La storia di Venezia sembra essere in diretta contradizione con quella
di Firenze. Questa, infatti, ci presenta una serie di rivoluzioni
che, partendo da un governo aristocratico, arrivano alla più grande
uguaglianza democratica, per cadere poi nel dispotismo d'un solo;
Venezia, invece, procede con ordine e fermezza alla costituzione di
un'aristocrazia sempre più forte. Firenze cerca invano salvare la
libertà, mutando sempre più spesso i suoi magistrati; Venezia crea
il Doge a vita, rende ereditario il Maggior Consiglio, consolida la
repubblica, diviene potentissima e riman libera per molti secoli. Una
così grande divergenza però, non solamente si spiega, ma apparisce ai
nostri occhi assai minore, se esaminiamo le speciali condizioni, tra
cui s'andò formando la repubblica veneta.
Fondata dai rifugiati italiani che popolarono la laguna, sulla quale
non arrivarono le invasioni barbariche, non ebbe, o assai poco, il
feudalismo nè le altre istituzioni e leggi germaniche, che penetrarono
largamente nel resto d'Italia. Così a Venezia, fin dal principio si
trovarono di fronte il popolo dato all'industria ed al commercio, e
le antiche famiglie italiane, che, non avendo l'aiuto dell'Impero, nè
la forza dell'ordinamento feudale, vennero facilmente domate e vinte.
E si formò subito l'aristocrazia del danaro o del popolo grasso, cui
fu molto facile impadronirsi del governo e tenerlo per secoli. Questo
trionfo, che a Firenze fu lento, che seguì dopo molte lotte, dopo
lunghe interruzioni, e condusse poi alla signoria de' Medici, fu invece
a Venezia rapidissimo e permanente. Sin dal principio la prosperità
della laguna venne dalle lontane imprese, dai lontani commerci, che,
più o meno dappertutto in Italia, costituirono la forza del popolo
grasso. A ciò si aggiungeva da un lato, che il popolo minuto era
occupato molti mesi dell'anno in lunghe navigazioni, e dall'altro,
che il governo delle colonie dava modo ai più ambiziosi cittadini di
comandare senza mettere a repentaglio la Repubblica.
Così la costituzione veneta, cominciata con forme non molto dissimili
da quelle degli altri Comuni italiani, s'andò alterando per le
condizioni affatto diverse, in mezzo a cui si trovava. Sin dal
principio s'ebbe il Doge a vita, perchè la città, divisa in isole
che tendevano a rendersi indipendenti l'una dall'altra, sentì assai
presto il bisogno d'un accentramento maggiore che altrove. Il Doge
era circondato da nove cittadini, coi quali formava la Signoria, e
v'erano, come negli altri Comuni, due Consigli, i Pregati o Senato, ed
il Maggior Consiglio. Nei casi più solenni si faceva appello al popolo
radunato in pubblica assemblea, che chiamavasi Arrengo, come a Firenze
era detta Parlamento. Se le cose fossero restate in questi termini, la
costituzione di Venezia, salvo il Doge a vita, non sarebbe stata gran
fatto diversa da quella di Firenze. Ma la forza assai maggiore che, per
le condizioni da noi accennate, prese subito l'aristocrazia del denaro,
a poco a poco concentrò quasi tutti i poteri dello Stato nel Maggior
Consiglio, che, abolito l'Arrengo e limitata l'autorità del Doge, fu il
vero sovrano, e divenne ereditario, mercè una serie di lente riforme
(1297-1319), che portarono a quella che si chiamò la _Serrata_ del
Maggior Consiglio. Il cerchio fu così chiuso, e si ebbe il governo
d'una potente aristocrazia, che più tardi volle il suo _Libro d'oro_.
Sebbene però non s'avesse a lottare contro il feudalismo, tutte queste
riforme non seguirono senza forte resistenza delle antiche famiglie,
che, vedendosi escluse dal governo, cercarono e trovarono seguito nel
popolo minuto. La congiura di Baiamonte Tiepolo (1310) fu tale che,
per alcuni giorni, mise a grave repentaglio l'esistenza stessa della
Repubblica. Ma, dopo un ostinato combattimento nelle vie della città e
fuori, venne anch'essa soffocata nel sangue; e fu creato il terribile
Consiglio dei Dieci, tribunale, che con processi sommarî, ma sempre
assai bene determinati dalle leggi, puniva di morte qualunque tentativo
di rivolta. Allora finalmente non vi furono più pericoli pel governo
aristocratico, che acquistò una forza ogni giorno maggiore. La fermezza
delle istituzioni aiutò la prosperità del commercio, e le cresciute
ricchezze dettero animo a sempre nuove imprese in Oriente, che era il
campo dei guadagni e delle glorie veneziane.
