3. — VENEZIA.

La storia di Venezia sembra essere in diretta contradizione con quella

di Firenze. Questa, infatti, ci presenta una serie di rivoluzioni

che, partendo da un governo aristocratico, arrivano alla più grande

uguaglianza democratica, per cadere poi nel dispotismo d'un solo;

Venezia, invece, procede con ordine e fermezza alla costituzione di

un'aristocrazia sempre più forte. Firenze cerca invano salvare la

libertà, mutando sempre più spesso i suoi magistrati; Venezia crea

il Doge a vita, rende ereditario il Maggior Consiglio, consolida la

repubblica, diviene potentissima e riman libera per molti secoli. Una

così grande divergenza però, non solamente si spiega, ma apparisce ai

nostri occhi assai minore, se esaminiamo le speciali condizioni, tra

cui s'andò formando la repubblica veneta.

Fondata dai rifugiati italiani che popolarono la laguna, sulla quale

non arrivarono le invasioni barbariche, non ebbe, o assai poco, il

feudalismo nè le altre istituzioni e leggi germaniche, che penetrarono

largamente nel resto d'Italia. Così a Venezia, fin dal principio si

trovarono di fronte il popolo dato all'industria ed al commercio, e

le antiche famiglie italiane, che, non avendo l'aiuto dell'Impero, nè

la forza dell'ordinamento feudale, vennero facilmente domate e vinte.

E si formò subito l'aristocrazia del danaro o del popolo grasso, cui

fu molto facile impadronirsi del governo e tenerlo per secoli. Questo

trionfo, che a Firenze fu lento, che seguì dopo molte lotte, dopo

lunghe interruzioni, e condusse poi alla signoria de' Medici, fu invece

a Venezia rapidissimo e permanente. Sin dal principio la prosperità

della laguna venne dalle lontane imprese, dai lontani commerci, che,

più o meno dappertutto in Italia, costituirono la forza del popolo

grasso. A ciò si aggiungeva da un lato, che il popolo minuto era

occupato molti mesi dell'anno in lunghe navigazioni, e dall'altro,

che il governo delle colonie dava modo ai più ambiziosi cittadini di

comandare senza mettere a repentaglio la Repubblica.

Così la costituzione veneta, cominciata con forme non molto dissimili

da quelle degli altri Comuni italiani, s'andò alterando per le

condizioni affatto diverse, in mezzo a cui si trovava. Sin dal

principio s'ebbe il Doge a vita, perchè la città, divisa in isole

che tendevano a rendersi indipendenti l'una dall'altra, sentì assai

presto il bisogno d'un accentramento maggiore che altrove. Il Doge

era circondato da nove cittadini, coi quali formava la Signoria, e

v'erano, come negli altri Comuni, due Consigli, i Pregati o Senato, ed

il Maggior Consiglio. Nei casi più solenni si faceva appello al popolo

radunato in pubblica assemblea, che chiamavasi Arrengo, come a Firenze

era detta Parlamento. Se le cose fossero restate in questi termini, la

costituzione di Venezia, salvo il Doge a vita, non sarebbe stata gran

fatto diversa da quella di Firenze. Ma la forza assai maggiore che, per

le condizioni da noi accennate, prese subito l'aristocrazia del denaro,

a poco a poco concentrò quasi tutti i poteri dello Stato nel Maggior

Consiglio, che, abolito l'Arrengo e limitata l'autorità del Doge, fu il

vero sovrano, e divenne ereditario, mercè una serie di lente riforme

(1297-1319), che portarono a quella che si chiamò la _Serrata_ del

Maggior Consiglio. Il cerchio fu così chiuso, e si ebbe il governo

d'una potente aristocrazia, che più tardi volle il suo _Libro d'oro_.

Sebbene però non s'avesse a lottare contro il feudalismo, tutte queste

riforme non seguirono senza forte resistenza delle antiche famiglie,

che, vedendosi escluse dal governo, cercarono e trovarono seguito nel

popolo minuto. La congiura di Baiamonte Tiepolo (1310) fu tale che,

per alcuni giorni, mise a grave repentaglio l'esistenza stessa della

Repubblica. Ma, dopo un ostinato combattimento nelle vie della città e

fuori, venne anch'essa soffocata nel sangue; e fu creato il terribile

Consiglio dei Dieci, tribunale, che con processi sommarî, ma sempre

assai bene determinati dalle leggi, puniva di morte qualunque tentativo

di rivolta. Allora finalmente non vi furono più pericoli pel governo

aristocratico, che acquistò una forza ogni giorno maggiore. La fermezza

delle istituzioni aiutò la prosperità del commercio, e le cresciute

ricchezze dettero animo a sempre nuove imprese in Oriente, che era il

campo dei guadagni e delle glorie veneziane.

