Il regno di Napoli somiglia ad un mare sempre in burrasca, che però,
nella immutabile uniformità de' suoi movimenti, ci presenta una
continua monotonia. Glorioso senza dubbio era stato il periodo degli
Hohenstaufen; ma esso si chiuse colla nobile morte di Manfredi, e colla
tragica fine di Corradino (29 ottobre 1268), dramma il cui lugubre eco
riempie tutto il Medio Evo. Il trionfo degli Angioini, chiamati dai
Papi, stati sempre acerrimi nemici del grande Federigo II e de' suoi
successori, fu il principio d'infinite calamità. La mala signoria di
Carlo I d'Angiò fece ben presto ribellare i popoli; onde per domarli
fu giuocoforza appoggiarsi ai baroni, che divennero potentissimi, si
divisero in fazioni, lacerarono quel misero paese, e divennero spesso
un'arme potentissima in mano dei Papi, i quali vi chiamarono sempre
nuovi pretendenti, ogni volta che videro un principe farsi colà troppo
potente. Con questi mezzi cercarono acquistar terre ai loro nipoti,
e mantenere la loro supremazia nel Reame, che di continuo desolarono,
gettandolo nell'anarchia con danno infinito di tutta Italia. Pagarono
nondimeno il fio di questa iniqua politica, perchè i nobili romani,
avendo esteso i loro dominî anche colà, divennero sudditi dei due
sovrani, e furono così una leva adoperata vicendevolmente dall'uno
a danno dell'altro, con inevitabile rovina d'ambedue. Intanto il
Napoletano fu sottoposto ad un vero e lungo processo di dissoluzione.
Ogni giorno sorgevano nuovi pretendenti, il popolo era sempre oppresso,
i baroni sempre in rivolta, nessuna istituzione poteva acquistare
stabilità e fermezza, nessun carattere riesciva lungamente a dominare
e guidare gli altri. Sotto Giovanna I, che ebbe quattro mariti e morì
soffocata con un piumaccio, il Reame era già caduto nell'anarchia, e la
corte era un ridotto di avventurieri dissoluti. Più tardi re Ladislao
pareva che dovesse iniziare un'èra novella: domati i baroni, vinti i
nemici interni, poneva guarnigione in Roma stessa, e s'avanzava alla
testa di un forte esercito, facendo credere di volere ed anche di
sapere divenire re d'Italia, quando improvvisamente morì a Perugia
di veleno, secondo che generalmente fu detto e creduto (1414). Con
Giovanna II, sorella di Ladislao, si fu di nuovo tra le oscenità e
l'anarchia. Vedova, vecchia, dissoluta, innamorata del suo scalco, fece
cadere lo Stato in preda dei nobili, dei capitani di ventura e dei più
bassi cortigiani. Martino V, che l'aveva fatta incoronare nel 1419,
chiamò l'anno seguente Luigi III di Angiò a combatterla qual nuovo
pretendente; ed essa invitò di Spagna Alfonso d'Aragona, che proclamò
suo successore, per poi nominare invece Renato di Lorena, il quale ebbe
l'aiuto di Eugenio IV e del duca di Milano. Ne seguì una guerra lunga
e rovinosa, che finì solo quando Alfonso d'Aragona, vittorioso in molte
battaglie, entrò nella capitale pei condotti d'acqua di Porta Capuana,
il 2 giugno 1442, e fu finalmente signore del Reame con grandi fatiche
e guerre conquistato. Così venne fondata la dinastia aragonese.
In che misere condizioni si trovasse quello Stato, e quanto
universalmente fosse allora desiderata la pace, non occorre dirlo.
Il trionfo d'Alfonso fu salutato come il principio d'un'èra novella.
Egli aveva lasciato la Spagna per venire a fare tra noi una guerra
avventurosa, con la quale, sostenendo fatiche e pericoli d'ogni
sorta, aveva conquistato un vasto regno combattendo e vincendo i
primi capitani del secolo, un numero assai grande di nemici. Straniero
all'Italia, comandava ora provincie da lungo tempo lacerate e dominate
da stranieri; mutò assai rapidamente il suo carattere nazionale, per
divenire in tutto simile ai nostri principi, con uno spirito militare
e cavalleresco, però, che essi avevano di rado. Passeggiava disarmato
e senza guardie in mezzo al suo popolo, dicendo che un padre non deve
temere de' suoi figli. La sua corte era piena di eruditi, e mille
aneddoti si raccontavano a provare la sua straordinaria ammirazione per
gli antichi.