Colà aveva la Repubblica incontrato due potenti rivali, Pisa e Genova;
ma la potenza marittima dei Pisani venne disfatta alla Meloria (1284)
dai Genovesi, che alla loro volta, dopo lunga e sanguinosa lotta,
furono irreparabilmente sconfitti dai Veneziani a Chioggia (1380).
E così, alla fine del secolo XIV, Venezia si trovò senza rivali,
signora dei mari, sicura nell'interno, prosperissima nel commercio.
Rivolse allora le sue mire anche alle conquiste di terraferma, ed
entrò in un nuovo periodo della sua storia, durante il quale si trovò
trascinata fra tutti gl'intrighi della politica italiana; perdette il
suo primo carattere di potenza esclusivamente marittima, e cominciò a
corrompersi. Di ciò le venne mossa grave accusa dai contemporanei e dai
posteri; ma Venezia era spinta nella nuova via da cause irresistibili.
Infatti, quando si andavano formando intorno ad essa Stati più grossi
assai dei piccoli Municipî d'una volta, il dominio delle lagune non
era più sicuro, e non le bastava a tutelare il proprio commercio sulla
terraferma. Gli Scaligeri, i Visconti, i Carrara, gli Este odiavano
la fiorente repubblica, la minacciavano e cercavano d'isolarla,
nel momento appunto in cui essa aveva un bisogno sempre maggiore di
trovare nuovi sbocchi alle sue progredite industrie, al suo commercio
d'Oriente, che s'alimentava con quello d'Occidente. E quando i Turchi
s'avanzarono e cominciarono a fermarla nelle sue conquiste orientali, a
minacciare le sue colonie, quella necessità divenne per un altro verso
anche più stringente. Certo Venezia, spingendosi nella terraferma, si
trovò d'ambo i lati circondata da mille pericoli; ma erano inevitabili,
ed essa li affrontò, combattendo per mare e per terra, con un ardimento
eroico, e sulle prime con non sperata fortuna.
A promuovere questi suoi nuovi interessi non ebbe di certo molti
scrupoli: costretta più volte a combattere in Italia nemici sleali,
usò anch'essa la violenza e l'inganno. Pure non era mai il capriccio
personale d'un solo, che sottoponeva tutto al proprio volere; ma
un'aristocrazia, che aveva il sentimento della patria, e la difendeva
colle armi. Primi nel secolo XV a sentire in Italia le unghie del
Leone di San Marco furono i Carrara, signori di Padova, che finirono
strangolati (1406). Dopo di ciò fu mandato a Padova un rettore pel
civile, un capitano pel militare, lasciando intatte le antiche leggi
ed istituzioni locali. Lo stesso seguì o era già seguìto altrove,
nel Friuli, nell'Istria, a Vicenza, Verona, Treviso. Questa era una
politica assai intelligente e liberale per quel tempo; ma i nuovi
sudditi perdevano pur sempre, colla indipendenza, ogni speranza
di libertà. I paesi conquistati traevano certo grande vantaggio
dall'essere sotto un governo forte e giusto, e dal partecipare
all'immenso commercio di Venezia; ma se il benessere materiale
faceva nelle moltitudini dimenticare l'amore della libertà e della
indipendenza, nelle famiglie potenti che avevano governato o sperato di
poter governare, restava invece un odio inestinguibile contro la nuova
dominatrice, che, invidiata per l'ordine e la forza del suo governo,
era giudicata il nemico più temibile di tutti gli altri Stati italiani.