Colà aveva la Repubblica incontrato due potenti rivali, Pisa e Genova;

ma la potenza marittima dei Pisani venne disfatta alla Meloria (1284)

dai Genovesi, che alla loro volta, dopo lunga e sanguinosa lotta,

furono irreparabilmente sconfitti dai Veneziani a Chioggia (1380).

E così, alla fine del secolo XIV, Venezia si trovò senza rivali,

signora dei mari, sicura nell'interno, prosperissima nel commercio.

Rivolse allora le sue mire anche alle conquiste di terraferma, ed

entrò in un nuovo periodo della sua storia, durante il quale si trovò

trascinata fra tutti gl'intrighi della politica italiana; perdette il

suo primo carattere di potenza esclusivamente marittima, e cominciò a

corrompersi. Di ciò le venne mossa grave accusa dai contemporanei e dai

posteri; ma Venezia era spinta nella nuova via da cause irresistibili.

Infatti, quando si andavano formando intorno ad essa Stati più grossi

assai dei piccoli Municipî d'una volta, il dominio delle lagune non

era più sicuro, e non le bastava a tutelare il proprio commercio sulla

terraferma. Gli Scaligeri, i Visconti, i Carrara, gli Este odiavano

la fiorente repubblica, la minacciavano e cercavano d'isolarla,

nel momento appunto in cui essa aveva un bisogno sempre maggiore di

trovare nuovi sbocchi alle sue progredite industrie, al suo commercio

d'Oriente, che s'alimentava con quello d'Occidente. E quando i Turchi

s'avanzarono e cominciarono a fermarla nelle sue conquiste orientali, a

minacciare le sue colonie, quella necessità divenne per un altro verso

anche più stringente. Certo Venezia, spingendosi nella terraferma, si

trovò d'ambo i lati circondata da mille pericoli; ma erano inevitabili,

ed essa li affrontò, combattendo per mare e per terra, con un ardimento

eroico, e sulle prime con non sperata fortuna.

A promuovere questi suoi nuovi interessi non ebbe di certo molti

scrupoli: costretta più volte a combattere in Italia nemici sleali,

usò anch'essa la violenza e l'inganno. Pure non era mai il capriccio

personale d'un solo, che sottoponeva tutto al proprio volere; ma

un'aristocrazia, che aveva il sentimento della patria, e la difendeva

colle armi. Primi nel secolo XV a sentire in Italia le unghie del

Leone di San Marco furono i Carrara, signori di Padova, che finirono

strangolati (1406). Dopo di ciò fu mandato a Padova un rettore pel

civile, un capitano pel militare, lasciando intatte le antiche leggi

ed istituzioni locali. Lo stesso seguì o era già seguìto altrove,

nel Friuli, nell'Istria, a Vicenza, Verona, Treviso. Questa era una

politica assai intelligente e liberale per quel tempo; ma i nuovi

sudditi perdevano pur sempre, colla indipendenza, ogni speranza

di libertà. I paesi conquistati traevano certo grande vantaggio

dall'essere sotto un governo forte e giusto, e dal partecipare

all'immenso commercio di Venezia; ma se il benessere materiale

faceva nelle moltitudini dimenticare l'amore della libertà e della

indipendenza, nelle famiglie potenti che avevano governato o sperato di

poter governare, restava invece un odio inestinguibile contro la nuova

dominatrice, che, invidiata per l'ordine e la forza del suo governo,

era giudicata il nemico più temibile di tutti gli altri Stati italiani.