Passando coll'esercito accanto alle città, in cui qualche scrittore
latino era nato, si fermava come dinanzi ad un santuario; viaggiava
sempre con un esemplare di Livio o di Cesare. Il suo panegirista
Panormita pretendeva di averlo guarito da una malattia, leggendogli
alcune pagine di Quinto Curzio; e si diceva che Cosimo de' Medici
aveva concluso con lui la pace, inviandogli un codice di Livio. Uomo di
guerra e d'animo spregiudicato, spesso in lotta coi Papi, accoglieva
tutti quei dotti che altrove erano perseguitati. Così fu del Valla,
quando dovè fuggire da Roma per l'opuscolo contro la donazione di
Costantino ed il potere temporale dei Papi; così del Panormita,
quando il suo _Ermafrodito_, tanto lodato per la facile eleganza del
verseggiare, scandalizzò per la oscenità che allora non erano anche
divenute familiari tra gli eruditi, e fu anatemizzato dai pergami.
Questi ed altri molti letterati venivano amichevolmente accolti, e
splendidamente remunerati con stipendî, anche con case e con ville.
Portato a cielo dai dotti, Alfonso ebbe il nome di Magnanimo per la
sua generosità e pel suo spirito cavalleresco. Ma come uomo politico,
come fondatore d'una dinastia e riordinatore d'un regno, non gli si
può dare gran merito. Dopo avere desolate colla guerra le infelici
provincie del Mezzogiorno, le dissanguò colle imposte, per pagare i
soldati e premiare i nobili suoi fautori, sui quali accumulò immensi
favori, rendendoli sempre più prepotenti. Dato ai piaceri della vita,
non seppe, in sedici anni di un regno non contrastato, fondare nulla
di stabile; nulla che sollevasse il popolo dalla estrema miseria in
cui l'aveva colla guerra trascinato; nulla che, consolidando lo Stato,
assicurasse la dinastia. Morto in età di 63 anni compiuti (1458),
lasciò i suoi dominii ereditarî nella Spagna, con la Sicilia e la
Sardegna, al fratello; il regno di Napoli, frutto della conquista,
al figlio naturale Ferdinando, la cui origine materna era avvolta nel
mistero.
Erede d'un vasto regno conquistato e pacificato dal padre, poteva
Ferdinando o Ferrante, come lo chiamavano, sperare di possederlo
tranquillamente; ma dovè invece riconquistarlo colle armi, perchè il
disordine latente portò subito i suoi frutti. La prima scintilla fu
accesa da papa Calisto, il quale doveva tutto ad Alfonso, ed aveva
legittimato Ferrante. Invece ora dichiarava estinta la discendenza
aragonese, ed il Reame devoluto alla Chiesa come feudo. I baroni
angioini furono in armi; Renato di Lorena sbarcò tra le foci del
Volturno e del Garigliano; la rivoluzione scoppiò in Calabria
ed altrove. Pure, combattendo continuamente, Ferrante riuscì nel
1464 a sottomettere di nuovo tutto il Regno; ed allora non pensò a
riordinarlo, ma solo a fare le sue vendette. Egli preferiva spegnere
i proprî nemici a tradimento. Con una crudeltà ributtante davvero li
abbracciava, li carezzava e li cibava lautamente prima di mandarli a
morte. Uomo di singolare ingegno, di grande penetrazione politica e
di coraggio, ma pieno di vizî e di contradizioni, mantenne nel Regno
un'amministrazione rovinosa, facendo anche commercio per proprio conto.