Essa procedeva tuttavia sicura nelle sue conquiste, ed il secolo XV,
in cui l'Italia cominciava rapidamente a decadere, sembrava invece
aprire a Venezia un'êra di crescente prosperità. La sua aristocrazia,
coi grandi sacrifizî fatti per la patria, col coraggio dimostrato
nelle battaglie navali che essa comandava, aveva fatto dimenticare
la violenza della propria origine. Occupata nella politica, lasciava
liberamente partecipare il popolo al commercio ed all'industria, che,
tutelati dalla fermezza delle istituzioni e dalle armi, prosperavano
maravigliosamente. Lo stesso avanzarsi dei Turchi, che pur doveva
recare tanti danni alla Repubblica, sembrava tornarle ora quasi di
vantaggio. Infatti molte isole dell'Arcipelago, molte terre, trovandosi
in gran pericolo per l'impotenza dell'Impero greco a difenderle dal
terribile uragano che s'avanzava, invocarono la protezione di Venezia,
e si abbandonarono ad essa, che così cresceva il proprio dominio, ed
acquistava nuovi sudditi, pronti a versare il sangue combattendo il
comune nemico, che nei primi scontri subì gravissime perdite. Tutto
ciò rialzava moltissimo l'animo della Repubblica, che in quel momento
si sentiva come destinata ad essere la difesa dei Cristiani e la
dominatrice d'Italia. Nella sua condotta politica, nelle relazioni
de' suoi ambasciatori, nelle guerre continue per terra e per mare,
il sentimento della patria dominava su tutto, ed ispirava una balda
fierezza al linguaggio di quei cittadini, che erano sempre pronti a
sacrificarsi per essa. L'onore, la gloria di Venezia erano in cima dei
loro pensieri, e nella lotta col Turco che s'avanzava, dettero prove
di vero eroismo. Quando nel maggio 1416 l'armata veneta s'affrontò
col formidabile nemico presso Gallipoli, Pietro Loredano, che l'aveva
comandata, scriveva al suo governo: «Virilmente io capitano investii
nella prima galera nemica, piena di Turchi che combattevano come
draghi. Circondato da ogni lato, ferito da una freccia che mi passò
la mascella sotto l'occhio, da una che mi passò la mano, e da altre
molte, non mi restai punto, nè mi sarei restato fino alla morte: presi
la prima galera e misi la mia bandiera su quella. I Turchi che vi erano
sopra furono tagliati a pezzi, il resto della flotta sconfitto.»[27]
Di queste ardite imprese, di questo franco linguaggio, solo Venezia era
capace in Italia nel secolo XV. La piccola repubblica delle lagune era
divenuta uno dei grandi potentati d'Europa, e pareva sorgere a nuova
altezza, quando tutti gli altri Comuni decadevano. Ma i pericoli che
s'accumulavano intorno ad essa erano immensi e crescevano da ogni lato.
Il doge Tommaso Mocenigo li prevedeva, e dal suo letto di morte,
nell'aprile del 1423, pregava, scongiurava i suoi amici, perchè non
si lasciassero spingere più oltre alle guerre ed alle conquiste;
sopra tutto non eleggessero a suo successore Francesco Foscari, la
cui smodata ambizione li avrebbe trascinati in mezzo alle più audaci
e pericolose imprese. Ma questi consigli di prudenza erano vani
adesso. Filippo Maria Visconti minacciava tutta l'Italia superiore e
la centrale; il Turco s'avanzava; Francesco Foscari venne eletto, ed
egli non era certamente uomo da voler ricondurre in porto la nave già
lanciata in alto mare. E quando i Fiorentini chiesero a Venezia aiuto
contro il Visconti, egli esclamò in Senato: Se mi trovassi in capo al
mondo, e vedessi un popolo in pericolo di perdere la sua libertà, io lo
aiuterei. «Nu patiremo che Filippo tuoga la libertà ai Fiorentini? Sto
furibondo tiran scorrerà per tutta Italia, la struggerà e conquasserà
senza gastigo?»[28] Così nel 1426 incominciò quella formidabile lotta
che, interrotta e ripresa più volte, finì solo colla morte del Visconti
l'anno 1447. In questi ventun anno il Foscari dimostrò un patriottismo
ed un'energia veramente romani, combattendo contro pericoli esterni ed
interni d'ogni sorta. Coi suoi tesori il Visconti metteva ogni anno in
campo nuovi eserciti, e la Repubblica era sempre pronta ad affrontarli.