Essa procedeva tuttavia sicura nelle sue conquiste, ed il secolo XV,

in cui l'Italia cominciava rapidamente a decadere, sembrava invece

aprire a Venezia un'êra di crescente prosperità. La sua aristocrazia,

coi grandi sacrifizî fatti per la patria, col coraggio dimostrato

nelle battaglie navali che essa comandava, aveva fatto dimenticare

la violenza della propria origine. Occupata nella politica, lasciava

liberamente partecipare il popolo al commercio ed all'industria, che,

tutelati dalla fermezza delle istituzioni e dalle armi, prosperavano

maravigliosamente. Lo stesso avanzarsi dei Turchi, che pur doveva

recare tanti danni alla Repubblica, sembrava tornarle ora quasi di

vantaggio. Infatti molte isole dell'Arcipelago, molte terre, trovandosi

in gran pericolo per l'impotenza dell'Impero greco a difenderle dal

terribile uragano che s'avanzava, invocarono la protezione di Venezia,

e si abbandonarono ad essa, che così cresceva il proprio dominio, ed

acquistava nuovi sudditi, pronti a versare il sangue combattendo il

comune nemico, che nei primi scontri subì gravissime perdite. Tutto

ciò rialzava moltissimo l'animo della Repubblica, che in quel momento

si sentiva come destinata ad essere la difesa dei Cristiani e la

dominatrice d'Italia. Nella sua condotta politica, nelle relazioni

de' suoi ambasciatori, nelle guerre continue per terra e per mare,

il sentimento della patria dominava su tutto, ed ispirava una balda

fierezza al linguaggio di quei cittadini, che erano sempre pronti a

sacrificarsi per essa. L'onore, la gloria di Venezia erano in cima dei

loro pensieri, e nella lotta col Turco che s'avanzava, dettero prove

di vero eroismo. Quando nel maggio 1416 l'armata veneta s'affrontò

col formidabile nemico presso Gallipoli, Pietro Loredano, che l'aveva

comandata, scriveva al suo governo: «Virilmente io capitano investii

nella prima galera nemica, piena di Turchi che combattevano come

draghi. Circondato da ogni lato, ferito da una freccia che mi passò

la mascella sotto l'occhio, da una che mi passò la mano, e da altre

molte, non mi restai punto, nè mi sarei restato fino alla morte: presi

la prima galera e misi la mia bandiera su quella. I Turchi che vi erano

sopra furono tagliati a pezzi, il resto della flotta sconfitto.»[27]

Di queste ardite imprese, di questo franco linguaggio, solo Venezia era

capace in Italia nel secolo XV. La piccola repubblica delle lagune era

divenuta uno dei grandi potentati d'Europa, e pareva sorgere a nuova

altezza, quando tutti gli altri Comuni decadevano. Ma i pericoli che

s'accumulavano intorno ad essa erano immensi e crescevano da ogni lato.

Il doge Tommaso Mocenigo li prevedeva, e dal suo letto di morte,

nell'aprile del 1423, pregava, scongiurava i suoi amici, perchè non

si lasciassero spingere più oltre alle guerre ed alle conquiste;

sopra tutto non eleggessero a suo successore Francesco Foscari, la

cui smodata ambizione li avrebbe trascinati in mezzo alle più audaci

e pericolose imprese. Ma questi consigli di prudenza erano vani

adesso. Filippo Maria Visconti minacciava tutta l'Italia superiore e

la centrale; il Turco s'avanzava; Francesco Foscari venne eletto, ed

egli non era certamente uomo da voler ricondurre in porto la nave già

lanciata in alto mare. E quando i Fiorentini chiesero a Venezia aiuto

contro il Visconti, egli esclamò in Senato: Se mi trovassi in capo al

mondo, e vedessi un popolo in pericolo di perdere la sua libertà, io lo

aiuterei. «Nu patiremo che Filippo tuoga la libertà ai Fiorentini? Sto

furibondo tiran scorrerà per tutta Italia, la struggerà e conquasserà

senza gastigo?»[28] Così nel 1426 incominciò quella formidabile lotta

che, interrotta e ripresa più volte, finì solo colla morte del Visconti

l'anno 1447. In questi ventun anno il Foscari dimostrò un patriottismo

ed un'energia veramente romani, combattendo contro pericoli esterni ed

interni d'ogni sorta. Coi suoi tesori il Visconti metteva ogni anno in

campo nuovi eserciti, e la Repubblica era sempre pronta ad affrontarli.