Raccoglieva derrate, ed obbligava i sudditi a non vender le loro, se
prima egli non aveva venduto le sue al prezzo che voleva. Tutto era
fondato sopra un sistema artificioso, falso, che finiva col distruggere
le forze dello Stato, sebbene il re avesse scelto a ministri uomini
abilissimi. Fra questi sono noti il segretario Antonello Petrucci ed il
Pontano, che era non solamente uno dei più grandi eruditi del secolo,
ma anche un accortissimo diplomatico. Egli fu il principale ministro
di Ferrante, conduceva le relazioni cogli Stati italiani, scriveva i
dispacci diplomatici, concludeva i trattati. Francesco Coppola conte
di Sarno, ricchissimo e potente, dirigeva l'amministrazione e le
operazioni commerciali per trovare danari, senza alcun rispetto umano
o divino. Ma questi abili ministri non erano che strumenti della falsa
politica d'un tiranno accorto e d'ingegno, il quale trattava il popolo
e lo Stato come una tenuta, da cui voleva, durante la sua vita, cavare
più danaro che poteva, lasciando ai posteri la cura del poi. A ciò
s'aggiungeva che il Duca di Calabria, Alfonso, più crudele, superbo e
tiranno del padre, senza averne l'ingegno nè il coraggio, disgustava
chiunque lo avvicinava. Quando i Turchi, che avevano occupato
Otranto, si ritirarono per la morte di Maometto II, parve al volgo che
fuggissero dinanzi alle armi d'Alfonso, e ciò lo rese più superbo ed
insopportabile che mai, in modo che lo stesso Antonello Petrucci ed
il conte di Sarno, disgustatissimi del presente, e temendo più ancora
dell'avvenire, pel carattere di colui che sarebbe successo al trono,
si gettarono a capo degli scontenti, decisi a tentare la rivolta. Papa
Innocenzo soffiò nel fuoco, e ne venne la congiura dei baroni, la quale
mise in fiamme il Reame, e minacciò di portare una guerra generale in
Italia (1485). Ma Ferrante seppe, colla sua astuzia e col suo coraggio,
sedare anche questa tempesta; concluse la pace e fece poi le sue
vendette.
Questa politica era tale da poter riuscire solamente finchè si trattava
di domare un regno esausto e disordinato, esaurendolo ancora di più.
Quando invece fosse sorto un pericolo esterno, essa non poteva più
trovarsi in grado di riparare. Ed un tale pericolo allora appunto
era vicino, perchè Carlo VIII di Francia s'apparecchiava a quella
funesta impresa, che doveva ricominciare le invasioni straniere nella
Penisola. Ferrante, già vecchio, se ne avvide subito, ed annunziò
le vicine calamità a tutti i principi d'Italia, pregandoli d'unirsi
a difesa comune. Le lettere che scrisse allora hanno un accento di
dolore, un'eloquenza passionata che sembra sollevare e nobilitare il
suo animo, e dimostrano un acume politico, che par quasi profetico.[36]
Egli ora prevedeva e descriveva mirabilmente tutte le sventure che
s'apparecchiavano alla patria ed a quei principi che, come lui accecati
dalla propria furberia, avevano reso inevitabile la comune sciagura. Ma
era troppo tardi. L'Italia non poteva più salvarsi dall'abisso in cui
cominciava a rovinare; Ferrante doveva morire colla coscienza torturata
dinanzi alla caduta del suo regno e della sua dinastia, già visibile
quando egli chiudeva gli occhi (25 gennaio 1494).
Tutto il lungo dramma che abbiamo esaminato, è un apparecchio alla
generale catastrofe che s'avvicina. E se dai più grossi Stati, in cui
è divisa la Penisola, ci volgessimo ai minori, troveremmo a Ferrara,
Faenza, Rimini, Urbino, dappertutto la stessa serie di delitti, la
stessa corruzione. I piccoli principi, anzi, essendo più deboli e fra
maggiori pericoli, commettevano spesso più numerose e crudeli violenze,
per salvare il minacciato potere. Non tralasciavano però neppur essi di
promuovere la cultura delle lettere, delle arti, d'ogni più squisita
gentilezza del vivere civile, rendendo sempre più evidente quel
singolare contrasto, che è uno dei caratteri propri del Rinascimento
italiano, e forma per noi una delle difficoltà principali a ben
comprenderlo.
Non pochi scrittori italiani, animati da un patriottismo che non
è sempre guida sicura nel giudicare i fatti della storia, vollero
dimostrare che la condizione politica e sociale dell'Italia nel secolo
XV era simile a quella di tutta l'Europa, e non ha perciò nulla che
possa maravigliarci. Luigi XI, si disse, fu un mostro crudele, autore
dei più fraudolenti intrighi; i veneficî di Riccardo III non sono
ignoti; Ferdinando il Cattolico si vantava di avere più di dieci
volte ingannato Luigi XII; il gran capitano Consalvo era un famoso
spergiuro, ecc.[37] Pur troppo i grandi Stati s'andavano formando in
Europa, distruggendo coll'inganno e con la violenza i governi e le
istituzioni locali. In tali condizioni di guerra i più neri delitti,
le più atroci vendette avevano luogo dappertutto; e se nella barbarie
del Medio Evo ci sembrano fatti quasi naturali, in mezzo alla cultura
rinascente per ogni dove, ci appaiono enormi ed inescusabili. Ma più
inescusabili assai appaiono in Italia, dove tanto maggiore era la
cultura, e quindi più visibile la contradizione che ci presenta questa
mescolanza di civiltà e di barbarie, riunite in un medesimo secolo.