Il Carmagnola, che lo aveva disertato per servire Venezia, parve,
subito dopo le prime vittorie, divenire a questa infido, e fu perciò,
senza esitazione, con regolare processo condannato a morte. Il 5 maggio
1432, _cum una sprangha in bucha, et cum manibus ligatis de retro,
iuxta solitum_,[29] venne condotto fra le colonne della Piazzetta, e
decapitato. Nel 1430 vi fu un attentato contro la vita stessa del Doge,
e nel 1433 una congiura contro il suo governo; ma i Dieci fecero di
tutto pronta ed esemplare giustizia. Più tardi, istigato dal Visconti,
l'ultimo dei Carrara tentò di ripigliare i suoi dominî, e fece anche
ribellare Ostasio da Polenta, signore di Ravenna, che era sotto la
protezione di Venezia. E allora al Carrara fu tagliata la testa fra
le colonne della Piazzetta (1435); il Polentano finì esule in Creta, e
Ravenna fece parte del dominio veneto. Morto il Visconti, e posata da
poco la guerra di Venezia con Milano, seguì la caduta di Costantinopoli
(1453), nella quale tanti Italiani, massime Veneti, perderono la vita.
Questo fatto, che incominciò un'epoca nuova nella storia dell'Europa,
fu un colpo mortale a Venezia. Pure essa riuscì nel 1454 a fare un
trattato, che assicurò libero commercio ai proprî sudditi, e le dètte
il tempo d'apparecchiarsi a nuove battaglie.
Ma il pericolo maggiore alla Repubblica venne dai nuovi germi di
corruzione interna, che cominciarono a minacciare di dividerla. I
nemici del Foscari, dopo avere invano cospirato contro la sua vita ed
il suo governo, si volsero ora a tormentarlo col perseguitare il figlio
Iacopo, unico superstite dei maschi, di carattere leggerissimo, ma pur
ciecamente amato dal padre. Esiliato nel 1445, per avere accettato
donativi, il che le leggi vietavano severamente al figlio del Doge,
fu, dopo ottenuta la grazia, esiliato di nuovo nel 1451 alla Canea,
perchè accusato di connivenza nell'uccisione d'uno di coloro che
erano stati suoi giudici. Richiamato di là nel 1456, venne sottoposto
a nuovo processo, per aver tenuto segreta corrispondenza col duca di
Milano, e fu condannato a più lungo esilio. Entrato nella prigione,
il vecchio Doge disse, impassibile, al figlio che cercava grazia ai
suoi piedi: «Va, obbedisci a quel che vuol la terra, e non cercar più
altro.» Ma uscito dal carcere, appoggiato al suo bastone, Francesco
Foscari tramortì.[30] Poco dopo Iacopo morì nell'esilio (12 gennaio
1457), ed il cuore paterno di colui che aveva sostenuto con una volontà
di ferro una lotta titanica in difesa della repubblica, si spezzò per
le persecuzioni patite dal figlio. Invecchiato, abbattuto, prostrato,
non aveva più la forza necessaria a condurre gli affari e a difendersi
dai nemici. Allora, invitato a dimettersi e non volendo, fu deposto.
Spezzatogli l'anello e toltogli il berretto ducale, egli discese,
franco e sereno, per la scala medesima per cui era salito all'alto
ufficio, discorrendo tranquillo con chi gli era accanto, senza volersi
appoggiare ad alcuno. Il suo successore fu eletto il 30 ottobre, ed
egli morì di crepacuore il dì 1º novembre, dopo trentaquattro anni di
dogato. Francesco Foscari è certo uno dei più grandi caratteri politici
del suo tempo.[31] Con lui Venezia giunse al colmo della sua potenza;
dopo di lui cominciò subito a decadere, ma fu una decadenza eroica.
Abbandonata da tutti gl'Italiani, si trovò sola di fronte al Turco,
che s'avanzava con forze formidabili. Il sopracomito Girolamo Longo
scriveva nel 1468, che la flotta turca con cui doveva affrontarsi, era
di 400 vele, le quali occupavano sei miglia di lunghezza. «Il mare
pareva un bosco: questa a sentirla dire pare cosa incredibile, ma a
vederla è cosa stupenda...; or vedete se sia possibile con astuzia
aver vantaggio. Ci vogliono forze e non parole.»[32] Sembrano quasi un
linguaggio di paura accanto a quello da noi riportato più sopra del
Loredano. Infatti i tempi erano mutati: la Repubblica armava sempre
altre navi, che combattevano con eroismo; organizzava la resistenza
di tutte le popolazioni cristiane, che versavano generosamente il
proprio sangue; mandava armi e danari ai Persiani, perchè anch'essi
attaccassero Maometto II, che s'avanzava minaccioso; ma tutto ciò era
inutile. Negroponte, Caffa, Scutari, altre città e terre cadevano l'una
dopo l'altra, sebbene si difendessero con gran valore. E finalmente
Venezia, stanca di trovarsi sempre sola a combattere il nemico della
Cristianità, venne nel gennaio 1479 ad una pace che le assicurava il
proprio commercio, e che nelle tristi condizioni a cui era ridotta,
poteva dirsi onorevole. Allora tutti gl'Italiani, che nulla avevano
fatto per aiutarla, furono pronti a gridare unanimi contro di essa,
specialmente nel 1480, quando il loro spavento giunse al colmo, per
avere i Turchi preso la città di Otranto. Ma questi poco dopo si
ritirarono per la morte di Maometto II, e per le discordie seguite nel
suo impero: allora gl'Italiani non pensaroro più ad altro.