Il Carmagnola, che lo aveva disertato per servire Venezia, parve,

subito dopo le prime vittorie, divenire a questa infido, e fu perciò,

senza esitazione, con regolare processo condannato a morte. Il 5 maggio

1432, _cum una sprangha in bucha, et cum manibus ligatis de retro,

iuxta solitum_,[29] venne condotto fra le colonne della Piazzetta, e

decapitato. Nel 1430 vi fu un attentato contro la vita stessa del Doge,

e nel 1433 una congiura contro il suo governo; ma i Dieci fecero di

tutto pronta ed esemplare giustizia. Più tardi, istigato dal Visconti,

l'ultimo dei Carrara tentò di ripigliare i suoi dominî, e fece anche

ribellare Ostasio da Polenta, signore di Ravenna, che era sotto la

protezione di Venezia. E allora al Carrara fu tagliata la testa fra

le colonne della Piazzetta (1435); il Polentano finì esule in Creta, e

Ravenna fece parte del dominio veneto. Morto il Visconti, e posata da

poco la guerra di Venezia con Milano, seguì la caduta di Costantinopoli

(1453), nella quale tanti Italiani, massime Veneti, perderono la vita.

Questo fatto, che incominciò un'epoca nuova nella storia dell'Europa,

fu un colpo mortale a Venezia. Pure essa riuscì nel 1454 a fare un

trattato, che assicurò libero commercio ai proprî sudditi, e le dètte

il tempo d'apparecchiarsi a nuove battaglie.

Ma il pericolo maggiore alla Repubblica venne dai nuovi germi di

corruzione interna, che cominciarono a minacciare di dividerla. I

nemici del Foscari, dopo avere invano cospirato contro la sua vita ed

il suo governo, si volsero ora a tormentarlo col perseguitare il figlio

Iacopo, unico superstite dei maschi, di carattere leggerissimo, ma pur

ciecamente amato dal padre. Esiliato nel 1445, per avere accettato

donativi, il che le leggi vietavano severamente al figlio del Doge,

fu, dopo ottenuta la grazia, esiliato di nuovo nel 1451 alla Canea,

perchè accusato di connivenza nell'uccisione d'uno di coloro che

erano stati suoi giudici. Richiamato di là nel 1456, venne sottoposto

a nuovo processo, per aver tenuto segreta corrispondenza col duca di

Milano, e fu condannato a più lungo esilio. Entrato nella prigione,

il vecchio Doge disse, impassibile, al figlio che cercava grazia ai

suoi piedi: «Va, obbedisci a quel che vuol la terra, e non cercar più

altro.» Ma uscito dal carcere, appoggiato al suo bastone, Francesco

Foscari tramortì.[30] Poco dopo Iacopo morì nell'esilio (12 gennaio

1457), ed il cuore paterno di colui che aveva sostenuto con una volontà

di ferro una lotta titanica in difesa della repubblica, si spezzò per

le persecuzioni patite dal figlio. Invecchiato, abbattuto, prostrato,

non aveva più la forza necessaria a condurre gli affari e a difendersi

dai nemici. Allora, invitato a dimettersi e non volendo, fu deposto.

Spezzatogli l'anello e toltogli il berretto ducale, egli discese,

franco e sereno, per la scala medesima per cui era salito all'alto

ufficio, discorrendo tranquillo con chi gli era accanto, senza volersi

appoggiare ad alcuno. Il suo successore fu eletto il 30 ottobre, ed

egli morì di crepacuore il dì 1º novembre, dopo trentaquattro anni di

dogato. Francesco Foscari è certo uno dei più grandi caratteri politici

del suo tempo.[31] Con lui Venezia giunse al colmo della sua potenza;

dopo di lui cominciò subito a decadere, ma fu una decadenza eroica.