Nè si deve dimenticare che i principi come Luigi XI e Ferdinando
il Cattolico compierono pure, nonostante i loro delitti, un'opera
nazionale, facendo della Francia e della Spagna due grandi e potenti
Stati, quando i nostri mille tiranni mantennero sempre divisa la patria
coll'unico scopo personale di restare sui loro deboli troni. E se la
iniqua politica del secolo XV riuscì triste da per tutto, essa venne
pure iniziata in Italia, che ne fu maestra alle altre nazioni; e fra
di noi il numero di coloro che vi presero parte fu anche infinitamente
maggiore che altrove. Ad ogni piè sospinto s'incontravano tiranni, capi
di parte, cospiratori, politici, diplomatici; ogni Italiano pareva anzi
un politico ed un diplomatico nato. Così la corruzione ebbe modo di
diffondersi assai più che altrove, penetrando largamente dal governo
nella società. E questa politica italiana, che mise in moto tante e
così prodigiose forze intellettuali, e produsse una sì grande varietà
di caratteri, finì poi col fabbricar solamente sull'arena.
Certo, discendendo assai basso negli ordini sociali, si trovano sempre
saldi i vincoli della famiglia, ancora intatti i costumi antichi,
un'assai migliore atmosfera morale. E quando usciamo da quelle regioni
in cui, come a Napoli, a Roma, nelle Romagne, una serie continua di
rivoluzioni aveva disordinato e sovvertito ogni cosa, noi troviamo
in Toscana, nel Veneto, altrove, un popolo più civile, più mite,
più culto assai che nel resto d'Europa, ed un assai minor numero di
delitti comuni. Di questo gli storici, specialmente gli stranieri, non
tennero conto; e giudicando tutta la nazione dagli ordini superiori
della società, che erano i più corrotti, furono indotti in errore nel
giudicare le condizioni morali dell'Italia, la quale sarebbe caduta
assai più basso e non avrebbe potuto sopravvivere a sè stessa, se fosse
stata veramente quale essi la descrissero. Ma non si può negare che
nella Francia, nella Spagna, nella Germania, appunto perchè la vita
politica era serbata a pochi, la corruzione che ne seguiva era assai
meno diffusa; e vi erano pur sempre istituzioni e tradizioni ancora
salde, opinioni non soggette a discussione, autorità rispettate.
Questo creava naturalmente una forza ed una moralità pubblica, che
mancava fra noi, dove tutto era sottomesso alla più minuta analisi
dall'irrequieto spirito italiano, che cercava gli elementi d'un
mondo nuovo, distruggendo quello in cui si trovava. Gli ambasciatori
veneti e fiorentini, quando vanno alla corte di Carlo VIII o di Luigi
XII, sembrano ridere di tutto. Trovano il principe senza ingegno, i
diplomatici rozzi, l'amministrazione confusa, le faccende abbandonate
al caso; ma sono maravigliati ancora nel vedere l'autorità immensa
che gode il re: quando egli si muove, essi dicono, tutti lo seguono
e l'obbediscono. E questo formava la grande forza del paese. Il
Guicciardini, nei suoi dispacci dalla Spagna, dimostrava chiaro di
odiare e disprezzare quella nazione; pure non si poteva astenere
dal notare che gl'interessi personali di Ferdinando il Cattolico,
trovandosi d'accordo con l'interesse generale del paese, la politica
di quel re traeva da ciò una forza ed un valore grandissimi. I costumi
della Germania e della Svizzera sembravano al Machiavelli simili a
quelli degli antichi Romani, ch'egli tanto ammirava. Se il disordine
e la corruzione morale delle altre nazioni fossero stati in tutto
identici a quelli in cui si trovava l'Italia, come si spiegherebbero
questi giudizî d'uomini pure assai competenti? Come si spiegherebbe che
l'Italia decadeva già prima d'essere invasa dagli stranieri, quando
le altre nazioni sorgevano a nuova vita? Ma bisogna, come abbiamo
già detto, guardarsi dall'esagerare, perchè altrimenti resterebbe
inesplicabile ancora la grande vitalità che pur ebbe la nazione
italiana, e più di tutto il suo meraviglioso progresso nelle arti e
nelle lettere. Di questo passiamo ora a dare un cenno.