Da questo momento l'orizzonte della Repubblica si va restringendo
sempre di più. Occupata solo de' suoi interessi materiali, avviluppata
negl'intrighi della politica italiana, essa non pretese più d'essere la
guardiana della Penisola e della Cristianità contro gl'infedeli. Tutto
allora sembrava seguire a suo danno nella storia del mondo. La scoperta
d'America e quella del Capo di Buona Speranza la posero fuori delle
principali vie del commercio. Ristretta da ogni lato, perdette a poco
a poco con i grandi guadagni la sua storica importanza, che le veniva
dall'essere stata l'anello di congiunzione fra l'Oriente e l'Occidente.
Ora tutto si ridusse a strappar qualche terra ai vicini; imporre ad
essi il proprio commercio, sempre grande e potente. Avanzatasi fino
all'Adda da un lato, occupava dall'altro Ravenna, Cervia, Rimini,
Faenza, Cesena ed Imola nelle Romagne; nel Trentino teneva Roveredo
e le sue dipendenze; aveva anche portate le sue armi sulla costa
adriatica del Napoletano, dove si era impadronita di alcune terre. Ma
l'aver tolto a tutti qualche cosa, faceva sì che tutti la temessero e
l'odiassero.
Da un altro lato questo Stato così vasto era dominato tutto da una sola
città, nella quale comandava per diritto ereditario una piccola parte
dei cittadini. Neppure in Venezia era quindi possibile aspettarsi il
grande ed organico svolgimento dello Stato moderno; essa anzi rimase
esempio vivente dell'antica forma repubblicana, sopravvissuta quasi
a sè stessa, destinata ad esaurirsi come per mancanza d'alimento.
Ma intanto essa era sempre il governo più forte, più morale che vi
fosse in Italia. A misura però che si restringeva la cerchia della
sua attività, cessavano le magnanime virtù e gli eroici caratteri,
sorti fra i grandi pericoli, contro cui avevano dovuto combattere, e
i continui sacrifizî che erano stati chiamati a fare. Crebbero invece
l'egoismo, l'amore del lusso e del danaro negli ordini dominanti dei
cittadini. Le mogli dei patrizî veneti, coperte di gioie, vestite di
stoffe preziose, abitavano nel secolo XV quartieri di tanta ricchezza,
che non si trovavano neppure nei palazzi dei principi italiani. Gli
uomini però, dice il milanese Pietro da Casola, erano sempre assai
più modesti e severi che altrove; «parevano a vederli tanti dottori
di legge, e chi trattava con essi doveva tener bene aperti gli occhi
e le orecchie.»[33] Tuttavia la loro politica, se non era quella
dell'egoismo personale, che dominava nel resto d'Italia; se ebbe ancora
giorni di grandi sacrifizî e d'eroismo, era anch'essa guidata da un
ristretto patriottismo locale e quasi di casta. Guardavano con piacere
alla rovina d'Italia, perchè speravano così di riuscire più facilmente
a dominarla. E quando gli stranieri s'avvicinarono alle Alpi, li
lasciarono passare, credendo di poterli poi cacciare per succedere ad
essi. Invece, questo egoismo che non giovava a nessuno e minacciava
tutti, portò alla Lega di Cambray, in cui l'Europa s'alleò ai danni
della piccola Repubblica, la quale potè qualche tempo ancora resistere
con valore, ma non già salvarsi, come aveva presunto, in mezzo alla
rovina generale della patria comune.