Abbandonata da tutti gl'Italiani, si trovò sola di fronte al Turco,

che s'avanzava con forze formidabili. Il sopracomito Girolamo Longo

scriveva nel 1468, che la flotta turca con cui doveva affrontarsi, era

di 400 vele, le quali occupavano sei miglia di lunghezza. «Il mare

pareva un bosco: questa a sentirla dire pare cosa incredibile, ma a

vederla è cosa stupenda...; or vedete se sia possibile con astuzia

aver vantaggio. Ci vogliono forze e non parole.»[32] Sembrano quasi un

linguaggio di paura accanto a quello da noi riportato più sopra del

Loredano. Infatti i tempi erano mutati: la Repubblica armava sempre

altre navi, che combattevano con eroismo; organizzava la resistenza

di tutte le popolazioni cristiane, che versavano generosamente il

proprio sangue; mandava armi e danari ai Persiani, perchè anch'essi

attaccassero Maometto II, che s'avanzava minaccioso; ma tutto ciò era

inutile. Negroponte, Caffa, Scutari, altre città e terre cadevano l'una

dopo l'altra, sebbene si difendessero con gran valore. E finalmente

Venezia, stanca di trovarsi sempre sola a combattere il nemico della

Cristianità, venne nel gennaio 1479 ad una pace che le assicurava il

proprio commercio, e che nelle tristi condizioni a cui era ridotta,

poteva dirsi onorevole. Allora tutti gl'Italiani, che nulla avevano

fatto per aiutarla, furono pronti a gridare unanimi contro di essa,

specialmente nel 1480, quando il loro spavento giunse al colmo, per

avere i Turchi preso la città di Otranto. Ma questi poco dopo si

ritirarono per la morte di Maometto II, e per le discordie seguite nel

suo impero: allora gl'Italiani non pensaroro più ad altro.

Da questo momento l'orizzonte della Repubblica si va restringendo

sempre di più. Occupata solo de' suoi interessi materiali, avviluppata

negl'intrighi della politica italiana, essa non pretese più d'essere la

guardiana della Penisola e della Cristianità contro gl'infedeli. Tutto

allora sembrava seguire a suo danno nella storia del mondo. La scoperta

d'America e quella del Capo di Buona Speranza la posero fuori delle

principali vie del commercio. Ristretta da ogni lato, perdette a poco

a poco con i grandi guadagni la sua storica importanza, che le veniva

dall'essere stata l'anello di congiunzione fra l'Oriente e l'Occidente.

Ora tutto si ridusse a strappar qualche terra ai vicini; imporre ad

essi il proprio commercio, sempre grande e potente. Avanzatasi fino

all'Adda da un lato, occupava dall'altro Ravenna, Cervia, Rimini,

Faenza, Cesena ed Imola nelle Romagne; nel Trentino teneva Roveredo

e le sue dipendenze; aveva anche portate le sue armi sulla costa

adriatica del Napoletano, dove si era impadronita di alcune terre. Ma

l'aver tolto a tutti qualche cosa, faceva sì che tutti la temessero e

l'odiassero.

Da un altro lato questo Stato così vasto era dominato tutto da una sola

città, nella quale comandava per diritto ereditario una piccola parte

dei cittadini. Neppure in Venezia era quindi possibile aspettarsi il

grande ed organico svolgimento dello Stato moderno; essa anzi rimase

esempio vivente dell'antica forma repubblicana, sopravvissuta quasi

a sè stessa, destinata ad esaurirsi come per mancanza d'alimento.

Ma intanto essa era sempre il governo più forte, più morale che vi

fosse in Italia. A misura però che si restringeva la cerchia della

sua attività, cessavano le magnanime virtù e gli eroici caratteri,

sorti fra i grandi pericoli, contro cui avevano dovuto combattere, e

i continui sacrifizî che erano stati chiamati a fare. Crebbero invece

l'egoismo, l'amore del lusso e del danaro negli ordini dominanti dei

cittadini. Le mogli dei patrizî veneti, coperte di gioie, vestite di

stoffe preziose, abitavano nel secolo XV quartieri di tanta ricchezza,

che non si trovavano neppure nei palazzi dei principi italiani. Gli

uomini però, dice il milanese Pietro da Casola, erano sempre assai

più modesti e severi che altrove; «parevano a vederli tanti dottori

di legge, e chi trattava con essi doveva tener bene aperti gli occhi

e le orecchie.»[33] Tuttavia la loro politica, se non era quella

dell'egoismo personale, che dominava nel resto d'Italia; se ebbe ancora

giorni di grandi sacrifizî e d'eroismo, era anch'essa guidata da un

ristretto patriottismo locale e quasi di casta. Guardavano con piacere

alla rovina d'Italia, perchè speravano così di riuscire più facilmente

a dominarla. E quando gli stranieri s'avvicinarono alle Alpi, li

lasciarono passare, credendo di poterli poi cacciare per succedere ad

essi. Invece, questo egoismo che non giovava a nessuno e minacciava

tutti, portò alla Lega di Cambray, in cui l'Europa s'alleò ai danni

della piccola Repubblica, la quale potè qualche tempo ancora resistere

con valore, ma non già salvarsi, come aveva presunto, in mezzo alla

rovina generale della patria comune.

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I · 第 17 / 116 题