ducati assoluto
dell'uccisione di due figlie. Ogni sera si gettavano nel Tevere i
cadaveri trovati nelle vie.
In mezzo a queste orgie infernali, il Papa di tanto in tanto cadeva
in un sopore che lo faceva creder morto; ed allora i cardinali, i
parenti correvano ad assicurarsi di Gemme, dei tesori, e la città era
in tumulto. Il Papa si risvegliava, e di nuovo cominciavano le feste,
continuavano gli assassinî. Finalmente un altro accesso del male non
dava più nessuna speranza. I parenti circondavano ansiosi il letto
del moribondo, che pigliava solo latte di donna: si disse ancora che
fu tentata la trasfusione del sangue, nel quale esperimento sarebbero
morti tre bambini. Ma tutto fu vano, chè il 25 luglio 1492, l'anno
stesso in cui chiudeva gli occhi Lorenzo de' Medici, Innocenzo VIII
cessava di vivere in età di sessanta anni. Quando era morto Sisto
IV, l'Infessura benediceva il giorno in cui Iddio aveva liberato
il mondo da un tal mostro; e fu eletto invece un Papa peggiore.
Nessuno supponeva ora che fosse possibile peggiorare ancora; eppure
venne eletto Alessandro VI, che seppe, colle sue scelleratezze, far
dimenticare tutte quelle dei suoi predecessori. Noi ne parleremo quando
dovremo narrare la catastrofe che, sotto il suo pontificato e in parte
per opera sua, colpì tutta l'Italia.[35]